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venerdì 8 giugno 2012

IL MORBO DI CHAGAS: L’AIDS DEL FUTURO

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Triatoma infestans: vettore del morbo di Chagas.

In un editoriale pubblicato su PLoS Neglected Tropical Disease, un gruppo di scienziati americani ha paragonato il morbo di Chagas all’Aids, evidenziando le analogie per quanto concerne le difficoltà diagnostiche e quelle relative alla cura. Il morbo di Chagas, che prende il nome dal medico brasiliano Carlos Chagas che la scoprì all’inizio del ’900, è una malattia parassitaria tropicale, nota anche con il nome di “trypanosomiasi americana”, causata da un particolare genere di protozoi flagellati, il “Trypanosoma cruzi”, che per infestare il sangue di esseri umani ed animali utilizza come vettore un insetto, la cimice Triatomina, presente soprattutto nelle aree rurali dell’America Latina. Si stimano, attualmente, tra gli otto e gli undici milioni casi tra Bolivia, Messico, Colombia ed America Centrale. Sono stati registrati dei casi anche negli Usa, in Europa, in Canada ed in Giappone. Il morbo di Chagas può venire trasmesso da madre a figlio, durante la gravidanza e durante l’allattamento, o può venire contratta in caso di trasfusioni, trapianto di organi o ingestione di cibo infetto. Secondo gli autori dell’articolo pubblicato su PLos Neglected Tropical Disease le similitudini di condizione tra chi ha contratto l’Hiv e chi è stato infestato dal Trypanosoma cruzi sono parecchie: entrambe le malattie sono croniche, richiedono cure prolungate e riguardano le fasce più povere.
In America Latina i pazienti affetti da Aids sono circa 1,6 milioni a fronte dei circa dieci milioni che convivono con il morbo di Chagas. I Medici Senza Frontiere hanno sottolineato che alcuni Stati come il Paraguay e la Bolivia, dove la malattia è endemica, devono fare i conti con la scarsità dei farmaci che possono curare tale patologia nella fase iniziale. Il morbo di Chagas si sviluppa in due fasi: una acuta e l’altra cronica. La prima, che segue la puntura dell’insetto-vettore, si caratterizza per la presenza di alcuni sintomi quali: febbre, dolori articolari, nausea e affaticamento. Un segnale distintivo che facilita la diagnosi della patologia parassitaria è il “segno di Romaña”: un gonfiore delle palpebre dell’occhio che si trova sullo stesso lato della puntura dell’insetto. In rari casi, questa fase della malattia rappresenta un pericolo di vita per chi ne soffre, anche se sono state segnalate morti a causa di miocardite e meningo-encefalite. La sintomatologia del morbo di Chagas regredisce spontaneamente nel 90% dei casi, in tre/otto settimane. Nonostante la guarigione, l’infezione continua e diventa cronica. Si ritiene che una percentuale variabile tra il sessanta e l’ottanta per cento delle persone non arrivi a sviluppare la malattia, mentre il restante quaranta/sessanta per cento va incontro a gravi problemi nervosi, cardiaci e dell’apparato gastrointestinale.
Caterina Stabile

giovedì 12 gennaio 2012

A DUE ANNI DI DISTANZA DAL SISMA IL DOLORE NON SI PLACA AD HAITI

Oltre 1 milione di bambini e adulti raggiunti finora dalla ong: centinaia di migliaia nell'ambito di attività di prevenzione del colera, allestite 10 unità per il trattamento dell’epidemia, 229 classi scolastiche ricostruite con criteri antisismici,identificati e supportati circa 3700 minori separati dalle famiglie a causa del sisma


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Nonostante il grande slancio di aiuti seguito al devastante terremoto che colpiva Haiti il 12 gennaio 2010 e che ha visto l’immediata attivazione di molte organizzazioni non governative tra cui Save the Children, a 2 anni di distanza i problemi per i sopravvissuti sono ancora grandi: solo 1 milione di persone sono rientrate in abitazioni o rifugi temporanei e neanche la metà delle macerie è stato rimosso.
“A tuttoggi 500.000 persone - la metà circa delle quali bambini (1) - vivono ancora sotto le tende in campi provvisori. Si continua a morire a causa del colera, di cui si sono ammalate - dall’esplosione dell’epidemia- 515.000 persone (2), con 6.000 morti circa. Centinaia di migliaia di minori sono ancora in situazione di grande vulnerabilità e vittime di abusi e violenze nelle tendopoli e negli slum,così come centinaia di migliaia di persone ancora sono senza lavoro”, dichiara Valerio Neri, Direttore Generale Save the Children Italia, alla vigilia dei 2 anni dal terremoto in Haiti e in occasione della diffusione del rapporto “Ricostruire la speranza ad Haiti” che sintetizza l’intenso lavoro che Save the Children sta portando avanti nelle aree più colpite di Port-au-Prince, Leogane, Jacmel, Petit e Grande Goâve, Maissade e Dessaline nell'Artibonite, sin dalle ore successive al sisma quando tutto il mondo assistette in diretta al salvataggio della piccola Winnie, tratta dalle macerie dopo 3 giorni grazie all'intervento di una troupe australiana e affidata a Save the Children per le prime cure.
“Le cause del permanere di tanti e gravi problemi a due anni dal terremoto, sono varie”, prosegue Valerio Neri. “La ricostruzione procede a rilento, inoltre la risposta al terremoto ha dovuto fare i conti non solo con la vastità del disastro ma anche con un contesto difficile e dai costi elevati per le ong - i costi del carburante e della sicurezza per esempio sono enormi - tanto che a due anni dal sisma molte ong hanno chiuso o ridotto le proprie attività. D’altra parte, benché l’attuale governo Martelly si stia impegnando a favore dei bambini e dello sviluppo, mancano le competenze necessarie e impiegati qualificati. Di conseguenza, di fatto, molti servizi alla popolazione sono garantiti dalle ong e il trasferimento dei progetti allo Stato è difficile e lungo. Una delle sfide per quest’ anno ed i prossimi è aiutare il governo di Haiti a farsi carico della gestione dei servizi di base, a partire da quelli scolastici e sanitari”.
“Save the Children sta facendo il massimo per i bambini e le famiglie di Haiti la cui energia e volontà di reagire sono veramente ammirevoli. Abbiamo per esempio aperto 10 unità per il trattamento del colera per un totale di 11.000 tra bambini e adulti curati e trattati. Abbiamo costruito con criteri antisismici e antiuragano 229 classi in 38 scuole colpite dal sisma per un totale di 13.575 bambini beneficiari. Stiamo impegnandoci più che possiamo per proteggere i minori da violenze e abusi attraverso la creazione di 39 comitati locali per la protezione dei bambini composti da 468 membri. Lo scopo di questi comitati è identificare, monitorare e prevenire violenze sui bambini e costituire club di minori a cui attualmente prendono parte 3.600 bambini. Save the Children sta poi aiutando le famiglie ad avere una fonte di reddito supportando 45 piccoli e medi esercizi commerciali ed imprese a Port-au-Prince e Jacmel, e dando sostegno finanziario e formativo a 350 attività di mercato condotte da donne a Port-au-Prince. Dunque dei progressi e miglioramenti nelle l vite di tanti bambini e famiglie li abbiamo portati e continueremo a portarli attraverso il piano quinquennale 2010-2015 di aiuti. Non intendiamo abbandonare Haiti, dove lavoriamo dal 1978”, conclude Valerio Neri.
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martedì 29 novembre 2011

LA FINE DEI CURANDEROS, ULTIMI CUSTODI DELLA FORESTA PLUVIALE

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Perù, novembre 2011. Ad ora, nel giro di venti mesi, quattordici Curanderos, gli sciamani moderni dell'America Latina, sono stati trovati morti nella località di Balsa Puerto, nella Regione di Loreto (Perù). La Procura locale ha indicato come possibili responsabili il sindaco di Balsa Puerto, Alfredo Torres, e suo fratello, Augusto, meglio noto come “Caza Brujos” (cacciatore di streghe, ndr). La tesi avallata dalla Procura ha trovato fondamento nel racconto di Inüma Bautista, figura portante di una comunità indigena locale, sfigurato - a detta sua - da sicari dei fratelli Torres.
Tale “pulizia etnica”, come in tanti non hanno esitato a definirla, sarebbe mossa da motivi di odio religioso. I due fratelli accusati di essere dietro la strage di Curanderos, avrebbero rapporti stretti col mondo Protestante locale, gli stessi Protestanti che - secondo quanto afferma l'investigatore Roger Rumrill - considerano questi sciamani peruviani come “posseduti dal demonio” e per questo indegni di vivere. Se il condizionale è d'obbligo, in questi casi, è comunque vero che tanto il mondo protestante quanto la scienza non hanno nascosto una spesso incomprensibile avversione nei confronti degli sciamani
I Curanderos, i cui riti possono essere paragonati a “is abrebus”, quelle formule che in Sardegna alcune donne pronunciano (o pronunciavano) accompagnandole alla somministrazione di infusi d'erbe, sono comunque un patrimonio da preservare; non soltanto catturano l'attenzione dei più curiosi, alimentando un vero e proprio “turismo magico” sostenibile, ma sono anche l'emblema di quei popoli indigeni che conservano conoscenze quasi esclusive sulla vegetazione delle foreste pluviali e la medicina tradizionale basata sull'utilizzo delle piante nell'area andino-amazzonica.


