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lunedì 12 gennaio 2015

ORRORI INFANTILI

Non esiste giustificazione al fatto che una bambina di 10 anni si trasformi, certamente a sua insaputa, in una bomba umana. Non vi è ragione quando a farlo sono uomini e donne maturi, ancora meno quando a diventarlo è una bimba. I macellai che stanno dietro a fatti di questo genere non hanno diritto di esistere. Non scomodiamo ideologie, religioni, principi ed altro. Sono criminali. Punto.

L'utilizzo di bambini, per farne degli insospettabili kamikaze, non è una novità. Nel nostro mondo marcio, già in Afghanistan o in Pakistan sono stati usati da animali simili a quelli nigeriani e forse molti di quelli che oggi gridano all'orrore la cosa l'hanno già dimenticata.In Nigeria, come in quasi tutta l'Africa Sub-Sahariana, i bambini muoiono, ogni giorno a migliaia nella quasi totale indifferenza del resto del pianeta. Muoiono di fame, di stupide malattia e di cose più serie che da noi sarebbero quasi tutte evitabili.


Ma, i bambini sono anche oggetto delle violenze degli adulti. Molti nascono sapendo che la loro vita sarà breve, molto breve. Nascono già segnati dalle violenze, dalle malattie e dal dolore e superare i 5 anni di vita, è già segno di una tempra forte (o di un destino segnato), capace di affrontare una difficile esistenza.

Molti sono costretti, già in fasce, a seguire genitori in fuga. Da guerre e da violenze di ogni genere. A vedere i propri genitori, i propri fratelli o i propri simili morire senza ragioni o a vedere la propria madre stuprata da un gruppo di uomini.
I più fortunati crescono, e diventano essi stessi oggetto delle attenzioni dei grandi. Alcuni rapiti per diventare, già giovani, micidiali armi di morte, altre per diventare schiave sessuali di guerriglieri in perenne movimento. Ma, può andare peggio, come ad esempio essere mutilati per sprezzo della vita umana.
Altri ancora, forse più fortunati, sono condannati al lavoro ed ad una povertà estrema che difficilmente li porterà a diventare adulti.
Le bambine di dieci anni, come quella trasformata in bomba umana, hanno già visto e provato cose che in tutta la nostra esistenza, per fortuna, non incroceremo mai.
Da decenni osserviamo queste cose, per fortuna lontane dalle nostre terre. Esse giungono alla nostra attenzione solo quando servono a confermare altre cose. Probabilmente, senza i fatti di Parigi, perfino l'atroce notizia della bambina nigeriana, avrebbe avuto poco risalto qui da noi.

venerdì 9 gennaio 2015

DOPO PARIGI

A due giorni di distanza dai fatti di Parigi, ho deciso di abbandonare il mio silenzio per dire che la matita deve prevalere sul kalashnikov, la satira sull’intolleranza, la ragione sul cieco fanatismo. L’aberrazione di quanto accaduto non deve però condurci ad una caccia alle streghe. Il dolore non deve trasformarsi in rabbia  contro una religione. Occorre, come sempre, in questi casi distinguere tra professanti una fede e integralisti che hanno perso l’umanità per trasformarsi in bestie feroci.

La maggioritaria comunità islamica moderata deve dare una grande mano,  ponendosi ufficialmente e visivamente dalla parte delle vittime innocenti di questa barbarie, senza sotterfugi  e tentennamenti , in nome della libertà di espressione.  Solo così potrà aiutare ad isolare queste bestie feroci, evitando che la loro caccia si trasformi in una caccia all’Islam, fomentata dai soliti ottusi destrorsi della nostra società occidentale. Evitare uno scontro di civiltà è il primo traguardo da cui partire  per iniziare a comprenderci.

lunedì 17 novembre 2014

IL CAPITALISMO STA BENISSIMO E IMPONE I SUOI RENZI

Troppe volte dato per morto, a livello mondiale il capitalismo è appena cominciato: lo dimostra il boom dell’economia capitalistica in tre quarti del pianeta, in regioni – a partire da Russia e Cina – in cui l’economia era stata lungamente rurale o comunque arretrata. Lo sostiene un insigne storico italiano come Luciano Canfora, che avverte: il grande capitale ormai «governa direttamente», facendo a meno della mediazione politica, delle Costituzioni da difendere, dei principi fondamentali. Comandano i grandi banchieri: «Se si fidano del personale che hanno al proprio servizio lo lasciano fare, altrimenti i capitalisti intervengono direttamente». E’ già successo in Francia con Pompidou, dopo la parentesi bonapartistica di De Gaulle. Oggi il denaro la fa da padrone e la democrazia è diventata una scatola vuota: e l’esperienza del socialismo reale, che nessuno rimpiange, può essere rivista come un tentativo per mettere un argine al predominio del business come unico potere. Ma l’Urss cadde perché non seppe risolvere le diseguaglianze al suo interno. E sottovalutò la vitalità del capitalismo.
L’esperienza sovietica è crollata, spiega Canfora, intervistato da Vittorio Bonanni, perché – senza uguaglianza – non era più credibile per i suoi stessi concittadini e sudditi. «La gara spaziale, le guerre stellari, il contrasto militare in tutto il pianeta: sappiamo queste cose. Però è stata una gloriosa esperienza durata abbastanza, una settantina d’anni del XX secolo. Per cui se ne deve parlare con rispetto, ma anche con la convinzione che è stato un periodo eroico della storia umana». Ma la constatazione più rilevante è un’altra: nel presupposto che mise in moto un processo rivoluzionario di grandissima estensione, a livello euroasiatico, c’era un errore di fondo: «Ci si illudeva di essere giunti al capolinea della storia, di essere al punto di arrivo del sistema capitalistico». Intanto perché si aveva una percezione molto limitata e parziale della realtà americana, sottovalutata in pieno. Solo Trotsky aveva conosciuto l’America. Oggi possiamo solo constatare che «l’esperienza del socialismo reale ha modernizzato due gigantesche aree del mondo, l’ex impero russo e la Cina, trascinandole fuori da una situazione semi-feudale», in cui la Cina «era in una posizione semi-coloniale» mentre la Russia era «un impero separato, essenzialmente agricolo e arretrato».
Crollando sul piano politico, proprio il socialismo reale «ha creato i presupposti per un gigantesco sviluppo del capitalismo in quei tre quarti del mondo che ancora non erano a quel livello: quindi la storia del capitalismo è appena cominciata», anche se «nessuna forma economico-sociale è eterna». Il capitalismo «ha una storia molto più lunga di quella che allora si era pensato, nell’illusione determinata dalla fine della Prima Guerra Mondiale e dalla crisi gigantesca del 1917-18 e 19». Ma attenzione: «Erano degli europei, e non cittadini del mondo, quelli che pensavano queste cose. E come europei, vedendo crollare tre imperi che erano stati gli architrave della storia – quello tedesco, quello austroungarico e quello zarista – si erano convinti che si stava voltando pagina nella storia dell’umanità. In parte era vero, ma non nella frettolosa conclusione che eravamo arrivati al dunque. Nessuno può pilotare la storia», avverte Canfora. Men che meno l’Europa, che per secoli ha osservato il mondo con occhiali essenzialmente eurocentrici.



