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giovedì 21 giugno 2012

G20: IL PIATTO PIANGE

Divisione tra USA ed Entità Europea, e tra questi e il BRICS - Emergenti esigono cambio statuto del FMI o non caciano un euro


Madame Lagarde aveva chiesto 600 miliardi di euro per una ricapitalizzazione emegenziale del FMI, gliene hanno promessi solo 456.Pochini, quando si pensa che per tamponare l'emoraggia spagnola ce ne sono voluti ben 10. Pochissimi, per chi ricorda che alla fine del 2011 hanno regalato ai banchieri europei un miliarduccio a fondo perduto. Senza risolvere nulla, solo per guadagnare un pò di tempo, ma non spazio di manovra. 200, ossia quasi la metà, proverrà dalle tasche dei cittadini europei. 60 miliardi lo sborseranno i giapponesi. Appena 75 dovrebbe arrivare dal BRICS *, di cui 43 la Cina e 10 a testa la Russia e l'India. Il Messico elargirà altri 10 miliardi. Non è dato sapere quanto sborseranno gli Stati Uniti? Tutte le accuse di Obama per attribuire la paternità del crack in corso unicamente all'Entità Europea, fa pensare che Washington non scucirà nulla.
Il G20 ha partorito un topolino, utile per arrivare fino ad ottobre. Obama andrà alle elezioni in condizioni presentabili, ma poi c'è da cambiare lo statuto del FMI.

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Il blocco dei Paesi emergenti non accetta più che sia un feudo "occidentale", ed esborserà i 75 miliardi dopo che l'avranno fatto USA ed europei, e dopo che avranno eseguito i "contributi" decisi ad aprile scorso. Per ottobre dovrà essere riformato lo statuto del FMI, altrimenti il BRICS non sarà disponibile a capitalizzare un'istituzione in cui non è rappresentata nel vertice direttivo, e che destina i fondi comuni alla grande banca privata "occidentale" ed alle privatizazioni. Perchè il FMI non è una semplice banca che fissa un tasso ai prestiti. No, è un organismo che pianifica e modella le economie e le finanze delle nazioni, al di fuori di ogni controllo.
Il G20 ha mostrato la frattura esistente tra USA ed  Europa, e tra questi e il blocco delle economie emergenti, che hanno conservato un ruolo definitorio per lo Stato, posseggono una banca centrale autorevole ed autonoma, che governa una moneta nazionale, da cui deriva un modello funzionale di economia mista. I nodi stanno venendo al pettine. Il  FMI è una creatura dell'egemonismo USA, datata e con ostioporosi, ma il mondo non è più quello del 1945 ed i rapporti di forza sono profondamente cambiati. A sfavore dei Paesi industrializzati, oggi altamente indebitati.
Non c'è nessuna ricetta salvifica, navigano a vista, con scadenza e verifiche trimestrali. Alla conferenza Rio+20, la presidente brasiliana Dilma Russef ha scandito "..un Paese non  esce dalla crisi, ma ci sprofonda, se continua con i tagli di bilancio e smette di fare investimenti".
Un dato è certo: l'Italia dovrà dare dai 20 ai 30 miliardi, dove li prenderà?
Fonte

venerdì 10 febbraio 2012

CLANDESTINO PER UNA NOTTE

La nuova moda del turismo messicano

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Il 92% della popolazione vive sotto la soglia della povertà

Viaggio nello stato di Hidalgo,
uno dei luoghi più miseri
e arretrati della terra

Se avete in cantiere un viaggio in Messico vi suggerisco una meta davvero insolita. Occorre spingersi al centro del Messico, nello stato di Hidalgo, nell'antichità cuore della civiltà tolteca, oggi uno dei luoghi più miseri e arretrati della terra. Sapete quando di un posto si dice ‘Qui Dio si è dimenticato di tutto e di tutti’? In verità, Dio non ha dimenticato Hidalgo, lo ha fatto proprio sparire dai suoi atlanti.
Il 92% della popolazione vive sotto le soglie (ma molto sotto) della povertà. Tra i suoi primati, la più bassa aspettativa di vita di tutto il Centroamerica, la più alta mortalità infantile, i peggiori salari del Messico, il più alto tasso di analfabetismo, la più alta astensione scolastica. Nella valle del Mezquital e in molti villaggi del municipio di Ixmiquilpan le case sono prive di servizi igienici, di acqua potabile, di energia elettrica, di pavimenti. Quando a questa gente, gli indios Hñahñus, parlavi dell’America sgranavano gli occhi increduli. L'America per loro più che un luogo era mitologia. Così, appena potevano, cercavano di raggiungerla. Il 90% della popolazione emigrava illegalmente in Nevada e in Arizona, sognando posti da manovale, da autisti di camion, da braccianti nei campi della California. Molti di loro perdevano la vita forzando i posti di blocco, crivellati dai proiettili mentre scavalcavano le recinzioni (un po' come i loro ‘cugini’ di Berlino Est freddati dai Vopos ogni volta che tentavano di violare il Muro).
Altri venivano fermati dalla Border Patrol e rimandati indietro, altri perdevano tutto prima ancora di cominciare, truffati da chi li aveva accompagnati alla frontiera dietro salatissimo compenso e poi denunciati alla polizia. Sette anni fa un gruppo di volontari alla cui testa c'era Elerino Martin decisero di sensibilizzare gli indios e di mostrare loro a cosa andavano incontro scappando in America. Il Parque EcoAlberto ricreava a meraviglia i paesaggi frontalieri del Nord e dunque era perfetto per simulare un viaggio illegale negli Stati Uniti passando attraverso il Rio Grande. Poi i responsabili del Parco decisero di trasformare questa esperienza estrema in un’attrattiva turistica e cominciarono a venderla ai tour-operator messicani e americani. Per cento pesos, l’equivalente di sei euro, gruppi di 50 e di 100 turisti affrontano quasi tutte le sere una marcia notturna di quattro ore, guadando fiumi limacciosi, scansando rovi e crotali, attraversando deserti, ascendendo le colline calcaree della valle del Mezquital.
Al turista non è risparmato nessun colpo basso. Sirene che ululano angoscianti, torce che frugano nell’oscurità, megafoni della Border Patrol che con forte accento yankee intimano ai clandestini di arrendersi in cambio di acqua e cibo, colpi d’arma da fuoco sparati all’improvviso. All’inizio, assicurano i turisti, sembra tutto un gioco, poi la fatica e la tensione prendono il sopravvento e distinguere la realtà dalla finzione diventa quasi impossibile. L’immedesimazione nel ruolo di clandestini è inevitabile e sorprendente. In una sola notte, raccontano due studenti messicani, ti giochi il destino di una vita intera. E allora comprendi tante cose e non puoi che essere solidale con questa gente. Il successo della Caminata Nocturna è stato tale da persuadere molti indios Hñahñus a rimanere in Hidalgo e a lavorare nel Parco anziché emigrare negli Stati Uniti. Il Parco offrendo posti di lavoro frena le emigrazioni illegali verso l’America e presto neanche ai giovani più irrequieti verrà la tentazione di sfidare la sorte oltre la frontiera.
Ma la Caminata Nocturna non è la sola attrattiva del Parco EcoAlberto. Se amate il kayak d'acqua bianca o le escursioni in mountain bikes, il parco è un paradiso. Offre acque termali ricche di zolfo, splendide aree camping, indios che con le foglie dell'agave producono spugne desfolianti per la pelle, spettacolari itinerari di birdwatching nella cornice del Grand Canyon. Senza contare che nel parco e nei villaggi che lo circondano è possibile degustare una cucina virile, per palati d'amianto, che ha nel borrego en barbacoa la sua specialità più rinomata. E' un modo di cucinare la pecora primitivo ma assai efficace e saporito. La si fa a pezzi, la si sala, la si aromatizza, poi la si adagia su una pentola di creta in cui sobbolle un brodo di ceci, riso, cipolla e peperoncino, in modo che la carne faccia da coperchio, poi si avvolge il tutto con foglie di agave e lo si cala all'interno di piccoli forni scavati sotto terra. Il risultato è prodigioso: la carne è inusitatamente tenera, profumata, sapida ma senza sentore di selvatico. LORENZO CAIROLI

giovedì 19 gennaio 2012

MESSICO: FAME E SICCITÀ TRA INDIOS TARAHUMARA, TRA MORTI CERTE E VOCI DI SUICIDI DI MASSA

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Si stanno moltiplicando in tutte le principali città del Messico le raccolte di cibo e aiuti da inviare nella zona montuosa della Sierra Madre nello Stato di Chihuahua (nord del Messico) dove una grave crisi alimentare sta interessando i raramuris, ovvero i rappresentanti della comunità indigena dei tarahumara.

La mobilitazione è iniziata a fine Dicembre sui social network in internet, dopo la pubblicazione di alcuni video che riferivano di decine di indios taramhumaras morti in suicidi collettivi per sfuggire alla fame, e la vicenda dai raramuris da alcuni giorni ormai campeggia su tutti i principali quotidiani messicani, è diventato tema di campagna elettorale in vista delle presidenziali ma soprattutto sembra aver colpito i messicani che, attraverso organizzazioni non governative e campagne statali, stanno raccogliendo e inviando aiuti alle remote comunità rurali della Sierra Madre.