È triste constatare che questo accada a cavallo dell'ultimo Incontro Internazionale di Curanderismo, tenutosi a Trujillo (una delle più importanti città del Perù), e al quale hanno preso parte anche uomini di scienza, con lo scopo di indagare queste pratiche risalenti - seppur in maniera differente nel tempo - a riti comuni alle civiltà preispaniche. Il Curanderismo, perciò, non deve essere visto come una pratica da combattere a prescindere. Si devono isolare i ciarlatani, presenti anche nella medicina scientifica, e custodire queste figure che fanno da collante col passato, un passato caratterizzato da un contatto magico con la natura
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mercoledì 21 settembre 2011

MIGRANTI RECLUSI: QUANDO LA PRIGIONE DIVENTA MANICOMIO

clip_image002Foto Flickr su licenza CC

“Vogliamo sottolineare che la situazione dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa è totalmente inaccettabile. Per quanto riguarda le condizioni dei pazienti detenuti e le procedure seguite nella loro contenzione fisica, abbiamo osservato trattamenti inumani e degradanti”.
Purtroppo sì. È questa la cruda realtà degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari in Italia. Una verità sconcertante, accertata nel settembre 2008 e debitamente documentata nellaRelazione del Comitato di Prevenzione della Tortura del Consiglio d’Europa, rivelata in seguito al sopralluogo effettuato nell’OPG di Aversa (NA). Il Comitato ha accertato che si tratta di tortura!
Nulla di nuovo. Le istituzioni nazionali erano in realtà al corrente da tempo della gravità della situazione. In data 1 aprile 2008 veniva emanato, al fine di regolamentare la materia, il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri entrato in vigore il 14 giugno 2008, che sanciva il passaggio dellafunzione sanitaria in tutti gli Istituti Penitenziari (adulti, minori e OPG) dal Ministero della Giustizia a quello della Salute. Ed è proprio questo il nodo fondamentale dell’intera vicenda. Il riconoscimento normativo come luogo di cura, e non come centro di detenzione. Ma a  distanza di tre anni dall’emanazione del decreto, la normativa vigente è rimasta completamente inattuata.


clip_image004Foto Flickr su licenza CC

“Le condizioni igienico-sanitarie, organizzative e clinico – psichiatriche degli OPG risultanogravi e inaccettabili e presentano un assetto strutturale assimilabile al carcere o all’istituzione manicomiale”.
È questo il risultato della Relazione della Commissione di inchiesta del Senato della Repubblica presieduta dall’onorevole Ignazio Marino. Una delegazione della Commissione ha avuto accesso, senza alcun preavviso, presso i sei OPG distribuiti su tutto il territorio nazionale, rilevando la palese inadeguatezza dell’approccio terapeutico utilizzato e  la cronica carenza di personale. Mancano gli infermieri ed ogni ospite ha in media trenta minuti al mese di colloquio con lo psichiatra. Praticamente, un lasso di tempo ininfluente per aspirare a un benché minimo segnale di miglioramento psichico.
Gli ospiti di questi “centri di detenzione”, autori nel 30% – 40% dei casi di piccoli reati, soffrono oltremodo per gli errori del passato. A causa della loro infermità mentale non possono essere ospitati nelle ordinarie strutture carcerarie, dovendo pertanto scontare l’alternativa misura di sicurezza presso gli OPG. A differenza della pena carceraria (commisurata alla gravità del reato), la misura di sicurezza è prorogabile, di norma, di sei mesi in sei mesi. Alla scadenza della stessa il Giudice valuta la pericolosità sociale del soggetto. E nella maggior parte dei casi, la cronica carenza di strutture intermedie o di reparti specializzati al trattamento della malattia mentale scatena un sistema vizioso di proroghe sistematiche, svincolate dallo stesso concetto, quanto mai dilazionato, di pericolosità sociale. E l’assenza di un adeguato percorso terapeutico all’interno della struttura limitadrasticamente le possibilità di reinserimento sociale, con evidente violazione della “funzione rieducativa della pena” prevista  dell’art. 27 Cost. Si compie in tal modo, con estrema crudeltà, la condanna all’ergastolo bianco!
A pagare il prezzo più alto per questo esasperato ricorso alle misure di sicurezza sono sempre più spesso cittadini stranieri extracomunitari, i deboli tra i deboli, nei confronti dei quali non viene garantito l’accesso ai diritti previsto per i cittadini italiani. Alla base di questa discriminazione vi sono certamente scelte di politica di repressione e di “gestione discrezionale” del fenomeno dell’immigrazione, senza dimenticare quella strutturale incapacità istituzionale di predisporre un equo sistema di tutela dei diritti fondamentali di ogni individuo. Una volta entrati in contatto con quest’atroce realtà, i migranti reclusi sono costretti a subire una serie interminabile di soprusi e discriminazioni. Innanzitutto perché il loro diritto alla difesa incontra numerosi ostacoli formali e sostanziali (in primis per chi vive in Italia come immigrato irregolare), senza trascurare le evidenti difficoltà linguistiche, di comunicazione e di scarsa conoscenza del sistema giuridico italiano, oltre all’impossibilità di attivare, a causa delle insufficienti risorse economiche, quei meccanismi di tutela previsti in caso di evidenti errori giudiziari.
La stessa Commissione di inchiesta del Senato ha accertato, in seguito a perizie psichiatriche, che tra i 1500 ospiti presenti nei sei OPG ben 376 sarebbero soggetti non pericolosi, quindi “dismissibili” e trasferibili in case–famiglia o Dipartimenti di salute mentale.
La situazione, purtroppo, allo stato attuale, non presenta novità significative. Questi centri, autentici “contenitori di follia”, sono una vera e propria discarica sociale, un posto in cui rinchiudere i dimenticati. Stanze sovraffollate, condizioni igienico-sanitarie disumane, uso sconsiderato di psicofarmaci, letti di contenzione sui quali legare per giorni e giorni, nudi e senza assistenza, gli ospiti più esagitati del centro. A vigilare, nessun infermiere, nessun medico, soltanto le guardie carcerarie.
Nonostante siano trascorsi oltre trent’anni dalla storica “Legge Basaglia” che sanciva la chiusura dei manicomi e la contestuale regolamentazione del trattamento sanitario obbligatorio, il superamento della logica manicomiale è ancora lontano dalla piena ed effettiva attuazione.  L’approccio repressivo èindubbiamente  antiterapeutico e lesivo dei diritti umani, rappresenta un crimine istituzionale che annienta completamente l’individuo e distrugge la sua mente, per sempre, solcando la memoria di tracce indelebili, intrise di una sofferenza infinita.
“L’ennesimo fatto increscioso” sentenzieranno i soliti noti, non tanto per i diritti umani ancora una volta violati quanto per alimentare quella perenne, quanto mai fittizia , condizione di costante e forzata indignazione. E, peraltro, svincolata, sistematicamente, da necessari interventi risolutivi.
E uno stato di finta incredulità, smascherato da una toccante testimonianza di un detenuto migrante, intervistato, durante i sopralluoghi, da una delegazione della Commissione d’inchiesta del Senato: “Io vengo dai Paesi di guerra, non riesco a capire…tra la democrazia vostra e la nostra…non capisco qual è la differenza…la differenza è che qui ti uccidono piano piano”.




