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domenica 13 novembre 2011

IL CERONE SI È SCIOLTO

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Finita la pubblicità ingannevole del Paese di Bengodi, scende il sipario su una parodia da operetta durata 17 anni ( Carosello al confronto era una sapiente lezione di vita) e inizia un nuovo capitolo nella storia di questo paese. Dopo i guitti, i nani e le ballerine, che vanno bene per divertirsi, ma non per governare un paese malconcio e ora , grazie anche a loro, ridotto allo sbando, torna il potere nelle mani delle teste pensanti e areate (non asfaltate). Ci aspettano sicuramente giorni dolorosi, direi quasi di lacrime e sangue, ma siamo dovuti diventare un protettorato dell’Europa e delle Banche, per poter rimandare al Bagaglino le istrioniche volgarità dei “ricchi cummenda della Milano da bere ”, per poter rimandare le quote rosa da Colpo Grosso nei loro laidi bordelli, per poter rimandare al Bar dello Sport i cafoni saccenti del dito medio padano. C’è da augurarsi che questa lezione ci serva per imparare che tutti dobbiamo partecipare al nostro futuro, non ponendo le nostre vite e il nostro portafoglio nelle mani del primo imbonitore che si presenta. Ai venditori di fumo si sostituiranno i venditori di crude realtà, ma è con queste che dobbiamo misurarci per riprenderci dignità e consapevolezza dei nostri pregi e dei nostri difetti. I “Berluscloni” non scompariranno dall’oggi al domani, ma occorre stanarli e isolarli per evitare che inquinino e corrompano ulteriormente la società civile. Solo la cultura può illuminarci e sapere che la Gelmini sarà probabilmente sostituita dal Rettore della Cattolica, Lorenzo Ornaghi, dà già una certa soddisfazione. È il segno di un cambiamento di rotta e speriamo che non sia il solo.

mercoledì 9 novembre 2011

QUANDO CADE UN MURO

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Con tutta la fantasia possibile, sfido chiunque a dire che ce la saremmo immaginata così, la caduta: con la Carlucci che scopre di essere sempre stata casiniana, Stracquadanio che si rifugia dentro un blindato dei carabinieri e Crosetto che dà della testa di cazzo al capo.
A questo punto credo che siamo tutti un po’ come drogati: talmente abituati ai fuochi d’artificio – i baciamano a Gheddafi, la patonza che deve girare, i traditori da fucilare alla schiena, guarirò il cancro entro tre anni, il tunnel della Gelmini, Brunetta è proprio un cretino, l’esistenza di Scilipoti, i rutti di Bossi etc – che non sarà facilissimo tornare a parlare di politica: avete presente, quella cosa che dovrebbe servire a migliorare una comunità e una cittadinanza.
Eppure, per quanto possa sembrare noioso stasera che siamo tutti contenti, da domattina sarebbe utile iniziare a parlarne.
Non tanto per il possibile governo Monti, quanto per quello che verrà dopo.
Non ho ancora sentito da nessuno dei leader del centrosinistra oggi in Parlamento dire quello che invece mi aspetto.
Ad esempio, primarie subito, niente scherzi del cazzo con la scusa che è crollato tutto troppo all’improvviso.
Fuori i candidati, basta con questa “paura di bruciarsi” tipica della prima repubblica, grazie al cielo da diversi anni non siamo più a un tavolo da poker, con buona pace di D’Alema.
Ogni candidato pubblichi poi rapidamente il suo programma, cioè quello che vorrebbe fosse il centrosinistra e quindi il governo: economia, governance di questa schifosa finanza impazzita, lavoro e precariato; corruzione ed evasione fiscale; diritti civili, bioetica e libertà di ricerca; conflitto di interessi, informazione e Rete; taglio alle spese militari e ai privilegi della politica; sistema elettorale; ambiente e green economy. E così via.
Ma in fretta, per favore: che quando cade un Muro chi si fa trovare in ritardo è fuori.
Fonte

domenica 6 novembre 2011

SARÀ L’ARGENTINA DEGLI ANNI ’90 IL NOSTRO FUTURO?

MENTRE CORRIAMO VERSO UN GOVERNO LAGARDE, E IL CENTRO-SINISTRA RIMANDA LE PRIMARIE SINE DIE, LA LEGA AFFONDA CON SILVIO.


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Se Silvio cade succede per dissanguamento da peones. Ed è una notizia. Ma quello che ci aspetta –ora o dopo il voto- è un governo Lagarde, strozzati come l’Argentina o quasi dall’FMI e con il centro-sinistra che forse può vincere ma incapace di alternative programmatiche.
Lui non è mai morto. E merita il rispetto che nei film dell’orrore (tale è stata la sua Italia per 17 anni) si prende il cattivo che fuori tempo massimo ti addenta la caviglia e regala l’ultimo brivido agli appassionati del genere. La caduta però è dietro l’angolo e la notizia è che sta avvenendo non per scissione o per rottura della coalizione da parte della Lega Nord, ma per dissanguamento da peones, spesso quelli stessi che nell’ultimo anno avevano trovato conveniente appoggiarlo e oggi come i topi scappano dalla barca che affonda. È repellente (ma capisco che politici e mainstream facciano quello di mestiere) il blandire in queste ore, analizzare, individuare un guizzo di interesse generale nei loschi calcoli di bottega che fanno, per tirare a campare un po’ di più, gli Stracquadanio, i Pittella, i Cazzola, le Bartolini. Nessun politico di primo o primissimo piano, neanche i Pisanu, gli Scajola, i Galan, esce allo scoperto nei torbidi di queste ore. Segno che torbidi sono, dove tutto ancora può succedere. Al massimo si muovono i governatori, che in parlamento non stanno, Formigoni, Polverini, lo stesso Alemanno (caso a parte Tosi), e che hanno uno scadenzario politico diverso da quello parlamentare. Lo fanno perché se lo possono permettere.
Aspettiamo, comunque, prima di brindare ad un Silvio impallinato dai franchi tiratori come un Mariano Rumor qualsiasi. Non foss’altro perché ad oggi l’alternativa per il paese resta tra l’incudine e il martello del votare con il porcellum e un governo tecnico. Questo, dopo Cannes, ovvero dopo altre settimane perse dal clown Berlusconi a negare l’evidenza (i ristoranti pieni…), non sarebbe già più quello di Napolitano che avrebbe avuto qualche pallido margine di manovra, ma quello di Christine Lagarde, il direttore generale del Fondo Monetario Internazionale. Quell’algida signora francese –nessuno si illuda-  non conosce altre tecniche per salvare il malato Italia che quelle applicate in Argentina negli anni ‘90 e Berlusconi, a Cannes, si è impegnato a prendere quella medicina. Un governo dell’FMI, per capirci, non è un governo della BCE che pur all’interno del brutto testo di Lisbona prevede contrappesi. Un governo del Fondo non avrebbe scrupolo né limite e forse non è stato ben percepito dal paese che l’impegno, il commissariamento, chiamatelo come volete, preso da Berlusconi con l’FMI a Cannes è tale da far rimpiangere perfino la lettera di Trichet dello scorso agosto. Ora siamo ben oltre. È alle classi medie e popolari, a chi lavora e prende lo stipendio per poi distribuirlo tra gas, luce, telefono, mutuo, benzina, vitto, alloggio che guarda la vampira francese.
Occhio ai bancomat, quindi, e non per scherzo visto il precedente di Buenos Aires quando di punto in bianco a insegnanti, professionisti, impiegati, operai di una grande capitale moderna fu impedito per mesi di pagare la luce o far la spesa con i propri soldi, tradendo il principio basilare di fiducia sul quale si basa il capitalismo. Se invece si vota, direte… se si vota il governo che ne uscirà potrebbe avere un piccolo margine di manovra supplementare ma a due condizioni: 1) avere la maggioranza anche al Senato, cosa per niente facile con la legge elettorale pensata per non far governare Prodi e per permettere a Berlusconi di assegnare ai suoi scherani seggi sicuri. 2) Essere frutto di un processo di accumulazione di forze che il centro sinistra è terrorizzato dal voler compiere e –quel che è peggio, ma è un dato di fatto- non è capace di fare intorno ad un programma che sia di svolta. Di svolta non di fronte al berlusconismo, ma di fronte a questo modello di sviluppo.
Nonostante le giuste critiche a Matteo Renzi, i fischi di Roma sono un pessimo segnale (anche perché con due fischi si è accaparrato la metà dei titoli). L’unica possibile via d’uscita è dare un senso all’idea di “legislatura di ricostruzione” di Pierluigi Bersani arrivando subito a primarie d’opposizione da convocare subito (entro o subito dopo Natale per capirci). Concorrano tutti, Casini, Renzi, Bersani, Di Pietro, Vendola, Ferrero, Grillo se vuole, senza scandali né veti e nella coscienza della debolezza intrinseca del quadro. Come nel 2006, peggio del 2006, ma tant’è. Si voti (magari si inventi perfino un doppio turno) e poi chi non gradisce il risultato si sfili se ne ha la forza politica. Il timore, in questa situazione, è che non sarà particolarmente importante chi vincerà ma solo il fatto –di fronte ad elezioni imminenti- di mostrare al paese e al mondo di poter uscire da questa acefalia di fatto del centro-sinistra che è solo un po’ meno preoccupante della permanenza di Berlusconi a palazzo Chigi. Non c’è niente di cui entusiasmarsi. Magari possiamo permetterci il lusso di un ticket Vendola-Lagarde (in alternativa ad un Bersani-Lagarde o un Renzi-Lagarde) al governo e forse riusciremo ad attenuare un pelino il prezzo che i più deboli devono pagare, ma sui programmi o sulla classe politica più impresentabile dell’Unione è difficile aspettarsi svolte (e il referendum è ormai una pia illusione). Resta l’astensione, o l’insurrezione popolare ma mi si permetta di essere ancora scettico sulla percorribilità di entrambe.
L’ultima considerazione è che per un Berlusconi che si avvia a farsi impallinare dai peones, Umberto Bossi scelga di affondare con lui. Mille volte avrebbe potuto sfilarsi e non lo ha fatto. Adesso pagherà il conto di questa scelta. Qualcuno tirerà fuori atti notarili che obbligano il razzista lombardo alla fedeltà al capo. Magari hanno ragione ma non sembrano dirimenti. Più interessante è che la Lega di Bossi (che nei sondaggi tuttora perde non più di un quinto dai massimi) abbia scelto di seguire Berlusconi prima al Lirico, poi a Salò e infine accompagnarlo nell’ultima fuga in Valtellina. C’è di mezzo l’oro di Dongo forse, ma quel repellente vecchio malato, capace da tempo di esprimersi solo con rutti e parolacce, ma che continua a tenere in pugno troppo potere al Nord, ha esaurito il fiuto politico che ha portato una nullità come lui, un imbianchino lombardo senza l’orrido genio del suo predecessore austriaco, a controllare per vent’anni un grande paese come l’Italia. La Lega affonda con Berlusconi e vedremo come quel che resta si riciclerà tra vagheggiamenti secessionisti e il tentativo di abbarbicarsi alla ciccia del potere di chi in questi anni con la fedeltà al capo ha fatto carriera. Non è un suicidio politico, un errore, un calcolo. È la logica conclusione di una stagione politica che muore. Che l’Italia, il primo grande paese europeo a sdoganare la xenofobia come legittima opzione politica possa essere il primo a liberarsene sarebbe una buona notizia. L’unica nell’autunno più grigio del secolo.
Gennaro Carotenuto su http://www.gennarocarotenuto.it