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Secondo le dichiarazioni di esponenti locali, confermate dalle autorità statli e federali messicane, alcune zone di Chihuaha, inclusa una parte dell’area tarahumara, stanno sperimentando una delle più gravi siccità della storia del paese.
Ci sono aree, come quelle maggiormente colpita dalla fame, dove non piove da 10 mesi, lasciando praticamente in ginocchio un’economia che vive completamente di agricoltura, quasi sempre di sussistenza.
Ignacio Leonel Varela Ortegam presidente del municipio di Carichí (Chihuahua),  dove inizia la Sierra Tarahumara,  ha fatto sapere che nell’ultimo anno i contadini hanno raccolto a malapena l’1% di quello che avevano seminato, “e l’uno per cento non serve a niente”.
In un’intervista al quotidiano Milenio, Varela Ortegam aggiunge: “C’è fame e la fame colpisce il 65% della popolazione, dal momento che a causa della siccità praticamente non abbiamo potuto raccogliere niente. Siamo appena tornati da un giro delle 200 località che compongono la municipalità per consegnare alcune scorte alle famiglie. Al momento hanno cibo per un mese, un mese e mezzo se le amministrano bene”.
Se il governo federale messicano è stato il primo a inviare gli aiuti e la macchina della solidarietà sembra essersi messa in moto in tutto il paese, resta ancora da chiarire quanti morti abbia provocato la grave denutrizione in questa zona remota e depressa del Messico.
Fonti governative, sia nazionali che locali, si sono affrettate a smentire le notizie relative al suicidio di massa di una cinquantina di persone che si sarebbero buttate da un burrone per sfuggire alla fame.
Tuttavia circolano dichiarazioni filmate o per iscritto di esponenti locali – dal segretario del municipio di Carichi, Jesús Quiñónez Rodríguez, a Ramón Gardea, rappresentante del Frente Organizado de Campesinos indígenas – che continuano a parlare di suicidi da parte di indigeni raramuris, disperati per non avere più di che sfamare la propria famiglia.
In questi ultimi giorni sui giornali messicani circolano dichiarazioni di rappresentanti delle municipalità raramuris che negano vi siano stati finora suicidi, ma che tuttavia riportano casi di morte (da cinque a otto vittime a seconda delle fonti) di persone che hanno visto le proprie malattie aggravarsi a causa di un grave stato di denutrizione.
Tra loro anche un neonato di sei mesi.
Recentemente il Messico, dopo aver apportato una specifica riforma costituzionale, ha inserito nella sua carta fondamentale il diritto all’alimentazione.
I rarámuris o tarahumaras uccupano un quarto del territorio nella zona sud-occidentale dello Stato di Chihuahua, in una delle parti più alte della Sierra Madre Occidentale, conosciuta anche come Sierra Tarahumara, che si trova tra i 1500 e i2400 metri sul livello del mare.
Fonte

mercoledì 28 settembre 2011

MESSICO:DALLO ZAPATISMO ALLA BARBARIE (PARTE 1)

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3 decenni di ultraliberismo sfociano nel dilagante strapotere criminale della narcoeconomia


   1.
   Sarebbe molto lungo un discorso sulla giustizia, che si può tranquillamente affermare non esista in nessun luogo al mondo. Quello che però impressiona in Messico è l’assoluto arbitrio.
  Secondo le statistiche, l’80% dei detenuti sono innocenti e il 90% dei delitti rimangono impuniti. La corruzione dei giudici e della polizia è generalizzata. Un discorso a parte meritano gli “judiciales”, un corpo di pubblica sicurezza che agisce in borghese, muovendosi a bordo di macchine senza targa, e che terrorizza la popolazione. All’occorrenza, sono quasi sempre loro a trovare il capro espiatorio necessario.

