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venerdì 31 gennaio 2014

IL VOLTO NERO DELLA REPUBBLICA DOMINICANA

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[Il seguente articolo è stato pubblicato sulla rivista cartacea In Dialogo del dicembre 2013, numero 102] di Raúl Zecca Castel da Carmilla
Repubblica Dominicana: dove il mare è sempre vicino e le montagne non sono mai lontane. Così recita uno dei tanti slogan pubblicitari del paese rivolto al turismo internazionale, sempre più avido di bellezze esotiche a patto che queste non implichino troppa fatica. Ma oltre le immagini da cartolina che ricoprono i pieghevoli delle agenzie di viaggio di tutto il mondo, quelle immagini così seducenti e incantevoli che ritraggono la prima città del Mondo Nuovo, Santo Domingo, del suo antico centro coloniale, così come delle innumerevoli spiagge di sabbia bianca e finissima che si stendono per chilometri a baciar le acque cristalline e sempre tiepide del mar dei Caraibi, al di là del volto più attraente e conciliante della sua natura selvaggia e incontaminata, al di là di tutto ciò, esiste una realtà ben diversa, tanto ignota quanto drammatica. È il volto scuro dell’entroterra, delle sterminate piantagioni di canna da zucchero che si perdono a vista d’occhio, dei bateyes, piccoli agglomerati di baracche dispersi tra i campi, creati per ospitare i lavoratori durante la stagione del raccolto e diventati, con il passare del tempo, vere e proprie comunità invisibili, baluardi della povertà e dell’emarginazione; è il volto scuro, anzi nero, dei braccianti haitiani; perché a vivere in queste terre di nessuno e a svolgere questo lavoro incredibilmente duro e pericoloso sono loro, i migranti haitiani, scappati a migliaia dalla miseria del paese più povero e sventurato del continente americano con la speranza di trovare oltre frontiera un modo per sopravvivere e mantenere famiglie spesso troppo numerose.
Tragedia umana che ogni anno si rinnova, mietendo con altrettanta regolarità i sogni di riscatto di quanti si trovano presto a fare i conti con una vita di stenti, fatica e tanta solitudine. Senza documenti e con un salario che a malapena permette loro di procurarsi un pasto giornaliero, la maggior parte dei lavoratori finisce per trascorrere la propria vita qui, lontano dall’affetto di cari che non rivedranno mai più.
In seguito al picco di produzione degli anni ’70 e ’80 il mercato internazionale dello zucchero subì un vero e proprio collasso economico. La Repubblica Dominicana, che assieme a Cuba ne rappresentava il principale paese esportatore, da una media annuale che superava il milione di tonnellate si ridusse a produrne meno di 300 mila. La grave crisi cui dovette far fronte il Consejo Estatal del Azùcar (CEA) si risolse in pochi anni con la decisione affittare la quasi totalità delle piantagioni e i rispettivi zuccherifici statali a diversi investitori privati, perlopiù a capitale straniero.

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Tra questi si distinse in modo particolare la compagnia guatemalteca Campollo, che dopo essersi aggiudicata il maggior numero di terre, strinse un proficuo accordo commerciale con il gruppo Vicini, famiglia di origini italiane tra le più ricche e potenti del Paese, con interessi economici in svariati settori, dal turismo alla finanza, dal mercato immobiliare ai media, oltre che nell’industria dello zucchero, di cui possiede la più grande e antica fabbrica di raffinamento, l’Ingenio Cristobal Colòn,  attivo sin dal 1921. Ciò che ne risultò fu a tutti gli effetti una situazione di monopolio oligarchico e, a pagarne letteralmente il prezzo, come prevedibile, furono i braccianti haitiani.
Molti di questi, dato il calo di lavoro – e di salario -, abbandonarono le piantagioni di canna per stabilirsi nei vicini centri urbani, cercando di che vivere nel lavoro informale, vendendo prodotti d’artigianato o frutta di stagione da loro stessi raccolta, e approfittando del crescente turismo. Molti altri, invece, rimasero neibateyes, perché, nonostante tutto, un po’ di lavoro c’era, o perché lì avevano messo su famiglia, o ancora perché non disponevano nemmeno del denaro sufficiente per pagarsi il viaggio per andarsene, o perché la speranza di trovare una vita migliore era già stata tradita una volta e non avevano più la forza per crederci di nuovo, o, molto spesso, per tutti questi motivi insieme. Così sono migliaia gli haitiani che ancora popolano i tantibateyes dispersi tra le immense piantagioni di zucchero, dove lavorano più di dieci ore al giorno, tagliando anche 3-4 tonnellate di canna per l’equivalente di pochi dollari, appena sufficienti per una ciotola di riso e una manciata di fagioli, quanto basta per tirare avanti un altro giorno.
Senza più sogni, le notti scorrono veloci dentro i barracones, vere e proprie baracche in legno, lamiera o cemento, composte da una serie di stanze singole, spesso prive di finestre, il cui unico arredamento consiste di quanti più letti a castello possono starci. Ma non di rado ci si accontenta anche di un semplice materasso in gommapiuma steso sul pavimento. Dormono fino a 7-8 braccianti in un ambiente che spesso non raggiunge i 10 metri quadrati, senza luce elettrica, acqua corrente e gabinetto, in condizioni igienico-sanitarie indescrivibili. Qui le giornate iniziano presto, ben prima del canto del gallo.
“Ci svegliamo alle 4 del mattino”, mi spiegano, “alle 5 passa il pullman della compagnia a prenderci e alle 6 stiamo già tagliando la canna”. Il lavoro si protrae anche per 12 ore, sotto il sole cocente così come sotto i frequenti temporali che abbondano con l’inizio della stagione delle piogge. Sono passati solo pochi giorni da quando un fulmine ha carbonizzato un lavoratore haitiano di 54 anni, colpito in pieno mentre stava tagliando canna con il suo machete. Tutti continuano a ripetermi che è un lavoro duro, sfiancante e pericoloso”.

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“Ci vedi partire belli dritti la mattina e quando si fanno le 9 o le 10 siamo già tutti tremolanti…perché partiamo digiuni, senza far colazione e senza dietro niente da mangiare…è il diavolo stesso che ci ha portati qui!”, si sfoga Pedro, che incalza: “tutto questo è una schifezza! Quando finirà la schiavitù in questo paese? Qui c’è la schiavitù ancora…con una parvenza democratica…ma quale maledetta democrazia soffrendo la fame della storia?…Democrazia con fame? Democrazia con miseria? Democrazia con tutti i problemi del mondo? Se non cambia niente qui succederà qualcosa…non lo voglio io, non lo vogliono loro, non lo vuole nessuno…ma qui stanno provocando…perché non si sopporta più! Bisogna pagare il lavoratore, perché per il milionario e per l’alto funzionario qui c’è denaro! È per noi che non c’è! Siamo noi che facciamo il lavoro duro nei campi, nella canna! Siamo noi! Non sono loro a sudare! Siamo noi che alle 4 del mattino siamo già in piedi…e che non possiamo vedere nemmeno il rendimento del nostro lavoro?! Che altri vengano a beneficiarsi del sudore della nostra fronte?! È una vergogna!”. “Stanno abusando di noi lavoratori”, aggiunge un ragazzo. E come dargli torto? Stremati dalla fatica, dal caldo e dalla fame, quando la sera i braccianti rientrano al batey, tutto quel che hanno guadagnato finisce direttamente al negozio degli alimentari, dove alcuni addirittura si indebitano.
Il sistema di retribuzione del consorzio Campollo-Vicini infatti è alquanto curioso. Ufficialmente i lavoratori vengono pagati per tonnellata di canna tagliata, ma il prezzo non è chiaro a nessuno. Alcuni dicono che per quella quantità ricevono 135 pesos (2,35 euro), eppure altri sostengono che ne ricevono 125, ed altri ancora solo 110. Infine, qualcuno assicura che sono 100 i pesos pagati per tonnellata. La verità, come confessano rassegnati tanti altri, è che non si sa: “Nessuno lo sa…nessuno…quando arriva il sabato…andiamo al Centro Paga e quello che ci danno prendiamo…”.
Centro Paga, Batey Nuevo, Quisqueya. A intervalli regolari di circa 20-30 minuti decine di braccianti haitiani vengono fatti scendere dagli autobus dell’impresa all’interno dell’area recintata in cui si trova la piccola costruzione in cemento adibita ai pagamenti, ben protetta da alcuni agenti di polizia e sicurezza privata. Grazie alle conoscenze del mio accompagnatore, un colonnello di guardia mi concede il permesso di entrare, così senza perdere altro tempo comincio a scattare qualche fotografia. Intanto, i lavoratori che si apprestano a ricevere il frutto delle ultime due settimane di lavoro, consegnano le loro tessere identificative a un addetto della compagnia che a sua volta si incarica di spartirle fra i 3 impiegati seduti dietro al vetro di protezione dei rispettivi sportelli.

