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martedì 9 novembre 2010

HONDURAS: PLAN MÉRIDA E IL RITORNO DI ZELAYA

Mentre in Argentina si piange la scomparsa di Nestor Kirchner e in Brasile si festeggia la vittoria di Dilma Rousseff, gli Stati Uniti di Barack Obama rafforzano la loro presenza in Centro America.

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Il Ministro della Sicurezza dello Stato dell’Honduras, Oscar Álvarez, ha da pochi giorni annunciato la concretizzazione di un nuovo “Plan Colombia” per il suo Paese. Annuncio che incalza i passi intrapresi dal Segretario di Stato USA, Hillary Clinton, che già agli inizi di settembre aveva fermamente sottolineato la necessità di un Plan Colombia 2 per Messico e America centrale, il cui scopo primario è riconducibile alla lotta al narcotraffico.
A prova di tale parallelismo, la presenza di David Johnson, Sottosegretario di Stato per la Lotta al Narcotraffico degli Stati Uniti, in visita in Honduras con il compito specifico di costituire un gruppo di lavoro in grado di avviare l’Iniziativa di Sicurezza Regionale dell’America Centrale (CARSI), meglio nota con il nome di “Plan Mérida”.
Secondo Oscar Álvarez, un programma in stile Plan Colombia, permetterà alla regione di ostacolare i crimini che affliggono il Centro America, come il riciclaggio di denaro, il terrorismo, il traffico di essere umani e soprattutto l’immancabile narcotraffico.Brevissimamente, ricordiamo che il Plan Colombia, concepito nel 1999, rappresenta un accordo bilaterale stipulato fra il governo colombiano e quello dell’allora Presidente Bill Clinton, i cui obiettivi principali si identificavano con una rivitalizzazione sociale ed economica della Colombia, in modo da porre fine al conflitto armato che ancora oggi è in corso all’interno del Paese. In particolare, Washington aveva prefissato come fulcro del programma, la prevenzione al flusso di droga verso gli Stati Uniti e la promozione di pace e sviluppo economico in grado di contribuire alla sicurezza della regione.
L’aspetto interessante è che dopo oltre 10 anni, con tutti i mezzi tecnologici, militari ed economici a disposizione, non si sia ancora giunti ad una conclusione reale, né riguardo la questione del commercio di droga, né per quel che concerne lo smantellamento dei gruppi armati che tutt’ora sopravvivono in Colombia.
Risulta strano, dunque, in un paese quale l’Honduras, che il Dipartimento di Stato USA si concentri tanto sul fattore droga, dimenticando problemi come l’incremento costante del tasso di violenza o la quasi totale assenza di governance. Basti pensare che un rapporto del “Comisionado de los Derechos Humanos en Honduras” (CONADEH) emesso il 19 ottobre scorso, segnali come l’Honduras sia attualmente lo Stato con la percentuale di omicidi più elevata al mondo (circa 286 morti assassinati al mese), numeri in costante aumento dopo il golpe avvenuto ai danni di Manuel Zelaya.
Un Plan Colombia 2 sarebbe, quindi, un vero e proprio disastro per il Paese centroamericano, visto i risultati ottenuti fin ora in Colombia.
Non manca però qualche buona notizia.
L’ex Presidente Zelaya è stato infatti da poco nominato come deputato del “Parlamento Centroamericano” (PARLACEN).
Betty Matamoros, coordinatrice della Commissione Internazionale del “Fronte Nazionale di Resistenza Popolare” (FNRP), ha affermato come “ciò non rappresenta solamente un riconoscimento politico del suo status di Presidente, ma spiana la strada per un suo possibile ritorno nel paese”.
Attualmente, la Corte Suprema di Giustizia e il Pubblico Ministero dell’Honduras mantengono, in corso, ancora diverse cause contro Zelaya, che comunque con la nuova carica godrà dell’immunità parlamentare, in base all’art. 27 del Trattato Costitutivo del PARLACEN.
Dichiarazioni positive anche da parte del Presidente del Nicaragua, Daniel Ortega, che ha comunicato come la nomina di Zelaya possa essere considerata l’inizio di un processo che porti al ristabilimento dell’ordine democratico in Honduras, riprendendo il percorso di unità e integrazione centroamericana, venuto meno in seguito al Colpo di Stato.
In conclusione, se da una parte il Governo di Porfirio Lobo continua a stringere alleanze con la Casa Bianca, a sua volta interessata a riottenere il controllo dell’America Centrale per poter tentare in maniera più decisa, la destabilizzazione dei più forti vicini, appartenenti all’ALBA (Alleanza Bolivariana per i Popoli di Nostra America); dall’altra parte il FNRP punta al rientro del ex presidente Zelaya e alla reintegrazione del precedente sistema democratico, cercando il sostegno della stessa regione centroamericana, unica vera risorsa in grado di contrastare le ambizioni di Washington e quelle meramente economiche e di potere dell’attuale governo di Tegucigalpa.
Di certo si prospettano nuovi scontri e nuovi tentativi destabilizzatori da parte degli Stati Uniti e dei suoi alleati all’interno della regione, tuttavia, le nuove vittorie elettorali, sia da parte di Chávez in Venezuela, che da parte della Rousseff in Brasile, potranno sicuramente influire significativamente sugli eventi futuri.
Vedere anche:
“Honduras: presente e futuro”
*Stefano Pistore (Università dell’Aquila, Contribuisce frequentemente al sito di “Eurasia”)

mercoledì 12 maggio 2010

PADRE ANDRES TAMAYO

Padre Andres Tamayo è stato costretto ad abbandonare l'Honduras il 28 novembre dello scorso anno. “Dopo 26 anni di vita e lavoro nel Paese, sono stato costretto a fuggire in El Salvador con un 'salva condotto', perché il regime avrebbe voluto catturarmi e processarmi”, racconta.

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Father Tamayo with his parishioners in Salamá, Olancho, Honduras. Photo courtesy of Christian Lazen Bernardt
Photo credit to http://www.goldmanprize.org/slideshow/user/28/253

Il “regime” di cui parla è il governo de facto guidato da Roberto Micheletti, che nel giugno dello scorso anno ha rovesciato il presidente Manuel “Mel” Zeleya e trasformato la Repubblica di Honduras in una dittatura. Per le oligarchie legate a Micheletti, Andres Tamayo, nato in El Salvador, sacerdote, leader ecologista del Movimento ambientalista del Olancho (Mao), già premio Nobel alternativo per l'ambiente, è persona “non gradita”. E nemmeno Porfirio “Pepe” Lobo, il presidente della Repubblica che lo ha sostituito nel gennaio del 2010, lo ha fatto rientrare nel Paese: “Intorno alla mia situazione, il Frente Nacional contra el Golpe de Estado ha costruito una vera e propria campagna -racconta Tamayo-. Durante la manifestazioni del 1° maggio, 500mila persone nelle strade honduregne hanno fatto sentire il proprio grido affinché io e 'Mel' potessimo tornare nel Paese”.
Sarebbero due passi verso la democrazia, anche se sulla situazione nel Paese centroamericano, dopo le elezioni finto-democratiche indette a fine novembre 2009 dal dittatore Micheletti, è calato il silenzio dei media. “Sono in Italia, più di ogni altra cosa, per far conoscere la realtà e le problematiche che vive l'Honduras, perché non se ne sa molto. Non esiste la volontà di informare”.
Il 25 aprile scorso Tamayo è stato premiato, presso il Centro “Ernesto Balducci” di Zugliano (Udine) con il riconoscimento internazionale “Honor et Dignitas” dedicato alla memoria di padre Ernesto Balducci. Premiato, da una commissione internazionale, per l'“impegno infaticabile e rischioso per la giustizia, i diritti umani, la pace, la salvaguardia dell’ambiente vitale”. Premiato, si legge nella motivazione “come rappresentante di rilievo del Frente Nacional de Resistencia Popular de Honduras in quanto realtà di resistenza, di disobbedienza civile, di lotta non violenta di fronte al regime che si è istallato con la forza delle armi per garantire, con la violenza e la repressione, un sistema di privilegi fondato sull’ingiustizia e il furto ai poveri”.
Che valore hanno le elezioni indette dal regime guidato da Micheletti? 
“L'obiettivo, con queste presidenziali, pianificate dall'estrema destra Usa, è togliere importanza alla legittima richiesta della società civile, quella di 'restituire' alle sue funzioni il presidente legittimo del Paese, 'Mel' Zelaya. I mezzi di comunicazione, venduti al potere, come la Cnn, nascondono la verità. La popolazione, in Europa come negli Usa, non sa la ciò che sta accadendo. Nessuno ha diffuso il risultato delle inchieste sullo stato dei diritti umani in Honduras fatte dall'Onu, dall'Organizzazione degli Stati americani, dal Tribunale internazionale per i diritti umani, dalla Federazione internazionale dei diritti umani.
Adesso il governo di Lobo ha nominato una 'Commissione della verità', ma i risultati del lavoro di questa commissione -per statuto- non potranno essere resi pubblici prima di 10 anni, e in ogni caso non avranno valore legale. È un'ulteriore violazione ai nostri diritti, e dimostra che non c'è la volontà di risolverà i problemi. Vogliono annichilire la richiesta di giustizia che arriva dal popolo. È un grido, il mio: c'è panico nel Paese, terrore. I bambini hanno paura. Gli adulti, quando escono dalle proprie case, non sanno se torneranno. Molte madri e padri sono stati assassinati davanti ai figli, molti maestri davanti ai propri alunni. Centinaia di persone sono state sequestrate, oltre 2mila torturate. Tra questi ci sono leader sindacali, contadini, studenti. E, mentre accade tutto questo, non possiamo andare a protestare davanti a nessuna istanza. Il potere 'legale' ha fatto blocco con la destra al governo".
Porfirio Lobo sarà presente all'incontro biennale dei presidenti dell'Unione Europea e dell'America Latina, in programma a Madrid il 17 e 18 maggio. Sembra sia stato invitato da Zapatero, anche se il governo spagnolo aveva promesso il contrario. “L'Ue (che con il Centro America sta negoziando un accordo di libero scambio, ndr) sta giocando una partita per appropriarsi delle ricchezze dell'Honduras. Pertanto, cerca il modo di 'accettare' Lobo come presidente, per i propri interessi. Bruxelles vuole appropriarsi del Corridoio biologico mesoamericano, dei diritti sul territorio con le sue risorse naturali. L'Unione Europea non ha reso pubbliche denunce sulle violazioni dei diritti umani in Honduras. Resta in silenzio, complice dell'anarchia che esiste in Honduras”. A quasi un anno dal colpo di Stato, a 5 mesi dal “ritorno alla democrazia”, qual'è la situazione in Honduras? “Il Paese è militarizzato. I movimenti non possono reclamare, l'esercito ha il predominio assoluto sul territorio. Prima, realizzavamo blocchi delle strade e dei prodotti, oggi non ce lo possiamo permettere. Gli omicidi degli oppositori sono all'ordine del giorno, ci sono paramilitari, squadroni della morte. I sicari assassinano ogni leader che manifesti contro lo sfruttamento illegale e indiscriminato delle risorse naturali del Paese”. A far le spese del clima di terrore, negli ultimi mesi, anche numerosi giornalisti. A metà maggio, Tamayo sarà in Umbria, alla Marcia della pace Perugia-Assisi. “Il messaggio che voglio portare, è che la pace non può poggiarsi sulla menzogna, sulla guerra, sui governi manipolati, sulla forza degli eserciti; che la pace non può poggiarsi sulla repressione, ma sulla verità, sulla giustizia e sul rispetto dei diritti umani”.
Luca Martinelli