   La gente, quando si sente in pericolo e può farlo, ricorre all’“amparo”, vale a dire una forma giuridica per cui non può essere perseguita legalmente, essendo appunto “amparata”. Si tratta di una specie di “arimortis”, che non mette però al
riparo dagli “judiciales”, usi al sequestro e all’assassinio.
   Un caso emblematico di come funziona l’ingiustizia in Messico è quello di
Florence Cassez. Questa poveretta è stata accusata di essere a capo di una banda
di sequestratori. Riconosciuta colpevole di tre rapimenti, viene condannata dap-
prima a 90 anni. Poi, le autorità si accorgono che all’epoca di uno dei rapimenti
era in Francia e la pena viene quindi ridotta a 60 anni. 
In un momento in cui i sequestri erano all’ordine del giorno, era importantissimo trovare un colpevole. Florence, giovane, bella e, soprattutto, francese, era il capro espiatorio perfetto,
soddisfacendo i più squallidi sentimenti antistranieri (la Francia colonizzò il
Messico all’epoca di Massimiliano e Carlotta). Il suo arresto e la spettacolare
liberazione degli ostaggi furono trasmessi dalla televisione in diretta, ma era tut-
to una messinscena: Florence era infatti stata arrestata, altrove, il giorno prece-
dente. 
Questo falso reality-show, condotto sotto la direzione di García Luna, il
sinistro capo dell’AFI (Agenzia Federale d’Investigazione), e trasmesso di pri-
ma mattina, già di per sé inficerebbe la condanna inflitta a Florence. Da allora
(dicembre 2005), la poveretta è in prigione, mentre Sarkozy ne fa un battage
pubblicitario in vista della sua rielezione e, addirittura, arriva a dedicarle l’anno
dell’amicizia franco-messicana, il 2011, col risultato che le celebrazioni sono
cancellate e la situazione per Florence peggiora.
   Genaro García Luna è senz’altro uno dei principali artefici della politica d’in-
sicurezza in Messico. In un Paese che in quattro anni ha visto 40.000 morti nella
lotta “anti-narcos”, costui arriva a dichiarare che i primi risultati di questa guer-
ra si vedranno solo nel 2015, promettendo quindi altri quattro anni di lutti.
2.
   Il 1o gennaio 1994, data dell’entrata in vigore dell’Accordo Nordamericano
per il Libero Scambio (NAFTA), che significava la svendita del Messico al po-
tente vicino settentrionale, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale si sol-
levò. Quel giorno una luce illuminò il mondo. Di colpo, il Chiapas, Stato con
una forte componente indigena, venne conosciuto ovunque, così come il sub-
comandante Marcos, con il passamontagna e la pipa. È da riconoscere a Marcos
il merito di avere attirato l’attenzione del mondo sulla condizione degli indios
messicani e anche di avere inaugurato una stagione di lotte caratterizzate dalla
non-violenza e dalla volontà di raggiungere degli obiettivi senza cercare la presa
del potere, distinguendosi in ciò dalle numerose guerriglie latino-americane pre-
cedenti.
   Mentre si estendevano in tutto il Messico le lotte sociali, la figura di Marcos a
poco a poco, però, si ingessava nel personaggio del subcomandante. Dopo i
primi manifesti di eccezionale vigore, lo scrittore Marcos, ottimo scrittore indi-
scutibilmente, prendeva il sopravvento.
   Quando scoppiò la rivolta di Oaxaca, e poi quella che fu chiamata la Comune
di Oaxaca, si formò un comitato, la APPO (Asamblea Popular de lo Pueblos de
Oaxaca), che diresse le lotte, senza un leader carismatico e nel solco dell’auto-
gestione. (Questa tradizione, particolarmente radicata in Messico, si ricollega da
una parte all’esperienza indigena e dall’altra alle origini del movimento operaio
di questo Paese, origini segnate da una forte influenza dell’anarchismo.) Nono-
stante la durissima repressione operata da Ulysses Ruiz, governatore dello Stato
di Oaxaca, l’autonomia della città durò per circa sei mesi, fino alla fine del
2006, quando fu insediato il nuovo presidente della repubblica.
   Fu allora che Marcos, rimasto abbastanza silenzioso nei mesi precedenti, ri-
acquistò la prima pagina dei giornali organizzando, durante la campagna per
l’elezione del nuovo presidente, “la otra campaña”. Muovendosi per tutto il
Messico, scortato dalla polizia, sostenne che tutti i candidati erano corrotti e che
la gente doveva prendere il suo destino nelle proprie mani, senza bisogno di
caudillos. Un discorso tanto giusto quanto generico, che non teneva conto di chi
erano i candidati in lizza.
   Uno era Madrazo (in messicano “cazzotto”), del Partito Rivoluzionario Istitu-
zionale, che da una parte avrebbe duramente colpito gli attivisti sociali e dall’al-
tra si sarebbe mosso in accordo con i cartelli della droga, secondo la tradizione
del suo partito; un altro candidato era Felipe Calderón, detto Fecal, dalle prime
sillabe di nome e cognome, rappresentante dell’ala destra del partito di destra
Azione Nazionale, neoliberista; infine c’era Andrés Manuel López Obrador
(AMLO, dalle iniziali), ex sindaco di Città del Messico, del Partito della Rivo-
luzione Democratica, osteggiato da tutti i potentati finanziari del Paese, tanto da
essere definito “un peligro para México” dalle televisioni, in quanto fautore di
una politica abbastanza simile a quella di Lula in Brasile (sviluppo del mercato
interno, sostegno ai poveri, revisione del NAFTA). Considerando i tre candidati
alla stessa stregua, Marcos, a mio avviso, fece un errore strategico.
   3.
   Il Messico è un Paese tradizionalmente violento e dove la gente ride di tutto,
“hasta de la muerte” (perfino della morte). Le culture preispaniche erano violen-
te, basti pensare ai sacrifici umani praticati dai Mexicas (cioè gli Aztechi) e an-
che dai Maya dopo l’arrivo del mitico Kukulcan. I sacerdoti strappavano il cuo-
re ai sacrificati e il sangue scorreva lungo le piramidi. Gli spagnoli, portatori del
cristianesimo, erano peggio. È famosa la frase di Oviedo nella sua Storia delle
Indie del 1555 in cui spiega che quando si taglia la testa a un indio bisogna fare
attenzione perché, avendola molto dura, si può rompere la spada. Passando a
tempi più recenti, vale la pena di ricordare una battuta che circolava dopo l’11
settembre: “Sapete perché un hamburger assomiglia alle Torri Gemelle? Perché
dentro c’è carne trita”. Humour (nero), violenza e sangue. Quella messicana è
una società machista, nel senso che molti valori dichiarati hanno a che vedere
con il coraggio e il disprezzo per la paura della morte. “La vida no vale nada”.
   Questa esasperazione dell’idea di virilità ha, come spesso accade, il suo rove-
scio della medaglia. L’omosessualità, sia maschile che femminile, in Messico è
molto diffusa. Però, mentre l’omosessualità femminile è tollerata e spesso accet-
tata, al punto che il pueblo di Tepoztlán è soprannominato Lesboztlán, quella
maschile non è ammessa ed è perciò quasi sempre nascosta dietro una famiglia.
Un’osservazione a proposito del linguaggio, da cui traspare questa esaltazione
del ruolo maschile. Per dire che una cosa è bella: “que padre”; bellissima: “pa-
drissimo” o “de poca madre”. Rimane però l’importanza del ruolo femminile
nella struttura familiare testimoniata dall’appellativo “mi jefa” (la mia capa),
usato di sovente dai figli nei confronti della madre. I rapporti tra marito e mo-
glie o tra uomo e donna sono spesso violenti.
   Il Messico è uno dei Paesi al mondo dove è più diffusa la violenza carnale, a
volte terminando tragicamente con l’uccisione della donna. Esiste un reato spe-
cifico denominato “feminicidio”. È tristemente famoso il caso di Ciudad Juárez,
nello Stato di Chihuahua, dove in pochi anni centinaia di donne sono state vio-
lentate e uccise, ma l’Estado de México non è da meno. Secondo le organizza-
zioni di difesa dei diritti civili, con l’attuale amministrazione i casi di “feminici-
dio” sarebbero già 950. In molti casi gli autori riconosciuti di questi delitti sono
poliziotti o militari e le ONG accusano il governo di essere spesso complice.
   Inoltre, la violenza carnale viene usata ormai sistematicamente contro le lotte
sociali. In Atenco molte donne furono violentate dalla polizia dopo l’arresto e,
in quel caso, ci fu parità di diritti: anche molti degli uomini arrestati subirono la
stessa sorte.
   4.
   Il Messico è sempre stato produttore di marijuana, talmente diffusa che persi-
no la canzone della Cucaracha vi fa riferimento (La cucaracha, la cucaracha, ja
no puede caminar porque no tiene, porque le falta marijuana que fumar...). In
tempi più recenti è diventato anche produttore di oppio. Tutto cambia quando,
con il successo della cocaina, grandi quantitativi di questa droga attraversano il
Messico per essere consumati negli Stati Uniti. È una situazione paragonabile a
quando la mafia siciliana iniziò il commercio dell’eroina. I trafficanti muovono
grandi somme di denaro. Dapprima la strada è quella più breve: dalla Colombia,
via Caraibi, la coca arriva in Yucatán e da lì in Florida. Però, presto, le rotte si
diversificano e si formano così, a seconda delle regioni, vari cartelli di narco-
trafficanti. Il Messico stesso inizia a consumare cocaina anche se, certo, in mi-
sura non paragonabile agli Stati Uniti, che restano il miglior mercato al mondo.
   I narcos, ovviamente, non si limitano al solo traffico di stupefacenti e presto
la loro attività abbraccia tutto quello che c’è di illegale, dalla prostituzione al
gioco d’azzardo e, soprattutto, l’acquisto di armi dagli USA e il passaggio dei
clandestini dal Messico al potente vicino del Nord. Il valico del confine è ri-
schioso e ogni anno sono centinaia i disgraziati che muoiono sia di sete e di
stenti, nel deserto che separa i due Stati, sia uccisi direttamente dalla polizia di
frontiera statunitense.
   5.
   In questa situazione, l’arrivo al potere di Felipe Calderón marca un cambio
deciso. Come già nel 1988 nel caso di Carlos Salinas de Gortari, la vittoria di
Felipe Calderón puzza di brogli elettorali. Però, a differenza dello sconfitto di
allora, López Obrador non accetta la truffa e si proclama presidente legittimo
del Messico. Mentre a Oaxaca continua la rivolta contro il governatore Ulysses
Ruiz, a Città del Messico le manifestazioni di ripudio all’usurpatore si susse-
guono portando in piazza decine di migliaia di persone. Tra l’estate, quando si
svolgono le votazioni, e l’anno nuovo, quando Calderón assume la presidenza, il
potere cerca di guadagnare tempo, confidando nella stanchezza dei manifestanti
e in una repressione selettiva.
   A Oaxaca viene assassinato Brad Will, un collaboratore statunitense di In-
dymedia, e dell’omicidio vengono falsamente accusati i rivoltosi. L’uccisione di
un giornalista straniero è un fatto eccezionale, perché abitualmente sono quelli
messicani a morire ammazzati e in gran numero (basti pensare che dopo la Rus-
sia il Messico detiene il record di giornalisti uccisi). La provocazione dà il via a
una repressione tremenda, con violentissimi scontri di piazza, rapimenti di atti-
visti sociali (molti della APPO), che scompaiono nel nulla, e sistematiche vio-
lenze sessuali su uomini e donne arrestati.
   Con l’anno nuovo, Fecal assume la presidenza della repubblica dichiarando
“la guerra al narcotraffico”.
   6.
   Dopo quarant’anni di fallimenti nella della “guerra alla droga”, lanciata per
primo da Nixon nel giugno 1971, è ormai evidente che la maniera più efficace
per ridurre drasticamente il potere dei narcotrafficanti consiste nella fine del
proibizionismo. Ostinandosi a prescindere da questa sensata prospettiva, per
combattere i cartelli della droga ci vorrebbero comunque una polizia e un eser-
cito integri o almeno non troppo corrotti. Invece in un Paese come il Messico in
cui si dà una continua osmosi tra criminalità e servizi di sicurezza, ristabilire la
legalità diventa molto difficile. Inoltre anche l’apparato giudiziario è fortemente
inquinato, e lo stesso dicasi per gli avvocati, tra i quali la corruzione è diffusis-
sima. Infine c’è da sottolineare che queste organizzazioni, oltre a essere infiltrate
negli apparati di sicurezza dello Stato, sono assai radicate nel territorio, dispon-
gono di ingenti mezzi finanziari e possono mettere in campo una grande potenza
di fuoco. Perciò la guerra di Calderón inizia nelle peggiori condizioni.
   C’è una storiella che indica come questa strategia fosse destinata al fallimen-
to. Al momento del suo insediamento, il nuovo zar antidroga chiede ai suoi col-
laboratori: di quanti soldi disponiamo? Gli viene risposto: di 500 milioni di dol-
lari. Bene! E il narco di quanto dispone? Nessuno risponde. Dietro sua insisten-
za, si sente infine una vocina: infinito... Al di là dell’aneddoto, il traffico di stu-
pefacenti è calcolato in circa 60 miliardi di dollari all’anno. A dichiararlo è
García Luna, diventato nel frattempo responsabile della Sicurezza Pubblica Fe-
derale dopo lo scioglimento dell’AFI. (Lo stesso García Luna, peraltro, è sotto
osservazione da parte della DEA statunitense per presunti legami con il narco-
traffico.)
   Una delle prime misure di Calderón è stata quella di concedere aumenti sala-
riali all’esercito, per assicurarsene la fedeltà; successivamente una nuova legge
avrebbe permesso alla polizia di perquisire le case anche senza mandato. Nel
giro di poco tempo, le uccisioni tra i narcos aumentano, come anche quelle di
sindaci, funzionari e poliziotti. È una escalation impressionante nel numero e
nelle modalità, perché i corpi senza vita delle vittime di faide tra le varie orga-
nizzazioni mafiose, sempre più spesso, vengono ritrovati mutilati. Corpi senza
testa, che non vanno però sui network televisivi mondiali, a differenza di quelli
decapitati in Iraq.   (continua)
Antonio Frillici

mercoledì 7 settembre 2011

“LA BESTIA”