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In men che non si dica ha inizio il tanto atteso appello. Uno ad uno i lavoratori vengono chiamati a ritirare la quincena, e altrettanto velocemente il malcontento si diffonde tra i braccianti. Occhi increduli fissano la ricevuta per minuti interi in cerca di qualche spiegazione che chiarisca l’equivoco, ma la realtà è ben scritta su quel piccolo foglio rosa. Tuttavia ci vuole poco per rendersi conto di come questa realtà sia molto diversa da quella ufficiale. Di tonnellate infatti nemmeno l’ombra. Ciò che viene riportato sulla ricevuta invece è il numero dei bocados, letteralmente ‘bocconi’.
Così, un giovane lavoratore mi spiega che quando tagliano la canna, questa va raggruppata in mucchi di medie dimensioni comunemente chiamati bocadosaffinché la gru della compagnia possa poi raccoglierla con maggiore facilità e dunque caricarla sui camion che la trasportano alla fabbrica. In teoria, tre bocados equivalgono ad una tonnellata. Questa almeno era l’equazione stabilita dai Campollo prima che iniziasse la stagione del raccolto. A distanza di poche settimane, tuttavia, l’impresa sembra averci ripensato. Adducendo come giustificazione la difficoltà di stabilire l’esatta dimensione del mucchio di canna, ora ci vogliono anche anche 6 o 7 bocados per fare una tonnellata. Per questo, anche se Edoardo dice di averne accatastati 50 di bocados, sulla ricevuta ne sono riportati solo 36. Eppure non sembra meravigliarsene più di tanto, così gli chiedo se è la prima volta che capita. “No! Sempre succede! Sempre…non mi danno mai quello che mi spetta…”. Accanto a lui altri due ragazzi contrariati sostengono di aver tagliato rispettivamente 110 e 146 bocados, ma la ricevuta che agitano con rabbia ne attesta appena 99 in un caso e 126 nell’altro. “Questa gente sono dei ladri”, urla qualcuno prima di confidarmi che “c’è un ragazzo, là, che sulla ricevuta c’è scritto 2000 e passa pesos, e quando ha aperto la busta ne ha trovati 1500…”. Anche questo sembra essere all’ordine del giorno. Alcuni infuriati continuano a ripetere che non hanno intenzione di accettare la busta, che intendono reclamare, ma qui al centro paga nessuno è autorizzato a dare spiegazioni. Per le contestazioni è necessario recarsi all’apposito ufficio di Quisqueya, il lunedì; cosa che non solo implica perdere un giorno di lavoro, ma anche sostenere le spese del viaggio, per poi sentirsi rispondere, nel migliore dei casi, che la ricevuta parla chiaro e restare dunque letteralmente a bocca asciutta.
“Se tu dici una cosa, loro dicono il contrario. È la tua parola contro la loro. Ma la loro vale di più. Allora è meglio stare muti, come i pesci, non dire niente. Ma non è che io sono stupido! Capisci? Non è che uno le cose non le vede. Gli occhi vedono, ma la bocca ben chiusa…ci sono tante cose che non vanno bene qui”
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È Benito a parlare. Che poi aggiunge: “non si può dire niente perché la canna è loro, le terre sono loro, noi lavoriamo per loro, e dobbiamo accettare quello che dicono loro…”. Mentre intervisto altri lavoratori avverto alcuni movimenti tra gli addetti ai pagamenti. Intuisco che la mia presenza comincia a risultare poco gradita, e in effetti trascorrono pochi minuti quando un agente di sicurezza mi afferra per un braccio e in tono sommesso mi assicura  - ma sembra più un’intimidazione – che “va bene così”, dunque, molto cortesemente, mi invita ad uscire.
Forse è vero. Forse va davvero bene così. Anzi, va proprio bene così. Certo, non per le migliaia di migranti haitiani che sopravvivono giorno dopo giorno in condizioni di neoschiavismo, soffrendo la fame, gli abusi sul lavoro e le violazioni dei più elementari diritti umani. Non per i loro figli, cresciuti alla scuola della miseria, vittime facili di malnutrizione e malattie, destinati a ricevere come unica eredità un conto in debito al negozio degli alimentari e un machete con cui illudersi di poterlo saldare. Non per le loro mogli, diventate madri quando ancora bambine, invecchiate in fretta mentre risvegliavano dal sogno di una vita migliore oltrefrontiera e ormai rassegnate ad un’esistenza infame.
Non per loro, certo, che sono gli ultimi tra gli ultimi. E nemmeno per il Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti, che proprio questo venerdì 27 settembre, ha pubblicato un dossier nel quale sostiene come la Repubblica Dominicana abbia violato gli accordi del Trattato di Libero Commercio CAFTA-DR sottoscritto nel 2007, poiché non rispetta il capitolo relativo alle direttive sul lavoro (salari minimi, ore di lavoro, sicurezza e salute; età minima per l’impiego di bambini; forme di lavoro forzato o obbligatorio). Ma in fondo che importa, se va così bene per gli affari della famiglia Campollo e della famiglia Vicini? Che importa, se va così bene per i vari governi che si sono succeduti alla guida del paese nell’ultimo secolo, dal momento che non hanno mai avuto la preoccupazione di pagare un solo centesimo né di assicurazione medica, nonostante i continui incidenti sul lavoro, né di pensione di vecchiaia? Che importa, se va così bene per il mercato internazionale, che acquista zucchero dominicano a buon prezzo senza curarsi dell’immenso costo umano che questo implica per i lavoratori?
Fonte

martedì 22 maggio 2012

HAITI: IL TRAFFICO DI BAMBINI AL CONFINE

Il confine tra Haiti e Repubblica Dominicana non divide soltanto le due metà della grande isola caraibica, ma anche due mondi: quello haitiano della povertà e dell'instabilità politica, e quello del ben più benestante paradiso turistico dominicano.

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Molti bambini di Haiti tentano ogni giorno di attraversare questa frontiera, spesso da soli, esponendosi a concreti rischi di sfruttamento economico e abusi.
Questo video documenta il lavoro che l'UNICEF svolge a fianco della Brigata di Polizia haitiana per la tutela dei minori, per prevenire e controllare questo traffico di esseri umani


Fonte

PRESIDENZIALI IN REPUBBLICA DOMINICANA

dove l’economia cresce con i traffici di droga 


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Presidenziali ieri nella Repubblica Dominicana, che occupa i due terzi dell'isola caraibica che divide con Haiti. Almeno 6,5 milioni di votanti sceglieranno tra l'ex ministro Danilo Medina, 60 anni, candidato del Partito della liberazione dominicana (Pld, liberale), al potere, e l'ex capo di Stato Hipolito Meja, 70 anni, in corsa per il Partito rivoluzionario dominicano (Prd, socialdemocratico), all'opposizione. L'economia della Repubblica Dominicana è cresciuta ad un ritmo del 7% negli ultimi otto anni ma il Paese è diventato il principale punto di transito della droga proveniente dal Sudamerica e diretta verso Usa e Ue. Durante la campagna elettorale, i partiti si sono accusati a vicenda di corruzione e non sono mancati anche episodi di violenza, con due morti tra i sostenitori. Fausta Speranza ha parlato della situazione con Maurizio Chierici, che da 30 anni segue le vicende dei Paesi dell’America Latina e dell’America centrale, editorialista oggi de Il Fatto Quotidiano:clip_image005clip_image006
R. – La sfida sociale è molto dura. La privatizzazione ha portato, sì, un certo benessere alla crescita, però sulle spalle di chi? Sulle spalle dei soliti e i soliti sono gli haitiani. C’è uno sfruttamento drammatico dei profughi haitiani. Sono un milione, lavorano per il tabacco e lavorano per il rhum. E la situazione che io ho visto è drammatica. Gli haitiani vivono in piccole capanne sperdute in … non sono nemmeno paesi sono agglomerati … e sono trattati come schiavi. Si tratta di ricostruire un rapporto umano tra le braccia e il potere.
D. – La Repubblica Dominicana a questo punto sta diventando uno snodo centrale del traffico di droga …
R. – Sì, anche perché Cuba è riuscita a deviarlo mettendosi d’accordo con la Dea americana (Drug Enforcement Administration); quindi, nel mezzo dei Caraibi, è mancato questo buco nero e tutto si è riversato nelle isole attorno. Certo, i traffici non portano benessere. La droga arricchisce i trafficanti, scivola poi in tante mani e in tante case, anche di potere. In una situazione in cui la polizia è estremamente corrotta, una polizia che “non vede”. Quindi, si tratta di ricostruire un rapporto dignitoso tra il potere e la gente, superando la corruzione. E’ chiaro che il turismo è una grande risorsa, ma non solo il turismo: Santo Domingo resta un paradiso fiscale e non esiste l’estradizione. E’ una specie di refugium peccatorum dell’intero mondo.Fonte


p.s. Ha vinto Danilo Medina del Partido de la Liberación Dominicana (PLD) liberale, gruppo politico attualmente al governo (l’attuale presidente del paese  Leonel Fernàndez è anche il  presidente del partito).