Ermanno Serratì
Ermanno Serratì, consulente legale con una grande passione per ogni forma di espressione artistica, è coinvolto in attività associative a sostegno dei migranti e segue temi legati ai diritti umani.

martedì 10 maggio 2011

IL GENOCIDIO NUCLEARE

Chernobyl sta facendo oltre 1 milione di vittime. Fukushima è peggio. A Fallujah i bambini nascono senza cervello. Una libbra di plutonio basterebbe a sterminare il genere umano




L'allarme nucleare è tutt'altro che rientrato. In Giappone qualche ora fa hanno registrato una fuoriuscita radioattiva dalla centrale di Tsuruga, proprio mentre in Italia Greenpeace esponeva un lungo striscione sulla facciata di Palazzo Venezia a Roma, contro l'eventualità di bloccare il referendum. Helen Caldicott, dottoressa autraliana che ha dedicato la sua vita agli studi contro il nucleare, qualche giorno fa a Montreal, in Canada, ha parlato dei rischi dell'atomo. Ne è uscito un quadro raccapricciante. Ecco le parole della Caldicott:
"Secondo alcuni studi quasi un milione di persone sono già morte a causa del disastro di Chernobyl. Ma OMS e AIEA dicono altro. Ritengo che Chernobyl sia stato uno dei più mostruosi insabbiamenti nella storia della medicina. Tutti dovrebbero sapere di questa storia.
E oggi facciamo i conti col Giappone. Quanto accaduto in Giappone, come ordine di grandezza, è molte volte peggio di Chernobyl. Mai in vita mia avrei pensato che 6 reattori nucleari potevano essere a rischio. Conoscevo tre ingegneri della General Eletric che hanno collaborato nella pianificazione dei reattori di prima generazione prodotti dalla GE. Questi tre ingegneri si sono dimessi proprio perché sapevano benissimo che questi reattori sono pericolosi. E i giapponesi hanno pensato bene di andare a costruirli proprio sopra ad una faglia sismica. I reattori hanno resistito parzialmente al terremoto ma non allo tsunami. L'energia elettrica è mancata ed è proprio l'energia elettrica che spinge l'acqua di raffreddamento (un milione di galloni al minuto) a ognuno dei 6 reattori.



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Senza l'acqua di raffreddamento le barre di combustibile si surriscaldano fino a sciogliersi, proprio com'è capitato a Three-Mile Island e a Chernobyl. I generatori d'emergenza, ognuno grande come una casa, sono stati distrutti dallo tsunami e non è rimasto alcun rimedio per fare circolare l'acqua di raffreddamento nei reattori. In più, sui tetti dei reattori, non dentro all'involucro stesso dei reattori, ci sono dei bagni di raffreddamento. Ogni anno rimuovono circa 30 tonnellate delle barre di combustibile più radioattive.
Ognuna delle barre è lunga 12 piedi, ed è spessa mezzo pollice. Emette un livello così elevato di radioattività, tipo raggi-X, che se tu dovessi stargli accanto per un solo paio di minuti, moriresti senz'altro. Non moriresti stecchito ma ... vi ricordate ancora quel Litvinenko, il Russo che è stato avvelenato con il Polonio, beh moriresti proprio così, ti cascherebbero i capelli, emorragia fatale, e moriresti di un'infezione gigantesca, come muoiono anche quelli affetti da Aids. Per di più, queste barre sono anche termicamente caldissime quindi devono essere sommerse in un grosso bagno e raffreddate costantemente.
In Giappone ci sono state tre esplosioni di Idrogeno le quali hanno scoperchiato l'edificio, non l'involucro del reattore ma il tetto dell'edificio stesso. Il che ha esposto il bagno di raffreddamento. Due di questi bagni di raffreddamento ora sono secchi e non contengono nessuna acqua, il che ha conseguenze disastrose.
Le barre di combustibile sono rivestite con un materiale che si chiama Zirconio. Quando lo Zirconio viene esposto all'aria, brucia. A Fukushima 2 dei bagni di raffreddamento producono 20 volte più radiazione di quanta ne produce il nocciolo del reattore. Considerate che in ognuno dei noccioli dei reattori c'è tanta radiazione quanta prodotta da mille bombe come quella sgaciata su Hiroshima.
Si tratta di energia diabolica. E=mc2
è l'energia che fa esplodere le bombe nucleari. Einstein disse che "l'energia nucleare è un modo pazzesco per fare bollire l'acqua!" Questo è l'unico utilizzo dell'energia nucleare: fare bollire l'acqua con calore pazzesco per produrre il vapore che poi fa girare le turbine che quindi producono energia elettrica. Quando si pratica la fissione dell'Uranio, si formano circa 200 elementi, ognuno dei quali è ancora più velenoso dell'Uranio per il corpo umano. Nonostante il fatto che l'Uranio sia così velenoso, gli americani lo hanno comunque usato a Fallujah, e pure a Baghdad. Ora a Fallujah, 80% dei neonati nasce senza cervello, con un occhio solo e senza arti superiori. I dottori del posto hanno addirittura detto alle donne di smettere di fare figli.
L'incidenza di cancro infantile è aumentato di circa 12 volte. Questo è un genocidio. È una vera guerra nucleare quella che si svolge in Iraq. L'Uranio che utilizzano dura per più di 4,5 miliardi d'anni, quindi stanno contaminando la culla della civiltà.
Comunque sia, negl'impianti nucleari ci sono dei livelli altissimi di radiazione. Ci sono 200 elementi, alcuni durano pochi secondi ed altri invece milioni d'anni. Lo Iodio radioattivo per esempio dura sei settimane e provoca il cancro della tiroide.
A Chernobyl oltre 20.000 persone hanno contratto il cancro della tiroide. Hanno dovuto farsi prelevare la tiroide e morirebbero senz'altro se smettessero di assumere dosi giornaliere di medicinali supplementari, proprio come un diabetico deve assumere dosi giornaliere di Insulina.
Lo Stronzio 90 si disperderà. Durerà circa 600 anni. Entra nelle ossa e provoca il cancro delle ossa o la leucemia.
Anche il Cesio dura circa 600 anni. Si trova dappertutto in Europa. Il 40% dell'Europa è tuttora radioattiva. Glialimenti turchi sono tuttora molto radioattivi. Non acquistate mai albicocche secche prodotte in Turchia ed evitate le nocciole prodotte in Turchia. I turchi si sono arrabbiati moltissimo con i Russi, tanto che hanno spedito tutto il loro thè radioattivo in Russia a seguito del disastro a Chernobyl. Comunque, il 40% dell'Europa rimane tuttora radioattiva. Nelle aziende agricole Britanniche gli agnelli sono così pieni di Cesio che non possono nemmeno venderli. Qualsiasi alimento prodotto in Europa è a rischio.
Ma tutto ciò non è niente rispetto a cosa sta capitando ora. Uno degli elementi più mortali rimane il Plutonio, il quale prende il nome da Plutone, dio degli inferi. Solamente un milionesimo di un grammo, se inalato, provoca il cancro. Teoricamente, una sola libbra di questo elemento sarebbe sufficiente per provocare il cancro in tutta la gente esistente nel mondo. Ognuno dei reattori contiene 250 chili di Plutonio al suo interno, e qui si parla di chilogrammi. Bastano solo 2.5 chilogrammi per produrre una bomba perche attualmente si utilizza il Plutonio per produrre le bombe. Il Canada vende attualmente solo due cose. Vende il grano per la vita e l'Uranio per la morte.
Il Plutonio fuoriuscirà e si disperderà per tutto l'emisfero boreale. Sta tuttora già viaggiando verso l'America del Nord.
Poi c'è lo Iodio 129 radioattivo, il che ha una "half-life" di 17 milioni d'anni, e poi ancora lo Stronzio, il Cesio, il Trizio, e potrei continuare ad infinitum...
Quando piove precipita anche la radioattività e si concentra negli alimenti. Se finisce in mare, viene concentrata centinaia di volte dalle alghe, poi dai pesciolini, poi dai pesci più grandi ed infine dagli esseri umani che stanno all'apice della catena alimentare. Questi elementi radioattivi non hanno alcun gusto o odore e non sono visibili. Sono silenziosi! Quando entrano nel corpo, non si muore immediatamente dal cancro. Ci vogliono 5-6 anni per contrarre il cancro e quando una persona ha il cancro, non può risalire al boccone di pesce che gliel'ha procurato. Qualsiasi tipo di radiazione è dannosa. Ha un effetto cumulativo e ogni dose che si assume aumenta il rischio di contrattare il cancro.
Se piove e la radioattività precipita, non si devono produrre alimenti. Il che significa non magiare qualsiasi alimento per i prossimi 600 anni!
Ho sentito che le scorie radioattive, qui in Canada, verranno seppellite nei dintorni del Lago Ontario. Quindi fuoriuscirà e durerà per milioni d'anni, finirà nell'acqua e quindi nella catena alimentare. Questa radioattività finirà per provocare delle vere e proprie epidemie di cancri, leucemie e malattie genetiche in eterno. Questo è il più importante rischio per la sanità pubblica che il mondo abbia mai visto, a parte il rischio onnipresente di una guerra nucleare. Einstein disse che "lo spaccamento dell'atomo ha cambiato tutto meno che il modo di pensare del uomo!" Molto profondo... E quindi si galleggia verso una catastrofe incomparabile! Siamo troppo arroganti. Abbiamo un eccesso di presunzione e secondo me il mesencefalo rettile del cervello di certi uomini è completamente patologico. Siamo di fronte ad una situazione dove siamo riusciti ad imbrigliare la forza del sole. Tutto pero è fuori controllo e oramai non possiamo farci più nulla!"

