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giovedì 7 giugno 2012

CAOS CONGO

Il paese è scosso dalla guerra e da influenze internazionali nefaste. “La crisi è la peggiore che si sia vista in anni. L’attività dei gruppi armati è letteralmente esplosa, con le milizie ad essere responsabili della maggior parte del caos. La popolazione locale è letteralmente saccheggiata”


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Le braci della Prima Guerra Mondiale Africana covano ancora sotto le ceneri di una pace e periodicamente qualcuno le riattizza
CONGOFOLLIA - Il Congo non è solo uno dei più grandi e ricchi paesi africani, ma fin dalla colonizzazione europea dell’Africa e dalla sua spartizione al Congresso di Berlino nel 1885 è soprattutto il tragico specchio dell’influenza bianca nel cuore dell’Africa nera. Affidato come possedimento privato al re del Belgio Leopoldo II, fu teatro del primo genocidio sistematico per mano della compagnia commerciale attraverso la quale Leopoldo sfruttava i possedimenti, con tale furore che in una decina d’anni dimezzò la popolazione della colonia e con tale sprezzo delle apparenze da costringere il parlamento belga a spogliarlo del suo potere diretto sulla colonia. Il mondo inorridito vide allora le foto dei bambini mutilati congolesi, mutilati per costringere i genitori al lavoro e all’obbedienza e le pressioni sul Belgio si fecero insopportabili, pressioni da parte di altri paesi che non avevano nessuna remora a sostenere la legittimità del colonialismo, ma che non potevano giustificare comunque un tale livello di barbarie presso le loro opinioni pubbliche.

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IL COLONIALISMO NEFASTO - Con il nuovo secolo il Congo finì sotto l’amministrazione belga, ma non ne trasse gradi vantaggi e ancora meno ne trasse al momento della decolonizzazione, quando i belgi uccisero il primo leader congolese liberamente eletto, Patrice Lumumba, e lo rimpiazzarono con un dittatore selvaggio e collaborativo come Mobutu, alla morte del quale il paese è letteralmente collassato sotto la pressione di diversi gruppi armati sostenuti dai paesi confinanti e dalle compagnie minerarie che volevano scalzare l’aristocrazia del settore, saldamente legata al defunto dittatore.
L’ASSALTO ALLE MINIERE - Ne uscì una guerra alla quale presero parte ufficialmente otto paesi africani e meno ufficialmente diversi paesi occidentali, che lasciò sul terreno 5 milioni di morti, in gran parte civili, al margine della quale si consumò anche la tragedia Ruandese tra Hutu e Tutsi. Proprio per quegli eventi è stato condannato ieri Callixte Nzabonimana, ex ministro della gioventù del Ruanda, riconosciuto responsabile di genocidio, cospirazione, incitamento e sterminio da una corte dell’ International Criminal Tribunal for Rwanda (ICTR), un tribunale internazionale africano chiamato a giudicare sull’olocausto ruandese. LA SOLUZIONE CONGOLESE - Diversa invece la sorte di quanti si sono macchiati di crimini simili in Congo, che in mancanza d’azione da parte del governo congolese sono finiti nel mirino del procuratore del Tribunale Penale Internazionale Luis Moreno Ocampo, specializzato nella messa in stato d’accuso di criminali africani, uno che durante il suo mandato non ha mai incriminato un bianco o un esponente di un governo che non fosse africano.

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IL PROCURATORE - Proprio un’iniziativa di Ocampo, che ha emesso un mandato di cattura per un generale congolese ormai in qualche modo amnistiato e integrato nell’esercito nazionale con la sua milizia, ha dato di nuova la stura a estese violenze nella zona del Kivu. Un’area al confine con il Ruanda che oltre ad essere clamorosamente ricca di minerali preziosi è ormai da anni il santuario di gruppi di ex combattenti, esuli ruandesi e signori della guerra che in qualche modo aspirano al controllo delle miniere e dei traffici di minerali. Bosco Ntaganda, un tempo vice di Tomas Lubanga (già condannato) del Congrès national pour la défense du people (CNDP) non è stato ad attendere l’arresto, anche se le autorità congolesi hanno smentito di avere l’intenzione di eseguire l’ordine del TPI ha preso i suoi uomini e si è dato alla macchia. Il che significa che i suoi uomini si sono lanciati in una campagna di saccheggi che presto li ha portati a evitare gli scontri con le altre milizie locali, con l’esercito congolese e con la MONUC e a concentrarsi sulla rapina dei civili inermi.

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IL TRIBUNALE - Proprio alcuni giorni fa il TPI ha respinto un’analoga domanda da parte di Ocampo nei confronti di Sylvestre Mudacumura, un comandante sul campo delle truppe ruandesi coinvolte in numerosi massacri, il giorno prima aveva respinto l’appello di Ocampo contro la chiusura del caso di Callixte Mbarushimana, come Mudacumura un membro del FDLR. Non è una novità, Ocampo ha accusato un discreto numero di personaggi simili senza riuscire poi a portarli a giudizio perché non si era nel frattempo procurato le prove o perché aveva formulato accuse ritenute irricevibili.
LA CRISI UMANITARIA - “La crisi in Congo è la peggiore che si sia vista in anni. L’attività dei gruppi armati è letteralmente esplosa, con le milizie ad essere responsabili della maggior parte del caos. La popolazione locale è letteralmente saccheggiata”, afferma il locale incaricato di Oxfam, Samuel Dixon: “Larghe zone del Nord e del Sud del Kivu sono sotto il controllo di gruppi armati. Secondo l’ONU i rifugiati sarebbero più di centomila, molti dei quali riparati in Uganda e Ruanda, dove almeno sono al riparo dalla furia cieca delle milizie, che si abbattono sui villaggi indifesi depredandoli, uccidendo un gran numero di persone, stuprando sistematicamente le donne e spesso rapendo i bambini che poi arruolano con la forza e le minacce.
IL GOVERNO - Il governo congolese è inerme, pur migliorato l’esercito congolese non è in grado di rincorrere e stanare nelle giungle del Kivu i ribelli e per ora si è limitato a processare per diserzione e ribellione un colonnello e un tenete colonnello, condannandoli a morte in contumacia e facendolo sapere. Altri otto ufficiali catturati sono stati condannati all’ergastolo, ma è chiaro che non saranno le condanne a far desistere gli ammutinati e i signori della guerra che stanno approfittando del rinnovato caos.
CHE FARE? -  Durante il processo sarebbe emerso quel che già si sapeva, che fin da marzo Ntaganda, soprannominato Terminator, si era preparato alla ribellione. Le dinamiche che hanno portato a questo nuovo disastro umanitario sono abbastanza evidenti, ma al contrario non è per nulla evidente quale soluzione potrà essere messa in campo per far tacere le armi o costringere gli uomini di Ntaganda alla resa, a meno di non impegnare il contingente MONUC e l’esercito congolese in una battaglia senza quartiere destinata ad amplificare ulteriormente le sofferenze delle popolazioni civili.
Fonte

NEL REGNO DI LEOPOLDO

«Nella maggioranza dei casi, l’indigeno deve compiere ogni due settimane un viaggio di un giorno o anche più per raggiungere nella foresta un luogo con una quantità sufficiente di alberi della gomma. Qui conduce una misera esistenza. Deve costruirsi un riparo temporaneo che non può sostituire la sua capanna; non ha il suo cibo abituale, è esposto alle intemperie del clima tropicale e agli attacchi di bestie feroci. Deve poi portare il prodotto raccolto all’agenzia dell’amministrazione (o della compagnia); solo allora può tornare al suo villaggio, dove rimane appena due o tre giorni, prima che gli venga assegnato un nuovo compito. Di conseguenza la maggior parte del suo tempo è occupata nella raccolta del caucciù». Così si legge nella relazione della commissione d’inchiesta del 1906.
Ogni villaggio doveva consegnare all’amministrazione 5 pecore o maiali, o 50 galline, 125 carichi di manioca, 60 kg di caucciù, 15 di granturco o arachidi e 15 di patate dolci. L’intero villaggio doveva lavorare un giorno su quattro alle opere pubbliche.

L’adempimento degli obblighi veniva assicurato da guardie africane reclutate in altre regioni, o da agenti prezzolati dello stesso villaggio. Con l’incoraggiamento dell’amministrazione, guardie e agenti perpetravano atti di inaudita ferocia: portavano via donne e beni; al minimo segno di resistenza mutilavano i malcapitati o li uccidevano.

Spesso le compagnie organizzavano contro i villaggi spedizioni punitive nel corso delle quali - secondo il rapporto della commissione - uomini, donne e bambini venivano uccisi senza pietà. Con tali metodi le compagnie concessionarie e lo stesso Leopoldo intascarono decine di milioni.

Con le rendite provenienti dal Congo, Leopoldo assicurò a ogni membro della numerosa famiglia reale un reddito annuo fra i 75 mila e i 150 mila franchi; acquistò in Belgio e in Francia vaste proprietà terriere per un valore di 30 milioni di franchi... Effettuò spese enormi per corrompere la stampa, creando un apposito ufficio che mascherasse i suoi crimini.

