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lunedì 12 novembre 2012

MI MANCHI TU

dino pallano© Dino Pallano

Passa il tempo, ma i ricordi riaffiorano sempre…
e, quando arriva questo infausto giorno,
mi manca il contraddittorio serale
e con esso
mi manca la tua intelligenza
mi manca la tua schiettezza
mi manca la tua lucidità
mi manca la tua polemica
mi manca la tua battuta
mi manca la tua risata
mi manchi tu
ciao Rino

venerdì 27 gennaio 2012

LA TESTIMONIANZA

Sono Gianfranco Maris sono nato a Milano il 24 gennaio del 1921.

Dead bodies at the Gusen sub-camp






clip_image001 L'8 settembre mi coglie in Croazia, in una situazione che era diventata particolarissima proprio nell'ultimo mese. Vi erano dei battaglioni della milizia volontaria sicurezza nazionale, fascisti. Anche loro dopo il giugno del 40, cioè dopo l'entrata in guerra dell'Italia, erano stati mandati al fronte ed erano in Croazia. Il 25 aprile del 1943 io operavo nella zona di Bromoravizze. Fui chiamato ad Oguli dal comando di reggimento che mi si impose di prendere sotto il mio comando una compagnia di milizia volontaria sicurezza nazionale del Battaglione San Giusto che doveva essere ricondotta nell'ambito dell'esercito. Infatti non potevano più avere la camicia nera e i fascetti alle mostrine, dovevano avere le stellette. Anche i loro ufficiali diventavano soldati semplici. Io inglobai nel reparto che comandavo questi cento uomini. L'8 settembre 1943 questi uomini erano inquadrati nel mio reparto ormai da un mese e quindici giorni. Dopo pochi giorni mi resi conto che ormai il comando di reggimento era scomparso - i comandi stessi non esistevano più - e che si era dissolto tutto. Tutti avevano preso disperatamente la strada di casa con tutti i mezzi possibili e immaginabili. Io mi trovai solo, a centinaia di chilometri dal confine con l'Italia, senza sapere cosa fare. Allora presi contatti con i comandanti partigiani della zona. Avevo una formazione politica che mi sospingeva verso una presa netta di posizione a favore dei partigiani e volevo schierarmi al loro fianco nella lotta che io avevo ritenuto e conosciuto come una lotta sacrosanta.
Qui comincia il dramma, perché i partigiani mi dicono che posso entrare nelle loro formazioni, però vogliono la consegna di quei cento uomini della milizia volontaria sicurezza nazionale che erano stati inglobati nel mio reparto. Evidentemente per me ciò non era assolutamente possibile. Quindi fui costretto a iniziare - credo unico nella storia dell'esercito italiano - una ritirata militare con tutte le regole consentite per poter garantire sia la sicurezza degli uomini del mio reggimento, sia di quelli che avevo cooptato dopo il 25 luglio del 1943. Furono marce molto lente, con fiancheggiamenti e avanguardia, per un centinaio di chilometri in una situazione disperata perché avevamo soltanto poche gallette. Ogni giorno mangiavamo solo mezza galletta bagnata nell'acqua, per giorni e giorni, fino a quando siamo riusciti ad arrivare a Fiume prima e poi a Trieste. Fra Fiume e Trieste tutti presero la strada che ritenevano più conveniente per poter tornare a casa in sicurezza e anch'io, finalmente solo, riuscii a rientrare in Italia.
Fatalmente per la resistenza io ero un elemento prezioso, in quanto della vita non sapevo nulla, ma essendo praticamente passato dai banchi di scuola alla guerra della guerra sapevo tutto. Avevo fatto tre anni al fronte e conoscevo tutte le tattiche della guerriglia. Siamo ai primi di novembre del 1943.Vengo mandato in Val Brembana e in una valle che parte da San Giovanni Biancola, la Valtaleggio, organizzammo un gruppo partigiano abbastanza numeroso. Non erano gruppi foltissimi, ma di venti trenta persone. Siamo riusciti a metterlo in piedi nel corso di circa un mese. I mezzi erano infimi. Non avevamo neanche mezzi finanziari. Ricordo che avevo cinquecento lire da parte e che le usai per far vivere il gruppo. Ci sostentavamo mangiando soltanto fagioli bolliti e polenta.
Le vicende di questo gruppo partigiano finiscono, per quanto è a mia conoscenza, rapidamente. Perché verso il 20 di gennaio il Comando militare di Milano mi chiede di ritornare a Milano in quanto ha bisogno di un comandante in Valtellina dove il gruppo armato è molto più consistente. Scendo a Milano con Abele Saba, ma separatamente, io seguendolo da lontano, e andiamo a prendere un treno dalla Stazione Centrale per Lecco. Quando giungiamo a Lecco continuo a seguirlo da lontano, ma poi mi affianco a lui e proprio in quel momento, di fronte alla sede del Comune di Lecco, ci troviamo circondati dalle SS. Non li avevo visti, evidentemente erano nascosti nel Comune e sono usciti alle nostre spalle. Io mi sono trovato con tre, quattro, cinque mitra puntati alla testa, e così Abele. Ci hanno separato immediatamente, ci hanno fatto percorrere un po' le vie della città per esporre il trofeo di caccia, poi ci hanno fatti salire separatamente in due vetture. Dopo una sosta in una caserma e qualche ora passata su un tavolaccio, isolato, fui portato a Bergamo.
clip_image001[1] A Bergamo fui messo in una cantina della casa delle SS, poi in un'altra cantina trasformata in una serie di celle, che era in una piazza - oggi Piazza delle Libertà - alle spalle del Tribunale. E' una grande piazza con un grande e moderno immobile. Mi misero sotto la sorveglianza della Guardia Nazionale Repubblicana fascista, però di proprietà e di riserva della Gestapo. Fui tenuto 11 giorni e 11 notti. Quelli della Guarda Nazionale Repubblicana, mi massacravano di botte per divertimento ma non mi interrogavano. Ogni tanto entrava qualcuno e mi massacrava di botte. Ero isolato in cella e di notte avevo l'interrogatorio delle SS. Furono undici notti di interrogatori, nel corso dei quali presi la posizione più assurda di questo mondo, perché continuai a dire che non conoscevo la persona con la quale ero stato arrestato e catturato. Non l'avevo mai vista, non sapevo chi fosse. La mia situazione personale tuttavia era drammatica, in quanto ero stato preso con le armi addosso e con due borse nelle quali c'erano materiale di propaganda e armi.
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La prima cosa che mi dissero era che sarei stato fucilato, perché il bando della Repubblica Sociale Italiana stabiliva che coloro che venivano presi armati dovevano essere immediatamente fucilati. Ma mi dissero anche che qualche speranza di non essere fucilato avrei potuto averla se avessi detto qualche cosa. Io invece continuavo ad insistere che non sapevo niente, che non conoscevo nessuno e che quelle armi le avevo perché le conservavo per ricordo. Una posizione quasi offensiva, che però ritenevo giusta in quel frangente, sia per la situazione generale del paese, sia per la scelta che avevo fatto.
Sia Saba che io eravamo sotto la giurisdizione della Gestapo. Abbiamo saputo dopo che non ci avevano presi a caso, ma eravamo stati denunciati, quindi ci attendevano. C'era un piccolo gruppo staccato di partigiani che era stato catturato, e credevamo che fossero stati fucilati tutti, invece uno non era stato fucilato e Saba nel momento in cui fu catturato a Lecco lo aveva visto. Io invece non l'avevo visto e quindi non avevo potuto formulare nessun collegamento. Sta di fatto che comunque i Tedeschi non volevano fucilarmi immediatamente e speravano di poter avere le informazioni che volevano. Mi trasferirono nel carcere di Sant'Agata di Bergamo, che era nel braccio del Tribunale militare tedesco, sezione di Bergamo distaccata da Verona, e io proseguii con la mia istruttoria per novanta giorni. Sottoposto al mio medesimo trattamento, in un'altra cella c'era Abele Saba.
clip_image001[2] Sia Saba che io fummo condannati a morte, però sia lui che io, forse per una scelta di opportunità, non fummo fucilati. Fummo prelevati una mattina, separatamente, e su itinerari diversi fummo entrambi mandati in un campo di sterminio, o campo di annientamento, KZ. Io fui mandato a Milano al carcere di San Vittore, per sette o otto giorni, il tempo forse necessario a preparare il convoglio, e da lì fui mandato a Fossoli.