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venerdì 8 aprile 2011

PER LE STRADE DESERTE INTORNO A FUKUSHIMA


Questo video piuttosto impressionante mostra il viaggio di due giornalisti nella zona evacuata intorno alla centrale disastrata di Fukushima. Si parte da 1 µSv/h e poi in un crescento di ticchettii si arriva ad oltre 100 µSv/h.
In uno scenario degno dell'Esercito delle 12 scimmie oppure di Io sono leggenda, si vedono solo cani randagi e bovini abbandonati, ma nessun essere umano. D'altra parte qui in 8-10 ore ci si becca la radiazione massima ammessa in un anno.
Alcuni grossi TIR viaggiano in entrambe le direzioni; chissà cosa trasportano. I danni del terremoto sono evidenti, soprattutto sulle strade. La centrale naturalmente si intravede solo vagamente, anche perchè è assolutamente proibito avvicinarsi.

E la TEPCO offende i giapponesi

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La Tepco sta offrendo più o meno 8 € di risarcimento per ogni residente nell'area di Fukushima.
Una proposta assolutamente ridicola e offensiva che i residenti stanno iniziando a respingere.
Tepco intende pagare 167400 € (20 milioni di Yen) a 9 o 10 comuni intorno alla centrale nucleare.
Gli abitanti di Namie, a una decina di km dalla centrale distrutta, hanno rispedito al mittente l'offerta della compagnia elettrica per poter liberamente "parlare duramente contro l'azienda". 8€ a testa non sono nulla per chi ha avuto la vita distrutta dal più grande disastro tecno-nucleare di tutti i tempi.
Gli agricoltori della zona sono preoccupati perchè tra breve dovrebbero piantare riso e tabacco. Chi avrà il coraggio di dirgli la verità e cioè chequei campi non verranno più coltivati almeno per tre generazioni?
Nella foto in alto l'impianto di Fukushima Daiichi come appare ora anche in Google Maps

ECRR: 400000 possibili casi di tumore in più in 50 anni per colpa di Fukushima

clip_image001[4] La contaminazione radioattiva di Fukushima potrebbe causare oltre 400000 casi di cancro nei prossimi 50 anni in un raggio di 200 km dalla centrale nucleare.

E' quanto afferma uno studio di Chris Busby, segretario scientifico dell'ECRR. (1)
La stima dei casi di cancro viene effettuata con due metodi diversi che portano pressappoco alle stesse conclusioni (2).
La metà di questi casi di cancro potrebbe verificarsi nei primi dieci anni.
Anche se si tratta di stime (3), sono numeri impressionanti.
Sono venuto a conoscenza solo ora di questo studio, che è stato pubblicato nei primi giorni dopo il disastro. Non ha potuto quindi tenere conto della composizione  isotopica (Cesio/Iodio) della contaminazione, perchè i dati non erano ancora disponibili. (4)
Vedremo nei prossimi anni se queste stime saranno o meno verificate; se fossero vere, si tratterebbe di numeri che nessuno potrebbe mai nascondere.
(1) Lo European Committe on Radiation Risk è un comitato indipendente di scienziati che analizza i rischi da radiazione e ritiene ampiamente sottostimati i fattori di rischio indicati dall'ICRP, come viene spiegato in questo ponderoso studio di 250 pagine.
(2) Il primo metodo si basa sulle osservazioni decennali di Tondel sull'aumento di tumori in Svezia in seguito all'incidente di Chernobyl. Nel paese scandinavo si è osservato un aumento dell'11% di incidenza dei casi di tumore per ogni 100 kBq/m² di contaminazione radioattiva. Sulla base dei dati forniti dall'IAEA e dal MEXT, Busby assume un valore conservativo di contaminazione pari a 600 kBq/m² che ocnduce quindi ad un aumento del 66% dei casi di cancro. Ciò equivale a 100 mila casi (su tre milioni di persone) in un raggio di 100 km dalla centrale e altri 120 mila casi (su 7,8 milioni dipersone) nell'anello tra 100 e 200 km. Il secondo metodo fa riferimento ai fattori di rischio definiti dall'ECRR, considerevolmente più elevati rispetto a quelli dell'ICRP, e permette di fare una stima su cinquant'anni.
(3) Secondo Busby si tratta di stime prudenti.
(4) Dal momento che la maggior parte della contaminazione è data da Iodio, che decade completamente nell'arco di tre mesi, l'esposizione alle radiazioni potrebbe fortunatamente essere un po' più bassa e i casi potrebbero essere ridotti grosso modo a un terzo
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martedì 5 aprile 2011

BRASILE, PRETE DIFENDE PROFILATTICO

Il Vaticano lo richiama in Italia

Una parrocchia di San Paolo è in rivolta: Padre Valeriano Paitoni, da 33 anni impegnato nell'assistenza ai malati di Aids, é stato trasferito. Già in passato la Santa Sede lo aveva ammonito per le sue posizioni sul preservativo

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bambini e la campagna contro l'aids

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San Paolo, 3 aprile 2011 - “Per me il preservativo non è un male minore. Fra i beni, il profilattico è il bene maggiore’’. Poche semplici parole, ripetute a più riprese e con ferma convinzione. E' quello che pensa padre Valeriano Paitoni, 61 anni e da 33 missionario in Brasile, dove assiste bambini e adolescenti contagiati dall’Aids.
Già in passato il Vaticano lo aveva ammonito, ma lui aveva continuato a difendere strenuamente l'uso del preservativo. A gennaio di quest'anno è arrivato l'annuncio della sua congregazione, l’ Istituto Missioni della Consolata: Padre Valeriano deve rientrare in Italia. Se il trasferimento sia dovuto alle posizioni del sacerdote, non è dato di sapere.
Fatto sta che, a seguito di questa decisione, è ora minacciata la continuità di tre strutture mantenute da Padre Valeriano, tutti asili per giovani contagiati dal virus Hiv. Come se non bastasse, anche l’arcidiocesi paulista, proprietaria di un edificio che ospita uno degli asili, la Casa Siloè, ha dato l’avviso di sfratto al sacerdote italiano.
Una catena di provvedimenti che non è passata inosservata. I fedeli della Chiesa Cattolica “Nossa Senhora de Fatima” di Imirim, un quartiere periferico di San Paolo, sono in rivolta: a loro, questa decisione proprio non va giù. Il sospetto che la causa dell'allontanamento di Padre Valeriano, siano le sue idee sul profilattico è forte fra i parrocchiani.
E l'interessato cosa ne pensa? “Non mi hanno fornito alcun motivo valido perché l’asilo venga trasferito in un altro immobile - si è lamentato padre Paitoni al quotidiano Folha de S.Paulo -. Se loro avessero altre finalità per quella sede sarei io il primo ad andarmene".
Fonte
Portal Aracagi
Olhar Jornalistico
Noticias Cristas
Periodista Digital

giovedì 24 marzo 2011

DANNI PRODOTTI DALLA RADIOATTIVITÀ DELLE CENTRALI NUCLEARI

Ecco alcuni dati contenuti in una relazione del 1985 dei Professori Enzo Tiezzi e Francesco Laschi, il primo Ordinario di Chimica e Fisica dell'Un. Di Siena, il secondo Ricercatore confermato presso il Dip. di Chimica della stessa Università: "Una centrale nucleare, come qualsiasi impianto produttivo del ciclo della tecnologia nucleare, provoca durante il suo normale funzionamento il rilascio quotidiano nell'ambiente circostante di varie quantità di radionuclidi con diversa vita media e diversa qualità di emissione radioattiva. Questi radionuclidi si spandono nell'ambiente e raggiungono l'uomo attraverso le bevande e il cibo, cioè tramite la catena alimentare, oppure per inalazione quando si respira, oppure per contatto epidermico in forma di gas e polvere…..Lo iodio 131 si concentra nella tiroide, lo zolfo ha come sede elettiva la pelle, il cobalto si concentra nel fegato,ecc. Gli organi più delicati sono le ossa, dove lo stronzio, sostituendosi al calcio, irradia il midollo osseo; le ovaie, fondamentali per la trasmissione ereditaria. E' da sottolineare che gli organi della riproduzione sono attaccati da tutti gli isotopi radioattivi: il plutonio 239 si concentra nelle gonadi, portando a difetti di nascita e malformazioni nella prima e future generazioni, ma colpisce anche i polmoni, producendo forme di tumore polmonare. ……….Il fatto fondamentale è che elementi radioattivi diversi si accumulino in maniera diversa nei diversi organi dei vari esseri viventi, animali e vegetali, che fa si che non abbia senso parlare di . I fautori del nucleare sostengono che è superiore alla radioattività emessa dalle centrali………Una ricerca condotta presso alcune popolazioni Indios del Brasile in una zona (Minas Gerais e Goiaz) ad elevato tasso di radioattività naturale, ha rilevato che in tale zona la mortalità per cancro è praticamente inesistente. Gli Indios brasiliani, popolazione insediata nella zona da millenni senza fenomeni migratori, si sarebbe realizzata una selezione naturale che ha eliminato gli individui più deboli."


