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sabato 25 agosto 2012

MAURITANIA, L’ULTIMA ROCCAFORTE DELLA SCHIAVITÙ DEGLI AFRICANI NERI

Nonostante la schiavitù sia fuori legge, in Mauritania il 20% della popolazione, di origine nera africana, viene ancora tenuta in tale condizione da schiavisti di etnia araba

clip_image001Nouakchott, Mauritania (MMD Newswire)

Oggi 25 agosto  ci sarà una manifestazione contro il presidente-dittatore della Mauritania Aziz  e i promotori si appellano alla stampa internazionale perché ne dia notizia. Le precedenti proteste hanno trovato poco se non nessuno spazio sui mezzi di informazione. Nonostante la schiavitù sia fuori legge, in Mauritania il 20% della popolazione, di origine nera africana, viene ancora tenuta in tale condizione da schiavisti di etnia araba. Le manifestazioni sono in linea con quelle del Movimento della Primavera Araba già viste in Libia, Egitto, Siria e Tunisia. La Mauritania è già stata teatro di dimostrazioni e tensioni politiche, in gran parte ignorate dalla stampa. Nel 2009, gli Stati Uniti hanno appoggiato un appello dell'Unione Africana sulla Mauritania. Secondo un comunicato stampa del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti "Gli Stati Uniti hanno ripetutamente diffuso comunicati stampa dal Dipartimento di Stato con la condanna del colpo di stato in quanto illegale e incostituzionale. L'Unione Africana ha condannato il generale Aziz ed emesso il divieto di viaggiare nel paese e il congelamento dei beni di Aziz e di quanti siano coinvolti nel colpo di stato".
Aziz è stato eletto presidente, ma con elezioni controllate da suoi incaricati, con pesante discriminazione nei confronti della componente nera africana della popolazione. Nonostante nel Paese la schiavitù sia stata ufficialmente dichiarata fuori legge, viene ancora praticata. Secondo l'Istituto degli Affari Esteri sudafricano: "Anche se è difficile stabilire le cifre esatte, Sos Slavery in Mauritania stima che nell'arida nazione dell'Africa Occidentale sarebbero circa 600 mila tra donne, uomini e bambini - ovvero il 20% della popolazione (3.069.000 abitanti) - le persone ridotte in schiavitù". Purtroppo poco è stato fatto per dare sollievo alla loro situazione e la peggiore violazione dei diritti umani va avanti.
La stampa internazionale ha ignorato la maggior parte delle proteste precedenti, ma è di vitale importanza che tali ingiustizie cessino di esistere; per questo il coinvolgimento dei mezzi di informazione è fondamentale.
Come Mohamed Bouazizi, un venditore di frutta tunisino, Yacoub Ould Dahoud, un uomo d'affari di mezza età, si è dato fuoco davanti al Palazzo Presidenziale di Nouakchott nel 2011. Da allora si sono verificate proteste e altri atti di disobbedienza civile, ma con scarsa copertura di stampa
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venerdì 22 giugno 2012