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mercoledì 4 gennaio 2012

SONIA PIERRE: LA SUA VITA, LA SUA LOTTA

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E’ morta un mese fa, il 4 dicembre scorso, all’età di 48 anni, per complicazioni cardiache, l’attivista dominicana di origini haitiane Sonia Pierre. Sebbene in un primo momento si fosse diffusa la notizia che la causa della morte era imputabile a un infarto fulminante, soltanto alcuni giorni dopo il decesso l’esito della autopsia alla quale era stata sottoposta, ha confermato che Sonia è deceduta per una trombosi scatenata da un coagulo alle valvole cardiache che portava dopo un intervento urgente effettuato negli Stati Uniti. Sembra che non avesse presso l’anticoagulante, la cui assunzione è fondamentale nelle patologie come quelle di cui soffriva Sonia, da oltre 48 ore. La militante ed attivista dominico-haitiana lascia quattro figli.
Originaria del batey (comunità rurale dove risiedono i tagliatori di canna da zucchero) “La lechería” nel municipio di La Altagracia, aveva trascorso tutta la vita nella difesa del diritto all’identità degli haitiani di seconda generazione nati in Repubblica Dominicana.
I suoi genitori erano giunti in Repubblica Dominicana dalla vicina Haiti, circa 50 anni fa, nell’ambito degli accordi stipulati tra il dittatore Trujillo e il governo haitiano per l’ingresso nel paese di manodopera da utilizzare nelle piantagioni di canna da zucchero. Il padre di Sonia muore lo stesso giorno nel quale lei viene al mondo, malato e vittima di una febbre altissima mentre si sta recando in ospedale e vedere la figlia appena nata. La madre resta sola al mondo con dieci figli e deve affrontare miseria e umiliazioni per poterli crescere. Sonia la aiuta fin da piccola come può anche con i lavori più umili ma già giovane adolescente inizia a sentire brucianti sulla sua pelle le ferite per le ingiustizie e le umiliazioni inferte da un sistema che se da un lato era profondamente razzista ed escludente, dall’altro si beneficiava altamente dell’ ingresso, anche illegale nel paese di braccia a basso costo e senza diritti proveniente dalla vicina Haiti per le esigenze del settore legato alla produzione e commercio dello zucchero.
A tredici anni Sonia viene arrestata per la sua partecipazione ad uno sciopero dove affronta con coraggio la guardia campestre al servizio dei latifondisti locali. Comincia in quel momento la lotta al fianco della sua gente, della quale per il suo coraggio (verrà chiamata mujer coraje, donna coraggio) conquista la fiducia e la stima. Attira tuttavia su di sé inevitabilmente anche minacce di morte e repressione, aggiunte ad una campagna mediatica volta a screditarla ed umiliarla, al servizio dei potenti proprietari terrieri che vedevano nelle sua battaglie una minaccia al loro status quo.
Il suo impegno la porta fuori dal paese, spesso negli Stati Uniti, dove ottiene riconoscimenti internazionali e attestati di merito per il suo impegno nella difesa dei diritti civili delle minoranze, tra i quali nel 2006 il Robert F. Kennedy Human Rights Award e più recentemente, l’anno scorso, il Premio al Coraggio della Donna, del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, consegnatole direttamente da Hillary Clinton insieme ad altre nove donne al mondo di riconosciuta traiettoria per il “coraggio e leadership eccezionali” nel movimento femminista internazionale.
Sonia Pierre è stata infatti anche la fondatrice del Movimento delle Donne dominico – haitiane (MUDHA) che ha la finalità di “promuovere l’integrazione e partecipazione delle donne dominicane di discendenza haitiana e di donne haitiane nei processi sociali che si sviluppano nelle rispettive comunità con al finalità di contrastare il sessismo, il razzismo, l’anti-haitianismo che permea ampi settori della società, oltre a difendere e salvaguardare i diritti civili, politici, economici, sociali, culturali e umani della popolazione dominicana di discendenza haitiana”.
Amatissima dalla comunità haitiana e di discendenza haitiana della Repubblica Dominicana, non godeva di altrettanta simpatia purtroppo nella maggiornanza della popolazione dominicana.

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Molti la consideravano “nemica del paese”, la accusavano di essere una portavoce di istanze straniere che tramano per il ricongiungimento di Haiti e della Repubblica Dominicana, accuse queste diffuse anche attraverso i media dai settori ultra nazionalisti, in un paese dove il razzismo verso gli haitiani è fortemente radicato e dove è stato sempre fomentato in tempi passati anche dai vari governi che si sono succeduti alla guida della Repubblica Dominicana . La campagna di discredito contro Sonia si era fatta più forte soprattutto dopo la condanna al paese dalla Corte Interamericana dei Diritti Umani avvenuta nel 2005 per non aver concesso la nazionalità a due bambine di discendenza haitiana. La Repubblica Dominicana fu condannata al pagamento di 8mila dollari ad ogni bambina ed altrettanti alle tre organizzazioni che portarono avanti la denuncia, il MUDHA di Sonia Pierre, il Centro per la Giustizia e il Diritto Internazionale (CEJAIL) e la International Human Right Law Clinic della Scuola di Diritto dell’ Università di Berkley.
Il governo dominicano ha sempre respinto con veemenza tale condanna qualificando le pretese come “infamanti” e negando ogni accusa sulla base delle leggi nazionali. Fino al 2010 vigeva nel paese lo ius soli senza restrizioni al diritto di nazionalità degli haitiani nati in territorio dominicano. Tuttavia già nel 2005 una sentenza della Suprema Corte di Giustizia dette il via a limitazioni dello ius soli che furono definite formalmente nella nuova Costituzione del 2010 con l’introduzione del paragrafo in cui si specifica che “sono dominicane tutte le persone nate in territorio della Repubblica Dominicana con eccezione dei figli degli stranieri residenti in rappresentazioni diplomatiche o di quelli in transito o residenti illegalmente nel paese”. Secondo dati in eccesso sarebbero circa 500mila i migranti haitiani di prima e seconda generazione che vivono in Repubblica Dominicana, su una popolazione complessiva di circa 10 milioni di abitanti.
La popolazione migrante proveniente da Haiti è al momento fortemente diversificata, ci sono migranti recenti ma anche come abbiamo visto una considerevole quota di haitiani di seconda e terza generazione che non hanno alcun legame con Haiti (se non affettivo, culturale e come forma di rispetto per i loro genitori) dove spesso non sono nemmeno mai stati, che sono generalmente ben integrati con il resto della popolazione domenicana (per lo meno con quella della stessa classe sociale), ci sono inoltre i discendenti di unioni miste tra haitiani e dominicani nati nel paese.
Tuttavia la “distinzione tra haitiano e dominico-haitiano viene rifiutata o per lo meno evitata da forti opinioni che prevalgono nella burocrazia statale e in certi settori della popolazione . Questi settori pretendono negare la nazionalità dominicana ai figli degli haitiani e considerano i nati e i non nati nel paese nello stesso modo”.1