giovedì 26 maggio 2011

SVEGLIAMO(CI) TUTTI

Le Ultime Cene

- Ma noi abbiamo prenotato - dice Gesù.
Il maitre si scusa.
 
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- Il premier ha appena affittato tutto il locale per un'importante cena di lavoro. Non ci siamo potuti rifiutare, pare che ci siano in ballo le sorti della riforma costituzionale.
Dalla sala accanto provengono risate femminili miste a stornelli.
- Ma il premier di solito non le fa in una delle sue ville, queste... cene di lavoro? - Chiede Matteo.
- Le stanno sverminando - risponde il maitre - non l'ha sentito al Tg? Il premier è sicuro che i magistrati gliel'abbiano riempite di microspie, e ha deciso di farle ripulire. Nel frattempo, affitta ogni sera un locale diverso. Tutto intero.
- Allora la nostra cena salta? - Chiede Marco. Gesù scuote la testa.
- No, devo dirvi una cosa importante. Andiamo in un altro locale.
- A quest'ora? Una sala libera tutta per noi non la troviamo più , ci sparpagliano in sette tavoli diversi.
- Potremmo andare a casa di uno di voi - Dice Gesù.
Luca allarga le braccia.
- Noi abbiamo lasciato tutto per seguirti. Se mia moglie mi vedesse tornare ora, con pure dodici ospiti a cena, mi caccerebbe a fucilate. E temo che la cosa valga per tutti.
Gli altri annuiscono.
- Io stavo in un bed & breakfast - dice Giovanni.
- Devo dirvi una cosa importante - ripete Gesù. Poi chiede al maitre - Ci potrebbe portare almeno mezzo litro?
Il maitre scuote la testa lentamente.
- Va bene anche una mezza minerale, poi ci penso io - insiste Gesù.
- No. Anzi, se gentilmente volete accomodarvi all'uscita...
- Ma noi abbiamo prenotato! - Ripete Pietro.
Dalla sala accanto sbuca una fila di ragazze seminude che saltellano a ritmo di samba. Fra loro, un paio di vegliardi truccati da giovani. La fila aggancia alcuni apostoli, e li trascina.
- Il trenino, il trenino, venite anche voi a fare il trenino!
Il serpentone saltellante sparisce inghiottito dalle porte della sala di fronte.
Gesù guarda i cinque apostoli rimasti.
- Andiamo nel parcheggio - dice.
Escono.
- Ho preso queste al distributore - dice Pietro, portando un paio di lattine.
- Potevi prenderne sei - commenta Matteo - sei il solito braccino corto.
- Non ho altri spicci..
- Ce le dividiamo - dice Gesù - va benissimo per la cosa che devo dirvi.
Apre una delle due lattine.
- Questo è il mio sangue.
- Ti sei tagliato? - Chiede Marco.
Gesù solleva la lattina.
- Bevetene tutti.
- C'è anche l'altra - dice Luca.
Gesù abbassa la lattina.
- Fate questo in memoria di me.
Poggia la lattina sul cofano dell'automobile accanto a lui.
Scatta l'antifurto.
Uno strepito lacerante. Quattro gorilla del premier accorrono a mitragliette spianate. Gli apostoli si disperdono. I gorilla afferrano Gesù, bofonchiando ''attentato!''. Gli danno un paio di ginocchiate, lo ammanettano, gli sbattono la faccia sul cofano. Uno dei gorilla blocca Pietro. Lo strattona.
- Tu sei con lui? - Ringhia.
- Io? Ma chi lo conosce quel negher di merda... bisognerebbe annegarli tutti!
Il gorilla lo molla, Pietro scappa. Gesù dà un' occhiata triste nella sua direzione.
Poi i quattro lo trascinano via.
Gli apostoli aspettano nascosti, chi dietro i cassonetti, chi in un portone. L'ululato dell'antifurto viene zittito. Il corteo di macchine presidenziali parte a sirene spiegate, e scompare nella notte.
I cinque si ritrovano nella piazza ormai deserta.
- Dove l'avranno portato?
- In un CPT. Nella migliore delle ipotesi.
- Cosa facciamo adesso?
- Dobbiamo cercarlo!
- No, per ora dobbiamo nasconderci e fare finta di niente - dice Pietro - lui vuole così.
- E tu che ne sai? - Protestano gli altri.
- Io sono il suo vice.
- Ma da quando?
- M'ha anche mandato a prendere le lattine...
- Ci sei andato da solo!
- E ne hai prese solo due!
- Le lattine! - Dice Giovanni - forse lo sappiamo cosa vorrebbe che facessimo. Vi ricordate? Ha detto ''fate questo in memoria di me.''
- Già, ma ''questo'' cosa? - Obietta Matteo.
- Ricostruiamo i movmenti - propone Marco.
- Non ci vuole molto - dice Luca - ha aperto la lattina, e l'ha posata sulla macchina.
- Ed è scattato l'antifurto - conclude Giovanni - magari è questo che vuole.
- Che facciamo scattare gli antifurto? - Chiede Pietro, sarcastico - Sì dai, così svegliamo tutti.
- Esatto - dice Giovanni. Raccoglie un sasso, e lo lancia conto il parabrezza di un SUV -Svegliamo tutti.
Alessandra Daniele

lunedì 18 aprile 2011

NON C'È PIÙ TEMPO

Capisco sempre meno quel che accade nel nostro paese. La domanda è: a che punto è la dissoluzione del sistema democratico in Italia? La risposta è decisiva anche per lo svolgimento successivo del discorso. Riformulo più circostanziatamente la domanda: quel che sta accadendo è frutto di una lotta politica «normale», nel rispetto sostanziale delle regole, anche se con qualche effetto perverso, e tale dunque da poter dare luogo, nel momento a ciò delegato, ad un mutamento della maggioranza parlamentare e dunque del governo?