giovedì 18 marzo 2010

TRE GIORNALISTI ASSASSINATI IN 15 GIORNI IN HONDURAS

Nahùn Palacios era direttore di una televisione locale e si era schierato contro il golpe dell'anno scorso. Contro di lui 41 colpi di pistola
In Honduras è mattanza di giornalisti contrari al golpe che nel giugno 2009 ha destituito il presidente legittimo Manuel Zelaya. Domenica 14 marzo, secondo quanto riporta l'agenzia latinoamericana Pulsar, è toccato a Nahùn Palacios, assassinato nelle immediate vicinanze della sua casa nella città di Tocoa, quando due vetture si sono messe davanti alla sua auto e gli hanno riversato addosso 41 colpi d'arma da fuoco.
Con Palacios perde la vita il terzo giornalista e membro della resistenza honduregna anti golpe dall'inizio di marzo: la stessa sorte è toccata nei giorni precedenti a David Meza e Joseph Ochoa. L'uomo era direttore dell'emittente Canale 5 del Aguàn. Il Comitato per la libertà di espressione, ong attiva nel paese, aveva già denunciato le minacce telefoniche e fisiche che Palacios e la sua famiglia avevano ricevuto negli ultimi mesi.
La Cidh, Commisione interamericana per i diritti umani, aveva richiesto allo Stato honduregno che il gironalista venisse messo sotto scorta, ma l'appello era caduto nel vuoto.
Fonte

giovedì 4 marzo 2010

HONDURAS, COME RIDIPINGERE UN GOLPE

TRANSIZIONE ANTIDEMOCRATICA

Le elezioni del 29 novembre, volute dalle autorità golpiste che hanno deposto, il 28 giugno 2009, il presidente Manuel Zelaya, si sono svolte al di fuori del quadro costituzionale e hanno portato al potere Porfirio Lobo, candidato del Partito nazionale. Il giorno dopo, ignorando la violenta repressione scatenata contro l'opposizione, gli Stati uniti si sono affrettati a riconoscere la validità della consultazione elettorale.

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I poliziotti raccolgono le croci nere, abbandonate a terra dai manifestanti terrorizzati. Ognuna porta il nome di un morto, ucciso durante le dimostrazioni organizzate contro il colpo di stato (golpe) che, il 28 giugno, ha deposto il presidente Manuel Zelaya. Qualche minuto prima, in questo 29 novembre, giorno dell'elezione presidenziale, la folla avanzava pacificamente fino al centro di San Pedro Sula, seconda città del paese. La presenza della stampa internazionale non ha impedito affatto la dispersione violenta della manifestazione.
I poliziotti hanno arrestato quarantasei persone, picchiato tutti quelli che cadevano a portata dei manganelli e distrutto le croci, diventate il simbolo del Fronte di resistenza contro il colpo di stato (Frcg). Una scena tutt'altro che inedita. Alla vigilia dell'elezione, il bilancio della repressione era di trenta morti, quattromiladuecento arresti e un numero incalcolabile di feriti. Da allora, una trentina di militanti del Frcg sarebbero stati uccisi nel quadro di una «ondata di terrore pianificato», secondo il Comitato per la difesa di diritti umani (Codeh) (1). A questo si aggiungono le numerose testimonianze di donne violentate, di dirigenti sistematicamente minacciati di morte e di una popolazione terrorizzata dalla violenza dei militari.

La repressione ha avuto la meglio sulle grandi manifestazioni che hanno paralizzato il paese per cinque mesi. «Per il momento, non è più il caso di manifestare per le strade perché è pericoloso - spiega Rafael Alegria, rappresentante di Vía Campesina in Honduras. Siamo entrati in una nuova fase della lotta». Questa nuova tappa è cominciata con l'elezione presidenziale, che avrebbe dovuto mettere fine alla crisi politica. La consultazione elettorale, vinta da Porfirio Lobo, del Partito nazionale, con il 56% dei suffragi, è stata organizzata dalle autorità illegittime, senza il reintegro preliminare del presidente Zelaya, previsto dall'accordo di Tegucigalpa-San José, firmato il 30 ottobre, sotto l'egida del sottosegretario di stato americano per l'emisfero occidentale (America latina), Thomas Shannon.
La campagna elettorale si è svolta mentre, da ottobre, due decreti proibivano ai cittadini «di partecipare a una riunione pubblica» e ai media «di incitare all'anarchia sociale». Non avendo ottenuto il ripristino dell'ordine costituzionale, piuttosto che ricorrere a una prova di forza, l'Frcg ha organizzato il boicottaggio delle urne e il «coprifuoco popolare». «Abbiamo scelto la ragionevolezza. Manifestare quel giorno, con trentamila uomini armati che pattugliavano dappertutto, sarebbe stata una follia», afferma Juan Barahona, uno dei coordinatori del Fronte. È per questo che i rappresentanti della stampa internazionale hanno potuto scrivere che la resistenza si era calmata e che ormai rappresentava solo una piccola fetta della popolazione. «Il Fronte non si è affatto ammansito - spiega Gustavo Irias, analista politico al Centro studi per la democrazia. Calcoliamo che almeno la metà della popolazione faccia parte della resistenza. Zelaya era un presidente popolare, non fosse che per aver raddoppiato il salario minimo. D'altra parte, i metodi delle autorità de facto hanno enormemente colpito la popolazione».
L'analisi dell'Frcg è basata sul numero di organizzazioni che compongono il Fronte: sindacati, femministe, ecologisti, studenti, raggruppamenti indigeni e contadini, ecc. Il movimento ha, in un certo senso, beneficiato di quel che viene definito in Honduras «l'effetto Mitch». Dopo il devastante uragano chiamato Mitch, nel 1998, le organizzazioni popolari hanno dovuto prendere il posto delle autorità e mettere in atto la ricostruzione. Hanno così potuto contare su risorse inedite e, da allora, hanno un peso reale nella società, anche se la loro rappresentanza politica continua a essere inesistente. Il colpo di stato ha costituito il detonatore di un movimento nazionale composto attualmente da una federazione di organizzazioni popolari.
«Ma la grande sorpresa è stata la forte partecipazione dei più poveri - racconta la sociologa Maria-Elena Mendéz. In particolare di tutti quelli che vivono dell'economia informale, gli ambulanti, i piccoli artigiani, le madri di famiglia». Stessa analisi, quella di Gilda Rivera, direttrice del Centro dei diritti della donna (Cdm): «Dal 28 giugno, il movimento ha continuato a crescere. È un'onda che diventerà una vera e propria forza d'opposizione al governo».
Privo di un vero e proprio programma politico, per ora l'Frcg si organizza intorno a qualche punto chiave. La parola d'ordine resta la contestazione dell'elezione presidenziale e, in particolare, del tasso di partecipazione del 61% annunciato dal Tribunale elettorale supremo la sera dei risultati. Una percentuale che ha infatti consentito alle autorità golpiste di far valere una «massiccia participazione» e di domandare immediatamente il riconoscimento di Lobo come nuovo capo di stato.