Fonte
Vedi anche:
http://www.reportafrica.it/articoli.php?categoriacod=CUL&idarticolo=240

martedì 22 maggio 2012

PRESIDENZIALI IN REPUBBLICA DOMINICANA

dove l’economia cresce con i traffici di droga 


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Presidenziali ieri nella Repubblica Dominicana, che occupa i due terzi dell'isola caraibica che divide con Haiti. Almeno 6,5 milioni di votanti sceglieranno tra l'ex ministro Danilo Medina, 60 anni, candidato del Partito della liberazione dominicana (Pld, liberale), al potere, e l'ex capo di Stato Hipolito Meja, 70 anni, in corsa per il Partito rivoluzionario dominicano (Prd, socialdemocratico), all'opposizione. L'economia della Repubblica Dominicana è cresciuta ad un ritmo del 7% negli ultimi otto anni ma il Paese è diventato il principale punto di transito della droga proveniente dal Sudamerica e diretta verso Usa e Ue. Durante la campagna elettorale, i partiti si sono accusati a vicenda di corruzione e non sono mancati anche episodi di violenza, con due morti tra i sostenitori. Fausta Speranza ha parlato della situazione con Maurizio Chierici, che da 30 anni segue le vicende dei Paesi dell’America Latina e dell’America centrale, editorialista oggi de Il Fatto Quotidiano:clip_image005clip_image006
R. – La sfida sociale è molto dura. La privatizzazione ha portato, sì, un certo benessere alla crescita, però sulle spalle di chi? Sulle spalle dei soliti e i soliti sono gli haitiani. C’è uno sfruttamento drammatico dei profughi haitiani. Sono un milione, lavorano per il tabacco e lavorano per il rhum. E la situazione che io ho visto è drammatica. Gli haitiani vivono in piccole capanne sperdute in … non sono nemmeno paesi sono agglomerati … e sono trattati come schiavi. Si tratta di ricostruire un rapporto umano tra le braccia e il potere.
D. – La Repubblica Dominicana a questo punto sta diventando uno snodo centrale del traffico di droga …
R. – Sì, anche perché Cuba è riuscita a deviarlo mettendosi d’accordo con la Dea americana (Drug Enforcement Administration); quindi, nel mezzo dei Caraibi, è mancato questo buco nero e tutto si è riversato nelle isole attorno. Certo, i traffici non portano benessere. La droga arricchisce i trafficanti, scivola poi in tante mani e in tante case, anche di potere. In una situazione in cui la polizia è estremamente corrotta, una polizia che “non vede”. Quindi, si tratta di ricostruire un rapporto dignitoso tra il potere e la gente, superando la corruzione. E’ chiaro che il turismo è una grande risorsa, ma non solo il turismo: Santo Domingo resta un paradiso fiscale e non esiste l’estradizione. E’ una specie di refugium peccatorum dell’intero mondo.Fonte


p.s. Ha vinto Danilo Medina del Partido de la Liberación Dominicana (PLD) liberale, gruppo politico attualmente al governo (l’attuale presidente del paese  Leonel Fernàndez è anche il  presidente del partito).



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mercoledì 28 settembre 2011

MESSICO:DALLO ZAPATISMO ALLA BARBARIE (PARTE 1)

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3 decenni di ultraliberismo sfociano nel dilagante strapotere criminale della narcoeconomia


   1.
   Sarebbe molto lungo un discorso sulla giustizia, che si può tranquillamente affermare non esista in nessun luogo al mondo. Quello che però impressiona in Messico è l’assoluto arbitrio.
  Secondo le statistiche, l’80% dei detenuti sono innocenti e il 90% dei delitti rimangono impuniti. La corruzione dei giudici e della polizia è generalizzata. Un discorso a parte meritano gli “judiciales”, un corpo di pubblica sicurezza che agisce in borghese, muovendosi a bordo di macchine senza targa, e che terrorizza la popolazione. All’occorrenza, sono quasi sempre loro a trovare il capro espiatorio necessario.