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i funerali di Sonia Pierre

L’origine di questo atteggiamento risale ai pregiudizi scatenati dalla campagna di “dominicanizzazione” portata avanti da Trujillo durante la sua dittatura (e culminata con il tragico massacro degli haitiani avvenuto sulle rive del fiume Dajabón da allora ribattezzato Masacre, che in spagnolo vuol dire “massacro”, nel 1937), ma anche dalla successiva politica di Joaquín Balaguer, uomo profondamente legato a Trujillo, razzista e conservatore, figura chiave nella politica dominicana che governò il paese per 24 anni divisi in tre mandati presidenziali (l’ultimo conclusosi nel 1996).
Più recentemente, nel 2007 una risoluzione della Giunta Centrale Elettorale ha negato la consegna degli atti di nascita a cittadini discendenti da stranieri che non possano provare la residenza o lo status legale dei loro genitori.Evidentemente la risoluzione aveva come obiettivo gli haitiani di seconda generazione nati in Repubblica Dominicana e almeno formalmente fu emessa con l’intenzione di depurare le liste da errori e falsificazioni commesse nel passato. Di fatto però nega il rilascio di documenti di identità a un numero considerevole di persone di discendenza haitiana (secondo il MUDHA almeno 200mila) già adulte che ad Haiti non sono mai state, che non sanno parlare il creolo, che si sentono a tutti gli effetti dominicani e che a un certo punto si pretende di rispedire in quello che sicuramente non è il loro paese, dopo che la migrazione legale e illegale dei loro genitori, zii o nonni è stata favorita e incentivata (vedi per esempio gli accordi tra i governi dominicano e haitiano degli anni ) per necessità di avere manodopera a basso costo e zero diritti per la raccolta della canna da zucchero.
Applicando tale politica volta a contrastare l’immigrazione ma anche a liberarsi di un certo numero di dominico-haitiani la Repubblica Dominicana ha in diverse occasioni effettuato delle vere e proprie deportazioni massive e arbitrarie vietate tra l’altro da ogni trattato internazionale e dai trattati con la stessa Haiti. Il quotidiano El Caribe riporta quanto avvenuto nel corso di uno degli operativi militari dell’ Ufficio di Migrazione il 1 novembre del 2003: “Nell’ autobus della Migrazione stazionato nel chilometro nove dell’autopista Duarte era in corso un dramma, le grida scuotevano i finestrini del veicolo coperti di inferriate. Molte donne, alcune con bambini in braccio anche appena nati, piangevano sconsolatamente non potendo tornare quella sera nelle loro case dove avevano lasciato i figli e i mariti. I militari della Migrazione erano arrivati al chilometro nove dopo le sei del pomeriggio, come ormai di consuetudine tutti i venerdì. A tutti gli haitiani che passavano e anche a persone semplicemente di pelle scura, chiedevano i loro documenti e quelli che non li avevano in ordine erano portati fino all’autobus. I veicoli del trasporto pubblico che si fermavano al chilometro nove erano perquisiti dai militari in cerca di illegali. Il console generale di Haiti nel paese criticò gli operativi affermando che “in molti casi sono eccessivi e disumani non permettendo che gli haitiani detenuti possano comunicare con i loro familiari e raccogliere le loro cose. In molti casi i familiari li danno per dispersi perché non sanno cosa gli e successo”.2
Con la crisi del settore dello zucchero negli anni ’80, ma anche con la caduta ad Haiti del regime di Duvalier figlio, Baby Doc, nel 1986 la politica migratoria tra i due paesi cambia radicalmente, la popolazione di discendenza haitiana è diventata “scomoda” e si cerca in qualche modo di rimediare a una situazione complicata, trattata sempre con superficialità ed evidente ambiguità dai governi dei due lati della frontiera, anche se gli immigranti haitiani di prima e seconda generazione vengono comunque impiegati come manodopera (sempre a basso costo e senza diritti) in altri settori quali quello edilizio e del turismo.
Le misure che si sono volute adottare e che ancora oggi si perseguono per ovviare a tale situazione tuttavia violano i diritti umani, civili e politici di una comunità consistente di persone. Oltre alle deportazioni indiscriminate in un paese che non hanno mai conosciuto se non nei racconti dei loro nonni o genitori, che raggiunsero il culmine nel 1991 sotto Balaguer (si stima che furono espulse 35 mila persone in quell’anno3) ma che abbiamo visto continuarono anche negli anni successivi, si è anche provveduto a cancellare dai registri civili documenti come gli atti di nascita e le carte di identità a persone che ne erano in possesso da decenni, con la motivazione che erano stati rilasciati sulla base di documentazioni false. Varie associazioni per la difesa dei diritti civili degli immigranti haitiani denunciano che tali cancellazioni sono state fatte sulla base di supposizioni o illazioni senza nessun fondamento, a volte soltanto sulla base del colore della pelle o di un cognome haitiano. In ogni caso si è negato a persone adulte in possesso dei propri documenti fin dalla nascita, per esempio la possibilità di trovare un lavoro o di iscriversi all’università, di chiedere un prestito, di avere un conto corrente bancario, diventando improvvisamente apolidi, cioè privi di nazionalità, in evidente violazione della Dichiarazione Internazionale dei Diritti dell’Uomo che proprio nel suo articolo n. 15 stabilisce che “ogni persona ha diritto a una nazionalità” e che “nessuno verrà privato arbitrariamente della sua nazionalità o del diritto a cambiare nazionalità”.
Per questa ragione in Repubblica Dominicana l’ Agenzia dell’ONU per i Rifugiati (UNHCR), che ha riaperto la sua sede dopo il recente terremoto che ha colpito la vicina Haiti nel 2010, sta seguendo da vicino oltre agli haitiani che cercano rifugio in Repubblica Dominicana dalla fame e miseria del loro paese, anche la situazione delle persone di discendenza haitiana che vivono qui da decenni.
Antonio Guterres, l’ Alto Commissario per le Nazioni Unite per i Rifugiati, in una sua recente visita ha visitato molte comunità di discendenti haitiani nati e vissuti in Repubblica Dominicana che dal 2007 si stanno vedendo negare i loro documenti da funzionari del registro civile.
L’UNHCR considera che “centinaia di migliaia di persone nate fuori da Haiti da genitori haitiani migranti potrebbero potenzialmente diventare apolidi o correre il rischio di diventarlo”4.
L’UNHCR ha recentemente dato il via ad una campagna mondiale per combattere l’apolidia,5 considerando che “questa condizione rende (gli apolidi) tra le persone più escluse al mondo. Oltre alla sofferenza che viene inferta loro, l’effetto di emarginare gruppi interi di persone attraverso le generazioni, crea grosse tensioni nelle società in cui vivono e a volte può essere fonte di conflitto.”

1) Inmigrantes haitianos y dominicanos de ascendencia haitiana en la República Dominicana – a cura di SJR e CID pag. 34
2) Inmigrantes haitianos y dominicanos de ascendencia haitiana en la República Dominicana – a cura di SJR e CID pag 10
3) La Commissione Interamericana dei Diritti Umani in un rapporto del settembre 1991 conclude che il decreto per le espuldioni disposto da Balaguer “aveva imposto una esplusione collettiva” e “scatenato una persecuzione indiscriminata contro gli haitiani e i loro discendeti, nati o no in Repubblica Dominicana con l’intenzione di espellerli”. Fonte “Inmigrantes haitianos y dominicanos de ascendencia haitiana en la República Dominicana” – a cura di SJR e CID pag. 79
4) http://www.acnur.org/t3/noticias/noticia/el-alto-comisionado-visita-las-operaciones-del-acnur-en-la-republica-dominicana/
5) http://www.unhcr.it/news/print/1039/28/l-unhcr-lancia-la-campagna-per-combattere-l-apolidia.html
Annalisa Melandri

venerdì 9 settembre 2011

REPUBBLICA DOMINICANA, CHI INDAGA SULLA DROGA MUORE

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Indagava sui traffici di droga e aveva fatto i nomi di uomini d’affari e persino pubblici funzionari che avrebbero dovuto contrastare lo spaccio di stupefacenti.
Ha fatto una fine terribile, José Silvestre, giornalista dell’emittente televisiva Caña Tv della Repubblica Dominicana.
Lo hanno ritrovato morto con due proiettili in pancia, il 2 agosto, nella città di La Romana, nell’est del paese. Ore prima, nel corso della stessa giornata, quattro persone avevano assistito al suo pestaggio. Tramortito, era stato caricato su un furgone, diretto verso il luogo dell’esecuzione.
Rispetto a ciò che accade nella vicina Haiti (con cui divide l’isola di Hispaniola), la Repubblica Dominicana sembra un paese sereno. Per gli haitiani è l’Eldorado, per i giornalisti è l’inferno.
A José Silvestre il messaggio era già arrivato, forte e chiaro.  A maggio, per aver accusato il procuratore José Polanco Ramírez di essere legato a una rete di narcotrafficanti, era stato denunciato per diffamazione e ignoti avevano esploso colpi di arma da fuoco contro la sua abitazione.
A far pensare a un sistema molto complesso di connivenze e complicità è il fatto che, sempre a maggio, il Sindacato nazionale dei lavoratori della stampa aveva chiesto alla polizia di istituire un programma di protezione per garantire l’incolumità di José Silvestre.  Per risposta, il silenzio. Interpretato da mandanti e assassini come un via libera. Infatti, una settimana prima dell’agguato di La Romana, avevano già tentato di assassinarlo.
L’inchiesta sull’uccisione di Silvestre è stata affidata al capo della polizia, José Polanco Gómez, Chissà se interrogherà se stesso chiedendosi perché non ha voluto proteggere il giornalista.
Così, al Sindacato nazionale dei lavoratori della stampa non resta che aggiornare le cifre. Nei primi sette mesi e due giorni del 2011, 30 giornalisti della Repubblica Dominicana vittime di aggressioni e intimidazioni, uno assassinato. Il motivo, sempre lo stesso: aver portato alla luce le collusioni tra affari, politica e narcotraffico.Riccardo Noury

