Visualizzazione post con etichetta terrorismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta terrorismo. Mostra tutti i post

lunedì 12 gennaio 2015

ORRORI INFANTILI

Non esiste giustificazione al fatto che una bambina di 10 anni si trasformi, certamente a sua insaputa, in una bomba umana. Non vi è ragione quando a farlo sono uomini e donne maturi, ancora meno quando a diventarlo è una bimba. I macellai che stanno dietro a fatti di questo genere non hanno diritto di esistere. Non scomodiamo ideologie, religioni, principi ed altro. Sono criminali. Punto.

L'utilizzo di bambini, per farne degli insospettabili kamikaze, non è una novità. Nel nostro mondo marcio, già in Afghanistan o in Pakistan sono stati usati da animali simili a quelli nigeriani e forse molti di quelli che oggi gridano all'orrore la cosa l'hanno già dimenticata.In Nigeria, come in quasi tutta l'Africa Sub-Sahariana, i bambini muoiono, ogni giorno a migliaia nella quasi totale indifferenza del resto del pianeta. Muoiono di fame, di stupide malattia e di cose più serie che da noi sarebbero quasi tutte evitabili.


Ma, i bambini sono anche oggetto delle violenze degli adulti. Molti nascono sapendo che la loro vita sarà breve, molto breve. Nascono già segnati dalle violenze, dalle malattie e dal dolore e superare i 5 anni di vita, è già segno di una tempra forte (o di un destino segnato), capace di affrontare una difficile esistenza.

Molti sono costretti, già in fasce, a seguire genitori in fuga. Da guerre e da violenze di ogni genere. A vedere i propri genitori, i propri fratelli o i propri simili morire senza ragioni o a vedere la propria madre stuprata da un gruppo di uomini.
I più fortunati crescono, e diventano essi stessi oggetto delle attenzioni dei grandi. Alcuni rapiti per diventare, già giovani, micidiali armi di morte, altre per diventare schiave sessuali di guerriglieri in perenne movimento. Ma, può andare peggio, come ad esempio essere mutilati per sprezzo della vita umana.
Altri ancora, forse più fortunati, sono condannati al lavoro ed ad una povertà estrema che difficilmente li porterà a diventare adulti.
Le bambine di dieci anni, come quella trasformata in bomba umana, hanno già visto e provato cose che in tutta la nostra esistenza, per fortuna, non incroceremo mai.
Da decenni osserviamo queste cose, per fortuna lontane dalle nostre terre. Esse giungono alla nostra attenzione solo quando servono a confermare altre cose. Probabilmente, senza i fatti di Parigi, perfino l'atroce notizia della bambina nigeriana, avrebbe avuto poco risalto qui da noi.

venerdì 9 gennaio 2015

DOPO PARIGI

A due giorni di distanza dai fatti di Parigi, ho deciso di abbandonare il mio silenzio per dire che la matita deve prevalere sul kalashnikov, la satira sull’intolleranza, la ragione sul cieco fanatismo. L’aberrazione di quanto accaduto non deve però condurci ad una caccia alle streghe. Il dolore non deve trasformarsi in rabbia  contro una religione. Occorre, come sempre, in questi casi distinguere tra professanti una fede e integralisti che hanno perso l’umanità per trasformarsi in bestie feroci.

La maggioritaria comunità islamica moderata deve dare una grande mano,  ponendosi ufficialmente e visivamente dalla parte delle vittime innocenti di questa barbarie, senza sotterfugi  e tentennamenti , in nome della libertà di espressione.  Solo così potrà aiutare ad isolare queste bestie feroci, evitando che la loro caccia si trasformi in una caccia all’Islam, fomentata dai soliti ottusi destrorsi della nostra società occidentale. Evitare uno scontro di civiltà è il primo traguardo da cui partire  per iniziare a comprenderci.

sabato 10 settembre 2011

IL DIZIONARIO TASCABILE DEL DOPO 11 SETTEMBRE

Siamo al decimo anniversario degli attentati dell’11 settembre del 2001. Ed è tempo di bilanci. O meglio: è tempo di calcolare con esattezza che cosa in questi anni – dopo l’evento che a detta di quasi tutti gli osservatori, tutto era destinata a cambiare – sia davvero cambiato nel mondo. E, soprattutto, quali siano stati i costi – ed i risultati – della risposta che gli Stati Uniti e l’intero Occidente hanno dato agli attacchi subito un decennio fa.

clip_image001

Chiunque sia interessato a cifre e statistiche, può leggersi quello che è oggi, probabilmente, il più completo riassunto di questo decennio cominciato tra la polvere ed il sangue delle Twin Towers crollate. Vale a dire: il resoconto finale della ricerca condotta gruppo di studio che, allestito dalla Brown University e coordinato dalla professoressa Andrea Mazzarino, ha studiato i “costi della guerra” o, più esattamente, delle molte guerre (Afghanistan, Iraq e dintorni) lanciate dopo l’11 settembre. Costi umani – calcolati, quasi certamente per difetto, in 225.000 vite umane, delle quali solo poco più di 31.000 appartenenti a militari – e costi economici (ormai superiori ai 4.000 miliardi di dollari. Costi il cui conto è ancora ben lungi dall’essersi concluso, visto che le guerre continuano. E visto, soprattutto, che continua il terrorismo che quelle guerre dovevano sradicare (e che hanno, invece, probabilmente, contribuito ad estendere).
Sul tema, pubblichiamo qui di seguito, un “dizionario del dopo 11 settembre”, scritto da Massimo Cavallini.
Dieci anni dopo l’evento che tutto doveva cambiare, nulla appare, in effetti, al suo posto. Non perché tutto sia davvero cambiato, ma perché nulla è dove, secondo le previsioni dei più, avrebbe dovuto essere. Di “The Freedom Tower”, il super-grattacielo che, nelle intenzioni, era chiamato a rimpiazzare, con  svettante orgoglio, le due Torri Gemelle abbattute l’11 settembre del 2001, ancora non si vedono, in quella sorta d’artificiale Gran Canyon che è Ground Zero, che le prime fondamenta. Wall Street, “colpita al cuore” dai nemici del Mondo Libero, è bravamente sopravvissuta. E, dalle sue trincee del Lower Manhattan, ha quindi imperiosamente risposto al fuoco, colpendo a sua volta al cuore, sul finire dell’anno del Signore 2008, non i “nemici dell’America”, ma il resto dell’economia. Ovvero: quell’America capitalista (carne a sangue del capitalismo planetario) di cui, nel bene e nel male, era e resta il simbolo colpito al cuore dagli uomini di Osama Bin Laden. Il quale, Osama Bin Laden, è stato infine – quasi un decennio dopo – raggiunto ed ucciso (colpito più o meno al cuore e più o meno a sangue freddo) non dall’uomo che, tra le macerie delle Torri, aveva dichiarato se stesso un “presidente guerra”, ma dall’uomo che due anni or sono l’ha rimpiazzato, negandone l’eredità e promettendo al mondo pace e multilateralismo.
Al posto giusto – giusto nel senso di imposto dall’ordine delle cose – non si trovano, in realtà, che i morti: quelli dell’11 settembre, terrificante antipasto d’una carneficina che ancora continua, e quelli delle guerre (due, ed entrambe parte d’un unico conflitto da Bush a suo tempo chiamato “infinito”) che il summenzionato presidente di guerra ha fortemente voluto. I morti e, naturalmente, la capretta, indimenticabile ed involontaria partecipe delle prime ore della tragedia ed immutabile protagonista d’una storia – la sua, nero su bianco, con illustrazioni – come tutte le fiabe sempre eguale a se stessa. Ricordate? Quando, la mattina dell’11 settembre, l’allora “chief of staff” della Casa Bianca, Andrew Card, sussurrò all’orecchio di George W. Bush la ferale notizia – “il paese è stato attaccato” – il presidente si trovava, gradito ospite, in una scuola elementare della Florida, la Emma E. Booker di Sarasota, intento ad ascoltare i bambini impegnati nella lettura di “My Little Pet Goat’, la mia amica capretta. E questo – per sette interminabili minuti, fino a quando gli uomini della scorta non lo prelevarono di peso per portarlo in una località segreta e sicura – Bush aveva, dopo l’annuncio, continuato a fare: ascoltare in silenzio, come pietrificato dal panico, la favola della capretta…
Molti, prima che la macchina della propaganda creasse il mito del presidente-eroe, credettero di scorgere in quel prolungato silenzio una sconfortante testimonianza d’assenza di leadership. Ma, guardando a ritroso, è probabile che, anche i più contrari tra i bastian-contrari (quelli che non consentirono che il proprio cervello venisse portato all’ammasso dalla propaganda di cui sopra), ripensino oggi alla capretta ed a quel lungo silenzio con una punta di nostalgia: meglio, molto meglio sarebbe stato per tutti se George W. Bush – primo presidente degli Usa eletto, non dal popolo, ma dalla Corte Suprema – avesse continuato ad ascoltare, ben oltre quei sette minuti, i bambini della scuola di Sarasota. Bush, invece, ascoltò le teste d’uovo – tutte peraltro a lui da sempre molto vicine – del PNAC (Project for a New American Century). E lì cominciò, per lui e per ciascuno di noi, tutta un’altra storia…
Quale storia? Quella, per l’appunto, dei dieci anni che ci separano dall’evento “che tutto doveva cambiare”. Una storia tanto confusa e contraddittoria che, per trovare un filo conduttore, altro non resta che ricorrere al più primordiale modello di classificazione: l’ordine alfabetico. E questo è, più o meno, quello che, un decennio più tardi, sinteticamente ci racconta il dizionario tascabile (piccola parte di quella che potrebbe essere un’enciclopedia) dell’11 settembre.


