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lunedì 17 novembre 2014

IL CAPITALISMO STA BENISSIMO E IMPONE I SUOI RENZI

Troppe volte dato per morto, a livello mondiale il capitalismo è appena cominciato: lo dimostra il boom dell’economia capitalistica in tre quarti del pianeta, in regioni – a partire da Russia e Cina – in cui l’economia era stata lungamente rurale o comunque arretrata. Lo sostiene un insigne storico italiano come Luciano Canfora, che avverte: il grande capitale ormai «governa direttamente», facendo a meno della mediazione politica, delle Costituzioni da difendere, dei principi fondamentali. Comandano i grandi banchieri: «Se si fidano del personale che hanno al proprio servizio lo lasciano fare, altrimenti i capitalisti intervengono direttamente». E’ già successo in Francia con Pompidou, dopo la parentesi bonapartistica di De Gaulle. Oggi il denaro la fa da padrone e la democrazia è diventata una scatola vuota: e l’esperienza del socialismo reale, che nessuno rimpiange, può essere rivista come un tentativo per mettere un argine al predominio del business come unico potere. Ma l’Urss cadde perché non seppe risolvere le diseguaglianze al suo interno. E sottovalutò la vitalità del capitalismo.
L’esperienza sovietica è crollata, spiega Canfora, intervistato da Vittorio Bonanni, perché – senza uguaglianza – non era più credibile per i suoi stessi concittadini e sudditi. «La gara spaziale, le guerre stellari, il contrasto militare in tutto il pianeta: sappiamo queste cose. Però è stata una gloriosa esperienza durata abbastanza, una settantina d’anni del XX secolo. Per cui se ne deve parlare con rispetto, ma anche con la convinzione che è stato un periodo eroico della storia umana». Ma la constatazione più rilevante è un’altra: nel presupposto che mise in moto un processo rivoluzionario di grandissima estensione, a livello euroasiatico, c’era un errore di fondo: «Ci si illudeva di essere giunti al capolinea della storia, di essere al punto di arrivo del sistema capitalistico». Intanto perché si aveva una percezione molto limitata e parziale della realtà americana, sottovalutata in pieno. Solo Trotsky aveva conosciuto l’America. Oggi possiamo solo constatare che «l’esperienza del socialismo reale ha modernizzato due gigantesche aree del mondo, l’ex impero russo e la Cina, trascinandole fuori da una situazione semi-feudale», in cui la Cina «era in una posizione semi-coloniale» mentre la Russia era «un impero separato, essenzialmente agricolo e arretrato».
Crollando sul piano politico, proprio il socialismo reale «ha creato i presupposti per un gigantesco sviluppo del capitalismo in quei tre quarti del mondo che ancora non erano a quel livello: quindi la storia del capitalismo è appena cominciata», anche se «nessuna forma economico-sociale è eterna». Il capitalismo «ha una storia molto più lunga di quella che allora si era pensato, nell’illusione determinata dalla fine della Prima Guerra Mondiale e dalla crisi gigantesca del 1917-18 e 19». Ma attenzione: «Erano degli europei, e non cittadini del mondo, quelli che pensavano queste cose. E come europei, vedendo crollare tre imperi che erano stati gli architrave della storia – quello tedesco, quello austroungarico e quello zarista – si erano convinti che si stava voltando pagina nella storia dell’umanità. In parte era vero, ma non nella frettolosa conclusione che eravamo arrivati al dunque. Nessuno può pilotare la storia», avverte Canfora. Men che meno l’Europa, che per secoli ha osservato il mondo con occhiali essenzialmente eurocentrici.



Oggi, l’Europa si è ridotta ad essere «una piccola articolazione della politica statunitense». Aggiunge Canfora: «E’ comico essere europeisti, ed è comico tutto il ciarpame che ci viene ammanito quotidianamente. Che non è neanche oppio della storia: è una droghetta, mariuana». Problema: come contrastare tutto questo? «Secondo me si tratta di una battaglia culturale, intellettuale, scolastica, educativa, dovunque ci siano spazi di libertà di parola. Perché le forze politiche nate sull’onda del Novecento sono arrivate al lumicino. Si è realizzato in forme diverse, nei vari paesi, quello che Gramsci aveva intuito sviluppando in modo originale certe formulazioni del pensiero elitistico tardo-ottocentesco, come quello di Pareto e dello stesso Croce: che cioè siamo in una realtà di partito unico articolato, diversificato al proprio interno ma sostanzialmente unico». Le conquiste sociali del movimento operaio, tradotte in Costituzioni? Finite, con l’espulsione della forza operaia dalla storia politica. «Quel che resta fa un’altra cosa, fa quello che tradizionalmente fanno i partiti nei regimi capitalistici, cioè i comitati di affari della borghesia – giustamente divisi tra loro, altrimenti l’inganno elettorale non funzionerebbe».
Durissimo il giudizio su Renzi: «Il liquidatore del comunismo italiano è già arrivato. E’ un gaglioffo di 40 anni che sta facendo la parte sua e, localmente, sta attuando il piano di Gelli di “Rinascita democratica”, cioè due partiti sostanzialmente equivalenti che si dividono il potere». Non che gli altri scenari europei non sono molto diversi: la Spd, un tempo leader della socialdemocrazia, «è ormai lo sgabello della Merkel e non può fare altro, perché da sola non ce la farà più: prendiamone atto e cerchiamo di capire se si intravedono altre possibilità». Luciano Canfora guarda al potenziale intellettuale mobilitabile dal «magma gigantesco del mondo della scuola», perché per fortuna «tutto questo sviluppo ha prodotto un’acculturazione di massa, magari scandente ma diffusissima, e con un inevitabile bisogno di capire». Quindi, «tutti quelli che hanno a che fare con quel mondo si rimbocchino le maniche e cerchino di portare chiarezza».
Troppe volte dato per morto, a livello mondiale il capitalismo è appena cominciato: lo dimostra il boom dell’economia capitalistica in tre quarti del pianeta, in regioni – a partire da Russia e Cina – in cui l’economia era stata lungamente rurale o comunque arretrata. Lo sostiene un insigne storico italiano come Luciano Canfora, che avverte: il grande capitale ormai «governa direttamente», facendo a meno della mediazione politica, delle Costituzioni da difendere, dei principi fondamentali. Comandano i grandi banchieri: «Se si fidano del personale che hanno al proprio servizio lo lasciano fare, altrimenti i capitalisti intervengono direttamente». E’ già successo in Francia con Pompidou, dopo la parentesi bonapartistica di De Gaulle. Oggi il denaro la fa da padrone e la democrazia è diventata una scatola vuota: e l’esperienza del socialismo reale, che nessuno rimpiange, può essere rivista come un tentativo per mettere un argine al predominio del business come unico potere. Ma l’Urss cadde perché non seppe risolvere le diseguaglianze al suo interno. E sottovalutò la vitalità del capitalismo.
L’esperienza sovietica è crollata, spiega Canfora, intervistato da Vittorio Bonanni, perché – senza uguaglianza – non era più credibile per i suoi stessi concittadini e sudditi. «La gara spaziale, le guerre stellari, il contrasto militare in tutto il pianeta: sappiamo queste cose. Però è stata una gloriosa esperienza durata abbastanza, una settantina d’anni del XX secolo. Per cui se ne deve parlare con rispetto, ma anche con la convinzione che è stato un periodo eroico della storia umana». Ma la constatazione più rilevante è un’altra: nel presupposto che mise in moto un processo rivoluzionario di grandissima estensione, a livello euroasiatico, c’era un errore di fondo: «Ci si illudeva di essere giunti al capolinea della storia, di essere al punto di arrivo del sistema capitalistico». Intanto perché si aveva una percezione molto limitata e parziale della realtà americana, sottovalutata in pieno. Solo Trotsky aveva conosciuto l’America. Oggi possiamo solo constatare che «l’esperienza del socialismo reale ha modernizzato due gigantesche aree del mondo, l’ex impero russo e la Cina, trascinandole fuori da una situazione semi-feudale», in cui la Cina «era in una posizione semi-coloniale» mentre la Russia era «un impero separato, essenzialmente agricolo e arretrato».
Crollando sul piano politico, proprio il socialismo reale «ha creato i presupposti per un gigantesco sviluppo del capitalismo in quei tre quarti del mondo che ancora non erano a quel livello: quindi la storia del capitalismo è appena cominciata», anche se «nessuna forma economico-sociale è eterna». Il capitalismo «ha una storia molto più lunga di quella che allora si era pensato, nell’illusione determinata dalla fine della Prima Guerra Mondiale e dalla crisi gigantesca del 1917-18 e 19». Ma attenzione: «Erano degli europei, e non cittadini del mondo, quelli che pensavano queste cose. E come europei, vedendo crollare tre imperi che erano stati gli architrave della storia – quello tedesco, quello austroungarico e quello zarista – si erano convinti che si stava voltando pagina nella storia dell’umanità. In parte era vero, ma non nella frettolosa conclusione che eravamo arrivati al dunque. Nessuno può pilotare la storia», avverte Canfora. Men che meno l’Europa, che per secoli ha osservato il mondo con occhiali essenzialmente eurocentrici.
Oggi, l’Europa si è ridotta ad essere «una piccola articolazione della politica statunitense». Aggiunge Canfora: «E’ comico essere europeisti, ed è comico tutto il ciarpame che ci viene ammanito quotidianamente. Che non è neanche oppio della storia: è una droghetta, mariuana». Problema: come contrastare tutto questo? «Secondo me si tratta di una battaglia culturale, intellettuale, scolastica, educativa, dovunque ci siano spazi di libertà di parola. Perché le forze politiche nate sull’onda del Novecento sono arrivate al lumicino. Si è realizzato in forme diverse, nei vari paesi, quello che Gramsci aveva intuito sviluppando in modo originale certe formulazioni del pensiero elitistico tardo-ottocentesco, come quello di Pareto e dello stesso Croce: che cioè siamo in una realtà di partito unico articolato, diversificato al proprio interno ma sostanzialmente unico». Le conquiste sociali del movimento operaio, tradotte in Costituzioni? Finite, con l’espulsione della forza operaia dalla storia politica. «Quel che resta fa un’altra cosa, fa quello che tradizionalmente fanno i partiti nei regimi capitalistici, cioè i comitati di affari della borghesia – giustamente divisi tra loro, altrimenti l’inganno elettorale non funzionerebbe».
Durissimo il giudizio su Renzi: «Il liquidatore del comunismo italiano è già arrivato. E’ un gaglioffo di 40 anni che sta facendo la parte sua e, localmente, sta attuando il piano di Gelli di “Rinascita democratica”, cioè due partiti sostanzialmente equivalenti che si dividono il potere». Non che gli altri scenari europei non sono molto diversi: la Spd, un tempo leader della socialdemocrazia, «è ormai lo sgabello della Merkel e non può fare altro, perché da sola non ce la farà più: prendiamone atto e cerchiamo di capire se si intravedono altre possibilità». Luciano Canfora guarda al potenziale intellettuale mobilitabile dal «magma gigantesco del mondo della scuola», perché per fortuna «tutto questo sviluppo ha prodotto un’acculturazione di massa, magari scandente ma diffusissima, e con un inevitabile bisogno di capire». Quindi, «tutti quelli che hanno a che fare con quel mondo si rimbocchino le maniche e cerchino di portare chiarezza» caneliberonline