Oggi, l’Europa si è ridotta ad essere «una piccola articolazione della politica statunitense». Aggiunge Canfora: «E’ comico essere europeisti, ed è comico tutto il ciarpame che ci viene ammanito quotidianamente. Che non è neanche oppio della storia: è una droghetta, mariuana». Problema: come contrastare tutto questo? «Secondo me si tratta di una battaglia culturale, intellettuale, scolastica, educativa, dovunque ci siano spazi di libertà di parola. Perché le forze politiche nate sull’onda del Novecento sono arrivate al lumicino. Si è realizzato in forme diverse, nei vari paesi, quello che Gramsci aveva intuito sviluppando in modo originale certe formulazioni del pensiero elitistico tardo-ottocentesco, come quello di Pareto e dello stesso Croce: che cioè siamo in una realtà di partito unico articolato, diversificato al proprio interno ma sostanzialmente unico». Le conquiste sociali del movimento operaio, tradotte in Costituzioni? Finite, con l’espulsione della forza operaia dalla storia politica. «Quel che resta fa un’altra cosa, fa quello che tradizionalmente fanno i partiti nei regimi capitalistici, cioè i comitati di affari della borghesia – giustamente divisi tra loro, altrimenti l’inganno elettorale non funzionerebbe».
Durissimo il giudizio su Renzi: «Il liquidatore del comunismo italiano è già arrivato. E’ un gaglioffo di 40 anni che sta facendo la parte sua e, localmente, sta attuando il piano di Gelli di “Rinascita democratica”, cioè due partiti sostanzialmente equivalenti che si dividono il potere». Non che gli altri scenari europei non sono molto diversi: la Spd, un tempo leader della socialdemocrazia, «è ormai lo sgabello della Merkel e non può fare altro, perché da sola non ce la farà più: prendiamone atto e cerchiamo di capire se si intravedono altre possibilità». Luciano Canfora guarda al potenziale intellettuale mobilitabile dal «magma gigantesco del mondo della scuola», perché per fortuna «tutto questo sviluppo ha prodotto un’acculturazione di massa, magari scandente ma diffusissima, e con un inevitabile bisogno di capire». Quindi, «tutti quelli che hanno a che fare con quel mondo si rimbocchino le maniche e cerchino di portare chiarezza».
Troppe volte dato per morto, a livello mondiale il capitalismo è appena cominciato: lo dimostra il boom dell’economia capitalistica in tre quarti del pianeta, in regioni – a partire da Russia e Cina – in cui l’economia era stata lungamente rurale o comunque arretrata. Lo sostiene un insigne storico italiano come Luciano Canfora, che avverte: il grande capitale ormai «governa direttamente», facendo a meno della mediazione politica, delle Costituzioni da difendere, dei principi fondamentali. Comandano i grandi banchieri: «Se si fidano del personale che hanno al proprio servizio lo lasciano fare, altrimenti i capitalisti intervengono direttamente». E’ già successo in Francia con Pompidou, dopo la parentesi bonapartistica di De Gaulle. Oggi il denaro la fa da padrone e la democrazia è diventata una scatola vuota: e l’esperienza del socialismo reale, che nessuno rimpiange, può essere rivista come un tentativo per mettere un argine al predominio del business come unico potere. Ma l’Urss cadde perché non seppe risolvere le diseguaglianze al suo interno. E sottovalutò la vitalità del capitalismo.
L’esperienza sovietica è crollata, spiega Canfora, intervistato da Vittorio Bonanni, perché – senza uguaglianza – non era più credibile per i suoi stessi concittadini e sudditi. «La gara spaziale, le guerre stellari, il contrasto militare in tutto il pianeta: sappiamo queste cose. Però è stata una gloriosa esperienza durata abbastanza, una settantina d’anni del XX secolo. Per cui se ne deve parlare con rispetto, ma anche con la convinzione che è stato un periodo eroico della storia umana». Ma la constatazione più rilevante è un’altra: nel presupposto che mise in moto un processo rivoluzionario di grandissima estensione, a livello euroasiatico, c’era un errore di fondo: «Ci si illudeva di essere giunti al capolinea della storia, di essere al punto di arrivo del sistema capitalistico». Intanto perché si aveva una percezione molto limitata e parziale della realtà americana, sottovalutata in pieno. Solo Trotsky aveva conosciuto l’America. Oggi possiamo solo constatare che «l’esperienza del socialismo reale ha modernizzato due gigantesche aree del mondo, l’ex impero russo e la Cina, trascinandole fuori da una situazione semi-feudale», in cui la Cina «era in una posizione semi-coloniale» mentre la Russia era «un impero separato, essenzialmente agricolo e arretrato».
Crollando sul piano politico, proprio il socialismo reale «ha creato i presupposti per un gigantesco sviluppo del capitalismo in quei tre quarti del mondo che ancora non erano a quel livello: quindi la storia del capitalismo è appena cominciata», anche se «nessuna forma economico-sociale è eterna». Il capitalismo «ha una storia molto più lunga di quella che allora si era pensato, nell’illusione determinata dalla fine della Prima Guerra Mondiale e dalla crisi gigantesca del 1917-18 e 19». Ma attenzione: «Erano degli europei, e non cittadini del mondo, quelli che pensavano queste cose. E come europei, vedendo crollare tre imperi che erano stati gli architrave della storia – quello tedesco, quello austroungarico e quello zarista – si erano convinti che si stava voltando pagina nella storia dell’umanità. In parte era vero, ma non nella frettolosa conclusione che eravamo arrivati al dunque. Nessuno può pilotare la storia», avverte Canfora. Men che meno l’Europa, che per secoli ha osservato il mondo con occhiali essenzialmente eurocentrici.
Oggi, l’Europa si è ridotta ad essere «una piccola articolazione della politica statunitense». Aggiunge Canfora: «E’ comico essere europeisti, ed è comico tutto il ciarpame che ci viene ammanito quotidianamente. Che non è neanche oppio della storia: è una droghetta, mariuana». Problema: come contrastare tutto questo? «Secondo me si tratta di una battaglia culturale, intellettuale, scolastica, educativa, dovunque ci siano spazi di libertà di parola. Perché le forze politiche nate sull’onda del Novecento sono arrivate al lumicino. Si è realizzato in forme diverse, nei vari paesi, quello che Gramsci aveva intuito sviluppando in modo originale certe formulazioni del pensiero elitistico tardo-ottocentesco, come quello di Pareto e dello stesso Croce: che cioè siamo in una realtà di partito unico articolato, diversificato al proprio interno ma sostanzialmente unico». Le conquiste sociali del movimento operaio, tradotte in Costituzioni? Finite, con l’espulsione della forza operaia dalla storia politica. «Quel che resta fa un’altra cosa, fa quello che tradizionalmente fanno i partiti nei regimi capitalistici, cioè i comitati di affari della borghesia – giustamente divisi tra loro, altrimenti l’inganno elettorale non funzionerebbe».
Durissimo il giudizio su Renzi: «Il liquidatore del comunismo italiano è già arrivato. E’ un gaglioffo di 40 anni che sta facendo la parte sua e, localmente, sta attuando il piano di Gelli di “Rinascita democratica”, cioè due partiti sostanzialmente equivalenti che si dividono il potere». Non che gli altri scenari europei non sono molto diversi: la Spd, un tempo leader della socialdemocrazia, «è ormai lo sgabello della Merkel e non può fare altro, perché da sola non ce la farà più: prendiamone atto e cerchiamo di capire se si intravedono altre possibilità». Luciano Canfora guarda al potenziale intellettuale mobilitabile dal «magma gigantesco del mondo della scuola», perché per fortuna «tutto questo sviluppo ha prodotto un’acculturazione di massa, magari scandente ma diffusissima, e con un inevitabile bisogno di capire». Quindi, «tutti quelli che hanno a che fare con quel mondo si rimbocchino le maniche e cerchino di portare chiarezza» caneliberonline



#Luciano Canfora nato a Bari, è ordinario di Filologia greca e latina presso l’Università di Bari. Laureatosi in Storia romana, ha svolto il perfezionamento in Filologia classica alla Scuola Normale di Pisa. Assistente di Storia Antica, poi di Letteratura Greca, ha insegnato anche Papirologia, Letteratura latina, Storia greca e romana. Fa parte del Comitato scientifico della “Society of Classical Tradition” di Boston e della Fondazione Istituto Gramsci di Roma. Dirige la rivista «Quaderni di Storia» e la collana di testi “La città antica”. Fa parte del comitato direttivo di «Historia y critica» (Santiago, Spagna), «Journal of Classical Tradition» (Boston), «Limes (Roma)». Ha studiato problemi di storia antica, letteratura greca e romana, storia della tradizione, storia degli studi classici, politica e cultura del XX secolo. Molti dei suoi libri sono stati tradotti in USA, Francia, Inghilterra, Germania, Grecia, Olanda, Brasile, Spagna, Repubblica Ceca.

mercoledì 21 maggio 2014

DAI «CESSI» AL «VAFFA»

La campagna trash di Grillo e Berlusconi

di Donato De Sena - Ovvero: come degenera il confronto politico. Tra parolacce e insulti
Sfottò. Insulti. Accuse personali oltre il limite che separa la decenza dall’indecenza. La campagna elettorale per le Elezioni Europee del 25 maggio 2014 non verrà certamente ricordata per il fair play dei leader di partito, nè per qualche interessante linea programmatica, che in realtà si sono visti davvero poco in giro. Piuttosto è molto probabile ci ricorderemo di «culo» e «cesso» come interessanti sostantivi introdotti nel lessico comune della politica e di aver detto addio a quei noiosi paroloni che spesso pronunciano gli studiosi di diritto e di filosofia. Di questo dovremo ringraziare un giorno soprattutto Beppe Grillo e Silvio Berlusconi, che stanno spalancando più di ogni altro avversario le porte alla nuova frontiera trash della comunicazione. Roba, questa sì, da inserire nelle enciclopedie, cartacee o informatiche che siano. Dopo il marketing elettorale – leggeremo forse un giorno su un libro di storia – si impone nel 2014 la parolaccia elettorale come miglior strumento possibile per catturare i titoli di giornale e le aperture dei tg, e quindi visibilità, consenso, voti, seggi, potere di veto nel Palazzo.