A come AMERICAN AIRLINES volo 11, il primo dei due aerei che, la mattina dell’11 settembre, si schiantarono contro le torri gemelle. Ed anche, ovviamente, A come Al QAEDA, l’organizzazione che era dietro l’attacco, o come ATTA, Mohammad, il capo del commando suicida, l’uomo che, uccisi i piloti, quello stesso areo ha guidato contro le pareti di cristallo della North Tower. Ed anche quello che, da subito (la sua foto fu la prima a circolare, poche ore dopo il massacro), divenne il volto della strage. Atta l’egiziano, lo studente d’architettura ad Amburgo. Atta che voleva distruggere l’Occidente. Atta che odiava le donne al punto da chiedere, nel suo testamento, che ai suoi funerali non ne fosse presente alcuna; e che, nel contempo, le donne amava al punto da cercare il martirio per averne accanto 70, tutte per sé e tutte vergini, nell’eternità del paradiso. O, ancora, A come ATEF, Mohammad, nel 2001 numero tre di al-Qaeda e probabile mente militare degli attentati, nonché primo caduto d’una controffensiva che, per la verità, già era in corso da ben prima dell’attacco alle Twin Towers ed al Pentagono. Atef morì il 18 novembre del 2001, a Kabul, colpito (primo di una lunga serie) dal missile di un Predator telecomandato.

B, come BUSH, George Walker, detto W, e come BIN LADEN, Osama. Due nomi che non necessitano alcuna presentazione.

C, come CONSPIRACY THEORIES, le teorie cospirative fiorite come funghi dopo il gran temporale dell’11settembre. La più persistente e diffusa? Indubbiamente quella elaborata dal francese Thierry Meyssan (vedi sotto M, come Meyssan), il cui libro – “L’Effroyable Imposture”, ovviamente diventato un best seller – dimostra come l’intelligenza sia indiscutibilmente (e forse inevitabilmente) stata tra le prime vittime dell’attentato. E C, come “cost of war”. Ovvero: come i costi delle guerre – 225.000 vite umane, 4.000 miliardi di dollari – calcolati da un molto accurato studio della Brown University.


D, come DMORT, o Disaster Mortuary Operation Rescue Team, la semisconosciuta entità “non-profit” dal macabro suono e dall’ancor più macabra ma assai nobile funzione, alla quale è toccato il compito – non sempre possibile – di dare un nome ai frammenti d’ossa recuperati tra le macerie di Ground Zero. Un modo per collegare al ricordo di chi vive a quello che la ferocia della guerra aveva consegnato all’anonimato della polvere.
E, come ECONOMIC IMPACT, impatto economico. Subito dopo gli attentati, il danno immediato provocato nella sola “City” di Manhattan (valore delle Torri abbattute a parte) venne calcolato in 200 miliardi di dollari. Ed il 17 settembre, giorno della riapertura dei mercati, quando ancora la polvere delle torri saturava l’aria della città, tutti gli indici di Wall Street precipitarono. Ma fu una storia breve. Già il 24 settembre le borse ripresero a salire, per ritornare agli antichi splendori nella primavera del 2002. Wall Street era viva e pronta alla scalata che sarebbe culminata, infine, nel grande “crash” (da tremila miliardi di dollari, oltre dieci volte l’impatto del “nine eleven”) del settembre del 2008…


F, come FREEDOM TOWER (vedi sopra). Nell’originale progetto elaborato dal tedesco Daniel Libeskind doveva, questo mega-grattacielo, essere il punto d’arrivo d’una ricostruzione che, al suo centro, aveva la un parco alla memoria dei caduti. Il molto litigioso Gotha newyorkino volle invece – fortemente volle – che fosse l’inizio di tutto, il primo simbolo della riscossa. Ed ancora, anno dopo anno, lite dopo lite, non è stata posata la prima proverbiale pietra.


G, come GOAT, My Little Pet, of course. Ma soprattutto come GUANTÁNAMO, il carcere che – eretto in una base militare la cui presenza in territorio cubano è, già di per sé, una vergogna storica – della vergogna del post-11 settembre è diventata il più duraturo simbolo. Ed anche G, come GIULIANI, Rudolph William Louis “Rudy” III, sindaco uscente nei giorni dell’attacco e, da allora, ribattezzato “sindaco d’America”. In queste vesti – quelle di eroe americano – Giuliani ha partecipato da superfavorito, nel 2008, alle primarie presidenziali repubblicane. E lo ha fatto senza risparmio di retorica su se medesimo. Nel discorso con il quale ufficialmente scese in campo, calcolarono a suo tempo i media, Giuliani pronunciò 112 volte la frase “11settembre”. Ma nell’aprile del 2008, battuto in tutte le primarie chiave, il “sindaco d’America” – un’America ingrata ed immemore, o, più probabilmente, un’America che aveva, infine, mangiato la foglia – già era irrimediabilmente fuori gara.