Fossoli

Eravamo un gruppo abbastanza numeroso, tutto di politici. A Fossoli rimasi fino al 20 di luglio. Nel campo di Fossoli, i partigiani avevano organizzato una struttura interna segreta che aveva come finalità e sogno quella di poter liberare il campo con un colpo di mano. Il comandante di questa struttura era Leopoldo Gasparotto, poi c'era una serie di giovani partigiani. Anche io ero giovane allora, avevo ventitré anni. Non fu possibile fare questo perché Gasparotto il 21 di maggio 1944 fu preso, portato fuori dalla baracca in calzoncini corti e caricato su una vettura. Poco tempo dopo abbiamo visto rientrare un ciclo con dietro un cassonetto, da cui abbiamo visto colare del sangue. Era il corpo straziato di Leopoldo Gasparotto. L'11 di luglio vengono prelevati sulla piazza dell'appello settantuno uomini. Dicono che dovranno partire per la Germania l'indomani mattina. In realtà un gruppo di ebrei era stato mandato al poligono di tiro del Cibeno e avevano scavato una fossa lunghissima. Questi uomini - per la verità non tutti e settantuno - vengono poi assassinati l'indomani mattina sull'orlo di questa fossa.
A Fossoli il mio numero era il 315 ed ero nella baracca 19. Siamo stati portati al Po con dei pullman, poi abbiamo attraversato il Po su dei barconi. Mi ricordo che anche lì in un certo gruppo volevamo far affondare il barcone ma era una scelta che nell'immediatezza non poteva essere fatta. C'erano anche dei vecchi che non sapevano nuotare, c'erano i giovani o le donne. Noi partigiani potevamo essere anche nuotatori capaci di superare la corrente del fiume o di lasciarci trascinare più a valle, ma gli altri sarebbero morti. Passiamo con i barconi, veniamo caricati nuovamente su altri pullman e andiamo a Bolzano. A Bolzano ci fermiamo pochi giorni, non più di otto. Siamo partiti al mattino e alla sera eravamo già a Bolzano. Non ci siamo neanche fermati a Verona. A Bolzano non ricordo che mi abbiano dato un altro numero. Ci hanno messo in camerate che erano come degli hangar, alti e separati l'uno dall'altro da muri alti che superavano di poco il livello dell'ultimo castello, senza chiudere tutta la camerata fino alla cima. Per cui c'era comunicazione tra una camerata e l'altra. Siamo stati caricati su un treno molto lungo, in vagoni bestiame. Con me, nello stesso vagone, c'erano anche dei preti. 01_352-288
Il viaggio fu interrotto da soste continue lungo sui binari, o per via dei bombardamenti, o per dare la precedenza ad altri treni. Era fine luglio e i disagi di cinquanta o sessanta persone in un vagone erano tanti. Era una situazione disastrosa, anche se fra di noi la comprensione e la tolleranza era infinita. Nessuno veniva disturbato dall'altro, però fame, sete e fetori creavano grave disagio. Arriviamo di notte a Mauthausen. La stazioncina era come quelle svizzere, una baracca di legno e nient'altro. Vediamo che si chiama Mauthausen, nome che a noi non diceva niente. Invece con noi c'era un avvocato di Milano, Barni, al quale è venuta una sincope perché era stato prigioniero di guerra a Mauthausen nella prima guerra mondiale. E per lui Mauthausen voleva dire fame, sofferenza, sete e dolore. Quando il treno stava per entrare in stazione, i preti che erano con noi hanno pensato che se avessero indossato l'abito talare, questo avrebbe potuto aiutarli. Quindi si misero tutti la tonaca. Invece quando scendiamo, appena le SS con i cani vedono i quattro preti con l'abito talare, si avventano di loro e li massacrano di botte. Questo comincia ad essere per noi un elemento di riflessione, di giudizio su quello che sarebbe stata la nostra condizione. Dopo questo episodio ci inquadrano e iniziamo una faticosa salita. Fra di noi c'erano anche molte persone anziane. Non eravamo tutti giovani della resistenza armata, c'erano patrioti, uomini politici, tipografi, tutti quelli che avevano in qualche modo partecipato alla resistenza. La strada per il campo KZ di Mauthausen era in salita a quattro chilometri circa dalla stazione. 
Arriviamo nel campo di Mauthausen, ancora lontani dall'alba, e ci mettono subito a destra, tutti in fila e in piedi. Qualcuno passa e ci dice che ci toglieranno tutto, allora io che avevo con me una fotografia di mia madre, dico a Braccesco "ci toglieranno tutto, ma a te le stampelle le lasceranno. Lascia che infili sotto l'imbottitura delle tue grucce la fotografia di mia madre. Poi me la darai". E così facciamo. Sta di fatto che quando viene l'alba e arrivano loro, Braccesco che non aveva una gamba, un giovane partigiano che aveva il bustino, un vecchio che avevo aiutato a salire e un prete, un uomo enorme che mi pare fosse di Bologna, vengono prelevati e portati giù da una scaletta. Poi ci rendiamo conto che non tornano più. Non sappiamo ancora esattamente che lì c'è una camera a gas, però questo è un ulteriore messaggio. Vediamo che sono tolti quelli che non sono idonei al lavoro, mentre noi veniamo portati da un'altra parte, spogliati - ci portano via tutto -, rasati, disinfettati e ispezionati per vedere se per caso avessimo ancora qualche cosa. Non avevamo proprio più niente. 02_352-288
Fummo portati in una baracca di quarantena, ai limiti del campo. Erano i giorni nei quali Mauthausen era una vera e propria macelleria per i cospiratori contro Hitler, all'interno dell'esercito tedesco. Ogni giorno pervenivano numerosi tedeschi prigionieri e li fucilavano. Ci distribuiscono un berretto. Siamo nudi e dormiamo sull'impiantito. Non ci sono castelli, non ci sono coperte. Dormiamo uno a fianco all'altro, così fitti che se uno si gira su un fianco si deve girare tutta la fila, con un effetto domino da una parte e dall'altra. Non abbiamo uno spazzolino da denti, non abbiamo un cucchiaio. Però abbiamo un cappello. Ci cominciano a dare una zuppa. Ogni gamella è riempita di zuppa per due persone. Non siamo più soltanto Italiani, con noi ci sono Croati, Serbi, Cecoslovacchi, Russi, di tutta Europa in senso allargato. Quindi tra di noi ci sono enormi difficoltà di lingua. Non abbiamo un cucchiaio e siamo in due a prendere la zuppa. In qualche modo ci intendiamo. La prendiamo a sorsi, come mangia un maiale: un sorso io e un sorso te. Però abbiamo il berretto. La storia della zuppa va avanti per tutti i giorni che rimaniamo lì e parallelamente si sviluppa una sorta di educazione mutuando il linguaggio militare. Veniamo inquadrati fuori dalla baracca alla mattina e al pomeriggio. Noi nudi in fila con il nostro berretto. E per ore il comando è Mützen ab, Mützen auf. Mützen ab, Mützen auf. Su il berretto, giù il berretto.
Siamo nuovamente smistati in altri blocchi sempre di quarantena, e qui ci vengono distribuiti degli abiti. Siamo vestiti nella maniera più svariata. A me è capitato un paio di pantaloni forse dell'armata polacca, poi una giubba verde con tanti bottoni che non so da quale esercito provenisse e una camicia. Altri ebbero quelle cose a righe che conosciamo. Ormai l'iconografia è nota. Poi passano e ci mandano al lavoro. Data la mia specializzazione, mi mandano a lavorare nella cava di pietra, mentre gli operai vengono mandati in fabbrica alla Steyr. Naturalmente ci hanno già dato il numero, che viene messo sul petto e sui pantaloni, con il triangolo rosso con la scritta 'IT'. Il mio numero, lo ricordo ancora oggi, era 82.394. Capii immediatamente che questo numero dovevo capirlo in tedesco, perché altrimenti ogni volta che facevano l'appello si prendevano delle gran botte. Alla cava sotto Mauthausen passo pochi giorni di agosto dopo la quarantena. Poi passo a Gusen 1, dove rimango per il resto della mia deportazione, lavorando sempre alla cava. Alla cava rimango il resto del mese di agosto, settembre, ottobre, novembre e dicembre. C'erano dei detenuti che mettevano le mine per far saltare la parete. Facevano i buchi con il martello pneumatico, vi infilavano della gelatina, della dinamite, secondo anche le indicazioni del Meister, poi la facevano saltare e crollava. Noi nella cava trasportavamo soltanto il materiale, o individualmente sulle spalle, oppure con quella che gli Spagnoli chiamavano una barriquella, una barella con due bastoni, uno davanti e uno di dietro, dove si caricavano i pezzi più grossi, fino a trenta quaranta chili. All'estremo limite della cava vi erano una serie di frantoi, che frantumavano questi massi in pezzetti di varie grandezze, anche fino alla sabbia. Oppure venivano caricati su treni.