#Luciano Canfora nato a Bari, è ordinario di Filologia greca e latina presso l’Università di Bari. Laureatosi in Storia romana, ha svolto il perfezionamento in Filologia classica alla Scuola Normale di Pisa. Assistente di Storia Antica, poi di Letteratura Greca, ha insegnato anche Papirologia, Letteratura latina, Storia greca e romana. Fa parte del Comitato scientifico della “Society of Classical Tradition” di Boston e della Fondazione Istituto Gramsci di Roma. Dirige la rivista «Quaderni di Storia» e la collana di testi “La città antica”. Fa parte del comitato direttivo di «Historia y critica» (Santiago, Spagna), «Journal of Classical Tradition» (Boston), «Limes (Roma)». Ha studiato problemi di storia antica, letteratura greca e romana, storia della tradizione, storia degli studi classici, politica e cultura del XX secolo. Molti dei suoi libri sono stati tradotti in USA, Francia, Inghilterra, Germania, Grecia, Olanda, Brasile, Spagna, Repubblica Ceca.

giovedì 1 maggio 2014

venerdì 31 gennaio 2014

IL VOLTO NERO DELLA REPUBBLICA DOMINICANA

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[Il seguente articolo è stato pubblicato sulla rivista cartacea In Dialogo del dicembre 2013, numero 102] di Raúl Zecca Castel da Carmilla
Repubblica Dominicana: dove il mare è sempre vicino e le montagne non sono mai lontane. Così recita uno dei tanti slogan pubblicitari del paese rivolto al turismo internazionale, sempre più avido di bellezze esotiche a patto che queste non implichino troppa fatica. Ma oltre le immagini da cartolina che ricoprono i pieghevoli delle agenzie di viaggio di tutto il mondo, quelle immagini così seducenti e incantevoli che ritraggono la prima città del Mondo Nuovo, Santo Domingo, del suo antico centro coloniale, così come delle innumerevoli spiagge di sabbia bianca e finissima che si stendono per chilometri a baciar le acque cristalline e sempre tiepide del mar dei Caraibi, al di là del volto più attraente e conciliante della sua natura selvaggia e incontaminata, al di là di tutto ciò, esiste una realtà ben diversa, tanto ignota quanto drammatica. È il volto scuro dell’entroterra, delle sterminate piantagioni di canna da zucchero che si perdono a vista d’occhio, dei bateyes, piccoli agglomerati di baracche dispersi tra i campi, creati per ospitare i lavoratori durante la stagione del raccolto e diventati, con il passare del tempo, vere e proprie comunità invisibili, baluardi della povertà e dell’emarginazione; è il volto scuro, anzi nero, dei braccianti haitiani; perché a vivere in queste terre di nessuno e a svolgere questo lavoro incredibilmente duro e pericoloso sono loro, i migranti haitiani, scappati a migliaia dalla miseria del paese più povero e sventurato del continente americano con la speranza di trovare oltre frontiera un modo per sopravvivere e mantenere famiglie spesso troppo numerose.
Tragedia umana che ogni anno si rinnova, mietendo con altrettanta regolarità i sogni di riscatto di quanti si trovano presto a fare i conti con una vita di stenti, fatica e tanta solitudine. Senza documenti e con un salario che a malapena permette loro di procurarsi un pasto giornaliero, la maggior parte dei lavoratori finisce per trascorrere la propria vita qui, lontano dall’affetto di cari che non rivedranno mai più.
In seguito al picco di produzione degli anni ’70 e ’80 il mercato internazionale dello zucchero subì un vero e proprio collasso economico. La Repubblica Dominicana, che assieme a Cuba ne rappresentava il principale paese esportatore, da una media annuale che superava il milione di tonnellate si ridusse a produrne meno di 300 mila. La grave crisi cui dovette far fronte il Consejo Estatal del Azùcar (CEA) si risolse in pochi anni con la decisione affittare la quasi totalità delle piantagioni e i rispettivi zuccherifici statali a diversi investitori privati, perlopiù a capitale straniero.