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Oppure si tratta di una crisi strutturale del sistema, uno snaturamento radicale delle regole in nome della cosiddetta «sovranità popolare», la fine della separazione dei poteri, la mortificazione di ogni forma di «pubblico» (scuola, giustizia, forze armate, forze dell'ordine, apparati dello stato, ecc.), e in ultima analisi la creazione di un nuovo sistema populistico-autoritario, dal quale non sarà più possibile (o difficilissimo, ai limiti e oltre i confini della guerra civile) uscire?
Io propendo per la seconda ipotesi (sarei davvero lieto, anche a tutela della mia turbata tranquillità interiore, se qualcuno dei molti autorevoli commentatori abituati da anni a pietiner sur place, mi persuadesse, - ma con seri argomenti - del contrario). Trovo perciò sempre più insensato, e per molti versi disdicevole, che ci si indigni e ci si adiri per i semplici «vaff...» lanciati da un Ministro al Presidente della Camera, quando è evidente che si tratta soltanto delle ovvie e necessarie increspature superficiali, al massimo i segnali premonitori, del mare d'immondizia sottostante, che, invece d'essere aggredito ed eliminato, continua come a Napoli a dilagare.
Se le cose invece stanno come dico io, ne scaturisce di conseguenza una seconda domanda: quand'è che un sistema democratico, preoccupato della propria sopravvivenza, reagisce per mettere fine al gioco che lo distrugge, - o autodistrugge? Di esempi eloquenti in questo senso la storia, purtroppo, ce ne ha accumulati parecchi.
Chi avrebbe avuto qualcosa da dire sul piano storico e politico se Vittorio Emanuele III, nell'autunno del 1922, avesse schierato l'Armata a impedire la marcia su Roma delle milizie fasciste; o se Hinderburg nel gennaio 1933 avesse continuato ostinatamente a negare, come aveva fatto in precedenza, il cancellierato a Adolf Hitler, chiedendo alla Reichswehr di far rispettare la sua decisione?
C'è sempre un momento nella storia delle democrazie in cui esse collassano più per propria debolezza che per la forza altrui, anche se, ovviamente, la forza altrui serve soprattutto a svelare le debolezze della democrazia e a renderle irrimediabili (la collusione di Vittorio Emanuele, la stanchezza premortuaria di Hinderburg).
Le democrazie, se collassano, non collassano sempre per le stesse ragioni e con i medesimi modi. Il tempo, poi, ne inventa sempre di nuove, e l'Italia, come si sa e come si torna oggi a vedere, è fervida incubatrice di tali mortifere esperienze. Oggi in Italia accade di nuovo perché un gruppo affaristico-delinquenziale ha preso il potere (si pensi a cosa ha significato non affrontare il «conflitto di interessi» quando si poteva!) e può contare oggi su di una maggioranza parlamentare corrotta al punto che sarebbe disposta a votare che gli asini volano se il Capo glielo chiedesse. I mezzi del Capo sono in ogni caso di tali dimensioni da allargare ogni giorno l'area della corruzione, al centro come in periferia: l'anormalità della situazione è tale che rebus sic stantibus, i margini del consenso alla lobby affaristico-delinquenziale all'interno delle istituzioni parlamentari, invece di diminuire, come sarebbe lecito aspettarsi, aumentano.
E' stata fatta la prova di arrestare il degrado democratico per la via parlamentare, e si è visto che è fallita (aumentando anche con questa esperienza vertiginosamente i rischi del degrado).
La situazione, dunque, è più complessa e difficile, anche se apparentemente meno tragica: si potrebbe dire che oggi la democrazia in Italia si dissolve per via democratica, il tarlo è dentro, non fuori.
Se le cose stanno così, la domanda è: cosa si fa in un caso del genere, in cui la democrazia si annulla da sè invece che per una brutale spinta esterna? Di sicuro l'alternativa che si presenta è: o si lascia che le cose vadano per il loro verso onde garantire il rispetto formale delle regole democratiche (per es., l'esistenza di una maggioranza parlamentare tetragona a ogni dubbio e disponibile ad ogni vergogna e ogni malaffare); oppure si preferisce incidere il bubbone, nel rispetto dei valori democratici superiori (ripeto: lo Stato di diritto, la separazione dei poteri, la difesa e la tutela del «pubblico» in tutte le sue forme, la prospettiva, che deve restare sempre presente, dell'alternanza di governo), chiudendo di forza questa fase esattamente allo scopo di aprirne subito dopo un'altra tutta diversa.
Io non avrei dubbi: è arrivato in Italia quel momento fatale in cui, se non si arresta il processo e si torna indietro, non resta che correre senza più rimedi né ostacoli verso il precipizio. Come?
Dico subito che mi sembrerebbe incongrua una prova di forza dal basso, per la quale non esistono le condizioni, o, ammesso che esistano, porterebbero a esiti catastrofici. Certo, la pressione della parte sana del paese è una fattore indispensabile del processo, ma, come gli ultimi mesi hanno abbondantemente dimostrato, non sufficiente.
Ciò cui io penso è invece una prova di forza che, con l'autorevolezza e le ragioni inconfutabili che promanano dalla difesa dei capisaldi irrinunciabili del sistema repubblicano, scenda dall'alto, instaura quello che io definirei un normale «stato d'emergenza», si avvale, più che di manifestanti generosi, dei Carabinieri e della Polizia di Stato congela le Camere, sospende tutte le immunità parlamentari, restituisce alla magistratura le sue possibilità e capacità di azione, stabilisce d'autorità nuove regole elettorali, rimuove, risolvendo per sempre il conflitto d'interessi, le cause di affermazione e di sopravvivenza della lobby affaristico-delinquenziale, e avvalendosi anche del prevedibile, anzi prevedibilissimo appoggio europeo, restituisce l'Italia alla sua più profonda vocazione democratica, facendo approdare il paese ad una grande, seria, onesta e, soprattutto, alla pari consultazione elettorale.
Insomma: la democrazia si salva, anche forzandone le regole. Le ultime occasioni per evitare che la storia si ripeta stanno rapidamente sfumando. Se non saranno colte, la storia si ripeterà. E se si ripeterà, non ci resterà che dolercene. Ma in questo genere di cose, ci se ne può dolere, solo quando ormai è diventato inutile farlo. Dio non voglia che, quando fra due o tre anni lo sapremo con definitiva certezza (insomma: l'Italia del '24, la Germania del febbraio '33), non ci resti che dolercene. Alberto Asor Rosa

giovedì 10 febbraio 2011

LA LEGA CE L’HA MOSCIO…

…con Berlusconi.
Finito il celodurismo leghista?

Anche ieri manifestazioni contro Berlusconi. Anche ieri attacchi di Berlusconi a magistratura e opposizione. Anche ieri balle colossali dal regime su riforme e azione politica. Insomma anche ieri il teatrino della politica berlusconiana ha messo in piedi il solito triste show.

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E la Lega? La Lega tace come sempre, non si capisce se per imbarazzo, per scelta politica o, peggio, per obbedire agli ordini del padrone che, intanto, torna indietro al peggio della Prima Repubblica, al peggio della politica e al peggio della ipocrisia imbarcando chiunque possa dargli un voto in Parlamento, da Scilipoti e Pannella, cioè tutte quelle cose che la Lega diceva di detestare e di voler combattere.
Una volta quelli della Lega dicevano di “avercelo duro” e urlavano contro “Roma ladrona”. Oggi che sono adagiati sulle poltrone romane e diventano parte di quella Roma ladrona che dicevano di voler combattere, si accontentano di un finto federalismo pur di non mollare quella poltrona rinnegando persino quella ideologia che li ha portati dove sono ora a discapito del “popolo padano” ma, peggio ancora, sono diventati i valletti dell’uomo di Arcore arrivando ad accettare di collaborare con gente come Cosentino o Dell’Utri, cioè con quella parte della politica che loro, che lo avevano duro, dicevano di voler combattere. Insomma una volta ce lo avevano duro, adesso nemmeno con il Viagra lo possono dire.
Ogni tanto Bossi si fa sentire e lancia qualche “avvertimento” per poi tornare velocemente tra le fila dei peones berlusconiani nel ruolo di paggetto pronto a sostenere il padrone. Anche la base della Lega inizia a vedere questo doppio senso imbarazzante e fa sentire la propria voce. Ma nemmeno questo smuove i leader leghisti che vanno in TV a difendere il padrone e le sue malattie sessuali. Alla fine l’unico che ce l’ha duro è proprio Berlusconi, non si sa come faccia, ma è così.
Ora, dopo Scilipoti, dopo Dell’Utri e Cosentino, dovranno digerire senza fiatare anche Pannella perché il padrone ha bisogno dei suoi voti in Parlamento. Davvero triste la fine che sta facendo il partito di Bossi. Da ce l’ho duro a ce l’ho moscio nel volgere di pochi anni.
Carlotta Visentin