ebrei prigionieri trasportati nei campi di concentramento
A seconda del lavoro che ho fatto, a Gusen ho attraversato tre baracche, la 31, la 26 e la 14. Da fine gennaio alla liberazione sono stato al blocco B, che era fra i blocchi più prossimi all'ingresso del campo. Verso la fine di dicembre - i sacchetti di cemento pesavano cinquanta chili ognuno - io ero ancora in forza, ce la facevo abbastanza. A gennaio mi mandano a lavorare nel Transportkolonne. Trasportavamo da un'ala all'altra della fabbriche, la Steyr, casse e materiale per il trasporto esterno. Per poco tempo, perché poi sono andato a scavare le gallerie. Lì dopo che abbiamo finito di scavare, abbiamo scaricato dalla ferrovia macchinari che arrivano dall'Italia. Erano state predate e rapinate in Italia. Alcune, anche macchine nuove, non ancora utilizzate. Alla fine di questo lavoro, fui trasformato in operaio all'interno della galleria.
Il cibo era inesistente. All'inizio ogni pagnotta viene divisa in sei. Poi viene divisa in otto e via in una progressione che porta, nell'ultimo mese, a dividere la pagnotta in ventiquattro. Una pagnotta di un chilo divisa in ventiquattro fette per il lungo. Alla mattina una gabellina di un liquido nero. Dicevano fossero zucche abbrustolite e bollite per trovare questo estratto dolciastro nero, uno dei tanti fantasiosi surrogati di caffè. A mezzogiorno un litro di zuppa, una brodaglia i cui elementi - pochi, perché era molto brodaglia - erano semplici barbabietole da foraggio, di quelle lunghe e bianche. Alla sera invece una fetta di pane, un dado di margarina e un dado di un insaccato strano, in tutto venticinque o trenta grammi di roba. Questa era l'alimentazione.
Il lavoro durava dodici ore di giorno o dodici ore di notte a seconda dei turni. I turni esistevano soltanto quando si scavavano le gallerie e nelle fabbriche. Non si facevano alla cava di pietra. Le sevizie vorrei dire che erano infinite. Trascuro la violenza individuale del capo campo, del capo blocco, del capo lavoro o del kapò, che in ogni squadra ti picchiava e ti derubava il cibo. Trascurando tutta questa violenza, guardiamo per un attimo la violenza globale, quella di regime. Una volta la settimana ci portavano a fare la doccia. Arrivavamo dopo il lavoro alle sei di sera, ci spogliavamo nudi e nudi ci mettevamo fuori dalla baracca. Era pieno di neve. Attraversavamo il campo innevato e arrivavamo a metterci in fila dietro altri gruppi che ci precedevano per fare la doccia. Quando uscivi dalla doccia, non avendo né sapone né asciugamano, eri soltanto bagnato di acqua gelida, o calda. Uscivi bagnato e nudo ripercorrevi a ritroso il cammino nella neve per andare alla tua baracca e poterti vestire. E' evidente che questo era un modo per far morire la gente.
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Ulteriore tortura collettiva, anche se poi si traduceva in una tortura individuale, era quella del Lauskontroll, il controllo dei pidocchi. Ogni sera questo rito del controllo pidocchi faceva una serie infinita di vittime. Non era preso l'individuo, tutto il blocco doveva ogni sera spidocchiarsi. Allora nella incerta luce della baracca, prendevi la tua camicia e guardavi nelle giunture se c'era qualche pidocchio. Dopo aver ben guardato, tutti passavamo davanti al kapò, il quale seduto su uno sgabello guardava e per ogni pidocchio che non avevamo visto distribuiva cinque bastonate. Una volta, fra Natale e Capodanno, con un freddo tremendo e il campo pieno di neve, mi trovarono cinque pidocchi. Il rito era di mettere tutti i disgraziati a cui avevano trovato i pidocchi in fila da una parte. Poi c'era uno sgabello sul quale ci si doveva piegare. Il vice kapò, il sotto semi vice, il quasi aiuto kapò, tutti desideravano usare il bastone di legno lungo. Un pidocchio cinque bastonate. Io che avevo cinque pidocchi, venticinque bastonate. Non solo. Mi fecero arrampicare sulla porta esterna della baracca e mi fecero mettere gli abiti sotto la neve, in cima alla baracca. Nudo tutta la notte, l'indomani mi fecero uscire per mandarmi nudo a fare la doccia, attraversando tutto il campo coperto di neve. Tornato nudo, mi arrampicai, ripresi gli abiti e andai a lavorare.
Anche l'appello era una tortura perché non ti potevi muovere per delle ore. Per andare a lavorare alle sette del mattino, la sveglia era alle cinque. C'erano ventimila persone e tutte le contavano. Alla sera quando si ritornava c'era un altro appello, e bisognava portare con sé, trascinandoli a spalla, anche i morti. L'appello si faceva con i vivi in piedi e i morti per terra, in modo che tornassero esattamente i numeri che erano stati annotati al mattino all'uscita per andare sul posto di lavoro.
Alla vigilia del giorno 21 aprile 1945, per noi era chiaro che la guerra stava per finire perché sentivamo i bombardamenti e passavano tanti aerei da oscurare il sole. Si sentivano anche i cannoni e l'artiglieria di campagna. Ci riuniscono sulla piazza dell'appello di Gusen, passa il capo campo, il comandante delle SS con alcuni ufficiali e i comandanti dei blocchi. Uno per uno tirano fuori seicento deportati. Tra gli altri l'architetto Banfi, che era insieme a Rogers in un grande studio di architetti di Milano. Noi cerchiamo attraverso qualche trucco di farlo rientrare, di fargli cambiare collocazione. Lui era talmente consapevole che non ha voluto tornare indietro, è rimasto lì. Li hanno gasati tutti nella notte. Poi li hanno messi in una baracca svuotata, sigillandone porte e finestre con la carta incollata. Io credo che questo sia emblematico di tutto. Possiamo parlare finché vogliamo di quello che è stata la deportazione, ma quando diciamo che il 21 aprile questi uomini, alla vigilia della loro fuga dal campo, fanno una selezione per gasare seicento esseri umani, abbiamo la misura della criminalità del totalitarismo nazista e fascista.
clip_image001[3] Il giorno della liberazione io ero a Gusen, uno dei pochi che stava ancora in piedi. Mille volte mi sono sentito dire "chissà che gioia hai provato!". Ebbene, io non ho provato questa gioia. Non so quale perversione, quale strana vicenda era maturata in me. Ma dentro ero devastato, avevo visto troppa gente morire. Forse perché anche prima ne avevo visti morire troppi in guerra. Avevo visto tanti compagni giovani, avevo passato due grosse battaglie in Croazia dove erano morti centinaia e centinaia di uomini del mio reggimento, giovani, miei compagni di corso. Avevo visto troppa gente fucilata e impiccata. E poi a Mauthausen ho visto troppa gente morire assassinata. Ero contento, ma non ero felice. Ero contento ma ero triste.
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Fu esattamente il pomeriggio del 5 maggio. Si è aperta una porta ed è entrata una camionetta. Sopra c'erano due persone, non è che è arrivato un reparto intero. Hanno fatto un po' di fotografie e detto qualche parola. Credo che uno fosse italoamericano, per cui masticava qualche cosa di un dialetto antico. Poi sono andati via.
clip_image001[4] Il mio ritorno è stato particolarissimo. Mi trovavo una sera a passeggiare fuori da Gusen, proprio fuori dal campo, era la fine di giugno. Eravamo rimasti cercando di aiutare quelli che non camminavano più, che dovevano essere ricoverati in ospedale, che dovevano essere aiutati per mangiare. Abbiamo fatto il nostro dovere fino all'ultimo nei confronti dei nostri compagni. Oramai la fase drammatica era passata, quella subito dopo la liberazione, quando avevamo avuto morti a non finire, perché mangiavano ciò che non potevano più mangiare. Erano state distrutte anche le strutture fisiche per digerire il cibo. Superato questo ormai la situazione era più quieta. Quelli che ancora erano molto malati erano negli ospedali e andavano organizzandosi i trasporti. Io passeggiavo con alcuni compagni davanti al campo quando vediamo arrivare un'autolettiga dell'armata americana. Arriva vicino a noi e scende un soldato che ci chiede se conosciamo Ludovico Belgioioso. "E' questo qui", uno dei compagni lì con noi. Allora scende un ufficiale italiano, Cicogna, il cugino o il cognato di Belgioioso, che essendo nell'armata degli alleati, aveva risalito l'Italia nei reparti italiani. Noi eravamo riusciti a far sapere per radio chi erano i presenti superstiti a Gusen e il cognato di Belgioioso aveva sentito che a Gusen era superstite Ludovico. Si era fatto dare un'autolettiga dal suo comando e con i soldati era venuto fino a Gusen, imbattendosi proprio in noi. A questo punto siamo saliti tutti su quella lettiga. Eravamo cinque, Ravelli, Belgioioso, Emanuele Flora, il Maggini ed io. E siamo arrivati in Italia così.
Fonte

