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sabato 25 agosto 2012

MAURITANIA, L’ULTIMA ROCCAFORTE DELLA SCHIAVITÙ DEGLI AFRICANI NERI

Nonostante la schiavitù sia fuori legge, in Mauritania il 20% della popolazione, di origine nera africana, viene ancora tenuta in tale condizione da schiavisti di etnia araba

clip_image001Nouakchott, Mauritania (MMD Newswire)

Oggi 25 agosto  ci sarà una manifestazione contro il presidente-dittatore della Mauritania Aziz  e i promotori si appellano alla stampa internazionale perché ne dia notizia. Le precedenti proteste hanno trovato poco se non nessuno spazio sui mezzi di informazione. Nonostante la schiavitù sia fuori legge, in Mauritania il 20% della popolazione, di origine nera africana, viene ancora tenuta in tale condizione da schiavisti di etnia araba. Le manifestazioni sono in linea con quelle del Movimento della Primavera Araba già viste in Libia, Egitto, Siria e Tunisia. La Mauritania è già stata teatro di dimostrazioni e tensioni politiche, in gran parte ignorate dalla stampa. Nel 2009, gli Stati Uniti hanno appoggiato un appello dell'Unione Africana sulla Mauritania. Secondo un comunicato stampa del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti "Gli Stati Uniti hanno ripetutamente diffuso comunicati stampa dal Dipartimento di Stato con la condanna del colpo di stato in quanto illegale e incostituzionale. L'Unione Africana ha condannato il generale Aziz ed emesso il divieto di viaggiare nel paese e il congelamento dei beni di Aziz e di quanti siano coinvolti nel colpo di stato".
Aziz è stato eletto presidente, ma con elezioni controllate da suoi incaricati, con pesante discriminazione nei confronti della componente nera africana della popolazione. Nonostante nel Paese la schiavitù sia stata ufficialmente dichiarata fuori legge, viene ancora praticata. Secondo l'Istituto degli Affari Esteri sudafricano: "Anche se è difficile stabilire le cifre esatte, Sos Slavery in Mauritania stima che nell'arida nazione dell'Africa Occidentale sarebbero circa 600 mila tra donne, uomini e bambini - ovvero il 20% della popolazione (3.069.000 abitanti) - le persone ridotte in schiavitù". Purtroppo poco è stato fatto per dare sollievo alla loro situazione e la peggiore violazione dei diritti umani va avanti.
La stampa internazionale ha ignorato la maggior parte delle proteste precedenti, ma è di vitale importanza che tali ingiustizie cessino di esistere; per questo il coinvolgimento dei mezzi di informazione è fondamentale.
Come Mohamed Bouazizi, un venditore di frutta tunisino, Yacoub Ould Dahoud, un uomo d'affari di mezza età, si è dato fuoco davanti al Palazzo Presidenziale di Nouakchott nel 2011. Da allora si sono verificate proteste e altri atti di disobbedienza civile, ma con scarsa copertura di stampa
Fonte

giovedì 29 luglio 2010

GLI SCHIAVI INVISIBILI DELLA MAURITANIA

Razzismo, corruzione ed omertà: i motivi per cui il governo nega l’esistenza di questa situazione .