L'UE DICHIARA GUERRA ALLA SCHIAVITÙ MODERNA

40 nuove misure contro la tratta di esseri umani

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Ieri la Commissione europea ha adottato la Strategia Ue per l'eradicazione della tratta di esseri umani (2012-2016), «Un insieme di misure concrete e pratiche da attuare nei prossimi 5 anni, fra cui l'istituzione di unità nazionali di contrasto specializzate nella tratta di esseri umani e la creazione di squadre investigative comuni europee incaricate di perseguire i casi di tratta transfrontaliera».
Con la Strategia dell'UE per l'eradicazione della tratta di esseri umani (2012-2016) la Commissione si concentra su azioni concrete che sosterranno e completeranno l'attuazione della normativa dell'Unione sulla tratta (direttiva 2011/36/UE), il cui termine di recepimento è aprile 2013. Le misure previste dalla strategia sono il risultato di ampie consultazioni di esperti, governi, società civile e organizzazioni internazionali, parti sociali e mondo accademico, e riflettono le loro principali preoccupazioni così come quelle delle vittime, allo scopo di completare le iniziative già in corso.
Presentando la strategia, la commissaria Ue agli Affari interni, Cecilia Malmström, ha detto: «Disgraziatamente la schiavitù non è stata ancora confinata ai libri di storia. È spaventoso vedere come ancor oggi gli esseri umani siano messi in vendita e costretti al lavoro forzato o alla prostituzione. Scopo centrale della nostra iniziativa è fare in modo che le vittime ottengano sostegno e che i trafficanti siano consegnati alla giustizia. Siamo ancora lontani dall'ottenerlo, ma il nostro fine non può che essere questo: eliminare la tratta di esseri umani».
Secondo stime recenti dell'International labour organisation (Ilo) «In tutto il mondo sono 20,9 milioni le vittime di lavoro forzato, compreso lo sfruttamento sessuale, tra cui 5,5 milioni di minori». Secondo Europol, «I minori costretti a compiere attività criminali, come l'accattonaggio organizzato, sono acquistati come merci al prezzo di 20.000 euro».
La Commissione Ue calcola che «Nelle economie sviluppate (Stati Uniti, Canada, Australia, Giappone, Norvegia e paesi dell'Ue) i lavoratori forzati siano circa 1,5 milioni, il 7% del totale mondiale. La tratta di esseri umani frutta ogni anno alle organizzazioni criminali internazionali di tutto il mondo profitti superiori a 25 miliardi di euro. Molte delle vittime provengono da paesi terzi, ma la tratta interna all'UE (cioè i cittadini dell'Unione vittime di tratta nell'Unione stessa) sembra in crescita».
Nella civile Europa ogni anno centinaia di migliaia di esseri umani, donne e uomini, ragazzi e ragazze in situazioni vulnerabili, sono vittime delle nuove schiavitù a scopo di sfruttamento sessuale, per il lavoro forzato, per l'espianto di organi, l'accattonaggio forzato, la servitù domestica, il matrimonio forzato, l'adozione illegale e altre forme di sfruttamento. La Commissione sottolinea che «I dati preliminari raccolti dagli Stati membri a livello dell'Ue sono coerenti con quelli forniti da organizzazioni internazionali quali l'Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (UNODC) e indicano che tre quarti delle vittime individuate negli Stati membri dell'Unione sono oggetto di tratta a scopo di sfruttamento sessuale (il 76% nel 2010), mentre altre sono costrette allo sfruttamento del lavoro (il 14%), all'accattonaggio (il 3%) e alla servitù domestica (l'1%).
In una prospettiva di genere, i dati preliminari a disposizione mostrano che le donne e le ragazze sono le vittime principali della tratta di esseri umani: tra il 2008 e il 2010 le vittime erano per il 79% di sesso femminile (e il 12% di queste erano ragazze) e per il 21% di sesso maschile (di cui il 3% ragazzi). Eppure sono troppo pochi i colpevoli che finiscono dietro le sbarre, mentre le vittime lottano per recuperare e reintegrarsi nella società: i risultati preliminari di raccolte di dati recenti mostrano che il numero di condanne in casi di tratta è diminuito da circa 1 500 nel 2008 a circa 1 250 nel 2010. Gli europei sono convinti che si debba fare qualcosa: secondo l'ultima indagine, il 93% dei cittadini conviene che gli Stati membri dell'Ue debbano cooperare per combattere la tratta di esseri umani».
La strategia europea comprende la prevenzione, la protezione e il sostegno alle vittime e l'azione penale nei confronti dei trafficanti. Identifica 5 priorità per ognuna delle quali espone una serie di iniziative, tra le quali: Sostenere l'istituzione di unità nazionali specificamente dedicate al contrasto della tratta di esseri umani; Creare squadre investigative comuni e coinvolgere Europol ed Eurojust in tutti i casi di tratta transfrontaliera; Fornire alle vittime informazioni chiare sui diritti di cui godono in virtù della legislazione dell'Ue e della normativa nazionale, in particolare il diritto all'assistenza e alle prestazioni sanitarie, il diritto di ottenere un permesso di soggiorno e i diritti nel campo del lavoro; Creare un meccanismo dell'Ue per individuare, indirizzare, proteggere e assistere meglio le vittime della tratta; istituire una Coalizione europea delle imprese contro la tratta di esseri umani per migliorare la cooperazione tra imprese e portatori d'interesse; Istituire una piattaforma a livello dell'Ue di organizzazioni e di prestatori di servizi della società civile che operano nel campo dell'assistenza alle vittime e della loro protezione negli Stati membri e nei paesi terzi; sostenere progetti di ricerca che studino Internet e le reti sociali in quanto strumenti di reclutamento sempre più attivi a disposizione dei trafficanti.
La Commissione continuerà a valutare i progressi compiuti nella lotta contro la tratta e ne riferirà ogni due anni al Parlamento europeo e al Consiglio. La prima relazione, che sarà pubblicata nel 2014, comprenderà una valutazione intermedia della strategia.
La strategia sarà ora discussa dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell'Ue.
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giovedì 7 giugno 2012

CAOS CONGO

Il paese è scosso dalla guerra e da influenze internazionali nefaste. “La crisi è la peggiore che si sia vista in anni. L’attività dei gruppi armati è letteralmente esplosa, con le milizie ad essere responsabili della maggior parte del caos. La popolazione locale è letteralmente saccheggiata”


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Le braci della Prima Guerra Mondiale Africana covano ancora sotto le ceneri di una pace e periodicamente qualcuno le riattizza
CONGOFOLLIA - Il Congo non è solo uno dei più grandi e ricchi paesi africani, ma fin dalla colonizzazione europea dell’Africa e dalla sua spartizione al Congresso di Berlino nel 1885 è soprattutto il tragico specchio dell’influenza bianca nel cuore dell’Africa nera. Affidato come possedimento privato al re del Belgio Leopoldo II, fu teatro del primo genocidio sistematico per mano della compagnia commerciale attraverso la quale Leopoldo sfruttava i possedimenti, con tale furore che in una decina d’anni dimezzò la popolazione della colonia e con tale sprezzo delle apparenze da costringere il parlamento belga a spogliarlo del suo potere diretto sulla colonia. Il mondo inorridito vide allora le foto dei bambini mutilati congolesi, mutilati per costringere i genitori al lavoro e all’obbedienza e le pressioni sul Belgio si fecero insopportabili, pressioni da parte di altri paesi che non avevano nessuna remora a sostenere la legittimità del colonialismo, ma che non potevano giustificare comunque un tale livello di barbarie presso le loro opinioni pubbliche.