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Tra questi si distinse in modo particolare la compagnia guatemalteca Campollo, che dopo essersi aggiudicata il maggior numero di terre, strinse un proficuo accordo commerciale con il gruppo Vicini, famiglia di origini italiane tra le più ricche e potenti del Paese, con interessi economici in svariati settori, dal turismo alla finanza, dal mercato immobiliare ai media, oltre che nell’industria dello zucchero, di cui possiede la più grande e antica fabbrica di raffinamento, l’Ingenio Cristobal Colòn,  attivo sin dal 1921. Ciò che ne risultò fu a tutti gli effetti una situazione di monopolio oligarchico e, a pagarne letteralmente il prezzo, come prevedibile, furono i braccianti haitiani.
Molti di questi, dato il calo di lavoro – e di salario -, abbandonarono le piantagioni di canna per stabilirsi nei vicini centri urbani, cercando di che vivere nel lavoro informale, vendendo prodotti d’artigianato o frutta di stagione da loro stessi raccolta, e approfittando del crescente turismo. Molti altri, invece, rimasero neibateyes, perché, nonostante tutto, un po’ di lavoro c’era, o perché lì avevano messo su famiglia, o ancora perché non disponevano nemmeno del denaro sufficiente per pagarsi il viaggio per andarsene, o perché la speranza di trovare una vita migliore era già stata tradita una volta e non avevano più la forza per crederci di nuovo, o, molto spesso, per tutti questi motivi insieme. Così sono migliaia gli haitiani che ancora popolano i tantibateyes dispersi tra le immense piantagioni di zucchero, dove lavorano più di dieci ore al giorno, tagliando anche 3-4 tonnellate di canna per l’equivalente di pochi dollari, appena sufficienti per una ciotola di riso e una manciata di fagioli, quanto basta per tirare avanti un altro giorno.
Senza più sogni, le notti scorrono veloci dentro i barracones, vere e proprie baracche in legno, lamiera o cemento, composte da una serie di stanze singole, spesso prive di finestre, il cui unico arredamento consiste di quanti più letti a castello possono starci. Ma non di rado ci si accontenta anche di un semplice materasso in gommapiuma steso sul pavimento. Dormono fino a 7-8 braccianti in un ambiente che spesso non raggiunge i 10 metri quadrati, senza luce elettrica, acqua corrente e gabinetto, in condizioni igienico-sanitarie indescrivibili. Qui le giornate iniziano presto, ben prima del canto del gallo.
“Ci svegliamo alle 4 del mattino”, mi spiegano, “alle 5 passa il pullman della compagnia a prenderci e alle 6 stiamo già tagliando la canna”. Il lavoro si protrae anche per 12 ore, sotto il sole cocente così come sotto i frequenti temporali che abbondano con l’inizio della stagione delle piogge. Sono passati solo pochi giorni da quando un fulmine ha carbonizzato un lavoratore haitiano di 54 anni, colpito in pieno mentre stava tagliando canna con il suo machete. Tutti continuano a ripetermi che è un lavoro duro, sfiancante e pericoloso”.

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“Ci vedi partire belli dritti la mattina e quando si fanno le 9 o le 10 siamo già tutti tremolanti…perché partiamo digiuni, senza far colazione e senza dietro niente da mangiare…è il diavolo stesso che ci ha portati qui!”, si sfoga Pedro, che incalza: “tutto questo è una schifezza! Quando finirà la schiavitù in questo paese? Qui c’è la schiavitù ancora…con una parvenza democratica…ma quale maledetta democrazia soffrendo la fame della storia?…Democrazia con fame? Democrazia con miseria? Democrazia con tutti i problemi del mondo? Se non cambia niente qui succederà qualcosa…non lo voglio io, non lo vogliono loro, non lo vuole nessuno…ma qui stanno provocando…perché non si sopporta più! Bisogna pagare il lavoratore, perché per il milionario e per l’alto funzionario qui c’è denaro! È per noi che non c’è! Siamo noi che facciamo il lavoro duro nei campi, nella canna! Siamo noi! Non sono loro a sudare! Siamo noi che alle 4 del mattino siamo già in piedi…e che non possiamo vedere nemmeno il rendimento del nostro lavoro?! Che altri vengano a beneficiarsi del sudore della nostra fronte?! È una vergogna!”. “Stanno abusando di noi lavoratori”, aggiunge un ragazzo. E come dargli torto? Stremati dalla fatica, dal caldo e dalla fame, quando la sera i braccianti rientrano al batey, tutto quel che hanno guadagnato finisce direttamente al negozio degli alimentari, dove alcuni addirittura si indebitano.
Il sistema di retribuzione del consorzio Campollo-Vicini infatti è alquanto curioso. Ufficialmente i lavoratori vengono pagati per tonnellata di canna tagliata, ma il prezzo non è chiaro a nessuno. Alcuni dicono che per quella quantità ricevono 135 pesos (2,35 euro), eppure altri sostengono che ne ricevono 125, ed altri ancora solo 110. Infine, qualcuno assicura che sono 100 i pesos pagati per tonnellata. La verità, come confessano rassegnati tanti altri, è che non si sa: “Nessuno lo sa…nessuno…quando arriva il sabato…andiamo al Centro Paga e quello che ci danno prendiamo…”.
Centro Paga, Batey Nuevo, Quisqueya. A intervalli regolari di circa 20-30 minuti decine di braccianti haitiani vengono fatti scendere dagli autobus dell’impresa all’interno dell’area recintata in cui si trova la piccola costruzione in cemento adibita ai pagamenti, ben protetta da alcuni agenti di polizia e sicurezza privata. Grazie alle conoscenze del mio accompagnatore, un colonnello di guardia mi concede il permesso di entrare, così senza perdere altro tempo comincio a scattare qualche fotografia. Intanto, i lavoratori che si apprestano a ricevere il frutto delle ultime due settimane di lavoro, consegnano le loro tessere identificative a un addetto della compagnia che a sua volta si incarica di spartirle fra i 3 impiegati seduti dietro al vetro di protezione dei rispettivi sportelli.