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“Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona”, recita l’articolo 3 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Poco dopo viene ribadito il concetto specificando che “Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù […] schiavitù e tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma”. Era il 1948 quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite firmava e diffondeva questo importantissimo documento. Oggi, però, a distanza di oltre 60 anni, l’abolizione della schiavitù sembra una delle più grandi e tristi illusioni della modernità. Troppo facile esaminare superficialmente la realtà dei paesi sviluppati e dirsi che non ci sono più tracce di schiavitù. Ad uno sguardo più attento non può sfuggire l’ipocrita contraddittorietà di una società che si definisce civile, ma vende il corpo di donne e bambini negli sporchi traffici di turismo sessuale che coinvolgono, tra clienti, sfruttati e sfruttatori, paesi e gente di mezzo mondo. Non si può negare che - causa anche l’appoggio della criminalità organizzata- sia diventata una moderna forma di schiavitù lo sfruttamento in nero della manodopera straniera, nei diversi settori su cui si basa lo sviluppo economico di molti paesi europei, fra cui l’ Italia. E, per restare in tema, è da giudicare in simili termini il commercio di clandestini che, nel disperato tentativo di sfuggire dalla povertà soffocante dei loro paesi, vendono ai trafficanti organizzatori di viaggi le loro speranze di cambiare vita lontano da casa. Di tutte queste forme di sfruttamento è complice la parte di mondo che si definisce civile, ma l’agghiacciante fenomeno della schiavitù contemporanea ha manifestazioni ancora più gravi. Per trovarle, basta spostarsi nelle zone più depresse della terra, quelle devastate da secoli di guerre, soprusi o calamità. Molte deplorevoli storie di angherie e schiavitù dei giorni nostri vengono, ad esempio, dalla Mauritania, stato dell’Africa Occidentale, da pochi decenni diventato indipendente dalla Francia e gestito da un governo islamico. Nonostante la schiavitù in questo paese sia stata ufficialmente abolita nel 1981, il lavoro di gruppi come l’Associazione per i popoli minacciati ed il Movimento anti-schiavitù IRA hanno evidenziato che oltre 500.000 persone lavarono con un salario insufficiente o senza riscuotere compenso. I padroni-datori di lavoro, insieme alle autorità governative locali, minacciano e perseguono chiunque denunci tali situazioni. Lo sa bene il Presidente dell’IRA, Biram Dah Abeid che, dopo aver richiamato l’attenzione pubblica sul problema della Mauritania, è stato vittima di persecuzioni e diffamazioni, come la diffusione di un falso certificato medico in cui appariva affetto da inesistenti problemi di mente. Come già sostenuto da Biram Dah Abeid, il problema della schiavitù è particolarmente delicato nel mondo islamico, dove riferimenti al rapporto fra schiavo e padrone presenti nel Corano sembrano quasi legittimare le forme di “possesso” e tratta di esseri umani (purchè non fra persone di religione islamica). A complicare la situazione, c’è una questione giuridica: la schiavitù è stata abolita nel 1981 ma, fino al 2007, non è stata sanzionata o esplicitamente condannata come crimine. Alcune ambiguità nella legge e la corruzione della classe dirigente che appoggia clandestinamente tale forma di sfruttamento, rendono difficile uscire da questo orrido vicolo cieco. Essere schiavo in Mauritania vuol dire venir privati di ogni diritto, lavorare duramente per far arricchire il padrone mentre la propria famiglia marcisce nella miseria. I padroni, infatti, sono considerati i “possessori” dello schiavo, del suo lavoro e dei suoi beni; alla morte del servo, ogni padrone ha il diritto di appropriarsi della piccola eredità che l’assoggettato vorrebbe lasciare alla sua famiglia. A paralizzare la gerarchizzata e razzista società mauritana è il fatto che il fenomeno sia profondamente radicato. Lo schiavismo qui ha base sia sociale che razziale. Sociale perché la condizione di schiavo viene trasmessa per via ereditaria e, anche qualora un servo riuscisse ad affrancarsi, otterrebbe una libertà solo fittizia. Gli haratine, appunto gli schiavi affrancati, rientrano in una classe sociale a se stante, continuano ad essere oggetto di discriminazione, sono considerati inferiori agli altri uomini e, anche se raggiungono un livello culturale alto o non vivono più nella stessa casa dell’ex padrone, sono comunque costretti a lavorare per lui; gli haratine, inoltre, non hanno gli stessi diritti e le stesse possibilità di un uomo nato libero. Il colore della pelle, poi, è sempre una condanna: i mori bianchi rappresentano la classe più ricca e forte, i neri sono quasi sempre schiavi. Interpretazioni del Corano studiate ad hoc complicano ulteriormente il tutto: obbedienza e spirito di sottomissione vengono considerati mezzi per guadagnarsi il paradiso e questo porta molti oppressi a desistere dal ribellarsi. La schiavitù è talmente infiltrata nel tessuto sociale ed economico che ormai si tende quasi a considerarla un elemento endemico, dolorosamente connaturato nei meccanismi e nei rapporti che regolano da sempre la vita dei mauritani. Uno dei maggiori ostacoli nel tentativo di debellare questa piaga resta però la corruzione della classe dirigente, che continua con ostinazione a negare l’esistenza del fenomeno. Negli ultimi giorni lo stato africano è sotto i riflettori per gli scontri con al-Qaueda, nel tentativo di liberare un ostaggio francese, catturato da un gruppo di terroristi islamici. Un simile livello di attenzione mediatica potrebbe essere un’opportunità per spostare l’interesse dell’opinione pubblica dalle operazioni militari alla vita del paese. Potrebbe essere il momento giusto per superare il tabù che nega la schiavitù e vieta di parlarne, l’occasione ideale per spezzare quel silenzio che fa più male di una pesante catena.  
CONCETTA RUOTOLO