martedì 25 gennaio 2011

LA DIGNITÀ DI ESSERE L’ALTRA METÀ DEL CIELO

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Riusciremo a ridere, o quanto meno a sorridere, quando tutto questo sarà alle spalle? Cercando di dare un nome ai sentimenti che si provano davanti allo spettacolo che una intera classe politica sta dando di sé, e del paese, al mondo intero, credo che si possa anche parlare di lutto.
Un senso di lutto che sta tutto dentro ad un avverbio, più volte ricorso nelle risposte dei padri e dei fratelli delle presunte fidanzate del capo del governo che, raggiunti dai colleghi speranzosi di fare lo scoop, rispondevano così alla domanda se la loro congiunta fosse la favorita del sultano: “Magari”. La storia umana è piena di frasi semplicistiche ma efficaci, che si tramandano e si traducono in molte lingue per dire verità scomode e incancellabili, e una di queste è pecunia non olet. E infatti questi padri e fratelli hanno educato e promosso le loro figlie ad un principio e ad una pratica di vita che bene è stata confermata dalla ormai celebre Karima, che in un brano telefonico intercettato dice, riferendosi al premier: “ Finché ci sta lui io mangio, se lui se ne va che cazzo mangio più?”.
Cibo, sostentamento, casa, riparo, salute, lavoro, pace, bisogni primari come quello di potersi mantenere per vivere la propria vita. Ma è davvero ormai diventato normale fare qualunque cosa per soddisfare ogni bisogno? Di quali bisogni, di quali valori trasmessi come imprescindibili stiamo realmente parlando, di fronte ad adulti e maggiori (ricordate la famiglia di Noemi Letizia, che offriva la figlia con tranquilla serenità al premier e alla stampa?) che invitano le nuove generazioni a vendersi, perché è così che si fa, perché è così che tutte e tutti fanno?
Dai furbetti del quartierino, alle veline, alle velone, alle letterine, passando per le ragazze immagine, i tronisti, le escort, l’Italia in questi anni ha arricchito di nuove parole e nuove figure il vocabolario e l’immaginario della corruzione, del disimpegno, della banalità del male che lentamente ci ha fatto regredire a paese da studiare con attenzione, ma non certo dove vivere con agio.
Non molto tempo fa si diceva ‘dignitosa’, della vita, come auspicio per sé e per chi ci era vicino. Forse vale la pena di rammentare cosa si intenda per dignità. Vado in rete, su wikipedia, e leggo:
Con il termine dignità si usa riferirsi al sentimento che proviene dal considerare importante il proprio valore morale, la propria onorabilità e di ritenere importante tutelarne la salvaguardia e la conservazione. Per i modi della sua formazione e le sue caratteristiche intrinseche, questo sentimento si avvicina a quello di autostima, ovvero di considerazione di sé, delle proprie capacità e della propria identità. Pertanto il concetto di dignità dipende anche dal percorso che ciascuno sceglie di compiere, sviluppando il proprio ‘io’. Ugualmente si riconosce dignità alle alte cariche dello Stato, politiche od ecclesiastiche richiedendo che chi le ricopre ne conservi le alte caratteristiche.
Ed ecco un’altra parola, autostima, che rimbalza, e ferisce fortissima come una lama improvvisa negli occhi abituati al buio. Quale può essere l’autostima che provano per se stesse le migliaia di giovani donne che in questi anni sono state l’esercito di manovalanza per le cene, le trasferte vacanziere, gli intrattenimenti,(nel prima e nel dopo cena), per gli ospiti, anche di Stato, come Gheddafi e Putin?
Il Financial Time, che ieri titolava L’Italia merita di più , nel 2007 aveva aperto una finestra sullo squallore culturale in cui il nostro paese versava: l’articolo di Adrian Michaels era intitolato Naked ambition, (ambizione nuda) e anticipò le riflessioni offerte due anni dopo da Lorella Zanardo nel suo documentario Il corpo delle donne. Pensare che quell’articolo fu aspramente criticato dal governo, fino al punto di suggerire una possibile ingerenza negli affari italiani, oggi sembra quasi irreale. Veramente gli italiani, ed in particolare le donne italiane, ritengono accettabile che si vendano, sulla tv terrestre, quiz di prima serata cercando di provocare i genitali dei maschi e non i cervelli degli spettatori?- si chiedeva Michaels  nell’articolo. Veramente oggi in Italia ci sono così tante madri e padri che si augurano che le figlie e i figli riescano a sfondare nel mondo dello spettacolo, o in altri ambiti, non importa come? Veramente ha vinto nel cuore e nelle teste di molti adulti il modello che da venti anni a questa parte la mafiosa gestione nazionalpopolare dell’informazione e dell’intrattenimento ha inculcato dalle tv nelle nostre case?
Perché tutto non si risolva in una battuta, in qualche servizio tv (ieri erano ben tre solo su Rai tre, tutti alla ricerca della fidanzata, quando forse ci sarebbero notizie da dare e inchieste da fare) non basta chiedere che questa classe politica corrotta vada via, e che la magistratura operi con severità.
Serve un progetto culturale e politico che dia spazio, voce e opportunità alle tante, e ai tanti, giovani e non, invisibili fin qui perché quasi mai oggetto di ribalta mediatica, che hanno detto no. Non a tutti i costi: ci sono beni e valori indisponibili, non siamo in vendita, la dignità viene prima.
Monica Lanfranco

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Aforismi

· Il primo bene di un popolo è la sua dignità. (Cavour)
· [...] i grandi guadagni, si sa, rendono le donne accessibili, specialmente quella categoria di donne che cerca di vendere la propria bellezza al prezzo più alto possibile (una volta sola, ma in modo definitivo, facendo il colpo della vita) e va fiera, chissà per quale motivo, di aver evitato in tal modo la prostituzione nuda e cruda. (S. Samsonov, Un fuoriclasse vero)
· Certo che le donne sono sciocche: Dio onnipotente le ha create per essere uguali agli uomini. (G. Eliot)
· Le donne sono capaci di tutto, e gli uomini di tutto il resto. (H. de Regnier)
· Spesso la donna è cuoca in salotto, puttana in cucina e signora a letto.
(E. Flaiano)
· Lasciamo le belle donne agli uomini senza fantasia. (M. Proust, Alla ricerca del tempo perduto)
· Le puttane sono sensibili quanto le altre e non parlano. (P. Drieu La Rochelle)
· Tutte le donne con cui ho avuto una relazione mi hanno insegnato qualcosa di me stesso. In questo senso mi hanno reso migliore. (J.M. Coetzee, Vergogna)

lunedì 24 gennaio 2011

COME PUÒ UNA DONNA AFFIDARE IL SUO VOTO A UNA CLASSE POLITICA DEL GENERE?

Partendo dalla lettera di un'"addetta ai lavori", secondo cui finché c'è "mercato" ci sarà offerta, alcune considerazioni sulla questione femminile in Italia. Ma soprattutto alcuni interrogativi intorno all'uso del corpo, trasformato in pezzi macellati e pronti per l'uso.

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Scandalo escort (1)

Avevamo pensato di utilizzare questo messaggio arrivato in redazione nella sezione C’è posta per noi. C’era già il titolo, “Caro Domani, mi vendo perché mi pagano. Si chiama mercato, dove esistono domanda e offerta”, e avevamo mantenuto la richiesta della mittente di pubblicarne solo le iniziali per ovvie ragioni, “V. V., hostess, ragazza immagine, talvolta escort, Milano”. Ecco cosa ci scriveva:
“Ma di cosa vi scandalizzate tanto? Pensate davvero che noi, prostitute d’alto bordo, per usare un linguaggio un po’ desueto (sono stata a scuola anche io, addirittura ho preso una laurea umanistica), siamo solo delle bellocce parcheggiate nei bar tra Brera e via Monte Napoleone in attesa del cliente di turno? Ora vi racconto per sommi capi la mia storia. Faccio parte anche io delle bellocce. All’università facevo di giorno la hostess nelle fiere e la sera ballavo nelle discoteche. Non c’è voluto molto per fare il “salto di qualità“: aggiungere delle entrare extra a quelle che si possono inserire nella dichiarazione dei redditi. Vado a cena con un farmacista, a teatro con un avvocato, a fare shopping con uno sportivo. A letto con tutti. Loro mi pagano (e pagano le varie ed eventuali: ristorante, hotel, boutique) e io vendo quello che vogliono. Non ho uno “sfruttatore”, non metto annunci su Internet per adescare, mi limito a beneficiare di un passa parola benevolo nei miei confronti. Io sarei una di quelle che avrebbe preso il taxi per tornare a casa perché mi sono imposta delle regole (o, per meglio dire, delle garanzie di auto-tutela). Non voglio sfondare nel mondo dello spettacolo, preferisco che volto e dettagli fisici rimangano anonimi. Ma ne conosco tante di ragazze che quel “disposta a fare tutto” lo sono. È il mercato: a fronte di domanda costante, c’è offerta. E più in alto si vuole puntare, più si deve essere disponibili a cedere. Pensate davvero che questo fenomeno un giorno potrà essere stroncato?”
Poi, discutendone, ci abbiamo ripensato. L’estate scorsa l’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ha diffuso un’indagine in cui, in Italia, solo il 46,4 per cento delle donne in età lavorativa è occupata. L’Istat invece ci informa che 6 milioni sono quelle che, tra i 16 e i 70 anni, hanno subìto una qualche forma di violenza, la maggior parte nell’ambito domestico. Un recente libro di Loredana Lipperini (“Non è un paese per vecchie”, recensito su queste pagine) racconta invece che il tenore di vita delle anziane è inferiore a quello degli coetanei dell’altro sesso e che il carico dei problemi familiari grava quasi in toto sulle spalle donne mature (sopra i 50 anni).

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Il prodotto che scaturisce da questi fattori non è molto diverso dal frutto di analisi ben più articolate: la questione femminile, in questo Paese, è tutt’altro che risolta. Certo, non siamo ai livelli descritti dalle immagini del recentissimo bel film francofono Women are heroes, che affronta ben altri tipi di problemi vissuti dalle donne di Brasile, India, Kenia e Cambogia. Ma qualche interrogativo ci viene da aggiungerlo a quello posto dalla milanese V. V.
In merito alle donne al potere (almeno politico) in Italia, gli ammiccamenti alludono alle abilità più impudiche, non alle reali capacità professionali. Sul piccolo schermo bucano, più che le brave giornaliste o conduttrici, le scosciate, che diventano maîtresse à penser di salotti dai titoli orwelliani o talk show dalle emozioni facili e forti (si noti poi che in termine francese maîtresse si può tradurre anche con il corrispettivo “amante”). Nei commenti che si vorrebbe appartenessero a un para-sciovinismo d’altri tempi, quella femminile non è una presenza qualificata a cene o occasioni pubbliche. Al più è una presenza piacevole, che allieta, che fa complemento d’arredo al pari di un bel bouquet di fiori o di un quadro d’autore (difficilmente d’autrice). In quelli più boccacceschi di questi giorni, la donna sveste (verbo azzeccato, per quanto metaforico in questo contesto) i panni dell’essere umano e assume i connotati dei suoi attributi anatomici, come se si assistesse a uno snuff movie: pezzi di carne macellati e pronti da consumare.