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In men che non si dica ha inizio il tanto atteso appello. Uno ad uno i lavoratori vengono chiamati a ritirare la quincena, e altrettanto velocemente il malcontento si diffonde tra i braccianti. Occhi increduli fissano la ricevuta per minuti interi in cerca di qualche spiegazione che chiarisca l’equivoco, ma la realtà è ben scritta su quel piccolo foglio rosa. Tuttavia ci vuole poco per rendersi conto di come questa realtà sia molto diversa da quella ufficiale. Di tonnellate infatti nemmeno l’ombra. Ciò che viene riportato sulla ricevuta invece è il numero dei bocados, letteralmente ‘bocconi’.
Così, un giovane lavoratore mi spiega che quando tagliano la canna, questa va raggruppata in mucchi di medie dimensioni comunemente chiamati bocadosaffinché la gru della compagnia possa poi raccoglierla con maggiore facilità e dunque caricarla sui camion che la trasportano alla fabbrica. In teoria, tre bocados equivalgono ad una tonnellata. Questa almeno era l’equazione stabilita dai Campollo prima che iniziasse la stagione del raccolto. A distanza di poche settimane, tuttavia, l’impresa sembra averci ripensato. Adducendo come giustificazione la difficoltà di stabilire l’esatta dimensione del mucchio di canna, ora ci vogliono anche anche 6 o 7 bocados per fare una tonnellata. Per questo, anche se Edoardo dice di averne accatastati 50 di bocados, sulla ricevuta ne sono riportati solo 36. Eppure non sembra meravigliarsene più di tanto, così gli chiedo se è la prima volta che capita. “No! Sempre succede! Sempre…non mi danno mai quello che mi spetta…”. Accanto a lui altri due ragazzi contrariati sostengono di aver tagliato rispettivamente 110 e 146 bocados, ma la ricevuta che agitano con rabbia ne attesta appena 99 in un caso e 126 nell’altro. “Questa gente sono dei ladri”, urla qualcuno prima di confidarmi che “c’è un ragazzo, là, che sulla ricevuta c’è scritto 2000 e passa pesos, e quando ha aperto la busta ne ha trovati 1500…”. Anche questo sembra essere all’ordine del giorno. Alcuni infuriati continuano a ripetere che non hanno intenzione di accettare la busta, che intendono reclamare, ma qui al centro paga nessuno è autorizzato a dare spiegazioni. Per le contestazioni è necessario recarsi all’apposito ufficio di Quisqueya, il lunedì; cosa che non solo implica perdere un giorno di lavoro, ma anche sostenere le spese del viaggio, per poi sentirsi rispondere, nel migliore dei casi, che la ricevuta parla chiaro e restare dunque letteralmente a bocca asciutta.
“Se tu dici una cosa, loro dicono il contrario. È la tua parola contro la loro. Ma la loro vale di più. Allora è meglio stare muti, come i pesci, non dire niente. Ma non è che io sono stupido! Capisci? Non è che uno le cose non le vede. Gli occhi vedono, ma la bocca ben chiusa…ci sono tante cose che non vanno bene qui”
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È Benito a parlare. Che poi aggiunge: “non si può dire niente perché la canna è loro, le terre sono loro, noi lavoriamo per loro, e dobbiamo accettare quello che dicono loro…”. Mentre intervisto altri lavoratori avverto alcuni movimenti tra gli addetti ai pagamenti. Intuisco che la mia presenza comincia a risultare poco gradita, e in effetti trascorrono pochi minuti quando un agente di sicurezza mi afferra per un braccio e in tono sommesso mi assicura  - ma sembra più un’intimidazione – che “va bene così”, dunque, molto cortesemente, mi invita ad uscire.
Forse è vero. Forse va davvero bene così. Anzi, va proprio bene così. Certo, non per le migliaia di migranti haitiani che sopravvivono giorno dopo giorno in condizioni di neoschiavismo, soffrendo la fame, gli abusi sul lavoro e le violazioni dei più elementari diritti umani. Non per i loro figli, cresciuti alla scuola della miseria, vittime facili di malnutrizione e malattie, destinati a ricevere come unica eredità un conto in debito al negozio degli alimentari e un machete con cui illudersi di poterlo saldare. Non per le loro mogli, diventate madri quando ancora bambine, invecchiate in fretta mentre risvegliavano dal sogno di una vita migliore oltrefrontiera e ormai rassegnate ad un’esistenza infame.
Non per loro, certo, che sono gli ultimi tra gli ultimi. E nemmeno per il Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti, che proprio questo venerdì 27 settembre, ha pubblicato un dossier nel quale sostiene come la Repubblica Dominicana abbia violato gli accordi del Trattato di Libero Commercio CAFTA-DR sottoscritto nel 2007, poiché non rispetta il capitolo relativo alle direttive sul lavoro (salari minimi, ore di lavoro, sicurezza e salute; età minima per l’impiego di bambini; forme di lavoro forzato o obbligatorio). Ma in fondo che importa, se va così bene per gli affari della famiglia Campollo e della famiglia Vicini? Che importa, se va così bene per i vari governi che si sono succeduti alla guida del paese nell’ultimo secolo, dal momento che non hanno mai avuto la preoccupazione di pagare un solo centesimo né di assicurazione medica, nonostante i continui incidenti sul lavoro, né di pensione di vecchiaia? Che importa, se va così bene per il mercato internazionale, che acquista zucchero dominicano a buon prezzo senza curarsi dell’immenso costo umano che questo implica per i lavoratori?
Fonte

lunedì 9 luglio 2012

LA SCHIAVITÙ MINORILE NELL'INDUSTRIA DEL COTONE UZBEK

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Circa il 90 per cento del cotone Uzbek viene raccolto a mano , sponsorizzato dallo stato con il lavoro minorile forzato. Si stima che centinaia di migliaia di bambini siano coinvolti ogni anno. L’Uzbekistan è il sesto più grande produttore  nel mondo con esportazioni di oltre 1 miliardo di dollari all'anno con circa 850.000 tonnellate di cotone all'anno. Nonostante questi profitti, quelli costretti a raccogliere il cotone rimangono poveri.

LA SCHIAVITÙ INFANTILE
Anti-Slavery International dimostra che i  bambini sono costretti a raccogliere il cotone.  I Difensori dei diritti umani, (giornalisti indipendenti e fotografi ) hanno confermato la mobilitazione diffusa del lavoro minorile forzato nel paese. Ogni settembre comincia la raccolta del cotone. Molte scuole rurali sono chiuse dai funzionari del governo e  bambini di appena nove anni sono costretti a raccogliere il cotone a mano fino a dicembre, al fine di colmare il deficit di manodopera adulto volontario. Essi ricevono poco. Ad ogni bambino viene data una quota giornaliera e può raccogliere fino a 50 kg di cotone al giorno. Coloro che non rispettano i loro obiettivi, o che scelgono un raccolto di bassa qualità, secondo quanto riferito sono puniti con percosse, detenzione o i loro voti scolastici ne soffririrano. I bambini che fuggono dai campi di cotone, o che si rifiutano di lavorare, sono minacciati di espulsione dalla scuola. Il lavoro è pericoloso e un morto è già stato segnalato durante il raccolto di quest'anno.  I bambini  esausti soffrono di malattie e malnutrizione, dopo settimane di duro lavoro. Solo nel 2008 ci sono stati almeno cinque morti   e il suicidio di una ragazza dopo che è stata aspramente rimproverata per non aver rispettato la sua quota di cotone. I bambini più grandi e quelli che lavorano nelle fattorie di cotone sono costretti a rimanere nei dormitori di fortuna in condizioni precarie, con cibo insufficiente e senza acqua potabile. -. Durante una recente indagine dalla Environmental Justice Foundation, un bambino si lamentava che: "E 'così caldo nei campi e le sostanze chimiche bruciano la pelle. " Il lavoro forzato nel settore non riguarda soltanto i bambini. I dipendenti delle amministrazioni locali, insegnanti, operai e medici sono spesso costretti a lasciare il lavoro per settimane e raccogliere il cotone senza alcun compenso aggiuntivo. In alcuni casi il rifiuto a collaborare può portare al licenziamento dal lavoro.

LA POSIZIONE DEL GOVERNO A differenza di altre parti del mondo, il lavoro minorile forzato in Uzbekistan è sistematicamente organizzato dallo Stato. Tuttavia, il governo dell'Uzbekistan nega che esista il lavoro minorile forzato e la  politica ufficiale sostiene che i bambini sono volontari per fedeltà alla famiglia o la loro comunità, addossando le  colpe ai genitori irresponsabili. Nel settembre 2008, il governo ha ratificato la Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) 182 sulle forme peggiori di lavoro minorile e la Convenzione OIL 138 sull'età minima per l'occupazione, assicurando la comunità internazionale che il lavoro minorile forzato era stato messo fuori legge. Tuttavia, ha continuato a violare le misure e nega che una  nuova legislazione nazionale sia necessaria per attuare questi impegni giuridici.

CAMPAGNA CRIMINI COTONE  A causa della mancanza di volontà politica da parte del Governo dell'Uzbekistan per affrontare il problema, Anti-Slavery International ha lanciato la Crimini Cotone: Campagna europea contro il cotone chiamata Bambino Slaveryto sulle istituzioni internazionali e il settore privato (compresi i rivenditori e commercianti di cotone) per mettere pressione sul governo dell'Uzbekistan a porre fine all'utilizzo del lavoro minorile forzato in cotone settore. azione a livello UE La destinazione più grande singolo per il cotone Uzbek è il mercato europeo. Nonostante la forte condanna da parte dell'Unione europea circa l'uso della schiavitù minorile nella produzione di cotone usbeco, l'UE continua a consentire al governo dell'Uzbekistan a beneficiare delle tariffe ridotte di trading per le sue importazioni di cotone per l'Unione europea, nonostante le sue regole che questi benefici devono essere ritirate . Firmate la petizione qui Crimini Cotone chiedendo al Presidente del Parlamento europeo per fermare la schiavitù di bambini azione presso i rivenditori La campagna Cotton Crimes è anche invitando i rivenditori europei a vietare l'uso del cotone Uzbek all'interno dei loro prodotti fino a quando il lavoro minorile forzato sarà sradicato dal processo di produzione in Uzbekistan. Wal-Mart, Tesco, Gap, Nike e Marks & Spencer, tra gli altri, hanno già preso provvedimenti per vietare il cotone Uzbek nei loro prodotti, anche se molti rivenditori devono ancora rendere questo commitment.To scrivere al vostro rivenditori preferiti per favore clicca qui