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I «CESSI» AL PARLAMENTO EUROPEO – Gli esempi della degenerazione del confronto abbondano. Per Berlusconi «psiconano» dev’essere forse diventato un complimento in queste settimane, visto che Grillo ha deciso di cambiare verso e chiamarlo spesso «Tinto Brass» con particolare riferimento alla sua proverbiale passione per le donne avvenenti. In ogni caso l’ex Cavaliere ha dimostrato di non volersi tirare indietro. Nelle parole di Berlusconi il fondatore del Movimento 5 Stelle è oramai diventato un «aspirante dittatore». Anzi no, peggio. Solo roba da «cesso». A chiare lettere. «Un autorevole esponente europeo mi ha confidato ‘Stiamo allargando i cessi’», ha detto l’ex premier parlando dell’arrivo dei pentastellati in Europa.

LO «SPUTO VIRTUALE» DOPO IL «TUTTI A CASA» – Roba da pazzi. Da pazzi come Hitler. O forse no, perché nemmeno essere paragonati al Fuhrer sembra essere ora un problema. O almeno, nominare gli oppressori non fa più paura come un tempo: non si corre più il rischio di essere associati ad un simbolo di distruzione e di morte. Questo ce lo insegna Grillo, ancora una volta. «Sono oltre Hitler!», ha esclamato nei giorni scorsi il comico genovese, sempre molto abile a mascherare messaggi politici con la satira e la satira con i messaggi politici, salvo poi trasferire gli stessi messaggi all’occorrenza da una categoria all’altra nel caso di sconvenienti polemiche sui media, che a loro volta – loro sì – sono sempre dittatoriali. Media dittatoriali che avrebbero raccontato falsità ad esempio sugli scontri e il caos della finale di Coppa Italia. «Anche io avrei fischiato l’inno», ripete da giorni il leader 5 Stelle. «Fratelli di chi? Dei piduisti?», si chiede Grillo. Per lui, in altre parole, è meglio la democrazia vera, quella che impone di mandare «tutti a casa», anzi « tutti aff…», con «sputo virtuale» e processo pubblico a giornalisti, politici e imprenditori protagonisti della vita del paese negli ultimi decenni. E pure degli ultimi mesi. Tra gli imputati nel tribunale dell’insulto potrebbe mai mancare quell’«ebetino di Firenze» che siede a Palazzo Chigi?
(Fonte immagini: archivio LaPresse)
Fonte

giovedì 1 maggio 2014

mercoledì 29 gennaio 2014

IL CIRCO ( PLUTOCRATE)

Parla NOAM CHOMSKY
È a Roma il grande linguista e notissimo pensatore politico, da sempre su posizioni radicali. Lo studioso statunitense ha partecipato a una ‘talk opera’ in suo onore all'Auditorium Parco della Musica nell'ambito del Festival delle Scienze. Per la sua conferenza sono già da tempo esauriti i biglietti. Chomsky, si legge in una nota della Fondazione Musica per Roma, ha dato “un giudizio assai drastico sulle democrazie europee, 'al collasso totale', spesso gestite da 'burocrati di Bruxelles”


Noam Chomsky all'Auditorium Parco della Musica di Roma

ROMA -
Noam Chomsky, il maggior linguista vivente, l'autore del capolavoro ‘Il linguaggio e la mente’, a 86 anni ha mantenuto una lucidità di pensiero che non lascia spazio a dubbi e illusioni. "Le nostre società stanno andando verso la plutocrazia. Questo è neo-liberismo" dice Chomsky, in Italia per il Festival delle Scienze all'Auditorium Parco della Musica di Roma dove è protagonista di due appuntamenti ‘sold out’ in sale di 700 e 1.200 posti.
Chomsky ricorda che "secondo uno studio della Oxfam, l'ong umanitaria britannica, 85 persone nel mondo hanno la ricchezza posseduta da 3,5 miliardi di individui. Questo era l'obiettivo del neoliberismo" di cui parla come di "un grande attacco alle popolazioni mondiali, il più grande da 40 anni a questa parte".
In Italia "la democrazia è scomparsa quando è andato al governo Mario Monti designato dai burocrati seduti a Bruxelles, non dagli elettori" spiega il linguista di Filadelfia, che vive vicino a Boston ed è a Roma con la raccolta di testi inediti in Italia su oltre 40 anni di lotte e pensiero 'I padroni dell'umanità' (Ponte alle Grazie). Sono saggi politici dal 1970-2013 dove i principali accusati dello sfruttamento politico e delle guerre, dal Vietnam alla Serbia e all'Iraq, restano gli Stati Uniti e la società dominata dalle multinazionali.
In generale, "le democrazie europee sono al collasso totale indipendentemente dal colore politico dei governi che si succedono al potere perché sono decise - sottolinea Chomsky – da banchieri e dirigenti non eletti che stanno seduti a Bruxelles. Questa rotta porta alla distruzione delle democrazie e le conseguenze sono le dittature". "Mario Draghi - continua -  ha detto che il contratto sociale è morto. Ciò che conta oggi è la quantità di ricchezza riversata nelle tasche dei banchieri per arricchirli. Quello che capita alla gente normale ha valore zero. Questo è accaduto anche negli Stati Uniti ma non in modo così spettacolare come in Europa. Il 70% della popolazione non ha nessun modo di incidere sulle politiche adottate dalle amministrazioni". E da chi è composto questo 70%? "Da quelli che occupano posizioni inferiori sulla scala del reddito. Quell'1% che sta nella parte superiore ottiene a livello politico ciò che desidera. Questa è la plutocrazia".
Da sempre punto di riferimento per la sinistra internazionale, Chomsky nei suoi saggi invita a riflettere sulla manipolazione dell'opinione pubblica. Dei new media dice: "Hanno portato ad una maggior vivacità di opinioni rispetto ai media ortodossi" ma un effetto negativo è "la tendenza a sospingere gli utenti verso una visione del mondo più ristretta perché quasi automaticamente le persone sono attratte verso quei nuovi media che fanno eco alle loro stesse vedute. Se uno si informa solo sui blog le prospettive saranno molto più ristrette". Inoltre, la proliferazione di informazioni ha avuto, secondo il linguista, come "contraltare la riduzione del livello dei reportage".
Tra i pensatori più autorevoli del nostro tempo, Chomsky non risparmia critiche agli intellettuali che, spiega, "hanno tutte le responsabilità degli altri esseri umani: cercare di incentivare il bene comune e del resto del mondo". La sfida del futuro è "non limitarci a osservare il corso degli eventi" e per farlo, conclude, "bisogna eliminare la struttura di quelle istituzioni che perseguono il 'tutto per noi stessi, niente per gli altri', non colpire il singolo perché verrà semplicemente buttato fuori dal sistema".


martedì 10 dicembre 2013

E FINALMENTE È STATO SPIANATO BAFFINO!