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Birkenau: magazzini pieni di scarpe e vestiti, fotografati dopo la liberazione United States Holocaust Memorial Museum, Washington DC


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Fotografia realizzata clandestinamente presso il Krematorium V, agosto 1944, da un membro non identificato del Sonderkommando di Auschwitz e fatta uscire di nascosto dal campo grazie alla fuga di un membro della resistenza polacca. (Archivio di Stato Auschwitz – Birkenau)

Austrian civilians load Gusen bodies onto cart for burial


Crematorium at the Gusen I sub-camp

Two Italian sisters who survived in Gusen for two years

http://www.nizkor.org/hweb/camps/gusen/dok/lasc001x.htm

giovedì 19 gennaio 2012

MESSICO: FAME E SICCITÀ TRA INDIOS TARAHUMARA, TRA MORTI CERTE E VOCI DI SUICIDI DI MASSA

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Si stanno moltiplicando in tutte le principali città del Messico le raccolte di cibo e aiuti da inviare nella zona montuosa della Sierra Madre nello Stato di Chihuahua (nord del Messico) dove una grave crisi alimentare sta interessando i raramuris, ovvero i rappresentanti della comunità indigena dei tarahumara.

La mobilitazione è iniziata a fine Dicembre sui social network in internet, dopo la pubblicazione di alcuni video che riferivano di decine di indios taramhumaras morti in suicidi collettivi per sfuggire alla fame, e la vicenda dai raramuris da alcuni giorni ormai campeggia su tutti i principali quotidiani messicani, è diventato tema di campagna elettorale in vista delle presidenziali ma soprattutto sembra aver colpito i messicani che, attraverso organizzazioni non governative e campagne statali, stanno raccogliendo e inviando aiuti alle remote comunità rurali della Sierra Madre.

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Secondo le dichiarazioni di esponenti locali, confermate dalle autorità statli e federali messicane, alcune zone di Chihuaha, inclusa una parte dell’area tarahumara, stanno sperimentando una delle più gravi siccità della storia del paese.
Ci sono aree, come quelle maggiormente colpita dalla fame, dove non piove da 10 mesi, lasciando praticamente in ginocchio un’economia che vive completamente di agricoltura, quasi sempre di sussistenza.
Ignacio Leonel Varela Ortegam presidente del municipio di Carichí (Chihuahua),  dove inizia la Sierra Tarahumara,  ha fatto sapere che nell’ultimo anno i contadini hanno raccolto a malapena l’1% di quello che avevano seminato, “e l’uno per cento non serve a niente”.
In un’intervista al quotidiano Milenio, Varela Ortegam aggiunge: “C’è fame e la fame colpisce il 65% della popolazione, dal momento che a causa della siccità praticamente non abbiamo potuto raccogliere niente. Siamo appena tornati da un giro delle 200 località che compongono la municipalità per consegnare alcune scorte alle famiglie. Al momento hanno cibo per un mese, un mese e mezzo se le amministrano bene”.
Se il governo federale messicano è stato il primo a inviare gli aiuti e la macchina della solidarietà sembra essersi messa in moto in tutto il paese, resta ancora da chiarire quanti morti abbia provocato la grave denutrizione in questa zona remota e depressa del Messico.
Fonti governative, sia nazionali che locali, si sono affrettate a smentire le notizie relative al suicidio di massa di una cinquantina di persone che si sarebbero buttate da un burrone per sfuggire alla fame.
Tuttavia circolano dichiarazioni filmate o per iscritto di esponenti locali – dal segretario del municipio di Carichi, Jesús Quiñónez Rodríguez, a Ramón Gardea, rappresentante del Frente Organizado de Campesinos indígenas – che continuano a parlare di suicidi da parte di indigeni raramuris, disperati per non avere più di che sfamare la propria famiglia.
In questi ultimi giorni sui giornali messicani circolano dichiarazioni di rappresentanti delle municipalità raramuris che negano vi siano stati finora suicidi, ma che tuttavia riportano casi di morte (da cinque a otto vittime a seconda delle fonti) di persone che hanno visto le proprie malattie aggravarsi a causa di un grave stato di denutrizione.
Tra loro anche un neonato di sei mesi.
Recentemente il Messico, dopo aver apportato una specifica riforma costituzionale, ha inserito nella sua carta fondamentale il diritto all’alimentazione.
I rarámuris o tarahumaras uccupano un quarto del territorio nella zona sud-occidentale dello Stato di Chihuahua, in una delle parti più alte della Sierra Madre Occidentale, conosciuta anche come Sierra Tarahumara, che si trova tra i 1500 e i2400 metri sul livello del mare.
Fonte

mercoledì 4 gennaio 2012

SONIA PIERRE: LA SUA VITA, LA SUA LOTTA

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E’ morta un mese fa, il 4 dicembre scorso, all’età di 48 anni, per complicazioni cardiache, l’attivista dominicana di origini haitiane Sonia Pierre. Sebbene in un primo momento si fosse diffusa la notizia che la causa della morte era imputabile a un infarto fulminante, soltanto alcuni giorni dopo il decesso l’esito della autopsia alla quale era stata sottoposta, ha confermato che Sonia è deceduta per una trombosi scatenata da un coagulo alle valvole cardiache che portava dopo un intervento urgente effettuato negli Stati Uniti. Sembra che non avesse presso l’anticoagulante, la cui assunzione è fondamentale nelle patologie come quelle di cui soffriva Sonia, da oltre 48 ore. La militante ed attivista dominico-haitiana lascia quattro figli.
Originaria del batey (comunità rurale dove risiedono i tagliatori di canna da zucchero) “La lechería” nel municipio di La Altagracia, aveva trascorso tutta la vita nella difesa del diritto all’identità degli haitiani di seconda generazione nati in Repubblica Dominicana.
I suoi genitori erano giunti in Repubblica Dominicana dalla vicina Haiti, circa 50 anni fa, nell’ambito degli accordi stipulati tra il dittatore Trujillo e il governo haitiano per l’ingresso nel paese di manodopera da utilizzare nelle piantagioni di canna da zucchero. Il padre di Sonia muore lo stesso giorno nel quale lei viene al mondo, malato e vittima di una febbre altissima mentre si sta recando in ospedale e vedere la figlia appena nata. La madre resta sola al mondo con dieci figli e deve affrontare miseria e umiliazioni per poterli crescere. Sonia la aiuta fin da piccola come può anche con i lavori più umili ma già giovane adolescente inizia a sentire brucianti sulla sua pelle le ferite per le ingiustizie e le umiliazioni inferte da un sistema che se da un lato era profondamente razzista ed escludente, dall’altro si beneficiava altamente dell’ ingresso, anche illegale nel paese di braccia a basso costo e senza diritti proveniente dalla vicina Haiti per le esigenze del settore legato alla produzione e commercio dello zucchero.
A tredici anni Sonia viene arrestata per la sua partecipazione ad uno sciopero dove affronta con coraggio la guardia campestre al servizio dei latifondisti locali. Comincia in quel momento la lotta al fianco della sua gente, della quale per il suo coraggio (verrà chiamata mujer coraje, donna coraggio) conquista la fiducia e la stima. Attira tuttavia su di sé inevitabilmente anche minacce di morte e repressione, aggiunte ad una campagna mediatica volta a screditarla ed umiliarla, al servizio dei potenti proprietari terrieri che vedevano nelle sua battaglie una minaccia al loro status quo.
Il suo impegno la porta fuori dal paese, spesso negli Stati Uniti, dove ottiene riconoscimenti internazionali e attestati di merito per il suo impegno nella difesa dei diritti civili delle minoranze, tra i quali nel 2006 il Robert F. Kennedy Human Rights Award e più recentemente, l’anno scorso, il Premio al Coraggio della Donna, del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, consegnatole direttamente da Hillary Clinton insieme ad altre nove donne al mondo di riconosciuta traiettoria per il “coraggio e leadership eccezionali” nel movimento femminista internazionale.
Sonia Pierre è stata infatti anche la fondatrice del Movimento delle Donne dominico – haitiane (MUDHA) che ha la finalità di “promuovere l’integrazione e partecipazione delle donne dominicane di discendenza haitiana e di donne haitiane nei processi sociali che si sviluppano nelle rispettive comunità con al finalità di contrastare il sessismo, il razzismo, l’anti-haitianismo che permea ampi settori della società, oltre a difendere e salvaguardare i diritti civili, politici, economici, sociali, culturali e umani della popolazione dominicana di discendenza haitiana”.
Amatissima dalla comunità haitiana e di discendenza haitiana della Repubblica Dominicana, non godeva di altrettanta simpatia purtroppo nella maggiornanza della popolazione dominicana.