   La gente, quando si sente in pericolo e può farlo, ricorre all’“amparo”, vale a dire una forma giuridica per cui non può essere perseguita legalmente, essendo appunto “amparata”. Si tratta di una specie di “arimortis”, che non mette però al
riparo dagli “judiciales”, usi al sequestro e all’assassinio.
   Un caso emblematico di come funziona l’ingiustizia in Messico è quello di
Florence Cassez. Questa poveretta è stata accusata di essere a capo di una banda
di sequestratori. Riconosciuta colpevole di tre rapimenti, viene condannata dap-
prima a 90 anni. Poi, le autorità si accorgono che all’epoca di uno dei rapimenti
era in Francia e la pena viene quindi ridotta a 60 anni. 
In un momento in cui i sequestri erano all’ordine del giorno, era importantissimo trovare un colpevole. Florence, giovane, bella e, soprattutto, francese, era il capro espiatorio perfetto,
soddisfacendo i più squallidi sentimenti antistranieri (la Francia colonizzò il
Messico all’epoca di Massimiliano e Carlotta). Il suo arresto e la spettacolare
liberazione degli ostaggi furono trasmessi dalla televisione in diretta, ma era tut-
to una messinscena: Florence era infatti stata arrestata, altrove, il giorno prece-
dente. 
Questo falso reality-show, condotto sotto la direzione di García Luna, il
sinistro capo dell’AFI (Agenzia Federale d’Investigazione), e trasmesso di pri-
ma mattina, già di per sé inficerebbe la condanna inflitta a Florence. Da allora
(dicembre 2005), la poveretta è in prigione, mentre Sarkozy ne fa un battage
pubblicitario in vista della sua rielezione e, addirittura, arriva a dedicarle l’anno
dell’amicizia franco-messicana, il 2011, col risultato che le celebrazioni sono
cancellate e la situazione per Florence peggiora.
   Genaro García Luna è senz’altro uno dei principali artefici della politica d’in-
sicurezza in Messico. In un Paese che in quattro anni ha visto 40.000 morti nella
lotta “anti-narcos”, costui arriva a dichiarare che i primi risultati di questa guer-
ra si vedranno solo nel 2015, promettendo quindi altri quattro anni di lutti.
2.
   Il 1o gennaio 1994, data dell’entrata in vigore dell’Accordo Nordamericano
per il Libero Scambio (NAFTA), che significava la svendita del Messico al po-
tente vicino settentrionale, l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale si sol-
levò. Quel giorno una luce illuminò il mondo. Di colpo, il Chiapas, Stato con
una forte componente indigena, venne conosciuto ovunque, così come il sub-
comandante Marcos, con il passamontagna e la pipa. È da riconoscere a Marcos
il merito di avere attirato l’attenzione del mondo sulla condizione degli indios
messicani e anche di avere inaugurato una stagione di lotte caratterizzate dalla
non-violenza e dalla volontà di raggiungere degli obiettivi senza cercare la presa
del potere, distinguendosi in ciò dalle numerose guerriglie latino-americane pre-
cedenti.
   Mentre si estendevano in tutto il Messico le lotte sociali, la figura di Marcos a
poco a poco, però, si ingessava nel personaggio del subcomandante. Dopo i
primi manifesti di eccezionale vigore, lo scrittore Marcos, ottimo scrittore indi-
scutibilmente, prendeva il sopravvento.
   Quando scoppiò la rivolta di Oaxaca, e poi quella che fu chiamata la Comune
di Oaxaca, si formò un comitato, la APPO (Asamblea Popular de lo Pueblos de
Oaxaca), che diresse le lotte, senza un leader carismatico e nel solco dell’auto-
gestione. (Questa tradizione, particolarmente radicata in Messico, si ricollega da
una parte all’esperienza indigena e dall’altra alle origini del movimento operaio
di questo Paese, origini segnate da una forte influenza dell’anarchismo.) Nono-
stante la durissima repressione operata da Ulysses Ruiz, governatore dello Stato
di Oaxaca, l’autonomia della città durò per circa sei mesi, fino alla fine del
2006, quando fu insediato il nuovo presidente della repubblica.
   Fu allora che Marcos, rimasto abbastanza silenzioso nei mesi precedenti, ri-
acquistò la prima pagina dei giornali organizzando, durante la campagna per
l’elezione del nuovo presidente, “la otra campaña”. Muovendosi per tutto il
Messico, scortato dalla polizia, sostenne che tutti i candidati erano corrotti e che
la gente doveva prendere il suo destino nelle proprie mani, senza bisogno di
caudillos. Un discorso tanto giusto quanto generico, che non teneva conto di chi
erano i candidati in lizza.
   Uno era Madrazo (in messicano “cazzotto”), del Partito Rivoluzionario Istitu-
zionale, che da una parte avrebbe duramente colpito gli attivisti sociali e dall’al-
tra si sarebbe mosso in accordo con i cartelli della droga, secondo la tradizione
del suo partito; un altro candidato era Felipe Calderón, detto Fecal, dalle prime
sillabe di nome e cognome, rappresentante dell’ala destra del partito di destra
Azione Nazionale, neoliberista; infine c’era Andrés Manuel López Obrador
(AMLO, dalle iniziali), ex sindaco di Città del Messico, del Partito della Rivo-
luzione Democratica, osteggiato da tutti i potentati finanziari del Paese, tanto da
essere definito “un peligro para México” dalle televisioni, in quanto fautore di
una politica abbastanza simile a quella di Lula in Brasile (sviluppo del mercato
interno, sostegno ai poveri, revisione del NAFTA). Considerando i tre candidati
alla stessa stregua, Marcos, a mio avviso, fece un errore strategico.
   3.
   Il Messico è un Paese tradizionalmente violento e dove la gente ride di tutto,
“hasta de la muerte” (perfino della morte). Le culture preispaniche erano violen-
te, basti pensare ai sacrifici umani praticati dai Mexicas (cioè gli Aztechi) e an-
che dai Maya dopo l’arrivo del mitico Kukulcan. I sacerdoti strappavano il cuo-
re ai sacrificati e il sangue scorreva lungo le piramidi. Gli spagnoli, portatori del
cristianesimo, erano peggio. È famosa la frase di Oviedo nella sua Storia delle
Indie del 1555 in cui spiega che quando si taglia la testa a un indio bisogna fare
attenzione perché, avendola molto dura, si può rompere la spada. Passando a
tempi più recenti, vale la pena di ricordare una battuta che circolava dopo l’11
settembre: “Sapete perché un hamburger assomiglia alle Torri Gemelle? Perché
dentro c’è carne trita”. Humour (nero), violenza e sangue. Quella messicana è
una società machista, nel senso che molti valori dichiarati hanno a che vedere
con il coraggio e il disprezzo per la paura della morte. “La vida no vale nada”.
   Questa esasperazione dell’idea di virilità ha, come spesso accade, il suo rove-
scio della medaglia. L’omosessualità, sia maschile che femminile, in Messico è
molto diffusa. Però, mentre l’omosessualità femminile è tollerata e spesso accet-
tata, al punto che il pueblo di Tepoztlán è soprannominato Lesboztlán, quella
maschile non è ammessa ed è perciò quasi sempre nascosta dietro una famiglia.
Un’osservazione a proposito del linguaggio, da cui traspare questa esaltazione
del ruolo maschile. Per dire che una cosa è bella: “que padre”; bellissima: “pa-
drissimo” o “de poca madre”. Rimane però l’importanza del ruolo femminile
nella struttura familiare testimoniata dall’appellativo “mi jefa” (la mia capa),
usato di sovente dai figli nei confronti della madre. I rapporti tra marito e mo-
glie o tra uomo e donna sono spesso violenti.
   Il Messico è uno dei Paesi al mondo dove è più diffusa la violenza carnale, a
volte terminando tragicamente con l’uccisione della donna. Esiste un reato spe-
cifico denominato “feminicidio”. È tristemente famoso il caso di Ciudad Juárez,
nello Stato di Chihuahua, dove in pochi anni centinaia di donne sono state vio-
lentate e uccise, ma l’Estado de México non è da meno. Secondo le organizza-
zioni di difesa dei diritti civili, con l’attuale amministrazione i casi di “feminici-
dio” sarebbero già 950. In molti casi gli autori riconosciuti di questi delitti sono
poliziotti o militari e le ONG accusano il governo di essere spesso complice.
   Inoltre, la violenza carnale viene usata ormai sistematicamente contro le lotte
sociali. In Atenco molte donne furono violentate dalla polizia dopo l’arresto e,
in quel caso, ci fu parità di diritti: anche molti degli uomini arrestati subirono la
stessa sorte.
   4.
   Il Messico è sempre stato produttore di marijuana, talmente diffusa che persi-
no la canzone della Cucaracha vi fa riferimento (La cucaracha, la cucaracha, ja
no puede caminar porque no tiene, porque le falta marijuana que fumar...). In
tempi più recenti è diventato anche produttore di oppio. Tutto cambia quando,
con il successo della cocaina, grandi quantitativi di questa droga attraversano il
Messico per essere consumati negli Stati Uniti. È una situazione paragonabile a
quando la mafia siciliana iniziò il commercio dell’eroina. I trafficanti muovono
grandi somme di denaro. Dapprima la strada è quella più breve: dalla Colombia,
via Caraibi, la coca arriva in Yucatán e da lì in Florida. Però, presto, le rotte si
diversificano e si formano così, a seconda delle regioni, vari cartelli di narco-
trafficanti. Il Messico stesso inizia a consumare cocaina anche se, certo, in mi-
sura non paragonabile agli Stati Uniti, che restano il miglior mercato al mondo.
   I narcos, ovviamente, non si limitano al solo traffico di stupefacenti e presto
la loro attività abbraccia tutto quello che c’è di illegale, dalla prostituzione al
gioco d’azzardo e, soprattutto, l’acquisto di armi dagli USA e il passaggio dei
clandestini dal Messico al potente vicino del Nord. Il valico del confine è ri-
schioso e ogni anno sono centinaia i disgraziati che muoiono sia di sete e di
stenti, nel deserto che separa i due Stati, sia uccisi direttamente dalla polizia di
frontiera statunitense.
   5.
   In questa situazione, l’arrivo al potere di Felipe Calderón marca un cambio
deciso. Come già nel 1988 nel caso di Carlos Salinas de Gortari, la vittoria di
Felipe Calderón puzza di brogli elettorali. Però, a differenza dello sconfitto di
allora, López Obrador non accetta la truffa e si proclama presidente legittimo
del Messico. Mentre a Oaxaca continua la rivolta contro il governatore Ulysses
Ruiz, a Città del Messico le manifestazioni di ripudio all’usurpatore si susse-
guono portando in piazza decine di migliaia di persone. Tra l’estate, quando si
svolgono le votazioni, e l’anno nuovo, quando Calderón assume la presidenza, il
potere cerca di guadagnare tempo, confidando nella stanchezza dei manifestanti
e in una repressione selettiva.
   A Oaxaca viene assassinato Brad Will, un collaboratore statunitense di In-
dymedia, e dell’omicidio vengono falsamente accusati i rivoltosi. L’uccisione di
un giornalista straniero è un fatto eccezionale, perché abitualmente sono quelli
messicani a morire ammazzati e in gran numero (basti pensare che dopo la Rus-
sia il Messico detiene il record di giornalisti uccisi). La provocazione dà il via a
una repressione tremenda, con violentissimi scontri di piazza, rapimenti di atti-
visti sociali (molti della APPO), che scompaiono nel nulla, e sistematiche vio-
lenze sessuali su uomini e donne arrestati.
   Con l’anno nuovo, Fecal assume la presidenza della repubblica dichiarando
“la guerra al narcotraffico”.
   6.
   Dopo quarant’anni di fallimenti nella della “guerra alla droga”, lanciata per
primo da Nixon nel giugno 1971, è ormai evidente che la maniera più efficace
per ridurre drasticamente il potere dei narcotrafficanti consiste nella fine del
proibizionismo. Ostinandosi a prescindere da questa sensata prospettiva, per
combattere i cartelli della droga ci vorrebbero comunque una polizia e un eser-
cito integri o almeno non troppo corrotti. Invece in un Paese come il Messico in
cui si dà una continua osmosi tra criminalità e servizi di sicurezza, ristabilire la
legalità diventa molto difficile. Inoltre anche l’apparato giudiziario è fortemente
inquinato, e lo stesso dicasi per gli avvocati, tra i quali la corruzione è diffusis-
sima. Infine c’è da sottolineare che queste organizzazioni, oltre a essere infiltrate
negli apparati di sicurezza dello Stato, sono assai radicate nel territorio, dispon-
gono di ingenti mezzi finanziari e possono mettere in campo una grande potenza
di fuoco. Perciò la guerra di Calderón inizia nelle peggiori condizioni.
   C’è una storiella che indica come questa strategia fosse destinata al fallimen-
to. Al momento del suo insediamento, il nuovo zar antidroga chiede ai suoi col-
laboratori: di quanti soldi disponiamo? Gli viene risposto: di 500 milioni di dol-
lari. Bene! E il narco di quanto dispone? Nessuno risponde. Dietro sua insisten-
za, si sente infine una vocina: infinito... Al di là dell’aneddoto, il traffico di stu-
pefacenti è calcolato in circa 60 miliardi di dollari all’anno. A dichiararlo è
García Luna, diventato nel frattempo responsabile della Sicurezza Pubblica Fe-
derale dopo lo scioglimento dell’AFI. (Lo stesso García Luna, peraltro, è sotto
osservazione da parte della DEA statunitense per presunti legami con il narco-
traffico.)
   Una delle prime misure di Calderón è stata quella di concedere aumenti sala-
riali all’esercito, per assicurarsene la fedeltà; successivamente una nuova legge
avrebbe permesso alla polizia di perquisire le case anche senza mandato. Nel
giro di poco tempo, le uccisioni tra i narcos aumentano, come anche quelle di
sindaci, funzionari e poliziotti. È una escalation impressionante nel numero e
nelle modalità, perché i corpi senza vita delle vittime di faide tra le varie orga-
nizzazioni mafiose, sempre più spesso, vengono ritrovati mutilati. Corpi senza
testa, che non vanno però sui network televisivi mondiali, a differenza di quelli
decapitati in Iraq.   (continua)
Antonio Frillici

venerdì 9 settembre 2011

REPUBBLICA DOMINICANA, CHI INDAGA SULLA DROGA MUORE

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Indagava sui traffici di droga e aveva fatto i nomi di uomini d’affari e persino pubblici funzionari che avrebbero dovuto contrastare lo spaccio di stupefacenti.
Ha fatto una fine terribile, José Silvestre, giornalista dell’emittente televisiva Caña Tv della Repubblica Dominicana.
Lo hanno ritrovato morto con due proiettili in pancia, il 2 agosto, nella città di La Romana, nell’est del paese. Ore prima, nel corso della stessa giornata, quattro persone avevano assistito al suo pestaggio. Tramortito, era stato caricato su un furgone, diretto verso il luogo dell’esecuzione.
Rispetto a ciò che accade nella vicina Haiti (con cui divide l’isola di Hispaniola), la Repubblica Dominicana sembra un paese sereno. Per gli haitiani è l’Eldorado, per i giornalisti è l’inferno.
A José Silvestre il messaggio era già arrivato, forte e chiaro.  A maggio, per aver accusato il procuratore José Polanco Ramírez di essere legato a una rete di narcotrafficanti, era stato denunciato per diffamazione e ignoti avevano esploso colpi di arma da fuoco contro la sua abitazione.
A far pensare a un sistema molto complesso di connivenze e complicità è il fatto che, sempre a maggio, il Sindacato nazionale dei lavoratori della stampa aveva chiesto alla polizia di istituire un programma di protezione per garantire l’incolumità di José Silvestre.  Per risposta, il silenzio. Interpretato da mandanti e assassini come un via libera. Infatti, una settimana prima dell’agguato di La Romana, avevano già tentato di assassinarlo.
L’inchiesta sull’uccisione di Silvestre è stata affidata al capo della polizia, José Polanco Gómez, Chissà se interrogherà se stesso chiedendosi perché non ha voluto proteggere il giornalista.
Così, al Sindacato nazionale dei lavoratori della stampa non resta che aggiornare le cifre. Nei primi sette mesi e due giorni del 2011, 30 giornalisti della Repubblica Dominicana vittime di aggressioni e intimidazioni, uno assassinato. Il motivo, sempre lo stesso: aver portato alla luce le collusioni tra affari, politica e narcotraffico.Riccardo Noury

mercoledì 6 aprile 2011

AFRICA ROSSO SANGUE

Ai libici pro Gheddafi catturati i rivoltosi promettono salva la vita. La morte invece attende i giovani e giovanissimi mercenari che hanno accettato il denaro del colonnello. Si parla anche di Rumeni, ma la maggior parte dei mercenari pare provenga dall'Africa sub-sahariana: dal Ciad, dalla Nigeria, dal Mali, dal Benin, dal Kenya e da una miriade di altre regioni dimenticate.