PECCATO SOLO CHE SIA STATO RENZI A GUIDARE IL RULLO

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lunedì 30 settembre 2013

IL CIRCO (SCELLERATO)

Immagine © Dina Bova

Una storia che si ripete.
La cultura ridotta a noia, la vanità elevata a icona

La presunzione di rappresentarsi come leader politico è, senza dubbio, legittima se si hanno come seguaci una massa di elettori che invidiano il padrone e ancor più la sua ricchezza. Non importa come questa è stata raggiunta, non importa perché da vent’anni il “padrone” li ha ammaliati accreditando l’idea che la furbizia domina sulla moralità, che il valore supremo è il denaro, che può permettere al suo possessore qualsiasi azione, anche illegale.
Resta però un dato certo. In ogni democrazia occidentale la giustizia è indipendente e separata dalla politica, sono due poteri autonomi e pensare di sottomettere la giustizia al potere politico è come voler dare in mano al colpevole la possibilità di auto giudicarsi.

Il merito è stato sostituito dal demerito e 
il paese è ormai ridotto ad un deserto

lunedì 22 aprile 2013

IL CIRCO (MAXIMO)

Finalmente è arrivata l’ora.
Dopo un ventennale di sotterfugi e di dinieghi,
la verità si è rivelata.

Berlusconi e l’inciucio per il Colle
 
Dott. INCIUCIO
È lui l’attrazione del circo
L’uomo misterioso,
il manovratore dietro le quinte,
l’ambizioso oltre ogni immaginabile,
l’intelligencija superiore ai comuni mortali,
l’arroganza celata dietro un apparentemente naturale aplomb,
l’”animale” politico col doppio lifting interiore ed esteriore

inciucio-pd-pdlPhoto credit: Edoardo Baraldi

Link:
http://edoardobaraldi.wordpress.com/
http://www.edoardobaraldi.it/centro_destra1.htm
https://www.facebook.com/edoardo.baraldi.9
http://www.toonpool.com/artists/edoardo%20baraldi_15494

sabato 20 aprile 2013

IL CIRCO (ROMANO)

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È sempre stata un’attrazione per i più piccini con pagliacci, saltimbanchi, giocolieri, scimmiette e leoni. I bambini ridevano, i loro occhi si spalancavano e , tornati a casa, rivedevano nei loro sogni tutti i momenti allegri che avevano vissuto. Ora invece pare proprio che, a causa di un periodo di crisi in cui siamo o meglio ci hanno precipitato, i nostri rappresentanti in Parlamento (poveri noi…) vogliano trasferire quel gioioso spettacolo ad un pubblico più adulto, cioè a noi. Non passa giorno che non cerchino di farci divertire con i loro discorsi, le loro promesse, i loro propositi, le loro bravate e le loro porcherie.

BLA, BLA, BLA . Parlano, parlano, parlano.

Ma è un dialogo tra sordi.

Solo a noi tocca ascoltarli, perché invadono ogni momento del vivere quotidiano e

NON CI DIVERTIAMO

Anzi ci vergogniamo per loro e per noi di essere caduti così in basso

martedì 26 febbraio 2013

SMACCHIARE IL GIAGUARO?

NON SO QUALE TIPO DI SMACCHIATORE VOLESSE USARE BERSANI

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MA IL RISCHIO ADESSO  È CHE SIA LUI AD  ESSERE MACCHIATO DAL GIAGUARO

berlusconi capelli alla bart simpson aria di rinnovamento

E TUTTI E DUE ANDRANNO

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Politiche 2013: la vignetta di Luca Nosari (Foto by Luca Nosari)

giovedì 21 febbraio 2013

VOTANTONIO


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Sul palcoscenico del teatrino della politica, tra la farsa e la tragedia, ci troviamo a partecipare, attraverso il voto popolare, alla scelta di quello che dovrebbe essere il governo capace di traghettarci fuori dal pantano in cui ci hanno infilati. Si sono presentati 200 e passa partiti per non farci dimenticare che i “furbi” ci saranno sempre (ricordiamoci del finanziamento pubblico dei partiti).

Vi faccio una lista parziale:
Pdl , Lega Nord, Grande Sud, Fratelli d'Italia, il partito dei Pensionati, Popolari Italia Domani, la Destra di Storace, Basta tasse, Intesa popolare, Liberi da Equitalia, Lista del popolo, Mir, Mpa, Rinascimento italiano “Fare” soggetto politico guidato dall’economista Oscar Giannino, MoVimento 5 Stelle di Beppe Grillo, Pd, Sel di Nichi Vendola, il Centro democratico di Bruno Tabacci e Massimo Donadi, il Psi, 'Il Megafono' del governatore siciliano Rosario Crocetta (che si presenta per il Senato in Sicilia), i Moderati di Portas e il Sud Tiroler Volkpartei con la stella alpina, “Rivoluzione civile” di Antonio Ingroia. Per il centro guidato dal premier uscente Mario Monti, al Senato c'è la "Lista Monti per l'Italia", mentre alla Camera Futuro e Libertà di Fini e Udc di Casini si affiancano alla lista "Scelta civica con Monti per l'Italia". Per finire con i fantasiosi  “movimento bunga bunga", "io non voto" o "dimezziamo lo stipendio ai politici" “Democrazia, natura, amore” di Ilona Staller , “Partito lotteria”, ecc.

Frastornati tra promesse fantasiose, assurde dichiarazioni e azioni provocatorie (da ultima la lettera di Berlusconi intestata "Rimborso Imu 2012"),
gli Italiani, ormai disgustati da politici che fingono di sbranarsi unicamente per riconfermare la posa delle loro natiche sugli scranni imbottiti d’euro, non sanno più che fare. La parata dei candidati è tra le più disparate: dai venditori di fumo agli imbonitori, dai distruttori del sistema ai finti riformatori, dai parassiti della politica ai falsi rivoluzionari. Lo scopo è uno solo: vincere per occupare il maggior numero di poltrone di comando.
La massa degli elettori segue le vicende politiche attraverso quel vecchio elettrodomestico che è la televisione e, seduta sul divano, viene bombardata quotidianamente da parole, parole, parole… tanto che alla fine, resta con le idee un pò troppo confuse. Tra un reality , un dibattito politico, una fiction e una pseudo intervista ad un candidato premier , la mente italica vaga in un mondo irreale, nell'attesa che un "Angelo" salvatore arrivi a risolvere tutti i suoi guai.
Mi sono fatto un’idea di quella che è la consapevolezza e la conoscenza della reale situazione politica italiana da parte dell’italiano medio, ascoltando, esterrefatto, la dichiarazione di voto, non richiesta, di una mia “collega” che si è dimostrata indecisa tra Berlusconi e Grillo!!! 
IDEE CHIARE di una mente "angelica", al di fuori della realtà.
È con questa prospettiva di assoluta incertezza che stiamo andando al voto, nella speranza di non uscire dal pantano per finire nella cacca.


venerdì 8 febbraio 2013

UNA CAMPAGNA ELETTORALE INUTILE

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Oggi la Banca centrale europea ha comunicato che anche nei prossimi mesi la crescita dell’eurozona rimarrà molto debole. Considerando che l’Italia fa parte dell’area più debole dell’unione monetaria, almeno in questo momento, ciò significa che nei prossimi mesi la recessione si dilaterà fino alla fine dell’anno. Le previsioni del 2012 avevano sottostimato la contrazione del Pil, superiore ai due punti percentuali in meno, e quest’anno il nostro paese perderà ancora terreno, proseguendo nella sua scivolata che cancella vari anni di ricchezza nazionale prodotta.
La campana suonata da Mario Draghi non sarà però recepita da nessun leader, a giudicare dalla frustrante campagna elettorale attualmente in corso. Il ritorno di Silvio Berlusconi ha riportato la politica italiana ai suoi consueti vizi, per i quali però non si può certo dare la colpa solo ai partiti. E’ però piuttosto evidente come tra i candidati alla presidenza del Consiglio delle varie coalizione in campo la realtà drammatica del paese, e un contesto europeo per certi versi ancora più problematico, sia volontariamente dimenticato per propagandare il consueto armamentario di illusioni.
I rimborsi dell’Imu da finanziare con i miliardi della Svizzera rimarranno probabilmente la promessa più ridicola sentita in questo mese di follia onirica scandito dalle ossessive presenze televisive e radiofoniche dei vari candidati, ma l’intero corso della campagna elettorale appare indirizzato verso un’unica destinazione, l’ennesimo naufragio con tanto di bancarotta della politica. Dopo un governo tecnico la soluzione più probabile appare una riedizione dell’esperimento, in modo palese, oppure per via delle condizionalità che ci imporrà la Banca centrale europea nel caso in cui il rischio default si materializzasse di nuovo così come è capitato un anno e mezzo fa.
Andrea Mollica

mercoledì 6 febbraio 2013

“LA TRASPARENZA CHE CONTA È QUELLA DEI FATTI”

SCANDALO RIMBORSI: QUELLI PIÙ STRANI

Nutella, proiettili, intimo, cene da 80 coperti. Nonostante le ingenti indennità, consiglieri regionali di tutta Italia e di tutti gli schieramenti sono incappati nello scandalo rimborsi. In nota spese sono finite gli scontrini più impensabili. Ecco qualche notevole esempio.