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Mr Toledano: Breasts With Hair Small

Le cronache dei giornali e i documenti giudiziari che filtrano ci parlano di situazioni riconducibili a una specifica parte politica, per quanto qualche nome dell’opposta fazione lo si ritrovi negli incartamenti. Qui però non si vuole fare una questione di partigianeria, si vuole parlare di quei potenti in base all’accoppiata cromosomica XY, quella che caratterizza i mammiferi maschi. E si vuole interrogare le donne. In una trasversalità politica e anagrafica sorprendente, si è sentito spesso dire che il femminismo avrebbe, quanto va bene, stancato. Altrimenti avrebbe fallito. Per quanto personalmente si trovi fuori luogo un’affermazione del genere, non si vuole spingere nessuna a un ritorno alle istanze di tutela di genere portate avanti in passato. Si cerca solo qualche risposta.
Perché – secondo le cittadine italiane – si è arrivati in tempi di post-modernità a una concezione della donna come strumento di piacere, quando non di vero e proprio strumento di controllo (o manipolazione. Si veda un fresco articolo del New York Times)? Com’è possibile conferire la propria fiducia di elettrici a una classe politica che irride le quote rosa imposte per legge e informalmente le riserva a presunte concubine o sospette complici? È dunque il basso impero – o un revival di sconcio assolutismo pre-rivoluzionario – l’immagine pubblica dentro cui inchiodare alcune donne italiane mentre molte altre sono a casa a studiare, crescere figli, far quadrare i conti, talvolta prenderle dai compagni o, se occupate, far doppio lavoro – dentro e fuori le pareti domestiche – per mantenere lo status quo di una società maschilista che diventa matriarcale solo quando bisogna farsi carico di fatica e lacrime?
Antonella Beccaria

domenica 23 gennaio 2011

FOTOGRAFIA DI UN PAESE

In questi giorni abbiamo volutamente evitato di commentare l’ennesimo “sexygate” che ha coinvolto il presidente del consiglio.

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Confessiamo di trovare poco interessante tutta questa prouderie politica di chi sbircia dal buco della serratura altrui ed è quantomeno paradossale che dopo anni di devastazione sociale di Berlusconi e complici la cosiddetta opposizione riprenda parola solo quando si tratta di Noemi, di Papi o di bunga bunga. Se rompiamo questo silenzio è solo perchè siamo stati stimolati da un sondaggio IPSOS pubblicato alcuni giorni fa dal quotidiano Europa che, in sintonia con altre rilevazioni demoscopiche, fotografa un’Italia relativamente indifferente a questo polverone mediatico. Perchè la fiducia nel premier non cala? Perchè le intenzioni di voto non si modificano? Oggi diversi opinionisti si interrogano sorpresi sulle ragioni di questa mancata “indignazione morale” e in molti concordano nell’attribuirla al deficit di credibilità del centrosinitra. Nessuno però sembra voler fare i conti con le trasformazioni antropologiche che hanno squassato questo Paese nell’ultimo trentennio e di cui il berlusconismo è culturalmente al tempo stesso causa ed effetto. Per trasformare le cose bisogna prima avere chiaro come stanno, raccontarsele per come esse sono e non per come vorremmo che fossero. In questo Paese di “Italie” ne convivono almeno due, e quella dominante, quella che informa di sè il senso comune, quella che produce ideologia, è quella che meno ci piace e ci assomiglia. Potremmo spendere fiumi di parole per analizzarla, ma alla fine crediamo che bastino i commenti dei parenti più prossimi delle ragazze coinvolte, come il padre che spinge la figlia ad essere meno timida perchè altrimenti le passano tutte davanti, o il fratello che suggerisce di chiedere in cambio un posto di lavoro oppure quell’altro genitore che al cronista che gli chiede se è sua figlia ventiseienne la nuova compagna dell’ottuagenario Berlusconi risponde: magari. Una società mucillaginosa (come la descrisse De Rita qualche anno fa), un crossover di format e generi diversi, un po’ “Uomini e donne”, un po’ “Grande fratello”, un po’ “L’isola dei famosi”… dove la distinzione non è più tra chi lavora e chi sfrutta, tra chi ha e chi non ha, tra chi sta sopra e chi sotto.
Per questa Italia la faglia incolmabile adesso passa tra chi è dentro e chi è fuori, tra chi è visibile e chi resta invisibile, tra perdenti e vincenti e come in un ring ottagonale pur di passare da un campo all’altro vale tudo. C’è poi l’altra Italia, quella che magari lavora otto ore al giorno alla catena di montaggio per un salario che equivale a quattro pompini di Emilio Fede, o quella precaria che esce ed entra dal mercato del lavoro sempre più povera di diritti. L’Italia che vota no a Pomigliano e Mirafiori, quella che scende in piazza il 16 ottobre e quella che si scontra per ore con la polizia il 14 dicembre. Un paese che però ha sempre meno consapevolezza di sè, che fatica a riconoscersi in funzione del suo essere sociale e a cui manca una rappresentanza, ma a cui soprattutto manca un grande narrazione in grado di prospettare un’idea di società altra, alternativa alla merda in cui ci hanno condannati. E fino a quando questo sarà, questo paese pur se maggioritario nei numeri non potrà che ritrovarsi minoranza culturale e politica. Noi crediamo che sia questo il punto da cui ripartire.
Militant

mercoledì 15 dicembre 2010

SERVILISMO: ANTICO MA SEMPRE ATTUALE

Servilismo : inclinazione a sottomettersi ad altri in modo umiliante e indecoroso, per pavidità o per calcolo
(dal dizionario italiano Hoepli)

Sinonimi: adulazione, piaggeria, umiltà || Vedi anche: lusinga, ruffianeria, arruffianata, leccata, lustrata, sviolinata
Contrari: fierezza

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“Qualsiasi pretesto servirà un tiranno.”
( Esopo )

“Per ribellarsi occorrono sogni che bruciano anche da svegli, occorre il dolore dell'ingiustizia, la febbre che toglie all'uomo la malattia della paura, dell'avidità, del servilismo.”
(S. Benni)

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“La libertà non è un diritto. é una virtù interiore, è la ricompensa dello sforzo. Bisogna meritarla. Bisogna riconquistarla, non sugli altri ma su sé stessi. Bisogna saperne far uso: servire senza servilismo, compiere il proprio dovere senza coazione, ubbidire con intelligenza come se si dessero ordini.
Questo implica uno sforzo intellettuale esteso a tutta la nazione.”

(Gonzague de Reynold)

“Non sarò mai servo felice
di consapevole schiavitù
in una nazione creditrice
di verità nascoste dalla tivù.”

(Arnaldo Marca)

“La ricchezza è una buona serva ma è la peggiore delle amanti.”
(Bacone)

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“Sii servo del sapere, se vuoi essere veramente libero.”
(Omaggio ad Arthur Schopenhauer)

“La servitù, in molti casi, non è una violenza dei padroni, ma una tentazione dei servi.”
(Indro Montanelli)

“Chi crede di servire un’idea politica, spesso serve in realtà uomini politici.”
(Anonimo)

“Chi serve al vizio, attende il supplizio.”
(proverbio)

“Impressionante a quanta gente la propria testa serva unicamente quale supporto per i capelli ed i cappelli.”
(Harold Pinter)

“Ahi serva Italia, di dolore ostello, nave senza nocchiere in gran tempesta, non donna di province, ma bordello!”
(Dante Alighieri)

“C'è gente che pagherebbe per vendersi”
(V.Hugo)
-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-.-

"Nella vita bisogna avere tre doni:
la SERENITA' di accettare le cose che non si possono cambiare,
il CORAGGIO di cambiare quelle che si possono cambiare,
la SAGGEZZA di capirne la differenza."
 da una Preghiera Cherokee