mercoledì 6 gennaio 2010

NON DIMENTICHIAMOCI DI LORO

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SUDAN
Piove, vengono a galla le bombe
Sono più di quarant’anni che il Sudan è spaccato da una guerra civile tra il Nord prevalentemente arabo e un Sud cristiano animista. Ancora oggi – malgrado gli accordi di pace più volte stretti e più volte disdetti – il Paese continua a essere un immenso campo di battaglia, dove i ragazzini si allenano a sparare (foto) ed è facile saltare in aria a causa degli ordigni inesplosi. Ogni anno, durante la stagione delle piogge, l’acqua li fa salire a galla permettendo agli operatori umanitari di evitare altre morti. Ma non basta. Ci sono la fame, le malattie, l’impossibilità, per centinaia di abitanti di piccoli villaggi, di raggiungere un ospedale o un centro abitato. E le smanie dei signori della guerra non accennano a placarsi.

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PAKISTAN

“In fuga dai taleban ho perso la mia mente”
La Valle dello Swat, al confine tra Pakistan e Afghanistan è stato probabilmente uno dei luoghi più martoriati del 2009, tanto che per alcuni mesi è stato impossibile raggiungerla anche per i carichi di aiuti umanitari. I profughi in fuga dai talebani (in foto una di loro)sono stati costretti a viaggiare in condizioni estreme, senza cibo e senza la certezza di un tetto sulla testa per dormire. L’emergenza sanitaria è stata continua, il colera ha imperversato e molte persone sono morte per le troppe ore trascorse sotto il sole. Come ha raccontato Wahid Mukhitar sul sito di MSF, «Ho corso come un disperato per le montagne. Ora ho perso la mia casa, i mie animali, la mia famiglia, e la mia mente».

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AFGHANISTAN
Gli ospedali come i campi di battaglia

Quasi ogni giorno abbiamo letto dei caduti sul campo, degli attentati, delle bombe, dei territori guadagnati e subito dopo persi. Dietro ognuna di queste notizie c’erano strade invase dal fumo, cieli oscurati dagli elicotteri e dal loro rumore assordante, persone che fuggivano terrorizzate o che morivano senza alcuna assistenza. Spesso anche gli ospedali si sono rivelati luoghi pericolosi: stando al racconto di operatori umanitari attivi nella provincia di Helmand uno di essi era stato trasformato nottetempo in deposito di armi, e nessuno ci voleva più andare per paura di essere ucciso. (In foto, Kabul).

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HAITI
Il paradiso inquinato dei Caraibi
Si affaccia sul Mare dei Caraibi, ma non è una meta per turisti. Oltre a detenere il primato di Paese più povero dell’America Latina, Haiti è in testa alle classifiche dei luoghi minacciati dal riscaldamento globale. Martoriata dagli uragani e da continui disordini politici, presenta i peggiori indicatori socio-economici dell’intero emisfero occidentale. Più di metà della popolazione sopravvive con meno di un dollaro al giorno, ed è difficile spezzare il circolo vizioso prodotto da tanta povertà (criminalità, corruzione, malgoverno, pessima gestione delle calamità naturali, incapacità di sfruttare le risorse turistiche). Nella foto, un ragazzo pesca in una pozza inquinata.

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SOMALIA
“Conosco molti morti al villaggio”
È uno «Stato fallito» da manuale, anzi, in un certo senso non è nemmeno un Stato, se si calcola che la situazione politica è in mano a despoti senza senno e gli abitanti si preoccupano soprattutto di fuggire. La situazione somala è talmente disastrata che negli ultimi mesi del 2009 si sono registrate fughe di massa attraverso il Golfo di Aden, nella speranza di trovare salvezza e benessere nello Yemen a sua volta stremato dagli scontri. «Conosco molti morti nel mio villaggio», ha detto l’anziana Ubah a un dottore di Msf. (In foto, una ragazza somala a scuola).