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1. Nutella
A colpire tutti, diventando il simbolo di questa nuova ondata di scandali, è stato il rimborso di Nutella da parte del Pd Carlo Spreafico. Anche perché il Partito Democratico non era stato ancora toccato dalla inchieste sui rimborsi pazzi. E dopo ha provato a chiarire: "Si trattava in realtà di una piadina".

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2. Ombrello
Tra i rimborsi curiosi di Spreafico c'è anche un miniombrello automatico.

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3. Pasticceria
Il consigliere Cesare Bossetti ha speso (e si è fatto rimborsare) ben 15mila euro in dolci di pasticceria.

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4. Ristorante
Alessandro Alfieri del Pd si è fatto rimborsare una cena del dicembre 2010, in cui ha speso 1.600 euro per un pranzo con 80 coperti.

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5. Carta igienica
Gianmarco Quadrini dell'Udc ha messo tra i rimborsi una spesa alla Coop, con carta igienica, acqua e patatine.

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6. Bollette
In molti sono accusati di essersi fatti rimborsare bollette telefoniche di utenze private. Come il Pd Francesco Prina.

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7. Gratta e vinci
Un verso artista del rimborso il leghista Pierluigi Toscani, che è riuscito a inserire nelle note spesa di tutto. A partire dai gratta e vinci. E se avesse vinto? Avrebbe rimborsato?

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8. Lecca lecca
E non poca perplessità ha suscitato l'inserimento, sempre da parte di Toscani (Lega), di lecca lecca nell'elenco delle spese da rimborsare.

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9. Salsicce
Tra le tante spese da chiarire di Toscani c'è anche l'acquisto di 'salsicce di Nonimberga'.

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10. Proiettili
Infine Toscani ha provveduto a farsi rimborsare cartucce da caccia per 752 euro.

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11. Sigarette
Cosa dirà Renzo Bossi ai giudici? Il Trota deve chiarire i rimborsi per videogiochi, Red Bull e sigarette.

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12. Creme per il viso
Problema con i rimborsi anche per il consigliere lombardo Nicole Minetti, che dovrà giustificare note con creme per il viso, un iPhone 5, un iPad (anche se ne aveva già uno in dotazione dal Consiglio) e il libro ' Mignottocrazia'.

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13. Lingerie
Il gruppo consiliare Idv della regione Liguria avrebbe messo in nota spese biancheria intima, cene e viaggi, cravatte e addirittura cibo per gatti. Nello scandato sono incappati Marylin Fusco, Nicolò Scialfa, Stefano Quaini e Maruska Piredda.

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14. Fuochi d'artificio
Per chiudere, il consigliere leghista Alessandro Marelli ha inserito nella sua nota spese 6 computer, una webcam, una stampante. Un Ovetto Kinder. Una clessidra. E dei fuochi d'artificio. Chissà che doveva festeggiare.

Fonte

CHE SQUALLORE
L’ITALIA RAPPRESENTATA DA LADRI DI POLLI

martedì 2 ottobre 2012

BURKINA: L’EREDITÀ IDEOLOGICA DEL PRÉSIDENT DU FASO

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Professor Moffa, a Suo parere, venticinque anni di regime liberista – innestato in Burkina Faso da Blaise Compaoré – possono sopprimere l’ideale di “orgoglio nero” che ispirò il rivoluzionario programma sankarista?
La lotta tra oppressi e oppressori ha sempre conosciuto nella storia fasi alterne. Oggi viviamo in un mondo dominato da un sistema di potere che rappresenta la negazione delle idee di Thomas Sankara (pron. Sancarà), quelle da lui espresse nel vertice dell’Oua di fine luglio 1986. Il debito va abolito: se noi non lo paghiamo nessun banchiere europeo o americano morirà, se lo paghiamo moriremo noi africani. Parole attuali, e non solo per l’Africa.
Ma la terribile situazione dei nostri tempi suscita anche proteste popolari, resistenze diffuse, fermenti per proporre vie d’uscita radicali al dominio finanziario sul mondo dei produttori di ricchezza reale. E c’è un contesto internazionale che favorisce questa tendenza: penso al vertice dei Non Allineati di Algeri di fine agosto scorso, o all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. In questo senso l’ideale di Sankara non morirà mai, e sta alle nuove generazioni ricordarlo e rilanciarlo.

Qual è il ricordo del Suo personale incontro, nella primavera 1984, con l’uomo che i burkinabè tuttora chiamano “Président du Faso”? Egli rinominò la propria terra, ex colonia francese dell’Alto Volta, “patria degli uomini integri”. Una virtù, l’integrità, che il popolo tra i più poveri al mondo riconobbe nel giovane Capitano: condivide questa visione?
Thomas Sankara fu un personaggio e un capo di Stato eccezionale. L’immagine di lui che più mi entusiasmò durante il mio reportage in Burkina Faso – a parte l’intervista a Ouagadougu, poco prima di tornare in Italia – fu quella di un suo discorso a un reparto di soldati, verso il tramonto, in una radura nella savana. Un paesaggio peraltro stupendo, una aria limpida e tersa come mai si vede dalle nostre parti. Mi ero aggregato a una missione dei CdR nelle campagne, incaricata di spiegare la rivoluzione ai contadini: ricordo una discussione notturna, alla luce di una lampada camping-gas, dei dirigenti, provenienti dalla capitale con i contadini di un villaggio, che chiedevano spiegazioni e sottoponevano i loro problemi ai visitatori venuti da Ouagadougou.
Non capivo la lingua, mi aiutava traducendo in francese una bellissima ragazza burkinabè, credo si chiamasse Fatou Diallo. Poi, la mattina dopo la cerimonia di inaugurazione dei lavori di una diga, con i capi del villaggio e appunto con Sankara presente. A sera, prima di rientrare, il discorso del Presidente ai soldati. Lui era capitano: a conferma - per me che avevo studiato la rivoluzione etiopica - che gli eserciti africani non erano quelli dipinti da certo giornalismo e politologia superficiali, una sorta di colonnelli greci in salsa africana, Sankara mi avrebbe spiegato durante l’intervista che assieme ad altri compagni era entrato nell’esercito proprio per fare la rivoluzione, per prendere il potere in modo non violento, come aveva fatto Gheddafi nel 1969 in Libia. Bene, adesso vedevo l’ufficiale Sankara parlare ai suoi subalterni. Per dire cosa? Per dir loro che non avrebbero dovuto obbedire a ordini ingiusti dei loro ufficiali. Rimasi colpito, per me era un misto di Mao – ma senza le violenze delle guardie rosse – e di Mengistu, ma senza il terrorismo e il controterrorismo della rivoluzione etiopica. Sankara era una persona solare, aperta, capace di combinare l’indefesso impegno rivoluzionario con un concerto di chitarra assieme al suo collega del Ghana, Jerry Rawlings, in visita a Ouagadougu.
Pieno di carisma, ma forse anche poco attento ai nemici che si faceva attorno, e a quali esattamente fossero. Fu assassinato da un suo ‘fratello’, coautore dell’insurrezione militar civile con cui aveva preso il potere il 4 agosto 1983: ricorda in questo senso Mattei, di cui in un dibattito che feci in Campania qualche anno fa, un ex dirigente democristiano di cui non ricordo il nome, disse che avrebbe dovuto stare attento, il presidente dell’Eni, a “certi partigiani”...