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IL COLONIALISMO NEFASTO - Con il nuovo secolo il Congo finì sotto l’amministrazione belga, ma non ne trasse gradi vantaggi e ancora meno ne trasse al momento della decolonizzazione, quando i belgi uccisero il primo leader congolese liberamente eletto, Patrice Lumumba, e lo rimpiazzarono con un dittatore selvaggio e collaborativo come Mobutu, alla morte del quale il paese è letteralmente collassato sotto la pressione di diversi gruppi armati sostenuti dai paesi confinanti e dalle compagnie minerarie che volevano scalzare l’aristocrazia del settore, saldamente legata al defunto dittatore.
L’ASSALTO ALLE MINIERE - Ne uscì una guerra alla quale presero parte ufficialmente otto paesi africani e meno ufficialmente diversi paesi occidentali, che lasciò sul terreno 5 milioni di morti, in gran parte civili, al margine della quale si consumò anche la tragedia Ruandese tra Hutu e Tutsi. Proprio per quegli eventi è stato condannato ieri Callixte Nzabonimana, ex ministro della gioventù del Ruanda, riconosciuto responsabile di genocidio, cospirazione, incitamento e sterminio da una corte dell’ International Criminal Tribunal for Rwanda (ICTR), un tribunale internazionale africano chiamato a giudicare sull’olocausto ruandese. LA SOLUZIONE CONGOLESE - Diversa invece la sorte di quanti si sono macchiati di crimini simili in Congo, che in mancanza d’azione da parte del governo congolese sono finiti nel mirino del procuratore del Tribunale Penale Internazionale Luis Moreno Ocampo, specializzato nella messa in stato d’accuso di criminali africani, uno che durante il suo mandato non ha mai incriminato un bianco o un esponente di un governo che non fosse africano.

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IL PROCURATORE - Proprio un’iniziativa di Ocampo, che ha emesso un mandato di cattura per un generale congolese ormai in qualche modo amnistiato e integrato nell’esercito nazionale con la sua milizia, ha dato di nuova la stura a estese violenze nella zona del Kivu. Un’area al confine con il Ruanda che oltre ad essere clamorosamente ricca di minerali preziosi è ormai da anni il santuario di gruppi di ex combattenti, esuli ruandesi e signori della guerra che in qualche modo aspirano al controllo delle miniere e dei traffici di minerali. Bosco Ntaganda, un tempo vice di Tomas Lubanga (già condannato) del Congrès national pour la défense du people (CNDP) non è stato ad attendere l’arresto, anche se le autorità congolesi hanno smentito di avere l’intenzione di eseguire l’ordine del TPI ha preso i suoi uomini e si è dato alla macchia. Il che significa che i suoi uomini si sono lanciati in una campagna di saccheggi che presto li ha portati a evitare gli scontri con le altre milizie locali, con l’esercito congolese e con la MONUC e a concentrarsi sulla rapina dei civili inermi.

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IL TRIBUNALE - Proprio alcuni giorni fa il TPI ha respinto un’analoga domanda da parte di Ocampo nei confronti di Sylvestre Mudacumura, un comandante sul campo delle truppe ruandesi coinvolte in numerosi massacri, il giorno prima aveva respinto l’appello di Ocampo contro la chiusura del caso di Callixte Mbarushimana, come Mudacumura un membro del FDLR. Non è una novità, Ocampo ha accusato un discreto numero di personaggi simili senza riuscire poi a portarli a giudizio perché non si era nel frattempo procurato le prove o perché aveva formulato accuse ritenute irricevibili.
LA CRISI UMANITARIA - “La crisi in Congo è la peggiore che si sia vista in anni. L’attività dei gruppi armati è letteralmente esplosa, con le milizie ad essere responsabili della maggior parte del caos. La popolazione locale è letteralmente saccheggiata”, afferma il locale incaricato di Oxfam, Samuel Dixon: “Larghe zone del Nord e del Sud del Kivu sono sotto il controllo di gruppi armati. Secondo l’ONU i rifugiati sarebbero più di centomila, molti dei quali riparati in Uganda e Ruanda, dove almeno sono al riparo dalla furia cieca delle milizie, che si abbattono sui villaggi indifesi depredandoli, uccidendo un gran numero di persone, stuprando sistematicamente le donne e spesso rapendo i bambini che poi arruolano con la forza e le minacce.
IL GOVERNO - Il governo congolese è inerme, pur migliorato l’esercito congolese non è in grado di rincorrere e stanare nelle giungle del Kivu i ribelli e per ora si è limitato a processare per diserzione e ribellione un colonnello e un tenete colonnello, condannandoli a morte in contumacia e facendolo sapere. Altri otto ufficiali catturati sono stati condannati all’ergastolo, ma è chiaro che non saranno le condanne a far desistere gli ammutinati e i signori della guerra che stanno approfittando del rinnovato caos.
CHE FARE? -  Durante il processo sarebbe emerso quel che già si sapeva, che fin da marzo Ntaganda, soprannominato Terminator, si era preparato alla ribellione. Le dinamiche che hanno portato a questo nuovo disastro umanitario sono abbastanza evidenti, ma al contrario non è per nulla evidente quale soluzione potrà essere messa in campo per far tacere le armi o costringere gli uomini di Ntaganda alla resa, a meno di non impegnare il contingente MONUC e l’esercito congolese in una battaglia senza quartiere destinata ad amplificare ulteriormente le sofferenze delle popolazioni civili.
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NEL REGNO DI LEOPOLDO

«Nella maggioranza dei casi, l’indigeno deve compiere ogni due settimane un viaggio di un giorno o anche più per raggiungere nella foresta un luogo con una quantità sufficiente di alberi della gomma. Qui conduce una misera esistenza. Deve costruirsi un riparo temporaneo che non può sostituire la sua capanna; non ha il suo cibo abituale, è esposto alle intemperie del clima tropicale e agli attacchi di bestie feroci. Deve poi portare il prodotto raccolto all’agenzia dell’amministrazione (o della compagnia); solo allora può tornare al suo villaggio, dove rimane appena due o tre giorni, prima che gli venga assegnato un nuovo compito. Di conseguenza la maggior parte del suo tempo è occupata nella raccolta del caucciù». Così si legge nella relazione della commissione d’inchiesta del 1906.
Ogni villaggio doveva consegnare all’amministrazione 5 pecore o maiali, o 50 galline, 125 carichi di manioca, 60 kg di caucciù, 15 di granturco o arachidi e 15 di patate dolci. L’intero villaggio doveva lavorare un giorno su quattro alle opere pubbliche.

