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sabato 19 marzo 2011

OBAMA NON HA COLTO L’ESSENZA DELLE RIVOLUZIONI ARABE

Il fatto che le attuali rivoluzioni arabe sostengano i valori di libertà e democrazia non significa che siano rivoluzioni che appoggiano automaticamente le politiche occidentali – scrive l’analista Anis Landoni


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Obama seems to believe that new governments in the region will be Israel's 'natural' allies [GALLO/GETTY]


Barack Obama, il presidente degli Stati Uniti, non ha ancora colto pienamente l’essenza della rivoluzione che sta avendo luogo nel mondo arabo. Sembra davvero credere che le persone che manifestano per ottenere democrazia nella regione stiano assumendo una presa di posizione filo-occidentale, se non filo-israeliana.
“Tutte le forze che stiamo vedendo all’opera in Egitto sono forze che si allineeranno naturalmente con noi, e con Israele – se prendiamo le decisioni giuste e cogliamo veramente quella sorta di svolta che sta accadendo nella storia”, ha recentemente detto Obama ad un gruppo di Democratici in Florida.
Non so come Obama sia giunto a questa conclusione, ma o è terribilmente male informato o è un povero illuso.
Le sue affermazioni, tuttavia, sono in linea con le stime di molti esperti americani, alcuni dei quali hanno celebrato il fatto che nè le rivolte passate nè quelle ancora in corso siano state dominate da slogan anti-israeliani o anti-americani.
E’ vero che i manifestanti non si stanno concentrando su Israele. Ma affemare che queste forze potrebbero essere alleate naturali di Israele e dell’Occidente significa fraintendere la situazione. Il presidente degli Stati Uniti sta travisando il messaggio delle masse arabe che protestano.
Riscrivere la storia
Dalla Tunisia all’Egitto al Bahrain, e in molti altri luoghi nella regione, i manifestanti hanno chiesto  governi liberi e responsabili. Decenni di amare esperienze hanno dimostrato che i governi non rappresentativi sono spesso disposti ad accettare – o per lo meno non sono in grado di opporsi – alla subordinazione nei confronti dell’Occidente, e in particolare ai diktat politici ed economici americani.
Il trattato di pace del 1979 tra Israele ed Egitto, per esempio, non fu firmato da un governo democratico, ma avvenne nonostante la forte opposizione – che persiste ancora oggi – all’interno del più grande paese del mondo arabo. Allo stesso modo, è improbabile che gli Accordi di Camp David del 1978 sarebbero stati firmati se fosse dipeso dal popolo egiziano che, incurante della rinnovata alleanza di diversi governi egiziani con Washington, e dei loro stretti legami con Tel Aviv, ha continuato ad opporsi a tutti i tentativi di imporre una normalizzazione delle relazioni con Israele.
Nel corso degli anni, il popolo egiziano ha ripetutamente mostrato – attraverso le manifestazioni, i mezzi di comunicazione, e persino con il cinema – di opporsi alle politiche adottate dagli Stati Uniti nella regione e all’aggressione israeliana nei confronti dei palestinesi.
Ma ora alcuni analisti, funzionari americani presenti e passati, stanno cercando di riscrivere la storia – forse per convincere se stessi – sostenendo che l’ostilità popolare nei confronti di Israele era semplicemente un prodotto degli sforzi del regime di Mubarak per distogliere l’attenzione dalle sue mancanze.
Jackson Diehl, editorialista del Washington Post, ha persino accusato il precedente regime egiziano di aver deliberatamente mantenuto delle relazioni fredde con Israele e di essersi talvolta opposto agli Stati Uniti. “Immaginate un Egitto che si oppone costantemente all’Occidente nei forum internazionali, e si batte senza sosta contro Israele. Un governo che getta nei suoi mass media semi di vile antisemitismo, congela le sue già fredde relazioni con Israele e ripetutamente respinge pubblicamente qualsiasi interferenza da parte degli Stati Uniti nei suoi affari. Un regime che permette ad Hamas di importare tonnellate di munizioni e missili iraniani nella Striscia di Gaza “, ha scritto Diehl a proposito del regime di Mubarak in un articolo pubblicato il 14 febbraio.