Il principale, insuperabile problema sarebbe stato il golpe del 15 ottobre 1987: spezzò la tradizione post-coloniale dei colpi di Stato incruenti – se ne susseguirono tre, prima di allora, precisamente negli anni 1966, 1980, 1982 – in Burkina. Come si può spiegare, secondo Lei, l’improvvisa esplosione di violenza che condusse all’omicidio di Sankara, assieme a dodici dei suoi compagni?
Quando Sankara fu assassinato, ricordo che avevo pensato di scrivere un saggio dal titolo ‘invidia e lotta di classe’. Non nel senso con cui ne parlava all’epoca la nuova stampa ‘libera’ progorbacioviana in Russia – le proteste dei lavoratori sarebbero state espressione di invidia individuale, e non sacrosanta rivendicazione di giustizia sociale in una Russia in cui montavano i nuovi pescecani della finanza, poi eliminati da Putin – ma in quello più prosaico che delle volte la storia cambia scena e percorso anche per eventi determinati da passioni molto individuali. Compaoré non suonava la chitarra… ma ovviamente non era così: l’individuo può essere usato e comprato grazie alle sue bassezze, ma le svolte storiche sono orchestrate da ben altri fattori e poteri. Sankara aveva pestato i piedi a troppi interessi conservatori: in patria la sua politica di rigore e di eguaglianza sociale dava fastidio a molti. Eppure, permettetemi una battuta: l’abolizione da parte del Président du Faso delle auto blu per tutti i funzionari di stato ministri compresi, e la loro sostituzione con le modestissime R5 dell’epoca, potrebbe ben servire oggi per la Regione Lazio e per tutti i nostri rappresentanti politici. Una Panda per tutti, e si migliora anche il contenzioso Fiat…
Ma tornando a Sankara, la sua politica di riequilibrio dei redditi tra classi – che lui, da ragazzo, aveva vissuto sulla propria pelle, visto che una volta raccontò che con i suoi fratelli era abituato a rovistare tra i rifiuti dell’Hotel Independance per trovare qualcosa di buono da mangiare - e tra città e campagna in un paese al 90 per cento contadino, gli misero contro le elite dello stato postcoloniale, e in alcuni marginali casi lo portò a scontrarsi con quello che Marx avrebbe definito lumpenproletariat urbano. Ricordo l’abbattimento con bulldozer di una bidonville abusiva di Ouagadougu, un micro episodio subito strumentalizzato dalla solita stampa occidentale per denunciare in Sankara un nuovo “dittatore” africano.
E poi ci sono gli interessi della finanza internazionale, quel discorso a Addis Abeba del luglio 1986, tre mesi prima che venisse assassinato…

Ecco, parliamo di questo. Durante la Assemblea dell’Organizzazione dell’Unità Africana, il 29 luglio 1987 ad Addis Abeba in Etiopia, il Capitano esortò i Paesi africani a non pagare il debito estero, nonché a creare un mercato alternativo: l’autosufficienza alimentare, l’unità trans-etnica dei popoli come mezzi pacifici per vivere “liberi e degni”. Ricorda quale fu la reazione della Comunità internazionale?
La reazione ufficiale non la ricordo: come talvolta mi accade probabilmente sbagliando, una volta ‘compreso’ un argomento grazie alla mia ricerca pignola di giornalista o di studioso, cambio campo di attenzione. Ritenevo di aver ‘capito’ le problematiche della rivoluzione burkinabè ed avevo cominciato ad occuparmi sistematicamente di Libia. Ma rivedendo oggi i due video del discorso di Sankara, mi è sembrato di cogliere i visi talvolta un po’ gelidi dei rappresentanti africani al vertice di Addis Abeba dell’Oua mentre lui parlava... Si odono risate e applausi alle battute del Presidente, ma sembrano provenire da altri, forse dal pubblico presente. Camerieri invidiosi e destabilizzati dal discorso del leader burkinabè?
Comunque, un dato è certo: la sua proposta di abolire unilateralmente il debito, combinata con l’idea di un disarmo africano (le guerre, diceva, sono funzionali solo ai nemici dei popoli africani) e con l’altra, di favorire una sorta di “autarchia” economica panafricana, andava a colpire l’universo che ruotava attorno all’Africa tutta con il mondo occidentale: i falsi aiuti economici, lo scambio diseguale con il Nord, la cooperazione con le ex metropoli coloniali con tutti i suoi meccanismi solo in parte migliori di quelli proposti dagli Usa (il meccanismo Stabex), i “piani di aggiustamento strutturale” imposti dal Fmi, e soprattutto il debito cresciuto a dismisura grazie al meccanismo usurario dell’interesse sull’interesse.
Peraltro Sankara aveva parlato chiaro anche su Israele: già nel 1984 aveva proposto l’espulsione dalle Nazioni Unite, assieme al Sudafrica, dello Stato sionista. Insomma, una sfida ai veri Poteri forti del mondo, a cominciare dalle banche e dalla finanza.

Professor Moffa, come mai il Burkina Faso, al pari di Gambia, São Tomé e Swaziland, ha relazioni con Taipei? Pressioni anti-Pechino di Parigi?
Mi riesce difficile rispondere, nel rapporto triangolare tra i 23 paesi che riconoscono Taipei (tra cui i 4 africani citati nella domanda) e da una parte Taiwan e dall’altra la Repubblica Popolare cinese, esistono delle variabili che vanno ponderate caso per caso. C’è una questione di pressioni di Pechino in sede Onu (vedi la Macedonia), ci sono fattori riconducibili forse a una opzione ideologica (il Sudafrica post-apartheid opta per Pechino), oppure di realpolitik, con l’indubbia espansione della Cina Popolare in tutta l’Africa, che peraltro è stata motivo di concorrenza anche per la Libia di Gheddafi. Infine, possono aver giocato un ruolo le specificità dell’export di Taipei in campo informatico, e i finanziamenti ad hoc della Cina Popolare capaci di indurre molti di quei 23 paesi – la maggior parte dei quali sono piccoli Stati-arcipelago, o paesi comunque poveri – a optare per il miglior offerente.
E’ un dato di fatto che il Burkina Faso ha scelto Taiwan nel 1994, in pieno regime Compaoré. Ma è anche vero che una simile scelta aveva compiuto anche l’ex presidente liberiano Charles Taylor, di cui – nonostante le forti accuse della vedova di Sankara in occasione della visita nella Francia di Sarkozy di Compaoré, da lei paragonato appunto a Taylor – dubito molto l’appartenenza al campo geopolitico rappresentato con modalità e contenuti diversi dal Burkina di Sankara, come dalla Libia di Gheddafi, o dalla Siria. Taylor, di cui la solita Wikipedia sostiene che aveva vinto le elezioni del 1997 con il “terrore” (fatto che non risulta dai resoconti degli osservatori internazionali dell’epoca) è stato eliminato dal blocco anglo-americano, dentro un processo di neocolonizzazione anche israeliana dell’Africa occidentale, e nel quadro del conflitto per il controllo del traffico di diamanti. L’ex presidente liberiano venne perseguito da uno dei famigerati tribunali ad hoc degli anni Novanta, quello della Sierra Leone, in particolare da un PG ebreo-americano.
Conclusione: su Compaoré mi mancano informazioni più precise. Sono però convinto, che Sankara oggi apparterrebbe allo stesso campo dell’Iran, della Siria, di Hamas e Hezbollah, dell’Ecuador e dei paesi latinoamericani che si rivoltano contro le ingiustizie dei rapporti finanziari e commerciali tra Euroamerica e resto del mondo.