VIAGGIANDO SUL TRENO DELLA MORTE IN MESSICO

È molto difficile fornire una visione omogenea della situazione di allarmante e crescente violenza che si sta scatenando in Messico contro i migranti privi di documenti. La ricerca fatta da alcuni citizen media offre una serie di frammenti che nell'insieme creano una trama di racconti sinistri.
Il 1° agosto scorso, il blog espacioperdido ha pubblicato un post il cui incipit riprende un parziale resoconto storico dei viaggi in treno in Messico:
Nel 1999, fu chiusa definitivamente la stazione ferroviaria di Buenavista. Da tempo si stavano smantellando altre stazioni in varie parti del Paese. Con questa politica è stata cancellata una delle più importanti conquiste messicane del 20° secolo: il trasporto ferroviario dei passeggeri. Oggi sono rimaste solo alcune linee per il trasporto merce…. Caricano merce in forma di manufatti e sfortunatamente anche persone. Dalla frontiera meridionale, a Ciudad Hidalgo, che confina con il Guatemala, fino alle città principali della frontiera settentrionale, circola una della più grandi vergogne del Paese. The beast, o El tren de la muerte, divora migliaia di migranti provenienti dall'America centrale e meridionale. Viaggiano sui tetti dei vagoni o fra i vagoni stessi, esposti a ogni tipo di pericolo, incluso il più temibile: l'uomo.

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I treni merci su cui viaggiano i migranti che attraversano il Messico per raggiungere gli Stati Uniti. Foto di Pedro Ultreras dal suo film La Bestia, uso consentito
Scrivendo per il sito di giornalismo partecipativo barriozona, il blogger Eduardo Barraza racconta più in dettaglio la storia dei vecchi treni merci che compiono questo pericoloso viaggio e dei passeggeri che non sempre arrivano a destinazione.
Negli Stati Uniti molta gente li definisce in modo negativo “illegali”. Nel cuore dell'America Centrale, questi individui, uomini e donne, sono disposti a tutto, disperati ma allo stesso tempo tenaci nella loro decisione di lasciare i loro poveri paesi con la speranza di farcela negli Stati Uniti.
Non essendo in grado di pagarsi un altro tipo di trasporto e dovendo anche trovare il modo di aggirare i check point messicani, migliaia di centroamericani provenienti da paesi tra cui El Salvador, Guatemala, Honduras o Nicaragua, saltano in modo pericoloso e audace in cima ai treni merci in movimento che si dirigono dal Messico meridionale a una delle molte destinazioni che si trovano sul confine tra il Messico e gli Stati Uniti.
Sorprendentemente, entrambi i blogger scrivono facendo riferimento non solo alla storia recente della regione ma anche a una specifica opera che è nata prendendo forma da questi eventi: un documentario il cui titolo deriva dal sinistro nomignolo dato ai treni merci dagli immigrati che si giocano la vita cercando di saltarci e di viaggiarci sopra.

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Il regista Pedro Ultreras su 'La Bestia'. Immagine usata con l'autorizzazione di Pedro Ultreras' permission.
La Bestia di Pedro Ultreras, presentato nel 2010, racconta il viaggio del regista in cima a un treno merci insieme ai migranti, ritraendo uno fra gli innumerevoli viaggi che vengono compiuti ogni giorno da immigrati disperati e pronti a tutto alla ricerca di un lavoro remunerato e una vita migliore per sé e per le proprie famiglie. Riesce a rendere una testimonianza visuale di eventi che i media ufficiali continuano a ignorare o a cui danno uno spazio irrilevante.
Il regista ha caricato alcuni estratti del film su YouTube, una versione in spagnolo e una con sottotitoli in inglese.
Il documentario è stato proiettato quest'estate in diverse città e paesi lungo il percorso della Carovana ‘Paso a Paso hacia la Paz', che ha coinvolto centinaia di immigrati senza documenti, i loro familiari e numerosi attivisti per i diritti umani che hanno marciato contro le violazioni quotidiane ai danni dei migranti e chiedendo giustizia e protezione legale per questa parte vulnerabile della popolazione.

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Una donna migrante su 'La Bestia'. Immagine di Pedro Ultreras'. Uso consentito.

In Migrants as Targets of Security Policies [en] la blogger e professoressa di antropologia Christine Kovic si riferisce ad un gruppo di migranti che sono stati sequestrati il 23 giugno mentre cercavano di raggiungere gli Stati Uniti su un treno merci:
Ciò che la polizia non può negare è l'estrema sofferenza e vulnerabilità dei migranti centroamericani che cercano di attraversare la frontiera messicana. Non avendo i soldi nemmeno per pagare i polleros [ trafficanti di migranti] e per evitare i controlli, migliaia di migranti si arrampicano sui tetti delle carrozze o ai lati, rimandendo esposti alla pioggia, alle temperature estreme, alla disidratazione e a rischi di folgorazione. Molti hanno perso alcune estremità o addirittura la vita per essere caduti dai treni.
Viaggiando clandestinamente, gli emigranti sono potenziali vittime di assalti, rapine, estorsioni, violenze e assassinii.
Anche con un'evidenza così assoluta dei pericoli affrontati da coloro che rischiano la vita lungo il pericolosissimo “sentiero dei migranti”, risulta necessario ampliare la prospettiva per collocare il terrore provocato da “La bestia” in un contesto geo-politico esemplificativo. Nello stesso post, Kovic sottolinea come le operazioni di polizia messe in atto per impedire il passaggio degli emigranti attraverso la frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti, senza che vengano prese in considerazione le sofferenze umane provocate, siano state applicate ultimamente anche lungo la frontiera meridionale del Messico.

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Le politiche di deterrenza hanno raggiunto anche il sud del Messico, dove la polizia frontaliera ha messo in atto strategie deterrenti, specialmente lungo l'Istmo di Tehuantepec, il punto più stretto del Messico. Si tratta di una strategia di sicurezza incoraggiata dagli Stati Uniti per ridurre l'immigrazione centroamericana.  Recentemente, il Plan Mexico appoggiato dagli Stati Uniti, conosciuto anche come Merida Initiative, ha fornito al Messico un importante riserva finanziaria con l'obiettivo di dare “un contributo alla sicurezza per disegnare e applicare la guerra ai trafficanti di droga, ai terroristi nonché per proteggere la sicurezza frontaliera.”  In quanto precedente assistente alla segreteria di Stato, Thomas Shannon già nel 2008 osservava, “In un certo senso, stiamo armando il NAFTA”.  Ciò che non ha detto è che nel fare questo, la classe di migranti poveri e lavoratori non vengono protetti dalla “corazza”, diventando quasi dei potenziali obiettivi delle misure di sicurezza.
Non più tardi del giugno di quest'anno, il procuratore messicano Marisela Morales ha identificato la protezione del confine meridionale del Messico come un elemento di sicurezza nazionale, dichiarando che “il flusso illegale di persone e di merci esistente e la delinquenza che questo genera richiedono un migliore coordinamento istituzionale per poter rafforzare la vigilanza, la sicurezza e il rispetto per i diritti umani.” La Kovic dà la sua versione:
Se i migranti senza documenti che viaggiano lungo il paese fanno parte di un “flusso illegale di persone,” se ne deduce che invece di essere individui soggetti di diritti umani, verranno considerati come delinquenti comuni. Questo quadro spiega in parte le azioni e le non-azioni dei governi messicano, statunitense e centroamericani che dovrebbero occuparsi dei diritti umani e degli abusi sui migranti. I governi, insieme alle corporation multinazionali, creano le condizioni economiche che provocano i movimenti migratori. Le misure da applicare includono la creazione di punti di controllo sulle autostrade e lungo la frontiera USA-Messico, costringendo la gente a viaggiare in condizioni pericolosissime e ampliando il mercato per i trafficanti di migranti. L'impunità crea in questo modo maggiori abusi dato che i responsabili non vengono puniti.
scritto da Deborah Esch e tradotto da Giulia Jannelli
La bestia

martedì 25 gennaio 2011

È MORTO MONSIGNOR “TATIC”