giovedì 9 settembre 2010

STAGIONALI SENZA ALCUN DIRITTO

REPORTAGE. Attraversano il confine da Haiti per tagliare le canne da zucchero. Sono sans papier, ma non possono essere considerati migranti. Vivono in villaggi emarginati, dai cui è difficile uscire.
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Repubblica Dominicana, confine con Haiti. Grandi piantagioni di canna da zucchero, immense distese di ciuffi verdi che provengono da un passato di grande prosperità basata sul lavoro di schiavi deportati dall’Africa. 
Il sistema di produzione non è cambiato molto: la vecchia ferrovia ancora viene utilizzata, e le macchine non hanno sostituito il lavoro della manodopera. Moltissimi i lavoratori necessari nel periodo di raccolta, ancor oggi arrivano stagionali haitiani ad aggiungersi alla popolazione locale che qui lavora e vive da generazioni nei batey, le comunità dove abitano soprattutto persone che dal punto di vista giuridico non esistono. Non per lo Stato dove sono nate e vivono, la Repubblica Dominicana. Non per quello dal quale i genitori o i nonni provengono,Haiti.

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Nati da genitori illegalmente residenti in uno Stato straniero, o nella maggior parte dei casi da genitori senza documenti perché a loro volta venuti al mondo nella Repubblica Dominicana da genitori haitiani, sono sans papier, ma non possono essere considerati migranti: sono nati e vivono in villaggi emarginati, dai quali si possono muovere solo con molte difficoltà.
Senza la registrazione all’anagrafe non hanno diritti: i bambini possono frequentare la scuola elementare, ma non possono avere un attestato perciò non è possibile continuare gli studi. Non avendo alcun documento è impossibile richiedere l’applicazione della legge che prevede un salario minimo per i lavoratori, perciò i tagliatori di canna vengono pagati circa la metà del minimo prestabilito, e non si possono lamentare. In qualsiasi tipo di controversia sono costretti al silenzio, altrimenti vengono cacciati dal Paese e inviati al di là della frontiera, ad Haiti, in uno Stato che spesso non conoscono minimamente e dove si trovano ad affrontare nuove discriminazioni.

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Nel 2009, i Gruppi di appoggio ai rimpatriati e rifugiati (Garr) hanno registrato 15mila ingressi di questo tipo. «Ci sono stati numerosi casi di trattamenti disumani di persone di origine haitiana nella Repubblica Domenicana, sino ad arrivare alla decapitazione pubblica», testimonia Colette Lespinasse, coordinatrice dei Garr. «Una persona è stata bruciata viva, mentre ad altre sono state tagliate le orecchie».
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Una volta giunti ad Haiti, il percorso per il riconoscimento della cittadinanza è molto complicato e lungo, e non sempre si riesce ad ottenerla. Nemmeno nella Repubblica Domenicana è facile ottenere il riconoscimento del proprio diritto ad esistere per gli abitanti dei batey. Il 17 agosto è scaduto il termine per la declaracion tardiva dei cittadini domenicani che non sono ancora stati riconosciuti.
La ley de amnistia riconosce la possibilità di ottenere la cittadinanza sia ai minori, sia (con modalità più complicate) ai maggiorenni nati nel territorio domenicano, in modo tale da regolarizzare la situazione di molti abitanti (non solo di origine haitiana) che non sono in possesso di documento di identità. Ma ancora sono pochi gli aventi diritto che hanno usufruito: non c’è stata alcuna campagna informativa e le persone non sapevano di questa possibilità. Inoltre ci sono località dove la legge viene applicata in maniera particolarmente restrittiva, complicando ulteriormente la situazione.
 
Il colore della pelle, più scuro rispetto a quella della maggioranza dei domenicani, è il primo fattore di discriminazione; a questo si aggiunge il fatto di non saper parlare uno spagnolo corretto. Nei batey, infatti, nonostante anche gli anziani capiscano perfettamente la lingua ufficiale della Repubblica Dominicana, solitamente si parla in creolo, la lingua haitiana che utilizza fonemi diversi da quelli locali. Il disprezzo popolare nei confronti degli abitanti dei batey è intriso di pregiudizi, che si riflettono nelle decisioni dei giudici amministrativi che in alcuni casi, anziché applicare la legge semplicemente, rinviano le questioni di riconoscimento della cittadinanza a gradi successivi di giudizio, anche quando non sarebbe assolutamente necessario. 
La questione non è semplice perché ormai la legge di amnistia è scaduta e ora si tenterà di applicare la nuova Costituzione, che prevede che non possano essere dichiarati cittadini domenicani i figli di stranieri illegalmente presenti nel Paese. Viene dunque negato un diritto che era stato riconosciuto nel 2007 ma che non ha avuto una reale applicazione, se non in pochissimi casi. La Repubblica Domenicana ha spesso tentennato di fronte a questa situazione, tanto da spingere  l’opinione pubblica internazionale a mobilitarsi per chiedere l’approvazione della legge di amnistia. Adesso però anche questo piccolo passo avanti rischia di essere cancellato dalla nuova Costituzionale.
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STORIE DI ORDINARIA EMARGINAZIONE

Il batey 4 si trova nel territorio di Tamayo, cittadina situata al centro dell’isola Hispanola, vicino alla frontiera tra Haiti e Repubblica Dominicana. L’ospedale più vicino si trova a Neyba. Per effettuare la declaracion tardiva che permette di avere la cittadinanza domenicana, chi è nato all’ospedale può rivolgersi agli Uffici di Neyba, dove tutti sanno che il giudice riconosce immediatamente la dichiarazione, sulla base dei documenti forniti e di un’intervista. Chi è nato in casa è meno fortunato perché deve rivolgersi all’amministrazione di Tamayo, dove i documenti vengono sistematicamente rinviati a giudizio all’Ufficio centrale di Santo Domingo.

 

A conferma di ciò anche il 28 luglio la richiesta di alcune donne e bambini, nati e cresciuti in Repubblica Domenicana, è stata rinviata, nonostante i documenti prodotti dalla scuola locale che attestano che i bambini vanno a lezione, nonostante le testimonianze dei parenti cittadini domenicani, nonostante parlassero correntemente spagnolo. «Tutti sanno che il giudice Ottano guarda solo il colore della pelle e non crede mai a quel che diciamo. Se lo incontriamo da soli, senza l’avvocato, neanche ci riceve, fa lasciare i documenti, ma poi non se ne sa più niente» sottolineano alcune donne del batey. Per questo alcuni volontari internazionali hanno iniziato a lavorare accompagnando nel processo di dichiarazione gli aventi diritto. Ma ora è tardi. Il 17 agosto è scaduta la legge di amnistia.  Cosa sarà di tutti questi “senza diritti” che non esistono per l’anagrafe di nessuno Stato? Rimarranno schiavi delle piantagioni da cui non possono andarsene, obbligati a lavorare per un salario insufficiente e senza alcun diritto. - Alessia Maso
Fonte

giovedì 21 gennaio 2010

HAITI E SANTO DOMINGO: NUOVE TRAGEDIE, VECCHI RANCORI, IL CUORE ED IL PORTAFOGLI

È trascorsa una settimana dall’immane disastro che ha colpito Haiti. Il numero delle vittime, probabilmente oltre centomila, è talmente alto da non sembrare neanche reale… eppure lo è. Mentre si contano i morti e si cercano i sopravvissuti, qualcuno non ha potuto fare a meno di notare un grande assente: Santo Domingo.

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Santo Domingo, l'altra metà dell'ex isola di Hispaniola, una specie di territorio di oltremare degli Stati Uniti, non si è praticamente mossa in aiuto di Haiti

Non credo di essere stato l'unico a chiedermelo.

Via via che le dimensioni epocali del disastro di Haiti si chiarivano (secondo me di gran lunga sottostimate, perché siamo solo agli inizi della tragedia, dato il collasso delle già inesistenti strutture politiche e sociali del paese), nel mobilitarsi del soccorso internazionale vi era un grande assente. Santo Domingo, l'altra metà dell'ex isola di Hispaniola, una specie di territorio di oltremare degli Stati Uniti, non si è praticamente mossa. Anzi: ha praticamente chiuso le frontiere, impedendo ai profughi che vi si ammassavano in cerca di un aiuto qualunque, di entrare. Ha fornito aiuti ridicoli: una cinquantina di camion di viveri, una decina di cucine da campo, una cinquantina di medici e paramedici e, sopratutto, ha vergognosamente provveduto a curare nei propri ospedali solo i membri dell'elite di "governo" (virgolette d'obbligo) dello sventurato vicino.