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Chi sono questi ragazzi? Da quale ulteriore orrore provengono? Quale disperazione li ha condotti a cercare una paga uccidendo e facendosi uccidere? Anche cercando di distogliere lo sguardo dal video, li ho visti comunque, disarmati e caricati sui camion aperti, in viaggio nel deserto verso la loro ultima destinazione. Hanno i capelli corti, la testa nera e lucida di sudore tra le mani. Viaggiano verso la morte. Seduti sul rimorchio aperto dei furgoni, sentono il vento caldo del deserto sulla pelle prima della fossa, prima della scarica di mitra.
Mi chiedo perché Gheddafi sia riuscito in questo ulteriore reclutamento contro la sua popolazione, e dove abbia trovato i soldi per assoldare venticinquemila ragazzi – le stime sono della lega libica per i diritti umani. Perché non si è potuto evitare che ciò potesse accadere? Perché esistono questi immensi bacini di morte pronti ad esplodere o a essere usati?
L'Africa è segnata da uno storia talmente tragica che pare impossibile abbracciarla in un solo sguardo: è come se la shoa e i quattordici anni di follia di Hitler là si fossero susseguiti senza sosta, con continuità marziale, senza tregua: una successione di "pagliacci e mostri", come recita il titolo di un libro di L. Sanchez Pinol dedicato alla "storia tragicomica di otto dittatori africani".
È come se la vocazione politica di quei Paesi fosse affogare nel sangue le loro popolazioni, ed è ciò che hanno fatto lungo il secolo scorso Hailé Selassié in Etiopia, Sékou Touré in Guinea, Amin Dada in Uganda, Bokassa nella Repubblica Centrafricana, Banda nel Malawi, Mobutu Sese Seko in Congo, Macías Nguema nella Guinea Equatoriale. È come se il male là si incarnasse a più riprese, sempre più radicato e inestirpabile.
Per questo temo che altri violenti conflitti siano sul punto di deflagrare, conflitti al cui confronto le battaglie di al-Zawiyah e Tripoli potranno sembreranno qualcosa di relativamente piccolo e marginale. Gli attori di tale dramma saranno popoli come quelli che hanno fornito i mercenari al colonnello. Popoli che hanno subito torti inenarrabili, ad opera di governi che fanno sembrare l'Egitto di Mubarak una socialdemocrazia nordica, Ben Ali e Gheddafi innocui caudillos lievemente allergici alle istituzioni democratiche e Berlusconi, il papa buono. Popoli stremati da decenni di ingiustizie e soprusi, saranno gli attori di un conflitto la cui spietatezza sarà direttamente proporzionale al fatto di non avere nulla da perdere se non una vita che per il mondo non vale assolutamente niente.
Ogni pagina della storia africana gronda sangue. Passandola in rassegna non si può non essere colti da vertigine. Anche guardando al presente, o al recente passato si comprende rapidamente che almeno una decina di stati africani sono ancora saldamente nelle mani di criminali arroganti, avidi e senza scrupoli che hanno conti milionari in patria e all'estero, che tengono in pugno l'informazione e la giustizia. Sono accusati di brogli elettorali, repressione contro le forze d'opposizione, detenzione arbitraria di dissidenti, torture e omicidi di giornalisti, di politici, di comuni cittadini, di intere popolazioni. Per non parlare dello sperpero dei soldi dello Stato, della corruzione e dei clientelismi vari che contribuiscono ad arricchire la loro cerchia lasciando i propri cittadini senza assistenza medica, senza scuole, strade, ospedali.
In Sudan c'è Omar al-Bashir, all'attivo due guerre, una ventennale contro il sud che si è conclusa nel 2005, l'altra in Darfur, dove permane una catastrofe umanitaria che il governo sudanese continua a minimizzare. Poco distante c'è Isaias Afewerki, presidente dell'Eritrea, ultimo Paese in Africa per la libertà di stampa, noto per la sua antipatia verso i giornalisti critici del suo regime. In Ciad troviamo Idriss Deby, degno successore del sanguinario Hissene Habrè, di recente accusato di comprare armi con i soldi della Banca Mondiale donati per progetti di sviluppo. Sul versante atlantico, ci accoglie Maaouiya Ould Sid Ahmed Taya, che dal 1984 guida la Mauritania, dove ancora permane il problema della schiavitù e dei diritti umani. Più a sud, c'è Lansana Conte, che governa la Guinea con il pugno di ferro da più di due decenni, e nella Repubblica del Congo ci aspetta Denis Sasso-Nguesso, protagonista, alla fine degli anni Novanta, di una sanguinosa guerra civile durante la quale i miliziani a lui fedeli, riuniti in un gruppo armato chiamato Cobra, si sono macchiati di numerose atrocità contro la popolazione civile. Theodoro Obiang Nguema è presidente della Guinea Equatoriale dal 1979, anno in cui fece uccidere lo zio (il già citato Macías Nguema) e salì al potere, diventando uno dei più feroci despoti della storia contemporanea del continente africano. La Repubblica Centrafricana è nelle sapienti mani del generale golpista François Bozze, il minuscolo Swaziland è tiranneggiato dal giovane re Mswati III più preoccupato di scegliere giovani vergini e lussuose mercedes per la sua residenza che al fabbisogno della sua popolazione, poverissima e falcidiata dall'Aids. E come non ricordare Robert Mugabe, padre-padrone dello Zimbabwe dal 1980: un curriculum di barbarie lungo un quarto di secolo (le ultime contro i latifondisti bianchi, whitefarmers, tanto efferate da scomodare Condoleezza Rice, che ebbe a definire lo Zimbabwe "uno degli avamposti della tirannia". Il Togo non se la passa tanto meglio: nel 2005 è morto Eyadema Gnassigbe, uno degli ultimi grandi oligarchi del panorama politico africano, per quasi quarant'anni leader incontrastato e assoluto. Alla sua morte il figlio si è autoproclamato presidente ma fortunatamente la rabbiosa reazione della comunità civile togolese e dalle istituzioni africane hanno scongiurato l'ennesimo coup d'etat e la nascita di una nuova casa regnante. Ma queste vittorie spesso sono fragili, e inficiate da un potere corrotto e implacabile che non ne vuole sapere di sparire. E per farlo sparire certo non basteranno, i mondiali, le vuvuzelas e il waka waka.
Secondo alcuni esperti, il rafforzamento delle istituzioni e delle società civili ha avviato l'Africa sulla strada della democratizzazione. Certo, vero è che dove più fondo è il buio, più brilla, miracolosa, la luce; ed è grazie a Nelson Mandela se il Sudafrica s'è liberato dall'apartheid (sulla sua quella strada si è avviato anche l'attuale presidente, Thabo Mbeki), però mi pare decisamente troppo presto per cantare vittoria. Forse è vero che l'era dei dinosauri della politica africana sta finendo, come sostengono alcuni autorevoli osservatori internazionali e studiosi di geografia politica, ma certo la loro estinzione è un'agonia che continuerà a mietere vittime: ci sono ancora troppi Paesi in mano a pazzi sanguinari: Somalia, Repubblica Democratica del Congo, Sierra Leone, Liberia, Angola, e Burundi versano in condizioni allarmanti; le elezioni del 2008 in Zimbabwe hanno prodotto conflitti violenti e così è stato in Kenya l'anno prima.
Ora è il turno della Nigeria, un gigante uscito dal regime militare solo nel '99 che tra meno di due settimane è chiamato al voto. I morti durante questa campagna elettorale si contano già a decine. Addirittura forse anche peggio la situazione in Costa d'Avorio, dove l'esercito del neo-eletto presidente Ouattara, sta combattendo feroci battaglie in ogni città del Paese. Daloa, Belleville, Duekoue, San Pedro, sono funestate da scontri armati casa per casa e le esportazioni di cacao, prima risorsa nazionale, sono in grave pericolo. Fonti Onu riferiscono che Laurent Gbagbo, autoproclamatosi presidente unico, ha inviato le sue milizie a presidiare diversi villaggi e cittadine, ed avrebbe ordinato ai soldati di aprire il fuoco sulla folla anche nella piazza principale della capitale Abidijan, dove almeno 15 persone hanno perso la vita ed oltre un milione sono in fuga verso le frontiere, già attraversate da oltre centomila profughi. Il conto attuale dei morti pare si aggiri oltre le 500 persone da quando nell'ottobre 2010 è scoppiato il conflitto, in occasione delle elezioni. La Commissione Elettorale ha nominato Ouattara nuovo presidente con il 54,1% dei voti. Laurent Gbagbo ha rifiutato di lasciare il potere ed ha costretto la Corte Costituzionale ad invalidare un numero sufficiente di schede per decretare l'annullamento del suffragio elettorale. Inoltre, l'odio tribale è scattato quando i due presidente hanno organizzato due cerimonie di giuramento e di insediamento, ed hanno formato due governi. Secondo l'Onu, il legittimo presidente è Ouattara, tuttavia il Paese è preda di indicibili atrocità, ed è sull'orlo di una guerra civile dai prevedibili esiti disastrosi.
Fonti
http://www.un.org/fr
http://www.ispionline.it/it/documents/Commentary_Mondelli_15.03.2011.pdf
http://it.peacereporter.net
Fonte