L’adempimento degli obblighi veniva assicurato da guardie africane reclutate in altre regioni, o da agenti prezzolati dello stesso villaggio. Con l’incoraggiamento dell’amministrazione, guardie e agenti perpetravano atti di inaudita ferocia: portavano via donne e beni; al minimo segno di resistenza mutilavano i malcapitati o li uccidevano.

Spesso le compagnie organizzavano contro i villaggi spedizioni punitive nel corso delle quali - secondo il rapporto della commissione - uomini, donne e bambini venivano uccisi senza pietà. Con tali metodi le compagnie concessionarie e lo stesso Leopoldo intascarono decine di milioni.

Con le rendite provenienti dal Congo, Leopoldo assicurò a ogni membro della numerosa famiglia reale un reddito annuo fra i 75 mila e i 150 mila franchi; acquistò in Belgio e in Francia vaste proprietà terriere per un valore di 30 milioni di franchi... Effettuò spese enormi per corrompere la stampa, creando un apposito ufficio che mascherasse i suoi crimini.

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Vedi anche:
http://www.reportafrica.it/articoli.php?categoriacod=CUL&idarticolo=240

martedì 1 maggio 2012

venerdì 9 dicembre 2011

L'INFERNO DI MERCURIO E FANGO DEI 20MILA MINATORI-BAMBINI DELLE MINIERE D'ORO DEL MALI


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Secondo il rapporto di Human Right Watch intitolato "Mélange toxique: travail des enfants, mercure et orpaillage au Mali", «Almeno 20.000 bambini lavorano nelle miniere d'oro artigianali del Mali, in condizioni estremamente dure e pericolose. Il governo maliano e i donatori di fondi internazionali dovrebbero prendere delle misure miranti a mettere fine al lavoro dei bambini nella ricerca dell'oro».
Il lavoro minorile nelle miniere artigianali d'oro non riguarda solo il Mali ed è particolarmente diffuso nella cintura aurifera dell'Africa Occidentale, che si estende in Burkina Faso, Costa d'Avorio, Ghana, Guinea, Niger, Nigeria e Senegal. Il poverissimo Mali è il terzo più grande produttore d'oro dell'Africa. Nei pozzi lavorano anche bambini di poco più di 6 anni, che vivono praticamente sotto terra, trasportano pesanti carichi di minerali e li frantumano.
«Numerosi bambini lavorano anche utilizzando il mercurio, una sostanza tossica, per separare l'oro dal minerale - spiega Human Right Watch- Il mercurio attacca il sistema nervoso centrale e si dimostra particolarmente nocivo per i bambini».
Juliane Kippenberg, ricercatrice capo alla divisione diritti dei bambini di Human Rights Watch, sottolinea che «Questi bambini mettono letteralmente la loro vita in pericolo. Portano dei carichi che pesano più di loro, scendono in pozzi insta bilie gli tocca inalare il mercurio, una delle sostanze più tossiche sulla Terra».
L'Ong è riuscita a intervistare 33 bambini lavoratori e 21 hanno dichiarato di avere regolarmente dolori a schiena, testa, nuca, braccia o alle articolazioni. I bambini hanno anche la tosse e soffrono di malattie respiratorie. Human Rights Watch denuncia che «Il governo non ha preso nessuna misura per mettere fine all'utilizzo del mercurio da parte dei bambini lavoratori e dovrebbe immediatamente elaborare una strategia mirante a contrastare gli effetti del mercurio sulla salute dei cercatori d'oro bambini ed adulti». Gli effetti tossici del mercurio non si vedono immediatamente, si sviluppano col tempo, e la maggior parte dei cercatori d'oro ignora i terribili effetti del mercurio sulla loro salute.
Attualmente, non esiste un'alternativa economica all'utilizzo del mercurio per estrarre l'oro nelle miniere artigianali, ma secondo o il Programma Onu per l'ambiente (Unep), le quantità utilizzate possono essere fortemente ridotte ed i suoi effetti controllati molto meglio. Ad esempi, bisognerebbe utilizzare contenitori chiamati "cornues" per trattenere i vapori di mercurio e mettere fine all'amalgamazione nelle zone residenziali. Le miniere d'oro industriali dispongono naturalmente di tecnologie molto più complesse e costose e senza mercurio, ma impiegano comunque il cianuro.
La maggior parte dei piccoli minatori del Mali lavora insieme a parenti, per arrotondare i magri guadagni dei cercatori d'oro adulti. Sono i più fortunati in questa catena della miseria: altri bambini migrano da soli verso le miniere d'oro e finiscono per essere sfruttati e maltrattati sia da chi li "assume" che da altri che si appropriano della loro paga. Le bambine sono spesso vittime di abusi sessuali o vengono destinate direttamente al mercato del sesso per poter sopravvivere. Diversi bambini che lavorano nei siti di ricerca dell'oro sono originari di altre regioni del Mali, ma anche della Guinea, del Burkina Faso e di altri Paesi vicini.