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Molti la consideravano “nemica del paese”, la accusavano di essere una portavoce di istanze straniere che tramano per il ricongiungimento di Haiti e della Repubblica Dominicana, accuse queste diffuse anche attraverso i media dai settori ultra nazionalisti, in un paese dove il razzismo verso gli haitiani è fortemente radicato e dove è stato sempre fomentato in tempi passati anche dai vari governi che si sono succeduti alla guida della Repubblica Dominicana . La campagna di discredito contro Sonia si era fatta più forte soprattutto dopo la condanna al paese dalla Corte Interamericana dei Diritti Umani avvenuta nel 2005 per non aver concesso la nazionalità a due bambine di discendenza haitiana. La Repubblica Dominicana fu condannata al pagamento di 8mila dollari ad ogni bambina ed altrettanti alle tre organizzazioni che portarono avanti la denuncia, il MUDHA di Sonia Pierre, il Centro per la Giustizia e il Diritto Internazionale (CEJAIL) e la International Human Right Law Clinic della Scuola di Diritto dell’ Università di Berkley.
Il governo dominicano ha sempre respinto con veemenza tale condanna qualificando le pretese come “infamanti” e negando ogni accusa sulla base delle leggi nazionali. Fino al 2010 vigeva nel paese lo ius soli senza restrizioni al diritto di nazionalità degli haitiani nati in territorio dominicano. Tuttavia già nel 2005 una sentenza della Suprema Corte di Giustizia dette il via a limitazioni dello ius soli che furono definite formalmente nella nuova Costituzione del 2010 con l’introduzione del paragrafo in cui si specifica che “sono dominicane tutte le persone nate in territorio della Repubblica Dominicana con eccezione dei figli degli stranieri residenti in rappresentazioni diplomatiche o di quelli in transito o residenti illegalmente nel paese”. Secondo dati in eccesso sarebbero circa 500mila i migranti haitiani di prima e seconda generazione che vivono in Repubblica Dominicana, su una popolazione complessiva di circa 10 milioni di abitanti.
La popolazione migrante proveniente da Haiti è al momento fortemente diversificata, ci sono migranti recenti ma anche come abbiamo visto una considerevole quota di haitiani di seconda e terza generazione che non hanno alcun legame con Haiti (se non affettivo, culturale e come forma di rispetto per i loro genitori) dove spesso non sono nemmeno mai stati, che sono generalmente ben integrati con il resto della popolazione domenicana (per lo meno con quella della stessa classe sociale), ci sono inoltre i discendenti di unioni miste tra haitiani e dominicani nati nel paese.
Tuttavia la “distinzione tra haitiano e dominico-haitiano viene rifiutata o per lo meno evitata da forti opinioni che prevalgono nella burocrazia statale e in certi settori della popolazione . Questi settori pretendono negare la nazionalità dominicana ai figli degli haitiani e considerano i nati e i non nati nel paese nello stesso modo”.1


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i funerali di Sonia Pierre

L’origine di questo atteggiamento risale ai pregiudizi scatenati dalla campagna di “dominicanizzazione” portata avanti da Trujillo durante la sua dittatura (e culminata con il tragico massacro degli haitiani avvenuto sulle rive del fiume Dajabón da allora ribattezzato Masacre, che in spagnolo vuol dire “massacro”, nel 1937), ma anche dalla successiva politica di Joaquín Balaguer, uomo profondamente legato a Trujillo, razzista e conservatore, figura chiave nella politica dominicana che governò il paese per 24 anni divisi in tre mandati presidenziali (l’ultimo conclusosi nel 1996).
Più recentemente, nel 2007 una risoluzione della Giunta Centrale Elettorale ha negato la consegna degli atti di nascita a cittadini discendenti da stranieri che non possano provare la residenza o lo status legale dei loro genitori.Evidentemente la risoluzione aveva come obiettivo gli haitiani di seconda generazione nati in Repubblica Dominicana e almeno formalmente fu emessa con l’intenzione di depurare le liste da errori e falsificazioni commesse nel passato. Di fatto però nega il rilascio di documenti di identità a un numero considerevole di persone di discendenza haitiana (secondo il MUDHA almeno 200mila) già adulte che ad Haiti non sono mai state, che non sanno parlare il creolo, che si sentono a tutti gli effetti dominicani e che a un certo punto si pretende di rispedire in quello che sicuramente non è il loro paese, dopo che la migrazione legale e illegale dei loro genitori, zii o nonni è stata favorita e incentivata (vedi per esempio gli accordi tra i governi dominicano e haitiano degli anni ) per necessità di avere manodopera a basso costo e zero diritti per la raccolta della canna da zucchero.
Applicando tale politica volta a contrastare l’immigrazione ma anche a liberarsi di un certo numero di dominico-haitiani la Repubblica Dominicana ha in diverse occasioni effettuato delle vere e proprie deportazioni massive e arbitrarie vietate tra l’altro da ogni trattato internazionale e dai trattati con la stessa Haiti. Il quotidiano El Caribe riporta quanto avvenuto nel corso di uno degli operativi militari dell’ Ufficio di Migrazione il 1 novembre del 2003: “Nell’ autobus della Migrazione stazionato nel chilometro nove dell’autopista Duarte era in corso un dramma, le grida scuotevano i finestrini del veicolo coperti di inferriate. Molte donne, alcune con bambini in braccio anche appena nati, piangevano sconsolatamente non potendo tornare quella sera nelle loro case dove avevano lasciato i figli e i mariti. I militari della Migrazione erano arrivati al chilometro nove dopo le sei del pomeriggio, come ormai di consuetudine tutti i venerdì. A tutti gli haitiani che passavano e anche a persone semplicemente di pelle scura, chiedevano i loro documenti e quelli che non li avevano in ordine erano portati fino all’autobus. I veicoli del trasporto pubblico che si fermavano al chilometro nove erano perquisiti dai militari in cerca di illegali. Il console generale di Haiti nel paese criticò gli operativi affermando che “in molti casi sono eccessivi e disumani non permettendo che gli haitiani detenuti possano comunicare con i loro familiari e raccogliere le loro cose. In molti casi i familiari li danno per dispersi perché non sanno cosa gli e successo”.2
Con la crisi del settore dello zucchero negli anni ’80, ma anche con la caduta ad Haiti del regime di Duvalier figlio, Baby Doc, nel 1986 la politica migratoria tra i due paesi cambia radicalmente, la popolazione di discendenza haitiana è diventata “scomoda” e si cerca in qualche modo di rimediare a una situazione complicata, trattata sempre con superficialità ed evidente ambiguità dai governi dei due lati della frontiera, anche se gli immigranti haitiani di prima e seconda generazione vengono comunque impiegati come manodopera (sempre a basso costo e senza diritti) in altri settori quali quello edilizio e del turismo.
Le misure che si sono volute adottare e che ancora oggi si perseguono per ovviare a tale situazione tuttavia violano i diritti umani, civili e politici di una comunità consistente di persone. Oltre alle deportazioni indiscriminate in un paese che non hanno mai conosciuto se non nei racconti dei loro nonni o genitori, che raggiunsero il culmine nel 1991 sotto Balaguer (si stima che furono espulse 35 mila persone in quell’anno3) ma che abbiamo visto continuarono anche negli anni successivi, si è anche provveduto a cancellare dai registri civili documenti come gli atti di nascita e le carte di identità a persone che ne erano in possesso da decenni, con la motivazione che erano stati rilasciati sulla base di documentazioni false. Varie associazioni per la difesa dei diritti civili degli immigranti haitiani denunciano che tali cancellazioni sono state fatte sulla base di supposizioni o illazioni senza nessun fondamento, a volte soltanto sulla base del colore della pelle o di un cognome haitiano. In ogni caso si è negato a persone adulte in possesso dei propri documenti fin dalla nascita, per esempio la possibilità di trovare un lavoro o di iscriversi all’università, di chiedere un prestito, di avere un conto corrente bancario, diventando improvvisamente apolidi, cioè privi di nazionalità, in evidente violazione della Dichiarazione Internazionale dei Diritti dell’Uomo che proprio nel suo articolo n. 15 stabilisce che “ogni persona ha diritto a una nazionalità” e che “nessuno verrà privato arbitrariamente della sua nazionalità o del diritto a cambiare nazionalità”.
Per questa ragione in Repubblica Dominicana l’ Agenzia dell’ONU per i Rifugiati (UNHCR), che ha riaperto la sua sede dopo il recente terremoto che ha colpito la vicina Haiti nel 2010, sta seguendo da vicino oltre agli haitiani che cercano rifugio in Repubblica Dominicana dalla fame e miseria del loro paese, anche la situazione delle persone di discendenza haitiana che vivono qui da decenni.
Antonio Guterres, l’ Alto Commissario per le Nazioni Unite per i Rifugiati, in una sua recente visita ha visitato molte comunità di discendenti haitiani nati e vissuti in Repubblica Dominicana che dal 2007 si stanno vedendo negare i loro documenti da funzionari del registro civile.
L’UNHCR considera che “centinaia di migliaia di persone nate fuori da Haiti da genitori haitiani migranti potrebbero potenzialmente diventare apolidi o correre il rischio di diventarlo”4.
L’UNHCR ha recentemente dato il via ad una campagna mondiale per combattere l’apolidia,5 considerando che “questa condizione rende (gli apolidi) tra le persone più escluse al mondo. Oltre alla sofferenza che viene inferta loro, l’effetto di emarginare gruppi interi di persone attraverso le generazioni, crea grosse tensioni nelle società in cui vivono e a volte può essere fonte di conflitto.”