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YEMEN
Dietro la povertà c’è Al Quaeda
Gli yemeniti lo sapevano da tempo che il loro Paese era caduto in mano alla violenza di Al Qaeda. Gli scontri, gli agguati, la morte sul campo sono stati per tutto il 2009 all’ordine del giorno. «Una emergenza umanitaria senza precedenti», la definiscono oggi gli esperti. Nel solo mese di agosto, nell’ospedale della città di Al-Tahl, su 195 ricoverati 135 riportavano ferite di guerra. I combattimenti si sono aggiunti alla povertà provocando migrazioni forzate. Lo sa bene l’Arabia Saudita, che negli ultimi mesi si è trovata alle frontiere una massa umana di uomini, donne e bambini in cerca di scampo.

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SRI LANKA
Schiacciati tra le Tigri e la povertà
Sono rimasti schiacciati in una stretta striscia di spiaggia e giungla per dei mesi, mentre intorno a loro infuriavano i combattimenti tra le Tigri del Tamil e le forze militari dello Sri Lanka (foto). Così centinaia di migliaia di civili – soprattutto donne e bambini – hanno subito le violenze di una guerra che si trascina da anni. Famoso per lue produzioni di tè e cannella, lo Sri Lanka ha tutti i numeri per diventare una regione dedicata alle vacanze degli occidentali. Ma per il momento soffre di carenze profonde, e per un’influenza si può anche morire.

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REPUBBLICA DEMOCRATICA DEL CONGO
Questi bambini non hanno solo fame
I combattimenti che per tutto l’anno hanno infuriato nell’Est del Congo hanno provocato la fuga di centinaia di migliaia di persone. Dal 1998 a oggi, ci sono stati in Congo 5 milioni di morti: è il bilancio più sanguinoso dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. La maggior parte delle vittime si conta fra i civili, e in particolare fra i bambini, che rappresentano il 50 per cento della popolazione congolese. Quelli che si sono salvati dalla violenza degli scontri tribali si sono trovati a fronteggiare la fame, le malattie, la mancanza di acqua potabile e di strutture di assistenza sociale. Spesso senza una famiglia a cui fare riferimento. Qui sopra, il refettorio dell’orfanotrofio «Don Bosco» di Goma.

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KURDISTAN
La guerra continua
Nonostante i tentativi di una «road map» proposta da Ankara, la questione curda è ancora lontana dalla soluzione. L’esercito continua a scontrarsi con i combattenti separatisti, che si rifugiano spesso nel Kurdistan iracheno. E alla fine del 2009 lo scioglimento del partito filo-curdo in Turchia, seguito da violente proteste, ha riaperto il problema della minoranza.

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MAURITANIA
Golpe e terroristi
Dal 1960 è serie ininterrotta di golpe militari. Ai quali si sono aggiunte le incursioni di Al Qaeda nel Maghreb, con prese di ostaggi e attentati. Il Paese è agli ultimi posti nella graduatoria dell’Onu sullo sviluppo umano, e la schiavitù è ancora diffusa.

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BIRMANIA
Dittatura e miseria
Con poco più di mille dollari di reddito pro capite è uno dei Paesi più poveri dell?Asia, e l?isolamento in cui lo tiene la giunta militare non fa sperare in cambiamenti rapidi. Il governo reprime l?opposizione e le minoranze etniche.