Nel giugno 2011, il governo del Mali ha adottato il "Plan d'action national pour l'élimination du travail des enfants", «Questo piano costituisce un passo importante - dice Human Rights Watch - ma la sua messa in opera è stata differita ed il governo ha preso poche iniziative sul territorio. Le miniere artigianali non sono fatte oggetto di ispezioni del lavoro regolari ed il divieto dei lavori pericolosi dei bambini, considerati come la peggior forma di lavoro dei bambini, non è applicato. Secondo i termini della legislazione maliana e del diritto internazionale, i lavori pericolosi, che includono il lavoro nelle miniere con il mercurio, sono vietati per tutte le persone con meno di 18 anni di età».
Ma il governo di Bamako è anche responsabile di un altro crimine verso questi minatori-bambini: non assicura loro nessuna istruzione scolastica,m anche perché le scuole sono spesso lontane dalle miniere, richiedono tasse di accesso e non vogliono bambini migranti dalle altre regioni del Mali. Anche quando i bambini dei minatori riescono ad andare a scuola spesso non riescono a seguire il ritmo scolastico e quello del lavoro. Secondo la Kippenberg, «il Mali ha adottato leggi stringenti sul lavoro dei bambini e sull'insegnamento gratuito ed obbligatorio, ma sfortunatamente il governo non le applica pienamente. Le autorità locali traggono spesso profitto dalla ricerca dell'oro e si preoccupano poco della lotta contro il lavoro infantile».
La maggior parte dell'oro delle miniere artigianali del Mali viene acquistato da piccoli commercianti che lo rivendono ad intermediari e a grossisti della capitale Bamako. Human Rights Watch è riuscita ad intervistare 12 commercianti e la maggioranza si è detta poco preoccupata per il lavoro minorile e per i rischi che i bambini corrono utilizzando il mercurio. Uno di loro ha detto: «La nostra idea è solo quella di guadagnare soldi», sempre meglio del presidente della Chambres des Mines du Mali, un organo che rappresenta il settore minerario, che ha negato l'esistenza di manodopera infantile nelle miniere artigianali.
Tutta questa sofferenza, ingiustizia, spreco di innocenza e bellezza, vale, secondo i dati ottenuti da Human Rights Watch dal ministero delle miniere del Mali, 4 tonnellate di oro "artigianale" esportate ogni anno, più o meno 218 milioni di dollari ai prezzi di novembre 2011. La maggior parte di quest'oro viene esportato ij Svizzera e negli Emirati Arabi uniti, in particolare a Dubai, dove anche gli italiani vanno a fare shopping di oro sporco di lacrime e malattie di tanti bambini.
Human Rights Watch ha contattato 3 multinazionali che acquistano oro proveniente dale miniere artifianali del Mali: Kaloti Jewellery International, di Dubai, la società belga Tony Goetz e la svizzera Decafin. Kaloti ha smesso di comprare l'oro artigianale del Mali dopo aver letto I risultati del dossier di Human Rights Watch; Decafin ha ditto che interviene solo alla fine di una catena di approvvigionamento composta da almeno 4 intermediari e di non avere nessun rapporto con le imprese produttrici nè con il governo del Mali, ma ha detto che indagherà sull'origine dell'oro e sulle condizioni di lavoro e che interpellerà la Chambre des Mines du Mali per ottenere più ampie informazioni. La Kippenberg si rivolge anche agli altri acquirenti di oro del Mali: «Se non l'hanno ancora fatto, le imprese devono mettere in atto delle procedure per assicurarsi che il loro oro non sia stato estratto da bambini. Devono anche operare a fianco del governo e delle Agenzie internazionali per eradicare il lavoro minorile nelle miniere. Un boicottaggio non è la risposta a questo problema».
Human Rights Watch chiede al governo di Bamako e ai donatori internazionali che forniscono aiuto al Paese africano di: «Far applicare le leggi esistenti che metterebbero fine a tutte le forme di lavoro dei n bambini nella ricerca d'oro; Mettere in opera il piano d'azione governativo del giugno 2011 sull'eliminazione del lavoro minorile; Migliorare l'accesso all'educazione, soprattutto abolendo le spese scolastiche, apportando un sostegno dello Stato alle scuole comunitarie e mettendo un programma di fondi, in particolare per finanziare la scolarizzazione dei bambini vulnerabili; Elaborare una strategia globale in materia sanitaria, mirante ad affrontare gli effetti del mercurio; Fornire un sostegno economico maggiore ai cercatori d'oro, per esempio attraverso la reazione di cooperative».
Human Rights Watch ha espresso anche la sua inquietudine per la decisione degli Usa di sospendere I finanziamenti di progetti per porre fine al lavoro minorile in Mali: «I donatori di fiondi internazionali dovrebbero appoggiare finanziariamente, politicamente e sul piano della conoscenza tecnica le iniziative che hanno l'obiettivo di eliminare i lavori pericolosi dei bambini». Inoltre l'Organizzazione mondiale del lavoro dovrebbe riattivare l'iniziativa mondiale Minors out of Mining che aveva avviato nel 2005 per eradicare il lavoro minorile nell'industria mineraria.
«L'oro, è glamour - conclude Juliane Kippenberg - Il lavoro dei bambini e l'intossicazione al mercurio non lo sono e non dovrebbero far parte del processo della ricerca dell'oro».
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martedì 22 novembre 2011

QUANT’È BUONA LA NUTELLA…

SCHIAVITÙ E MERCATO INTERNAZIONALE DEL CACAO.