1) Inmigrantes haitianos y dominicanos de ascendencia haitiana en la República Dominicana – a cura di SJR e CID pag. 34
2) Inmigrantes haitianos y dominicanos de ascendencia haitiana en la República Dominicana – a cura di SJR e CID pag 10
3) La Commissione Interamericana dei Diritti Umani in un rapporto del settembre 1991 conclude che il decreto per le espuldioni disposto da Balaguer “aveva imposto una esplusione collettiva” e “scatenato una persecuzione indiscriminata contro gli haitiani e i loro discendeti, nati o no in Repubblica Dominicana con l’intenzione di espellerli”. Fonte “Inmigrantes haitianos y dominicanos de ascendencia haitiana en la República Dominicana” – a cura di SJR e CID pag. 79
4) http://www.acnur.org/t3/noticias/noticia/el-alto-comisionado-visita-las-operaciones-del-acnur-en-la-republica-dominicana/
5) http://www.unhcr.it/news/print/1039/28/l-unhcr-lancia-la-campagna-per-combattere-l-apolidia.html
Annalisa Melandri

sabato 12 novembre 2011

A RINO

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I giorni, i mesi, gli anni passano.
Nulla è come allora.
Cambiano i sentimenti, le situazioni, le relazioni.
Nascono nuovi modi di vivere, nuove abitudini, nuovi volti.
Tutto cambia.
Tu però resti sempre nella mia mente
e nel mio cuore.
Vola alto sopra di me così
potrò vederti e raggiungerti.
Ciao, a presto amico mio.

lunedì 31 ottobre 2011

I PAESI PIÙ VIOLENTI DEL MONDO

Il 90% delle morti violente avviene fuori dalle aree di guerra

America Latina e Africa le aree con più omicidi. Aumentano i femminicidi anche in Europa


La Geneva Declaration ha pubblicato "The Global Burden of Armed Violence: Lethal Encounters", un sorprendente e preoccupante rapporto che fa giustizia di molti luoghi comuni e rivela che non sono i conflitti armati, ma il crimine la prima causa di morte violenta.
Nel mondo ogni anno vengono uccise circa 526.000 persone, ma solo 55.000 perdono la vita in una guerra o guerriglia o a causa di un atto terroristico. Secondo il rapporto, «Gli omicidi volontari fanno 396.000 vittime, delle quali 66.000 donne, mentre gli omicidi detti "involontari" fanno 54.000 vittime  e 21.000 persone vengono uccise nel corso di interventi legali».

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Keith Krause, una delle autrici del rapporto, sottolinea che «Le frontiere tra la violenza politica, criminale ed interpersonal sono sempre più fluide, come dimostrano le morti associate al traffico di droga in America Centrale o la violenza al servizio degli interessi economici dei pirati in Somalia. Questo studio presenta un panorama più ampio della violenza armata e omicida in tutti i contesti, compresa la violenza criminale e legata alle gang, la violenza legata a dei conflitti o ancora la violenza basata sul genere». Nel 50% dei casi, le donne vengono assassinate dal partner attuale o da quello precedente. Livelli elevati di femminicidio, quasi sempre in ambiente domestico, si accompagnano spesso (e in alcuni casi ne sono il risultato) a livelli elevati di tolleranza verso la violenza contro le donne. Gli omicidi della propria partner o dei parenti più prossimi presentano percentuali elevate in alcuni Paesi europei ed in Asia. Nei Paesi dove il tasso di omicidi è ridotto c'è una percentuale di vittime maschili e femminili simile.