H e I, come HEBE Bonafini e come IMBECILLITÀ. Ovvia domanda: che cosa può aver mai a che fare, con l’11 settembre, la più visibile e, ahinoi, ciarliera leader argentina delle Madri de la Plaza de Mayo? E perché le lettere H e I vengono qui accoppiate in un unico paragrafo? Risposta: purtroppo, le due cose – l’Hebe Bonafini e l’imbecillità di sinistra (infantile o senile che sia), hanno molto a che fare (tra loro e, ciascuna, con l’11 settembre), perché Hebe – con parole che, al tempo, un eccellente giornalista argentino definì “sanguinarie e puerili” – nei giorni seguenti l’attentato non ha esitato a cantare (e ricantare ad ogni occasione, in questi 10 anni) la sua gioia di fronte alle immagini delle torri in fiamme, senza mai scordarsi di dare (e ridare) la sua benedizione al compagno Osama che aveva dato una lezione all’America. Nessun fascista era riuscito prima d’allora – né sarebbe riuscito più tardi – ad infliggere un colpo tanto doloroso a quello (las Madres de la Plaza de Mayo, per l’appunto) che è (e che resta, nonostante Hebe) un luminoso simbolo della difesa dei diritti umani in tutto il mondo.


K, come KERIK, Bernard Bailey, Police Commissioner (e strettissimo alleato di Giuliani) ai tempi dell’attentato. È lui – altro effimero eroe di questa storia – l’unico (e ovviamente consenziente) testimone della frase che Giuliani afferma d’aver pronunciato mentre guardava le due Torri crollare: “Grazie a Dio, George W. Bush è il nostro presidente”. A Kerik, in questi anni, è comunque andata anche peggio che a Giuliani. Nel 2007, accusato per frode, è finito in carcere.


L come LADEN, Osama Bin. Di nuovo: non sono necessarie presentazioni.


M come MEYSSAN, Thierry (vedi anche sotto C, come conspiracy theories). Nel suo libro – il cui titolo, “terrificante impostura”, ben descrive le intenzioni dell’autore – Meyssan sostiene le sue tesi cospirative seguendo un assai semplice metodo: considerare parte della cospirazione (secondo Meyssan gli attentati furono pianificati dal governo Usa per giustificare un aumento del budget militare) tutti i testimoni – oculari o meno – che non confermano la sua teoria.


N, come NAUDET documentary. Ovvero: come il documentario – un’opera d’insuperata drammaticità – girato l’11 settembre dai due fratelli Jules e Gédéon Naudet, in quel momento impegnati in un servizio di routine dedicato alla vita dei pompieri di New York. La tragedia – senza bisogno di parole – è tutta in quelle immagini (molte delle quali, considerate troppo crude, non sono mai finite sul piccolo schermo).


O come OSAMA e come OBAMA, due nomi separati da una sola lettera che si sono incontrati, appena due mesi fa, in un villaggio pakistano chiamato Abbottabad, con il primo in veste di preda ed il secondo in quello di cacciatore. Nessun rimpianto per l’Osama vivo. Molti rimpianti, invece, per le promesse che OBAMA, il cacciatore vittorioso, non ha mantenuto: chiudere Guantánamo, ridare alla lotta internazionale contro il terrorismo la dignità d’una battaglia che difende e non che viola – mandando ad ud uccidere un uomo senza processo – i diritti umani.


P, come PAKISTAN, paese che, a dispetto delle “guerre infinite” di Bush, era prima dell’11 settembre, ed ancor oggi è, il fronte più delicato ed esposto (un fronte “nucleare”) della lotta contro l’estremismo islamico.


Q, come QAEDA, al. Di nuovo, come sosteneva Tino Scotti negli antichi Caroselli del confetto Falqui: basta la parola.


R, come RIDGE Tom, primo capo del Homeland Security Department, creato dopo l’11 settembre, accorpando diverse branche di governo, ed inventore (vedi sotto la lettera S) dell’oggi defunto Security Advisory System.


S, come, per l’appunto, SECURITY ADVISORY SYSTEM, un sistema di pubblica valutazione del pericolo terrorista basato su una scala cromatica che dal verde (scarso pericolo) gradualmente saliva fino al rosso (massima allerta). A che cosa servisse quella scala (visto che l’indicazione al pubblico era: quale che sia il colore, continuate la vostra vita come nulla fosse) mai venne ufficialmente chiarito.  Ma del tutto chiaro – come lo steso Ridge ammise in un’intervista nel 2008 – era il suo fine politico: produrre paura. Durante la campagna presidenziale del 2004, il livello rimase costantemente sul rosso. Con buoni risultati, visto che Bush venne eletto per un secondo termine.


T, come TORTURA. Dopo l’11 settembre Bush – preso, in questo, molto alla lettera dai bravi soldati di Abu Ghraib e nei centri di detenzione segreti creati dalla Cia in diverse parti del pianeta – la reintrodusse chiamandola, con una piroetta lessicale, “tecniche rafforzate d’interrogatorio”, o “enhanced interrogation tecniques”. Ed ora, quelli che furono i suoi consiglieri, vogliono far credere che proprio grazie al suo ritorno, gli “uomini foca” sono infine arrivati al rifugio di Osama Bin Laden. Quasi certamente mentono, ma quel che conta è, ovviamente, il concetto: torturare è bello. Torturare vuol dire amare la Patria.


U come US PATRIOT ACT, la legge liberticida quasi all’unanimità approvata dal Congresso dopo l’11 settembre ed ancora in vigore. Obama, che in campagna elettorale del Patriot Act fu un dichiarato nemico, lo difende oggi nelle sue parti essenziali.


W, come WALKER, Bush George; e, naturalmente, come WEAPONS OF MASS DISTRUCTION (WPD), o armi di distruzione di massa. W usò le WPD come giustificazione per la guerra in Iraq. Le WPD non esistevano. La guerra – da Bush dichiarata vinta già il primo maggio del 2003 – è ancora in corso.


Z, come ZAWAHIRI, Ayman al. Osama (vedi sotto B, L e O) è morto. E le più recenti cronache ci dicono che proprio lui, Ayman al Zawahiri, storico numero due di al Qaeda (vedi sotto A e Q), è subentrato al comando.

Dall’11 settembre sono passati dieci anni. L’alfabeto è finito.
 La storia continua…