Per loro una sala operatoria linda ed efficiente, lenzuola pulite e la cortese e premurosa attenzione del personale.

A #Haitian doctor, UK surgeon, and German nurse treat a patient with two broken legs. © Julie Remy

Doctors Without Borders surgeon in #Haiti treats a man with a boken foot in a makeshift surgery room outside of the hospital. © Julie Remy

Per il resto degli Haitiani la morte di stenti, o di infezione o di malattia o violenta, nel tentativo di procurarsi cibo, acqua, vestiario, medicine, in mancanza di aiuti sufficienti.

A child treated at the #Haiti Doctors Without Borders run Carrefour hospital recovers in a quiet area after she is stabilized. © Julie Remy

Se credete che stia esagerando, su come la vedono nell'altra metà dell'isola, leggete il tenore dei commenti all'articolo citato. Si oscilla tra "quella gente fa schifo" a "se sapremo giocare bene la carta degli aiuti internazionali ci troveremo in una situazione da cui abbiamo solo da guadagnarci". Da conati, per davvero.

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Il peggio deve ancora venire, dicevo, perché la situazione, che già è normalmente esplosiva, sta rapidamente degenerando mentre squadracce di disperati razziano il razziabile per poi rivenderlo a quelli più disperati di loro, mentre i soldati dell'Onu non riescono, con ogni probabilità, a vedere la differenza tra gli uni e gli altri, mentre anche le equipe mediche di soccorso cominciano a correre, seriamente, rischi crescenti.

In this photo released by the United Nations, homes affected by an earthquake lay in ruins in Port-au-Prince, Haiti, Wednesday, Jan. 13, 2010. A 7.0-magnitude earthquake struck Haiti Tuesday.


L'impressione è che la situazione stia andando fuori controllo, mentre si fanno barricate di cadaveri per protestare contro l'assenza di aiuti, mentre si trasportano in discarica con le ruspe i corpi, bruciandoli con l’immondizia, in mancanza della preziosissima benzina, mentre nessuno o quasi si avventura fuori dall'aeroporto, come risulta, con penosa evidenza, dagli inviati dei Tg nazionali che mandano in onda i servizi in mezzo agli aerei che rullano.

C'e' una seria possibilità, a mio avviso, che la macchina dei soccorsi non possa mettersi in moto ed anzi venga bloccata, a causa della situazione, per le strade. Non sarebbe certo la prima volta che abbandoniamo un paese al suo destino per gli scarsi interessi strategici in gioco e l'oggettivo rischio per chi viene da fuori.

Citerò, in ordine sparso, Il Congo, il Sudan, La Somalia e l'Eritrea, la stessa Haiti... vabbé avete capito. Se i rischi sono tanti e il business non c'e', gli aiuti internazionali fanno prestissimo a sbaraccare, lasciando solo qualche coraggioso medico di Emergency, di Medici Senza Frontiere, di qualche onlus, locale o no.

In tutto questo orrore, senza precedenti (del resto una città di tre milioni di persone rasa al suolo in un attimo, nella storia dell'uomo non era mai accaduto, San francisco nel 1909 era grande meno di un decimo) la Repubblica di Santo Domingo, uno stato relativamente ricco e benestante, in rapporto all'area geografica, dovrà essere ricordata per l'aiuto che vergognosamente, non ha dato.

Il fatto che si osi ricordare vecchie ruggini di quasi due secoli fa , a giustificare una mole di aiuti chiaramente ridicola o le tensioni dovute ai lavoratori al nero che in gran numero varcano le frontiere tra i due paesi creando tensioni che noi conosciamo bene, è una aggravante, non una giustificante.

Ma non è finita. Mentre si chiudono le frontiere, condannando probabilmente a morte migliaia di persone, si indicono due giorni di lutto nazionale, mentre, dieci anni fa, per la morte di un ex Presidente della "Repubblica" caraibica, Juan Bosh, a 92 anni, i giorni di lutto erano stati tre.

Un vecchio, probabilmente coraggioso, vano, oppositore della imperante corruzione, ma solo un uomo. Contro una tragedia di immani dimensioni.

Parliamoci chiaro. Questi qui non hanno certo chissà quali feroci odi etnici che covano. Questi hanno paura. Paura di una malattia contagiosa, terribile, spietata. Che si chiama povertà. Hanno paura che il contagio si allarghi alla loro fettina di isola, hanno paura che la loro metropolitana nuova di zecca si riempia di diseredati, di peones, di "extradomenicani". Hanno paura che gli si infetti il portafoglio, che gli vada in cancrena il business.

Macché paura. E' proprio panico, puro semplice panico, che riempie i loro cuori e li acceca. Sanno che la loro salvezza,la loro tranquillità, il loro benessere, in ultima analisi il loro futuro, può stare solo nel cercare di dare una mano reale, costruttiva, ma non vogliono. Costa e non paga in termini elettorali. E poi, manco a dirlo, hanno bisogno, assoluto bisogno di un bell'orticello di diseredati a cui attingere, alla bisogna, per far fare i lavori che nessuno vuol più fare.

Se sentite suonare una campana, in queste parole, su quella distesa di rovine e di cadaveri, non stupitevi. Sta suonando, dovreste saperlo, per noi.

Santo Domingo, come un ritratto di Dorian Gray, ci mostra in modo che non possiamo non vedere, la nostra, egoistica, vergognosa, faccia. una faccia che cerchiamo vanamente di dimenticare e far dimenticare in un soprassalto di tardiva solidarietà umana.

Noi siamo diversi, eeeh, direte.

No, purtroppo, non abbastanza. Rosarno è troppo vicina nel tempo per essercene dimenticati ma basta uscire di casa e girare due isolati, dovunque voi viviate, in Italia.

Articolo tratto da Crisis

venerdì 15 gennaio 2010

ANNO ZERO AD HAITI

SE DIO C’È… NON È QUI

image “RT @cristian2222: imagen muuuuy fuerte de el terremoto de haiti; insisto muy impactante dificil de ver” - @unicornio8

image “RT @whatspoppinNET: - Bodies line roads as Haiti waits for help (so sad)” - @megsnuffy

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“#nowplaying - Devastation in #Haiti is inconceivable. I'm praying for the country.” - @kevross

RISCHIO EPIDEMIE - Non sono le migliaia di cadaveri in strada a determinare il rischio di epidemie ad Haiti, bensì la distruzione della rete idrica e fognaria dovuta al cataclisma, con la conseguente contaminazione fecale di acqua ed alimenti. A sottolinearlo, dopo il devastante terremoto che ha colpito l'isola caraibica, è il direttore del Centro di Travel Medicine and Global Health, Walter Pasini. «Le più probabili epidemie che potrebbero verificarsi - spiega l'esperto - sono quelle dovute a colera, febbre tifoide, epatite virale A, infezione da Escherichia Coli Enterotossica (ETEC) e sighellosi». La prevenzione di tali epidemie, rileva Pasini, si realizza solamente rifornendo la popolazione di acqua potabile attraverso idonee cisterne fornite dal soccorso internazionale. È inoltre «della massima importanza - avverte - evitare la concentrazione di popolazione nelle tende e nelle altre strutture abitative fornite dal soccorso internazionale per limitare il più possibile il contagio oro-fecale». E particolare attenzione da parte dei soccorritori, conclude Pasini, «dovrà essere dedicata ai bambini, che sono i soggetti assolutamente più a rischio di complicazioni mortali connesse alle malattie epidemiche gastroenteriche».

REGNA IL PANICO - «Sinora tutto bene, sono passati solo tantissimi feriti con ogni mezzo, ma è tutto tranquillo... almeno per ora». Al varco di frontiera più importante tra Repubblica Dominicana e Haiti, a un'ora di strada dall'inferno di Port au Prince, l'ufficiale dell'esercito dominicano si sforza di dimostrarsi tranquillo. Ma sotto l'apparenza, cresce il timore che una grande massa di disperati haitiani possa forzare la mano pur di passare il confine. Ieri le autorità dominicane avevano lanciato l'allarme alle proprie forze armate, poi rientrato, circa i rischi di un'ondata di profughi alle frontiere, forse armati. Tuttavia permangono segnali di tensione: a una quarantina di chilometri dal confine con Haiti, un paio di guardie private armate di fucile difendono un piccolo ristorante: «Da quando c'è stata la tragedia a Port-au-Prince - racconta uno di loro preoccupato - ogni sera dobbiamo difenderci da sbandati che cercano di rubare». Avvicinandosi a Jimani, aumenta il traffico dei convogli degli aiuti verso la capitale. Camion, mezzi pesanti, scavatrici stanno arrivando in città per cercare di salvare chi è ancora sotto le macerie. Poi bisogna pensare ai sopravissuti. Con la prima distribuzione di cibo e acqua si cerca di calmare una situazione che ora dopo ora a Port-au-Prince si fa sempre più insostenibile. Si susseguono le notizie di saccheggi e sparatorie notturne. Sulla strada incrociamo la scorta del presidente dominicano, Leonel Fernandez. Poche ore prima si era incontrato con il suo collega haitiano Renee Preval per cercare di aiutarlo a coordinare i primi aiuti internazionali.