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Prudente, la «comunità internazionale», che non ha inviato osservatori, non ha avallato questo risultato (hanno fatto eccezione gli Stati uniti e i loro alleati regionali più stretti, Colombia, Perù e Panama): un risultato superiore di dieci punti all'elezione presidenziale del 2006. Infatti, lo spoglio delle schede ha riservato qualche sorpresa, come ha dimostrato il giornalista americano Jesse Freeston, della rete americana The Real News (2). Dopo essersi introdotto nella sala del conteggio voti del Tribunale elettorale, Freeston ha filmato i risultati che comparivano sullo schermo: 49% di partecipanti. Nello stesso momento, il presidente del Tribunale, annunciava 61%, «una cifra che ha inventato da sé», secondo il giornalista, che ha intervistato diversi membri dell'istituzione.
Finanziata da Washington attraverso la Fondazione nazionale per la democrazia (Ned in inglese), Hagamos Democracía effettua dal canto suo un rapido conteggio e annuncia un tasso di partecipazione del 47%. Dieci giorni dopo l'elezione, il Tribunale dovrà riconoscere che i partecipanti hanno costituito il 49%. Quanto ai sostenitori di Zelaya, in base ai conteggi effettuati davanti a mille e quattrocento seggi, calcolano una partecipazione del 25%. «Non sapremo mai la verità perché le schede sono nelle mani delle autorità che hanno già manipolato i risultati - afferma Laura Carlsen, direttrice del programma Americas Policy Program del Center for International Policy (3). Ma la comunità internazionale non può convalidare un'elezione che ha dato luogo a delle violazioni dei diritti umani così gravi».
Far conoscere quegli abusi alla Corte penale internazionale (Cpi) dell'Aia è ormai il secondo asse della lotta dell'Frcg per delegittimare l'elezione a livello mondiale. «L'Honduras ha firmato il Trattato di Roma e, di conseguenza, tutti i suoi cittadini, compresi i militari, possono essere tradotti davanti alla Corte», ha ricordato il presidente Zelaya in un'intervista alla radio locale (4). La Missione internazionale di monitoraggio dei diritti dell'uomo ha, in particolare, denunciato davanti alla Corte che il principale istigatore della repressione altri non è che Billy Joya, responsabile della scomparsa di un centinaio di militanti negli anni '80 (5). A lungo ricercato e poi processato in Honduras per la scomparsa di sedici militanti, è stato nominato «consigliere speciale per la sicurezza» del governo golpista di Roberto Micheletti. «La resistenza è in una posizione di grande vulnerabilità. Le autorità de facto fanno il lavoro sporco per il prossimo governo eliminando l'opposizione. Il venir meno dell'attenzione internazionale verso il paese, è un vero pericolo per i dirigenti del movimento», aggiunge Carlsen, che in Honduras ha subito un'aggressione per aver criticato le elezioni alla Televisione Al Jazeera.
Già poco seguito dalla stampa straniera, il movimento di resistenza è stato anche oscurato da quella honduregna. Essendo l'accesso a internet poco sviluppato e i media controllati dai gruppi economici favorevoli al colpo di stato, il governo doveva solo bloccarne una quindicina (6) per avere il controllo dell'informazione. La mattina del golpe, i militari hanno invaso diverse installazioni per sequestrare il materiale audiovisivo, i telefoni, i computer e interrompere le comunicazioni. Anche la frequenza delle principali reti internazionali accessibili via cavo - Telesur (Venezuela), Cubavisión (Cuba), Guatevisión (Guatemala), Teletica (Costa-Rica) et Cnn in spagnolo (Stati uniti) - è stata oscurata. Durante la campagna elettorale, la rete televisiva Canal 36 non ha avuto il permesso di trasmettere. Le autorità, con il sostegno della Chiesa cattolica, hanno imposto la trasmissione di... film erotici, al posto dei previsti programmi d'informazione.
Il direttore del canale televisivo, Esdras Amado López, è visibilmente stremato. Mostra il grafico della sua frequenza, costantemente disturbato dalle interferenze satellitari che limitano la trasmissione solo alla capitale. «E poi - dice - se il tenore delle trasmissioni diventa troppo critico, ecco che lo schermo diventa di nuovo nero, spesso per qualche minuto. È una continua guerra dei nervi». La scelta della censura sembra casuale: talvolta, a essere preso di mira è un reportage sulla missione di d'Amnesty international, tal'altra il commento in diretta di un telespettatore oppure l'annuncio di una manifestazione da parte di un giornalista. L'osservazione di questi comportamenti non lascia dubbi sulla strategia delle autorità: le organizzazioni di difesa della stampa hanno contato «otto media che sono stati chiusi, eventi ai quali è stato impedito di operare; trenta feriti, quattordici detenuti e un morto fra i giornalisti (7)». Come molti dei suoi colleghi, Amado López non ama parlare delle minacce di morte che riceve. Ma, alla vigilia, ha raccontato alla televisione che degli sconosciuti con il passamontagna avevano mitragliato la casa di sua madre.
La paura e la tensione sono palpabili. Pensare al futuro è difficile per i militanti preoccupati soprattutto per la presenza dei militari davanti alla porta di casa. «Lottare è sempre stato rischioso in questo paese, ricorda il sindacalista Carlos Reyes. Ma il golpe ha solo rafforzato le nostre aspirazioni democratiche».
L'alibi del colpo di stato - l'organizzazione, da parte del presidente Zelaya, di una consultazione popolare su una possibile riforma della costituzione promulgata nel 1982, sotto la presidenza di Suazo Cordova, e mentre i militari esercitavano il potere reale - è diventato invece lo stendardo del Fronte (8). «La Costituente era una rivendicazione già prima del colpo di stato, ma oggi è una necessità. Questa crisi ha messo in evidenza un sistema politico che rifiuta di condividere il potere», afferma Juan Almendares, ex- rettore dell'università di Tegucigalpa.
Se l'unità su questo punto è stata raggiunta, non si può dire altrettanto per quanto riguarda le modalità operative del movimento di resistenza.
Si deve trasformare in partito politico e guadagnarsi nell'urna la rappresentatività? Considerata di sinistra, l'Unione democratica (Ud) propende per questa opzione: «Il nostro partito esiste, noi lo mettiamo a disposizione del Fronte», insiste il deputato Marvín Ponce. L'Ud, però, ha perso una parte della sua base partecipando all'elezione presidenziale - dunque legittimandola. E nemmeno pare percorribile l'ipotesi di rifondare il partito del presidente Zelaya, il Partito liberale. «Questo partito è anche quello di Roberto Micheletti, dobbiamo uscirne subito», ritiene Nelson Avila, l'ex consigliere economico di Zelaya.
Il principale timore, nel campo della resistenza, è a ragione quello di doversi uniformare al gioco politico honduregno. «I partiti politici hanno una reputazione così cattiva che le persone li collegano automaticamente alla corruzione - rileva Alegria. Questo movimento che si batte per la democrazia deve inventare altre cose».
Durante una delle assemblee del Fronte nazionale di resistenza popolare (nuovo nome del Frcg), le rivendicazioni già esplodono. Sono presenti sia il Comitato delle donne delle maquiladoras (fabbriche di subappalto) che la Centrale generale dei lavoratori (Cgt), due organizzazioni che si sono scontrate sulla riforma del codice del lavoro intrapresa sotto la presidenza di Zelaya. Le donne volevano misure specifiche per la salute nelle maquiladoras, la Cgt preferiva insistere sui salari. Oggi che le donne si dicono pronte a lottare per una Costituente a fianco dei sindacati maggioritari se le loro rivendicazioni verranno accolte, una si alza e prende la parola: «L'esercizio della democrazia deve cominciare qui, nei nostri quartieri, nelle famiglie. Dato che scorrerà ancora sangue, che almeno sia versato per una Costituente che non escluda nessuno!».

note:
* Giornalista.
(1) Le Courrier, Ginevra, 16 dicembre 2009.
(2) Jesse Freeston, « Honduran elections exposed » ; http://therealnews.com
(3) http://www.americaspolicy.org
(4) Una richiesta simile ha poche probabilità di essere accolta, perché la Cpi ha competenza per i crimini più gravi di portata internazionale, come il genocidio, i crimini contro l'umanità e i crimini di guerra.
(5) Misión internacional de observación sobre la situación de los derechos humanos en Honduras, «Gobierno de facto viola derechos humanos en Honduras», Washington, 7 agosto 2009.
(6) Le televisioni Canal 36, Canal 11, Canal 8 de Juticalpa et Canal 6 ; le radio Globo, Cadena Voces , Progreso, America, Gualcho e Libertad; i giornali El Libertador e Diario Tiempo; l'agenzia Prensa latina.
(7) «Primer informe: Estado de la situación de la libertad de expresión en Honduras en el contexto de la ruptura del orden constitucional», Comité por la libre expresión et Fundación Democracia sin Fronteras, Tegucigalpa, novembre 2009.
(8) Si veda, sul sito di Le Monde diplomatique: «Retour des gorilles au Honduras» (1° luglio 2009). (Traduzione di E. G.)

Traduzione da http://www.monde-diplomatique.it/LeMonde-archivio/Gennaio-2010/pagina.php?cosa=1001lm14.01.html

Fonte

domenica 20 dicembre 2009

HONDURAS - SPARIZIONI ED ESECUZIONI SOMMARIE

ONDATA REPRESSIVA CONTRO LA RESISTENZA

CODEH denuncia strategia del terrore per frenare la creazione di un'alternativa politica e sociale nel paese

di Giorgio Trucchi

Perquisizioni e detenzioni illegali, sparizioni e esecuzioni sommarie hanno caratterizzato le ultime settimane in Honduras.

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Walter Trochez, 27 anni, attivista per i diritti gay e pro-attivista Zelaya, è stato ucciso nella notte di Domenica nella capitale, Tegucigalpa, da uomini non identificati

Le varie organizzazioni che operano nel settore della difesa dei diritti umani hanno classificato questi eventi come una vera e propria offensiva contro la strategia di rafforzamento organizzativo del Fronte nazionale di resistenza popolare, Fnrp, e del suo tentativo in atto di aprire un percorso che conduca alla formazione di una forza politica e sociale capace di trasformarsi in un'alternativa ai partiti tradizionali golpisti e di incamminarsi verso l'installazione di una Assemblea Nazionale Costituente.
Dopo le discusse elezioni dello scorso 29 novembre e la vittoria del candidato del Partito Nazionale, Porfirio "Pepe" Lobo Sosa, in mezzo ad una significativa astensione che ha toccato il 60 per cento, in Honduras si è scatenata un'ondata repressiva contro i membri attivi della Resistenza, intensificando quella che è stata una costante durante tutto il periodo di rottura costituzionale originata dal colpo di Stato del 28 giugno 2009.
Il 14 di dicembre è stato assassinato Walter Tróchez, difensore dei diritti umani della comunità LGBT. Gli hanno sparato da un'auto nel centro di Tegucigalpa dopo che alcuni giorni prima era stato sequestrato, brutalmente picchiato ed era riuscito a salvarsi lanciandosi dal veicolo condotto da uomini che l'avevano accusato di formare parte del Fronte nazionale contro il colpo di Stato.
Il 6 dicembre, cinque giovani, tutti membri attivi della Resistenza, sono stati assassinati a sangue freddo nella Colonia Villanueva, nella parte orientale della capitale honduregna, mentre un giorno prima uomini armati avevano fatto irruzione negli uffici del giornale El Libertador, minacciando il personale che negli ultimi cinque mesi ha lavorato arduamente per denunciare il colpo di Stato e portandosi via computer e macchine fotografiche.
L'8 dicembre sono stati liberati quattro dei cinque attivisti della Resistenza che erano stati sequestrati alcuni giorni prima. Il quinto, Santos Corrales García, è invece stato brutalmente assassinato ed il suo corpo decapitato è stato trovato a 50 km all'est della capitale.
"I giorni 4 e 5 di dicembre, un gruppo di cinque persone con passamontagna ed uniformi della Direzione Nazionale di Investigazione Criminale (DNIC), con fucili Galil e pistole 9 mm, armamento ufficiale della Polizia, hanno fermato il signor Santos Corrales García e quattro persone nella colonia Nueva Capital a Tegucigalpa - ha raccontato il direttore del Comitato per la difesa dei diritti umani in Honduras, Codeh, Andrés Pavón -.
Gli hanno messo un cappuccio in testa in modo da non potere identificare il posto verso cui si dirigevano in macchina, molto probabilmente un luogo di detenzione illegale. Sono stati torturati affinché fornissero informazioni sui leader della Resistenza nella colonia in cui vivono, insistendo soprattutto per sapere il recapito della signora Ada Marina Castillo, anch'essa membro della Resistenza.
Ci troviamo di fronte ad una vera e propria strategia del terrore - ha continuato Pavón - e ad un piano per fermare il processo organizzativo della Resistenza prima dell'installazione di Lobo alla Presidenza il prossimo 27 gennaio. È un piano che s'intensificherà nelle prossime settimane e stiamo già assistendo a una continua persecuzione della polizia e dell'esercito contro i giovani dei quartieri popolari della capitale, mentre i leader della Resistenza a livello nazionale continuano a non poter condurre una vita normale per paura di ciò che gli può capitare in qualsiasi momento".
Per il direttore del Codeh l'ondata repressiva ha l'obiettivo di decapitare il movimento di resistenza, affinché il nuovo governo sorto da un processo elettorale irregolare ed illegittimo non debba scontrarsi con un movimento di resistenza organicamente attivo.
"Il Codeh e la Piattaforma delle varie organizzazioni dei diritti umani stanno chiedendo l'intervento della Commissione interamericana dei diritti umani, Cidh, affinché implementi il meccanismo delle misure cautelari a beneficio delle persone la cui vita è costantemente in pericolo.