m.goldenberg

domenica 4 settembre 2011

OLTRE LA FUSIONE DEL NOCCIOLO

A Fukushima siamo ben OLTRE LA FUSIONE DEL NOCCIOLO


clip_image001


di Leonardo Berlen – Quale Energia
Nel silenzio della stampa internazionale dal Giappone iniziano di nuovo ad arrivare notizie molto preoccupanti sulla sempre critica situazione dei reattori di Fukushima. Il combustibile nucleare in tre reattori (1, 2 e 3) dell’impianto atomico di Fukushima probabilmente si è sciolto e fuoriuscito attraverso il contenitore a pressione accumulandosi in fondo e all’esterno del contenitore principale. Lo afferma il governo giapponese alla Yomiuri Shimbun. Una tale eventualità, spiegano diverse fonti ufficiali, è di gran lunga peggiore di una fusione del nocciolo ed è la peggiore situazione che possa accadere in un incidente nucleare. Questo quadro è stato sottoposto con un ampio rapporto all’attenzione dell’International Atomic Energy Agency(AIEA) e confermerebbe ormai che la fusione dei noccioli e la rottura dei contenitori dei 3 reattori, da molti esperti ipotizzata da tempo, sia ormai una realtà.
Sapevamo infatti che il contenitore dove sono poste le barre fosse danneggiato e che da qui ci fossero perdite di acqua altamente radioattiva, anche all’esterno degli edifici che ospitano i reattori. Ora, dal rapporto inviato alla AIEA si delinea un quadro molto più drammatico di quanto ammesso fin dalle prime ore dell’incidente avvenuto lo scorso 11 marzo.
clip_image002
Infatti si afferma, secondo le analisi della Nuclear and Industrial Safety Agency nipponica, che già a 5 ore dal terremoto il contenitore a pressione del reattore n.1 di Fukushima Daiichi fosse danneggiato, ovviamente per la mancanza quasi totale di acqua di raffreddamento. La Tepco, la società elettrica che gestisce l’impianto, parla invece di almeno 15 ore dopo, così come una notevole discrepanza tra NISA e Tepco c’è in merito alla rottura del contenitore del reattore n.2 (80 ore dopo contro 109). Ma la sostanza non cambia. Il danno è stato gravissimo fin dal primo giorno e le fonti ufficiali si sono guardate bene dall’informare l’opinione pubblica e forse anche lo stesso governo, presumiamo noi.
Ad aggravare la posizione della Tepco, che esce malissimo da questo rapporto (circa 750 pagine) per la sua gestione della crisi, c’è anche la notizia che l’ammontare delle radiazioni rilasciate dalla centrale di Fukushima nella prima settimana sia stato probabilmente più del doppio di quanto inizialmente la società elettrica avesse stimato e comunicato.
Scarsa anche l’attenzione della Tepco per i circa 7.800 lavoratori che sono stati coinvolti fino alla fine di maggio nel difficile compito di stabilizzare le condizioni dei reattori. Alcuni di questi potrebbero essere stati esposti a dose di radioattività molto superiori ai 250 millisievert per anno, la massima quantità accettabile per la salute secondo i nuovi parametri indicati dal governo dopo il disastro. Sappiamo però che a livello internazionale la dose massima alla quale possono essere esposti i lavoratori di una centrale nucleare è di 20 millisievert, cioè 12 volte meno.
In questa fase il problema più urgente è come trattare l’enorme quantità di acqua altamente radioattiva (100mila tonnellate) usata per abbassare il calore dei reattori che si è accumulata negli edifici, nel seminterrato e nei fossati adiacenti. Un ostacolo che impedisce di riparare i sistemi di raffreddamento. La Tepco spera di mettere in funzione a metà mese un sistema capace di rimuovere le sostanze radioattive dall’acqua per poi procedere al raffreddamento dei reattori. Un’impresa che, detta così, sembra essere complicata, per non dire immane
Related articles

lunedì 21 dicembre 2009

OBAMA DICHIARA GUERRA AL PAKISTAN

di Webster G. Tarpley - rense.com.

Traduzione a cura di Milena Finazzi e Pino Cabras per Megachip (QUI).

WASHINGTON, DC – Il discorso del primo dicembre di Obama a West Point rappresenta molto più dell’ovvia brutale escalation in Afghanistan – non è niente di meno che una netta dichiarazione di guerra da parte degli Stati Uniti contro il Pakistan. Si tratta di una guerra nuova di zecca, di una guerra molto più vasta rivolta contro il Pakistan, un paese di 160 milioni di abitanti munito di armamenti nucleari.

Strada facendo, il programma prevede lo smembramento dell’Afghanistan.
Non siamo più di fronte alla guerra contro l’Afghanistan di Bush e di Cheney cui eravamo abituati in passato. È qualcosa di enormemente più vasto: il tentativo di distruggere il governo centrale pakistano di Islamabad e di far sprofondare quel paese nel caos della guerra civile, nella balcanizzazione, nella frammentazione e nella confusione totale. La strategia prescelta si basa sull’esportazione della guerra civile afghana in Pakistan e oltre, sulla frammentazione del Pakistan secondo i suoi diversi gruppi etnici.
È un conflitto subdolo che adotta tecniche belliche di quarta generazione e operazioni di guerriglia per dare l’assalto a un paese che gli Stati Uniti e i loro soci, per la loro debolezza, non possono attaccare direttamente.
In questa guerra, i talibani sono utilizzati come procuratori USA. Questa aggressione contro il Pakistan è il tentativo di Obama di imperversare nel Grande Gioco contro il cuore dell’Asia Centrale e dell’Eurasia o su scala più generale.
USA DISSUASI DA UNA GUERRA APERTA DAL NUCLEARE PAKISTANO
La guerra civile in corso in Afghanistan è un mero pretesto, una copertura destinata a fornire agli USA un trampolino di lancio per una campagna di destabilizzazione geopolitica dell’intera regione che non si può ammettere pubblicamente.

Nel mondo del cinismo brusco dell’aggressione imperialista à la Bush e Cheney, si sarebbe costruito un pretesto per attaccare il Pakistan in modo diretto. Ma il Pakistan è di gran lunga troppo esteso e gli Stati Uniti sono di gran lunga troppo deboli e troppo indebitati per una tale impresa. Inoltre, il Pakistan è una potenza nucleare, dispone di bombe atomiche e di missili a media gittata atti a lanciare tali bombe.

Ciò a cui stiamo assistendo è un nuovo caso di deterrenza nucleare in atto.

Gli USA non possono inviare una flotta di invasione o costruire basi aeree nelle vicinanze poiché le armi nucleari pakistane potrebbero distruggerle.

Da questo punto di vista, gli sforzi di Ali Bhutto e di A.Q. Khan per fornire il Pakistan di un potenziale deterrente sono stati giustificati. Ma la risposta USA consiste nel trovare altri modi per attaccare il Pakistan al di sotto della soglia del nucleare, addirittura al di sotto della soglia delle armi convenzionali. E questo è il punto in cui entra in gioco la tattica di esportazione della guerra civile afghana in Pakistan.
L’architetto della nuova guerra civile pakistana è il Generale delle Forze Speciali USA Stanley McChrystal, l’organizzatore della rete delle tristemente note camere della tortura USA in Iraq. Le credenziali specifiche di McChrystal nella guerra civile pakistana sono legate al suo ruolo nello scatenare la guerra civile irachena dei sunniti contro gli sciiti creando "al-Qa'ida in Iraq" grazie all’aiuto del famigerato agente doppiogiochista al-Zarkawi, ora defunto. Se la società irachena nel suo intero si fosse allineata contro gli invasori USA, gli occupanti sarebbero stati presto scacciati. La gang del controspionaggio nota come "al-Qa'ida in Iraq " ha evitato questa possibilità uccidendo sciiti e provocando in tal modo una rappresaglia di massa sfociata in una guerra civile. Queste tattiche sono tratte dall’opera del generale britannico Frank Kitson, che ne ha scritto nel nel suo libro “Low Intensity Operations”. Se gli Stati Uniti possedessero un’incarnazione moderna di Heinrich Himmler delle SS, si tratterebbe certamente del Generale McChrystal, scelto personalmente da Obama. Il superiore di McChrystal, Generale Petraeus, asprira invece ad essere il nuovo Capo di Stato Maggiore von Hindenburg: in altre parole, mira ad essere il prossimo presidente degli Stati Uniti.

La vulnerabilità del Pakistan che gli Stati Uniti ed i loro soci della NATO stanno cercando di utilizzare per il proprio tornaconto si può comprendere meglio consultando una mappa dei gruppi etnici prevalenti in Afghanistan, Pakistan, Iran, ed India. La maggior parte delle mappe mostra soltanto i confini politici che risalgono ai tempi dell’imperialismo britannico, e quindi mancano di riportare i principali gruppi etnici della regione. Ai fini della nostra analisi, dobbiamo iniziare con l’identificare un certo numero di gruppi. Prima di tutto il popolo Pashtun, situato principalmente in Afghanistan e in Pakistan. In secondo luogo abbiamo i beluci, localizzati principalmente in Pakistan e in Iran. I punjabi abitano il Pakistan, così come i sindhi. La famiglia Bhutto è originaria del Sindh.

PASHTUNISTAN
La strategia USA e NATO comincia con i pashtun, il gruppo etnico dal quale provengono in larga misura i cosiddetti talibani. I pashtun rappresentano una parte consistente della popolazione dell’Afghanistan, ma sono stati estromessi dal governo centrale sotto il Presidente Karzai a Kabul, sebbene lo stesso Karzai, marionetta degli USA, passi per essere lui stesso un pashtun.