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CENTRALE NUCLEARE DI FLAMANVILLE (nord della Francia) – Se da noi tornerà l’atomo la tecnologia sarà ripresa da questa centrale nucleare, di terza generazione «Epr», che il gruppo francese Edf sta costruendo a Flamanville, nella porzione di Normandia affacciata sull’Atlantico

Ma ce n'è un'altra più recente del prof. Giuseppe Miserotti, presidente dell'Ordine dei Medici di Piacenza e membro del Comitato Scientifico dei Medici per l'Ambiente-ISDE Italia-
Il prof. Miserotti, in occasione del convegno Ambiente e Salute organizzato presso l'Ordine dei Medici di Napoli il 15 febbraio 2010, ha presentato i dati sulla correlazione tra vicinanza alle centrali nucleari e aumento di leucemie nei bambini, derivanti dagli studi di Jan Faire (già consulente inglese per la radioprotezione) pubblicati su Environmental Health. Il prof. di Piacenza ha puntualizzato che NEL NORMALE FUNZIONAMENTO DI QUALSIASI CENTRALE NUCLEARE ( ANCHE IN ASSENZA DI INCIDENTI O FUGHE RADIOATTIVE) VENGONO INEVITABILMENTE E OBBLIGATORIAMENTE PRODOTTE ed IMMESSE nell' AMBIENTE ESTERNO una SERIE di SOSTANZE RADIOATTIVE, che ENTRANO ANCHE NELLA CATENA ALIMENTARE dell' UOMO. In particolare TRIZIO e CARBONIO 14 SONO LE SOSTANZE ELIMINATE IN MAGGIORE QUANTITA' DAI NORMALI FUMI e VAPORI EMESSI dalle CENTRALI NUCLEARI.
Il TRIZIO ha un'emivita (tempo di dimezzamento della carica radioattiva) di circa 10-12 anni ed è praticamente un Idrogeno più pesante che viene in parte respirato e in parte assunto con acqua e alimenti da parte dell' uomo. Questa sostanza entra in tutti i tessuti corporei fino al decadimento e alla completa eliminazione.
Il CARBONIO 14 ha invece un'emivita di migliaia di anni e quindi diventa un componente stabile dei nostri tessuti. Si tratta di CANCEROGENI MUTAGENI ad AZIONE DISEMBRIOGENETICA cioè che PROVOCANO TUMORI e MALFORMAZIONI ( interferendo nello sviluppo dei feti umani). Il KiKK Study condotto da Jan Fairie in Germania nelle vicinanze delle 15 centrali nucleari attualmente in funzione, ha dimostrato senza ombra di dubbi, che, i BAMBINI CHE VIVONO NEI PRESSI DI UNA CENTRALE NUCLEARE SI AMMALANO Più FREQUENTEMENTE DI LEUCEMIE (Più del doppio rispetto a bambini non esposti !!).
"La probabilità di ammalarsi di Leucemia, affermano i Medici per l'Ambiente, è direttamente proporzionale alla vicinanza chilometrica con la Centrale Nucleare, ridimensionando tutte le giustificazioni pro-nucleare basate sulla presenza di Centrali a poche centinaia di Km dai nostri confini nazionali"
Anche il fattore TEMPO sembra essere determinante per quanto riguarda l' esposizione alle radiazioni.I Francesi stanno già avendo pesanti ricadute in termini di TUMORI della TIROIDE, che rappresentano le prime manifestazioni neoplastiche in ordine di tempo, ma ben altre conseguenze potranno verificarsi nei prossimi decenni. " Nessuno dice che in FRANCIA LA FREQUENZA DI TUMORI TIROIDEI È AUMENTATA del 300% nelle DONNE e del 180% negli UOMINI in soli VENTI ANNI!!"
C'è poi il problema dei lavoratori, che vengono comunque indennizzati economicamente, NON esistendo una possibilità scientifica di definire soglie di esposizioni corrispondenti ad assenza di pericoli per la Salute" Non bisogna dimenticare,poi, che la lavorazione dell' Uranio per scopi civili produce il Plutonio necessario a costruire testate nucleari".
Fonte

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Mappa diffusa lo scorso anno sulla base di uno studio indipendente delle probabili sedi italiane individuate per ospitare nuove centrali nucleari,- iniziano a girare i primi nomi dei siti che ospiteranno le centrali: Monfalcone (Go), Chioggia (Ve), Ravenna, Caorso (Pc), Trino (Vc), Fossano (Cn), Scarlino (Gr), San Benedetto (Ap), Latina, Termoli (Cb), Garigliano (Ce), Mola (Ba), Scanzano Ionico (Mt), Palma (Ag), Oristano. Da una prima occhiata, risulta che tutti i possibili siti individuati, siano nei pressi di corsi d’acqua e che nel caso di Caorso e Tirino, si tratterebbe di una riapertura delle centrali nucleari già esistenti.

venerdì 18 marzo 2011

IL RISVEGLIO DELLA CENTRALE IMBALSAMATA DI CAORSO

Anche l’Italia trema ma non come il Giappone. E le pianure del nord sono più calme delle creste del meridione. I terremoti che scuotono la valle del Po sembrano gentili, si fa per dire: mai sopra il 5,8; quattro potenze Richter in meno dello sconvolgimento orientale. Purtroppo l’Appennino continua a scivolare sulla pianura padana e nessuno é sicuro di cosa  sta per succedere otto chilometri sotto.

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Nella costruzione della centrale nucleare di Caorso, il parametro di riferimento era questo e le ipotesi sulla fuga radioattiva disegnavavano tre cerchi attorno al ground zero. Primo cerchio: due chilometri bruciati, Caorso e i paesi della sponda lombarda. Secondo, 10 chilometri: Piacenza, Cortemaggiore, campagne di Lodi e Cremona. L’ultimo avvolge Milano e Monza; contaminati Busseto, Parma, Fidenza e i bagni di Salsomaggiore. Ipotesi di scuola, nessun allarme anche se le notizie che arrivano confuse aprono qualche pensiero.
Ogni ora Tokio allarga i cerchi dei primi disastri: radiazioni mille volte oltre la norma nell’erba e nel respiro di province venti, sessanta, cento chilometri lontane dal soffio sfuggito alla centrale. Vecchia di quarant’anni più o meno come la centrale imbalsamata di Caorso ancora affacciata sul Po.

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Abbandonata dopo il no del referendum 1987 eppure fino a pochi mesi fa custodiva nelle sue segrete, barre d’uranio mai trasportate altrove.  E 8700 fusti sigillati di scorie da 25 anni in attesa del cimitero promesso e sempre rimandato: nessuno lo vuole perché é per l’eternità. Camion e vagoni sigillati pronti a trasportare le salme radioattive in un bunker francese. Forse adesso sono lì.
Caorso  va distrutta e ricostruita con tecnologie più avanzate dei monumenti che ballano in Giappone. La quarta generazione sta per arrivare e Sarkozy vende all’Italia gli ultimi campioni di un sistema in liquidazione: reattori Erp, 4 miliardi l’uno. Non sarebbe il caso di aspettare il prossimo modello?
Mai arrendersi alla paura dei racconti di Tokio, ma prevedere cosa potrebbe succedere é esercizio normale di buon senso. Chi abita Caorso alza le spalle: siamo qui sani e salvi, nessun allarme e pesche miracolose negli inverni che gelano. L’acqua del Po raffreddava le piscine attorno  alla capsula del nocciolo infuocato e quando tornava nel canale che la riportava al fiume, avvolgeva gli argini in una nuvola di vapore. Pesci infreddoliti risalivano fin sotto. Tirarli su un gioco: uno al minuto e poi in padella. Mai pensato alle radiazioni eppure i pescatori sono li a raccontarla sani e rubicondi.

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Il deposito temporaneo della centrale di Caorso

Se l’ottimismo rasserena non bisogna dimenticare che il soffio di Caorso può far tremare (più del terremoto) economia e vita sociale nelle regioni opulente del nord. Milano con la mascherina, ma basterà, o per chissà quanto tempo dovrà fermarsi? Colture avvelenate dalle radiazioni vuol dire latte contaminatio, Parmigiano Reggiano e Grana Padano addio. Nella Bassa invecchiano i culatelli: neanche parlarne. E poi i veleni che arrivano al mare nelle acque del Po. Quattrocento chilometri di pianura fertile e bel coltivata, due milioni di persone e 80 milioni di maiali che diventano prosciutti e arrosti da tavola.