Stiamo inoltre denunciando ciò che accade agli organi dei diritti umani della Onu ed al Pubblico ministero della Corte Penale Internazionale (CPI), affinché si inizi un processo contro i responsabili di questi crimini. Sappiamo - ha spiegato Pavón - che l'Accordo Tegucigalpa-San José prevede la creazione nei prossimi mesi di una Commissione della Verità. Tuttavia, crediamo che non ci siano le condizioni minime per installarla, dato che nel paese non esistono ancora le garanzie proprie di uno Stato di diritto e ancora meno esiste la fiducia nell'affidabilità degli organismi di giustizia. Non ci può essere una Commissione della Verità mentre le forze repressive torturano, sequestrano ed uccidono in totale impunità, all'interno di uno stato di completa barbarie". Organismi internazionali seguono da vicino il caso Honduras Lo scorso mese di settembre, l'Associazione pro diritti umani della Spagna, Apdhe e la Federazione internazionale dei diritti umani, Fidh, hanno presentato una richiesta alla CPI affinché inizi un'indagine per determinare la responsabilità penale di chi ha commesso gravi violazioni ai diritti umani all'interno delle vicende occorse durante il colpo di Stato in Honduras, mentre l'Osservatorio internazionale sulla situazione dei diritti umani in Honduras, Oisdhhn, ha lanciato un appello urgente alla comunità internazionale affinché si mantenga vigile di fronte alle gravi violazioni ai diritti umani nel paese. Amnesty International ha invece chiesto di aprire un'indagine seria, approfondita ed indipendente che garantisca che tutti i responsabili degli abusi ai diritti umani siano portati di fronte alla giustizia. In un documento reso pubblico durante una conferenza stampa in Honduras, la delegazione di questa istanza internazionale ha chiesto di "revocare tutta la legislazione, decreti ed ordini esecutivi emessi dalle autorità di fatto che colpiscono direttamente o indirettamente i diritti umani, assicurare che le Forze Armate tornino nelle caserme e che cessi il loro sostegno alle operazioni della Polizia, e che tutti i membri delle forze di sicurezza rendano conto degli abusi ai diritti umani commessi tra il 28 giugno e la fine di novembre 2009", cita il documento. "È importante - ha concluso il direttore del Codeh - che continui e s'intensifichi la solidarietà con il popolo honduregno e anche l'osservazione su ciò che accade nel paese, soprattutto in questo momento in cui si sta incrementando la persecuzione di tipo selettivo".

Testo Giorgio Trucchi - Lista Informativa "Nicaragua y más" di Associazione Italia-Nicaragua

Fonte

lunedì 30 novembre 2009

ELEZIONI IN SUDAMERICA

In Uruguay, il nuovo presidente della Repubblica è risultato essere Josè Pepe Mujica, l’ex guerrigliero Tupamaro, per 13 anni prigioniero della dittatura. La percentuale di votanti si è attestata tra il 90 e il 92%, come sempre una delle più alte al mondo e tutto si è realizzato con estrema normalità.

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Il neo presidente Mujica, ha ottenuto il 51,9% dei voti, e lo sfidante conservatore, Luis Alberto “Cuqui” Lacalle il 42.9% .Mujica si è appellato da subito all'unità nazionale, dichiarando che "in queste elezioni non ci sono stati né vinti né vincitori". L'ex guerrigliero ha inoltre ribadito di voler proseguire la linea pragmatica e moderata perseguita dall'attuale governo, guidato da Vazquez.

Sotto una pioggia battente, decina di migliaia di sostenitori del Frente Amplio si sono riuniti sulla "rambla", il lungomare che affaccia Montevideo alle acque del Rio della Plata per festeggiare l'annunciata vittoria del 'Pepe', 74 anni.

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“Mujica, nonostante la militanza politica di più di mezzo secolo, è un venditore di fiori recisi nei mercati rionali. E’ uno che quando è diventato deputato per la prima volta e fino a che non ha avuto responsabilità di governo ha accettato dallo Stato solo il salario minimo di un operaio e, siccome questo non è sufficiente per vivere, ha continuato a vendere fiori nei mercati rionali. Per campare. Indecoroso per un parlamentare, ma solo così, solo dal basso, oggi Mujica può permettersi a testa alta di rappresentare il popolo e proporre a questo “un governo onesto”.

Mujica è stato chiarissimo: il primo valore della sua presidenza sarà il mettere l’uguaglianza tra i cittadini al primo posto e il primo ringraziamento è andato oltre che al popolo orientale "ai fratelli latinoamericani, ai dirigenti politici che li stanno rappresentando e che rappresentano le speranze finora frustrate di un continente che tenta di unirsi con tutte le sue forze”.

Non è un medico, come Tabaré Vázquez o Salvador Allende o Ernesto Guevara, né ha un dottorato in Belgio come l’ecuadoriano Rafael Correa. Non ha studiato dai gesuiti come Fidel Castro né proviene dalla classe dirigente illuminata come Michelle Bachelet in Cile o i coniugi Kirchner in Argentina. Non è, soprattutto, un pollo di batteria, allevato per star bene in società come tanti burocratini dei partiti politici della sinistra europea, che infatti passa di sconfitta in sconfitta e di frammentazione in frammentazione mentre invece in America l’unità delle sinistre è un fatto.

Pepe il venditore di fiori recisi nei mercatini rionali è un uomo del popolo come l’operaio Lula in Brasile, come il militare di umili origini Hugo Chávez in Venezuela e come il sindacalista indigeno Evo Morales in Bolivia.”

La situazione a TeguciGolpe in Honduras è completamente diversa.

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Dalla festa della democrazia in Uruguay alla fine della democrazia in Honduras.

Le elezioni farsa

4 milioni di honduregni sono stati ieri chiamati a votare per il rinnovo del parlamento e del presidente, eletto direttamente dal popolo, e finora solamente 5 paesi hanno preannunciato che riconosceranno le elezioni come legittime indipendentemente dal risultato: gli Stati Uniti, Panama, il Perù, la Colombia e il Costa RicaCirca un milione di votanti risiedono negli Stati Uniti e quindi la posizione adottata così come l’informazione diffusa negli USA potrebbe risultare un fattore chiave per orientare l’opinione pubblica di questi emigranti.

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Il Fronte di resistenza contro il colpo di stato in Honduras aveva chiesto alla gente di non andare a votare dato che la speranza del governo de facto è che vi fosse un’affluenza di massa che potesse in qualche modo legittimare le elezioni di fronte alla scettica comunità internazione.

Le elezioni di ieri, tra golpisti e per i golpisti, che ricordano quelle in Argentina negli anni ‘60 dove al partito che avrebbe vinto non era permesso partecipare, vanno ripudiate per due motivi.

In primo luogo perché sono la forma trovata da chi manovra il dittatore di Bergamo Alta Roberto Micheletti per essere un colpo di spugna sulle almeno 4.000 documentate violazioni dei diritti umani (dai 30 ai 100 morti) negli ultimi cinque mesi e per rilegittimare il colpo di stato stesso come strumento per la risoluzione di conflitti in America.

In secondo luogo perché sono la forma trovata dalle oligarchie, dai narcotrafficanti, dagli interessi delle grandi compagnie bananiere e dal Dipartimento statunitense di far tramontare anche quella pallidissima speranza di cambiamento rappresentata da Mel Zelaya, impedire il referendum per l’assemblea costituente e assicurare che in Honduras, il secondo paese più disgraziato, dopo Haiti, nel Continente, tutto resti uguale. “

Hillary and Porfirio

“A vincere le lezioni in Honduras è stato Porfirio Lobo, che ha dominato nettamente sul candidato del Partido Nacional, Elvin Santos.
Tuttavia Manuel Zelaya, presidente deposto dal colpo di Stato del 28 giugno, ha parlato di "farsa" del risultato perchè le elezioni sarebbero avvenute in un clima di tensione. Erano 30mila, infatti, tra soldati e polizia, i militari che presidiavano Tegucigalpa e le altre città del paese centroamericano.”

Galleria fotografica delle mobiltazioni degli ultimi giorni:
http://media.cantiere.org/index.html?album=194

venerdì 6 novembre 2009

LA VOGLIA DI DEMOCRAZIA

Un popolo in piazza per quattro mesi, in città, villaggi, quartieri, bidonvilles, a dispetto delle proprie forze, della famiglia, della scuola, del lavoro, della salute, del rischio di essere ferito, sequestrato, fatto sparire, torturato, ammazzato.