La questione riguarda l’Afghan National Army (l’Esercito Nazionale Afghano), che è stato creato dagli Stati Uniti dopo l’invasione del 2001. Gli alti ranghi dell’esercito afghano sono costituiti prevalentemente da tagiki provenienti dall’Alleanza del Nord che si era coalizzata con gli Stati Uniti contro i talibani pashtun. I tagiki parlano il dari, noto anche come persiano orientale. Altri ufficiali afghani provengono dal popolo degli hazara. La cosa importante da rilevare è che i pashtun si sentono degli esclusi.
La strategia USA si può meglio intendere come sforzo deliberato teso a perseguitare, attaccare ripetutamente, antagonizzare, assaltare, reprimere ed uccidere i pashtun. Il contingente di ulteriori 40mila soldati USA e NATO chiesto da Obama per l’Afghanistan si concentrerà nella provincia di Helmand e in altre aree in cui i pashtun sono maggiormente concentrati. Il risultato finale sarà quello di istigare alla ribellione i pashtun, ardentemente indipendenti, nei confronti di Kabul e dell’occupazione straniera, e allo stesso tempo di spingere molti di questi combattenti mujahiddin di recente radicalizzati ad attraversare la frontiera con il Pakistan, per dichiarare guerra al governo centrale ad Islamabad. Gli aiuti statunitensi giungeranno direttamente ai signori della guerra e ai signori della droga, incrementando in tal modo i movimenti centrifughi.
Dal lato del Pakistan, i pashtun sono stati allontanati dal governo centrale. Islamabad e l’esercito sono visti come emanazioni dirette dei punjabi, con qualche elemento di origine sindhi. Sul versante pakistano del territorio pashtun, le operazioni americane includono assassinii all’ingrosso perpetrati da velivoli senza pilota o da droni, omicidi effettuati dalla CIA e, secondo quanto si dice, dai cecchini della Blackwater, oltre a massacri terroristici alla cieca come quelli avvenuti di recente a Peshawar che i talibani del Pakistan attribuiscono alla Blackwater, che agisce in qualità di subcontractor della CIA. Queste azioni sono intollerabili ed umilianti per uno stato sovrano orgoglioso. Ogni qualvolta che i pashtun subiscono un attacco violento, essi accusano i punjabi di Islamabad per le loro losche trame con gli USA che rendono possibile che tutto questo avvenga.
L’obiettivo più immediato di Obama nell’escalation Afghanistan-Pakistan è quindi di promuovere una rivolta secessionista generale dell’intero popolo pashtun sotto gli auspici dei talibani, che dovrebbe avere già provocato la distruzione dell’unità nazionale sia di Kabul sia di Islamabad.
BELUCISTAN
L’altro gruppo etnico che la strategia di Obama mira a spronare all’insurrenzione ed alla secessione è quello dei beluci. I beluci hanno i loro motivi di scontento nei confronti del governo centrale iraniano di Teheran, che considerano in mano ai persiani. Una parte integrante della nuova politica di Obama è l’incremento dei voli letali dei Predator della CIA e di altri velivoli telecomandati sul Belucistan. Uno dei pretesti per tale politica è il reportage fatto circolare ad esempio da Michael Ware della CNN, secondo il quale Osama bin Laden ed il suo braccio destro legato alla risorsa MI-6 al-Zawahiri sarebbero entrambi rintanati nella città beluci di Quetta, dove opererebbero nelle vesti di capopopolo della cosiddetta "Shura di Quetta." Gli squadroni della Blackwater non possono essere molto distanti. Nel Belucistan iraniano, la CIA sta finanziando il Jundullah, un movimento sanguinario che è stato recentemente denunciato da Teheran per l’uccisione di un numero di alti ufficiali dei Pasdaran - Guardie della Rivoluzione iraniana. La ribellione dei beluci manderebbe in frantumi l’unità nazionale di Pakistan e Iran, favorendo in tal modo la distruzione di due dei principali bersagli della politica USA.

LA STRATEGIA DI OBAMA DELLA COMPLICAZIONE IN STILE RUBE GOLDBERG

Persino Chris Matthews della MSNBC, normalmente un devoto seguace di Obama, ha evidenziato che la strategia USA annunciata nel discorso di West Point assomiglia molto ad uno dei congegni di Rube Goldberg (nel mondo reale, "al-Qa'ida" è naturalmente la legione araba e terrorista della CIA). Nel mondo del mito ufficiale USA si suppone che il nemico sia "al-Qa'ida". Tuttavia, persino secondo il governo USA, ci sono alcuni preziosi combattenti di "al-Qa'ida" rimasti in Afghanistan. Perché quindi, si chiede Matthews, concentrare le forze USA in Afghanistan dove "al-Qa'ida" non c’è, anziché in Pakistan, dove si ritiene "al-Qa'ida" possa esserci ora?
Un membro eletto che ha criticato questa incongrua discrepanza è il senatore democratico del Wisconsin Russ Feingold il quale ha affermato, nel corso di un’intervista televisiva, che il «Pakistan, nella regione di confine vicina all’Afghanistan, è probabilmente l’epicentro [del terrorismo globale], sebbene al-Qa'ida sia attiva in tutto il mondo, in Yemen, in Somalia, nell’Africa settentrionale, con affiliati nel sudest asiatico. Perché dovremmo inviare centomila o più soldati in parti dell’Afghanistan che comprendono quelle che non sono nemmeno vicino alla frontiera? Sapete, questo concentramento si trova nella provincia di Helmand. Che non è precisamente la porta a fianco del Waziristan. Quindi mi chiedo: in che cosa consiste esattamente questa strategia, dato che abbiamo ben visto che c’è una presenza esigua di Al Qa'ida in Afghanistan, ma una presenza significativa in Pakistan? È evidente che una massiccia presenza di truppe effettive dove non si trova questa gente non è la strategia giusta. Per me non ha alcun senso.» Infatti. Il rappresentante democratico del Wisconsin ha anche messo in evidenza che la politica USA in Afghanistan potrebbe in realtà spingere terroristi ed estremisti verso il Pakistan e, di conseguenza, destabilizzare ulteriormente la zona: «Sapete, qualche tempo fa ho chiesto al Capo degli Stati Maggiori Riuniti, Ammiraglio Mullen, e a Holbrooke, il nostro inviato sul posto, se secondo loro sussista il rischio che, nel caso di concentrazione delle truppe in Afghanistan, un numero maggiore di estremisti venga dirottato verso il Pakistan» ha dichiarato alla ABC. «Non hanno potuto negarlo, e questa settimana il Primo Ministro del Pakistan Gilani ha dichiarato espressamente che la sua preoccupazione circa la concentrazione di truppe è che attirerà più estremisti in Pakistan, e quindi penso che si tratti del contrario, che questo dispiegamento massiccio di forze provochi l’ostilità della popolazione afghana e in particolare incoraggi ulteriori legami tra i talibani e al-Qa‛ida, la qual cosa è esattamente all’opposto rispetto all’interesse per la nostra sicurezza nazionale.»[1]