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(Barili di scorie prodotte dalla Centrale di Caorso nel 1987)

Una rovina. È solo l’ipotesi dei Verdi che saranno pessimisti, ma la domanda resta: per coprire il 25 per cento del bisogno energetico nazionale, tagliando le risorse ad ogni produzione alternativa, val la pena mettere in conto un catastrofe così? Improbabile eppure teoricamente possibile.
L’altra curiosità  riguarda la benevolenza dei governi. Alle popolazioni che vivono attorno alle centrali concedono privilegi negati alle regioni lontane. Come mai questo salario della paura se ogni pericolo viene sconsiderato? Paura metabolizzata dalla tentazione alla convenienza. Il paese é cresciuto attorno alla Centrale madre nel piccolo benessere di sussidi che continua a ricevere e che continueranno ad arrivare visto che la “fabbrica nucleare” sta per essere rifondata.
Le casse pubbliche di Caorso sembrano quelle dell’Alto Adige. Malgrado la centrale sia dismessa i soldi non smettono di sgocciolare: 10 milioni di euro con gli arretrati, altri milioni sono in viaggio. Vogliono dire strade bene asfaltate, mutui rimborsati,  tasse rifiuti ridotte a metà, libri di testo gratis per la scuola dell’obbligo e bus senza biglietto ai ragazzi che studiano nelle città.
Ma tutto ha un prezzo, e l’eventuale prezzo da pagare sembra troppo alto.
(Maurizio Chierici, Il Fatto, 15-03-2011)
© Il Fatto Quotidiano



http://www.ilfiumepo.net/it/caorso.html
http://www.comune.caorso.pc.it/pagina.asp?IDpag=114&idbox=20&idvocebox=151
http://parma.repubblica.it/dettaglio-news/15:06/3935226

giovedì 27 gennaio 2011

HAITI, RITORNO ALL'APOCALISSE

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Lei è ancora lì. Ai piedi della stessa tenda piantata sullo stesso fazzoletto di terra dove l’avevo incontrata e fotografata, la prima volta, all’indomani dell’apocalisse di un anno fa. Con quei suoi occhi enormi e severi piovuti dal paradiso direttamente nell’inferno haitiano, l’ho riconosciuta subito. L’avevo chiamata «Oggi», come la protagonista di una poesia della grande scrittrice cilena Gabriela Mistral intitolata, appunto, «Il suo nome è Oggi». Quei versi - «Il peggiore dei nostri crimini è abbandonare i bambini, disprezzando così la sorgente della vita» - racchiudono la sentenza più tragicamente inapplicata della storia. E la piccolina che ora mi fissa silenziosa e imbronciata come se il tempo non fosse mai trascorso, sembra essere rimasta lì apposta per ricordarmelo. Minuscola particella di dolore abbandonata come un rifiuto qualsiasi nella mostruosa discarica a cielo aperto di esseri umani che era e, dopo un intero anno, resta «Haiti Chérie». Non che mi aspettassi granché di meglio nel tornare dove - alle 16.53 del 12 gennaio 2010 - il mondo era finito. Disintegrato da una scossa di magnitudo 7.0 gradi della scala Richter durata appena 35 secondi e capace di causare 250.000 morti, almeno 700.000 fra feriti e invalidi e una marea incalcolabile di senza tetto. Ma se allora ero ripartito nauseato dalla vergognosa assenza di una macchina dei soccorsi minimamente adeguata alla portata immane della catastrofe, stavolta il disgusto e lo scandalo sono addirittura maggiori. Perché non è vero affatto che il mondo si sia scordato di Haiti. Lo capisci dalle migliaia di luccicanti fuoristrada che ingrossano il traffico già follemente caotico della capitale, Port-au-Prince. Sono i mezzi del cosmopolita «esercito della salvezza» che ha trasformato questo lembo di Caraibi in una specie di «Repubblica delle Ong». Secondo dati non ufficiali, ne sono sbarcate nel Paese circa 12.000 (avete letto bene: dodicimila!). A questa falange di «professionisti» del bene, occorre poi aggiungere i 9.000 Caschi blu della missione Minustah dell’Onu. Costo mensile della missione: 600 milioni di dollari l’anno. Noccioline, se paragonati ai complessivi 11 miliardi e mezzo di dollari stanziati per la ricostruzione dalla comunità internazionale. 
Insomma, e senza contare la periodica processione delle star di Hollywood e di qualche incanutito ex-inquilino della Casa Bianca, altro che «dramma dimenticato»! Peccato solo che, di cotanto nobile e grandioso slancio umanitario, i superstiti del terremoto non se ne siano praticamente accorti. Inchiodati - un milione? un milione mezzo? nessuno sa dirlo con esattezza - nelle stesse tendopoli assediate da montagne pazzesche di rifiuti da cui non se ne sono mai andati. Per non parlare di quell’altro esercito di dannati acquartierati fra le lamiere allucinanti di «Cité Soleil», lo slum più grande e pericoloso del Paese. Riassumendo, Cassandra ha avuto ragione un’altra volta. E il fiasco della tanto strombazzata, e iperfinanziata, «operazione Haiti» è totale. Senza appello.
Forse la più famosa delle tendopoli di cui sopra, l’hanno tirata su a Champ de Mars. Giusto a due passi dal Palais national, la Casa Bianca di Port-au-Prince tuttora tristemente reclinata fra le sue stesse pietre diroccate. Nel dedalo puzzolente che ospita migliaia di disgraziati ammassati uno sull’altro in condizioni igieniche terrificanti, mi imbatto in Louise. Non saprei darle un’età. Indossa un grembiule blu e un cappellino da due soldi portato di sghimbescio. Come è capitato a buona parte del suo popolo, nel «tremblement de terre» del 12 gennaio Louise ha perso la casa e dei parenti. Nella fattispecie, il padre e due cugine. Ed ora può solo cercare di sopravvivere e di aiutare a sopravvivere i figli e i nipoti che condividono con lei un miserabile rifugio di stracci infestato dagli insetti e dai topi e privo perfino di una stuoia su cui dormire la notte. L’ultima nata in famiglia avrà, al massimo, tre mesi. La matriarca se la fa passare dalla figlia più giovane, Louisine, e se la stringe forte al petto. Da queste parti, i bambini spariscono facilmente. E, ancor più facilmente, le ragazzine come Louisine finiscono vittime dei rapimenti e degli stupri in costante aumento. A pochi metri da noi, due donne seminude si insaponano e si lavano approfittando di uno dei rari momenti in cui l’unica fontana della piazza lascia filtrare un rivolo d’acqua scura e bavosa. Inutile dire che la vasca della fontana fa da lavabo e da bidet (e non solo quello) per tutto il campo. Ma va già bene così, dal momento che altrove – in pratica dappertutto – la gente si arrangia con i canali di scolo delle fognature che, solo a guardarli, ti rivoltano lo stomaco.
Saluto Louise e la sua zattera di disperati alla deriva in quell’oceano di degrado e di abbandono e mi inoltro per la Grande Rue di Port-au-Prince, la principale arteria della capitale. Almeno qui, buona parte delle macerie sono state rimosse. E molti edifici collassati sono stati definitivamente abbattuti. Ma non appena giro l’angolo, il panorama torna ad essere quello da «the day after» atomico di un anno prima. Un uomo senza una gamba si aggira fra le bancarelle sventrate del mercato saltellando penosamente sulla sua protesi di plastica. Un altro si dedica diligentemente alle proprie abluzioni immerso fino al ginocchio in una enorme pozzanghera. Un ragazzino sbuca d’improvviso dalla sua tana scavata sotto un cumulo di coriandoli di pietra, per svanirvi di nuovo dentro come un ratto impaurito. La sola cosa rimasta in piedi è una statua raffigurante la «regina degli schiavi» che regge dei ceppi spezzati: il simbolo della liberazione di questo popolo, diretto discendente dei «gens de couleur» africani deportati sulle navi negriere, oggi di nuovo schiavo di tutto. Pure del colera, incredibilmente «importato» – come ribadito dall’epidemiologo francese Renaud Piarroux – da un contingente di ignari «peace-keepers» nepalesi. Per fortuna, grazie al lavoro questa volta encomiabile svolto in particolare da «Médecins sans Frontières», l’epidemia che in poche settimane ha fatto 3.700 morti e 170.000 contagiati pare essersi stabilizzata. Nel campo di «MsF» che vengo autorizzato a visitare, i ricoveri stanno lentamente diminuendo. Anche se i corpi squassati dalla diarrea e le facce contorte di quei poveri malati sembrano sussurrare: «Perché? Perché anche questo?».
Eppure, nonostante le sue mille piaghe, Haiti continua a credere nella resurrezione. La mattina del primo anniversario del terremoto, una grande folla si raduna dinanzi allo scheletro sventrato della cattedrale di Port-au-Prince per assistere alla solenne commemorazione delle vittime celebrata dall’inviato del Papa: il cardinale originario della Guinea, Robert Sarah. Il cardinale nero fatica a farsi largo fra la gente in attesa sotto un sole abbacinante che inonda di luce la grande croce bianca rimasta miracolosamente intatta fra le rovine della cattedrale. «Dovete unirvi. Dovete dimenticare i giochi della politica e del potere. Dovete pensare ai giovani. Solo così Haiti risorgerà», scandisce nell’omelia l’inviato di Benedetto XVI. Ad ascoltare quella invocazione, non c’è il presidente uscente René Préval. Non potendo più ricandidarsi alle elezioni svoltesi lo scorso novembre, costui ha puntato tutto sul genero dato alla vigilia per sicuro vincitore. Previsione rivelatasi del tutto errata. Giacché, alla faccia di una campagna milionaria e dei brogli a ripetizione gestiti rimpinzando le liste elettorali di nominativi di gente perita nel terremoto (tant’è che un sacco di cittadini presentatisi regolarmente ai seggi si sono poi sentiti dire esterrefatti «Spiacente, ma tu hai già votato»), il genero-controfigura non si è neppure classificato per il ballottaggio al secondo turno. Invece di riconoscere la clamorosa sconfitta, Préval si è rifiutato di comunicare ufficialmente i risultati inimicandosi definitivamente il popolo. E pure gli americani e i francesi, i quali però non sono ancora riusciti a imporgli di togliersi di torno. Da qui, il caos politico più totale di cui pure alcuni ex-dittatori deposti, da «Baby Doc» ad Aristide, stanno cercando di approfittare.
Ma, allora, dov’è la luce di «Haiti Chérie»? Prima di ripartire per l’Italia, vado a cercarla nel Nord del Paese. In quella Cap-Haïtien (l’ex Cap-Français) dove un monumento celebra ancora la vittoria dell’armata di schiavi che, nel 1803, riuscì a buttare a mare l’esercito coloniale di Napoleone Bonaparte. Ed eccola, finalmente, la luce che cercavo. Tenuta accesa da un santo missionario salesiano, originario di Cherasco in provincia di Cuneo, che di nome fa Attilio Strà. Dopo trentacinque anni passati a servire gli ultimi in questa terra terremotata già da prima del terremoto, e nonostante quest’ultimo gli abbia leso gravemente la colonna vertebrale aggravando così le sue già precarie condizioni di salute, Attilio non ha mai smesso di lottare insieme agli altri Salesiani presenti nel Paese per l’ideale di Don Bosco: salvare i giovani. Lui e i suoi «ragazzi di strada» stipati in un buio sgabuzzino dove piove dal soffitto e bisogna fare a turno per mangiare (quando ce n’è), dormire e studiare, mi accolgono cantando in coro «Bienvenue!». Fuori, Haiti è lo spietato regno dell’ingiustizia, della violenza e della rapacità umana di sempre. Ma lì dentro, nel fortino di Attilio, c’è ancora tanta voglia di camminare e di sperare insieme. I ragazzi continuano a battere le mani melodiando felici «Bienvenue!». Mi sembra già di conoscerli uno per uno. Il loro nome è «Oggi». E non domani.
Pino Agnetti

