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martedì 10 maggio 2011

IL GENOCIDIO NUCLEARE

Chernobyl sta facendo oltre 1 milione di vittime. Fukushima è peggio. A Fallujah i bambini nascono senza cervello. Una libbra di plutonio basterebbe a sterminare il genere umano




L'allarme nucleare è tutt'altro che rientrato. In Giappone qualche ora fa hanno registrato una fuoriuscita radioattiva dalla centrale di Tsuruga, proprio mentre in Italia Greenpeace esponeva un lungo striscione sulla facciata di Palazzo Venezia a Roma, contro l'eventualità di bloccare il referendum. Helen Caldicott, dottoressa autraliana che ha dedicato la sua vita agli studi contro il nucleare, qualche giorno fa a Montreal, in Canada, ha parlato dei rischi dell'atomo. Ne è uscito un quadro raccapricciante. Ecco le parole della Caldicott:
"Secondo alcuni studi quasi un milione di persone sono già morte a causa del disastro di Chernobyl. Ma OMS e AIEA dicono altro. Ritengo che Chernobyl sia stato uno dei più mostruosi insabbiamenti nella storia della medicina. Tutti dovrebbero sapere di questa storia.
E oggi facciamo i conti col Giappone. Quanto accaduto in Giappone, come ordine di grandezza, è molte volte peggio di Chernobyl. Mai in vita mia avrei pensato che 6 reattori nucleari potevano essere a rischio. Conoscevo tre ingegneri della General Eletric che hanno collaborato nella pianificazione dei reattori di prima generazione prodotti dalla GE. Questi tre ingegneri si sono dimessi proprio perché sapevano benissimo che questi reattori sono pericolosi. E i giapponesi hanno pensato bene di andare a costruirli proprio sopra ad una faglia sismica. I reattori hanno resistito parzialmente al terremoto ma non allo tsunami. L'energia elettrica è mancata ed è proprio l'energia elettrica che spinge l'acqua di raffreddamento (un milione di galloni al minuto) a ognuno dei 6 reattori.