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Per la libertà, anzitutto (il nome vero dell’abusata “democrazia”), per la dignità, per il pane, per i figli, per il futuro. Quattro mesi di sacrosanto amore, fitto tessuto della comunità, e di sacrosanto odio che, aldilà dei vaneggiamenti dei nonviolenti fautori del disarmo unilaterale, va a chi, per ingrassare, ci succhia il sangue. E così, dopo decine di morti, centinaia di feriti, migliaia di carcerati e desaparecidos, infinite botte, paura, terrore, repressione dell’informazione libera e resistenza, guidato da capi scaturiti dalla lotta e dalla volontà di massa resi irriducibili, il Frente de Resistencia al Golpe de Estado, ha vinto. Alla maniera di come hanno vinto i popoli di Venezuela, Bolivia, Ecuador, Nicaragua. Rendendo impraticabile la dittatura, gettando i corpi dei tantissimi giusti contro fucili, veleni e mazze, riparo dei pochissimi ingiusti. Micheletti ha firmato l’ultimo punto del comunque nefasto “Accordo di S. José” mediato in Costarica dal mezzano locale degli Usa, Oscar Arias, premio Nobel alla maniera di Obama. Accordo che sancisce il ritorno formale alla situazione istituzionale precedente il golpe del 28 giugno, cioè del ritorno alla presidenza della repubblica di Manuel Zelaya, il liberale-liberista divenuto riformatore alla bolivariana, traditore de suoi padrini oligarchici e imperialisti, impegnato a trasformare la “repubblica delle banane”, piattaforma per le incursioni genocide degli Usa in Centroamerica, in qualcosa di degno del proprio popolo.
L’accordo è stato firmato il 30 ottobre dal lumpendiktator Roberto Micheletti, dopo aver tentato di tergiversare per arrivare a elezioni da manipolare grazie al potere assoluto sull’amministrazione statale e alla disponibilità dei gorilla delle forze armate di obbedienza pentagoniana. Elezioni che avrebbero legittimato quell’operazione 28 giugno che aveva riportato l’America Latina ai fasti fascisti della kissingeriana operazione Condor: Obama esattamente come Nixon e Reagan e tutti i presidenti Usa di tutti i tempi. “L’impero è l’ìmpero”, come mi ha detto a Tegucigalpa, nella sua modesta casa, abitazione più da operaio che da segretario generale del sindacato honduregno, Carlos Reyes, protagonista del memorabile sciopero generale del 1954 che rivelò al mondo come tra banane e bananieri a stelle e strisce ci fossero anche lavoratori in lotta, indigeni vivi, un popolo degno del nome più di molti altri. Reyes è oggi, a elezioni di fine novembre garantite limpide dal restaurato Zelaya, il candidato alla presidenza della repubblica del movimento di resistenza popolare: C’è chi si illude su Obama, che s’immagina scontri tra i cattivi e i buoni a Washington. Ma così argomentando si mena solo il can per l’aia. E il cane siamo noi. L’impero è l’impero. L’impero ci ha fatto due guerre in questi mesi: una interna, di classe, utilizzando i tirapiedi locali delle Dieci Famiglie e dell’esercito gorilla, per annullare le misure sociali antiliberiste adottate da Zelaya. L’altra, esterna, contro Hugo Chavez e tutto il movimento di emancipazione latinoamericano, per il quale noi dovevamo servire da esempio e, poi, da base di lancio per il recupero, anche militare, delle posizioni perdute nel continente.

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Certo, pecore e volpi (chiedo scusa per la metafora agli animali) inneggeranno ora agli Usa, a Obama, al Dipartimento di Stato della virago Clinton, qualche femminista italiana del giro delle ginocrati tornerà a scaldarsi sull’ “angelo Hillary” (Mariuccia Ciotta) che ha inviato a Tegucigalpa il suo sottosegretario Thomas Shannon, una di quelle lenze alla Holbrooke e alla Mitchell che vanno in giro a fottere la gente con sopra il cappuccio del boia la targhetta del “mediatore”. Tutto il merito agli Usa che, dopo quattro mesi, hanno costretto il Goriletti – Pinochetti ad abbassare il pennacchio mussoliniano. Cosa che avrebbero potuto fare con una telefonata al proconsole coloniale il pomeriggio stesso della defenestrazione manumilitari di uno Zelaya in pigiama. Non scherziamo. La Clinton che, tramite il suo burattino all’OSA aveva dato dell’ “idiota” a Zelaya rientrato avventurosamente, per i golpisti imbarazzantemente, in Honduras, pronube Lula, aveva flirtato per tutto questo tempo con la feccia militar-oligarchica insediatasi nel più povero, degradato e presunto sottomesso paese dell’area. Il golpe l’aveva partorito questa orrida megera, inseminata da Cia e Mossad (presente in forze, come mi ha denunciato lo stesso Reyes, in tutte le fasi di golpe e repressione), con l’assistenza al parto della levatrice Obama. Obtorto collo, ridotta in ginocchio dall’immensa e ininterrotta forza dei caminantes honduregni, si è dovuta acconciare al piano B: accettare il ritorno dell’ infame, rinnegato dell’impero, ma senza che a ciò si accompagnasse alcun provvedimento contro i fiduciari momentaneamente messi da parte. Fiduciari Usa che ogni legge marchia di criminali colpevoli di alto tradimento, di assassinii di massa e di violazione di ogni diritto umano. Impunità di costoro, conferma del golpista militare al comando supremo, Vasquez Velasquez, salvataggio del torturatore e seriallkiller degli anni’80, Billy Joya, qui tornato a impazzare. Per gli Usa e le Dieci Famiglie di licantropi locali c’è, ad addolcire la battuta d’arresto, il valore aggiunto di un presidente, sì vittorioso nel recupero della sua carica, ma sostanzialmente svuotato di ogni possibilità di far danno. Ha sottoscritto i punti dell’accordo che annullano l’assemblea nazionale costituente per il cambio radicale del paese, ha rinunciato ai più importanti provvedimenti a suo tempo adottati per mutare la condizione di stato-burletta nel teatro delle multinazionali come, in primis, l’adesione all’ALBA, l’Alleanza Bolivariana dei Popoli dell’America Latina, voluta da Chavez e diventata il temutissimo, da multinazionali e FMI, fronte avanzato dell’antimperialismo e del progresso sociale nel continente.
Il giorno prima dell’arrivo dell’emissario Shannon, c’era stata una delle più grandi manifestazione della Resistenza e una delle più brutali aggressioni dei gorilla di Micheletti. Forse il dado è stato tratto quel giorno. Un popolo in piedi e in piazza, pur inerme, troppo inerme, ininterrottamente per oltre 120 giorni, alla faccia del peggio che il pinochettismo aggiornato può infliggere a essere umani, fa paura e pesa. Qualcuno tra i burattini e il burattinaio ha capito che così non c’era verso di andare avanti. I burattini ci hanno provato: nel percorso dall’Università Pedagogica, nella lontana periferia, fino all’Hotel Clarion, sede delle trattative, hanno scatenato sui ventimila tra donne, anziani, bambini, militanti, tutto quello che l’apparato repressivo messo in piedi dagli israeliani aveva a disposizione: altri feriti, altri fratturati, altri bastonati, altri sequestrati, altri spediti in ospedale per intossicazione da gas venefici. Molte centinaia avevano incredibilmente resistito e si erano trincerati davanti al “5 Stelle” , luogo della presa per i fondelli durata un mese e oggi battuta. Girava voce, confermata in Nicaragua, che in quel paese honduregni meno disposti a subire calci in faccia e morti ammazzati da una dittatura duratura, stavano addestrandosi ad altre forme di lotta e di contrasto al terrorismo di Stato sparso dall’impero per ogni dove. Sarebbe stata una resistenza non isolata come un tempo, non senza sostegni internazionali di ogni genere: l’America Latina non è più tutta amerikana, anzi, lo è per soli due parastati, narcostati, Colombia e Perù. Voleva Obama lacerare ulteriormente la sua facciata di cartapesta imbarcandosi in una guerra di sterminio sul modello Contras degli anni’80? Forse no, non ancora. Intanto ci ha provato con il golpe alla Pinochet. Ma stavolta li non è andata come a Kissinger allora. Bel segno di come le cose da quella parte del mondo sono cambiate. E pensare che da noi, chi dovrebbe guardare da quelle parti e imparare, imparare, imparare, tiene la testa di struzzo avvolta nel pluriball delle sue folcloristiche pippe domiciliari.
Mentre scrivo c’è ancora qualche firma da mettere sotto l’accordo per il ritorno alla legalità costituzionale. Ancora per guadagnare tempo – non tanto per salvarsi la ghirba, quella gliela garantisce Washington – il Goriletti con le mutande alle caviglie si è appellato a un trucco istituzionale: il ritorno di Zelaya deve essere “approvato dal Congresso sentita la Corte Suprema di Giustizia”. Su questi due organismi si appoggia il lumpendiktator appeso al cappio strettogli addosso dalla rivolta popolare. Si tratta di due putride latrine, colme di detriti rastrellati dall’oligarchia golpista, che già avevano legalizzato il colpo di Stato. Forse, agitandogli sul muso i suoi serpenti la gorgone Clinton, questi sicari del golpe accetteranno di sottostare alla necessitata congiuntura e approveranno. Mel Zelaya tornerà al suo posto, è stato bravo nelle condizioni micidiali in cui i gaglioffi lo avevano ristretto nell’ambasciata del Brasile, ha tenuto duro, ha incitato la sua gente alla resistenza. Ma quello che governerà da qui alla fine di gennaio, quando gli subentrerà il successore eletto il 29 novembre, sarà un presidente dimezzato, impegnatosi a non fare più nulla di quello che voleva fare e il popolo chiedeva che facesse. Sarà già grasso che cola se riuscirà a impedire che le elezioni diventino una megatruffa alla Karzai, quelle che gli Usa hanno ormai preso la consuetudine di allestire a casa loro e ovunque gli convenga. Perché il processo di liberazione portato avanti dai milioni di eroi di questo paese continui, dovrebbe uscire da libere e trasparenti elezioni il candidato del popolo Carlos Reyes. Sarebbe come la vittoria di Chavez o di Morales, una rivoluzione dal voto. Se Zelaya invita a votare per lui, non c’è partita per gli altri, squallidi rimasugli di un bipartitismo – liberal-nacional - all’Italiana, di quelli che ci sono famigliari poiché, qui come lì, si esibiscono sui muri delle città con le facce più bolse e ottuse che la politica della borghesia capitalista riesce a scovare.
Il composito Fronte della Resistenza deve ora mantenere la sua finora saldissima unità, riuscita addirittura ad aggregare settori del vecchio Partito Liberale e del partitello di Unità Democratica. Non deve perdere i pezzi particolarmente leali al personaggio Zelaya che potrebbero dirsi: “Tornato il presidente tutto è risolto. Lasciamo fare a lui”. E no. La vittoria è grande, esemplare, storica. Ma è una vittoria tattica. Tira un’aria, soffiata dagli Usa, da legge di “Punto final”, quella che nei paesi della dittatura latinoamericana ha garantito per troppi anni, e in parte ancora garantisce, l’impunità ai despoti assassini e violatori dei diritti umani. Guai se la Resistenza ora mollasse e non stesse con 14 milioni di occhi (sette e mezzo sono gli abitanti, il mezzo è dei vampiri e loro ascari) addosso agli eventi politici che si dipanano a partire da adesso e che, o sono condizionati dalla richiesta popolare di democrazia, giustizia e assemblea nazionale costituente per il rinnovamento del paese, o sono il contrario, come golpisti e padrini vorrebbero. Le insidie per l’Honduras libero sono ancora tante. E ancora tanta è l’indifferenza, l’ignavia, la stolta assenza delle sinistre fuori dall’America Latina. Se l’Honduras perde, anche noi perdiamo e non ce lo dovremmo perdonare mai. Lo stivale del mostro avrebbe fatto un altro passo avanti sul corpo di tutti. In queste ore a Tegucigalpa la città è occupata da centinaia di migliaia di persone festanti e decise più che mai. Il paese è occupato da 7 milioni. Quello stivale ha perso il tacco.
Scrive il Fronte Nazionale di Resistenza: Questa vittoria si è potuta ottenere con più di quattro mesi di lotta e sacrificio del popolo. Un popolo che, nonostante la selvaggia repressione inflittagli dai corpi fascisti di uno Stato in mano alla classe dominante, ha saputo resistere e far crescere coscienza e organizzazione, fino a trasformarsi in una forza sociale incontenibile… La firma da parte della Dittatura del documento in cui si stabilisce di far tornare il Potere Esecutivo allo stato precedente il 28 giugno rappresenta l’accettazione esplicita che in Honduras v’è stato un colpo di Stato… Ribadiamo che l’Assemblea Nazionale Costituente è un’aspirazione irrinunciabile del popolo honduregno e un diritto non negoziabile per il quale continueremo a lottare nelle piazze, fino ad arrivare alla rifondazione della società per renderla giusta, egualitaria e autenticamente democratica.
Ne avessimo di eroi così! Altro che il buon Brecht…
Da noi ci si chiacchera addosso e si tace sul resto.
Scenderemo nel gorgo muti.
(Cesare Pavese, “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”)