STORIE DALLA RACCOLTA DEL COTONE * " Abbiamo davvero paura di essere espulsi dalla scuola. Ogni 2 settembre, il primo giorno di scuola, il direttore ci avverte che se non andiamo a raccogliere il cotone,  potremmo anche non tornare a scuola. L’amministrazione della scuola fa di tutto per dare l'impressione che suano gli stessi scolari a decisere di andare nei campi di cotone. Ma cercare di "volontariamente" non andare alla raccolta! Siamo tutti costretti a obbedire a questa legge non scritta. .. e per di più, l'unico modo per ottenere denaro è quello di uscire e raccogliere il cotone E’  doloroso vedere come i bambini si knock out nei campi di cotone per guadagnare questi soldi marci.  Basti pensare che al fine di guadagnare 50 somma (quattro Usa centesimi), un ragazzo che è appena 14 è di piegare verso il cespuglio di cotone da oltre 50 volte. E i suoi guadagni dopo una giornata di questo lavoro non gli servirà nemmeno per comprare un paio di brutti calzini .
Ragazzo, terza media (14 anni), Kashkadaria provincia
* "Quest'anno il presidente della fattoria collettiva insistito sul fatto che io e mia figlia-in-legge ed i miei figli rimasti, vanno a raccogliere il cotone altrimenti avrebbe preso la nostra trama via [appezzamento utilizzato per la coltivazione . frutta e verdura] Il presidente ha detto che se non andiamo fuori, dovrò pagare 100 mila somma (circa US $ 70 - equivalente a più di tre salari medi mensili). Quando ho detto che non c'era modo io potrebbe pagare quei soldi, ha iniziato a minacciare che in quel caso non avremmo ottenere il pagamento di welfare. non so a chi rivolgersi per lamentarsi. " Madre di sei figli, Boiavut quartiere
Fonte

venerdì 22 giugno 2012

L'UE DICHIARA GUERRA ALLA SCHIAVITÙ MODERNA

40 nuove misure contro la tratta di esseri umani

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Ieri la Commissione europea ha adottato la Strategia Ue per l'eradicazione della tratta di esseri umani (2012-2016), «Un insieme di misure concrete e pratiche da attuare nei prossimi 5 anni, fra cui l'istituzione di unità nazionali di contrasto specializzate nella tratta di esseri umani e la creazione di squadre investigative comuni europee incaricate di perseguire i casi di tratta transfrontaliera».
Con la Strategia dell'UE per l'eradicazione della tratta di esseri umani (2012-2016) la Commissione si concentra su azioni concrete che sosterranno e completeranno l'attuazione della normativa dell'Unione sulla tratta (direttiva 2011/36/UE), il cui termine di recepimento è aprile 2013. Le misure previste dalla strategia sono il risultato di ampie consultazioni di esperti, governi, società civile e organizzazioni internazionali, parti sociali e mondo accademico, e riflettono le loro principali preoccupazioni così come quelle delle vittime, allo scopo di completare le iniziative già in corso.
Presentando la strategia, la commissaria Ue agli Affari interni, Cecilia Malmström, ha detto: «Disgraziatamente la schiavitù non è stata ancora confinata ai libri di storia. È spaventoso vedere come ancor oggi gli esseri umani siano messi in vendita e costretti al lavoro forzato o alla prostituzione. Scopo centrale della nostra iniziativa è fare in modo che le vittime ottengano sostegno e che i trafficanti siano consegnati alla giustizia. Siamo ancora lontani dall'ottenerlo, ma il nostro fine non può che essere questo: eliminare la tratta di esseri umani».
Secondo stime recenti dell'International labour organisation (Ilo) «In tutto il mondo sono 20,9 milioni le vittime di lavoro forzato, compreso lo sfruttamento sessuale, tra cui 5,5 milioni di minori». Secondo Europol, «I minori costretti a compiere attività criminali, come l'accattonaggio organizzato, sono acquistati come merci al prezzo di 20.000 euro».
La Commissione Ue calcola che «Nelle economie sviluppate (Stati Uniti, Canada, Australia, Giappone, Norvegia e paesi dell'Ue) i lavoratori forzati siano circa 1,5 milioni, il 7% del totale mondiale. La tratta di esseri umani frutta ogni anno alle organizzazioni criminali internazionali di tutto il mondo profitti superiori a 25 miliardi di euro. Molte delle vittime provengono da paesi terzi, ma la tratta interna all'UE (cioè i cittadini dell'Unione vittime di tratta nell'Unione stessa) sembra in crescita».
Nella civile Europa ogni anno centinaia di migliaia di esseri umani, donne e uomini, ragazzi e ragazze in situazioni vulnerabili, sono vittime delle nuove schiavitù a scopo di sfruttamento sessuale, per il lavoro forzato, per l'espianto di organi, l'accattonaggio forzato, la servitù domestica, il matrimonio forzato, l'adozione illegale e altre forme di sfruttamento. La Commissione sottolinea che «I dati preliminari raccolti dagli Stati membri a livello dell'Ue sono coerenti con quelli forniti da organizzazioni internazionali quali l'Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC) e indicano che tre quarti delle vittime individuate negli Stati membri dell'Unione sono oggetto di tratta a scopo di sfruttamento sessuale (il 76% nel 2010), mentre altre sono costrette allo sfruttamento del lavoro (il 14%), all'accattonaggio (il 3%) e alla servitù domestica (l'1%).
In una prospettiva di genere, i dati preliminari a disposizione mostrano che le donne e le ragazze sono le vittime principali della tratta di esseri umani: tra il 2008 e il 2010 le vittime erano per il 79% di sesso femminile (e il 12% di queste erano ragazze) e per il 21% di sesso maschile (di cui il 3% ragazzi). Eppure sono troppo pochi i colpevoli che finiscono dietro le sbarre, mentre le vittime lottano per recuperare e reintegrarsi nella società: i risultati preliminari di raccolte di dati recenti mostrano che il numero di condanne in casi di tratta è diminuito da circa 1 500 nel 2008 a circa 1 250 nel 2010. Gli europei sono convinti che si debba fare qualcosa: secondo l'ultima indagine, il 93% dei cittadini conviene che gli Stati membri dell'Ue debbano cooperare per combattere la tratta di esseri umani».
La strategia europea comprende la prevenzione, la protezione e il sostegno alle vittime e l'azione penale nei confronti dei trafficanti. Identifica 5 priorità per ognuna delle quali espone una serie di iniziative, tra le quali: Sostenere l'istituzione di unità nazionali specificamente dedicate al contrasto della tratta di esseri umani; Creare squadre investigative comuni e coinvolgere Europol ed Eurojust in tutti i casi di tratta transfrontaliera; Fornire alle vittime informazioni chiare sui diritti di cui godono in virtù della legislazione dell'Ue e della normativa nazionale, in particolare il diritto all'assistenza e alle prestazioni sanitarie, il diritto di ottenere un permesso di soggiorno e i diritti nel campo del lavoro; Creare un meccanismo dell'Ue per individuare, indirizzare, proteggere e assistere meglio le vittime della tratta; istituire una Coalizione europea delle imprese contro la tratta di esseri umani per migliorare la cooperazione tra imprese e portatori d'interesse; Istituire una piattaforma a livello dell'Ue di organizzazioni e di prestatori di servizi della società civile che operano nel campo dell'assistenza alle vittime e della loro protezione negli Stati membri e nei paesi terzi; sostenere progetti di ricerca che studino Internet e le reti sociali in quanto strumenti di reclutamento sempre più attivi a disposizione dei trafficanti.
La Commissione continuerà a valutare i progressi compiuti nella lotta contro la tratta e ne riferirà ogni due anni al Parlamento europeo e al Consiglio. La prima relazione, che sarà pubblicata nel 2014, comprenderà una valutazione intermedia della strategia.
La strategia sarà ora discussa dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell'Ue.
Fonte

mercoledì 6 giugno 2012

NEL MONDO 21 MILIONI LE VITTIME DELLA SCHIAVITÙ

MULTINAZIONALI NEL MIRINO
Secondo un nuovo rapporto dell'ILO, nel mondo 3 persone su 1000 sono ridotte in schiavitù. In 18 milioni (il 90%) vengono sfruttati nell'economia privata da imprese agricole, edilizie o nell'industria manifatturiera. Due milioni sono sottoposti a forme di lavoro forzato imposte dallo Stato o da eserciti nazionali e forze armate ribelli.