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Senza l'acqua di raffreddamento le barre di combustibile si surriscaldano fino a sciogliersi, proprio com'è capitato a Three-Mile Island e a Chernobyl. I generatori d'emergenza, ognuno grande come una casa, sono stati distrutti dallo tsunami e non è rimasto alcun rimedio per fare circolare l'acqua di raffreddamento nei reattori. In più, sui tetti dei reattori, non dentro all'involucro stesso dei reattori, ci sono dei bagni di raffreddamento. Ogni anno rimuovono circa 30 tonnellate delle barre di combustibile più radioattive.
Ognuna delle barre è lunga 12 piedi, ed è spessa mezzo pollice. Emette un livello così elevato di radioattività, tipo raggi-X, che se tu dovessi stargli accanto per un solo paio di minuti, moriresti senz'altro. Non moriresti stecchito ma ... vi ricordate ancora quel Litvinenko, il Russo che è stato avvelenato con il Polonio, beh moriresti proprio così, ti cascherebbero i capelli, emorragia fatale, e moriresti di un'infezione gigantesca, come muoiono anche quelli affetti da Aids. Per di più, queste barre sono anche termicamente caldissime quindi devono essere sommerse in un grosso bagno e raffreddate costantemente.
In Giappone ci sono state tre esplosioni di Idrogeno le quali hanno scoperchiato l'edificio, non l'involucro del reattore ma il tetto dell'edificio stesso. Il che ha esposto il bagno di raffreddamento. Due di questi bagni di raffreddamento ora sono secchi e non contengono nessuna acqua, il che ha conseguenze disastrose.
Le barre di combustibile sono rivestite con un materiale che si chiama Zirconio. Quando lo Zirconio viene esposto all'aria, brucia. A Fukushima 2 dei bagni di raffreddamento producono 20 volte più radiazione di quanta ne produce il nocciolo del reattore. Considerate che in ognuno dei noccioli dei reattori c'è tanta radiazione quanta prodotta da mille bombe come quella sgaciata su Hiroshima.
Si tratta di energia diabolica. E=mc2
è l'energia che fa esplodere le bombe nucleari. Einstein disse che "l'energia nucleare è un modo pazzesco per fare bollire l'acqua!" Questo è l'unico utilizzo dell'energia nucleare: fare bollire l'acqua con calore pazzesco per produrre il vapore che poi fa girare le turbine che quindi producono energia elettrica. Quando si pratica la fissione dell'Uranio, si formano circa 200 elementi, ognuno dei quali è ancora più velenoso dell'Uranio per il corpo umano. Nonostante il fatto che l'Uranio sia così velenoso, gli americani lo hanno comunque usato a Fallujah, e pure a Baghdad. Ora a Fallujah, 80% dei neonati nasce senza cervello, con un occhio solo e senza arti superiori. I dottori del posto hanno addirittura detto alle donne di smettere di fare figli.
L'incidenza di cancro infantile è aumentato di circa 12 volte. Questo è un genocidio. È una vera guerra nucleare quella che si svolge in Iraq. L'Uranio che utilizzano dura per più di 4,5 miliardi d'anni, quindi stanno contaminando la culla della civiltà.
Comunque sia, negl'impianti nucleari ci sono dei livelli altissimi di radiazione. Ci sono 200 elementi, alcuni durano pochi secondi ed altri invece milioni d'anni. Lo Iodio radioattivo per esempio dura sei settimane e provoca il cancro della tiroide.
A Chernobyl oltre 20.000 persone hanno contratto il cancro della tiroide. Hanno dovuto farsi prelevare la tiroide e morirebbero senz'altro se smettessero di assumere dosi giornaliere di medicinali supplementari, proprio come un diabetico deve assumere dosi giornaliere di Insulina.
Lo Stronzio 90 si disperderà. Durerà circa 600 anni. Entra nelle ossa e provoca il cancro delle ossa o la leucemia.
Anche il Cesio dura circa 600 anni. Si trova dappertutto in Europa. Il 40% dell'Europa è tuttora radioattiva. Glialimenti turchi sono tuttora molto radioattivi. Non acquistate mai albicocche secche prodotte in Turchia ed evitate le nocciole prodotte in Turchia. I turchi si sono arrabbiati moltissimo con i Russi, tanto che hanno spedito tutto il loro thè radioattivo in Russia a seguito del disastro a Chernobyl. Comunque, il 40% dell'Europa rimane tuttora radioattiva. Nelle aziende agricole Britanniche gli agnelli sono così pieni di Cesio che non possono nemmeno venderli. Qualsiasi alimento prodotto in Europa è a rischio.
Ma tutto ciò non è niente rispetto a cosa sta capitando ora. Uno degli elementi più mortali rimane il Plutonio, il quale prende il nome da Plutone, dio degli inferi. Solamente un milionesimo di un grammo, se inalato, provoca il cancro. Teoricamente, una sola libbra di questo elemento sarebbe sufficiente per provocare il cancro in tutta la gente esistente nel mondo. Ognuno dei reattori contiene 250 chili di Plutonio al suo interno, e qui si parla di chilogrammi. Bastano solo 2.5 chilogrammi per produrre una bomba perche attualmente si utilizza il Plutonio per produrre le bombe. Il Canada vende attualmente solo due cose. Vende il grano per la vita e l'Uranio per la morte.
Il Plutonio fuoriuscirà e si disperderà per tutto l'emisfero boreale. Sta tuttora già viaggiando verso l'America del Nord.
Poi c'è lo Iodio 129 radioattivo, il che ha una "half-life" di 17 milioni d'anni, e poi ancora lo Stronzio, il Cesio, il Trizio, e potrei continuare ad infinitum...
Quando piove precipita anche la radioattività e si concentra negli alimenti. Se finisce in mare, viene concentrata centinaia di volte dalle alghe, poi dai pesciolini, poi dai pesci più grandi ed infine dagli esseri umani che stanno all'apice della catena alimentare. Questi elementi radioattivi non hanno alcun gusto o odore e non sono visibili. Sono silenziosi! Quando entrano nel corpo, non si muore immediatamente dal cancro. Ci vogliono 5-6 anni per contrarre il cancro e quando una persona ha il cancro, non può risalire al boccone di pesce che gliel'ha procurato. Qualsiasi tipo di radiazione è dannosa. Ha un effetto cumulativo e ogni dose che si assume aumenta il rischio di contrattare il cancro.
Se piove e la radioattività precipita, non si devono produrre alimenti. Il che significa non magiare qualsiasi alimento per i prossimi 600 anni!
Ho sentito che le scorie radioattive, qui in Canada, verranno seppellite nei dintorni del Lago Ontario. Quindi fuoriuscirà e durerà per milioni d'anni, finirà nell'acqua e quindi nella catena alimentare. Questa radioattività finirà per provocare delle vere e proprie epidemie di cancri, leucemie e malattie genetiche in eterno. Questo è il più importante rischio per la sanità pubblica che il mondo abbia mai visto, a parte il rischio onnipresente di una guerra nucleare. Einstein disse che "lo spaccamento dell'atomo ha cambiato tutto meno che il modo di pensare del uomo!" Molto profondo... E quindi si galleggia verso una catastrofe incomparabile! Siamo troppo arroganti. Abbiamo un eccesso di presunzione e secondo me il mesencefalo rettile del cervello di certi uomini è completamente patologico. Siamo di fronte ad una situazione dove siamo riusciti ad imbrigliare la forza del sole. Tutto pero è fuori controllo e oramai non possiamo farci più nulla!"