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Il nuovo governo di sinistra di El Salvador ha approvato una legge rivoluzionaria per metteere fine alla violenza omicida contro le donne, visto che questo minuscolo Paese centroamericano detiene anche questo triste record. La legge punisce ogni forma di violenza verso le donne, punisce con pene da 20 a 35 anni di galera il femminicidio e la discriminazione delle donne sul lavoro, nelle comunità e nelle scuole. Nel 2010 solo il 6% dei 477 omicidi di donne salvadoregne ha avuto condanne dure e dei 7.000 casi di violenza sessuale denunciati nel 2008 e 2009, solo 436 hanno avuto condanne.
Il rapporto propone un approccio integrato unico per comprendere l'impatto mondiale della violenza omicida. Come strumento di sorveglianza indipendente, sostiene la messa in opera della Dichiarazione di Ginevra sulla violenza armata e lo sviluppo, contribuendo all'elaborazione di risposte solide e fondate su dati probanti sulle sfide della violenza armata.
The Global Burden of Armed Violence 2011 calcola che il tasso di morte violenta annuo medio tra il 2004 e il  2009 sia di 7,9 per 100.000 abitanti, ma almeno 58 Paesi registrano livelli di oltre 10 per 100.000 abitanti e insieme contano circa I due terzi di tutte le morti violente del mondo, cioè 285.000 vittime all'anno.
La vita vale poco o nulla soprattutto in 14 Paesi dove si verificano un quarto di tutte le morti violente del mondo, con un livello impressionante di oltre 30 persone uccise ogni 100.000 abitanti. La metà di questi Paesi sono nelle Americhe. Il Paese dove si commettono più omicidi è El Salvador, con 60 omicidi ogni 100.000 abitanti, seguito da Iraq, a Giamaica, Honduras, Colombia, Venezuela, Guatemala, Brasile, Sudafrica, Lesotho,  Repubblica Centrafricana, Sudan, Belize, Repubblica democratica del Congo, Swaziland, Congo, Somalia.
L'America Latina è la regione più violenta del mondo e i Paesi dove ha fatto maggiori danni sono El Salvador, Honduras, Colombia, Venezuela, Guatemala e Belize. Le aree del mondo dove si raggiunge il più alto livello di violenza omicida sono: Africa Centrale, Africa del Sud, Caraibi e Sudamerica.  «Benché attualmente si parli molto della guerra - si legge nel rapporto - i livelli di violenza armata in alcuni Paesi in tempo di pace si avvicinano a quelli delle zone dei conflitti. Nel corso di un anno, in media tra il 2004 e il  2009, proporzionalmente sono state uccise più persone in El Salvador che in Iraq».
Dati che dovrebbero far pensare anche la sinistra (e non solo quella sudamericana) che tende a sottovalutare l'impatto del crimine sulla formazione delle scelte politiche. Infatti «La violenza omicida è distribuita in maniera ineguale, non solo tra i Paesi, ma anche all'interno dei Paesi». Il rapporto fa l'esempio del Messico, dove nel 2009 il tasso nazionale di morti violente era di 18,4 per 100.000 abitanti. «Ma raggiunge 170,4 per 100.000 abitanti a Ciudad Juarez, nel nord del Paese, lo stesso anno, cioè 20  volte di più del tasso mondiale».
Il legame tra omicidi ed economia è evidente ed ancor più evidente è quello tra violenza omicida e sottosviluppo: «I Paesi che raggiungono dei livelli elevati di violenza omicida hanno quasi sempre difficoltà a raggiungere gli Obiettivi del millennio per lo sviluppo - spiega la Krause -  Sappiamo anche che quando i Paesi progrediscono in termini di sviluppo, i loro livelli di violenza omicida hanno delle possibilità di diminuire. Confermando i risultati di studi sempre più numerosi, il rapporto indica anche che i Paesi dove la disoccupazione e l'ineguaglianza dei redditi sono poco elevati conoscono dei livelli di omicidi inferiori». I tassi di omicidi legati ai furti  tendono ad essere più elevate nei Paesi dove l'ineguaglianza dei redditi è più elevata, comprese le Americhe.
C'è un rapporto tra la relativa debolezza dello Stato di diritto in un Paese ed il tasso più elevato di omicidi, ma il rapporto sottolinea che «Delle difficoltà particolari: l'attività di gang, un passato di conflitti o un'ineguaglianza marcata dei redditi, possono provocare tassi di omicidi elevati anche n in società dove il mantenimento dell'ordine e le istituzioni sono relativamente solidi.Fonte

martedì 12 luglio 2011

UCCISO UN MESSAGGERO MONDIALE DI PACE

È stato ucciso a colpi di mitragliatrice. È l'epilogo tragico di una vita da romanzo, quella del cantautore argentino Facundo Cabral, assassinato da un commando di uomini armati in un agguato nella capitale del Guatemala, uno dei paesi più violenti dell'America Latina. Segue qui

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Il cantautore argentino Facundo Cabral era nato a La Plata il 22 maggio 1937. Di famiglia poverissima, era conosciuto per le sue canzoni sulla libertà e la pace. Il suo pezzo più celebre era «No soy de aquí, no soy de allá»




lunedì 20 giugno 2011

DUE ANNI DOPO LA MORTE DI NEDA AGHA SOLTAN

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(Credits: Ansa)

“Ogni movimento di protesta ha il suo simbolo. Della Tunisia ci è rimasto impresso il corpo di Mohammed Bouazizi, ustionato, avvolto nelle bende in un letto di ospedale. L’Egitto è la folla in piazza Tahrir. In Siria, ci sono i ragazzini che hanno osato sfidare il regime degli Assad scrivendo slogan sui muri della scuola. Dello Yemen, ci sono rimaste impresse con il velo nero e il viso dipinto con i colori della bandiera, stranamente in strada dopo aver infranto la secolare segregazione.
Le proteste arabe non devono però farci dimenticare il movimento verde in Iran e la sua icona, Neda Agha Soltan, la ragazza di 26 anni colpita a morte il 20 giugno di due anni fa. Era in auto con il suo maestro di musica. Bloccati in un ingorgo, durante le manifestazioni di protesta per la rielezione di Ahmadinejad, Neda è scesa dall’auto ed è stata colpita da un cecchino, un miliziano. Le immagini della sua morte sono state riprese in un video, che finisce in rete e viene rilanciato su YouTube.




L’anno scorso avevamo piantato un albero per Neda, a Milano, nel giardino dei giusti. E’ passato un altro anno e i leader del movimento verde Moussavi e Karrubi subiscono gravi restrizioni alla loro libertà di movimento.
L’avvocata Nasrin Sotoudeh, collaboratrice di Shirin Ebadi (la giurista che nel 2003 si era aggiudicata il Nobel per la pace) è in carcere e il regista Jafar Panahi (autore del Cerchio e di Offside) è stato condannato a sei anni di carcere e per i prossimi vent’anni non potrà fare film né uscire dal Paese né parlare con i giornalisti.
Nei giorni scorsi sono morti gli attivisti Haleh Sahabi e Reza Hoda Saber: la prima al funerale del padre ottantenne (anche lui un noto esponente dell’opposizione), il secondo durante lo sciopero della fame in carcere. In segno di protesta, i prigionieri politici hanno deciso anche loro di astenersi dal cibo.
Tra tanti decisi a sfidare i regimi del Medio Oriente, alcuni diventano un simbolo. Ma tanti altri hanno nomi che non ci dicono niente, e su di loro non viene acceso alcun riflettore.
Per non dimenticarli, oggi lunedì 20 giugno nasce a Roma Iran Human Rights Italia, una costola dell’organizzazione fondata a Oslo nel 2007. La nuova associazione verrà presentata al pubblico alle ore 20.30, presso il Caffè Freud, in via Poliziano 78/a a Roma.”
—
Farian Sabahi, docente presso l’Università di Torino e giornalista specializzata, è autrice dei saggi “Storia dell’Iran” e “Storia dello Yemen”, pubblicati entrambi da Bruno Mondadori. Scrive per il Sole24ore, Io Donna e Vanity Fair. Collabora con alcune radio locali e straniere
Fonte

mercoledì 23 marzo 2011

JEAN LIEDLOFF: L’ANTROPOLOGA TEORICA DEL CONTATTO CONTINUO MADRE-FIGLIO

L’antropologa e psicologa statunitense Jean Liedloff, teorica del recupero del “contatto continuo” tra madre e figlio come base del benessere individuale e sociale, è morta a San Francisco, in California, all’età di 85 anni.

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Nata a New York nel 1926, Liedloff iniziò la carriera accademica alla Cornell University come professore di antropologia e in questa veste prese parte dalla seconda metà degli anni Cinquanta a cinque spedizioni tra gli Yequana, indigeni della foresta amazzonica del Venezuela rimasti al livello culturale dell’età della pietra. In seguito, in base alle ricerche condotte su quelle popolazioni, l’antropologa mise a punto la sua originale rilettura critica del rapporto tra cultura occidentale e natura con la sua opera “The Continuum concept”, tradotta in diciotto lingue.
In italiano il suo libro è stato pubblicato con il titolo “Il concetto del continuum. Ritrovare il ben-essere perduto” dalle edizioni La Meridiana.
Vivendo per un certo periodo nell’ambiente degli Yequana, Jean Liedloff si rese conto di varie particolarità che rendevano gli indios di quei luoghi profondamente diversi da lei e dagli altri individui di razza bianca: essi erano dotati di una inalterabile gioia di vivere.
Infatti, gli Yequana erano sempre allegri e pronti a divertirsi persino in situazioni che ai bianchi avrebbero causato fatica e cattivo umore, come, ad esempio, il trasporto di pesantissimi tronchi d’albero fino in cima a una collina. Nel corso delle sue ricerche, la Liedloff scoprì che la gioia di quel popolo derivava dal modo in cui le donne facevano crescere i loro bambini: un modo del tutto naturale e istintivo. Quella gente aveva conservato l’antica saggezza nel corrispondere alle aspettative istintive dei loro bimbi. 
Nel suo libro più famoso, Liedloff sostiene che la prima violenza che caratterizza la nascita della vita nella nostra cultura è la rottura traumatica del rapporto madre-bambino sin dai primi istanti di vita. Quella separazione violenta del neonato dalla madre, imposta dalle moderne tecniche ospedaliere di gestione del parto, viene poi ripetuta spesso orgogliosamente nel corso della vita neo-natale. In realtà queste traumatiche privazioni infantili spesso costituiscono le premesse per la formazione di individui ansiosi, sradicati, aggressivi. A partire dalla sua originale esperienza di condivisione con una tribù di indios venezuelani, Liedloff mette in luce il nostro contraddittorio rapporto con il bambino, spesso devastante perchè privo delle più spontanee esperienze di “continuum” come la posizione dell’abbraccio e dell’allattamento al seno.
Fonte: Adnkronos
http://www.continuum-concept.org/

martedì 25 gennaio 2011

È MORTO MONSIGNOR “TATIC”