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Per quanto riguarda l'età, 5,5 milioni (26%) dei lavoratori forzati hanno meno di 18 anni. Il tasso di prevalenza, cioè il numero di lavoratori forzati per 1.000 abitanti, è più elevato in Europa centrale e sudorientale e nella Comunità degli Stati Indipendenti (CSI), con un rapporto di 4,2 per 1000 abitanti, e in Africa con un rapporto di 4,0 per 1.000 abitanti. Il tasso è più ridotto, 1,5 per 1000 abitanti, nelle economie industrializzate e nell'Unione Europea. La prevalenza relativamente alta in Europa centrale e sudorientale e nella CSI deriva dal fatto che la popolazione è meno numerosa rispetto, ad esempio, all'Asia mentre, allo stesso tempo, risultano essere numerosi nella regione i casi di tratta (trafficking) per lavoro e per sfruttamento sessuale e casi di di lavoro forzato imposto dalla Stato.
clip_image002La regione Asia-Pacifico conta il maggior numero di lavoratori forzati nel mondo - 11,7 milioni (56%) del totale mondiale. Al secondo posto l'Africa con 3,7 milioni (18%), seguita dall'America Latina con 1,8 milioni di vittime (9%). I paesi sviluppati e l'Unione Europea contano 1,5 milioni (7%) di lavoratori forzati, mentre i paesi dell'Europa centrale e sudorientale e della CSI ne contano 1,6 milioni (7%). Si stimano in 600.000 le vittime nel Medio Oriente.
« Abbiamo fatto parecchia strada negli ultimi sette anni da quando presentammo le prime stime sul numero di persone vittime di lavoro o di servizi forzati nel mondo. Progressi incoraggianti sono stati registrati anche nell'assicurare che la maggior parte dei paesi adottassero una legislazione contro il lavoro forzato, la tratta di esseri umani e la pratiche simili alla schiavitù » ha affermato Beate Andrees, responsabile del Programma ILO di azione speciale per combattere il lavoro forzato.
Secondo Beate Andrees, occorrerebbe concentrare ora l'attenzione su una migliore identificazione e perseguimento del lavoro forzato e dei reati connessi come la tratta di essere umani.
« È ancora complicato perseguire quegli individui capaci di infliggere tante sofferenze. Questo va cambiato. Dobbiamo anche far sì che il numero delle vittime non aumenti durante l'attuale crisi economica che rende le persone maggiormente vulnerabili a queste abominevoli pratiche », ha aggiunto. Fonte

martedì 1 maggio 2012

martedì 22 novembre 2011

QUANT’È BUONA LA NUTELLA…

SCHIAVITÙ E MERCATO INTERNAZIONALE DEL CACAO.

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UN OPERAIO IMPEGNATO A SELEZIONARE I SEMI DI CACAO A MOUSSADOUGOU, UN VILLAGGIO NELLA ZONA DI SAN-PEDRO, IN COSTA D'AVORIO (AFP)


L’industria internazionale del Cacao ha un volume mondiale d’affari di decine di miliardi di dollari americani. Nella sola Costa d’Avorio (il principale Paese Africano produttore di cacao esportatore della metà della produzione mondiale), il volume annuale d’affari é valutato attorno ai 90 milioni di dollari americani.
Il ciclo produttivo del cacao é ancora legato alla logica coloniale. Nei Paesi del Terzo Mondo ci si limita alla coltivazione, raccolta ed esportazione dei semi di cacao e la trasformazione in prodotti alimentari avviene nei Paesi industrializzati.
Dietro l’industria internazionale del Cacao si nascondono svariate forme di povertà e di schiavismo, non ultima la schiavitù infantile.
Un recente rapporto redatto dall’Università di Tulane e commissionato dal Governo Americano, rivela che circa 1.800.000 bambini nell’Africa Occidentale (di cui 800.000 nella sola Costa d’Avorio) sono costretti a lavorare nelle piantagioni di cacao, soprattutto nel periodo della raccolta.
Il rapporto contraddice l’immagine di commercio equo e socialmente responsabile che gli uffici di Pubbliche Relazioni delle multinazionali del cacao hanno diffuso all’opinione pubblica nell’ultimo decennio.
Dieci anni fa varie multinazionali del Cacao, come la Nestlé, sotto pressione internazionale, firmarono un protocollo per impedire il lavoro infantile presso le piantagioni di cacao, promettendo di investire considerevoli fondi per abolire questa silenzios,a ma devastante forma di schiavitù moderna.
L’industria del cioccolato ha sponsorizzato vari programmi sociali come la costruzioni di scuole e l’erogazione di borse di studio per aumentare l’accesso scolastico alle famiglie povere.
Nel 2010 le multinazionali del cacao hanno firmato un’altro accordo internazionale per diminuire entro il 2020 del 70% il numero di lavoratori minori impiegati nelle piantagioni.
Il rapporto dell’Università di Tulane smentisce questa propaganda. Nella Costa d’Avorio, per esempio, solo 33.000 bambini (equivalenti al 4% del totale dei bambini che lavorano nelle piantagioni) sono stati beneficiari di programmi sociali finanziati dalla multinazionali del settore.
Spesso il lavoro minorile nel settore é abbinato al traffico di esseri umani. Le famiglie più povere vendono i loro figli ai latifondisti, costringendoli a lavorare gratuitamente e impedendogli il diritto all’educazione.
Il Dipartimento del Lavoro Americano sta pensando di proporre severe leggi di certificazione del prodotto, simili a quelle adottate per i minerali rari nell’Est del Congo RDC o per i diamanti della Sierra Leone e della Liberia.
Il rapporto dell’Università di Tulane fa giustamente notare che queste leggi, se varate, risulteranno inefficaci proprio come quelle sui minerali rari e i diamanti. Come per le multinazionali minerarie anche quelle del cioccolato favoriranno il “lavaggio” del cacao. Sotto l’attuale mercato internazionale é tecnicamente impossibile tracciare l’origine dei semi di cacao cioè se provengono da piantagioni che rispettano le norme del lavoro oppure da piantagioni che fanno largo uso della schiavitù minorile.
Nella Costa d’Avorio il Ministro del Lavoro del Governo Ouattara: Gilbert Kone Kafana, ha promesso di attuare una legislazione che obblighi le multinazionali del cacao ad eliminare la schiavitù infantile nel ciclo produttivo ed a finanziare opere sociali per lo sviluppo come: strade, scuole, ospedali e centri sociali, al fine di migliorare le condizioni dei contadini e aumentare il tasso scolastico tra la popolazione compresa tra i 5 e i 14 anni d’età.
Queste solenni dichiarazioni raccolgono lo scetticismo Regionale visto il ruolo giocato dalle multinazionali del cioccolato per favorire l’intervento militare Francese che ha installato il Governo Ouattara, spodestando il regime di Gbagbo. Nel migliore dei casi qualche scuola e ospedale di scarsa qualità edile saranno costruiti giusto per l’immagine della multinazionale, ma il fenomeno di sfruttamento del lavoro minorile continuerà coperto da questi interventi di facciata.
Metaforicamente l’industria internazionale del cioccolato é legata alla filosofia del “cannibalismo produttivo” applicata nel settore dell’allevamento bovino e suino . (1)
I bambini Occidentali si gustano il delizioso strato di Nutella spalmato sulla fetta di pane proveniente dai semi di cacao raccolti da bambini schiavi in Africa.
Fulvio Beltrami
Kampala, Uganda
Note
(1) Per cannibalismo produttivo si intende la pratica di alimentare I bovini e I suini con farine contenenti una percentuale di carne bovina o suina liofilizzata
Fonte