Era definito il vescovo “degli indios e dei poveri” del Chiapas

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È morto ieri mattina per complicazioni legate all’ipertensione e al diabete di cui soffriva e che il 12 Gennaio scorso avevano portato al suo ricovero in un ospedale di Città del Messico, monsignor Samuel Riuz Garcia,vescovo emerito di San Cristóbal de las Casas, in Chiapas. Premiato nel 2002 dalla giuria del Premio internazionale per i diritti umani, istituito nel 1978 dall'Unesco, e candidato nel 1994 al premio Nobel per la Pace per il ruolo di mediazione svolto tra il governo messicano e l’insurrezione zapatista dell’Ezln (Esercito zapatista di liberazione nazionale), monsignor Ruiz è stato più volte definito il vescovo “degli indios e dei poveri”...
Officiando la messa in omaggio di Samuel Ruiz organizzata nella cappella del Cuc, il vescovo di Saltillo, Raúl Vera, ha ricordato come “tatic (padre in lingua tzotzil, ndr) Samuel ha sempre avuto occhi per vedere l’immagine di Dio in ognuno dei suoi fratelli e sorelle”.
Leggi tutto: MORTO MONSIGNOR SAMUEL RUIZ, IL “VESCOVO DEI POVERI” DEL CHIAPAS
Ora che la sua Pasqua si è compiuta, ci sentiamo inevitabilmente un po’ orfani, ma anche terribilmente responsabilizzati, dall’aver incrociato sul nostro cammino un autentico profeta. Per questo, col groppo che serrava la gola di Eliseo, mentre vedeva rapire in cielo il suo maestro, anche noi vorremmo urlargli: «Tatic, lascia qui due terzi del tuo spirito!».
Leggi tutto: «El caminante» ha raggiunto la meta

Fonte

L’omaggio più gradito: gli indios pregano per Tatic

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Mientras depositaban veladoras y flores junto al féretro, los indígenas hablaban y rezaban con el Taticclip_image004Foto Víctor Camacho

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domenica 5 dicembre 2010

FORO INTERNACIONAL DE LA JUSTICIA CLIMÁTICA

Cancun 5-10 dicembre 2010

Sono arrivate in nottata a Cancun le carovane che nei 10 giorni precedenti la COP16 hanno attraversato il Messico per mettere in luce le principali lotte contro i cambiamenti climatici e le speculazioni sulle risorse naturali.

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Qualche centinaio di attivisti messicani e internazionali hanno traversato da San Luis Potosi' a Hidalgo, per vedere con i propri occhi come l'agricoltura da esportazione inquina fiumi e terre con fertilizzanti e pesticidi, e come le comunita' combattono contro i rifiuti tossici. Continua

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martedì 21 settembre 2010

IL MESSICO SI INTERROGA

A duecento anni dai moti di liberazione dalla corona spagnola, e a cento anni dalla rivoluzione popolare, il Messico si interroga sulle conquiste civili ancora da raggiungere
scritto da
Martin E. Iglesias


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Due secoli prima, nel 1810 nel centro dell'attuale Messico, Padre Miguel Hidalgo accompagnato dall'immagine della Virgen de Guadalupe esce dalla sua chiesa e lancia lo storico "grido": "Viva la América y muera el mal gobierno!".
Da allora l'indipendenza messicana è rappresentata dal "Grito" che diede i natali nei territori della Nuova Spagna ad una guerra di liberazione durata 11 anni, fino all'entrata dell'esercito indipendentista nella capitale il 27 settembre 1821. Sulla scorta storica del famoso editto contro la schiavitù proclamato in quell'occasione proprio da Don Miguel Hidalgo y Costilla - il "Generalísimo de America"-, che la chiesa aveva bollato eretico per i suoi pensieri ossessivi verso i Diritti dell'Uomo e la rivoluzione francese, il Messico ha potuto rifondare una patria con principi di libertà ed uguaglianza. Cento anni dopo, negli stessi confini, un'altra rivoluzione, la Rivoluzione messicana, ereditava il "Grito" e i suoi ideali caricati in sella a Emiliano Zapata e Francisco Villa detto Pancho. Due rivoluzioni, però non sono bastate a trasformare questa nazione in un territorio libero dalla violenza, la schiavitù e la corruzione.

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Le contraddizioni dell'Indipendenza. Tantissime sono le voci e le analisi in Messico che dubitano ci sia qualcosa da festeggiare. Come elenca Jorge Carrasco Araizaga, il noto giornalista della rivista Proceso, l'espressione della debolezza del Messico del XXI secolo sono: "Povertà endemiche, violenza senza precedenti, la corruzione e l'ineguaglianza che continua a calpestare i diritti. Il Messico - prosegue Araizaga - ha quasi 110 milioni di persone, ma il 60 percento è una massa che sopravvive a stento e la mancanza di cittadinanza permette l'esistenza di una élite politica ed economica, avida e impunita. Ma anche sindacati, partiti politici e governi locali sono parte di questo regime". E ancora descrive "come il potere, de facto in Messico, è nelle mani di droga e televisione. La prima mantiene la sua oppressione sulla popolazione con la violenza e la televisione opprime la politica con il potere del suo consenso, formando o deformando la coscienza pubblica. Lo Stato - conclude Araizaga - ha perduto la sua funzione primaria di garantire l'integrità e la sicurezza dei suoi abitanti."
Infatti, tra dicembre 2006 e agosto 2010 sono oltre 29 mila i morti riconosciuti come vittime accertate nella guerra "anti-droga", e l'informazione, che con difficoltà e coraggio cerca di documentarla, ha pagato con 60 giornalisti uccisi.
"Il presidente Calderon ha mostrato l'orgoglio del Bicentenario ostentando un ricordo del passato, un'esibizione della Storia, quasi a voler nascondere e occultare il presente", commentano alcuni analisti.
"Rimanete tranquilli a casa, sul vostro divano a vedere in televisione i festeggiamenti" consiglia invece il municipio di Ciudad Juarez. Per la prima volta, infatti, verranno sospesi i festeggiamenti tradizionali per paura di omicidi - che in pochi giorni hanno registrato solo qui altri 29 morti nella guerra ai narcos - o peggio di attentati clamorosi come l'auto bomba usata in città nel luglio di quest'anno. Ciudad Juarez, a pochi chilometri dalla frontiera statunitense del Texas, cede anche alle lusinghe della sua città dirimpettaia oltre confine, El Paso, che offre a tutti i cittadini messicani la soluzione contro la paura di uscire per strada: una piazza locale "a stelle e strisce" dove radunarsi a festeggiare il bicentenario in tutta sicurezza.
Il presidente messicano Felipe Calderón ha previsto per la prima volta, e per l'occasione del Bicentenario, due "Gritos" uno tradizionale la notte del 15 settembre nel Palazzo Presidenziale e un secondo il giorno dopo a Dolores Hidalgo, culla dell'Indipendenza. Forse non basterà duplicare l'evento storico per convincere tutti i messicani di aver conquistato la libertà, e nascondere loro la cruenta e irrefrenabile perdita degli stessi diritti conquistati.

lunedì 20 settembre 2010

DIARIO DA CITTÀ DEL MESSICO. FUGGIRE DOVE?

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Dal blog Radical Shock:

Sono passati i mesi. Questo blog ha fatto la muffa, ma non è ancora morto. Sono successe cose. La Spagna ha vinto il mondiale mentre queste pagine invecchiavano. Fini è stato illuminato sulla via di Damasco, dopo anni di collusione con lo schifo. Non è il primo a ravvedersi. Si vede che la nave sta proprio per affondare.
Nel Messico sono successe tante tante cose. Allo scrivente, al paese. Oggi, dopo tanto tempo mi viene di nuovo voglia di scrivere su questo muro. Perché è successa una cosa bizzarra, una delle tante, ma non so perché questa mi piace tanto.
Insomma, ieri a Tamaulipas, lo stato del nord dove qualche settimana fa sono stati ritrovati i corpi di 72 migranti ammazzati e ammucchiati in un casolare, insomma ieri a Tamaulipas, lo stato del nord dove Cartello del Golfo e Zetas si contendono la piazza, insomma ieri a Tamaulipas, se mi fate parlare vi spiego cosa è accaduto.
Dunque, in un carcere statale c’erano stipati dentro tutti dei cattivoni, tutti ammucchiati lí, dentro questo carcere statale dello stato di Tamaulipas. A un certo punto uno dice, vabbè siamo tanti qua dentro, è ora di uscire. E allora con l’aiuto di un manipolo di guardie 89 criminali, in carcere per crimini federali, tipo narcotraffico, omicidi, sequestri, scorticamenti, torture ecc., scappano.
Scappano con una scala appoggiata al muro. Così. Con un convoglio di furgoni parcheggiati fuori ad aspettarli.
89.
89 più alcune guardie che sono “scomparse”.
E questo secondo loro è un paese normale.
Questo è un paese dove tra tre giorni, cento milioni di subnormali andranno a gridare il loro orgoglio patriottico, nel festeggiamento del bicentenario dell’indipendenza e del centenario della rivoluzione. Scrivo indipendenza e rivoluzione minuscoli perché prima di regalare maiuscole vorrei capire da cosa si sono resi indipendenti e qual è stata in fondo la rivoluzione. E soprattutto vorrei capire cosa cazzo avranno da festeggiare.
Questo paese è al tracollo. E le strade sono tappezzate di bandiere tricolori tricchettracche e bombe a mano. Soprattutto bombe a mano.
Nel frattempo al cinema esce questo film, El Infierno, di Luis Estrada, che racconta tanto del Messico di questi giorni. Di questi anni.
Ritorno al mio blog perché dopo mesi in cui non ho proprio avuto voglia di scrivere nulla, ho ritrovato l’energia, la motivazione.
E la motivazione è sempre la stessa. Sono troppe le cose da raccontare di questo paese, che ti affascina e ti seduce, che ti fa incazzare da morire, per la bontà, la grandezza e la stupidità e impotenza delle sue genti.
In questi giorni si compie la farsa suprema del bi-centenario. Si dissolvono nel patriottismo ottuso (come ogni patriottismo) le lacrime che vengono sparse ogni giorno sul martoriato suolo messicano. Si fa appello ai valori nazionali da parte di una classe politica senza vergogna, che ha solo da vergognarsi.
E cento milioni di messicani appresso a questa stupida bandiera grondante sangue.
¡Que viva México, cabrones!