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lunedì 8 novembre 2010

CARO SILVIO BERLUSCONI,

mi presento.
Sono l’uomo che hai mandato in missione di pace, ad esportare democrazia in Iraq, e poi in Afghanistan, e poi in Libano, e un pò ovunque gli alleati chiamino a raccolta il nostro Stato scodinzolante e fedele, sono quello che ha lasciato moglie e figli per saltare in aria per mano di un altro disgraziato come me, di cui ignoro il nome, sacrificato sull’altare di una guerra voluta da altri, tra cui te.
Sono la puttana che forse hai corteggiato a suon di regali e denari per allietare i tuoi istinti animali di vecchio sporcaccione settantaquattrenne, sono una delle tante bamboline con le quali giochi, tra un vertice e l’altro, per mascherare la tua infinita solitudine.
Sono il frocio che detesti, che combatte da una vita contro ad una società di pregiudizi e barriere, fisiche e mentali, sono quello che da ieri si sente ancora più isolato grazie a un Presidente del Consiglio tanto stupido e volgare da riderci sopra in una pubblica assemblea.
Sono il giovane che non si sposa perché non gli hanno rinnovato un contratto già scaduto in partenza, come un qualsiasi prodotto alimentare su uno scaffale di uno squallido ipermercato di periferia, sono quello che nelle statistiche è occupato e deve sentirsi grato, per queste nuove forme di schiavitù.
Sono l’insegnante che non ce la fa più, ad inventarsi un mestiere che si continua a tagliare, mortificare, distruggere giorno per giorno, sono quello che maneggia il futuro di una nazione e lo fa con strumenti e mezzi del tutto inadeguati.
Sono l’anziana sola, ferita nella ferita di città sempre più a misura di cemento, e industrie, e automobili, non certo di persone, non certo di donna, di donna sola, di donna sola anziana, sono quella che finirà i propri giorni in un osceno ospizio dove sarò parcheggiata come una carcassa d’auto nel piazzale putrescente di un rottamaio.
Sono il tumore infilato nei polmoni di un bambino che vive a due passi dall’ennesima discarica e dall’ennesimo forno inceneritore, sono il risultato di 15 anni di menzogne e scelte fatte con l’avidità certo non con il cuore e il buonsenso.
Sono il servitore dello Stato cui è stata tolta la vita mentre combattevamo una battaglia contro l’antistato e lo Stato, quello vero, si voltava dall’altra parte, sono quello per cui fate una targa, intitolate una strada, e bestemmiate il suo nome per dire di guerre che nemmeno combattete, per davvero.
Sono il negro e il rom e l’albanese, che disinfetta le piaghe di decubito dei vostri vecchi e occupa in nero le vostre seconde e terze case, sono quello che produce redditto e paga le tasse lavorando come un mulo nelle imprese del fu ricco nord est, o nei campi di schiavitù dei tanti meridioni italiani.
Sono il pirla che continua a pensare che la propria dignità sia la faticosa somma di tante piccole scelte quotidiane: niente eroismi, niente grandi rivoluzioni, ma tanto rispetto per le regole, voglia di integrazione, senso del futuro.
Sono quello che pensa che pagare le tasse sia cosa buona e giusta, che fare volontariato nella propria comunità sia sensato, che indignarsi e battersi affinché ciascuno su questo pianeta abbia pari dignità e diritti sia sacrosanto.
In realtà, adesso che mi sono presentato, non ho proprio nulla da dirti.
Se non che ti compatisco, e provo umana pietà per la tua totale assenza di domani.
Fonte

martedì 14 settembre 2010

E LA CHIESA TACE...

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“Se ne vedono di tutti i colori.
Ogni giorno che passa.
Cose da inorridire anche i morti.

Litigi, ripicche, vendette, rivalse,
se tu mi fai questo, io ti faccio quello...
e così via.

E tutto va a puttane!
Da anni siamo nelle mani di un demente,
di un bastardo, di un ladro, di un mafioso,
di un... porco!

E lui non ha problemi:
il suo unico problema è la Democrazia,
che non gli va bene.

Finché ci sarà un alito di Giustizia
lui non dorme sonni tranquilli.

Tutto deve essere funzionale a lui,
alla sua demenza onnipotente,
al suo delirio di grandezza mai sazia.

Nel suo cervello non c’è spazio per un solo pensiero.
Lui non pensa. Defeca. E riduce tutto a merda.

Lui è di una follia tale
che ogni pensiero fugge via lontano
e succede che il Pensiero ormai non trova più spazio:
l’Italia è un deserto bruciato dalla Demenza.

E siamo ancora qui a discutere
su una simile Mostruosità che merita solo disprezzo?

Ormai anche il disprezzo non ha più l’oggetto
da disprezzare.
Siamo stanchi di disprezzare.
Siamo nauseati.
Il disprezzo si è fatto tumore maligno.
E lui vegeta, e noi stiamo morendo.

Un’agonia la nostra che è tenuta lunga,
per vendetta, fino a che lui si sarà divertito abbastanza
nel tenerci sull’orlo del precipizio.

Ma Dio dove sta?
Pure lui impotente?
Non si è accorto prima di crearlo
di che cosa stava facendo?

Oppure è la punizione per il nostro tradimento
di quel Genio che è stato l’Orgoglio di generazioni?

Ed eccolo il Mostro della Vacuità assoluta,
l’Orrido sempre gravido di acefali.

Ed eccoli gli acefali, una marea, popolare l’Italia,
gente senza cervello, solo bocca e pancia,
senza orecchie, senza naso, senza cuore.

E i più riusciti, come mostri,
si fanno in quattro per frantumare il Genio:
quattro scalzacani che sorreggono il Padrone fin che possono,
mungendolo nel portafogli,
pronti a lasciarlo crepare al momento “provvidenziale”.

L’Umberto il barbaro è il primo di questi scalzacani,
lì lì per finire anche lui nella fossa,
ma non prima di aver lasciato nella Storia dei perdenti
il segno di un pugnale inferto al Genio.  

Ma il Barbaro ha un seguito, forte, così sembra,
in realtà una marea di rozzi analfabeti irriducibili.
Ignorantotti, pronti alle sparate da ubriaconi,
ciechi a tal punto da non vedere neppure un filo di luce.

E che dire di quella specie di movimentismo cattolico,
in primis Cl e Compagnia delle Opere,
che punta il dito indicando il cielo,
ma con i piedi nello sterco più blasfemo?

Una Chiesa che ha la spudoratezza di dialogare
con i Dementi e i Farabutti,
solo perché così pensa di salvare i dogmi e la morale,
è di una oscenità tale che mi chiedo perché
Dio non l’abbia ancora fulminata.

Anche la Gerarchia è nelle mani di ciechi, ottusi,
che pensano solo al potere,
facendo della morale un mezzo per salvare l’ordine,
e della dottrina dogmatica un potente sonnifero
per addomesticare meglio gli spiriti più ribelli.

La Chiesa perché tace?
Non sarebbe il momento di risvegliare
la voce dello Spirito?

Cazzo, perché taci?
Perché non urli la rabbia di Cristo
che ha perso perfino lui la voce
a furia di essere inascoltato?

Le comunità cristiane che stanno facendo?
Già, i bravi cattolici sono impegnati a fare feste,
tra una indulgenza e l’altra,
mentre confessano i loro peccati,
pronti a ripeterli con più freschezza.
Tanto, chi se ne frega!

Dio è forse un distributore automatico che
più sforna grazie e più se la gode,
soddisfatto di rimettere a nuovo le cose,
perché ciascuno abbia la sua parte di coglioneria?

Questi figli di puttana ci stanno consumando
nella nostra dignità umana,
e tu, Chiesa, taci?

Arriveranno le elezioni,
e arriverà puntuale il solito messaggio dei vescovi:

Votate i partiti che difendono i valori cattolici!
Ovvero, votate i mafiosi, i porci, i delinquenti,
loro sì che sanno coprire le loro malefatte
ergendosi a paladini del credo cattolico!”

Fonte

mercoledì 1 settembre 2010

IL GRAN RIFIUTO DI DON GALLO

"Mai più libri con la Mondadori"
Evasione fiscale e legge "ad aziendam": il prete di strada che ha pubblicato con la casa di Segrate "Angelicamente anarchico" e "Così in terra come in cielo" è il primo autore che se ne va.

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"Non pubblicherò più libri con Mondadori, dopo questa storia del romanzaccio di Segrate io zitto non ci sto". Don Andrea Gallo è un autore Mondadori e mette la parola fine al suo rapporto con la casa editrice dopo l'inchiesta del vicedirettore di Repubblica Massimo Giannini pubblicata tre giorni fa e la "tempesta del dubbio" di un autore Mondadori, il teologo Vito Mancuso, che in una lettera aperta al quotidiano ha sollevato la questione se sia eticamente corretto continuare a pubblicare il proprio lavoro con un'azienda che ha pagato 8,6 milioni di euro al fisco, in vent'anni, anziché 350 milioni. E poi tutto sia stato sanato da una legge "ad aziendam". Tra tutti gli autori Mondadori in ambasce, don Andrea però è il primo che consuma lo strappo. "Ciò che è grave sono le leggi ad personam del governo, allora dovrei dimettermi dall'Italia - riflette sulla polemica la psicoterapeuta e scrittrice, Gianna Schelotto - Mondadori è un'azienda con cui lavoro benissimo, ha altissime professionalità e non ha mai toccato una virgola nei miei libri". "Da Mondadori me ne sono andato un anno fa - spiega Dario Vergassola, comico e autore spezzino - non mi trovavo bene; nessuna pressione, ma nei miei confronti c'era indifferenza".Don Gallo invece sabato ha pagato 92 euro, la bolletta di un pensionato genovese cui avevano tagliato la luce perché non riusciva a saldarla, e non può stare zitto, dice, davanti a un'evasione di 350 milioni. "Sono un autore piccolissimo, minuscolo, ho compagni enormi, da Zagrebelski a Scalfari, da Saviano a Citati, ma qualcuno deve pur dire no a un certo punto, e questa vicenda: è un romanzaccio che spinge un mini-autore come me a non poter proseguire ancora con Mondadori", dice don Gallo. Il prete di strada ci tiene a precisare, però: "L'azienda di Segrate è un monumento dell'editoria italiana e, lì dentro, ho incontrato professionalità eccellenti. Però non posso fare finta di niente davanti a una legge "ad aziendam" che ha messo a posto un'evasione fiscale enorme. Vero che ci sono state due sentenze favorevoli, ma al terzo grado non ci si è arrivati: è invece arrivata l'ennesima legge ad personam". Per Mondadori don Gallo ha pubblicato due titoli, "Angelicamente anarchico" nel 2004 e, a febbraio 2010, "Così in terra come in cielo": "È successa una cosa che mi ha incuriosito, in occasione delle presentazioni pubbliche dell'ultimo libro - svela don Andrea - la Mondadori, sia a Milano, sia a Genova, dove esistono librerie dell'azienda, mi ha organizzato gli incontri da Feltrinelli". Ricorda la telefonata furiosa del suo amico Beppe Grillo, appena pubblicò "Angelicamente anarchico" per Mondadori: "Prete maledetto non dovevi farlo" - ride il fondatore della Comunità di San Benedetto - ma mi avevano cercato loro, io non mi ero posto il problema, avevo incontrato persone molto competenti, e poi mi interessava soltanto che tutto ciò che il libro guadagnava, così come tutti quelli che ho scritto, andasse sul conto della Comunità e finanziasse il suo lavoro. Quando è uscito "Così in terra come in cielo" Grillo mi ha nuovamente telefonato ("Finalmente pubblichi con Feltrinelli" mi ha detto). Io gli ho risposto di no, ma anche lui era caduto nel giochetto, perché il volume veniva presentato al pubblico nella libreria di via Ceccardi". Don Gallo guarda indietro e punta il dito: "Abbiamo tutti preso un grosso granchio: abbiamo sottovalutato chi sapeva e aveva capito tutto, per tempo, Indro Montanelli". "Perché davanti all'inchiesta di Giannini le istituzioni, le forze politiche non parlano? C'è un silenzio assordante in questa crisi di sistema". Gianna Schelotto si allinea con la maggior parte di grandi autori che non vogliono rompere un rapporto di altissimo profilo con le eccellenze che lavorano in Mondadori: "Ho cominciato con la casa editrice negli anni Settanta e Berlusconi non c'era ancora - dice la psicoterapeuta genovese - Spero di continuare finché Berlusconi, come proprietario, non ci sarà più".
di MICHELA BOMPANI