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giovedì 28 ottobre 2010

L’AFRICA DELLE OPPORTUNITÀ

Quando l’uranio diventa un investimento

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Africa:  il continente del fascino e del terrore. Descritta dai viaggiatori europei con sentimenti contrastanti, è la terra dove la paura si fa seduzione: tutto è enorme, tutto è sconvolgente, tutto è paradossalmente affascinante.
La parola Africa viene spesso associata all’idea di povertà: le immagini del degrado più estremo, ad oggi, provengono da questa terra sconfinata. La terra che per i Paesi sviluppati è stata, ed è ancora, fonte di un’immensa ricchezza.
Parliamo di oro, parliamo di diamanti, parliamo di petrolio. Gran parte del continente può essere immaginato come un enorme magazzino di risorse naturali.
Negli ultimi anni, alcuni Paesi africani sono stati nuovamente spinti nell’occhio del ciclone, per via delle possibilità offerte dall’espansione del mercato di un’altra risorsa: l’uranio.
Per una serie di ragioni diverse (1), infatti, è iniziata un’espansione del settore elettronucleare a livello mondiale, che ha spinto in alto la domanda di questo minerale.

La spinta nucleare verso l’Africa
Bastano pochi dati per rendersi conto dell’ampiezza del fenomeno. Ad oggi, esistono al mondo 435 reattori; altri 53 sono stati commissionati, mentre è in discussione o in via di approvazione la costruzione di altri 136. La maggior parte dell’uranio prodotto nel mondo va a confluire in sei Paesi, e precisamente: Stati Uniti (30,21% del consumo mondiale), Francia (15,7%), Giappone (12,37%), Russia (6,39%), Sud Corea (5,88%), Cina (4,45%) (2). Riguardo a quest’ultimo Paese, le previsioni parlano di un aumento della produzione elettronucleare di dieci volte i livelli attuali entro il 2030. Uno sviluppo simile dovrebbe avvenire in India, che, nel 2020, avrà bisogno di una fornitura di uranio pari a dieci volte quella attuale.
Numerosi studi mostrano come le imprese produttrici non siano, per il momento, in grado di fronteggiare questa domanda crescente (3).
È facile immaginare quale sia stato il riflesso di questa situazione: da un lato diventa imperativo, per i Paesi fruitori, assicurarsi le forniture dei prossimi anni; dall’altro le imprese estrattive devono ampliare la propria capacità produttiva, soprattutto attraverso accordi commerciali con i governi dei Paesi produttori. Si tratta di una vera e propria “corsa all’uranio”, il cui buon esito impone la ricerca di nuovi siti e di nuove rotte commerciali.
Sulla scia di queste spinte, alcuni Stati africani sono stati oggetto di un imponente flusso di investimenti: le imprese minerarie stanno portando avanti nuove esplorazioni, nuove negoziazioni; stanno rivalutando depositi già scoperti e mai sfruttati; stanno persino convertendo all’estrazione di uranio alcuni impianti nati per scopi differenti. Oltre che ad un incremento della capacità produttiva, questa tendenza potrebbe essere interpretata come una strategia di minimizzazione dei rischi o anche come una ricerca di licenze a prezzi più bassi.
Qualunque sia la causa, tale strategia ha incontrato l’atteggiamento favorevole della gran parte dei governi locali, in alcuni casi interessati anche all’utilizzo interno del minerale a scopi energetici.
Una lista dei Paesi africani interessati è facilmente reperibile a partire dal sito della World Nuclear Association. Si tratta in tutto di diciassette Paesi, in cui le attività in corso vanno dalla semplice esplorazione all’estrazione vera e propria: i tre più promettenti sono Niger, Namibia e Sud Africa (4), cui si aggiungono Algeria, Botswana, Repubblica Centrafricana, Congo, Gabon, Guinea, Guinea Equatoriale, Malawi, Mali, Mauritania, Marocco, Nigeria, Tanzania, Zambia.
Tutti questi Stati, in un modo o nell’altro, sono stati investiti dall’interesse delle imprese minerarie. Gli investimenti sono provenuti in primo luogo dall’Australia, ed in misura minore dalla Francia, dal Canada, e in qualche caso dalla Cina.
Cerchiamo di capire le dimensioni del fenomeno con l’aiuto di qualche dato.