Naturalmente, tutto ciò è intenzionale e motivato dalla ragione di stato imperialista degli USA.
MALICK: "OBAMA HA DICHIARATO GUERRA AL PAKISTAN?"
Il discorso di Obama ha fatto il possibile per rendere poco chiara la distinzione tra l’Afghanistan ed il Pakistan, che dopo tutto sono due stati sovrani, entrambi membri a pieno titolo delle Nazioni Unite. Ibrahim Sajid Malick, corrispondente USA per Samaa TV, una delle maggiori reti televisive pakistane, ha richiamato l’attenzione su questa manovra: «Rivolgendosi a una sala piena di cadetti dell’Accademia Militare di West Point, il presidente Barack Obama sembrava sul punto di dichiarare guerra al Pakistan. Ogni volta che ha menzionato l’Afghanistan, prima ha menzionato il Pakistan. Seduto su una delle panche posteriori della sala ad un certo punto sono quasi sobbalzato quando ha detto: "la posta in gioco è ancora più alta in un Pakistan munito di armamenti nucleari, poiché sappiamo che al-Qa'ida ed altri estremisti sono alla ricerca di armi nucleari e abbiamo fondati motivi per pensare che le utilizzerebbero." Sono rimasto scioccato poiché una serie di funzionari americani ha recentemente confermato che l’arsenale pachistano è sicuro.»[2]
Questo articolo è intitolato "Obama ha dichiarato guerra al Pakistan?", e possiamo lasciare il punto interrogativo a discrezione della diplomazia. Durante alcune udienze del Congresso riguardanti il Generale McChrystal e l’ambasciatore USA Eikenberry, l’Afghanistan ed il Pakistan sono state semplicemente fuse in un’entità sinistra nota come "Afpak" o addirittura come "Afpakia."
Nell'estate del 2007, Obama, addestrato da Zbigniew Brzezinski e da altri suoi controllori, fu l'iniziatore della politica unilaterale USA volta a utilizzare aerei senza pilota Predator per compiere omicidi politici all'interno del Pakistan. Questa politica omicida è stata ora massicciamente sottoposta a escalation assieme alla capacità di soldati messa in campo: «Due settimane fa in Pakistan, cecchini della Central Intelligence Agency hanno ucciso otto persone sospettate di essere militanti dei talebani e di al-Qa'ida, e ne hanno ferito altri due presso una struttura che si diceva fosse usata per addestrare i terroristi. La Casa Bianca ha autorizzato un ampliamento del programma dei droni della CIA in aree tribali fuorilegge del Pakistan, hanno riferito funzionari questa settimana, per affiancare la decisione del presidente di inviare 30mila ulteriori soldati in Afghanistan. Funzionari americani stanno parlando con il Pakistan in merito alla possibilità di colpire in Belucistan per la prima volta - una mossa controversa in quanto si trova al di fuori delle aree tribali - perché è lì che si pensa siano nascosti i leader dei talebani afghani.»[3]

Gli Stati Uniti stanno ora addestrando più operatori di Predator che piloti da combattimento.

LA BLACKWATER ACCUSATA DELLA STRAGE DI DONNE E BAMBINI DI PESHAWAR

La CIA, il Pentagono, e i loro vari fornitori tra le imprese militari private sono ora nel mezzo di una folle ondata omicida in tutto il Pakistan, mentre attaccano villaggi pacifici e feste di matrimonio, tra gli altri obiettivi. La Blackwater, che ora si fa chiamare Xe Servces e Total Intelligence Solutions, è fortemente implicata: «in una base operativa segreta avanzata gestita dal Joint Special Operations Command statunitense (JSOC) nella città portuale pakistana di Karachi, i membri di una divisione d'élite della Blackwater sono al centro di un programma segreto in cui pianificano omicidi mirati di presunti talebani e di membri operativi di al-Qa'ida, "catture lampo" di obiettivi di alto valore e altre azioni sensibili all'interno e all'esterno del Pakistan, come ha scoperto un'inchiesta di “The Nation”. Gli operativi di Blackwater offrono assistenza anche nella raccolta di informazioni e aiutano a dirigere una campagna segreta di bombardamenti con droni militari USA che corre in parallelo ai ben documentati attacchi con i Predator della CIA, a quanto riferisce una fonte ben collocata all'interno dell'apparato di intelligence militare degli Stati Uniti.» [4]
Per quanto sconvolgente sia il rapporto Scahill, deve tuttavia essere considerato come uno scaltro tentativo di limitare i danni, poiché non vi è alcuna menzione delle accuse persistenti sul fatto che gran parte degli attentati letali a Peshawar e in altre città pakistane sono stati perpetrati da Blackwater, come suggerisce questa notizia: «ISLAMABAD 29 ottobre (Xinhua) - Il capo del movimento dei talibani in Pakistan, Hakimullah Mehsud, ha accusato la controversa ditta privata americana Blackwater per la bomba esplosa a Peshawar, che ha ucciso 108 persone, ha riferito giovedì l'agenzia di stampa locale NNI.» [5 ]

Questo è stato del terrorismo cieco progettato per provocare il massimo del massacro, soprattutto tra le donne e i bambini.

STATI UNITI IN GUERRA ANCHE CON L'UZBEKISTAN?