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Fonte

lunedì 30 novembre 2009

MESSICO VIOLENTO O MESSICO LINDO Y QUERIDO?

Storie di guerra al narcotraffico.

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Foto: http://picasaweb.google.com/FabrizioLorussoMex/SantisimaMuerte

La violenza in Messico è uno dei temi più controversi e discussi da sempre e la dichiarazione di guerra al narcotraffico da parte del presidente della Repubblica Felipe Calderon, in carica dal dicembre 2006, ha diffuso internamente e all’estero l’immagine di un paese dove si muore molto facilmente e sulla stampa s’è affermata l’idea di una progressiva “colombianizzazione” di molte regioni del paese. Inoltre la familiarità con la morte, con le sue raffigurazioni e il suo culto in miriadi di forme ed espressioni diverse rappresentano elementi culturali molto vivi nell’identità messicana e nell’immaginario trasmesso all’estero.

La politica di mano dura annunciata da Calderon <http://www.carmillaonline.com/archives/2008/01/002500.html> tre anni fa sembra avere scatenato una guerra incontrollabile e i principali quotidiani messicani come El Universal, La Jornada e Reforma fanno a gara per aggiornare il conteggio degli omicidi legati al narcotraffico che quest’anno superano già abbondantemente i 6000 con una media giornaliera di circa 20 morti. In generale c’è molto pane anche per i giornali più scandalistici come El Grafico dove non mancheranno mai foto di sgozzati e decapitati da esporre in prima pagina per vendere qualche copia in più.

Per quest’anno lo Yucatan, nel sud est del Messico, è l’unico stato su 32 (i cosiddetti estados della federazione messicana) non colpito da questa guerra, il che non significa che non vi sia presenza alcuna dei cartelli della droga, ma solo che questi non hanno provocato morti violente certificate. Comunque manca ancora del tempo per la fine del 2009 e quindi dobbiamo attendere prima di festeggiare quest’eccezione che ha più del paradossale dato che è triste dover segnalare proprio l’unica regione senza vittime. Altre cifre ritenute allarmanti: oltre 15mila e 500 morti dall’inizio del mandato di Calderon sono “vincolati al crimine organizzato” mentre il loro numero totale durante i sei anni precedenti di Vicente Fox, dal 2000 al 2006, era stato di 13mila. Si stima quindi un possibile raddoppio nel sessennio attuale di Calderon in base a queste cifre del Ministero della Difesa messicano e della Procura Generale della Repubblica.

Ma quali sono le dimensioni e i dati reali della violenza in Messico? Quali sono le vere responsabilità del governo, della magistratura, dell’esercito e della polizia in questa “guerra ai narcos”, al di là dei miti creati dalla stampa e dalla risonanza che si dà per esempio agli assassinii di cantanti <http://archive.globalproject.info/art-14324.html> famosi o alla decapitazione dei nemici, magari dopo averli freddati con un cuerno de chivo (fucile AK47 ormai mitico, forse assimilabile alla nostra lupara)?

Due interessanti studi di Fernando Escalante Gonzalbo ed Eduardo Guerrero Gutierrez, pubblicati dalla rivista messicana Nexos di settembre, aiutano a fare chiarezza sulla questione della violenza e del narcotraffico in Messico e aprono alcuni spiragli per la comprensione di un fenomeno così complesso e articolato. I dati statistici disponibili per il Messico, nonostante non siano sempre attendibili al 100% e costituiscano quindi un’approssimazione al fenomeno della violenza, smentiscono le affermazioni dei giornalisti e di parti dell’accademia, da destra a sinistra, che in qualche modo forzano i termini del paragone con la Colombia della fine degli anni ottanta e inizio anni novanta.

La Colombia è arrivata infatti ad avere una reputazione internazionale stereotipata come un paese completamente in mano alla guerriglia, ai paramilitari e ai narcotrafficanti ed è quindi un paradigma immaginario della violenza politica, sociale e militare che da una parte e senza dubbio hanno prodotto migliaia di morti, milioni di rifugiati e miseria, ma dall’altra non hanno definitivamente “vinto” instaurando un’alternativa allo Stato o creando uno stato fallito. In pratica e semplificando un po’ il discorso, i vantaggi comparati internazionali della Colombia, parafrasando l’economista David Ricardo e un mio precedente articolo sul tema, sarebbero le ragazze, la cocaina e la salsa oltre ai più classici prodotti della terra come le banane e il caffè e magari qualche città turistica come Cartagena o Popayan: verità evidentemente parziali e scandalistiche.

In questa nube di realismo magico e influenza mediatica è gioco forza paragonare costantemente un paese come il Messico di oggi alla Colombia di ieri, anche grazie ad alcune indiscutibili somiglianze tra i due paesi: la forza dei cartelli di narcotrafficanti e la scarsa presenza dello Stato in alcune regioni, le grandi coltivazioni di marijuana e cocaina, i presidenti provenienti da partiti conservatori alla destra dello spettro politico, la corruzione politica e i suoi nessi con i paramilitari o i narco-capi, la crescente militarizzazione del territorio o anche la relazione speciale con gli Stati Uniti che li considerano paesi amici, ma anche da tenere sotto controllo per motivi di “sicurezza nazionale”.

Non importa se poi queste somiglianze potrebbero essere trovate anche con molti altri paesi o realtà regionali quali quelle che viviamo nella nostra Gomorra, in America centrale o in certe periferie cittadine statunitensi o parigine. Inoltre nel Messico attuale non esistono minacce sistemiche importanti come lo erano le guerriglie storiche colombiane (FARC, ELN, M-19) negli anni 80 e 90 o i potenti gruppi paramilitari delle AUC (Autodefensas Unidas de Colombia).

Quello che sembra contare è la suggestione solo parzialmente giustificata dai fatti. Tra il 1990 e il 1993 il tasso di omicidi in Colombia era tra le 75 e le 79 unità per 100mila abitanti con totali che si aggiravano intorno ai 25-28mila morti all’anno. Nel Messico del 2008 questi tassi equivarrebbero a circa 84mila omicidi, infinitamente meno di quelli effettivamente registrati l’anno scorso.

Il tasso di omicidi ogni 100mila abitanti e il loro numero totale in Messico sono scesi costantemente dagli anni novanta in poi, passando da una media di 15-16mila all’anno nel periodo 1990-1995 a una media di circa 10 mila nel 2005 e 2006 con un punto minimo di 8507 morti nel 2007 che significano una media di 8 omicidi per 100mila abitanti.

La media messicana è quindi più comparabile con quella di paesi come gli Stati Uniti e quelli della UE che con quella di altri paesi latino americani come Colombia, Venezuela e Brasile o il Centro America che viaggiano dai 20 ai 40 omicidi per 100mila abitanti. Per altri crimini come la rapina, il furto, i delitti sessuali e le aggressioni i dati non sono chiari come nel caso degli omicidi però si può segnalare che oscillano su medie di poco superiori rispetto a quelle dei principali paesi industrializzati. Un caso un po’ a parte che però potrebbe rivelarsi tragicamente paradigmatico è quello del sequestro di persona che sebbene nelle cifre ufficiali sia diminuito drasticamente in dieci anni passando da oltre mille casi nel 1997 a 595 nel 2007 e 438 nel 2008, potrebbe essere un problema molto più grave e situare il Messico al secondo posto mondiale dopo la Colombia per i sequestri se si considera la cosiddetta “cifra nera”, cioè i casi non denunciati o che non danno origine a un’indagine. In questi casi, dato che le stime di questa “cifra nera” si aggirano negli ultimi anni intorno all’80-90%, ecco che i sequestri potrebbero essere addirittura cinquemila e non così pochi come vengono censiti ufficialmente. Inoltre i casi di sequestro express, una modalità di privazione delle libertà particolarmente diffusa a Città del Messico che prevede un furto alla vittima ripetuto durante alcune ore di notte per obbligarla a prelevare più volte e il più possibile negli sportelli ATM, non vengono contabilizzati in questa fattispecie riducendo di fatto l’impatto delle cifre.

Più che il numero assoluto, quello che fa notizia è la connivenza delle autorità poliziesche e giudiziarie con i delinquenti, rese evidenti da alcuni casi recenti ed eclatanti di sequestri che hanno coinvolto famiglie potenti come i Martì e i Vargas, vessate da bande di sequestratori di cui facevano parte anche poliziotti ed elementi deviati del potere giudiziario. La percezione generale della gente è perciò sensibilmente adulterata ed instabile a causa dell’influenza dei mezzi di comunicazione che drammatizzano i casi specifici e per le spiccate differenze tra regioni e città messicane che mostrano livelli di pericolosità spesso molto estremi e divergenti tra di loro.