Tre piccoli giganti Africani
Anzitutto la Namibia: questo stato dell’Africa Meridionale è il quarto produttore mondiale di uranio, con una quota del 10% dell’output mondiale. Ad esempio, è qui che si trova il deposito di Rossing Uranium, il più esteso del mondo. Si tratta di una miniera situata poco lontano da Walvis Bay, importante, oltre che per la sua estensione, per la sua produzione annua, inferiore solo ai depositi di McArthur River in Canada e di Ranger in Australia. Di proprietà della Rio Tinto in compartecipazione con il governo locale (5), dovrebbe essere sfruttabile ancora per dodici anni (6). Si tratta di un deposito esistente dal 1976, le cui risorse accertate superano le 7000 tonnellate di uranio, mentre le risorse stimate superano le 50000 tonnellate. Recentemente ampliato, questo impianto minierario è stato affiancato da quello di Langer Heinrich, della Langer Heinrich Uranium, società facente parte del gruppo australiano Paladin Energy. Le dimensioni del giacimento si aggirano sulle 45000 tonnellate.
Secondo le previsioni, la produzione namibiana dovrebbe quadruplicare nei prossimi cinque anni con l’apertura di nuovi siti, di cui due dovrebbero essere pronti già dal 2011 (7). In effetti, si tratta di un Paese al centro di una lunga serie di progetti, il più importante dei quali è noto come piano Husab. Questo disegno riguarda un’area di 637 kmq, oggetto di esplorazioni a più livelli, in cui sono presenti più depositi. Il più importante di questi è il cosiddetto Rossing South, che si trova, appunto, poco a sud di Rossing, e sembra essere addirittura più promettente di quest’ultimo. L’esplorazione è portata avanti dalla Extract Resources, mentre la Rio Tinto ne detiene una quota minoritaria. Un altro piano che interessa la Namibia è il progetto Etango, della Bannerman Energy. Tutte e tre queste imprese sono australiane; il più grande investimento estero della storia di questo Paese, tuttavia, è stato effettuato nel 2008 da Areva, per la miniera di Trekkopje, vicino Swakopmund (8).
La società francese, però, è attiva soprattutto in Niger: è qua che è stata recentemente inaugurata la costruzione di una nuova, imponente miniera, nella località di Imouraren. L’impianto sarà per un terzo di proprietà del governo; nei progetti di Areva, l’estrazione dovrebbe iniziare nel 2012, raddoppiando la produzione nigerina e facendo del Paese saheliano il secondo produttore mondiale. Si tratta del quarto sito di proprietà della Areva: gli altri tre si trovano nei pressi di Arlit, capoluogo della regione di Agadez, nei pressi della stessa Imouraren.
Una regione calda non solo perché ai confini con il Sahara: anche la Cina ha vi ha intravisto una possibilità di azione. La Somina (Société des Mines d’Azelik), come lo stesso nome suggerisce, è nata per l’estrazione nella località di Azelik, ed è di proprietà della China Nuclear International Uranium Corporation per il 37%, del governo di Niamey per il 33%, della cinese ZXJOY per il 25%, della Korea Resources Corporation per il 5% (9).
Al contrario di quanto accade in Niger e Namibia, l’estrazione di uranio in Sud Africa è rimasta per lungo tempo un’attività collaterale all’estrazione di oro. Attualmente, sono in cantiere vari progetti per sfruttare l’uranio come sottoprodotto di quest’attività. La canadese First Uranium Corporation, ad esempio, lavora su entrambi i fronti: i luoghi di maggiore attività sono la miniera sotterranea di Ezulwini, sia uranifera che aurifera, e l’impianto Mine Waste Solutions in cui vengono trattati gli scarti per ricavarne uranio e oro a basso costo.
Il primo tentativo di costruire una vera e propria miniera di uranio è stato il progetto Dominion Reefs, portato avanti dalla canadese Uranium One e presto fallito (10). Il Sud Africa è attivo anche nella produzione di energia nucleare, con due reattori attivi sul territorio nazionale.