Quale eredità pensa abbia trasmesso il “Che Guevara africano” alle nuove generazioni? Il Burkina Faso è ancora in grado di risollevarsi dalla miseria e decolonizzare la propria mentalità?
Devo confessare che da almeno una trentina d’anni non vedo più in Guevara un simbolo positivo di lotta. Ne ho scritto in qualche breve commento del secolo scorso. Dal punto di vista etico mi inchino davanti alla sua figura, non sono proprio nessuno per criticarlo. Ma a Guevara ho sempre preferito Fidel Castro. Nulla a che fare con questioni di ortodossia vera o presunta. Entrambi erano comunisti ma mentre Castro osò sporcarsi le mani con la gestione del potere compiendo anche errori, Guevara preferì la fuga dalla realtà, rifugiandosi nel sogno assolutamente perdente dei mille Vietnam, che riecheggiava a sua volta la teoria della “campagna che accerchia la città” di Lin Piao.
Guevara ha sbagliato in Africa, dove non ha tenuto conto del fattore tribale, così fallendo la sua missione in un Congo preda della guerra civile interetnica. E ha sbagliato in Bolivia, dove non riuscì a istaurare un rapporto vero con i contadini. Volle esportare la rivoluzione per via militare-guerrigliera. Il suo criminale assassinio, favorito dal suo isolamento e dalla sua estraneità rispetto alla popolazione locale, non esime a mio modesto avviso dal non riconoscimento dei suoi errori politici. Certo, si può parlare di ingenuità anche per Sankara, ammazzato a freddo mentre faceva ginnastica all’aperto, vicino al palazzo presidenziale, con i suoi più stretti collaboratori marxisti. Ma il discorso della sicurezza – che riguarda anche il cacciavite nell’aereo di Mattei, di cui nessuno credo possa negare l’estrema concretezza politica e economica - è diverso dalle opzioni strategiche generali e dalla capacità-coraggio di prendere in mano le redini del potere. Gestendo il potere e sfidando anche il risentimento di settori privilegiati nazionali – esattamente come Castro, e come chiunque voglia veramente cambiare la realtà – Sankara ha costruito qualcosa e ha dato una serie di messaggi utili ad affrontare i problemi di oggi, e non solo quelli del suo popolo.

Qualche esempio particolare?
La genialità di Sankara è stata quella di combinare il lancio di messaggi e principi radicali, con il tentativo realista di dialogare e convergere con tutti coloro che potevano virtualmente essere agganciati e ‘usati’ per il suo progetto rivoluzionario. Da questo punto di vista ricordo ancora che nel discorso di Addis Abeba, il presidente del Burkina Faso citò personaggi apparentemente inconciliabili con la sua proposta, e che pure in qualche modo si erano pronunciati in modo corretto sulla questione del debito: non solo Fidel Castro, ma anche Mitterrand, il presidente della Costa d’Avorio Houphuet Boigny, il premier norvegese Gro Harlem Brundtland…
Quanto ai messaggi radicali, e nello stesso tempo assolutamente realisti, ci sono quelli che lei stessa mi ha ricordato, ed altri ancora. Le accuse all’industria farmaceutica internazionale che pensa ai prodotti cosmetici e di chirurgia plastica invece che alle medicine per salvare milioni di africani dalla morte certa. L’illusione di risolvere il problema della fame cogli aiuti alimentari stranieri, che mutatis mutandis, assomiglia molto all’illusione di risolvere il problema del debito dei paesi europei con il ricorso al fondo-salvastati. In entrambi i casi, nulla si risolve, il problema diventa permanente, perché non lo si vuole affrontare alla radice, la conquista cioè dell’autonomia decisionale nazionale in campo monetario o produttivo-commerciale.
E ancora, nel caso di Sankara: la già ricordata riduzione dei privilegi dei funzionari pubblici e dei politici, la denuncia delle grandi disparità di reddito tra i ricchissimi borghesi della capitale e i contadini nella campagna circostante, la difesa della struttura produttiva nazionale fino all’autarchia (subito però estesa a livello panafricano, ad Addis Abeba), la denuncia degli aspetti culturali della dominazione ‘americana’, e che mi ricorda le conferenze sull’hollywoodismo cui ho partecipato varie volte a Teheran…
Già l’Iran, e la ‘dominazione’ occidentale: è incredibile il servilismo, la grettezza mentale e il provincialismo dei media italiani tutti a proposito del recente vertice dei Non Allineati a di Teheran: 118 paesi, più di 20 osservatori internazionale, e nessun inviato da parte della ‘grande informazione’.
Il modello Rainews 24 di Mineo è dilagante. Oggi Sankara, se fosse vivo, sarebbe sicuramente uno dei leaders del Nam, a fianco delle punte più radicali e realiste del blocco terza forzista mondiale. La storia non si fa con i se, ma è certo che anche questo è un messaggio che resta per chi vuole, non solo in Africa, cambiare il difficile stato delle cose presenti. 


CLAUDIO MOFFA
Claudio Moffa è professore ordinario presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Teramo, dove insegna Storia e Istituzioni dei Paesi dell’Africa e dell’Asia e Diritto e Istituzioni dell’Africa e dell’Asia. Ha cominciato a occuparsi di storia e problematiche dei paesi extraeuropei e di immigrazione come redattore e collaboratore, fra il 1972 e il 1985, di varie testate quotidiane e periodiche fra cui - dopo l’esperienza giovanile in Lotta continua - il Corriere della Sera, Paese Sera, Panorama, il Gr-Rai. Acquisito il titolo di giornalista professionista con Paese sera, nel 1985 decide, per maggiore libertà e mantenendo come opinionista collaborazioni con testate quali La Stampa, il Gr-Rai, Rai News 24, Avvenire, La Sicilia, di intraprendere la carriera universitaria: entra dunque - con a bilancio diversi libri e numerosi saggi - nell’Università di Teramo come ricercatore di Storia e Istituzioni dei Paesi afroasiatici. Nel 2000, grazie a numerose altre pubblicazioni fra cui L’Africa alla periferia della Storia, premio Cultura Presidenza del Consiglio e primo libro a essere pubblicato all’estero del raggruppamento africanistico italiano (Harmattan 1994), vince il concorso da straordinario ottenendo la conferma e il passaggio all’ordinariato alla scadenza del triennio  successivo. Dopo essersi occupato preminentemente, con ampia produzione saggistica, di problematiche politologiche e etnostoriche (le rivoluzioni nell’Africa nera, il fattore etnico nella lunga durata del continente africano, la questione nazionale e le sue trasformazioni dopo la fine della decolonizzazione, le origini storiche e geografiche del sottosviluppo del continente) Claudio Moffa ha esteso le sue ricerche ad altri settori disciplinari: ha studiato così la questione dell’immigrazione, come Direttore di un Osservatorio intereuropeo-interuniversitario finanziato dalla Commissione Europea (ODEG: 2000-2001) e partecipando come ricercatore e membro del Comitato Scientifico al progetto interregionale e internazionale Intemigra, diretto dalla Regione Abruzzo (2002: da cui diverse pubblicazioni fra cui La favola multietnica. Per una critica della sociologia dell’ ‘immigrazione facile’ , 2002: una analisi critica dei miti buonisti della sociologia ‘progressista’, con richiami alla categoria marxiana dell’esercito industriale di riserva). Dopo il 2004 si è specializzato anche in Diritto internazionale, studiando in particolare il caso del Tribunale penale del Ruanda, paese sulla cui crisi degli anni Novanta ha scritto diversi saggi su Africa, Giano, Politique Africaine, Limes. Nel 2007 è diventato avvocato-elenco professori in base al RDL 1578 del 1933.
> http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=16995

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mercoledì 25 luglio 2012

"HOTEL AFRICA"


800 rifiugiati politici vivono nella miseria

E' l'ex sede della facoltà di lettere dell'Università di Tor Vergata. Oggi ospita, in condizioni di degrado documentate dall'Ansa, 800 rifugiati politici