Era definito il vescovo “degli indios e dei poveri” del Chiapas

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È morto ieri mattina per complicazioni legate all’ipertensione e al diabete di cui soffriva e che il 12 Gennaio scorso avevano portato al suo ricovero in un ospedale di Città del Messico, monsignor Samuel Riuz Garcia,vescovo emerito di San Cristóbal de las Casas, in Chiapas. Premiato nel 2002 dalla giuria del Premio internazionale per i diritti umani, istituito nel 1978 dall'Unesco, e candidato nel 1994 al premio Nobel per la Pace per il ruolo di mediazione svolto tra il governo messicano e l’insurrezione zapatista dell’Ezln (Esercito zapatista di liberazione nazionale), monsignor Ruiz è stato più volte definito il vescovo “degli indios e dei poveri”...
Officiando la messa in omaggio di Samuel Ruiz organizzata nella cappella del Cuc, il vescovo di Saltillo, Raúl Vera, ha ricordato come “tatic (padre in lingua tzotzil, ndr) Samuel ha sempre avuto occhi per vedere l’immagine di Dio in ognuno dei suoi fratelli e sorelle”.
Leggi tutto: MORTO MONSIGNOR SAMUEL RUIZ, IL “VESCOVO DEI POVERI” DEL CHIAPAS
Ora che la sua Pasqua si è compiuta, ci sentiamo inevitabilmente un po’ orfani, ma anche terribilmente responsabilizzati, dall’aver incrociato sul nostro cammino un autentico profeta. Per questo, col groppo che serrava la gola di Eliseo, mentre vedeva rapire in cielo il suo maestro, anche noi vorremmo urlargli: «Tatic, lascia qui due terzi del tuo spirito!».
Leggi tutto: «El caminante» ha raggiunto la meta

Fonte

L’omaggio più gradito: gli indios pregano per Tatic

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Mientras depositaban veladoras y flores junto al féretro, los indígenas hablaban y rezaban con el Taticclip_image004Foto Víctor Camacho

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mercoledì 12 gennaio 2011

MORIRE DI FREDDO APPENA NATO

“La Befana a Bologna non si perde neanche un bambino” cantava Lucio Dalla, ma era una Bologna di qualche anno fa.
La Befana 2011 è arrivata tardi e ne ha perso uno: David Berghi, nato alla vigilia di Natale. Dormiva nel gelo dei portici di Piazza Grande assieme al gemello e alla sorella che non arriva a due anni. Padre e madre parlano toscano: avevano casa, non i soldi per l’affitto e si arrangiano tra la stazione e la Sala Borsa dove il benessere ogni giorno controlla i conti. Andavano a scaldarsi alla Caritas fra brodi che fumano, ma con la paura dello sguardo di chi cerca i vagabondi ai quali portare via bambini costretti a una vita così. Due già finiti in una casa protetta, questi li volevano per loro, amore incosciente dalle tasche vuote: fra le luci dello shopping David è volato via.
Lo sconforto di Paolo Mengoli, direttore della Caritas, rimpiange la città alla quale “manca un padre di famiglia” con l’autorità di superare le burocrazie che “rimandano alle calende greche la soluzione dei disagi”. Insomma, qualcuno che risvegli coscienze ormai distratte; non vedono gli stracci che incontrano per strada.

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Com’è lontano “Quel pezzo dell’Emilia” di Edmondo Berselli, terra di comunisti, motori, cucina grassa e italiani di classe, alchimia capace di coniugare la vita dolce con equità e servizi sociali: nessun barbone doveva restare solo. Invece erano cinque, due appena nati.
La gente li scavalcava come nel documentario che nel ‘56 vinse il Festival di Venezia: Sulla Bowery, strada in fondo a Manhattan. Racconta l’orrore di un’America allora sconosciuta: agonia dei mendicanti stesi fra le immondizie, gente che passa senza un’occhiata. Quell’America è sbarcata a Bologna o non succederà mai più ?
(Maurizio Chierici, Il Fatto, 11-01-2011)
© Il Fatto Quotidiano

venerdì 12 novembre 2010

SONO PASSATI 2 ANNI, MA IL TEMPO SI È FERMATO

Caro Rino,
sono ormai trascorsi due anni dalla tua scomparsa e il tuo ricordo rimane indelebile nella mia mente.
Non passa giorno senza che ti rivolga il solito rimprovero:” Me l’hai fatta proprio grossa!!.”
Osservo la tua foto sulla mia scrivania … e vorrei chiederti tante cose, ma …
Con te parlavo, discutevo, ridevo, mi confrontavo.
Ora non frequento più nessuno, non sono più andato al bar e non mi interessano le opinioni degli altri.
Dentro di me il tempo si è fermato a quel giorno maledetto in cui tu ci hai lasciato.
Ma

foglie morte...e la natura riprende il suo ciclo


La realtà è diversa; il tempo passa e, tutto cambia.
Mi guardo intorno e osservo: la vita continua …
Cerchiamo di adattarci alle situazioni che la vita ci riserva per andare avanti, per non soffrire troppo, per colmare i vuoti lasciati, per ricominciare …
Nessuno di noi sembra indispensabile …
Per me tu lo eri e, più passa il tempo, più me ne rendo conto.
Scusami se non vengo a far visita spesso alla tua tomba, ma non riesco a pensare che tu sia lì …
Preferisco ricordarti vivo

mercoledì 10 novembre 2010

LA PENA DI MORTE NEL 2009

Oltre due-terzi dei paesi nel mondo ha abolito la pena di morte per legge o nella pratica (de facto). Sono 58 i paesi mantengono in vigore la pena capitale, ma il numero di quelli dove le condanne a morte vengono eseguite è molto più basso.

Nel 2009, vi sono state esecuzioni in 18 paesi, che hanno messo a morte almeno 714 persone.
Questi dati non tengono conto delle migliaia di esecuzioni probabilmente avvenute in Cina, paese dove le informazioni sulla pena capitale rimangono un segreto di stato.

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Il simbolo "+" significa che nel 2009 vi sono state condanne ed esecuzioni (almeno più di una) ma che non è noto l'esatto numero.
I metodi di esecuzione hanno incluso decapitazione, fucilazione, impiccagione, iniezione letale, lapidazione e sedia elettrica.
Nel 1977, quando Amnesty International partecipò alla Conferenza internazionale sulla pena di morte a Stoccolma, i paesi abolizionisti erano appena 16. Oggi, il numero dei paesi abolizionisti ha superato quello dei mantenitori, che sono 58.
La tendenza mondiale verso l'abolizione della pena di morte ha conosciuto negli anni '90 una decisa accelerazione, sostenuta dai principali organi internazionali come la Commissione sui diritti umani dell'Onu. Sia nel 2007 che nel 2008, l'Assemblea generale dell'Onu ha approvato una risoluzione che chiede una moratoria sulle esecuzioni e impegna il Segretario generale dell'Onu a riferirne l'effettiva implementazione e a riportare tale verifica nelle successive sessioni dell'Assemblea.
Dal 1990, oltre 54 paesi hanno abolito la pena di morte per ogni reato.
Nel 2009, solo gli Usa hanno eseguito condanne nel continente americano. Nell'Africa subsahariana, solo il Botswana e il Sudan hanno messo a morte prigionieri. In Asia, non ci sono state esecuzioni in Afghanistan, Indonesia, Mongolia e Pakistan.
In Europa non ci sono state esecuzioni nel 2009, tuttavia la Bielorussia ha messo a morte due prigionieri nel marzo 2010.


Scarica il rapporto Condanne a morte ed esecuzioni nel 2009 (224.77 KB).
Scarica l'aggiornamento al rapporto Condanne a morte ed esecuzioni nel 2009 (56.39 KB).
Scarica la scheda con i fatti e le cifre sulla pena di morte aggiornati a marzo 2010 (50.39 KB).
Scarica la scheda dei paesi che hanno abolito la pena di morte dal 1976 (17.92 KB).
Fonte

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