Un continente in fermento
Sebbene Namibia, Niger e Sud Africa rappresentino il luogo di estrazione della maggior parte dell’uranio africano, queste dinamiche svolgono un ruolo importante in tutto il continente, soprattutto in Africa Centrale.
Nel Botswana, ad esempio, è attiva l’australiana ACAP Resources, nel territorio di Letlhakane, in cui sono presenti tre giacimenti: Gorgon, Mokobaesi e Kraken (per un totale di circa 38,000 tonnellate di uranio). All’interno del Paese è attiva un’altra impresa australiana, la Impact Minerals.
Nella Repubblica Centrafricana, Areva ha rilevato la UraMin per sfruttare il giacimento di Bakouma, che dovrebbe contenere circa 38000 tonnellate di uranio. L’impianto è attualmente in fase di sperimentazione, e secondo l’impresa francese l’apertura dovrà attendere ancora quattro o cinque anni. Con l’accordo stipulato nel 2008, Areva ha accettato di cedere il 10% degli utili al governo, che ha ottenuto anche la stesura di un programma di aiuti finanziari.
La Repubblica Democratica del Congo ha alle spalle una storia di intenso sfruttamento, iniziato negli anni Quaranta, e tristemente legato allo sviluppo dei primi ordigni nucleari. Il sito più attivo è stato, fino all’indipendenza, la miniera di Shinkolobwe, nel Katanga. Nel 2009, il governo ha assegnato la licenza esplorativa della regione ad Areva.
Altri Stati stanno cercando di inserirsi nel mercato: il governo della Guinea Equatoriale, ad esempio, ha iniziato degli studi e introdotto un nuovo codice di regolamentazione del settore. In Gabon, pur non esistendo al momento miniere attive, sono attive delle campagne esplorative. L’attività estrattiva gabonese, nel passato, è rimasta legata al Commissariat à l’énergie atomique (CEA)  e, soprattutto, alla Cogema (oggi Areva). I depositi più attivi, oggi in gran parte chiusi, si trovavano nei pressi della città di Mounana.
Per nulla secondarie le attività in Africa Orientale, in particolare nello Zambia, dove, dal 2008, il governo locale ha iniziato la cessione delle licenze, aggiornando la legislazione del settore in consultazione con la IAEA. Da citare il progetto Mutanga, sviluppato dalla OmegaCorp e acquisito nel 2007 dalla  canadese Denison Mines: è senz’altro uno dei più imponenti, e dovrebbe giungere a compimento entro un paio di anni. Inoltre, mentre l’australiana Equinox Minerals sta mettendo a punto un impianto di estrazione di uranio dalla miniera di rame di Lumwana, una joint venture costituita dalla African Energy Resources e dalla Albidon (anch’esse australiane) sta eseguendo degli studi di fattibilità per i depositi di Njame e Gwabe (progetto Chirundu).
Anche la Tanzania è in fermento: dopo aver scoperto un deposito di circa 5000 tonnellate a Manyoni, l’australiana Uranex ha ottenuto l’approvazione di un progetto minerario a Bahi e ne ha steso un terzo per la zona di Mkuju e Songea. Svariati progetti sono inoltre portati avanti dalla Mantra Resources, anch’essa australiana. Il governo ha annunciato, per il 2010, una revisione della regolamentazione del settore, dimostrandosi inoltre interessato agli impieghi energetici dell’uranio.
In questa regione del continente occorre menzionare anche il Malawi. Nel nord di questo Stato, infatti, il deposito di Kayelekera, scoperto nel 1980 dalla Central Electricity Generating Board of Great Britain (CEGB), è stato gradualmente acquisito dalla Paladin Energy.
Dei tentativi sono portati avanti anche in Africa occidentale; nella Guinea, ad esempio, l’esplorazione è portata avanti dalle australiane Forte Energy (ex Murchison United) e Toro Energy, con risultati incoraggianti intorno a Firawa, nella prefettura di Kissidogou. La Forte Energy è attiva anche in Mauritania, proprietaria del deposito Bir En Nar.
Più di 8000 tonnellate di uranio (11) dovrebbero trovarsi anche in Mali, in cui si trova il deposito di Falea.
La Nigeria ha iniziato nel 2009 un rapporto di cooperazione con la Russia. Inizialmente limitata all’esplorazione e all’estrazione, la collaborazione dei due Stati si è successivamente estesa alla progettazione di un reattore.
Per completare il quadro, occorre citare due Stati del Nordafrica: Algeria e Marocco.
In Algeria esiste un unico deposito, Tahggart, risalente agli anni Settanta. Il governo, che stima la presenza di almeno 26.000 tonnellate di uranio, ha iniziato nel 2009 la cessione delle licenze di esplorazione.
Anche in Marocco, il governo sta cercando di valorizzare gli sforzi effettuati prima del 1982, esplorando le aree di Haute Moulouya, Wafagga e Sirwa. Allo stesso tempo, Areva sta portando avanti delle sperimentazioni sulle potenzialità uranifere dei fosfati, in accordo con l’ufficio governativo competente (Office Cherifien des Phosphates, OCP) (12).
Un sentiero di cambiamento, una lista di opportunità. Ma la storia insegna che non sempre le opportunità sono sufficienti. Occorre che ci sia una classe dirigente in grado di coglierle. Occorrono istituzioni funzionanti e infrastrutture. Occorrono interventi correttivi dei possibili effetti perversi di queste innovazioni.
Corruzione, spinta al ribasso dei salari, smembramento delle strutture sociali, mancanza di controlli sulla sicurezza, inquinamento, conflitti etnici: problemi quanto mai interconnessi, in questa enorme parte di mondo.
Una sola immensa terra, il giardino dell’Eden dove tutto ebbe inizio. Un immenso paradosso, senza fine e senza tempo, dove solo la bellezza sembra destinata a svanire.
Federica Nalli (dottoressa in Scienze Politiche all'Università degli Studi di Firenze)