Tratto da LA STAMPA, 31/12/2009 “Non dimentichiamoci di loro”

giovedì 30 luglio 2009

IL VOTO RUBATO DEGLI SCHIAVI

Mentre l'opposizione ricorre contro i risultati elettorali, Boubacar Messaud, di "Sos Esclaves" denuncia il voto pilotato degli schiavi

"Una frode massiccia". "Una farsa volta a legittimare il colpo di stato militare". "Un golpe elettorale". Sono solo alcune delle espressioni usate dai rappresentanti del Fronte nazionale per la difesa della democrazia (Fndd), che hanno annunciato ricorso contro la clamorosa vittoria elettorale del generale Mohamed Ould Abdel Aziz, autore, nell'agosto scorso, del golpe che depose l'unico presidente democraticamente eletto in Mauritania. Durante la conferenza stampa, indetta a Nouackhott, Ahmed Ould Daddah, capo del principale partito d'opposizione, Messaoud Ould Boukheir, secondo eletto con il 16,2% delle preferenze, e, a riprova del fermento politico attuale, il colonnello Ely Ould Mohamed Vall, che nel 2005 prese il potere con un colpo di stato per spianare la strada alle prime elezioni libere, hanno sostenuto di avere prove tangibili delle frodi elettorali: in particolare, i tre hanno fatto riferimento ad alcune schede false ritrovate nelle urne e a manomissioni nei registri elettorali.
In attesa di sapere se il Consiglio costituzionale accetterà di metter in discussione una votazione che gli osservatori internazionali hanno dichiarato sostanzialmente regolare, Boubacar Messaud, uno dei fondatori di "Sos Esclaves", un'organizzazione che lotta per l'abolizione della schiavitù, denuncia un altro genere di "frode" elettorale: il voto degli schiavi.

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"In Mauritania esistono ancora seicento mila schiavi, che corrispondono al 18 percento della popolazione- ha esordito Boubacar Messaud al telefono con PeaceReporter - Seicento mila persone che possono prendere parte alle elezioni, perché ufficialmente la schiavitù è stata abolita nel 1981, ma che in realtà sono costretti a votare per i propri padroni o per i candidati da loro indicati. Il loro voto non può essere definito un atto democratico vero e proprio. La schiavitù diventa così un problema politico, che il ceto dirigente, formato dalle più importanti famiglie del Paese, spesso proprietarie di schiavi, non ha alcun interesse a risolvere. Ma se il futuro della Mauritania è quello di diventare un paese moderno, dove i governi vengono democraticamente eletti, si capisce che abolire la schiavitù diventa fondamentale, perchè seicentomila persone, libere ed indipendenti possono cambiare il volto di questa nazione.

Cosa intende esattamente quando parla di schiavi?
Essere uno schiavo significa letteralmente appartenere ad un'altra persona, il "maestro", e lavorare tutto il giorno per lui senza ricevere alcun compenso che non sia il sostentamento. Spesso vivono nella casa del padrone come servi domestici, ma in alcuni casi possono anche essere indipendenti, vivere in città, ricevere un'educazione e lavorare un proprio campo corrispondendo un affitto. In ogni caso, se vogliono sposarsi devono chiedere il permesso al padrone che, potrà sempre pretendere delle giornate di corvées e che, alla loro morte, erediterà i loro pochi averi al posto dei figli. E' una situazione che viene comunemente accettata e riconosciuta sia dai mori bianchi, che costituiscono l'elite schiavista del Paese, che dalle popolazioni afro-maure, che sono state assoggetate e schiavizzate. Abolire la schiavitù significherebbe quindi porre fine anche al problema delle discriminazioni razziali, perche in Mauritania capita spesso che una persona venga stigmatizzata per il solo fatto di essere nero, anche se oramai è un professionista affermato o si è affrancato da tempo.