Ad ogni modo i tassi di omicidio colombiani attualmente sono addirittura il quadruplo dei messicani, anche se oggi siamo nel mezzo della “guerra contro il narcotraffico” decantata da Calderon come soluzione dei mali di questo Messico lindo y querido minacciato “da forze antipatriottiche”. Chi ha ragione quindi?

Da quanto discusso finora emerge che in Messico gli omicidi totali e la violenza estrema sono diminuiti tendenzialmente nel paese considerato come un tutt’uno, ma i morti legati al narcotraffico e alla guerra tra i cartelli rivali e poi tra ciascuno di questi e lo Stato sono invece aumentati drammaticamente nel primo triennio di governo di Calderon.

Un altro discorso è poi distinguere tra varie zone del Messico colpite dal crimine organizzato e dagli omicidi in modi e livelli radicalmente diversi: da una parte ci sono le grandi città e, in particolare, quelle della frontiera con gli Stati Uniti e la grosse metropoli come Città del Messico, Guadalajara e Monterrey in cui la tensione è generata storicamente dalla crescita smisurata della popolazione e, lungo la frontiera, soprattutto dal commercio di stupefacenti e il suo indotto; dall’altra ci sono le zone rurali soprattutto nel centro-sud con gli stati di Guerrero, Oaxaca, Michoacan, Estado de Mexico e Morelos che hanno una dinamica diversa da altre regioni rurali e dalle città grandi in quanto qui la violenza è stata determinata principalmente dalla mancanza delle istituzioni, delle infrastrutture dei trasporti, scolastiche e sanitarie oltre che da motivi storici come la crisi della riforma agraria e dei regimi di proprietà della terra. Come aspetti sicuramente comuni e più generali cito tra gli altri la povertà sofferta da oltre il 50% della popolazione nazionale, l’altissimo tasso d’impunità per i crimini denunciati che s’aggira intorno al 97% (stima ottimista), lo scontento verso la politica e il sistema giudiziario e gli insultanti indici di disuguaglianza economica e sociale che caratterizzano tutti gli stati del Messico.

Un altro dato certo è che la guerra al narcotraffico lanciata dal presidente messicano, forte del piano di aiuti militari americani chiamato Plan Merida, non sta dando i risultati attesi in termini di sicurezza e riduzione dei fenomeni criminali ma sta anzi esacerbando le lotte intestine tra i grandi cartelli di trafficanti, le loro bande di sicari e i gruppi usciti dalle numerose scissioni e tradimenti che lo Stato stesso favorisce con infiltrazioni e catture.

La corruzione e la scarsa professionalità delle forze dell’ordine, del personale penitenziario e giudiziario nascondono e a loro volta amplificano il problema di fondo che nessuna autorità sembra voler vedere e risolvere, tanto qui in Messico come nei vicini Stati Uniti: la mancanza assoluta di opportunità economiche e di sviluppo, la carenza quasi totale di istituzioni affidabili, di reti sociali e di un sistema educativo elementare e superiore realmente efficace e accessibile. Non parliamo poi delle politiche volte a controllare e reprimere l’offerta e la produzione di stupefacenti illegali mentre da decenni ormai si segnala che le misure più efficaci e comunque meno nocive per la società in termini di violenza e dispendio di risorse nel lungo periodo sono quelle di sensibilizzazione della domanda e controllo della vendita, eventualmente anche grazie ad una progressiva liberalizzazione. Ma sappiamo che questo è un altro discorso e rappresenta spesso un tabù doloroso per ampie parti di società civili e classi politiche ipocrite e immature, tanto in Messico come in Italia, le quali sono incapaci di trattare il tema per quello che è e di tracciare un bilancio non ideologico tra i costi e i benefici di queste alternative.

Si stima che le cifre contabilizzate con scrupolo dai giornali sui morti legati al narcotraffico e alle bande criminali in Messico siano addirittura inferiori di un 20-30% rispetto alla realtà dato che non si tengono da conto i cadaveri spariti e alcune aree del paese non sono “coperte” né dalla stampa né da un sistema ufficiale di controllo che sia efficace al riguardo. Anche così bisogna separare i dati: l’aumento netto e inesorabile dei morti per la guerra al narcotraffico diverge dalla diminuzione tendenziale della violenza totale e degli omicidi in generale.

Alla luce di ciò e del quadro istituzionale precario è chiaro che la repressione militare e l’indurimento della lotta contro i cartelli criminali hanno avuto l’effetto di aumentare la “narcoviolenza” nel paese ed anzi, per essere precisi, solo in alcune zone di esso. Questa è praticamente assente in Baja California Sur, Queretaro, Tlaxcala, Campeche, Colima e Yucatan mentre invece è aumentata terribilmente in altre regioni soprattutto al nord, sulla frontiera con gli USA, nel Michoacan e nel Guerrero, lo stato di Acapulco. Nello stato di Chihuahua, tristemente noto per gli assassinii incessanti di centinaia di donne in pochi anni, i cosiddetti feminicidios di Ciudad Juarez, si registra addirittura il 25% delle esecuzioni totali. Le città più mortifere in termini assoluti sono proprio Ciudad Juarez, Culiacan, Tijuana, Chihuahua e Monterrey, tutte al nord.

Un altro aspetto importante che sfata alcuni luoghi comuni su come si sta combattendo questa guerra è che il 90% delle esecuzioni totali riguarda i membri di bande e cartelli, circa il 9% le forze di polizia, in particolare i corpi municipali e regionali a volte collusi coi cartelli, e solo l’1% i militari. L’uso dell’esercito era stato giustificato nel 2006 per evitare i problemi di corruzione della polizia, ma le violazioni dei diritti umani e l’effettivo aumento della tensione, delle rappresaglie e delle lotte interne ai cartelli non propongono assolutamente un panorama positivo. Nelle file delle bande criminali la maggior parte degli omicidi riguarda i livelli bassi siccome sono colpiti soprattutto sicari, pusher e spacciatori di medio livello gerarchico.

In definitiva quattro grandi fronti di guerra segnalati da Guerrero Gutierrez su Nexos, sono la causa del 90% degli omicidi legati ai narcos e si svolgono soprattutto in alcune zone del paese come ho segnalato pocanzi. Riassumendo si tratta della lotta di alcuni gruppi regionali contro un nemico comune di livello nazionale, il Cartel de Sinaloa, e nello specifico tra

(1) il Cartel de Juarez, aiutato dagli Zetas (in origine un gruppo di militari dissidenti braccio armato del Cartel del Golfo) e i fratelli Beltran Leyva, contro quello di Sinaloa;

(2) tra il Cartel de Tijuana, alleato qui con il Cartel del Golfo e gli Zetas, contro quello di Sinaloa;

(3) tra i cartelli degli Zetas, alleati coi Beltran Leyva, contro quello di Sinaloa e infine

(4) quella dello Stato contro tutti e contro le sue stesse schegge corrotte e deviate.

La guerra tra il Cartel de la Familia dello stato del Michoacan e gli Zetas o altre bande non risulta molto rilevante in termini di morti ma può spiegare quanto rimane per concludere questo tragico conteggio.

Il governo ha quindi avuto la funzione di propiziare e stabilire le regole del gioco senza poterlo poi controllare completamente, anzi, i livelli di violenza in questo senso sono cresciuti esponenzialmente e continuano a farlo dopo ogni cattura di qualche capo o il sequestro di ingenti quantità di droga.

Calderon e Medina Mora, discusso Procuratore Generale della Repubblica, hanno bisogno di mostrare numeri positivi in queste voci “dure” però favoriscono allo stesso tempo un circolo vizioso da cui è difficile uscire: non si può di certo sperare di risolvere il problema facendoli ammazzare tutti tra di loro o creando mini stati senza legge né governo dove le garanzie individuali sono un lontano ricordo per tutti. Inoltre non si riescono a fermare nemmeno le diserzioni di militari che fuggono dall’arma per unirsi alle file del crimine organizzato. Si calcola che siano alcune migliaia gli ex militari a disposizione dei cartelli della droga, quindi lo Stato paga e forma l’esercito durante anni e così i cartelli hanno poi a disposizione forze fresche e professionali che possono pagare profumatamente.

L’alternativa a una politica di mano dura in questo contesto passa da una parte attraverso un deciso processo di riforma istituzionale (e direi anche culturale) in profondità che combatta la corruzione e le infiltrazioni dentro il sistema grazie alla professionalizzazione della magistratura e della polizia e a ingenti investimenti in strutture e risorse umane e dall’altra da uno sviluppo umano, sociale ed economico complessivo che crei opportunità maggiori per la popolazione marginale. Prevedere rapidamente una politica meno repressiva che investa con continuità e sostanza sulla riduzione della domanda, la prevenzione e l’educazione resta, a mio parere, la via migliore da seguire. C’è da chiedersi quali siano realmente la forza e la volontà politiche di promuovere e attuare tali cambiamenti.

di Fabrizio Lorusso

Leggilo anche su: http://www.carmillaonline.com/

http://lamericalatina.net/

http://latinoamericaexpress.blog.unita.it/

domenica 29 novembre 2009

"SUEÑA EL VIEJO ANTONIO"

(26 aniversario del EZLN)

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Foto de Fano_Quiriego.