Vedi anche questo articolo

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Ma…(l’hanno scoperto solo adesso?)
Però…(meglio tardi che mai)

A questo punto vorrei dire 2 parole, ma sarà meglio rimandarvi qui

Restano comunque sempre

MAL DI PANCIA TARDIVI

venerdì 30 luglio 2010

BERLUSCONI E LA COMUNICAZIONE EMOTIVA

Un aspetto spesso sottovalutato del Cavaliere è la dote innata di venditore. Montanelli diceva che è il miglior piazzista del mondo, ma pochissimi capirono al tempo la valenza di questo talento naturale, soprattutto se abbinato al potere mediatico di cui dispone. E’ però semplicistico affermare che chiunque disponendo a proprio piacimento di un tale potere possa far eleggere anche un pregiudicato al Parlamento: può darsi che ci riesca, ma da qui a raggiungere una maggioranza così schiacciante c’è una differenza abissale.

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Per meglio comprendere le strategie comunicative, è necessario fare una premessa di carattere sociale: gran parte delle popolazioni vive in una frenesia continua, la famiglia è spesso solo una scatola, un appartamento, perché nel quotidiano è frantumata da decine di impegni personali. Entrambi i genitori lavorano per riuscire ad arrivare a fine mese, in una marea di piccoli problemi. I giovani raramente si interessano attivamente di politica, spesso ragionano per stereotipi o simpatie/antipatie.
Ne conseguono due aspetti negativi e perniciosi: la televisione, che per la sua praticità d’uso è il media imperante, e sappiamo quanto essa sia manipolata e chi la controlla. Il secondo è ancora più triste, ma è il vero snodo che ci conduce alla rapida e inarrestabile ascesa del Cavaliere: il fascino della capacità comunicativa. La politica, in un paese a regime capitalistico avanzato come è tutto il blocco occidentale, Italia inclusa, è, né più né meno, un “prodotto”, come un pacco di spaghetti o una lavastoviglie.
Questo fondamentale assioma, che può non piacere ma di cui purtroppo però ne è dimostrata la valenza assoluta, e di cui bisognerebbe che tutta la classe politica comprendesse l’ importanza, è il cardine su cui ruota tutta l’attività propagandistica del Cavaliere. Spesso leggiamo da firme prestigiose ed intelligenti che la politica non è una partita di calcio, ma in questa affermazione è insito un errore, perché sappiamo benissimo che andrà al governo chi vincerà le elezioni, e le elezioni si vincono contando i voti.
Se a ciò si aggiunge pure il recente “porcellum” elettorale, abbiamo ben due poteri dello stato decisi dalle elezioni e dalle segreterie: legislativo ed esecutivo. Perché ciò che avviene non è un mistero, è solamente il risultato del sapiente e continuo rimarcare i punti cardine della strategia comunicativa, anche in contesti nei quali c’entra poco o nulla: ad esempio, il Cavaliere è solito evocare il comunismo e i comunisti anche quando c’entrano come i cavoli a merenda. In questo modo evoca il “nemico” contro cui combatte, e raccontando che è un nemico numeroso e ben armato, evoca l’ immagine dell’ eroe senza paura contro le soverchianti forze avverse. Non importa che sia tutto falso, ciò che conta è saperlo raccontare bene! Questo aspetto è largamente sottovalutato da parte di politici legati alle tradizioni ormai secolari della politica seriosa e sonnolenta.
Tanto per fare un esempio reale di linguaggio incomprensibile, cito una dichiarazione di Bersani, parole dette nel 2009, non decine di anni fa: “La mia paura è che ci sia uno scarto tra il barocchismo del percorso, lo stato dell’organizzazione e certe tensioni divisive. E’ una contraddizione che se non riusciamo a governare può farci non capire nel paese”. Speriamo ci sia riuscito, anche se almeno io non ho capito di cosa parlasse, quindi, poiché credo di far parte di questo paese, qualcosa non mi torna. Se anche il soggetto di tale astruso pensiero fossero le questioni interne del partito (il contesto era questo) o una manovra fiscale sulle arance, non fa poi tutto sommato una grande differenza, resta incomprensibile comunque. Sia chiaro però che il Cavaliere non ha inventato nulla, l’ applicazione di strategie di marketing alla politica sono note da anni in USA, semmai le ha solo adattate agli usi e costumi nazionali. Niente di nuovo quindi, solo la capacità di comprendere che ciò in termini di voti paga.
Volendo approfondire questo tema cruciale, è interessante leggere il recente libro di Daniele Luttazzi “Guerra Civile Fredda”, nel quale illustra una teoria, anzi, sarebbe meglio dire “un sistema” definito “la comunicazione emotiva”, secondo la quale, fissando alcuni punti precisi e sistematicamente evocati, si riesce a convogliare su di sé il consenso di soggetti sociali che, a ben vedere, non traggono alcun vantaggio a votare in quel modo, anzi, ne sono sfavoriti.
Questa strategia, definita dagli strateghi politici neocon negli USA, è stata ripresa abbastanza fedelmente dal Cavaliere. Raccontare bene una storia, anche se falsa, crea un rapporto diretto fra narratore e uditore, il quale resterà quantomeno incuriosito dal seguito della storia e parteggerà per l’eroe (il narratore) votandolo. Luttazzi illustra questo sistema articolandolo in 5 punti cardine della narrazione, ed è innegabile che il Cavaliere li abbia sfruttati nel corso degli anni a proprio vantaggio.
1. Grandi ostacoli da superare (i comunisti in senso generale, come ho scritto prima)
2. Le proprie debolezze (rendono il narratore umano quindi “simile”)
3. La volontà ferrea di raggiungere lo scopo (governare e vincere il nemico)
4. L’ unicità del protagonista (si veda il giornaletto che ci inviò a casa nel ’94)
5. Protagonista e antagonista devono essere opposti in modo estremo (rif. punto 1)
Ampliando solo il primo di questi punti della narrazione, sappiamo bene che ricorre ad una immagine ormai retorica ed obsoleta, visti gli accadimenti di questi ultimi 20 anni, ma non c’entra nulla: ottiene l’ effetto voluto perché definisce con un termine preciso “il nemico” da combattere, il male verso cui occorre opporsi, che si tratti di avversari politici, di magistrati (toghe rosse) o la poca opposizione mediatica rimasta: tutti etichettati comunisti.
Poco o nulla importa che questi nemici non esistano realmente, è invocarli insistentemente che fa passare il messaggio vi siano forze da cui bisogna difendersi, instillando una paura che nei fatti è solo illusoria e al contempo esalta la figura dell’ uomo solo che li combatte. Quindi, definire precisamente e con un “nome” semplice, evocativo e ben conosciuto il nemico verso cui combattere, paga. Le masse si chiederanno: se lo dice lui sarà vero, meglio prevenire il rischio. E lo votano.
Non potendo disporre del tempo necessario per approfondire, finiscono per credergli. Inoltre, poiché la storia è raccontata bene, non c’è nemmeno una forte volontà di cercare delle conferme esterne. Infatti i dati statistici europei indicano che siamo il paese col tasso di lettura dei quotidiani fra i più bassi nell’ EU: solo 110 cittadini su 1.000.
Va notato che anche altre forze fanno ricorso a queste tecniche, non solo il Cavaliere. Un esempio analogo a lui, è nella rapida ascesa dell’ IDV: Di Pietro non fa mistero di chi sia il suo nemico, lo combatte duramente ed infatti l’elettorato lo premia.
Analogamente la Lega agisce allo stesso modo, anche se in maniera più subdola, perché evoca la naturale e radicata “paura del diverso” che è insita in ciascuno di noi, anche del più antirazzista che si conosca. E’ parte della memoria atavica, qualcosa che ci portiamo dentro da decine di millenni. Sarebbe da condannare duramente questo vile approccio politico leghista, ma è di facile presa nelle menti a-culturate, e a costoro è difficile spiegare qualsiasi cosa.
Anche la creazione di un paese irreale e inesistente come la padania è funzionale alla narrazione, così come lo è il federalismo fiscale: entrambi sono punti cardine della storia e vengono costantemente evocati.