Scusi, ma se gli schiavi possono vivere anche lontano dal padrone e addirittura studiare, cosa li trattiene dal ribellarsi?
Schiavi si nasce. E' una condizione che si eredita dalla madre. Fin dalla più tenera età al bambino viene insegnato che il suo posto all'interno della società è quello e ribellarsi significa contravvenire all'ordine costituito e a un precetto religioso. Ufficialmente l'islam proibisce di ridurre in schiavitù un altro musulmano, ma questo non ha mai portato all'affrancamento di nessuno, anche se in Mauritania siamo tutti musulmani. Gli ulema legati al potere offrono sempre un'interpretazione del Corano che mette in risalto il valore dell'obbedienza e della sottomissione come virtù che conducono in paradiso. Ribellarsi significa quindi incominciare a pensare in maniera differente dagli altri, entrare in conflitto con il proprio clan, diventare degli emarginati. Oltre a tutto ciò, per le donne è molto difficile lasciare tutto e andarsene. Gli uomini, se hanno maturato consapevolezza della situazione possono semplicemente allontanarsi, dal momento che non hanno alcuna responsabilità nei confronti di mogli e figli, che, del resto, appartengono al padrone. Ma per le donne lasciare la casa del "maestro" può significare non vedere più i figli, che magari sono già stati divisi fra i vari rami della famiglia padronale, o la vecchia madre, che spesso hanno in carico. Oltre a rischiare di attirare la vendetta del padrone su di loro.
E se qualcuno trova il coraggio di contestare l'assegnazione dell'eredità dei genitori al padrone, difficilmente vince in tribunale. Di solito i giudici, che provengono dalla casta privilegiata o ne condividono la mentalità, archiviano questi casi per mancanza di prove. Spesso sono loro stessi proprietari di schiavi o semplicemente non hanno il coraggio di far rispettare la legge. Dal 1981 ad oggi si sono succedute numerose leggi contro la schiavitù, ma sono servite solo per gridare al mondo che la Mauritania combatteva il problema. L'ultima, approvata nel 2007, è arrivata a criminalizzare la riduzione in schiavitù, ma ad oggi nessuno è ancora stato condannato e probabilmente anche questa resterà lettera morta.

E' un caso che questa legge sia stata approvata sotto il governo dell'unico presidente democraticamente eletto, Sidi Ould Cheikh Abdallahi, poi rovesciato dal generale Abdel Aziz che oggi sembra aver vinto le elezioni?
No. I militari, che sono stati al potere quasi ininterrottamente dal 1978, sono i maggiori proprietari di schiavi, ma soprattutto, attraverso la loro mentalità e la formazione militare, protraggono il concetto di sudditanza. Tutto si pone per loro in termini di rapporti di forza.

E per il futuro, ora, cosa prevede?
La società mauritana si sta avviando sempre di più verso una crisi fra quanti vogliono cambiare ed entrare nella modernità e quanti vogliono mantenere lo status quo attuale. Presto le nuove generazioni non accetteranno di sottostare ad un potere feudale che non ha più ragione d'essere. E il rischio è quello di andare incontro ad una guerra civile.

Chiara Pracchi

domenica 31 maggio 2009

SOS ESCLAVES

All'ONG mauritana l'Anti-Slavery International Award


esclavage en mauritanie

Quest'anno l'Anti-Slavery International Award (Premio Internazionale Contro la Schiavitù) è stato assegnato a SOS Esclaves, un'organizzazione non governativa che dal 1995 lotta per denunciare e combattere lo schiavismo in Mauritania.
L'associazione, fondata da Boubacar Messaoud, figlio di uno schiavo, e da Abdel Nasser Ould Othman Yessa, ex padrone, opera in un contesto molto ostile, dove la schiavitù è profondamente ancorata nelle pratiche e nelle mentalità.
"Io ed un gruppo di miei amici abbiamo preso consapevolezza che la schiavitù era ingiusta e che non potevamo continuare a seguire le leggi consuetudinarie della società mauritana", confida Messaoud e prosegue: "Mi considero un uomo libero ed indipendente e ho rifiutato di accettare questa legge a cui la società mauritana tradizionale mi ha obbligato fin dalla nascita".
Nonostante debba subire costantemente minacce e intolleranza da parte delle autorità, SOS Esclaves ha continuato a gridare con forza contro la schiavitù e grazie alla sua perseveranza nel 2007 fa è stata emanata una nuova legge che la punisce.
Tuttavia, la schiavitù resta una pratica sempre presente e diffusa, difficile da eliminare: sono almeno 600mila gli schiavi mauri, ovvero di una persona su cinque.
In Mauritania questo fenomeno esiste da centinaia di anni, sotto forma di schiavitù domestica; a questa si sono affiancate nel tempo altre forme di costrizione di tipo mercantile, dipendenti dalle tratte trans-sahariana e atlantica. I commerci di schiavi hanno alimentato a loro volta la schiavitù domestica e l'hanno radicata profondamente nella cultura mauritana.
Alle forme antiche di schiavismo, mai realmente estirpate, si aggiungono oggi nuove sottomissioni dei mauri neri, i quali vengono sistematicamente marginalizzati ed esclusi dai settori vitali dello stato.

Mara Lamberti





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