domenica 13 febbraio 2011

LA PENSIONE DEL DITTATORE

Da Bokassa ad Amin Dada, dalla fuga col bottino alla follia: le vite dei tiranni dopo la caduta del trono 
     Le cronache degli avvenimenti, e più tardi la storia, ricordano delle dittature brutalità nascoste sotto l’ipocrisia di sorrisi e promesse: coprono il dolore delle vittime e le condiscendenze neanche segrete del mondo civile. Ma ci si dimentica delle pagine minori, vita quotidiana dei protagonisti pubblici con le preoccupazioni private di ogni capo famiglia: dopo il potere, processi e rancori, come “sbarcare il lunario”? Curiosità trascurata dalla grande politica. Chiacchiere da microstoria che eppure impegnano i consiglieri dell’uomo forte: mettere subito da parte qualcosa, non si sa mai. Tesori dello Stato che emigrano in banche lontane da raggiungere nei giorni della fuga.
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   Paradiso raggiunto da Ben Ali, paradiso degli arabi del petrolio, paradiso di Londra. La preveggenza del buen retiro è contemplata nel decalogo di ogni colpo di Stato. Ma non sempre va bene perché non sempre la democrazia ritrovata si rassegna nel nome della pacificazione nazionale. È successo ai dittatori di ieri, chissà come andrà per i dittatori ancora sul trono.

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   L’Imperatore amato da  Giscard d’Estaing

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   BOKASSA è il protagonista-simbolo di un grottesco irripetibile nell’era di Internet. Figlio di un piccolo sindacalista assassinato dai miliziani della Compagnie Foréstière, proprietà della grande famiglia francese Bardoux, studia in un collegio missionario e fa il militare di professione. Combatte nell’Europa del nazismo e
nell’Indocina che la Francia perde. Congedato con la Legion d’Onore, torna nel suo Centro Africa, a Bangui. Si sente francese e i servizi di Parigi gli regalano un colpo di Stato quando un presidente vuole frenare la privatizzazione della più grande miniera d’uranio del continente nero. E Bokassa entra nel bel mondo. Gheddafi lo abbraccia, Valerie e François Giscard d’Estaing   vanno a caccia di elefanti (proibitissima) ma l’uomo forte chiude un occhio: banchetti e champagne.Gli affari sono affari: nasce una società a Zurigo assieme a una banca nelle mani di François Giscard d’Estaing mentre il cugino
governa l’Eliseo.

   Scaricato con l’accusa  di cannibalismo

   IRREQUIETO e incontentabile, Bokassa riceve la più alta onorificenza francese e il permesso di incoronarsi Imperatore. Cerimonia e banchetto entrano nelle leggende africane. François
organizza il pranzo: ostriche e paté da Parigi. Ma l’imperatore pretende nuovi onori e finanziamenti insensati che trascinano nel ridicolo l’austero Giscard. Che all’improvviso ricorda che il padre di Bokassa era stato ucciso dai miliziani della Compagnie Forestière dei Badoux, bisnonni della signora Giscard, sua moglie. Come farlo sparire senza esserne coinvolti? Invenzione fantastica: Bokassa diventa cannibale. E vengono mostrati cadaveri nei frigoriferi della “reggia”. Deposto, processato, esilio in Costa d’ Avorio, condannato a morte ma inspiegabilmente liberato perché Bokassa aveva pensato al dopo: lettere e contratti al sicuro in una banca svizzera. Meglio lasciarlo alle stravaganze. Si beve un castello e i capitali; torna a Bangui dove la condanna a morte diventa   ergastolo poi trasformato in libertà vigilata. Riceve i visitatori avvolto in una tunica bianca, chiede la cortesia di consegnare al Papa un messaggio “personale”, carta intestata Bokassa I, imperatore d’ Africa. Negli stessi giorni Giscard d’Estaing diventa presidente della commissione
che scrive la Costituzione europea.

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   BANZER è l’esempio opposto: diventa dittatore moderno della Bolivia dopo aver studiato guerra psicologica alla Scuola delle Americhe di Panama, invenzione del Pentagono. Colpo di Stato, migliaia di morti, torture nelle quali le leggende coinvolgono volontari dell’Italia nera: Stefano Delle Chiaie e Giovanni Ventura. Insomma, cronache che non cambiano con una variante: dopo la presa di potere, armi alla
mano, del ’71 (prova generale del defenestramento di Allende in Cile) lascia nel ’78 e fonda un partito nazionalista che lo rielegge più o meno democraticamente. Inflazione terrificante: 5 mila per cento l’anno,prezzi che cambianot re volte al giorno. Assieme al cugino Alvaro Gomez Suarez, re della coca (ma la Dea non riesce a mandarlo in prigione un solo giorno)è proprietario di un impero immobiliare il cui slogan è: Metti i soldi sotto il mattone. Giornali e tv nelle sue mani. Il povero giornalista che lo intervista per gli speciali del Tg2 di Sergio Zavoli, all’ultimo momento riceve un foglietto che trasforma le sue domande. Decide di ignorare i “piccoli” cambiamenti e il colloquio con chi adora solo messaggi e monologhi va avanti così. Domanda: sopravvive in Bolivia qualche seguace del Che Guevara? Risposta:“I rapporti commerciali tra Roma e La Paz restano eccellenti”. Un’ora di vaniloquio. Banzer muore nel suo letto, funerali di stato, eredità colossale agli eredi che vivono negli Stati Uniti.

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FUJIMORI era scappato a Tokyo inseguito dall’accusa di aver ordinato l’uccisione di 25 avversari politici. La doppia nazionalità (peruviana e giapponese) e la ricchezza accumulata nelle banche lontane, lo hanno illuso di poter   tornare a Lima per riguadagnare il potere. È andata male. Arrestato in Cile, viene condannato in Perù a 25 anni di una prigione dorata dove si celebra il matrimonio della figlia, oggi candidata alla presidenza nel nome del padre. È il solo dittatore ad aver organizzato la finzione di un colpo di stato contro se stesso, pretesto per dissolvere un parlamento “troppo normale”. Controllo spietato dell’informazione, Fuji dava sempre appuntamento ai giornalisti stranieri tra le 7 e le 8 di sera, ora di tutti i Tg. Risponde con gli occhi sullo schermo. Si scusa ma deve osservare il Fujimori virtuale che parla e non smette mai. Era il suo metodo di governo: ascoltare sempre e solo se stesso.

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   L’Eterno presidente  di un’infinita dinastia

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   KIM IL-SUNG fiore del comunismo di Stalin e Mao, è quasi un Bokassa asiatico: regna nella Corea del Nord dal 1948 fino alla morte, 1994. Vita nella guerriglia anti giapponese e nel partito Comunista. Obbedisce agli ordini degli amici spirituali, il “grande leader” prova a invadere la Corea del Sud nel 1950. Due paesi separati dal confine artificiale concordato a Yalta e all’improvviso occupati da truppe
americane e cinesi: è la prima guerra dopo Hiroshima. Kim II-sung manovra i corridoi della politica con metodi sbrigativi: elimina nelle purghe gli avversari di partito e con i proconsoli di Mosca nazionalizza ogni industria e bottega del paese. Distribuisce leggende sulla sua ubiquità. Gonfia uno sfrenato culto della personalità, incide il suo nome nella nuova costituzione definendosi Eterno presidente. Il Muro di Berlino gli crolla addosso ridimensionando l’importanza strategica della Corea Nord. Quando se ne va lascia la poltrona al figlio Kim Jong-il, un paese in bancarotta e la popolazione alla fame: le poche risorse   sono nelle casse militari. Kim Jong-il esaspera gli insegnamenti del padre nell’avventura nucleare. Ma a differenza del padre è un bon vivant: pranzi, belle compagnie, tanto cognac. Voci di voci perché nessuno apre bocca. Il culto della personalità continua: fra le meraviglie turistiche che i pochissimi visitatori sono obbligati a visitare, ecco la grotta dei Regali al nostro presidente, compleanni e viaggiatori di passaggio.
Museo allucinante a cento chilometri dalla capitale: lampadari, divani, televisori al plasma e il profilo in acciaio di New York, gentilezza dei Black Power sopravvissuti ad Harlem. Sta male. Nella Repubblica di famiglia sarà il figlio piccolo Kim Jong-un a prenderne il posto, ma il figlio grande Kim Jong-nam per la prima volta rompe e protesta. In qualche modo soldi e potere a braccetto.
Chissà che fine fanno gli appalti milionari degli operai coreani del nord: aeroporti del Golfo, strade e case nel Sudan. Il Kim padre impegna braccia condannate ai lavori forzati. Non costano niente e il guadagno lo controlla il presidente.

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   IDI AMIN DADA è un “criminale buffo”. Quando governava l’Uganda riceve la regina Elisabetta con le braccia cariche di banane “per sfamare il popolo inglese”. Dopo 7 anni di potere scappa lasciando una scia di 500 mila morti. Genocidio delle tribù rivali, avversari politici, stranieri che gli facevano paura: asiatici e somali, soprattutto. Uccide personalmente una vecchia signora israeliana all’ospedale per un malore dopo il dirottamento di un aereo francese ad Entebbe. Le spara quando un commando di Tel Aviv libera gli ostaggi. E a dire che il suo colpo di Stato era stato accolto “con entusiasmo” da Londra e Israele: “Finalmente un amico nell’Africa ostile”. Amico alto 2 metri,chepesava120chili,edera campione nazionale di boxe. Ha riarmato i militari dissanguando il paese. Armi vuol dire tangenti e Amin scappa come un nababbo. Raccontava in Tv di riuscire a parlare col pensiero ai coccodrilli. Indossava giacche lunghe tempestate dalle decorazioni che si attribuiva da solo   .Scappa nel‘79nella Libia di Gheddafi portandosi un aereo e un elicottero. A Tripoli lo aspettano Ferrari e Mercedes da corsa. Vive come un pascià ma Tripoli lo annoia. Muore in Arabia Saudita dove i principi gli pagavano lo stipendio da consulente per gli affari panafricani.