Note:
  1. Vedi anche articolo su Eurasia, “Uranio: il minerale della discordia” di Federica Nalli (http://www.eurasia-rivista.org/6341/uranio-il-minerale-della-discordia )
(2) Elaborazione personale da dati World Nuclear Association
(3) Vedi anche articolo su Eurasia, “Uranio: il minerale della discordia” di Federica Nalli
(4) Vedi anche articolo su Eurasia, “Uranio: il minerale della discordia” di Federica Nalli
(5) La quota detenuta dal governo è del 3% mentre il 10% appartiene alla Industrial Development Corporation of South Africa (IDC), una società del governo Sudafricano.
(6) A. Ruffini, Uranium plays in Africa, Engineering & Mining Journal, Vol. 210, n 10, Dicembre 2009, Pagg. 76-78
(7) African Business, Feb2010
( 8 ) A. Ruffini, Uranium plays in Africa, Engineering & Mining Journal, Vol. 210, n 10, Dicembre 2009, Pagg. 76-78
(9) A. Ruffini, Uranium plays in Africa, Engineering & Mining Journal, Vol. 210, n 10, Dicembre 2009, Pagg. 76-78
(10) A. Ruffini, Uranium plays in Africa, Engineering & Mining Journal, Vol. 210, n 10, Dicembre 2009, Pagg. 76-78
(11) Etichettate come Inferred Resources, sottocategoria delle Risorse Identificate (IDR)
(12) Gran parte di queste informazioni è reperibile su www.world-nuclear.org
Fonte