Il rapporto Scahill suggerisce inoltre che operazioni segrete USA hanno raggiunto l'Uzbekistan, un paese post-sovietico di 25 milioni di abitanti che confina con l'Afghanistan a nord: «Oltre a pianificare attacchi con i droni e operazioni contro forze sospettate essere di al-Qa'ida e dei Talebani in Pakistan sia per JSOC sia per la CIA, il team della Blackwater a Karachi aiuta anche a pianificare missioni per il JSOC all'interno dell'Uzbekistan contro il Movimento Islamico dell'Uzbekistan», riporta la fonte di intelligence militare. Blackwater in realtà non conduce le operazioni, ha riferito, poiché sono eseguite sul terreno da parte delle forze JSOC. «Questo ha stimolato la mia curiosità e mi preoccupa assai, perché non so se ci avete fatto caso, ma non mi è mai stato detto che siamo in guerra con l'Uzbekistan», ha affermato. «Così, mi son perso qualcosa, Rumsfeld è forse ritornato al potere?» [6] Tali sono le vie della speranza e del cambiamento.
Il ruolo dell'intelligence USA nel fomentare la ribellione del Belucistan al fine di spezzettare il Pakistan è confermato anche dal professor Chossudovsky: Già nel 2005, un rapporto del National Intelligence Council USA e della CIA prevedeva un “destino jugoslavo” per il Pakistan «nel tempo di un decennio con il paese lacerato dalla guerra civile, i bagni di sangue e le rivalità inter-provinciali, come si è visto recentemente in Belucistan.» («Energy Compass», 2 marzo 2005). Secondo il NIC-CIA, il Pakistan è destinato a diventare uno "stato fallito" entro il 2015, “una volta che sia colpito dalla guerra civile, la talibanizzazione completa e la lotta per il controllo delle armi nucleari”. (Citato dall'ex Alto Commissario del Pakistan per il Regno Unito, Wajid Shamsul Hasan, «Times of India», 13 febbraio 2005). Washington favorisce la creazione di un "Grande Belucistan", che dovrà integrare le aree Beluci del Pakistan con quelle dell'Iran e possibilmente della punta sud dell'Afghanistan, portando quindi a un processo di frattura politica in Iran e in Pakistan.» [7]
Gli iraniani , da parte loro, sono convinti che gli Stati Uniti stiano commettendo atti di guerra sul loro territorio in Belucistan: «Teheran, 29 ottobre (Xinhua) – Il presidente del Parlamento iraniano Ali Larijani ha detto che ci sono alcune prove concrete che dimostrano il coinvolgimento degli Stati Uniti nelle recenti esplosioni di ordigni mortali nella provincia del Sistan-Belucistan del paese, a quanto riferisce l'agenzia di stampa ufficiale IRNA.. L'attentato mortale suicida da parte del gruppo ribelle sunnita Jundallah (soldati di Dio) si è verificato il 18 ottobre nella provincia iraniana del Sistan-Belucistan, vicino al confine con il Pakistan, quando i funzionari locali stavano preparando una cerimonia in cui i leader tribali locali avrebbero dovuto incontrare i comandanti militari del Corpo dei guardiani della rivoluzione dell'Iran (pasdaran)» [8].
L'OBIETTIVO USA: TAGLIARE IL CORRIDOIO ENERGETICO PAKISTANO TRA IRAN E CINA
Perché gli Stati Uniti sono così ossessionati dall'intento di spaccare il Pakistan? Uno dei motivi è che il Pakistan è tradizionalmente un alleato strategico e un partner economico della Cina, un paese che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna sono determinati a contrastare e contenere sulla scena mondiale. In particolare, il Pakistan potrebbe funzionare come un corridoio energetico in grado di collegare i giacimenti petroliferi dell'Iran e perfino dell'Iraq con il mercato cinese per mezzo di un gasdotto che attraverserebbe l'Himalaya sopra il Kashmir. Si tratta della cosiddetta questione del "Pipelinestan". Questo garantirebbe alla Cina un approvvigionamento di petrolio ancorato alla terraferma non soggetto alla superiorità navale anglo-americana, oltre a tagliare la rotta di 12mila miglia delle petroliere lungo il bordo meridionale dell'Asia. Come sottolinea un recente reportage: «Pechino ha fatto pressioni su Teheran per la partecipazione della Cina al progetto di oleodotto e Islamabad - mentre intendeva firmare un accordo bilaterale con l'Iran - ha parimenti accolto con favore la partecipazione della Cina. Secondo una stima, un tale oleodotto si tradurrebbe nel fatto che il Pakistan riceverebbe tra i 200 e i 500 milioni di dollari all'anno in tariffe di solo transito. Cina e Pakistan stanno già lavorando su una proposta di posa di un oleodotto trans-himalayano per trasportare il greggio mediorientale fino alla Cina occidentale. Il Pakistan offre alla Cina il più breve percorso possibile per importare petrolio dai paesi del Golfo. La conduttura, che andrebbe dal porto meridionale pakistano di Gwadar e seguirebbe l'autostrada del Karakorum, sarebbe in parte finanziata da Pechino. I cinesi stanno anche costruendo una raffineria a Gwadar. Le importazioni attraverso l'uso dell'oleodotto consentirebbero a Pechino di ridurre la quota del suo petrolio spedita attraverso l'angusto e insicuro Stretto di Malacca, lungo il quale oggi fa transitare fino all'80% delle sue importazioni di petrolio. Islamabad prevede inoltre di estendere una linea ferroviaria in Cina per collegarla a Gwadar. Il porto è considerato anche il probabile capolinea dei previsti gasdotti multimiliardari provenienti dai campi di Pars sud in Iran o dal Qatar, e dai campi Daulatabad in Turkmenistan per l'esportazione verso i mercati mondiali. Syed Fazl-e-Haider, “Pakistan, Iran sign gas pipeline deal” ("Pakistan, l'Iran firma l'accordo sul gasdotto", NdT), «Asia Times», 27 maggio 2009. [9]
Questo è il normale, pacifico progresso economico e la cooperazione che gli anglo-americani vogliono fermare a tutti i costi.
Oleodotti e gasdotti dall'Iran attraverso il Pakistan e fino alla Cina porterebbero le risorse energetiche nel Regno di Mezzo, e servirebbero anche come nastri trasportatori per l'influenza economica cinese in Medio Oriente. Ciò renderebbe il dominio anglo-americano sempre più tenue in una parte del mondo che Londra e Washington hanno tradizionalmente cercato di controllare come parte della loro strategia globale di dominazione del mondo.
La propaganda interna degli Stati Uniti sta già raffigurando il Pakistan come la nuova casa madre del terrorismo. I quattro patetici capri espiatori che vanno a processo per una presunta trama volta a bombardare una sinagoga nel quartiere Riverdale del Bronx a New York erano stati accuratamente messi in incubazione (“sheep-dipped”, nell'originale, ossia “inzuppati come pecore”, NdT) per associarli con l'ombroso e sospetto Jaish-e-Mohammad, presumibilmente un gruppo terrorista pakistano. Lo stesso vale per i cinque musulmani del Nord Virginia che sono appena stati arrestati nei pressi di Lahore in Pakistan.
INDIA E IRAN
Per quanto gli Stati confinanti siano interessati, l'India posta sotto lo sfortunato Manmohan Singh sembra accettare il ruolo di pugnale continentale contro il Pakistan e la Cina, a nome degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Questa è una ricetta per una tragedia colossale. L'India dovrebbe piuttosto fare una pace permanente con il Pakistan, con lo sgombero della Vale del Kashmir, dove il 95% della popolazione è musulmana e desidera unirsi al Pakistan. Senza una soluzione a questo problema, non ci sarà pace nel subcontinente.
Per quanto riguarda l'Iran, George Friedman, il capo della società Stratfor, facente parte della comunità di intelligence degli Stati Uniti, ha recentemente dichiarato a Russia Today che la grande novità del prossimo decennio sarà un'alleanza degli Stati Uniti con l'Iran, diretta contro la Russia. In tale scenario, l'Iran alla Cina taglierebbe del tutto il petrolio. Che è l'essenza della strategia di Brzezinski. È urgente che il movimento contro la guerra negli Stati Uniti si riunisca e inizi una nuova mobilitazione contro la cinica ipocrisia delle politiche di guerra ed escalation intraprese da Obama, che supera anche i crimini di guerra dei neocon Bush-Cheney. In questa nuova fase del Grande Gioco, la posta in palio è incalcolabile.

Note e riferimenti:

  1. Feingold: Why Surge Where Al Qaeda Isn’t ?, by Sam Stein, Huffington Post, December 6, 2009.
  2. Ibrahim Sajid Malick, “Did Obama Declare War On Pakistan?,” Pakistan for Pakistanis Blog, 2 December 2009.
  3. Scott Shane, “C.I.A. to Expand Use of Drones in Pakistan,” New York Times, December 3, 2009. See also David E. Sanger and Eric Schmitt, “Between the Lines, an Expansion in Pakistan,” New York Times, 1 December 2009.
  4. Jeremy Scahill , “The Secret US War in Pakistan,” The Nation, November 23, 2009
  5. “Taliban in Pakistan blame U.S. Blackwater for deadly blast,” Xinhua News Agency, 29 October 2009, http://news.xinhuanet.com/english/2009-10/29/content_12358907.htm
  6. Jeremy Scahill , “The Secret US War in Pakistan,” The Nation, November 23, 2009
  7. Michel Chossudovsky, The Destabilization of Pakistan, Global Research , December 30, 2007
  8. “Iran says having evidences of U.S. involvement in suicide bomb attacks,” Xinhua, 29 October 2009.
  9. Asia Times : "Pakistan, Iran sign gas pipeline deal"

Fonte: http://www.rense.com/general88/pak.htm.

Webster Tarpley è uno storico, giornalista investigativo, conferenziere e critico della politica estera e interna statunitense. Le sue opere più recenti sono "Obama, the postmodern coup, the making of a Manchurian Candidate", "Barack Obama: The Unauthorized Biography" nonché "9/11 Synthetic Terror" la cui versione italiana ha per titolo "La Fabbrica del Terrore". Tarpley ha vissuto in Italia durante gli anni della contestazione e negli anni di piombo. Sulla vicenda di Aldo Moro diresse una commissione indipendente d'inchiesta su incarico del parlamentare DC Giuseppe Zamberletti. I risultati furono pubblicati nel volume Chi ha ucciso Aldo Moro, 1978.