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   MILOSEVIC ha una carriera trionfante che finisce però nel carcere dell’Aja l’11 marzo 2006: morte sospetta nel sonno mentre aspettava l’ultima sentenza del processo per crimini di guerra. Nella stessa prigione il suicidio di Milan Babic, “duce” dei serbi di Krajina, regione contesa con la   Croazia. E qualche anno prima, sempre all’Aja, si impicca il comandante serbo croato Slavo Dokmanovic: la ex Jugoslavia svanisce così. Milosevic si era illuso di domare il Kosovo e ha provato a distruggere Sarajevo. Pulizie etniche che ricordano i manuali hitleriani, eppure una parte dei serbi continua a rimpiangerne il nazionalismo che non considerava i diritti umani. Nella sua ombra sono cresciuti gli affari e i trafficanti di armi. Ha seminato ricchezze che gli è stato impossibile godere.

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   NORIEGA, professionista del doppio gioco, da anni passa da un carcere all’altro in attesa dell’ultimo processo: lo vuole la Francia, lo chiede Panama. Miami lo ha già condannato: traffico di armi e di coca. Aveva sincronizzato il potere di presidente di Panama alle ombre della Cia e alla collaborazione stravagante con i servizi di Mosca e di Castro. Bush padre lo usava per controllare la guerriglia della Farc: armi in cambio di droga e Washington sapeva di quale arsenale disponeva l’inutile rivolta marxista colombiana. Ma l’avidità di un militare dalla faccia butterata (cara de piña) non ammetteva rinunce: voleva controllare ogni mercato. Alla fine del 1998 l’invasione Usa. Noriega si nasconde nella nunziatura vaticana,
poi si arrende. Un processo misterioso, senza pubblico: insomma l’imbarazzo per i segreti che Washington non vuole diffondere. Ancora non parla ma annuncia di farlo ecco perché gli Stati Uniti continuano a respingere chi lo vuole processare.

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   PINOCHET all’immagine del generale senza pietà aggiunge anche la fama di un ladro in guanti bianchi e tesori dispersi nelle banche del mondo. Aerei cileni di una compagnia del figlio del dittatore   (ingegnere Augusto Pinochet junior) animavano il girotondo armi e droga dell’Iran Gate (regia di Dimitri Negroponte, zar dello spionaggio Usa, protagonista Oliver North, pilota degli U2 spia). Per rifornire senza essere coinvolti i contras che assediavano il Nicaragua sandinista, gli Stati Uniti affidano al generale Pinochet l’organizzazione di uno strano girotondo: sui voli della compagnia Pinochet, sede California, vanno e vengono da Beirut
carichi di droga per il mercato mediorientale e tornano con armi russe da distribuire ai controrivoluzionari che assediano Managua.

   Droga e armi firmati Pinochet

   LE RICERCHE dei magistrati cileni hanno scoperto depositi milionari negli Stati Uniti, in Svizzera e nei paradisi dei Carabi. Pinochet non ha pagato la vergogna: è morto in tempo. Era un omino, non un gigante. Nell’ultimo discorso alla caserma O’Higgins balbettava con la voce sottile di una vecchietta. E quando ha provano ad urlare “Io ho fermato il comunismo” gli è mancato il fiato. Ma sono molti altri, gli autocrati e dittatori vivi e morti. Alcuni   in carica, altri già “in pensione”. È vivo Isayas Afewerki, incubo dell’Eritrea. Ha fatto sparire 11ministri,espulso le associazioni umanitarie. Lavoro forzato per chi non è sposato, suore e preti compresi.Ma gli affari li manovra come si deve in previsione della fuga. Contatti inoltre per la costruzione di un villaggio vacanze con Paolo Berlusconi. Qualche weekend nella villa del premier in Sardegna.

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   È morto SOMOZA non era solo il dittatore fuggito dal Nicaragua nel 1979: possedeva il 63 per cento delle grandi proprietà del paese. Il resto agli amici latifondisti. Quando il terremoto ha distrutto Managua con gli aiuti arrivati da ogni parte del mondo, Somoza costruisce alberghi per turisti in Guatemala e Florida.
Stroessner,dittatore del Paraguay, accoglie il suo esilio. Ma Somoza sfarfalla con le donne degli altri. Si invaghisce della fidanzata del ministro degli interni paraguayano il quale ordina di “non controllare” un commando arrivato dall’Argentina per vendicare i delitti di un protagonista della P2 amico dei militari di Buenos Aires: auto sgretolata da un colpo di bazooka. Stroessner massone casa e caserma, dopo la cacciata si spegne nella bellissima abitazione di Brasilia.
 
Sogno di ogni dittatore.

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  NAZARBAYEV autocrate del Kazakhstan, vuole vivere fino a 100 anni. Galleggia sul petrolio e finanzia una ricerca sull’allungamento della vita. Da segretario del partito comunista kazako (poltrona sulla quale era seduto Breznev) a “Primo presidente liberista dell’Asia centrale” appena cade il muro di Berlino, privatizza giornali, tv, oro nero, industria pesante a figli, figlie, generi, cognati.
Amico di Berlusconi il quale passa ogni tanto a trovarlo per invidia: per quel 92 per cento di preferenze che raccoglie da 20 anni, ma perchè anche interessato ai risultati della ricerca rivolta all’eternità. È vivo e ha solo 54 anni Ahmadinejad, paranoia dell’Iran senza libertà. Corruzione sussurrata, mai dimostrata. Eppure l’Iran sa bene come vanno le cose. Nel ’79 lo Scià ha lasciato Teheran con la fama dell’uomo più ricco del mondo. Ma l’infelicità lo raggiunge nel parco della villa di Cuernavaca, Messico. Il giornalista italiano, ospite di Maria Beatrice di Savoia, amica degli esuli, spia le passeggiate dello Scià dal muro di cinta che divideva le due case. E fotografa uno scheletro che stava morendo
.
   I 30mila morti sulla  coscienza di Videla, piduista con Berlusconi

   CONTINUA l’autocrazia di Fidel Castro, mentre è finita nel 1997 la tirannia di Mobutu nel-l’ex Zaire (nome che imposte al paese) ora Repubblica del Congo. Un golpe nel 1965 contro il presidente Kasa- Vibu, il sostegno degli americani e un regime opprimente che impoverisce lo Stato. Fuggito in Marocco, muore di cancro nel 1997.
Vivo invece Videla, presidente della giunta militare dell’Argentina insanguinata. Si trascina da un processo all’altro aggrappato alla demenza senile che gli evita la galera e di pagare per i 30 mila ragazzi spariti. E i soldi nascosti chissà dove non possono consolarlo.
Maurizio Chierici

mercoledì 12 gennaio 2011

LA CRISI NELL'AFRICA DEL NORD

Rivolta della fame contro i regimi corrotti del Nord Africa

Secondo Marc Innaro, inviato Rai in Tunisia, domina la corruzione, mentre in Algeria c'è una rivolta della fame
di Valentina Venturi
Resta alta la tensione in Algeria, anche se oggi in quasi tutto il paese è tornata la calma dopo le violente proteste dei giorni scorsi che hanno fatto 5 morti e oltre 800 feriti. Ad Algeri e nel resto del paese la situazione è sotto controllo, anche se si rincorrono voci su una possibile ripresa delle proteste. In Tunisia ci sono stati scontri nelle strade, che tra sabato e domenica hanno causato 14 morti secondo fonti governative, 28 secondo altre testimonianze, fino a 50 stando al sito online della radio tunisina Kalima. Per Marc Innaro (audio), corrispondente Rai per l'Egitto e il Nord Africa, «stanno venendo a galla le enormi disparità sociali».


Cosa sta accadendo nell'Africa del Nord?
«Stanno venendo al pettine una serie di contraddizioni che da Paese a Paese per una coincidenza che può essere considerata anche una regia, stanno esplodendo in maniera contemporanea. Dal Marocco all'Algeria, all'Egitto e alla Tunisia un insieme di enormi disparità sociali nate durante il liberalismo, stanno in qualche modo esplodendo. Per esempio la Tunisia, a differenza di altri regimi, per anni ha puntato sull'educazione dei giovani, sull'istruzione diffusa. Ora si ritrova un'intera generazione di diplomati e laureati che manifesta anche in maniera violenta, per la mancanza di sbocchi professionali. L'unica possibilità è di lavorare in società di outsurcinge o nei call center, italiani e francesi, dove vengono sfruttati in maniera coloniale dai nostri imprenditori europei».

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Ciò cui stiamo assistendo in questi giorni in Algeria e in Tunisia è l’esito di una combinazione di regimi politici per nulla inclusivi, crisi occupazionale e giovanile? «Assolutamente. A cui si aggiunge la totale impunità dei regimi di cui anno goduto in questi anni appoggiandosi alla visione che loro agli occhi dell'Occidente fungono da diga contro l'islamismo islamico. L'Algeria ha dei numeri superiori rispetto alla Tunisia, qui c'è davvero la rivolta della disperazione, del pane, del cous cous, della fame. Anche dei giovani, ma spesso senza istruzione superiore. In qualche modo sono tutte e due frutto di regimi chiusi e bloccati. In Tunisia c'è poi l'aggravante di una situazione che vede la moglie del presidente Ben Ali avere le mani in pasta in tutti gli affari che superano l'importo di 100 mila euro. Qui la disoccupazione intellettuale in Tunisia tocca il 45% dei diplomati e laureati. Numeri terrificanti di un paese che poi sulla carta ha tassi di sviluppo simili a quelli cinesi o indiani. Lo sbocco violento a cui ben Ali non trova altra soluzione che inviare i militari: una prova di debolezza, non di forza».