Fulvio Grimaldi

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Si è dimesso (ma non lascia) il governo golpista di Roberto Micheletti

Questa notte il governo golpista hondureño, al potere dal colpo di stato dello scorso 28 giugno, si è dimesso. Non lo ha fatto però per restituire il potere al presidente legittimo Mel Zelaya, come previsto dagli accordi, ma per arrivare a un governo di unità nazionale sul quale vorrebbe ancora mettere la sua ipoteca il dittatore di Bergamo Alta. Nelle dimissioni vi sono almeno due trappole che contengono l’intenzione di Micheletti di continuare a gestire il processo elettorale. Il parlamento non ha votato, come stabilito negli accordi, la restituzione di Zelaya e, secondo il portavoce e Sottosegretario alla presidenza del governo di fatto, Rafael Pineda Ponce, la cosa più logica sarebbe “che don Roberto Micheletti, essendo il presidente costituzionale della nazione, fosse anche il capo del gabinetto di Unità nazionale” che dovrebbe decidere se e quando il presidente legittimo Manuel Zelaya debba riprendere il proprio posto fissando la data del voto parlamentare.Pineda Ponce conferma che Micheletti ha richiesto e almeno in parte ricevuto dai candidati alle elezioni presidenziali, tuttora in programma tra 22 giorni, una lista di nomi di candidati a posti di ministro per un governo che dovrebbe durare poche ore. Mel Zelaya non ha invece inviato alcuna lista di nomi.Se la formazione del governo è pleonastica non viola gli accordi della scorsa settimana. Dove la divergenza è totale è per quanto concerne il rientro in carica di Zelaya che per quest’ultimo doveva essere al massimo entro giovedì prossimo “altrimenti ogni accordo sarebbe da considerare decaduto” e che per il governo golpista uscente non avrebbe una data precisa e quindi il governo di Unità nazionale potrebbe proseguire almeno fino a ridosso delle elezioni presidenziali.Paradossalmente è Micheletti ad avere ancora più carte nelle sue mani. Dopo aver tardato mesi per accettare che fosse il parlamento a votare il ritorno di Zelaya adesso, anche dimettendosi, sta ritardando questo voto il più possibile. Alla chiusura di questo articolo non è possibile fare un quadro su chi, in queste condizioni, effettivamente possa appoggiare il governo di Unità nazionale sotto l’ipoteca di Micheletti e ritardando ulteriormente il ritorno di Zelaya e se non siamo, al contrario, al riprecipitare della crisi honduregna.

Fonte

martedì 22 settembre 2009

MANUEL ZELAYA È TORNATO

A quasi tre mesi dal colpo di stato del 28 giugno, il presidente legittimo dell’Honduras Manuel Zelaya è ritornato a Tegucigalpa e sta incontrando la Resistenza al golpe nell’Ambasciata brasiliana che lo ospita in quella che si configura come una dimostrazione di forza oltre che del movimento democratico honduregno del Brasile e dei governi integrazionisti latinoamericani. Migliaia e migliaia di honduregni stanno infatti manifestando l’appoggio a Zelaya, circondando l’Ambasciata e la sede ONU che ha parlato loro al grido di “Patria, restitución (ritorno di Zelaya) o muerte”.

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Intanto la dittatura di Roberto Micheletti ripristina per l’ennesima volta il coprifuoco, blocca i cellulari, reprime ed intima (sic) al governo brasiliano di consegnare il presidente.
Mel Zelaya è tornato in patria, da dove era stato espulso in pigiama all’alba del 28 giugno scorso. Lo ha fatto sotto protezione brasiliana, mantenendo gli Stati Uniti praticamente all’oscuro. Lo ha fatto viaggiando fino a San Salvador in un aereo venezuelano. Quindi con l’appoggio silenzioso salvadoregno e di dirigenti dell’FMLN ha riattraversato la frontiera. Lì è stato preso in carico dall’eroismo di decine di resistenti honduregni. Questi con diversi mezzi di fortuna per oltre 12 ore hanno aiutato il presidente ad attraversare montagne e boschi e superare innumerevoli posti di blocco di un paese militarizzato fino a giungere in piena capitale e rifugiarsi nell’Ambasciata brasiliana. Lì, nella sede diplomatica, con l’appoggio di Lula e del suo ministro degli Esteri Celso Amorim, da oggi è stabilito il cuore della Resistenza al golpe che mai in questi tre mesi e nonostante la durezza della repressione era scemata.

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È una giocata, quella di Zelaya, supportata dai governi integrazionisti latinoamericani, a partire da quello brasiliano, che potrebbe accelerare la soluzione della crisi e sconfiggere il golpe. Nelle prossime ore è atteso infatti a Tegucigalpa il segretario generale dell’OSA José Miguel Insulza e perfino Hillary Clinton, dopo molte ore, ha dovuto ammettere a denti stretti che il ritorno di Zelaya può favorire una soluzione rapida della crisi. Durante tre mesi il governo statunitense, che ufficialmente appoggia Zelaya, aveva sempre sconsigliato il ritorno del presidente legittimo e appena dieci giorni fa il Comando Sud delle Forze Armate statunitensi aveva invitato l’esercito golpista del paese centroamericano a svolgere manovre militari congiunte.

fonte http://www.gennarocarotenuto.it/

lunedì 27 luglio 2009

DECODIFICAZIONE DELL'INFORMAZIONE

Ad ogni guerra, colpo di stato, aggressione condotta dall'Occidente, i grandi media applicano cinque “regole della propaganda di guerra”. Usate voi stessi questa griglia di lettura durante i prossimi conflitti, sarete colpiti di ritrovarle ogni volta: 1. Nascondere la Storia. 2. Nascondere gli interessi economici. 3. Demonizzare l'avversario. 4. Discolpare i nostri governi e i loro protetti. 5. Monopolizzare l'informazione, escludere il vero dibattito.



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Applicazione al caso dell'Honduras nel luglio 2009...
1. Nascondere la Storia. L'Honduras è l'esempio perfetto della “repubblica della banane” nelle mani statunitensi. Dipendenza e saccheggio coloniale hanno portato a un enorme abisso tra ricchi e poveri; secondo l'ONU, 77% della popolazione sarebbe povera. L'esercito honduregno è stato formato e guidato -fin nei peggiori crimini- dal Pentagono. L'ambasciatore statunitense John Negroponte (1981-1985) era soprannominato “il viceré dell'Honduras”.
2. Nascondere gli interessi economici. Oggi, le multinazionali statunitensi (banane Chiquita, caffè, petrolio, big pharma...) vogliono impedire a questo paese di ottenere l'indipendenza economica e politica. L'America del Sud si è unita e si dirige a sinistra, e Washington vuole impedire all'America Centrale di prendere la stessa strada.
3. Demonizzare l'avversario. I media hanno accusato il presidente Zelaya di volersi far rieleggere per preparare una dittatura. Silenzio sui progetti sociali: aumento del salario minimo, lotta all'ipersfruttamento nelle fabbriche-inferno delle ditte statunitensi, diminuzione dei prezzi dei medicinali, aiuto ai contadini oppressi. Silenzio sul suo rifiuto di coprire gli atti terroristici made in USA. Silenzio sull'impressionante resistenza popolare.
4. Discolpare i nostri governi e i loro protetti. Viene nascosto il finanziamento del golpe da parte della CIA. Obama è presentato come neutrale, quando in realtà rifiutava di incontrare e sostenere il presidente Zelaya. Se avesse applicato la legge e soppresso l'aiuto statunitense all'Honduras, il colpo di stato sarebbe stato fermato in fretta. Le Monde e gli altri media hanno discolpato la dittatura militare parlando di “conflitto tra poteri”. Le immagini di repressione cruenta non vengono mostrate al pubblico. Insomma, una contrapposizione sorprendente tra la demonizzazione dell'Iran e la discrezione sul colpo di stato in Honduras “made in CIA”.
5. Monopolizzare l'informazione, escludere il vero dibattito. La parola è riservata alle fonti e agli esperti “accettabili” per il sistema. Qualsiasi analisi critica sull'informazione è censurata. In questo modo, i nostri media impediscono un vero dibattito sul ruolo delle multinazionali, degli USA e dell'UE nel sottosviluppo dell'America Latina. In Honduras, i manifestanti gridano “TeleSur! TeleSur!” per salutare l'unica televisione che li informa correttamente.
Michel Collon
Fonte: /www.michelcollon.info
Link: http://www.michelcollon.info/index.php?view=article&catid=1&id=2181&option=com_content&Itemid=2
6.06.2009
Traduzione di MARINA GERENZANI per www.comedonchisciotte.org

domenica 26 luglio 2009

CHIQUITA 10 E LODE IN.....