giovedì 8 settembre 2011

…UNA VITA DI TUTTI I GIORNI…

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La mattina mi alzo alle tre , appena il sole è al di sopra dell’orizzonte. Insieme ai miei compagni facciamo a gara a contenderci il secchio di acqua per pulirci gli occhi e le mani. Poi ci aspetta il camion che ci porterà nel campo dei pomodori. E’ lo stesso che a sera ci riporterà qui nella tenda. Il sole ed il caldo non mi spaventa. Laggiù nel mio paese, dal quale sono fuggito, in Nigeria,il caldo è già torrido alle prime ore dell’alba. E’ per questo che sono "abbronzato" come dicono qui in questo paese, in cui mi sono rifugiato. 
Qui sto bene. Mangio, un po’ di pane e qualche pomodoro che conservo fra quelli che raccolgo; bevo, acqua che ci portano durante le ore di raccolta, in un recipiente di terra cotta "u’ Vummile" come lo chiamano da queste parti. A fine settimana mi danno dieci euro che conservo e mando alla mia famiglia che è rimasta nel mio paese. Dicono che c’è la crisi. Che la crisi è mondiale. Io non so cosa sia questa crisi. Forse, mi dicono, che quando c’è la crisi si sta male Ma nel mio paese la crisi c’è sempre stata. Qui sto bene, Almeno mangio , bevo ed aiuto la mia famiglia. Ogni tanto di notte dobbiamo scappare , perchè arrivano quelli con la testa rasata. Dicono che siam sporchi negri. E che dobbiamo tornare nel nostro paese.
Se ritornassi nel mio paese morirei.
Li c’è la crisi perenne.
Morto a diciotto anni.


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….Una vita di tutti i giorni….

Ancora un’altra mattinata mi aspetta. L’aria condizionata della camera da letto ha pompato per tutta la notte, ma la temperatura è sempre rimasta sui venti gradi. Oggi mi aspetta una giornata infernale. Dovrò decidere, insieme al consiglio di amministrazione, se chiudere la fabbrica di conserve o resistere ancora un altro anno. La raccolta dei pomodori , quest’anno è andata male,E’ vero che abbiam pagato poco il raccolto sulla pianta, ma anche vero che il prodotto non è granchè. E poi la crisi. Cristo la crisi!!!! I creditori che non mi danno tregua. E poi i finanzieri . E’ vero che adesso con il condono potrò far ritornare i capitali , e mettere a tacere quell’inchiesta sui soldi che ho messo a Montecarlo. Beh, per adesso faccio colazione, e poi ci penserò, al massimo metto tutti in cassa integrazione, licenzio i precari, e poi , al limite, chiedo l’amministrazione controllata, Vado ai laghi e mi riposo un pò. Quest’anno nemmeno un giorno di ferie mi son preso!!!

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La crisi. Che stres!!!
Potessi fare il lavoratore dipendente.
Non avrei certo di queste preoccupazioni!!!!

…..Una vita di tutti i giorni……

Oggi son proprio stanco. Nemmeno un attimo di tregua , ho avuto. Tutta la notte davanti al forno. La direzione ha deciso di aumentare la produzione. Perchè c’è la crisi ed allora ci dobbiamo dar da fare. I compagni, in assemblea, han tentato di resistere all’aumento dei ritmi. Hanno anche detto che non è giusto che dobbiamo lavorare 12 ore anche nel turno di notte, e non essere pagati lo straordinario. Ma quelli del sindacato han detto che c’è la crisi. Che siam tutti nella stessa barca. che i tempi son duri. E che o è così oppure ci aspetta la cassa integrazione a zero ore e poi la mobilità o il licenziamento. Abbiam fatto quattro conti e col mutuo da pagare,i bimbi a scuola, mia suocera a carico come faccio con ottocento euro al mese?? Ho quaranta due anni. Dove vado??? Però almeno i compagni del sindacato son stati bravi a strappare alla direzione di farci riconoscere un bonus di cento euro. Fuori busta paga. In nero. Si capisce.

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C’è la crisi.
E c’è crisi anche per il signor Mauro.
Tu pensa che lui è stato sempre in fabbrica con noi. insieme a noi. E’ proprio un brav’uomo. E’ proprio come noi. Viene dalla gavetta, lui.
Tu pensa che ha fatto l’operaio come noi. Lui ci capisce. Però son proprio fortunato. Ho un lavoro, a tempo indeterminato e di questi tempi è un privilegio. Mangio tutti i giorni pasta e pomodoro. Certo. A me piace. L’ultima volta che siam andati in pizzeria , mi ricordo che ero fidanzato con mia moglie. Ora invece, in pizzeria non vado più. Mi accontento di veder la televisione con la mia famiglia.
Quando i turni me lo permettono.
Tre vite di tutti i giorni. Tre ***REALTA’*** differenti, ed inconciliabili. Ognuno con i suoi sogni, le sue speranza, la sua dimensione di realtà, di vero e di reale. Tre vite, ognuno con la propria esistenza di ogni giorno. Niente li accomuna. Solo il loro essere uomini e la ****CRISI****
Zag(c)

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giovedì 1 settembre 2011

L'INFERNO DI POTOSÌ

"Sono l'antica Potosì
Il tesoro del mondo
e l'invidia dei re"

La Bolivia è il Tibet delle Americhe. Ne condivide l’altezza, gli altipiani desolati e le medesime facce cotte dal sole degli abitanti. Tra i volti della Bolivia, da quello impenetrabile della selva amazzonica ai bianchi deserti dei salares, dai vulcani incappucciati di ghiaccio alle lagune più remote, è quello della città di Potosì a colpire maggiormente per una sorta di paradosso temporale dell’era tecnologica.

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Potosì è comparsa dal nulla ai piedi di Cerro Rico, agli albori dell’epoca coloniale, in seguito alla scoperta accidentale di ricchi filoni d’argento celati nelle profondità della montagna. L’arido picco, che domina isolato una zona inospitale dell’altipiano 450 km a sud-est di Nuestra Señora de La Paz, ha una forma vagamente conica ed è alto quasi 5000 metri.

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Un tempo Potosì era tra le città più popolose del mondo, diretta conseguenza dell’attività estrattiva del prezioso metallo. La zecca reale e le chiese in stile barocco-mestizo, tanto incongrue quanto affascinanti, tradiscono i fasti di un passato di splendore e follia. Le ricchezze strappate alla terra con l’espropriazione della carne altrui hanno arricchito per generazioni i regni e le dinastie in Europa. Per tre secoli i lingotti d’argento dell’Alto Perù, l’attuale Bolivia, hanno finanziato tanto le casse della corona spagnola quanto le tasche dei pirati inglesi, olandesi e francesi. Ne facevano le spese i galeoni diretti in Spagna lungo le rotte che da Callao passavano attraverso lo stretto di Magellano, risalendo verso il Mar delle Antille. Ma vi era anche un lucroso traffico in senso opposto: dalla Costa d’Avorio gli schiavi erano deportati in Alto Perù con un viaggio spaventevole che mieteva fino al venti per cento di vittime. I sopravvissuti non avevano di che rallegrarsi: giunti a Potosì erano sottoposti alla Ley de la Mita. Questa legge, istituita ad hoc dal viceré Toledo, obbligava gli indios e gli schiavi di colore sopra i diciotto anni d’età al lavoro forzato nelle miniere d’argento. I mitayos erano segregati sotto terra per quattro mesi senza che fosse loro concesso uscire alla luce del sole, costretti a lavorare in massacranti turni di dodici ore entro cunicoli privi d’aria, a contatto con ogni sorta d’effluvi velenosi.

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La mortalità era elevatissima ma la legge era congegnata in modo tale che gli oneri dovuti al sostentamento dei minatori superavano il magro salario elargito, innescando così una spirale di debiti che erano ripagati con nuovo lavoro, a vita. Vita che, mediamente, superava di poco un anno a causa delle bestiali condizioni di lavoro, degli incidenti e della silicosi. Le gallerie sono pervase da un cocktail micidiale d’aria rarefatta mescolata a gas tossici. All’interno dei pozzi, inoltre, si registrano temperature che da sotto zero, in prossimità della superficie, giungono a superare i quarantacinque gradi dei livelli più profondi. Si calcola che, nei tre secoli di sfruttamento intensivo, le miniere d’argento di Cerro Rico abbiano causato la morte di otto milioni di schiavi indios e africani.