Esiste il timore che il più grande dei Paesi del Maghreb possa nuovamente imboccare la via della violenza settaria come nella guerra degli Anni 90? «È un rischio ridotto rispetto, a quella degli anni Ottanta. La guerra civile in Algeria ha di fatto decapitato il consenso sociale con la repressione. Ora bisogna capire se c'è già, dietro la rivolta del pane, un embrione degli eredi del fronte islamico della salvezza, dei Salafiti. Le misure prese dal Governo algerino sembrano voler tamponare le falle».

(valentina venturi)

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· Fame e disoccupazione incendiano il vicino Nord Africa. Scontri e vittime in Tunisia e in Algeria

lunedì 17 maggio 2010

UNO STATO DI CORRUZIONE...E MAFIA

clip_image002Le indagini della Procura della Repubblica di Perugia evidenziano – in una spaventosa espansione – che la criminalità organizzata è divenuta pezzo di Stato e la corruzione stile di vita.
Per alcuni di noi non è una novità. Una coltre fitta di decadenza morale tale da far dichiarare all’ex ministro Scajola, con un candore indecente, che egli non sa dire chi gli abbia pagato la casa; tanto da far tenere a Bertolaso una conferenza stampa – in cui proclama la sua innocenza celando fatti inquietanti che lo riguardano - da far rimpiangere il Cile di Pinochet e la Romania di Ceausescu. Sta emergendol’intreccio più pericoloso, mortale per la democrazia, tra gestione del denaro pubblico e criminalità dei colletti bianchi. Un vero e proprio governo occulto della cosa pubblica. Le istituzioni vengono utilizzate per consolidare il potere, trarre profitti e garantirsi copertura legale. È il piduismo che assume sembianze di Stato. Più o meno è lo stesso sistema che avevo ricostruito da pubblico ministero in Calabria e che la ragnatela masso-mafiosa, presente nelle istituzioni, tessendo le sue fila – con complicità di altissimo livello – ha massacrato me e tutte le persone che prestavano servizio per lo Stato, in solitudine, mentre i tessitori gelatinosi - tra una ristrutturazione di una abitazione i lusso e un’altra - lavoravano per demolire indagini e servitori dello Stato. Eppure l’attuale governo – comunica la propaganda di regime – è quello che maggiormente avrebbe operato per ontrastare la criminalità organizzata. È esattamente il contrario. È una maggioranza di governo che sta approvando leggi e provvedimenti che il crimine lo proteggono, lo favoriscono e loalimentano. La legge sulle intercettazioni per impedire che la magistratura ricostruisca la nuova tangentopoli ed individui i mafiosi si stato. La legge sul legittimo impedimento per costruire lo scudo immunitario al sultano di Stato. Il processo reve per garantire impunità ai colletti bianchi. La legge che consegna i beni confiscati ai prestanome dei boss che si recano indisturbati nelle aste. La legge che toglie ai pmil diritto-dovere di indagare di propria iniziativa sottoponendoli i desiderata del governo. La legge che cancella il contributo dei collaboratori di giustizia.
In Europa stiamo cercando di porre un argine  questo progetto eversivo dello stato di diritto. Una nuova normativa sulla corruzione; nuove regole per l’utilizzo dei fondi pubblici; rafforzamento delle strutture investigative europee; l pubblico ministero dell’Unione. L’Europa ci può aiutare, concretamente; in Italia, le complicità istituzionali di cui gode il nuovo piduismo sono agghiaccianti e destano anche preoccupazione se si pensa alle collusioni con ambienti apicali ei servizi di sicurezza e con personaggi preposti a ruoli importanti negli organi di garanzia, magistratura compresa.
di Luigi de Magistris - 16 maggio 2010
Tratto da: l'Unità

domenica 28 marzo 2010

CAPO CORROTTO, NAZIONE INFETTA

Un fiume di fango corre per l’Italia. Le sue acque sono alimentate soprattutto dal corpaccio immenso e immensamente ramificato dal centrodestra; ma il suo corso è talmente possente e impetuoso che, come suole, ha rotto gli argini e invaso i territori circostanti, quelli del centrosinistra, dai quali, a loro volta, provengono al fiume principale rivoli, ruscelli, scarichi obbrobriosi e maleodoranti (Bologna, Firenze, Abruzzo, Roma, Napoli….). Altro che Tangentopoli! Quello era – o sembrava – un fenomeno circostanziato e dunque particolare di corruzione di una frazione del ceto politico, fronteggiato da un forte schieramento delle forze politiche e della società civile. Oggi il fenomeno tende a generalizzarsi, abbatte i confini fra società politica e società civile, non incontra ostacoli altrettanto significativi di allora, si configura dunque come un carattere speciale, peculiare, della società nazionale italiana in questa fase storica.

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La corruzione, a dir la verità, è sempre stata un connotato molto peculiare del modo d’essere nazionale italiano. Un paese dalle strutture politiche e civili estremamente fragili e dall’arrendevole senso etico-politico non poteva non coltivare la corruzione come un indispensabile e incostituibile strumento di sopravvivenza. La dominante cattolica ha fatto il resto: nulla è impossibile o illecito in un paese in cui qualsiasi colpa, qualsiasi peccato, purché confessati a chi di dovere, diventano redimibili (lo spiega benissimo non un qualsiasi miscredente arrabbiato ma Alessandro Manzoni ne I promessi sposi, nei quali, beninteso, contrappone la sua ricetta, fatta, oltre che di fede in Dio, di rigore e di osservanza dei principi, più protestante, a dir la verità, che cattolica, ma tant’è). In certi momenti speciali la corruzione esplode (perché la corruzione esplode, esplode sempre; bisogna vedere quel che succede poi). Ricordate Pirandello, le pagine impressionanti de I vecchi e i giovani, che a distanza più o meno d’un secolo sembrano scritte esattamente per il nostro oggi? «Dai cieli d’Italia in questi giorni piove fango, ecco, e a palle di fango si gioca; e il fango s’appiastra da per tutto, su le facce pallide e violente sia degli assaliti sia degli assalitori… Diluvia il fango; e pare che tutte le cloache della città si siano scaricate e che la nuova vita nazionale della terza Roma debba affogare in questa torbida fetida alluvione di melma, su cui svolazzano stridendo, neri uccellacci, il sospetto e la calunnia» (Pirandello dimostra fra l’altro che, per disegno e deprecazione della corruzione d’impronta democratica, in certe condizioni storiche si poteva anche diventare fascisti). Poi, scaricata provvisoriamente l’incontenibile suppurazione, l’infezione lenta e inesorabile riprende.
Perché Lui è popolare
Di nuovo oggi c’è che, forse per la prima volta nella nostra storia, si sono verificate una mirabile saldatura e una prodigiosa coerenza tra le forme, lo spirito e l’etica del potere e le forme, lo spirito e l’etica della società circostante. Anzi, alla domanda che spesso ci è stata burbanzosamente rivolta, com’è possibile che quest’Uomo riscuota tanto consenso, considerando la gravità e il numero delle colpe di cui viene accusato, forse una risposta sul piano storico comincia a delinearsi. QUEST’UOMO È COSÌ POPOLARE NON NONOSTANTE LE SUE COLPE MA IN VIRTÙ DI QUELLE. Una parte non piccola del popolo lo ama perché Lui lo interpreta, ne lusinga tutte le tentazioni di corruttibilità e di un radicato, anzi congenito indifferentismo morale, gli spiega che le leggi esistono per essere aggirate, contraddette, ignorate, nega oltraggiosamente il potere della giustizia, attacca i magistrati, fa capire che se ne potrebbe senza difficoltà fare a meno, mostra con l’esempio lampante della propria vita e del proprio cursus honorum che bisogna sempre e senza eccezioni farsi gli affari propri, evidenzia corum populi e senza alcuna vergogna che esistono una coerenza rigorosa e un’inarrestabile osmosi fra vizi privati e pubbliche nefandezze. Insomma, a capo corrotto nazione infetta, e, ovviamente, viceversa. Tutte queste cose, poi, in un paese come l’Italia, dove esistono tre fra le più potenti organizzazioni criminali al mondo (camorra, ‘ndrangheta, mafia) – le quali a loro volta, com’è ovvio, traggono alimento anch’esse sia da quel diffuso bisogno di sopravvivenza sia dalla risposta corrotta intorno dominante – piacciono almeno a una parte abbastanza consistente dei cittadini da garantirgli una sicura maggioranza in Parlamento: quella maggioranza che a sua volta assicura che l’impunità continui e anzi si rafforzi, in un perfetto circolo vizioso che effettivamente ha pochi eguali al mondo, e che proprio perciò qualcuno altrove potrebbe essere tentato d’imitare.
Il ceto politico corrotto
E intorno? Intorno, a cerchi concentrici s’allarga la serie variegata delle risposte. La corruzione, come sistema di potere e forma di vita, stinge solo poco a poco, molto lentamente. Nei cerchi più vicini, sebbene formalmente non suoi, l’esempio e l’insegnamento dell’Uomo hanno attecchito e continuano a essere ben presenti. Voglio precisare una cosa: è della politica che parlo, non delle stravaganti esibizioni da parte di qualche transessuale brasiliano (fango, certo, sempre fango, ma della specie più miserabile e bassa). Da questo punto di vista è corrotta in nuce ogni politica che agisca sulla base d’interessi personali o di gruppo: è corruzione, nel suo senso più alto e significativo, l’autoreferenzialità spinta della politica, il suo preoccuparsi pressoché esclusivamente della preservazione e perpetuazione del ceto politico (di destra o di sinistra, non importa), che la rappresenta e gestisce. Questo è il varco, apparentemente innocuo, da cui penetra ogni ulteriore nefandezza, bisognerebbe tenerne più conto.
Da questo punto di vista (continuo il ragionamento), si salva davvero poco oggi in Italia. Dopo la recente, peraltro prevedibilissima, virata dell’astuto Tonino, il quadro si è ulteriormente semplificato. La galassia della sinistra radicale si sforza più o meno di sopravvivere indenne sul filo dell’onda fangosa che tutto travolge: anche lei, in fondo, pensa soprattutto a non sparire. Si riorganizza unitariamente, magari con ambiziosi programmi di rinnovamento, solo là dove viene spinta a calcinculo fuori dalla rappresentanza che conta: altrove s’adatta o collude.
Ma c’è chi resiste
E allora? In questa sommaria ricostruzione storica sarebbe sbagliato – e ingiusto – non rammentare che alcune istituzioni costruite nei decenni precedenti resistono. Resiste la magistratura. Resistono le forze dell’ordine: polizia, carabinieri, guardia di finanza. Basta pensarci un momento: se non ci fossero né l’una né le altre, saremmo in piena dittatura sudamericana. Resiste una parte del sindacato. Resistono, come ho avuto modo di dire più volte, meritandomene in cambio sberleffi e dileggio, la scuola. E resistono milioni di italiani, che stanno fuori di ogni sistema della corruzione e ragionano e operano sulla base di principi e valori e non d’interessi e affermazioni personali, ma non sono politicamente rappresentati, oppure, se lo sono o credono di esserlo, avvertono con disagio crescente di esserlo in forma imperfetta e sempre più compromissoria.
In Italia le grandi crisi, anche quelle indotte da un eccesso intollerabile di corruzione, sono sempre state affrontate e risolte dall’esterno. Anche la prima Tangentopoli è stata affrontata e risolta dall’esterno, anche se era un esterno che veniva dall’interno, la magistratura italiana: la politica già allora non ci sarebbe mai riuscita da sé. Oggi al contrario è la magistratura che da sola non può farcela, perché il sistema della corruzione è troppo coeso e potente, va dall’alto in basso e dal basso in alto, senza smagliatura alcuna (le dimissioni in questo paese non esistono più neanche di fronte all’evidenza più disgustosa: infatti, se una sola fosse data o una sola accettata, tutto il castello di carte verrebbe giù d’un colpo solo). Siccome è lecito dubitare che le armate anglo-americane siano in procinto di scendere nella penisola per aiutare i resistenti indigeni a restituire al paese libertà, verità, onestà e giustizia, l’ipotesi più probabile è che i cerchi meno compromessi con il sistema della corruzione si mettano d’accordo fra loro per salvare il salvabile, affidandone il compito a uno di questi uomini slavati e impenetrabili, privi di ogni carattere ma passabilmente astuti, abituati da una vita a danzare sul filo, e che precisamente il sistema della corruzione ha consentito salissero così in alto nonostante la loro mediocrità così palese.
Si cercherà cioè di affrontare il male maggiore con il male minore, in attesa che il giro ricominci. Desolante. Ma anche molto, molto italiano
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Alberto Asor Rosa