venerdì 14 gennaio 2011

HAITI:DARE UN SENSO AL DOLORE

Sono oltre un milione le persone, di cui la metà bambini, che continuano a vivere nelle tende, mentre un'epidemia di colera ha provocato quasi 3.800 morti da ottobre.

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Crocifissi spesso senza nome nel cimitero di Titiyan alla periferia di Port-au-Prince - January 11, 2011.
Credit: REUTERS/Jorge Silva

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Migliaia di vittime del terremoto di Haiti del 12 gennaio 2010 sono ancora sotto le macerie.

Il colera è l’emergenza nell’emergenza

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Epidemic: A Haitian girl receives an intravenous drip at a cholera treatment centre run by Medecins Sans Frontieres

Grande è la rabbia nella gente che grida ad una voce: “Noi siamo stanchi!”

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Ground zero: One year after a massive earthquake destroyed Haiti more than a million people are still living in tent camps such as this one

Ma nonostante terremoti, uragani, deforestazione, miseria, stupri, corruzione, rapimenti, povertà, rifiuti, violenza, bande criminali, aiuti sprecati o svaniti, colera, frodi elettorali, acqua sporca, orfani e amputazioni, la volonta di ridare dignità alla loro vita e a quella della loro terra spinge gli haitiani a voler voltare pagina per ricominciare.

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Earthquake survivor Darlene Etienne (down) poses with a photo of her rescue shot
image © The Associated Press
A close up shows how the 17-year-old was pulled from the wreckage (up)

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A man carries a coffin through the street in Port-au-Prince, Haiti Photograph: Ramon Espinosa/AP

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Credit: REUTERS/Jorge Silva

Mons. Louis Kébreau, arcivescovo di Cap-Haïtien e presidente della Conferenza Episcopale di Haiti in una intervista ha dichiarato: Ci sono un numero infinito di Ong nel Paese, sono più di 10 mila! Cosa stanno facendo? Ci chiediamo se non ne approfittino e alla fine questo denaro vada a rimpinguare i loro conti. Intanto però, l'unica vera grande vittima è il popolo haitiano, che geme nella sofferenza, nella miseria e che ancora non vede prospettive per l'avvenire.”

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A QUANDO LA RICOSTRUZIONE?

Il segno della speranza

È stato riaperto le Marché de Fer ( il mercato di ferro) di Port-au-Prince

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Ultimi ritocchi per il mercato di ferro di Port-au-Prince, ricostruito dopo il terremoto dell’anno scorso. (Allison Shelley, Reuters/Contrasto)

Eccolo com’era in un’immagine di Jordi Cohen

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@jordicohen

P.S.
Non ho scusanti per il ritardo di questo post. Doveva uscire il 12, ma ho sbagliato a scrivere la data.

venerdì 3 dicembre 2010

AL MERCATO DELLA DISPERAZIONE I BIMBI HAITIANI DIVENTANO MERCE

Cronaca di una domenica: quando gli haitiani provavano a votare. Signori che hanno fretta attraversano il confine con due bambini per mano o un piccolo che ciondola fra le braccia. Vanno e vengono; non si fermano mai. Nessuno si incuriosisce per sapere dove li portano. Non è successo in questi giorni. È il ricordo di tre anni fa.
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Ma la voce sconsolata di un operatore umanitario racconta, ieri, al telefono, che “il commercio” prospera più che mai. Haiti esporta bambini destinati chissà dove e chissà a chi. Forse famiglie senza figli, ma il sospetto di una schiavitù impronunciabile accompagna le parole di chi non sa come fermare il traffico dell’infanzia. 
Domenica Haiti ha votato. Le file erano lunghissime davanti ai seggi, scuole malandate, tettoie che non riparano dalle piogge. Cancelli di ferro chiudono il ponte che scavalca il rio Ma-sacre: segna la frontiera che divide Juanaméndez da Dajabon; Haiti da Santo Domingo. È lunga 380 chilometri e le grate appartengono a chi fa finta di fermare, ma non ferma niente. Dieci metri sotto, la gente attraversa lentamente con l’acqua alle ginocchia. E le guardie guardano, fumando. Non provano a fermarli: è il confine più poroso del mondo. Nella sponda domenicana   un arco e l’enorme tettoia della dogana accolgono i viaggiatori disciplinati. Nessuno apre le borse. Poliziotti dei due paesi allargano la mano: svelti, passate. Quando gli sguardi furtivi fanno sospettare qualcosa, un dollaro e via. Lunedì e venerdì i doganieri riposano: cancelli spalancati per riunire i due mercati delle città che il fiume separa. Più o meno le stesse facce, con sfumature diverse: nero blu gli haitiani, nero latte i domenicani. L’isola che raccoglie i due paesi si divide   così. Oltre la dogana si apre la superstrada che corre verso Santo Domingo, capitale delle vacanze. Ogni venti chilometri sbarramenti di polizia: adesso è la paura del colera ma da sempre è la paura dei clandestini haitiani, senza nome, senza diritti, braccia destinate alle campagne-lager del rum Bacardi o del tabacco Davidoff: un milione di anime. Ecco perché le polizie si appostano per frenare i trafficanti dell’innocenza. E le mance diventano dieci dollari a clandestino   . Mani che penzolano dai finestrini, mani che si allargano nel gesto di chi lascia scappare. Dopo terremoto e uragano, 7700 bambini sono stati portatati via da mezzani senza nome. Li pescano davanti alle rovine o fra le tende degli accampamenti dove i transfughi dalle macerie aspettano che i paesi più o meno   felici si ricordino di loro. Bambini venduti da madri troppo sole e con troppi figli da sfamare. Li affidano a facce sconosciute sperando nel paradiso promesso da trafficanti che hanno sempre fretta. Subito dopo l’uragano di due mesi fa 950 bambini sono stati venduti e portati via seminando ad ogni passo mance da tariffario ormai istituzionale. Soldi alle famiglie sconvolte dalla separazione, soldi al doganiere haitiano, al doganiere domenicano, ai padroni di case compiacenti dove li spogliano dagli stracci per infilare jeans o sottane colorate, nella finzione del trasformare le prede in piccoli vacanzieri con famiglia: alla sera tornano nella capitale. 
Organizzazioni umanitarie, volontari e missionari cattolici e di ogni confessione provano a fermare questa violenza, ma la rete è solida, l’omertà collaudata, la corruzione bene oliata. Bambini, uomini e ragazze sono le ultime refurtive che i contrabbandieri trafugano dal deserto di Haiti. Compra-vendita che non è un mercato improvvisato dopo le tragedie; è il mercato collaudato dalla disperazione impossibile da consolare. Adesso, anche il colera. Quando l’Organizzazione   Mondiale dalla Sanità è tornata a Port au-Prince dopo essere stata espulsa da militari e uomini forti, chi dirigeva medici e infermieri non ha nascosto la disperazione. Da tempo immemorabile migliaia di baracche crescevano su immondizie mai raccolte. Impossibile stabilire quali virus erano all’origine di una mortalità che superava i numeri africani. Vita media sotto i 50 anni e il 70 per cento dei 10 milioni di abitanti vive con un euro al giorno.
Quando un bambino compie 5 anni è a prova di pallottola perchè la mortalità infantile resta la catastrofe impossibile da definire. Crescono senza acqua, senza elettricità, analfabeti al 70 per cento. L’Aids prolifera. E allora meglio venderli, che forse ce la fanno a diventare adulti. Nella classifiche improbabili dei paesi civilizzati, Port au-Prince è la capitale del penultimo paese del mondo. Solo il Bangladesh sembra peggio, ma da un po’ di tempo si è smesso di fare i conti oppure i conti continuano e manca il coraggio di far sapere il risultato. Bambini e adolescenti rubati non solo per rallegrare dei vecchi signori dal sangue stanco. Com’é difficile riportare i racconti di chi combatte il traffico. Non tutti finiscono nei registri delle agenzie che, a Santo Domingo, distribuiscono le immagini dei piccoli alle famiglie troppo sole del “nostro” mondo. Una parte delle bambine è subito rinchiusa in piccoli motel attorno a Dajabon, nella Repubblica Dominicana. Un missionario battista americano racconta dei loro pianti che arrivano in strada. E la polizia? Non vede e non sente. “Tutti sanno chi sono i trafficanti e dove nascondono i bambini: polizia, autorità, osservatori domenicani e haitiani. Non se la sentono o non possono parlare”. Al telefono le parole del gesuita Regino Martinez, direttore della fondazione Solidarietà lungo la Frontiera: un sussurro sconsolato. “Le autorità fanno   finta di non vedere per non perdere i soldi che finiscono nelle loro tasche. Non vogliono rinunciare alla bella vita”. E il traffico dei bambini continua.
Maurizio Chierici