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UN OPERAIO IMPEGNATO A SELEZIONARE I SEMI DI CACAO A MOUSSADOUGOU, UN VILLAGGIO NELLA ZONA DI SAN-PEDRO, IN COSTA D'AVORIO (AFP)


L’industria internazionale del Cacao ha un volume mondiale d’affari di decine di miliardi di dollari americani. Nella sola Costa d’Avorio (il principale Paese Africano produttore di cacao esportatore della metà della produzione mondiale), il volume annuale d’affari é valutato attorno ai 90 milioni di dollari americani.
Il ciclo produttivo del cacao é ancora legato alla logica coloniale. Nei Paesi del Terzo Mondo ci si limita alla coltivazione, raccolta ed esportazione dei semi di cacao e la trasformazione in prodotti alimentari avviene nei Paesi industrializzati.
Dietro l’industria internazionale del Cacao si nascondono svariate forme di povertà e di schiavismo, non ultima la schiavitù infantile.
Un recente rapporto redatto dall’Università di Tulane e commissionato dal Governo Americano, rivela che circa 1.800.000 bambini nell’Africa Occidentale (di cui 800.000 nella sola Costa d’Avorio) sono costretti a lavorare nelle piantagioni di cacao, soprattutto nel periodo della raccolta.
Il rapporto contraddice l’immagine di commercio equo e socialmente responsabile che gli uffici di Pubbliche Relazioni delle multinazionali del cacao hanno diffuso all’opinione pubblica nell’ultimo decennio.
Dieci anni fa varie multinazionali del Cacao, come la Nestlé, sotto pressione internazionale, firmarono un protocollo per impedire il lavoro infantile presso le piantagioni di cacao, promettendo di investire considerevoli fondi per abolire questa silenzios,a ma devastante forma di schiavitù moderna.
L’industria del cioccolato ha sponsorizzato vari programmi sociali come la costruzioni di scuole e l’erogazione di borse di studio per aumentare l’accesso scolastico alle famiglie povere.
Nel 2010 le multinazionali del cacao hanno firmato un’altro accordo internazionale per diminuire entro il 2020 del 70% il numero di lavoratori minori impiegati nelle piantagioni.
Il rapporto dell’Università di Tulane smentisce questa propaganda. Nella Costa d’Avorio, per esempio, solo 33.000 bambini (equivalenti al 4% del totale dei bambini che lavorano nelle piantagioni) sono stati beneficiari di programmi sociali finanziati dalla multinazionali del settore.
Spesso il lavoro minorile nel settore é abbinato al traffico di esseri umani. Le famiglie più povere vendono i loro figli ai latifondisti, costringendoli a lavorare gratuitamente e impedendogli il diritto all’educazione.
Il Dipartimento del Lavoro Americano sta pensando di proporre severe leggi di certificazione del prodotto, simili a quelle adottate per i minerali rari nell’Est del Congo RDC o per i diamanti della Sierra Leone e della Liberia.
Il rapporto dell’Università di Tulane fa giustamente notare che queste leggi, se varate, risulteranno inefficaci proprio come quelle sui minerali rari e i diamanti. Come per le multinazionali minerarie anche quelle del cioccolato favoriranno il “lavaggio” del cacao. Sotto l’attuale mercato internazionale é tecnicamente impossibile tracciare l’origine dei semi di cacao cioè se provengono da piantagioni che rispettano le norme del lavoro oppure da piantagioni che fanno largo uso della schiavitù minorile.
Nella Costa d’Avorio il Ministro del Lavoro del Governo Ouattara: Gilbert Kone Kafana, ha promesso di attuare una legislazione che obblighi le multinazionali del cacao ad eliminare la schiavitù infantile nel ciclo produttivo ed a finanziare opere sociali per lo sviluppo come: strade, scuole, ospedali e centri sociali, al fine di migliorare le condizioni dei contadini e aumentare il tasso scolastico tra la popolazione compresa tra i 5 e i 14 anni d’età.
Queste solenni dichiarazioni raccolgono lo scetticismo Regionale visto il ruolo giocato dalle multinazionali del cioccolato per favorire l’intervento militare Francese che ha installato il Governo Ouattara, spodestando il regime di Gbagbo. Nel migliore dei casi qualche scuola e ospedale di scarsa qualità edile saranno costruiti giusto per l’immagine della multinazionale, ma il fenomeno di sfruttamento del lavoro minorile continuerà coperto da questi interventi di facciata.
Metaforicamente l’industria internazionale del cioccolato é legata alla filosofia del “cannibalismo produttivo” applicata nel settore dell’allevamento bovino e suino . (1)
I bambini Occidentali si gustano il delizioso strato di Nutella spalmato sulla fetta di pane proveniente dai semi di cacao raccolti da bambini schiavi in Africa.
Fulvio Beltrami
Kampala, Uganda
Note
(1) Per cannibalismo produttivo si intende la pratica di alimentare I bovini e I suini con farine contenenti una percentuale di carne bovina o suina liofilizzata
Fonte

lunedì 5 settembre 2011

GLI SCHIAVI AFFITTATI A SAN FERNANDO DE NUEVITAS

Ricardo Ferrer Aluija

Il fenomeno della schiavitù, che ancora non è stato studiato in tutte le sue sfaccettature, ebbe a Puerto Príncipe — oggi Camagüey — caratteristiche speciali, perché questa zona era soprattutto dedicata all'allevamento del bestiame e, nella storiografia, Nuevitas è considerata una dipendenza territoriale nella quale proliferarono le fabbriche di zucchero e che ebbe una caratteristica particolare: fu lì che nel XIX secolo iniziò l'affitto degli schiavi. la loro presenza riguardava tutte le attività, dalla produzione di manufatti, al lavoro nel porto o nel commercio minorista, come testimoniano i documenti dell'epoca.