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Un tempo era la sede della facoltà di lettere dell'Università di Tor Vergata, alle porte di Roma. Oggi è un tugurio, un piccolo inferno senza sbarre dove stanno stipati 800 rifugiati politici che si sentono in tutto e per tutto dei "detenuti". A testimoniare il degrado della struttura sono giornalisti dell'Ansa che, dopo aver chiesto il permesso ai membri del comitato locale, sono riusciti a entrare nell'Hotel Africa (come è conosciuto il palazzao tra i rifugiati) con le telecamere.
CONDIZIONI DI VITA - "A giugno - si legge sull'Ansa - quando nella capitale si facevano i conti con l'ondata di calore battezzata Scipione, ai rifugiati è stata staccata l'acqua". Ma è solo uno dei problemi interni all'Hotel Africa e, acqua a parte che capita spesso che non ci sia, le condizioni di vita con il caldo diventano ancora più difficili: ci si deve alzare di notte per fare una doccia, si esce all'alba per cercare lavoro o da mangiare. E poi la miseria della strutture ospitanti.
Una volta prese le scale, buie, la puzza è ovunque, permea i corridoi con i vetri delle finestre rotti e le stanze senza porte dove ci sono brandine sistemate alla meglio, ma qualcuno non resiste e dorme in una terrazza.
BATTAGLIA - C'è un solo bagno al secondo piano, i vani per la doccia sono coperti da stracci, penzola una lampadina, se ne servono in centinaia. I rifugiati hanno aperto le porte al Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Nils Muiznieks, che ha chiesto all'Italia di porre fine a questa situazione vergognosa. "In Africa c'è la guerra - dice Bahar Abdalla - qui c'è una guerra fredda". La loro battaglia è quella per il ricongiungimento familiare, concesso a chi ha lo status di rifugiato politico ma difficile da ottenere in realtà, o per l'equiparazione dei titoli di studio. Difficile anche ottenere la residenza anche per coloro che vivono in Italia da anni: su questo fronte (ma non solo) è attiva l'unica onlus che si prende cura dei rifugiati dell'Hotel Africa, l'Associazione Cittadini del Mondo, dove lavora Donatella D'Angelo, medico specializzato in immunologia che ogni giovedì fa visite gratis.
"Sette anni fa, quando è stato occupato il palazzo - dice D'Angelo - venivamo per le visite mediche, ora oltre a consulenze mi chiedono di tutto perché queste persone non hanno nulla. Abbiamo bisogno di volontari. Stiamo lottando per fare avere la residenza a questi giovani". Tra gli 800 rifugiati c'è chi avrebbe bisogno di cure psichiatriche, come un ragazzo che vaga nel palazzo con lo sguardo perso nel vuoto: è scappato, come molti, dalla guerra e in tanti indossavano una divisa.
clip_image003C'é ancora chi coltiva la speranza, come Muna Awil, 24 anni, somala che sogna di diventare attrice e ha fatto anche provini come figurante, ma "non c'é spazio per me né nel mondo dello spettacolo, né in quello reale". L'associazione onlus ha messo in piedi da tre anni una biblioteca interculturale in una scuola nel quartiere del Quadraro, per ora hanno 4000 mila libri ma ne servono altri, perché "queste persone - aggiunge Paolo Guerra, responsabile della biblioteca - non possono neanche leggere una favola ai loro figli".
Gli abitanti di questo palazzo vengono soprattutto dal Corno d'Africa, scappano dalle guerre;molti sono superstiti del conflitto in Darfur, come Bahar Abdalla, commerciante prima della fuga, o Sherif Abdala Ibrahim, che in quella regione ha lasciato la moglie e la madre.
Fonte

martedì 24 luglio 2012

EURO-CRAC: COME PER LA MAFIA SEGUITE I SOLDI E CAPIRETE TUTTO

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DI COLIN WARD e CRITICAL MESS

dagospia.com


Che senso ha l'interminabile teatrino di summit e dichiarazioni sull'Eurozona da parte dei cosiddetti governanti? Soprattutto, è davvero un teatrino? Ma davvero i famosi mercati, ai quali in passato è stato scioccamente affidato il ruolo di "misura di tutte le cose", approfittano delle lentezze e delle divisioni politiche per piazzare i loro colpi miliardari? clip_image001
A guardare anche solo i dati ufficiali dei capitali depositati presso la Bce, si capisce che non c'è nessun teatrino. Come per le indagini di mafia, seguite il movimento dei soldi e capirete tutto.
Oggi ci aiuta molto bene la Repubblica degli Illuminati: "Capitali in fuga verso Berlino. Da Madrid 70 miliardi ogni mese, ma l'Italia frena l'emorragia". Al di là del titolo (parzialmente) tranquillizzante per l'Italia, nel pezzo di Maurizio Ricci è spiegato benissimo chi vince e chi perde al giochetto delle euro-supposte. "Il rumore, dice qualche operatore, è quello di un gigantesco risucchio. (...) La fuga di capitali riguarda tutti i paesi deboli, Italia compresa, ma nelle ultime settimane ha assunto un ritmo esasperato in Spagna. Secondo alcune stime, fra marzo e oggi, l'emorragia di euro che sta fiaccando Madrid ha raggiunto i 70 miliardi al mese. Gli analisti di una grande banca come Credit Suisse valutano che, se proseguisse per tutto il 2012, raggiungerebbe i 500 milioni di euro" (In realtà 500 miliardi di euro, nota CdC ). Insomma, metà del Pil spagnolo migrerebbe all'estero.
E dove vanno tutti questi denari? A Santo Domingo insieme a quelli di Dell'Utri? Ancora un po' di pazienza. Il fenomeno spagnolo si replica anche da noi: "Da marzo, 47 miliardi di euro in titoli a medio e lungo termine sono svaniti oltre frontiera. In realtà, nelle ultime settimane, la situazione si è stabilizzata e il deflusso dei capitali, notano gli analisti della banca svizzera, è molto rallentato, mentre si avvitava la crisi spagnola". Bene, la principale destinazione non sono i paradisi fiscali, ma la Germania. "Dallo scorso autunno la Bundesbank ha accumulato un enorme attivo, a cui fanno da contraltare il boom dei passivi contabili della Banca di Spagna e di quella dI'Italia".
Seguono le cifre dei rapporti fra le banche dei singoli paesi, con la conferma che "i capitali fuggono dall'Italia e dalla Spagna verso la Germania e lì si fermano, senza più tornare indietro, sotto forma di prestiti bancari". Le banche italiane hanno 281 miliardi di prestiti e 12 miliardi di depositi presso la Bce. Le banche tedesche hanno preso 80 miliardi di prestiti e hanno accumulato 275 miliardi in deposito.
Ecco il risucchio dei soldi da Nord a Sud. Ecco che succede nei forzieri delle banche mentre la Merkel dice di no a tutto. A questo punto bisognerebbe saperne cogliere le conseguenze politiche. O almeno farsi qualche domanda. I tagli al bilancio pubblico e l'imposizione di sempre nuove tasse sono per caso uno stimolo alla fuga dei capitali? E i vari Draghi e Rigor Montis, insieme alle parole d'ordine come "spread", "sobrietà" e "spending review", sono per caso quelli che ti tengono fermo o ti distraggono mentre operano i manolesta?
Se il punto vero è questo, ovvero il risucchio della ricchezza di intere nazioni, non meritava di essere nascosta in un trafiletto nelle pagine economiche questa notizia: "Nel primo semestre del 2012 gli italiani hanno comprato più case all'estero che in Italia" (Corriere, p. 27). A fine anno, gli italiani che avranno preso casa oltrefrontiera saranno 40 mila. Sempre in testa Londra, pur costosa, per le migliori condizioni fiscali.
In attesa dell'agguato finale di agosto, titoloni sulla Spagna, in modo da preparare il campo a nuovi "sacrifici". La Repubblica degli Illuminati sempre in prima linea nella nobile semina: "Spagna nell'abisso. ‘Finiti i soldi, siamo al crac" (p.1). "Schauble: a rischio altri Paesi. Grilli: noi con le carte in regola" (p. 3).
Sarà, ma intanto abbiamo altro di cui vantarsi: "Tasse, l'Italia prima al mondo. Pressione al 55%. La Confcommercio: battiamo il Nord Europa" (Stampa, p. 1). Protesta a tutta prima perfino il Messaggero di Calta-riccone: "In Italia il record di tasse". Ancora terrorismo dal Giornale: "L'ultimo regalo della Merkel: è in arrivo una patrimoniale. L'ipotesi tedesca per i Paesi con debito alto è un prelievo forzoso sopra i 250 mila euro" (p. 29).
...
Colin Ward e Critical Mass
Fonte: http://www.dagospia.com/
Link: dagospia Fonte

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