Un’isola, due realtàimage

La Repubblica Dominicana, lo ricordiamo, è il paese che divide l'isola Hispaniola con Haiti: ma la Repubblica Dominicana è un paese in via di sviluppo, caratterizzato dal turismo straniero e anche dagli investimenti internazionali. Haiti invece è povertà assoluta.

Il Pil di Haiti, paese più povero delle Americhe, è di sette volte inferiore a quello della Repubblica Dominicana.

Santo Domingo decide quindi di prendere delle precauzioni. La Dirección General de Migración ha trasmesso ai valichi di frontiera la raccomandazione di alzare il livello di guardia e vigilare che l’ingresso nel paese fosse consentito ai cittadini con regolare passaporto

Diverse migliaia di haitiani, riportano i media locali, hanno da ore occupato la frontiera alla ricerca di viveri e beni di prima necessità. Altri, hanno chiesto di poter utilizzare postazioni telefoniche per cercare di entrare in contatto con i familiari residenti a Port-au-Prince, capitale di Haiti ed epicentro del sisma.

Non manca comunque la solidarietà da parte della RD. Santo Domingo sta accogliendo decine di feriti, mutilati o con fratture di varia entità, trasferiti da Port-au-Prince a Jimani nella Repubblica Dominicana, dove si trova un piccolo ospedale. Bambini, uomini e donne sono stati trasportati in pullman nella città dominicana e ricoverati all’ospedale generale Melenciano, situato alla frontiera.

Il presidente Leonel Fernandez ha ordinato ai centri ospedalieri dominicani di mettersi a completa disposizione dei superstiti del terremoto.

Ermanno Filosa - Italia chiama Italia

mercoledì 30 dicembre 2009

QUANTO COSTA LO ZUCCHERO?

Non mi interessa affrontare il problema in termini monetari, ma in termini di sfruttamento e razzismo.

Nella Repubblica Dominicana la capanna dello Zio Tom non è mai scomparsa. Nei pressi delle spiagge per turisti di lusso, nascosti dietro una cortina impenetrabile di canne da zucchero, baraccamenti di legno, malsani, senza acqua né elettricità, danno ricovero a intere famiglie venute da Haiti.

THE PRICE OF SUGAR di Bill Haney

Haitian exploitation in the Dominican Republic

Struggling with racism in the Dominican Republic

Race and Racism in Latin America: The Caribbean

Il fenomeno della migrazione da Haiti alla Repubblica Dominicana ha avuto inizio intorno alla fine del XIX secolo, con lo sviluppo della coltivazione della canna da zucchero. Solamente nel 1952 però, sono stati stipulati i primi accordi bilaterali fra i due stati per garantire il flusso dei lavoratori stagionali. Le prime grandi migrazioni sono cominciate nel 1920 ed erano destinate principalmente alle coltivazioni di zucchero.
Il primo censimento del 1920 indicava che gli haitiani erano circa il 59% dei lavoratori stranieri e circa il 3% della popolazione totale. Da questa data il numero dei lavoratori haitiani è stato in costante aumento.
Nel 1937, le presenze di haitiani avevano raggiunto i 200.000 e, in quegli anni, si è avuta la prima grande deportazione di massa degli haitiani guidato dall’esercito dominicano che provocò numerosissime morti.

Plantation Vicini, Batey Contador, 2004


I grandi proprietari terrieri e le industrie di raffinerie di zucchero avevano però bisogno di mano d’opera a basso costo e nel 1941 il governo dominicano firmò un trattato commerciale con il governo di Haiti per facilitare e regolamentare il flusso dei lavoratori haitiani. Non esistono cifre sicure sul numero di haitiani e dominico-haitiani che vivono attualmente nella Repubblica Domenicana: gli unici dati di cui si dispone sono quelli della Commissione Interamericana che, citando fonti delle autorità di immigrazione domenicane, indica tra i 500.000 e i 700.000 le persone di origine haitiana. Si tratta però di dati risalenti al 1999 e, secondo le stesse autorità militari dominicani, molto approssimative.
Alcune fonti parlano di quasi 1.300.000 haitiani di cui circa il 50% lavora nel settore agricolo. Molto alta la presenza di haitiani anche nelle zone turistiche, dove la maggior parte dei manufatti viene prodotta e venduta da haitiani.
Gli immigrati haitiani non hanno nessuna protezione legale: nessun articolo del codice del lavoro, o nessuna altra disposizione di legge prevede alcun tipo di tutela nei loro confronti.

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L’immigrazione clandestina è di tre tipi:
• haitiani che attraversano la frontiera illegalmente,
• haitiani che, entrati con regolare permesso di lavoro, non hanno potuto rinnovarlo alla scadenza
• bambini nati sul territorio della Repubblica Dominicana da genitori irregolari.
Si stima che attualmente il 90% degli haitiani che vive sul territorio della Repubblica Dominicana sia illegale.
Il pregiudizio razziale è profondamente radicato nella Repubblica Domenicana.
Con l’indipendenza, i nazionalisti hanno cominciato a stabilire una identità domenicana, che si identifica principalmente nella percezione dell’immigrazione haitiana come minaccia. I domenicani nazionalisti si sono auto-definiti “spagnoli” e hanno qualificato gli haitiani “negri”, una distinzione basata su un pregiudizio che ignora la diversità razziale del proprio paese e tenta di enfatizzare la loro distanza razziale e culturale con Haiti.
Gli immigrati haitiani sono da sempre impiegati nelle piantagioni di canna da zucchero. Negli anni le condizioni di vita dei braccianti hanno dato origine a numerose denuncie. La stessa comunità internazionale ha più volte manifestato viva preoccupazione per le condizioni di vita degli immigrati, denunciando la presenza della polizia nel reclutamento dei braccianti e l’applicazione di pratiche abusive e del lavoro forzato da parte del CEA. (Consejo Estatal de Azúcar creata dal governo della repubblica Dominicana con lo scopo di gestire la contrattazione di mano d’opera haitiana).
Il trattamento a cui sono sottoposti i braccianti è spesso brutale: dallo sfruttamento sfrenato all’espulsioni di massa, alla mancanza assoluta di qualsiasi diritto fino all’assassinio.
Oggi i lavoratori haitiani sono impegnati anche in altre coltivazioni, come caffè, banane, riso e cacao. Oltre all’area agricola gli haitiani sono entrati nel settore urbano, soprattutto nella costruzione e nel servizio domestico.
La partecipazione degli haitiani in questa attività è aumentata negli ultimi anni.

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Nelle piantagioni di canna gli immigrati haitiani cominciano a lavorare alle 6 del mattino e finiscono a sera verso le 18 o anche le 20. I salari sono molto bassi – il salario medio è di 70-80 pesos al giorno, poco meno di 3 dollari – e spesso inadeguati rispetto alla quantità del materiale accumulato, ma il tagliatore non ha voce in capitolo, è l’azienda a stabilirlo.
I lavoratori vivono nei cosiddetti «bateys», specie di minuscoli villaggi con catapecchie di legno ai margini della piantagione, senza luce né acqua corrente e quasi tutte senza finestre. Spesso vengono impiegati anche i bambini e sono numerose le organizzazioni che denunciano il regime di lavoro forzato cui sono sottoposti i bambini.
Alle denuncie di questi abusi, il governo dominicano risponde con il rimpatrio forzato.
I rimpatri di massa sono diventati prassi costante di ogni governo dominicano.
Nel maggio del 2005 sono stati effettuati più di 2.000 rimpatri in 3 giorni: la causa scatenante è stato l’ennesimo fatto di sangue imputato ad un haitiano. La direzione generale per l’immigrazione, con l’aiuto logistico e repressivo dell’esercito, ha iniziato un’operazione militare indiscriminata che ha visto come vittime vecchi, donne e bambini, insieme a lavoratori clandestini e non.
I militari si introducevano nelle case degli immigrati e dei dominicani di origine haitiana di notte abbattendo le porte con i fucili: venivano svegliati e caricati a forza nei camion, senza dare loro il tempo di raccogliere le proprie cose, a volte scalzi e senza prestare attenzione a chi presentava i documenti legali che gli davano il diritto di rimanere in territorio dominicano.
In quei tre giorni è stata violata una serie infinita di normative internazionali in tema di rimpatrio e di tutela dei diritti umani del migrante, oltre ad uno specifico accordo siglato nel 1999 tra i due stati dell’isola per regolamentare le espulsioni degli “irregolari”. L’ultima grande espulsione di massa era avvenuta nel 1999.
Il Servizio gesuita per i rifugiati e i migranti (SJRM) denuncia una doppia morale da parte delle autorità dominicane: da una parte, favorisce l’entrata della manodopera haitiana illegale e a basso costo, risorsa vitale per un’economia che si basa sull’esportazione dei prodotti agricoli, il cui prezzo internazionale è altamente sensibile; dall’altra, espelle in massa gli haitiani per motivi razziali.
Nel luglio 2005 sono state effettuate altre 300 espulsioni di haitiani: molti erano donne e bambini che stavano elemosinando per le strade.
Una condanna per l’operato della CEA e per il trattamento riservato ai lavoratori haitiani è venuto anche da ILO (International Labour Organization) che, già in una nota del 1983 definì la loro condizione di semi schiavitù e denunciava che il loro reclutamento, effettuato da militari dominicani o da corpi paramilitari, avviene con l’inganno e, a volte, anche ricorrendo alla violenza fisica. Anche il periodico Usa New York Times ha accusato apertamente le autorità dominicane di maltrattare gli immigranti haitiani, affermando che i difensori dei diritti umani hanno visto nella Repubblica Dominicana un sistematico abuso persino contro i dominicani di discendenza haitiana.