Tratto da:
Il Fatto Quotidiano

mercoledì 17 novembre 2010

HAITI: EPIDEMIA DI COLERA SOTTOSTIMATA

Quando è grave l'epidemia di colera ad Haiti? Gli ultimi numeri: 14.642 casi e 917 decessi. Ma si tratta di dati sottostimati. In alcune zone di Haiti i ricoveri sono sotto-notificati anche del 400%.

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Le mappe di diffusione dell'epidemia fornite dall'OCHA e i report ufficiali del MInistero della Salute sono concentrati nella regione dell'Artibonite, nella zona di Nord-Ovest, e a Port au Prince. Ma ci sono altre zone dell'isola in cui sono scoppiati focolai non attualmente contabilizzati nelle statistiche ufficiali. Assumendo che i casi confermati da laboratorio siano 1/4 di quelli reali, questi ultimi potrebbero essere circa 60.000; ma sulla base di questa sotto-segnalazione, numeri più realistici potrebbero aggirarsi su 100.000 casi, anche se è molto difficile stimare la reale portata di questa epidemia che ha ampiamente superato la capacità delle strutture sanitarie di accertare la presenza di focolai in ogni sito segnalato ed analizzare ogni campione ricevuto.
L'allarme arriva dal blog di J.M. Wilson, Operational Biosurveillance - che riporta anche la notizia di evidenze che suggeriscono che l'epidemia ha ormai attraversato il confine con le Repubblica Dominicana.
L'uragano Tomas che ad inizio mese si è abbattuto su Haiti ha aggravato ulteriormente la situazione: i fiumi contaminati dal colera sono esondati alluvionando le tendopoli dei terremotati. Con la crescita esponenziale del numeri di casi - in un solo giorno l'ospedale di MSF nello slum di Cite Soleil ha contato 216 casi contro i 30 registrati negli ultimi 5 giorni - secondo alcuni esperti l'intera popolazione dell'isola (10 milioni di persone) è a rischio, principalmente perché gli haitiani non hanno un preesistente stato di immunità alla malattia che da oltre cent'anni non compariva.
In tutto questo però non bisogna dimenticare che il colera è sì una malattia devastante, capace di uccidere in breve tempo, ma è una malattia che può essere controllata. Quello che occorre è acqua potabile, sistemi fognari decenti e semplici misure di prevenzione, di cui la gente va informata, come il lavarsi le mani col sapone o far bollire l'acqua prima di bere. Ed anche quando è contratta, se tempestivamente trattata, si cura con terapie di reidratazione intensa (la letalità si aggira intorno all'1%). Ma sono cose che mancano ad Haiti. Secondo uno studio del 2008 dell'Action Contre la Faim solo il 41% degli haitiani ha case con strutture igienico-sanitarie e solo il 51% ha accesso ad acqua definita "sicura". E nelle zone rurali queste percentuali scendono a meno del 5%.
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lunedì 15 novembre 2010

VIRUS MORTALE MINACCIA OVINI IN AFRICA

Un virus mortale rischia di propagarsi nel sud dell’Africa, minacciando di morte oltre 50 milioni di ovini e caprini in 15 Paesi.

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Un comunicato dell’’ Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura, Fao, annuncia che un virus mortale, che si è diffuso in Tanzania all'inizio di quest'anno, rischia di propagarsi nel sud dell’Africa, minacciando di morte oltre 50 milioni di ovini e caprini in 15 Paesi.
Conosciuta come Peste des Petits Ruminants (Peste dei piccoli ruminanti, Ppr), è considerata la malattia virale più distruttiva per le greggi di ruminanti, alla pari della peste bovina che ha devastato il bestiame in passato. La Ppr può avere tassi di mortalità del 100% tra gli ovini e i caprini e malgrado non si possa trasmettere all'uomo, può provocare enormi perdite socio economiche.
La Fao ha diramato l’allarme a seguito di una missione di emergenza svoltasi recentemente in Tanzania da parte del proprio Centro di Gestione Crisi - Salute Animale (CMC-AH).
Il risultato della missione è stato che si raccomandasse alla Tanzania di avviare un programma di vaccinazione di emergenza in tutto la zona del focolaio della malattia, cioè nella parte settentrionale del paese. Ha inoltre invitato a considerare la possibilità di attuare vaccinazioni supplementari nella zona al confine con il Malawi, Mozambico e Zambia. E’ molto importante anche che questi paesi intensifichino immediatamente la vigilanza e si impegnino in una sorveglianza proattiva.
Se si permette alla malattia si spargersi dalla Tanzania a tutte le 15 nazioni del Southern African Development Community (SADC) essa potrebbe potenzialmente devastare la vita e la sicurezza alimentare di milioni di piccoli allevatori.
La Ppr ha colpito la Tanzania all'inizio del 2010 e minaccia circa 13,5 milioni di caprini e oltre 3,5 milioni di ovini. La peste si verifica nei paesi del Medio Oriente e in parti dell’Asia centrale e meridionale, mentre in Africa ha colpito la parte occidentale, orientale e centrale del continente. Tuttavia, finora, l'Africa meridionale è stata risparmiata.
Il capo della missione, Adama Diallo ha dichiarato che la malattia è facilmente trasmissibile per contatto diretto tra animali vivi nei pascoli e nei mercati di animali vivi. Diallo è a capo del Laboratorio di Riproduzione e salute animale che la Fao gestisce congiuntamente con il laboratorio dell’ Agenzia internazionale dell'energia atomica (AIEA) di Vienna, Austria.
Per fermare l'ulteriore diffusione della malattia, il suo gruppo ha raccomandato vaccinazioni mirate di piccoli ruminanti in base ai punti critici di controllo e i percorsi utilizzati dai pastori. Ma la vaccinazione dei piccoli ruminanti in una zona più ampia è necessaria nel sud della Tanzania: questo è particolarmente importante in questa zona visto che qualsiasi virus rappresenta qui un rischio per l’intera SADC. La prima priorità è quindi garantire che il virus smetta di circolare.
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