Sueña Antonio con que la tierra que trabaja le pertenece,
sueña que su sudor es pagado con justicia y verdad,
sueña que hay escuela para curar la ignorancia y medicina para espantar la muerte,
sueña que su casa se ilumina y su mesa se llena,
sueña que su tierra es libre y que es razón de su gente gobernar y gobernarse,
sueña que está en paz consigo mismo y con el mundo.
Sueña que debe luchar para tener ese sueño,
sueña que debe haber muerte para que haya vida.
Sueña Antonio y despierta…
Ahora sabe qué hacer y ve a su mujer en cuclillas atizar el fogón, oye a su hijo llorar, mira el sol saludando al oriente, y afila su machete mientras sonríe.
Un viento se levanta y todo lo revuelve, él se levanta y camina a encontrarse con otros.
Algo le ha dicho que su deseo es deseo de muchos y va a buscarlos.
Sueña el virrey con que su tierra se agita por un viento terrible que todo lo levanta, sueña con que lo que robó le es quitado, sueña que su casa es destruída y que el reino que gobernó se derrumba. Sueña y no duerme.
El virrey va donde los señores feudales y éstos le dicen que sueñan lo mismo.
El virrey no descansa, va con sus médicos y entre todos deciden que es brujería india y entre todos deciden que sólo con sangre se liberará de ese hechizo y el virrey manda a matar y encarcelar y construye más cárceles y cuarteles y el sueño sigue desvelándolo.
En este país todos sueñan. Ya llega la hora de despertar…

Hermoso video y cuento en Desinformémonos

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qui

Pintura : Beatriz Aurora

Cuento : Sueña el viejo Antonio

Voz : Nora Cortiñas, Madres de Plaza de Mayo Línea Fundadora

Producción : Desinformémonos

Edición y Montaje : Antonio Castro

Fonte

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MESSICO:FEMMINICIDIO, UNA GUERRA NASCOSTA (3)

Al di sopra di ogni sospetto parte III°

"Non c’è niente di potenzialmente più sporco di una guerra nascosta”

Susan Sontag

Clara Ferri
Il 25 febbraio 2007 l’indigena nahua Ernestina Ascencio Rosario, di 73 anni e residente a Soledad Atzompa, nella Sierra Zongolica, nello stato orientale di Veracruz, torna a casa sanguinante, dicendo ai propri figli di esser stata assalita e violentata per via vaginale e anale da un gruppo di soldati, presenti nella zona per operazioni antinarco –le sue testuali parole sono: «Pinome xoxoque no pan omotlamotlaque» («dei soldati vestiti di verde mi sono venuti addosso»).

Giunta all’ospedale, muore dissanguata. Viene praticata un’autopsia dal medico forense dello Stato di Veracruz e stranamente sono convocate ad assisterlo le autorità della Sedena. In un comunicato postumo all’autopsia, la Sedena afferma di aver mandato il campione del “liquido eminale del corpo” rilevato alla Procuraduría General de la República (PGR) per essere esaminato e successivamente confrontato con il DNA dei soldati assegnati a quella zona.

In un altro comunicato, il numero 19, accusa un gruppo di sconosciuti di essersi vestiti da militari e di aver commesso lo stupro per istigare la popolazione contro l’esercito. Un soldato viene arrestato ed altri due sono messi agli arresti domiciliari a Puebla per il presunto delitto di violenza carnale nei confronti dell’anziana.

Cresce a livello nazionale l’indignazione e il ripudio alla presenza dell’esercito in varie zone del paese; esso costituisce il principale baluardo del governo del neopresidente Felipe Calderón, carente di legittimità e di autorità, dato il forte sospetto di esser salito al potere grazie a una frode elettorale, nutrito attualmente da almeno il 43,4% della popolazione.

Il 28 febbraio José Luis Soberanes della CNDH dichiara di farsi carico del caso, generando un fatto inedito: non rientra nelle sue competenze farlo e nemmeno pronunciarsi durante un’investigazione ancora in corso, ma solo a indagini concluse, prima che vengano archiviate.

Il sospetto di forti pressioni governative diventa sempre più una certezza, quando lo stesso presidente, Felipe Calderón, il 13 marzo afferma in technicolor che «Ernestina Ascencio è morta di una gastrite cronica trascurata». È evidente che per lui sia estrememente importante evitare una delegittimazione dell’apparato militare, che gli garantisce governabilità e a cui ha già assegnato il compito titanico di combattere il narcotraffico, quello che sembra diventare il suo principale cavallo di battaglia e che fino a maggio 2008 ha causato più di 4 mila esecuzioni17 .

È forse per quello che la prima azione del suo governo è aumentare il finanziamento per le forze militari di 4 milioni di pesos, tagliando invece quello all’educazione e alla cultura. Il 18 marzo la CNDH, dopo aver riesumato il corpo e rifatto l’autopsia, dichiara che la vittima non è morta dissanguata per stupro, bensì per «un’anemia acuta» dovuta a «ulcere gastriche peptiche», e che non esistono segni di violenza nella regione vaginale, né rettale.

Inizia una vera e propria guerra di dichiarazioni tra le autorità giudiziarie ed esecutive dello Stato di Veracruz e quelle federali, dalla quale risulta vincitrice la teoria governativa: la Procuraduría General de Justicia del Estado de Veracruz passa dal sostenere a spada tratta la versione della violenza carnale -dichiarando di aver persino consegnato 4 campioni di liquido seminale alla stessa CNDH- a sospendere i tre periti incaricati della prima autopsia (30 marzo) e, infine, a dare un voltafaccia completo, asserendo il 30 aprile che la violenza carnale non si è mai verificata.
La famiglia di Ernestina viene tatticamente isolata, si parla addirittura della “sparizione” dei suoi figli.

Amnesty International chiede al governo messicano di riaprire il caso, che verrà portato anche davanti all’Alto Commissionato delle Nazioni Unite, a Human Rights Watch e alla CIDH.

Altre violenze nella Sierra Zongolica
E come se non bastasse, nei mesi successivi sono stati registrati altri due femminicidi con violenza sessuale di gruppo nei confronti di due donne indigene della stessa regione.
Il 21 maggio 2007 viene ritrovato il cadavere nudo con segni di tortura (una cintura da uomo attorno al collo, pezzi di tela in bocca e quattro coltellate nel corpo) di Adelaida Amago Aguas, indigena nahua di 38 anni abitante della Sierra Zongolica. La donna, madre di cinque figli, era membro del Consiglio Radiofonico Indigeno Nahua e si occupava della gestione dei progetti produttivi presso la Commissione Nazionale per lo Sviluppo dei Popoli Indigeni.

Il 25 maggio 2007 nei pressi della comunità di San José Independencia, nella Sierra de Zongolica, il corpo di Susana Xocohua Tezoco, indigena nahua di 64 años, viene trovato da alcuni contadini in un campo di granoturco: giace nudo, con le gambe aperte e molti lividi su collo, gambe e braccia. Il Pubblico Ministero, Alejandrino Arroyo Martínez, si rifiuta di aprire un’indagine per omicidio ed afferma che la signora è morta di un tumore maligno, negandosi a praticare l’autopsia sul cadavere. Alle richieste di maggiori investigazioni da parte dei parenti, risponde con la minaccia di arrestarli.

Il marito afferma che la donna presentava segni di violenza carnale. La famiglia richiede l’intervento della Procura Generale di Giustizia dello Stato di Veracruz per riesumare il cadavere e praticare la mancata autopsia, che però poi viene affidata ad autorità di Città del Messico per garantire maggiore imparzialità ed autonomia. Le investigazioni concludono come sempre con la negazione dello stupro e l’archiviazione definitiva del caso.

Locutrici triquis assassinate
La lista si conclude, almeno per il momento, con il duplice femminicidio che ha molto commosso di Teresa Bautista Merino e Felícitas Martínez Sánchez, locutrici triquis di 22 e 20 anni della radio comunitaria in lingua indigena “La voz que rompe el silencio”, del Municipio Popolare di San Juan Copala, nello Stato di Oaxaca. I

Il 7 aprile 2008 le due locutrici –aderenti alla APPO- si accingevano a recarsi a Oaxaca all’Incontro Statale per la Difesa dei Diritti dei Popoli di Oaxaca, dove avrebbero coordinato la tavola rotonda “Comunicazione comunitaria e alternativa: radio comunitarie, video, stampa, internet”, quando sono state uccise con 20 colpi d’arma da fuoco da un gruppo di paramilitari. Ovviamente i due crimini sono rimasti impuni.

Pur non trattandosi di crimini compiuti con tecniche di abuso sessuale, vanno a sommarsi alla lunghissima lista di femminicidi di cui il Messico detiene tristemente il primato mondiale.

Fonte

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