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La situazione economica e politica esistente a Haiti ha come causa immediata l’aumento del flusso migratorio verso la vicina Repubblica Dominicana. Periodi di intensi rivolgimenti politici in Haiti hanno prodotto ondate migratorie nella vicina repubblica.
Secondo il National Coalition for Haitian Rights (NCHR, circa 25.000-30.000 haitiani hanno attraversato il confine nel periodo immediatamente successivo al colpo di stato anti Aristide del 1991.
GGli Haitiani e i Dominico-haitiani sono una minoranza abbastanza numerosa: si stima che attualmente siano 280.000 i cittadini dominicani nati da genitori haitiani e la maggior parte di essi, secondo IACHR,vive in uno stato di permanente illegalità.
L’assenza di documenti porta a ridurre l’accesso all’educazione, al servizio sanitario, ai diritti civili e espone al rischio di essere rimpatriati senza alcun motivo, vittime a volte di repressioni brutali, senza alcuna possibilità di ricorrere contro l’espulsione.
La politica del governo dominicano è quello di riconoscere l’utilità dei lavoratori haitiani, ma di considerare la loro permanenza non stabile ed i loro discendenti nati nella repubblica Dominicana come “indesiderabili”. Per decenni le immigrazioni, sia legali che illegali, sono state incoraggiate dal governo che vedeva in questo fenomeno la possibilità di ottenere mano d’opera a basso costo da impiegare nelle piantagioni di zucchero o in altre coltivazioni.

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Oggi la situazione economica dominicana si è completamente modificata, grazie alla crisi del settore della coltivazione e, in special modo, all’aumento vertiginoso del settore del turismo. Questi cambiamenti hanno radicalmente modificato l’atteggiamento del governo che,cavalcando la spinta razzista da sempre esistente nei confronti di Haiti, cerca di limitare il fenomeno ricorrendo a mezzi a volte anche brutali.
La Costituzione Dominicana riconosce lo jus soli: l’articolo 11 recita “Sono dominicani: tutte le persone che sono nate sul suolo della Repubblica con eccezione dei figli legittimi degli stranieri residenti nel paese in rappresentazione diplomatica o in transito.” Le autorità dominicane rifiutano, però, di riconoscere la cittadinanza ai bambini figli di immigrati irregolari anche se nati sul proprio territorio, considerandoli “in transito”.Così una norma che, secondo le intenzioni del legislatore, era stata creata per i diplomatici o le persone in transito, viene adoperata come elemento di discriminazione e di esclusione sociale: i cittadini haitiani che vivono da anni sul territorio domenicano, vengono considerati “in transito”.

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Ad una prima lettura la norma della Costituzione non sembrerebbe dare adito a dubbi interpretativi. La definizione di persona in transito includerebbe solamente le persone di passaggio sul territorio dominicano e dirette altrove: in base alla stessa legislazione dominicana la definizione di transito cessa dopo 10 giorni di permanenza sul territorio.
L’interpretazione corrente, però, considera gli immigrati haitiani illegali come “persone in transito”.
Il capo dell’esercito ha posto molta enfasi sull’illegalità degli immigrati haitiani e quindi considerati persone in transito, per giustificare il mancato rilascio degli atti di nascita ai loro figli: “una persona ilegal no puede producir una persona legal” (Manuel E. Polanco, Jefe del Estado Mayor del Ejército dominicano).
Al momento della nascita, ai bambini viene negato l’atto di nascita e quindi l’iscrizione ai Registri Civili. È possibile iscriversi ai registri successivamente alla nascita,ma si tratta di una serie di azioni complesse e costose per gli immigrati che, spesso, sono in condizioni economiche critiche. Inoltre, l’iscrizione all’anagrafe dopo 90 giorni dal parto richiede la presentazione di maggiore documentazione e spesso viene ostacolata dagli ufficiali di stato civile con richieste illegali di documentazione aggiuntiva.
Oggi la normativa vigente prevede la registrazione anagrafica alla nascita, indipendentemente dall'origine "legale" o "illegale" dei genitori, tuttavia le madri e i padri, spesso spaventati dall’atteggiamento e dal rischio di un rimpatrio, preferiscono rinunciare piuttosto che sottoporsi ad una serie di domande per loro pericolose.
Il mancato riconoscimento del diritto all’identità personale si traduce in una serie di ulteriori violazioni dei diritti umani garantiti dalle convenzioni internazionali.

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La mancanza di documentazione porta i bambini ad essere “invisibili”, privati dei più elementari diritti e quindi li condanna ad una vita di privazioni. Gli effetti immediati di questa situazione sono la negazione al diritto all’istruzione e l’impossibilità di accedere alle cure sanitarie.
Questa situazione va a aumentare il già elevato numero di bambini di strada, impedendo che gli orfani privi di documenti possano essere accolti presso una casa-famiglia e quand'anche vi fossero accolti, queste non sempre procedono alla regolarizzazione anagrafica per la complicazione e per i costi del relativo iter burocratico, restando "invisibili" anche negli istituti: impossibile poi l’adozione sia nazionale che internazionale. La situazione risulta ancora più grave se si tratta di minori di origine haitiana in stato di abbandono, ove la negazione del diritto non permette loro di essere considerati neppure alla pari dei bambini dominicani abbandonati.
Il problema della mancanza di documentazione colpisce anche le vedove, che sono nell’impossibilità di far riconoscere i propri diritti ereditari. La morte del marito non solo porta alla perdita dell’unica fonte di sostentamento: spesso si accompagna alla perdita della casa e all’impossibilità di trovare un lavoro.

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Accade a volte, che madri vedove, prive di qualsiasi sussidio o aiuto, siano costrette ad abbandonare i propri figli, impossibilitate a garantire loro un futuro.
Sono così i bambini e le donne, la parte più fragile della società, a subire maggiormente le ingiustizie e la discriminazione di una situazione illegale ma tollerata, e a volte incoraggiata, dalle stesse autorità.
I bambini non iscritti al Registro Civile hanno difficoltà ad accedere alla scuola, e anche quando hanno la possibilità di frequentarla, vengono discriminati da programmi razzisti e, a volte, dagli stessi insegnanti. La mancanza di documenti porta all’impossibilità di avere un’istruzione ed a accedere alle cure sanitarie: la povertà e le pratiche di segregazione ed esclusione avranno ricadute per tutta la vita di questi bambini.
Per quanto possibile infatti alcune ONG che lavorano nei bateys negli ultimi anni hanno costruito scuole "informali" ossia non riconosciute dallo stato dominicano, per permettere ai bambini irregolari l'accesso comunque ad un livello minimo di educazione tentando cosi' di spezzare la catena dell'analfabetismo. Sono anche presenti postazioni sanitarie e in alcuni casi ambulanze con medici generici a bordo che visitano settimanalmente i bateys per garantire un livello minimo di sanità.
Tutti gli interventi sono pero' gestiti da ONG internazionali senza interventi economici da parte del governo dominicano.
Per gli amanti delle statistiche, la loro presenza nelle carceri dominicane e' solo del 2%!

Paola Riccardi

http://www.naaa.it/

fotografie di Céline Anaya Gautier

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