Diehl sembra credere che un Egitto democratico sarà più amichevole nei confronti degli Stati Uniti e di Israele rispetto a quella che lui considera una dittatura non sufficientemente cooperativa. La stessa idea è stata presentata da Condoleezza Rice, l’ex segretario di stato americano, la quale ha sostenuto che la paura di Mubarak nei confronti della “piazza araba” gli ha impedito di abbracciare pienamente le politiche americane nei confronti del conflitto israelo-palestinese.
Ma quello di cui la Rice e gli altri non sembrano rendersi conto – nonostante il fatto che le loro dichiarazioni implicitamente lo riconoscano – è che le presunte mancanze di Mubarak riflettevano il fatto di aver realizzato di non poter fornire ulteriore sostegno alle politiche degli Stati Uniti senza scatenare la rabbia popolare.
I regimi arabi hanno sempre cercato di placare l’opposizione sostenendo a parole la causa palestinese, perché comprendono il posto che essa occupa nella psiche araba. E se le rivoluzioni hanno rivelato che questa tattica non è più sufficiente a mantenere sotto controllo le forze di opposizione, è errato supporre che il nuovo stato d’animo arabo si accordi in qualche modo con un atteggiamento più amichevole nei confronti di un paese che continua ad occupare la terra palestinese e a spodestare il popolo palestinese.
Definire la democrazia
Questa lettura errata non deriva dai fatti, ma da un atteggiamento orientalista che ha a lungo dominato il pensiero americano e gran parte dei mass media americani.
Nella cultura politica dominante negli Stati Uniti sostenere le politiche di Washington è considerato sinonimo di pensiero e comportamento democratico, mentre il rifiuto della posizione americana e di Israele sarebbe il risultato dell’arretratezza di ‘menti prigioniere’. Secondo questa prospettiva, una mentalità di vittimismo immaginario scatenerebbe odio e resistenza nei confronti di Israele.
Ma, in realtà, è questo modo di pensare ad essere assolutamente antidemocratico. Se assumiamo che i valori democratici sono valori universali e ci stacchiamo da una interpretazione etno-centrica occidentale, scopriremo che il rifiuto dell’occupazione è del tutto coerente con le idee di libertà e di dignità umana – due componenti che sono apparentemente parte integrante del pensiero democratico.
Rifiutare l’occupazione israeliana e americana delle terre arabe e la subordinazione del popolo arabo, così come respingere la discriminazione razziale, significa credere nella libertà.
Quindi a meno che Obama non parli di porre fine all’occupazione americana dell’Iraq e all’occupazione israeliana della Palestina, come può immaginare che i rivoluzionari arabi ribellatisi ai loro oppressori possano essere alleati naturali degli Stati Uniti?
Ma alcuni funzionari ed esperti americani sono alla ricerca di una qualche interpretazione che permetta loro di separare il sostegno degli Stati Uniti nei confronti dell’occupazione israeliana dalle relazioni dell’America con il mondo arabo. Sostenendo che la questione palestinese non è più centrale nel pensiero arabo, immaginano che gli Stati Uniti possano semplicemente imporre una ’soluzione’ che assicuri l’egemonia di Israele nella regione e che manchi l’obiettivo di accettare il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione.
Coloro che a Washington e Tel Aviv hanno cercato di minimizzare il ruolo della causa palestinese nella politica araba farebbero bene a leggere un articolo del famoso blogger e attivista egiziano Hossam el-Hamalawy sul Guardian, in cui sostiene che sono state le manifestazioni di solidarietà con l’intifada palestinese nel 2000 e le proteste contro la guerra americana in Iraq nel 2003 a fungere da precursori della rivoluzione egiziana.
L’illusione che i movimenti che si battono contro l’ingiustizia della dittatura e contro l’ingiustizia dell’occupazione in qualche modo si contraddicano a vicenda riflette un grave errore di interpretazione dei sentimenti delle masse arabe – a meno che, naturalmente, Obama non speri semplicemente di utilizzare questo ragionamento errato per giustificare la continuazione delle altrettanto errate politiche nella regione. Lamis Andoni
Lamis Andoni è un’analista e commentatrice di questioni palestinesi e mediorientali
Original Version: Obama does not get it