martedì 8 dicembre 2009

SE IL FUTURO E' NERO

Antonella Randazzo
"Se il futuro è nero
L'Africa che nessuno racconta"

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Non si può capire completamente la situazione attuale del mondo se non si comprendono le vicissitudini del continente africano e le relative implicazioni di potere e ricchezza.
“Se il futuro è nero. L'Africa che nessuno racconta” è un testo che nasce da un'accurata ricerca storica, volta a cogliere le caratteristiche più significative del colonialismo e del neocolonialismo europeo, nel tentativo di trarre una maggiore comprensione dei problemi dell'Africa di oggi.
La maggior parte delle persone prova oggi un senso di sconforto e di profondo smarrimento di fronte agli orrori delle guerre, alle carestie, alla fame e all'estrema povertà che sembrano condannare l'Africa ad una deriva senza speranza. Ma perché questo continente ha un così tragico destino? Chi o cosa ha fatto in modo che questa terra giungesse all'attuale inquietante situazione? Il futuro dell'Africa è nero?
Il libro, percorrendo tutta la Storia coloniale e neocoloniale dell'Africa, cerca di rispondere a queste domande, giungendo a conclusioni realistiche e possibili circa il futuro del continente.
Dallo "Scramble in Africa" (cioè della spartizione del continente, avvenuta nel 1885, in aree di dominio europeo, senza tener conto dei suoi abitanti), fino alle tappe più importanti del processo di decolonizzazione, l'opera spiega in modo chiaro perché gli abitanti del continente più ricco di risorse naturali sono costretti a vivere in miseria, e il vero significato delle attuali guerre africane.
Oggi i sistemi di comunicazione di massa ignorano sempre più i fatti che avvengono in Africa. Ma questo non deve indurre all'inganno: l'Africa è ignorata per ciò che riguarda i suoi abitanti, ma per quanto riguarda le sue ricchezze essa non è mai stata lasciata libera. Nell'ordine del giorno dei paesi occidentali, ieri come oggi, appaiono le sue risorse naturali, e non la sua gente.
L'Africa, paradossalmente, è condannata a causa della sua ricchezza. E' il continente più ricco di risorse minerarie. Possiede numerosissimi giacimenti di combustibili fossili, petrolio, carbone e gas naturale. L'Africa è ricca di oro, diamanti, rame, bauxite, manganese, nichel, platino, cobalto, radio, germanio, litio, titanio, minerali ferrosi, cromo, stagno, zinco, piombo, torio, zirconio, vanadio, antimonio e berillio.
Lungo le coste africane occidentali viene estratto il petrolio, e ricchissimi giacimenti di uranio si trovano in Congo, in Sudafrica, nel Niger, nel Gabon e nella Repubblica Centrafricana. Nel Congo si trova anche la più grande riserva mondiale di radio. Il 20% delle riserve mondiali di rame si trovano nello Zambia, in Congo, in Sudafrica e nello Zimbabwe. In Congo e nello Zambia si trova il 90% dei giacimenti di cobalto del pianeta. Ben tre quarti dell'oro mondiale provengono dall'Africa.
Quasi tutta questa ricchezza viene gestita da grandi corporation occidentali. In altre parole, anche oggi l'Occidente depreda quasi tutte le risorse africane, e tiene sottomesso il continente grazie alla corruzione e all'enorme debito che è costretto a pagare alle nazioni ricche.
Questo libro si pone l'obiettivo principale di cogliere le caratteristiche più significative del colonialismo e del neocolonialismo europeo, nel tentativo di trarre una maggiore comprensione dei problemi dell'Africa. Nel primo capitolo si affronta il tema dello 'scramble for Africa' (mischia per l'Africa), cioè della spartizione del continente, avvenuta nel periodo 1884-1885, in aree di dominio europeo, senza tener conto dei suoi abitanti. Il secondo capitolo tratta dell'atteggiamento etnocentrico che caratterizzò la cultura occidentale nel periodo coloniale. Il terzo capitolo percorre le tappe più importanti del processo di decolonizzazione, con brevi riferimenti a situazioni di guerra, che alcuni popoli dovettero affrontare per ottenere la libertà. Il quarto capitolo spiega il perché di tante guerre nell'Africa di ieri e di oggi, facendo emergere le vere motivazioni e i responsabili. L'ultimo capitolo affronta il problema dei diritti umani nelle terre coloniali, spiegando i paradossi delle autorità europee, che si ergono a paladini dei diritti umani ma che massacrano senza pietà nelle terre su cui dominano.
Occorre capire perché il popolo di un continente così ricco debba esser costretto a morire di fame. E perché l'Occidente, che professa alti valori morali e religiosi, non possegga istituzioni che permettano di tradurre tali valori in realtà. Ci chiediamo anche noi, come gli intellettuali e gli storici francesi, se non sia necessario "un chiarimento sui valori che tengono insieme la nostra società. (...) Chiederci quali procedimenti giudiziari permetterebbero di risanare la percezione delle giovani generazioni su ciò che è lecito e ciò che è criminale".
I crimini commessi nelle colonie sono rimasti tutti impuniti. Le guerre coloniali non erano considerate nemmeno guerre, e i patrioti venivano trattati come banditi, "ribelli", sovversivi, o terroristi.
La globalizzazione ha dato il colpo di grazia finale ad un continente già sfruttato e devastato. Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale hanno concesso crediti in cambio della privatizzazione delle imprese nazionali, e dell'attuazione di "ristrutturazioni economiche", che prevedevano tagli alla spesa pubblica, licenziamenti e svalutazione della moneta. A causa di queste politiche, il debito si è accresciuto in modo abnorme, e lo scarso reddito dei paesi africani serve a malapena a pagare gli interessi. La popolazione, che non può contare su aiuti statali né sulle risorse locali, è costretta a morire di stenti e di malattie infettive.
Intanto le guerre africane vedono impegnati i gruppi economici e finanziari più potenti del pianeta: negli anni Novanta gruppi francesi e belgi contro Usa e oggi gruppi cinesi contro gruppi Usa.
Dall’analisi del libro appare un’Africa ben diversa da quella raccontata in televisione, e dai fatti esposti senza alcuna reticenza emerge anche una fondata speranza per il futuro dell’Africa e del mondo. Un mondo migliore non può esserci senza ridare futuro e speranza all'Africa. Siamo tutti africani.

Fonte

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