Quando i militari Honduregni hanno abbattuto il governo democraticamente eletto di Manuel Zelaya 2 settimane orsono, i vertici della multinazionale delle banane "Chiquita" hanno probabilmente tirato un sospiro di sollievo.

All'inizio di quest'anno la grande compagnia ortofrutticola si è unita alla "Dole" nel criticare il governo di Tegucigalpa quando quest'ultimo ha alzato la paga base del 60%. La Chiquita ha fatto presente che la nuova regolamentazione statale avrebbe drasticamente abbassato i loro profitti, imponendo alla ditta di sostenere costi maggiori di quelli ad esempio del Costarica: 0.20$ in piu` per gli ananas e 0.10$ per le banane, per ogni 15 Kg circa, tanto per essere precisi. Chiquita si è dunque lamentata della possibile perdita di milioni di dollari se fosse passata la riforma sindacale di Zelaya, considerando che la produzione complessiva si aggira sugli 8 milioni di quintali di ananas e sui 22 milioni di quintali di banane all'anno.
Nella foto: Una fase della lavorazione della banane in Honduras
Quando il decreto sulla paga minima Ë stato approvato, la Chiquita ha cercato aiuto e si Ë appellata al "Honduras National Business Council" (COHEP in spagnolo) e il COHEP si è mostrato contrario tanto quanto la Chiquita.
AmÌlcar Bulnes, il presidente del gruppo ha argomentato che l'aumento della retribuzione base avrebbe comportato inevitabilmente la perdita di posti di lavoro e l'aumento della disoccupazione. COHEP riunisce in Honduras circa 60 associazioni di industriali e camere di commercio, con una vasta ramificazione in ogni settore dell'economia. Secondo lo stesso sito web della organizzazione la COHEP sarebbe il braccio tecnico e politico del settore privato in Honduras, favorirebbe gli accordi commerciali e fornirebbe "supporto critico" al sistema democratico locale.
Secondo la COHEP, la comunita' internazionale non dovrebbe imporre sanzioni economiche al governo golpista di Tegucigalpa, perchè questo peggiorerebbe i gravi problemi politici del paese. Nel suo "nuovo" ruolo di portavoce del ceto povero honduregno, la COHEP dichiara che l'Honduras ha gia' sofferto abbastanza per i terremoti, le piogge torrenziali e le crisi economica globale.
Prima di punire il nuovo regime, insomma, l' ONU e l'Organizzazione degli Stati Americani dovrebbero mandare osservatori in Honduras per quantificare il danno che le sanzioni porterebbero al 70% degli honduregni che vivono sotto la soglia di povertà. Bulnes nel frattempo ha espresso il suo supporto per il regime golpista di Roberto Micheletti e rileva come le condizioni politiche del paese non siano favorevoli ad un ritorno del presidente legittimo Zelaya.

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Nella foto: Una fase della lavorazione della banane in Honduras

Chiquita: Da Arbenz al "Bananagate"
Non Ë sorprendente che la Chiquita cerchi alleanze tra le le forze conservatrici dell'Honduras. Colsiba, il sindacato degli operai agricoli honduregni, afferma che la grande corporation americana non abbia nel passato adempiuto all'obbligo di fornire abbigliamento di sicurezza ai lavoratori e abbia puntato i piedi quando costretta a firmare accordi collettivi di lavoro in tutto il centro America.
Cosliba paragona le infernali condizioni di lavoro nelle piantagioni Chiquita a quelle dei campi di concentramento. Un paragone provocatorio che potrebbe contenere degli elementi di verit‡. Lavorando dalle 6.30 del mattino alle 7.00 di sera, le mani degli operai bruciano dentro i guanti di gomma. Alcuni di loro hanno solo 14 anni. Alcuni lavoratori hanno addirittura fatto causa per danni alla multinazionale americana per averli esposti agli effetti del DBCP, un pericoloso pesticida che puo' provocare sterilità, cancro e malformazioni fetali. La Chiquita, gia' conosciuta come "United Fruit Company and United Brands" ha avuto una lunga e poco chiara storia politica nel centro America. Guidata da Sam "Banana Man" Zemurray, la United Fruit si è lanciata nel mercato della frutta tropicale all'inizio del XX secolo. Zemurray una volta ebbe a dire in una frase rimasta celebre: "In Honduras, un mulo costa più di un membro del parlamento." Nel 1920 la United Fruit controllava 650.000 acri della migliore terra dell'Honduras e quasi un quarto della terra arabile della nazione. Inoltre la compagnia controllava importanti strade e autostrade.
In Honduras le compagnie ortofrutticole emanano la loro influenza quasi in ogni settore della vita politica e militare e per la loro strategia "tentacolare" sono state definite delle autentiche "piovre". Coloro che non avevano un atteggiamento compiacente venivano a volte ritrovati a faccia in giù nei campi.
Nel 1904 l'umorista O.Henry coniò il termine "Repubblica delle Banane" proprio per sottolineare il comportamento della United Fruits in Honduras. Nel Guatemala la United Fruit supportò il golpe, spalleggiato dalla CIA, attuato ai danni del presidente Jacobo Arbenz, un riformatore che aveva osato portare avanti un pacchetto di riforme agrarie. La cacciata di Arbenz portò a un trentennio di guerra civile nel Guatemala. Nel 1961 la United Fruit inoltre prestò le proprie navi per il tentativo di sbarco della CIA nella Baia dei Porci a Cuba.
Nel 1972 la United Fruit (ormai United Brands) appoggiò l'ascesa al potere del generale honduregno Oswaldo Lòpez Arellano. Il dittatore comunque fu costretto alle dimissioni dopo il noto scandalo "Bananagate", che mise in luce i legami di corruzione tra la corporation e il presidente Arellano.
Una corte federale accusò la United brands di avere fornito illegalmente 1.25 milioni di dollari con la promessa di altri 1.25 milioni se fossero state abbassate le tasse sull'export di frutta. Durante il Bananagate il presidente della "United" cadde da un grattacielo di New York in quello che fu definito un "suicidio".
Gli Anni di Clinton e la Colombia
La United entrò in affari anche in Colombia e nel 1928 3.000 lavoratori iniziarono uno sciopero per chiedere migliori retribuzioni e condizioni di lavoro. All'inizio la compagnia si rifiutò di trattare e solo successivamente acconsentì ad alcune rivendicazioni minori, bollando le altre richieste come "illegali" o "impossibili". Quando gli scioperanti rifiutarono di disperdersi i militari spararono sugli operai provocando delle vittime.
Magari penserete che la compagnia abbia riconsiderato il suo atteggiamento sindacale dopo questi fatti, ma già nel 1990 la compagnia strinse delle alleanze con gruppi paramilitari della estrema destra. Chiquita si spinse a pagare più di un milione di dollari il personale, sostenendo di averlo fatto solo per ottenere servizi di protezione.
Nel 2007 Chiquita sborsò 25 milioni di dollari per regolare l'inchiesta del Dipartimento di Giustizia Americano su quei pagamenti. La Chiquita ha così avuto l'onore di essere la prima compagnia accusata di stringere accordi finanziari con una organizzazione terroristica.
In un processo intentato contro la Chiquita, le vittime della violenza paramilitare affermarono che l'azienda aveva fomentato reati gravissimi come il terrorismo, i crimini di guerra e i crimini contro l'umanità. Un avvocato della parte civile affermò che le relazioni della Chiquita con i paramilitari "coinvolgevano quasi ogni apetto della vendita e della distribuzione delle banane grazie ad un autentico regno del terrore".
Tornato a Wahington Charles Lindner, presidente della Chiquita, si interessò a migliorare i suoi rapporti con la Casa Bianca. Lindner era stato un importante sostenitore del Partito Repubblicano ma saltò dall'altra parte e cominciò a finanziare la campagna di Bill Clinton e dei Democratici. Clinton ripagò Lindner diventando un accanito sostenitore del governo di Andreas Pastrana, responsabile della proliferazione degli squadroni della morte di estrema destra. In quegli anni gli USA stavano seguendo una politica di libero commercio in America Latina, una strategia portata avanti dal un vecchio amico d'infanzia di Clinton, Thomas "Mack" McLarty. Nella Casa Bianca McLarty lavorarava come inviato speciale in America Latina: si tratta di un personaggio dal profilo interessante su cui torneremo a breve.
La Holder-Chiquita "Connection"
Considerando la politica di alleanze sottobanco della Chiquita in America Centrale e in Colombia, non appare sorprendente che la compagnia abbia in seguito cercato l'appoggio del COHEP in Honduras. In aggiunta al lavoro di lobbing locale, Chiquita non trascurò neppure di stringere forti relazioni con importanti uffici legali di Washington. Secondo il "Center for Responsive Politics", la Chiquita ha pagato oltre 70.000 dollari in finanziamenti alla Covington e Burling negli ultimi tre anni.
La Covington è una importante azienda che fornisce consulenza a svariate corporation multinazionali. Eric Holder, l'attuale procuratore generale, assistente per la campagna di Obama ed ex vice procuratore generale sotto Bill Clinton, ha difeso la Chiquita come capo dei consulenti nella causa intentatale dal Dipartimento di Giustizia. Dal suo ufficio nell'elegante quartier generale della Covington a Manhattan, Holder ascoltò Fernando Aguirre, presidente della Chiquita, per una colloquio di sessanta minuti sugli squadroni della morte colombiani.
Holder apprese che la compagnia era stata accusata di "collusione con una organizzazione considerata ufficialmente terroristica". L'avvocato che già percepiva un sostanzioso salario dalla Covington (oltre 2 milioni di dollari) negoziò una transazione bonaria in cui la Chiquita pagò soltanto 25 milioni di dollari in 5 anni. Scandalosamente nessuno dei 6 dirigenti della compagnia che avevano approvato i finanziamenti fu mai arrestato.
Il Curioso Caso della Covington
Guardando un poco più in profondità scoprirete che non solo la Covington rappresenta la Chiquita, ma si fa carico di spingere il governo verso una politica aspramente conservatrice in America Latina. Covington ha cercato e ottenuto una alleanza strategica con Kissinger (Chile, 1973) e con la "McLarty e Associati" (lo stesso "Mack" McLarty dell'era Clinton), affermato studio di consulenza strategica.
Dal 1974 al 1981 John Bolton lavorò come associato alla Covington. Come ambasciatore degli USA sotto George Bush, Bolton fu un duro avversario della sinistra in America Latina, in particolare di Hugo Chavez. Inoltre John Negroponte è da poco diventato vicepresidente della Covington. Negroponte Ë un ex Vice Segretario di Stato, direttore della "National Intelligence" ["N.I.S.", ndt] e rappresentante degli USA alle Nazioni Unite.
Come ambasciatore in Honduras dal 1981 al 1985, Negroponte ebbe un ruolo chiave nell'assistere i ribelli Contras, spalleggiati dagli USA, nel tentativo di abbattere il regime Sandinista in Nicaragua. Gruppi per la difesa dei diritti umani hanno duramente criticato Negroponte per avere ignorato le violazioni dei diritti umani compiute in Honduras dagli squadroni della morte, terroristi sostenuti e parzialmente addestrati dalla CIA. Inoltre quando Negroponte servì come ambasciatore nella capitale Tegucigalpa, il suo ufficio divenne uno dei centri nevralgici della CIA in America Latina, grazie ad un cospicuo aumento degli addetti.
Seppure non vi siano evidenti legami tra la Chiquita e il recente colpo di stato in Honduras, esiste un sospetta confluenza di personaggi ambigui e pezzi grossi della politica, tale da far sperare in nuove e più accurate indagini. Dalla COHEP alla Covington a Holder a Negroponte a McLarty, la Chiquita ha sempre cercato le sue amicizie nelle alte sfere, amicizie che non hanno alcuna simpatia per il progetto politico di Zelaya a Tegucigalpa.
Nikolas Kozloff (senorchichero.blogspot.com), è autore di: "Revolution South America and the Rise of the New Left" (Palgrave-Macmillan, 2008)
NIKOLAS KOZLOFF
Fonte: www.counterpunch.org
Link: http://www.counterpunch.org/kozloff07172009.html
17/19.07.2009
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di SEBADIMA