mercoledì 12 gennaio 2011

LA CRISI NELL'AFRICA DEL NORD

Rivolta della fame contro i regimi corrotti del Nord Africa

Secondo Marc Innaro, inviato Rai in Tunisia, domina la corruzione, mentre in Algeria c'è una rivolta della fame
di Valentina Venturi
Resta alta la tensione in Algeria, anche se oggi in quasi tutto il paese è tornata la calma dopo le violente proteste dei giorni scorsi che hanno fatto 5 morti e oltre 800 feriti. Ad Algeri e nel resto del paese la situazione è sotto controllo, anche se si rincorrono voci su una possibile ripresa delle proteste. In Tunisia ci sono stati scontri nelle strade, che tra sabato e domenica hanno causato 14 morti secondo fonti governative, 28 secondo altre testimonianze, fino a 50 stando al sito online della radio tunisina Kalima. Per Marc Innaro (audio), corrispondente Rai per l'Egitto e il Nord Africa, «stanno venendo a galla le enormi disparità sociali».


Cosa sta accadendo nell'Africa del Nord?
«Stanno venendo al pettine una serie di contraddizioni che da Paese a Paese per una coincidenza che può essere considerata anche una regia, stanno esplodendo in maniera contemporanea. Dal Marocco all'Algeria, all'Egitto e alla Tunisia un insieme di enormi disparità sociali nate durante il liberalismo, stanno in qualche modo esplodendo. Per esempio la Tunisia, a differenza di altri regimi, per anni ha puntato sull'educazione dei giovani, sull'istruzione diffusa. Ora si ritrova un'intera generazione di diplomati e laureati che manifesta anche in maniera violenta, per la mancanza di sbocchi professionali. L'unica possibilità è di lavorare in società di outsurcinge o nei call center, italiani e francesi, dove vengono sfruttati in maniera coloniale dai nostri imprenditori europei».

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Ciò cui stiamo assistendo in questi giorni in Algeria e in Tunisia è l’esito di una combinazione di regimi politici per nulla inclusivi, crisi occupazionale e giovanile? «Assolutamente. A cui si aggiunge la totale impunità dei regimi di cui anno goduto in questi anni appoggiandosi alla visione che loro agli occhi dell'Occidente fungono da diga contro l'islamismo islamico. L'Algeria ha dei numeri superiori rispetto alla Tunisia, qui c'è davvero la rivolta della disperazione, del pane, del cous cous, della fame. Anche dei giovani, ma spesso senza istruzione superiore. In qualche modo sono tutte e due frutto di regimi chiusi e bloccati. In Tunisia c'è poi l'aggravante di una situazione che vede la moglie del presidente Ben Ali avere le mani in pasta in tutti gli affari che superano l'importo di 100 mila euro. Qui la disoccupazione intellettuale in Tunisia tocca il 45% dei diplomati e laureati. Numeri terrificanti di un paese che poi sulla carta ha tassi di sviluppo simili a quelli cinesi o indiani. Lo sbocco violento a cui ben Ali non trova altra soluzione che inviare i militari: una prova di debolezza, non di forza».

Esiste il timore che il più grande dei Paesi del Maghreb possa nuovamente imboccare la via della violenza settaria come nella guerra degli Anni 90? «È un rischio ridotto rispetto, a quella degli anni Ottanta. La guerra civile in Algeria ha di fatto decapitato il consenso sociale con la repressione. Ora bisogna capire se c'è già, dietro la rivolta del pane, un embrione degli eredi del fronte islamico della salvezza, dei Salafiti. Le misure prese dal Governo algerino sembrano voler tamponare le falle».

(valentina venturi)

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· Fame e disoccupazione incendiano il vicino Nord Africa. Scontri e vittime in Tunisia e in Algeria

domenica 10 gennaio 2010

ARRESTI DOMICILIARI PER LA GANDHI SAHRAWI

Da quando ha fatto rientro nel suo paese, dopo 32 giorni di sciopero della fame, Aminatou Haidar, la "Gandhi Sahrawi", si trova agli arresti domiciliari.

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Le autorità marocchine hanno circondato la sua abitazione, rifiutandosi di dare spiegazioni.

Non è finita. L'attivista sahrawi Aminatou Haidar, si trova agli arresti domiciliari dal 18 dicembre scorso, data del suo rientro nel Sahara Occidentale, dopo 32 giorni di sciopero della fame. La polizia marocchina avrebbe circondato la sua casa, tenendola agli arresti.
Nessun commento giunge per il momento da Rabat.
La "Gandhi Sahrawi" era rientrata a El Aiun ormai in fin di vita dopo più di un mese di sciopero della fame. La donna era stata espulsa dalle autorità marocchine il 14 novembre scorso, a Lanzarote, nelle isole Canarie.
Dopo che il peso dell'opinione pubblica si è fatto sentire sul governo spagnolo, il Ministro degli Esteri di Madrid si è attivato per avviare i colloqui che avrebbero portato al rientro dell'attivista. Ma il vero regista del negoziato, sembra essere stato il presidente francese Nicolas Sarkozy, che avrebbe fatto pressioni sul Marocco perché restituisse il passaporto marocchino alla donna, permettendole di tornare nel suo paese.
Incarcerata più volte da Rabat, lo scorso anno la Haidar venne insignita del premio "Robert Kennedy" per i Diritti Umani e nel 2006 del premio Juan Maria Bandres.
Il Marocco ritiene che il Sahara occidentale, ex colonia spagnola annessa nel 1975, faccia parte integrante del suo regno ed è disposto, dopo un conflitto di 15 anni e 18 anni di negoziati, a concedere solo un'autonomia alla regione che resterebbe sotto la sua sovranità.

Fonte

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