Altri esempi sono ben riconoscibili negli slogan elettorali: Prodi prometteva di ridurre il “cuneo fiscale”, mentre Berlusconi uscì con il clamoroso “aboliremo l’ ICI”.  Il primo sappiamo essere una importante leva economica per rilanciare l’ economia, ma nella massa elettorale nessuno sa cosa sia il “cuneo fiscale”, il secondo è un argomento falso, perché era già abolita per le classi meno abbienti, ma è chiarissimo e comprensibilissimo, quindi di formidabile impatto elettorale.
Sempre, ad esempio, giova ricordare che Bill Clinton ospitò alla Casa Bianca, la prima notte da presidente, proprio il suo stratega d’ immagine: un onore non da poco, ma giustamente tributato a chi in pratica gli consegnò le chiavi di quella casa.
L’ approccio innovativo, non nel senso stretto del termine, ma nell’ adattamento al panorama politico nazionale di strategie note, la capacità comunicativa e l’assurdo concentramento televisivo nelle sue mani, sono quindi valide chiavi di lettura per comprendere almeno in parte il successo elettorale del Cavaliere. Anche una banalità come il perenne sorriso nelle occasioni di esposizione mediatica, fa capire quanto egli sia devoto alle strategie di marketing.
Di questa capacità comunicativa ne è consapevole lui stesso, e questo porta inevitabilmente verso una deriva di culto della personalità che ci riporta agli anni più bui del secolo scorso. La strategia comunicativa è quindi, a conti fatti, determinante per raggiungere le masse e quindi la maggioranza.
Sarebbe auspicabile che l’ opposizione iniziasse ad approfondire adeguatamente queste tematiche, viceversa non riusciremo mai a liberarci da questo regime.
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Ci sono poi anche altri aspetti che concorrono in modo decisivo al raggiungimento del fine.
Il momento storico della nascita di FI è importante. Non so se si possa parlare di fortuna, di coincidenza casuale, o di un preciso calcolo politico. Personalmente propendo per la terza ipotesi. Era impossibile prevedere il momento esatto del crollo del blocco orientale, ed era altrettanto impossibile prevedere che una banale inchiesta di corruzione, facesse nascere Tangentopoli e tutto ciò che ha significato in termini di crollo dei partiti storici.
Fatto è che il Cavaliere era l’ uomo giusto, al posto giusto, al momento giusto, e con i mezzi adeguati alla bisogna. Ciò che gli mancava se lo poteva procurare rapidamente, aveva già i contatti in casa (Dell’ Utri e Mangano).
Per quanto riguarda sempre la cronologia degli avvenimenti in quello che potremmo chiamare il biennio buio, vorrei proporre una personale lettura di un fatto: l’ attentato a Maurizio Costanzo, il primo della stagione stragistica mafiosa fuori dalla Sicilia. Secondo quanto riferisce Ezio Cartotto, solo Berlusconi e Dell’ Utri erano a conoscenza di quanto lui stava organizzando. Lo stesso Cartotto rivela che l’ entourage del Cavaliere non era tutto compatto per la “discesa in campo”, anzi, Letta, Confalonieri, Costanzo, Ferrara ed altri si opponevano decisamente. In questo quadro, dove abbiamo un nucleo di falchi che porta avanti un progetto in segreto (di cui faceva parte Craxi) e una fronda di colombe che lo osteggiano, quanto è credibile il Cavaliere che ricorda “pianti sotto la doccia” “l’animo macerato dai dubbi” e “mi domandavo cosa dovevo fare”? Poco o nulla. Piuttosto è molto più sincero quando dice “diranno che sono mafioso”, anche perché non si capiscono le ragioni “al tempo” per un’affermazione del genere. Oggi invece è provato che ha fondato FI assieme ad un fiancheggiatore della mafia, oltre ad avere avuto in casa un mafioso conclamato per anni.
Quindi quale può essere la chiave di lettura per l’attentato a Costanzo (tessera n° 1819 P2)? Quella di mandare un nemmeno troppo velato messaggio alle colombe che, curiosamente, si sono rapidamente allineate al progetto politico. Un altro aspetto da non sottovalutare è la presenza sul territorio.
Questo adagio è forse fin troppo abusato, ma è una delle chiavi più importanti di lettura per capire come sia stata possibile una così rapida ascesa. La criminalità organizzata sa bene quanto è importante controllare il territorio, ed anche se questo è il lavoro per la bassa manovalanza, è su di esso che poggia la struttura superiore, verticistica se si tratta di mafia e camorra, zonale se si tratta di ‘ndrangheta. Se si potesse eliminare, l’ intera struttura crollerebbe, il problema è che si compone da centinaia di soggetti.
Allo stesso modo, il Cavaliere aveva già una struttura presente ed operativa: Publitalia. E’ bastato ridefinire gli obbiettivi e le strategie per avere immediatamente dei riferimenti in grado di contattare, convincere, riciclare personalità politiche vecchie ed emergenti e farle convergere ad un progetto che disponeva di soldi e appoggio mediatico, ovvero visibilità immediata.
Non esiste altro modo per controllare il territorio se non occuparlo fisicamente, e ciò vale in qualsiasi scenario. Questo dogma è assoluto e imprescindibile: le sedi periferiche sonoquindi fondamentali.
Prova ne è la Chiesa, che con parrocchie e preti ovunque sul territorio, è di fatto determinante per indirizzare una mole notevole di voti. Altre valide ragioni sono indubbiamente l’ affiliazione massonica, la spiccata attitudine a trattare con le criminalità organizzate e le concessioni fin troppo generose alla Chiesa, giunte alle indecenti dichiarazioni su Eluana Englaro.
Tutti poteri che hanno condizionato la vita politica del paese nella fantomatica prima repubblica, fantomatica nel senso che non ne vedo le differenze da quella attuale, e tutti poteri tradizionalmente reazionari, storicamente più affini alla destra che alla sinistra.
Renzo Campagna

lunedì 5 luglio 2010

NOI : QUELLI DELLA LIBERTA'


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Italia, 1934. Il governo fascista obbliga tutte le scuole elementari ad adottare un volumetto scritto da Vincenzo Meletti dal titolo eloquente: Libro fascista del Balilla".
In questo capolavoro della propaganda fascista era riportato anche il seguente testo: "Mussolini, che tutti chiamano Duce e che tu puoi chiamare babbo, è un figlio del popolo venuto dalla miseria. E' l'uomo più grande e più buono del mondo. Egli in un decennio ha fatto diventare l'Italia la prima nazione del mondo. Con la Marcia su Roma il governo fu tolto agli uomini paurosi e fu inaugurato il Regime Fascista che durerà più di un secolo".
Un ridicolo reperto del passato? Neanche per sogno. Si tratta di un' attualissimo nodo culturale dell'Italia del 2010.
Il ministro dell'Istruzione, Maria Stella Gelmini (sì, quella liquidata dalla carica comunale perché non si presentava quasi mai nei consigli e nelle giunte, quella che ha cambiato 3 scuole per prendere il diploma, quella che dalla Padania è andata a fare l'esame di stato per avvocato a Reggio Calabria) ha dichiarato infatti quanto segue al Giornale:
Alla domanda: “E allora qual è l’obiettivo?” Risponde: “Proporre il berlusconismo, una conquista del Paese che vogliamo difendere non solo all’interno del Pdl ma anche in un ambito culturale in cui vige l’egemonia della sinistra, che pensa che il centrodestra sia privo di identità culturale. Invece il berlusconismo ha cambiato la politica e il Paese, richiamandosi alla rappresentanza popolare, alla chiarezza dei programmi e del linguaggio, al legame con gli elettori. Non è qualcosa da mettere tra parentesi, come vorrebbe la sinistra che propaga la sua retorica del pessimismo. Ma proprio perché è un momento di crisi e di difficoltà non si può diffondere sfiducia ma è necessario puntare sull’ottimismo della volontà.”
Già pronto l'incipit del libro che sarà adottato nelle scuole elementari, medie e superiori e che si chiamerà "Libro berlusconiano del troionista: "Berlusconi, che tutti chiamano Silvio e che tu puoi chiamare papi (specialmente se sei femminuccia e non ancora maggiorenne), è figlio del popolo venuto dalla Banca Rasini. E' l'uomo più grande anche senza tacchi e più buono del mondo (chiedi a Bondi). Egli in un quindicennio ha fatto diventare l'Italia la nazione più ricca al mondo. Con la Cricca su Roma il governo fu tolto agli uomini pessimisti della sinistra e fu inaugurato il Regime Berlusconiano che durerà finché Silvio avrà 150 anni".
Che ridete? C'è poco da ridere..
Giuseppe Morea

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