martedì 12 maggio 2009

L'ORO GRIGIO DEL NIGER

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Inaugurato l'impianto di Imouraren: dal 2012 produrrà 5mila tonnellate di uranio all'anno. Un progetto così importante da spingere il governo nigerino ad accordarsi con la ribellione tuareg. La francese Areva continuerà a sfruttare le miniere in barba al rispetto dell'ambiente e ai diritti dei lavoratori.

Sarà la miniera di uranio più importante dell'Africa, la seconda nel mondo; in base alle previsioni, a partire dal 2012 produrrà 5mila tonnellate di uranio all’anno per i prossimi 35 anni: si tratta del giacimento di Imouraren, nel nord Niger, a 200 chilometri dalla città di Agadez.

Lunedì 4 maggio sono stati inaugurati i lavori per la costruzione dell'impianto estrattivo; a posare la prima pietra, in presenza del ministro della cooperazione francese e del presidente della francese Areva Anne Lauvergeon, è stato lo stesso presidente nigerino Mamadou Tandja.

Il progetto, che costerà da 1,2 a 1,5 miliardi di euro, nasce sulla base di un accordo firmato tra Areva e il governo del Niger il 5 gennaio scorso, che riconosce al gruppo francese il diritto di sfruttare il giacimento. L'accordo prevede che Areva detenga il 66,65% della società creata in vista dello sfruttamento del giacimento, il restante 33,35% è invece di proprietà dello stato del Niger. Areva assicura che grazie alla miniera verranno creati fino a 5mila posti di lavoro, tra diretti e indiretti.

Ad impedire che i lavori cominciassero prima sono stati la concorrenza della Cina e del Canada nell'assegnazione degli appalti per lo sfruttamento delle miniere di uranio, e soprattutto gli scontri armati tra l'esercito nigerino e la ribellione tuareg, che chiede di poter godere dei proventi dell'uranio, di cui la regione è ricca. Il nord del paese, abitato in prevalenza da popolazioni tuareg, è l'area più arretrata del Niger. La lotta armata, proseguita per anni, con fasi alterne di contrasti più o meno cruenti, sembra però finalmente risolta: negli ultimi 2 mesi l'atteggiamento del presidente Tandja nei confronti dei ribelli è cambiato radicalmente, tanto da prospettare ora un'amnistia per chi depone le armi.

Il governo nigerino è passato dal considerare i ribelli tuareg (due i principali movimenti: il Movimento dei nigerini per la giustizia -Mnj- e il Fronte patriottico del Niger -Fpn- ) “banditi e trafficanti di droga”, ad aprire un tavolo con loro per il dialogo.

Un cambiamento repentino, influenzato sicuramente dalle necessità politiche e dalle prospettive economiche. Per sostenere l'imponente progetto di Imouraren si è scomodato perfino il presidente francese Nicolas Sarkozy, che nel suo recente tour africano ha fatto tappa il 27 marzo proprio a Niamey (capitale del Niger), che incontrando le autorità nigerine ha chiesto di accelerare i tempi per risolvere i contrasti con i ribelli.

Ad inizio aprile un incontro a Tripoli tra delegati del governo nigerino e rappresentanti dei gruppi ribelli aveva già posto le basi per un cessate e il fuoco. Domenica 3 maggio Tandja ha dato alla prospettiva di pace una dimensione più concreta, incontrando per la prima volta dopo 2 anni i leader tuareg ad Agadez, nel nord del paese, chiedendo loro di deporre le armi in cambio di un provvedimento di amnistia. Al momento, però, nessun documento ufficiale sancisce la fine degli scontri.