giovedì 23 luglio 2009

LA CARICATURA DELL' HONDURAS

Tegucigalpa, una sera alla fine di giugno 2009, che presto sarà solo un brutto ricordo nella giungla della storia

di Allan McDonald*

Fare caricature è un mestiere molto simile, nella percezione dei lettori, alle piroette di un arlecchino. Normalmente, noi che ci dedichiamo a questo isolato e inuitle mestiere, incontriamo ogni giorno gente che ti chiede il favore di un autografo sulle vignette per farli sorridere anche solo un momento, o di improvvissare un Garfield per i figli, che non hanno idea di chi sei, né di cosa fai. Per questo preferisco non uscire molto per strada, perché la mia generosità può senza ombra di dubbio erodere i voli limitati della mia cratività e farmi perdere la prospettiva del compromesso che quotidianamente devo fare con la realtà e con la condizione umana.

In Honduras occuparsi di vignette politiche è raccontare pettegolezzi.
Il nostro paese è surrealista e già lo era prima di apparire su portali e schermi al plasma di tutto il mondo. Ma il bello è che ci è voluta questa esperienza cruenta perché si sapesse che un occhio iniettato di sangue può esserci anche nell'atto di un gendarme. E che rivolgersi al popolo per chiedergli se appoggia qualcosa o no in modo da scrivere una pagina di cambiamenti può provocare esilio, detenzioni, morti, repressione, isolamento, perché nelle loro menti quadrate di petulanza occidentale, il popolo non è preparato a pensare, e la democrazia non può commettere l'assurda irresponsabilità di concedergli uno spazio di decisione. O che per esempio molti honduregni stanno difendendo la costituzione nelle strade con la loro indignazione e il loro sangue versato nei viali pavimentati di verde olivo, mentre nei televisori nazionali appaiono le lacrime nere di rimmel scolorito di Verónica Castro nelle telenovelas messicane. Perché è molto più interessante il dramma di celluloide che il dramma umano. E che alcuni intellettuali bellocci trascorrono le ore discutendo di tragedia greca, senza considerare la tragedia nazionale, e i vecchi, pensionati di nostalgia che perdono gli ultimi giorni giocando d‘azzardo con le carte fregandosene che la patria sia perduta, trafitta da un re di cuori. E i giovani light che passeggiano nei centri commerciali, tristi per la morte del re bianco e nero del pop.

Guardi il paese, ti inoltri nel paese e come Henry Bergson senti che ti ingolfi in una imbarcazione allucinante, senti che non distingui la combinazione difettosa nella geometria architettonica dei disegnatori borghesi tra un edificio di una catena alberghiera di prestigio internazionale e "l'altro da sé" (otredad) configurato con un tratto ineguagliabile di miseria, un landrone dove si nascondono tutte le porcherie di una società che vede la povertà come un difetto e il povero come un ostacolo urbano. Qui dove la vita è nelle mani della volontà dell'altro e la povertà nel borsellino ignominioso di alcuni ricchi. Questa mappa, fondo di disuguaglianze, è il tema del mio lavoro.L'eterno ritorno di Nietzsche alla disuguaglianza, ritorno della disuguaglianza in una vecchia viuzza di Tegucigalpa, segnata dai graffiti delle giovani generazioni che per la prima volta sanno che il mondo è nelle loro mani e non su google, e l'utopia nel compromesso permanente. Questa benedetta gioventù che si è scagliata contro le stupidità di una vecchia generazione che ci ha trascinati in una ridicola guerra di calcio, colpi di Stato e militari con medaglie come schegge impazzite. E nell'algidità senile, questa pazzia del golpe è come un modo di dire a se stessi che ancora si può giocare la finale di scacchi, proprio mentre la violenza militare ci dà scacco matto.
La volontà di potere, mal assimilata di Schopenahuer come germe dell'attuale pazzia, ma soprattutto una vita e una eterna commedia di personaggi che non si stancano di interpretare sempre il medesimo ruolo di uccelli rapaci.

Per tutto questo la vita ha perso valore e la dignità è un macabro scherzo che solo risiede nello spirito di noi che siamo malati di realtà. La solidarietà mondiale che ho ricevuto mi ha commosso così come l'indifferenza e l'ironia della stampa locale, sempre pronta a denigrare con sotterfugi pur di mascherare quello che è stato un golpe. Sono stato arrestato, che importa se per cinque ore o più, altri compagni sono stati feriti, altri uccisi e la maggioranza messa sotto silenzio con minacce e sequestri. Questo è uno Stato che aggredisce l'individuo, il legittimo bene supremo delle costituzioni borghesi, che a volte ricorre alle armi per ricordarci che siamo solamente persone, e che traccia geometricamente la misura dei nostri silenzi. Tegucigalpa, il vecchio bel bordello, contraddistinto dalla logica superlativa di sopravvivere alla giornata, con ponti pieni di fango a ricordare gli uragani. Le strade sconnesse, gli strilloni, i venditori di vestiti usati che diffidano della logica del libero mercato, i venditori di cd pirata, che gridano che già hanno l'ultimo di Michael Jackson. Questa è la Tegucigalpa coloniale, un ammasso di casette miserabili, una città piena di fantasmi del secolo scorso che vivono aspettando un miracolo per sentirsi capitale, e oggi centro del club degli ultimi gorilla del Ventunesimo secolo. Tegucigalpa dei miei amori, oggi congestionata da marce di ricchi che gonfiano le masse di guardie del corpo e nelle altre strade ragazzi con i loro zaini in spalla combattendo la battaglia della loro vita. Contadini scalzi a petto nudo, ragazze madri che fanno a pugni con militari dalle facce di bambini contadini sfruttati dal sistema, con uniforme e bastone presi in prestito, militari poveri che non sanno che guerra combattono, che mai hanno letto teorie né di sinistra né di destra, la cui unica ideologia è mettersi un casco che li protegga dalle pietre tirate con la forza dalle barricate della resistenza.

Questa è la Tegucigalpa che oggi ritarda i suoi doveri quotidiani per litigare con il fervore cieco di alcuni fanatici che come tigri affamate vedono nel rito del sangue la conferma sadica del loro essere selvaggi.
Hans Arp e Chirico potrebbero ritagliare il quotidiano e fare collage di taxi pieni di taniche di sangue o di ragazzini strappati dalle etnie millenarie per sparare l'odio che non poterono scongiurare con la vendetta di secoli. O una donna che cammina con il lusso di un'attrice e un bambino che urla tra la gonna di seta il prossimo numero della lotteria. Questa è Tegucigalpa, queste le disuguaglianze, questa la tenerezza dell'utopia quotidiana. Questo l'amore per la vita, questa la necessità di cambiamento. Questo lo lesse il nostro presidente del quale quotidianamente si prendevano gioco perché non si comportava con la delicatezza e il savoir faire di un ministro europeo e perché ha promosso riforme che hanno toccato portafogli chiusi ermeticamente. Questo è l'Honduras privato della sua voce, perché nelle strade si permette solo che venga detto che abbiamo un messia con cognome italiano, ma con un cuore appartenente alle peggiori mafie napoletane.

Ero e sarò sempre un povero ragazzo che fa caricature, che non fa male a una mosca, che nessun poltico di Honduras si disturberà a reprimere perché che danno potrebbe fare questa ragnatela spaventosa che ha disegnato? Se disegna meglio mio cugino di quattro anni, diceva questo pomeriggio un giornalista di una radio golpista, ed è vero, perché la mia detenzione "accidentale", è stata condannata da migliaia di persone nel mondo da centinaia di canali televisivi e giornali di decine di paesi nel mondo intero, ma in Honduras è una gran risata ciò che si chiama coscienza. Essere rispettato nel mondo per il tuo lavoro ti dà questa sensazione grigia e totale che uno qua non è indispensabile, come la democrazia che alla fine dei conti è anche lei una caricatura.

Testo raccolto e tradotto da Stella Spinelli

*Allan McDonald è uno dei vignettisti più importanti e famosi d'Honduras. Irriverente e graffiante è uno dei personaggi scomodi che il regime golpista ha tentato di azzittire. Domenica notte è stato prelevato dalla sua casa dai militari. Con lui la figlia di due anni, Abril. E' stato rilasciato grazie alla pressione internazionale. Questo documento lo ha inviato a Peacereporter pochi istanti prima di partire per il Costarica.

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