Fonte

mercoledì 4 novembre 2009

LA POLVERIERA BALUCISTAN

Il Balucistan, definito ‘il posto in cui dio ha gettato tutta la spazzatura del creato’, conquista sempre più spesso le prime pagine dei giornali internazionali per essere adesso, e con ottime ragioni, il posto in cui i servizi segreti e i terroristi di mezzo mondo hanno gettato le loro basi organizzative.

clip_image001

In Balucistan si troverebbe mullah Omar con tutta la sua shura, una buona fetta di componenti di al Qaida, il comandante del Jundullah Rigi. La regione, travagliata da sempre è stata divisa nel diciannovesimo secolo in East Balucistan, sotto il controllo dell’impero britannico, e West Balucistan rimasto a far parte dell’impero persiano. L’Est baluchistan, che coincideva più o meno con i confini dell’allora Khanato di Kalam, godeva di una certa autonomia all’interno dell’impero britannico mentre il West Balucistan, occupato dagli iraniani, è praticamente scomparso dalla carta geografica trasformandosi in una provincia di Teheran.

In Iran, le istanze indipendentiste dei nazionalisti baluci sono state tenute, fino alla caduta dello Scià nel 1979, sotto controllo dal governo di Teheran che ha sempre usato il pugno di ferro, l’esercito e la polizia segreta per evitare che si formassero movimenti nazionalisti organizzati. i capi delle organizzazioni sono stati costretti a rifugiarsi all’estero, e nelle zone che costituivano l’ex Balucistan sono state installate basi permenenti dell’esercito. Soprattutto si è incoraggiata l’immigrazione interna per tenere le eventuali rivolte sotto controllo mettendo la popolazione locale in minoranza.

clip_image003

Il Balucistan è, assieme al Kurdistan, la regione più povera e meno sviluppata del paese. la caduta dello Scià ha dato nuova vita ai movimenti nazionalisti e alla creazione di una nuova forza politica all’interno della regione. L’East Balucistan è diventata difatti l’attuale provincia del Pakistan, e una regione di vitale importanza sia in senso economico che militare e strategico. Nella regione sono concentrati tre impianti in cui si effettuano test nucleari e sei laboratori per la costruzione e i test di missili a testata nucleare, protetti da sei basi dell’aviazione militare e tre della marina.

La popolazione locale, tenuta in stato di arretratezza e di povertà dal governo centrale, è stata negli anni scorsi protagonista dell’ennesima rivolta soffocata col sangue da Islamabad con la benedizione degli americani. Il che ha fatto risorgere l’idea del ‘baluch watan’, la nazione baluca. E’ stato addirittura instaurato un governo in esilio e eletto re del Balucistan mir Suleman Dawood Khan. il governo ha sede a Gerusalemme, ed è supportato anche finanziariamente da una organizzazione no-profit, la Baloch Society of North America, con sede negli Stati Uniti. il governo in esilio considera il Balucistan uno stato militarmente occupato da Pakistan, Afghanistan e Iran, e chiede la riunificazione dei territori e la creazione di uno stato indipendente.

Non è la prima volta che Teheran e Islamabad
arrivano ai ferri corti a proposito dei gruppi di resistenza baluci e del Jundullah in particolare. I legami che uniscono i due paesi sono difatti piuttosto altalenanti. Sono stati entrambi alleati degli Stati Uniti durante la guerra fredda fino a quando, dopo la caduta dello Scià si sono trovati dai lati opposti della barricata. Per motivi religiosi, il Pakistan è in maggioranza sunnita mentre l’Iran è sciita, ma soprattutto per motivi strategici e politici. Durante e dopo l’invasione russa dell’Afghanistan, l’Iran (assieme all’India) supportava l’Alleanza del Nord mentre il Pakistan (e gli americani) armavano i taliban.

Negli ultimi anni, il clima politico
tra i due paesi è migliorato, nonostante Teheran accusi ancora il Pakistan di aver portato gli americani nell’area e sospetti il coinvolgimento di Islamabad in attività anti iraniane finanziate dagli Stati Uniti, come appunto il sostegno dato al Jundullah che, secondo gli iraniani, viene finanziato e sostenuto dagli Usa, da Israele e dai servizi segreti pakistani che lo userebbero come strumento di pressione nei confronti di Teheran per conto di Washington.

clip_image005

Il Jundullah, l’esercito di dio, è in realtà un gruppo estremista di confessione sunnita fondato nel 2005 e composto, come ha detto qualcuno, da ‘freelance della jihad’. Alleati di tutti e di nessuno mirano soltanto a destabilizzare il governo di Teheran e a vendicare i torti subiti dalla minoranza sunnita in Iran. il 28 maggio scorso, sempre a opera del Jundullah, era stata fatta saltare in aria una moschea sciita a Zahidan, la capitale della regione del Sistan-Balucistan. Tre degli attentatori, catturati e poi impiccati dal regime di Ahmadinejadh, avevano dichiarato di aver preso in Pakistan gli esplosivi adoperati per far saltare la moschea.

Sembra difatti che i membri dell’organizzazione siano addestrati, in Pakistan, dalla Lashkar-i-Jangvi: organizzazione con sede in Waziristan e nella Fata, sospettata di aver compiuto, assieme al Tehrik-i-Taliban, l’attentato all’hotel Merriot di Islamabad nel settembre 2008.

In maggio, Teheran aveva
usato parole grosse con Islamabad sostenendo che la strage della moschea poteva essere tranquillamente evitata se le autorità pakistane avessero preso nota delle informazioni fornite dagli iraniani. E cioè che a
Abdulmalek Rigi, capo del Jundallah, si trovava nel Balucistan pakistano. Ma il Pakistan, si sa, ha una lunga e onorata tradizione nell’ignorare le informazioni fornite dai servizi segreti stranieri in merito all’indirizzo dei terroristi presenti sul suo territorio. L’iran si era inoltre dichiarato pronto a inseguire e catturare i terroristi del Jundullah anche in territorio pakistano, se Islamabad non avesse provveduto. e aveva chiuso la frontiera con il Pakistan. il che, evidentemente, non è bastato. Come non è bastata la minaccia, neanche tanto velata, di mandare a monte l’accordo per il famoso gasdotto (duramente contrastato dagli americani) Iran-Pakistan-India. Per dimostrare la propria buona volontà, i pakistani avevano addirittura consegnato all’Iran il fratello di Rigi.

clip_image007

L’ultimo attentato riporta però in primo piano una serie di cose: le relazioni tra Iran e Pakistan, sempre più dominate dalla politica americana nell’area e dall’asservimento quasi totale del governo Zardari. i doppi e tripli giochi giocati dal Pakistan ormai su troppi fronti e con troppi giocatori. E l’uso sempre più spregiudicato, da parte dell’esercito e dei servizi segreti pakistani, del terrorismo come elemento di politica estera. E dimostra come la storia, anche recente, non insegni nulla a nessuno. Trastullarsi con il Jundullah può rivelarsi difatti potenzialmente devastante nel lungo termine esattamente come lo è stato inventare, armare e sostenere i taliban e Osama bin Laden. Il Balucistan è, per molti motivi, una potenziale polveriera pronta a esplodere. E a trascinare con sé, con conseguenze devastanti, una buona fetta della regione..

Francesca Marino

http://temi.repubblica.it/limes/balucistan-la-polveriera-tra-iran-e-pakistan/7444?h=0

LinkWithin

Blog Widget by LinkWithin