Imouraren: un impatto devastante

L'apertura del cantiere ha subito suscitato polemiche e proteste, sia da parte della società civile francese (che segue con attenzione gli interessi di Areva in Africa), che da parte delle associazioni per i diritti umani in Niger e quelle per la tutela dell'ambiente. Le attività di estrazione dell'uranio stanno contaminando le già scarse risorse idriche, perché i giacimenti a cielo aperto non rispettano le norme di sicurezza. A farne le spese non sono solo i minatori, costretti a respirare le polveri velenose di radon, gas radioattivo emanato dalle rocce del sottosuolo portate alla luce, ma tutte le popolazioni che vivono vicino alle miniere.
Un collettivo di ong francesi ha denunciato che Imouraren sarà l'ennesimo “scandalo nello sfruttamento dell'uranio nigerino”. L'attività estrattiva, secondo le associazioni francesi, "non contribuisce né allo sviluppo del paese né al miglioramento del tenore di vita dei nigerini" e avrà "conseguenze sanitarie e sociali disastrose per la popolazione locale e per l'ambiente". In base ad uno studio realizzato dall'associazione francese Criirad ad Arlit, altro giacimento sfruttato da Areva in Niger, le falde acquifere vicino all'impianto sono altamente contaminate. Masse enormi di rifiuti radioattivi, residuo dello sfruttamento minerario, vengono lasciate all'aperto, e vengono riutilizzate e riciclate dalla popolazione, inconsapevole dei rischi. Un precedente di Areva che le ong temono si ripresenti a Imouraren.

Polemica anche la società civile nigerina, favorevole allo sfruttamento dell'uranio, ma che chiede a governo e Areva il pieno rispetto dell’ambiente e dei lavoratori. Anche tra le realtà sociali nigerine, per esempio l’organizzazione Rotab, è forte il timore di uno sfruttamento sconsiderato e della mancanza di controllo nei confronti di Areva, non solo per la tutela ambientale, ma anche per il trasporto di materiali radioattivi e la protezione del personale impiegato.

Le promesse di Areva

Grazie a 2 convenzioni rispettivamente del 1968 e del 1974, il colosso nucleare francese Areva lavora in Niger da oltre 40 anni, anche attraverso le sue filiali locali, Cominak e Somair.

Gli importanti giacimenti hanno arricchito una ristretta élite nigerina, e ingrassato le casse della società francese, lasciando alle popolazioni locali solo le briciole. Una situazione insostenibile, diventata la principale causa della ribellione dei tuareg. Nonostante la ricchezza, la regione è infatti rimasta la più povera e arretrata del paese. La contaminazione dei terreni rende inoltre l'agricoltura impossibile e danneggia anche l'allevamento, praticato dalle tribù nomadi. Le miniere inoltre consumano ogni anno 8 milioni di m3 di acqua, esigenza che pesa sulle già scarse risorse idriche.

Negli anni scorsi Areva è stata accusata di sostenere i ribelli: il contrasto militare le permetteva di gestire meglio i suoi affari, e di eludere così il controllo sulle misure di sicurezza all'interno dei suoi impianti. Ma il colosso francese è anche accusato di aver spinto il governo di Niamey ad espropriare terreni di proprietà delle tribù locali. Secondo le associazioni per i diritti dei tuareg, le compagnie nucleari occidentali, soprattutto Areva, dovrebbero versare almeno 200 milioni di euro come rimborso alle popolazioni nigerine. Un dato confermato anche dalle fonti delle agenzie delle Nazioni Unite.
Per cercare di ripulirsi la coscienza e di rendere la propria immagine più presentabile, in occasione dell'accordo su Imouraren, Areva ha accettato le richieste del governo di Niamey di alzare del 50% il prezzo dell'uranio proveniente dalle miniere a cielo aperto di Arlit e di Akokan. Ha inoltre promesso di investire 6 milioni di euro nei prossimi 5 anni in attività di sostegno alle popolazioni locali, nei settori della sanità, dell'educazione, dell'accesso all'acqua. Tra queste iniziative un osservatorio sanitario e sociale, che controllerà anche le attività di Areva in Gabon, concordato dall'azienda francese con l'ong Sherpa. Ma le promesse non si sono fermate qui: ha assicurato che i lavoratori nigerini avranno un trattamento salariale in base agli standard francesi.

La società civile nigerina e le associazioni per la tutela dei diritti umani, dei lavoratori e dell'ambiente restano però scettiche. Difficile dar loro torto.

Sara Milanese

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