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Questa premessa aiuta a capire come sia nata Potosì, e su quali fondamenta abbia raggiunto l’apogeo intorno al XVII secolo. Potosì resta una delle roccaforti dove il passato, camuffandosi con la modernità, è riuscito a sopravvivere sino ad oggi e da dove certamente riuscirà a varcare indisturbato la soglia del terzo millennio, convivendo al fianco di Internet nell’era della globalizzazione. Gli idoli del nostro tempo, che di volta in volta prendono il nome di liberalizzazione, concorrenza e mercato, sembrano essere riusciti a reintrodurre in modo perverso le antiche usanze. Il paradosso si fonda su di un metodo di lavoro profondamente arcaico, che riproduce i ritmi massacranti imposti dai conquistadores.

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Allo sfruttamento dell’argento, ora quasi abbandonato perché antieconomico, si è sostituito quello dello stagno. Alla grande miniera statale di Pailaviri, chiusa a causa degli alti oneri che comporterebbe il rinnovo delle infrastrutture, si sono sostituite le cooperative di minatori. Questi ultimi scavano a mani nude i cunicoli tortuosi sotto la crosta di fango della montagna così come facevano i loro antenati durante il periodo coloniale. Oggi l’unico vero padrone è il mercato, in altre parole la legge della domanda e dell’offerta. A chi acquista il minerale di stagno direttamente dai minatori, pagandolo a peso, è indifferente sapere come è stato estratto: se con unghie e denti, se con picconi e carriole oppure impiegando moderni mezzi di scavo e nastri trasportatori.

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Non sempre un’esperienza deve essere gradevole, visivamente gratificante, psicologicamente rassicurante per meravigliare e indurre alla riflessione. La visita in una delle miniere auto gestite di Cerro Rico costituisce un’esperienza unica, perché è davvero infernale lo scenario che si para dinanzi oltre la soglia. Pochi passi oltre l’ingresso e le tenebre compatte avvolgono ogni cosa. L’unica fonte d’illuminazione è data dalla flebile luce delle lampade a carburo fissate sul casco, preferite alle torce elettriche perché in grado di segnalare, cambiando colore, la presenza di sacche velenose di monossido di carbonio. Piccoli uomini ingobbiti e scuri sfrecciano silenziosi attraverso le buie gallerie, alte meno di un metro e prive di travi di sostegno, scavate nella roccia. Le viscere della miniera assomigliano all’interno di un formicaio, dove nell’intrico di cunicoli e di pozzi gli operai si muovono sicuri, spingendo innanzi le carriole colme oppure trasportando a spalle, nei punti più stretti e ripidi, i sacchi di minerale. La produzione giornaliera di un minatore, estratta con l’aiuto del piccone e della dinamite, è di circa duecento carriole. Non vi sono orari di lavoro prestabiliti perché i minatori lavorano in proprio e chi più produce più guadagna.

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I lineamenti bruni degli indios quechua sono deformati dal perenne bolo di foglie di coca che anestetizza la gola e ottunde i sensi. I minatori ti accolgono dapprima con indifferenza ma è sufficiente un piccolo regalo, consistente in una manciata di foglie di coca, un sorso d’acquavite o semplicemente un candelotto di dinamite, per farsi accettare, sia pure per l’effimera durata di una visita. L’età minima per lavorare, ci dicono, è di quattordici anni ed il mestiere è custodito gelosamente e tramandato di padre in figlio. Nessuna misura di sicurezza, nessun piano d’emergenza. Le miniere private non hanno neppure la pianta delle gallerie. Sono un vero e proprio labirinto tridimensionale conservato unicamente nella memoria dei minatori anziani. Alcuni pozzi sono così stretti che per scendere occorre farvisi calare dall’alto. Escludendo la claustrofobia e la paura di un crollo resta il rischio di soffocare nel malaugurato caso in cui dovesse interrompersi il flusso dell’aria compressa di aerazione.

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el tio
la divinita' padrona delle viscere della terra. Le braccia=la forza , le gambe = scurezza nel cammino , porta stivali dunque e' minatore, il pene= la fertilita'

La presenza in ogni miniera di Cerro Rico d’immagini inquietanti, di figurine di terracotta del diavolo, Tio, lo Zio, rappresentato nell’atto di masticare coca, non sono concepite dai minatori per terrorizzare, ma semmai per abituarsi a convivere con esse perché sono parte della vita sotterranea, il materializzarsi di paure inconsce. E respingerle potrebbe scatenarne il potenziale di sovrumana pericolosità. E’ un esorcismo con protagonisti la Carne, la Morte e il Diavolo, come nella tragicommedia messa in scena compiutamente da Albrecht Durer. Alla statuina si offrono sigarette e alcool puro, gesti semplici che riassumono meglio di ogni parola la necessità di evasione dei minatori dalla loro dura vita di lavoro. La speranza d’imbattersi in una vena di minerale ricca quanto basta da poter risolvere per sempre le difficoltà del vivere resta un miraggio, come per noi sarebbe un bel tredici al totocalcio, ma è un’illusione che fa tirare avanti.

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La presa di coscienza dell’esistenza di un’umanità che lavora in condizioni disumane non trova sollievo al pensiero che oggi la scelta sia volontaria. I mitayos erano schiavi e non avevano alternative ma fino a che punto i minatori di Potosì sono liberi di modificare la propria vita? Fino a che punto, in fondo, lo siamo noi? La differenza è che noi turisti, in ogni caso, abbiamo sempre in tasca il biglietto di andata e ritorno.
Novembre 1997


Fonte
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clip_image013clip_image014Le miniere di Potosì: Inferno!

La cosa più brutta è che queste persone vengono colpite tutte da silicosi polmonare e dopo 10 anni di lavoro continuo la maggior parte muore, se gli va bene arrivano a 15 anni! Guardavamo negli occhi queste persone e ci chiedevamo, come era possibile!!!!


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La città di Potosi
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Nella bella citta’ coloniale furono edificate piu di 80 chiese

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e la Casa de la Moneda, l’antica zecca, oltre che testimoniare gli sfarzi del passato, include tra le sue mura il simbolo della citta’: un mascherone di Bacco (per la verita’ non molto bello) la cui provenienza e’ stata dimenticata

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Potosi oggi non e’ piu’ l’inesauribile fonte di ricchezza, le sue miniere non danno piu’ argento ma, nonostante questo la citta’ e’ molto vivace e brulica di persone e allegri mercati

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Le condizioni di lavoro sono terribili, pressoche’ identiche a quelle dell’epoca coloniale. Quando i filoni sono troppo scarni non ci sono i soldi per noleggiare nemmeno un trapano e si fa tutto a mano. Non esistono carri meccanizzati per portare in superficie il minerale e si spinge con la forza delle braccia. I cunicoli sono ricoperti da polvere bianca: arsenico. Le misure di sicurezza? inesistenti. La vita media non supera i 40 anni. Ci confermano che in miniera, ai livelli inferiori,  lavorano anche i bambini
Quando si visitano le miniere e’ buona consuetudine portare agli uomini delle bibite fresche, gallette e sacchetti di foglie di coca senza la quale non riuscirebbero a sopportare  la fatica

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mani polverose, cernitrici ai piedi del cerro rico

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vagonate di speranze profonde  ai piedi del cerro rico - potosi

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sguardi dal profondo (miniera – potosi)

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clip_image038dentro le viscere della miniera - potosi'

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cerro rico o inferno miniere di potosi'.
15 mila minatori
320 miniere
40 "cooperative"

Photo credit

"Siate in grado di sentire dentro di voi ogni ingiustizia compiuta in qualsiasi parte del mondo"
Diceva uno morto-ammazzato 35 anni fa, in un luogo non molto lontano da qui.

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