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A Nuevitas, alla metà del XIX secolo, con un considerevole numero di fabbriche di zucchero, appena il venti per cento dei negri e dei mulatti erano liberi, mentre nel resto dell'Isola la loro percentuale era maggiore.
Nela città molte famiglie con entrate appena sufficienti o al bordo della povertà, le vedove, i soldati e alcuni lavoratori che disponevano di uno o due schiavi solamente, con poche possibilità di sfruttarli economicamente, trasformarono il loro affitto in una rendita stabile.
La prima metà del decennio dei quaranta dello stesso secolo XIX, molto attiva nella zona per la costruzione della ferrovia da Camagüey a Nuevitas, diede la possibilità a molti proprietari di schiavi di affittarli per realizzare il gigantesco movimento di terra per far giungere le rotaie sino alla prima stazione, inaugurata nel gennaio del 1846.
Esistono notizie relazionate alla fuga di schiavi a Nuevitas, sula loro abilità per fuggire dall'orribile sistema di proprietà degli uomini negri, come mercanzie da lavoro che creavano valori che anadavano al disopra delle possibilità reali che consideravano i loro proprietari, pubblicate nella stampa dell'epoca. Restano molte tristi storie della tratta negriera a Cuba, della sottomissione a cui erano sottoposte qulle persone negre o mulatte, portate dall'Africa come animali e affittate come qualsiasi oggetto lontano dalla condizione umana...
Scrive Nicolás Guillen nel suo bellissimo “Diario que a Diario" (Il giornale che ogni giorno):

GLI SCHIAVI EUROPEI
AVVISO IMPORTANTE

È sorprendente la somiglianza che esiste tra il testo di questo annuncio e il linguaggio utilizzato dai trafficanti di schiavi africani, (i negrieri), per proporre la loro mercanzia. Forzati dalle abitudini generali, accettiamo la pubblicazione, non senza segnalare la ripugnanza che questo infame commercio produce al nostro spirito.
Sulla vendita e l'acquisto di schiavi, giovani ed in perfetta salute e anche sulle fughe degli stessi; degli scambi di schiavi con oggetti di interesse vario nella vita pubblica e in quella familiare.

VENDITE

Si vende un bianco giovane, cocchiere per uno o due cavalli; cuoco generico e singolare pasticcere.
Rivolgersi alla casa di D. Pedro Sebastian, al N.º 15 di Teniente Rey, dove inoltre si affitta anche un bue.
Due bianche giovani per aiutare:
rivolgersi in calle Cuba, casa N.º 4.
Una bianca che ha partorito da quattro mesi, senza segni né ferite, con buon latte abbondante, lavandaia comune, cuoca di cucina creola, sana e senza macchia, freschissima ragazza:
Si vende a 350 pesos netti per il venditore, in calle de la Paloma al N.º 133.
Una coppia di bianchi, fratelli di 8 e 10 anni, maschio e femmina adatti per distrarre i bambini della loro età.
Si vende anche una bianca (vergine) di 16 anni.
In Calle del Cuervo al 430 si daranno spiegazioni e prezzi.

SCAMBI

Si scambia un bianco senza difetti con un calesse di marca Ford e un cane.
Pompe Funebri de la Negra Tomasa,
vicino al Vicolo del Tambor, (secondo isolato dopo la piazza),
per tutti i dettagli.

FUGA

È fuggito dalla casa del suo padrone
Un bianco di statura media
Con occhi azzurri e capelli scuri,
senza scarpe,
con camicia a righe su fondo viola.
Chi lo consegnerà
verrà ricompensato.
San Miguel 31, fuori le mura.
Nella casa che chiamano Tejado.

UN ATTO DI GIUSTIZIA

Il bianco Domingo Español
Verrà condotto il prossimo venerdì
Per le strade della capitale
Con un coltello legato al collo,
Quello con cui ferì i suoi padroni,
Una coppia della quale era schiavo.
Gli infliggeranno cento cinquanta frustate
Per la sua pubblica vergogna
E altre cinquanta
Là dove si espongono i rei
Nella strada con lo stesso nome
All'ingresso della città.
Quando sarà guarito dai colpi
Verrà inviato a Ceuta
Per dieci anni.
http://www.archivocubano.org/

sabato 3 settembre 2011

GLOBALIZZAZIONE, MIGRAZIONE, PROSTITUZIONE: L’ORGANIZZAZIONE DEL TRAFFICO DALLA NIGERIA

La prostituzione nigeriana si afferma in Italia a partire dalla metà degli anni ’80, quando il fenomeno della tratta di esseri umani prende piede in Europa e numerose donne, provenienti soprattutto dall’Africa, dall’America Latina e dall’Europa dell’Est, forti della loro volontà di trovare condizioni di vita migliori e di garantire un benessere per la famiglia lasciata nel paese d’origine, affidano il loro progetto migratorio nelle mani di mafie locali che promettono un’occupazione sicura nel luogo di destinazione in cambio di alti costi per il viaggio e per i documenti. E non chiariscono il tipo di occupazione ..
La recessione economica mondiale di quel decennio, accentuando i profondi squilibri tra Nord e Sud del mondo, ha dato origine a una massiccia spinta migratoria dai paesi più poveri, i quali hanno visto peggiorare le loro condizioni di vita già precarie e hanno dovuto far fronte all’emergere della crisi debitoria. In questo periodo storico la Nigeria, quinto produttore di petrolio al mondo, da cui la sua economia dipende per il 90%, vive un momento di grandi difficoltà in seguito al crollo dei prezzi dell’oro nero. I programmi di aggiustamento strutturale guidati dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale acuiscono la crisi, dando avvio a processi di liberalizzazione e privatizzazione con alti costi sociali.
Dal 1966, anno in cui vengono scoperti i giacimenti petroliferi nella zona del delta del Niger a sud-est del Paese, quest’area ha assistito a un notevole sviluppo con la costruzione di porti e di industrie volte allo sfruttamento del greggio, nel quale ha avuto preponderanza il ruolo degli investimenti stranieri e delle società multinazionali, quali Shell e Eni. Qui inoltre la popolazione si è addensata arrivando dalle regioni del Nord e abbandonando le campagne, provocando una grossa crescita delle città con la proliferazione di bidonvilles.
Dall’indipendenza nel 1960, la Nigeria ha avuto una situazione politica instabile, con frequenti colpi di stato militari e una forte corruzione. Le rivalità per assicurarsi il controllo economico dell’area petrolifera hanno prodotto tensioni interetniche, che sono sfociate nel 1967 nella guerra civile del Biafra scoppiata in seguito alle rivendicazioni secessioniste degli Ibo, abitanti della zona del Delta, e conclusasi nel 1970 con la loro sconfitta.
Nel corso di questi anni la società civile si è organizzata e continua a lottare contro gli espropri, gli abusi e il gravissimo inquinamento provocati dalle compagnie del petrolio, sostenute da una costante e violenta repressione poliziesca ad opera del governo nigeriano.
Nel suo rapporto del 2004 Amnesty International ha denunciato la violazione di dirittieconomici e sociali, primi fra tutti il diritto alla salute(1).
La storia della Nigeria si inscrive dunque in quella nuova forma di dominio e di controllo economico e politico conosciuto come neocolonialismo.
Protettorato britannico dal 1901, la Nigeria si presenta come stato indipendente nel 1960 con l’adozione di una costituzione federale. Il modello occidentale dello Statonazione, che ha guidato la nascita dei nuovi stati mimetici nel periodo della decolonizzazione, segna confini che racchiudono una molteplicità di popoli diversi. La Nigeria comprende oltre un centinaio di realtà culturali molto varie fra loro, tra le quali al Nord gli Hausa-Fulani, di religione islamica, gli Yoruba al sud-ovest e gli Ibo nella zona deltizia. Questa suddivisione appare comunque alquanto approssimativa e non considera in modo adeguato le numerose differenze di cui è necessario tener conto.

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La modernizzazione dell’economia nigeriana, basata su un modello di sviluppo capitalistico che trova nella crescita e nell’accumulo la sua logica fondante, ha prodotto profondi cambiamenti nello stile di vita, nei sistemi relazionali e nei valori delle popolazioni autoctone.
Al fine di comprendere le contraddizioni interne all’Africa postcoloniale e le riorganizzazioni operate sul piano dell’immaginario simbolico per interrogarle, è utile soffermarsi sulla riflessione di Serge Latouche (2000), il quale mette in rilievo la pregnanza del legame sociale nell’esistenza della maggior parte dei popoli africani. L’autore sottolinea come tale legame, fondato sul principio di solidarietà che contraddistingue i rapporti intercomunitari, vada messo in relazione con una rappresentazione della povertà (distante da quella occidentale) intesa come mancanza di sostegno da parte della collettività.
I fenomeni che si avvicinano alla cosiddetta “stregoneria” appaiono come tentativi ditrovare una risposta alla minaccia dell’accumulo individualistico secondo una logica di mercato. L’approfondimento segue.Latouche evidenzia come lo scambio, basato sulla logica del dono (2), serva al contrario a rafforzare il legame, rendendo tutti allo stesso tempo creditori e debitori passeggeri. Il dovere di ricambiare stringe rapporti a cui non si può venire meno e il suo senso esula dalla mera materialità dell’oggetto e non si esaurisce con la contropartita, dato che l’attenzione è rivolta ai beni simbolici che ne derivano: il riconoscimento sociale, il rafforzamento delle relazioni di potere, l’affermazione di identità.
Lo scambio mercantile e l’introduzione della monetarizzazione spersonalizzano il rapporto tra chi dà e chi riceve, l’economico ingloba totalmente il sociale.
Nonostante l’imposizione della logica del mercato concorrenziale in Africa, l’autore sostiene che si conservi un doppio linguaggio e un doppio sistema di pratiche, che fa coesistere la sfera oblativa e informale, marginale rispetto alla legge e all’ufficialità, con quella dell’economico stricto sensu.
Il mondo dell’informale risulta dunque caratterizzato dall’incorporazione dell’economico nel sociale. Latouche ne distingue quattro livelli, che vanno dalla società vernacolare o oikonomia neoclanica ai traffici.
La prima consiste nei «modi in cui i naufraghi dello sviluppo producono e riproducono la loro vita, al di fuori del campo ufficiale, mediante strategie relazionali» (Latouche, 2000: 164); «L’economia è messa al servizio della rete, e non la rete al servizio dell’economia» (Latouche, 2000: 165). In questo settore occupano un posto di rilievo le donne, il cui lavoro è fondato sulla pluriattività e sul non professionalismo. I livelli che seguono sono definiti in base a una progressiva perversione della logica del dono. Come ultimo Latouche distingue il modello dei traffici, intesi come il commercio d’importazione e d’esportazione praticato ai margini della legalità. Oggetto di questo contrabbando possono essere beni alimentari, vestiti, droga, armi, esseri umani. Questi scambi, in cui la logica del dono degenera, restano comunque legati all’organizzazione basata su una socialità in reti.
Le frontiere della Nigeria risultano essere uno dei luoghi di smistamento dei principali traffici in Africa. Il traffico di donne viene gestito da mafie locali con una struttura complessa e ben organizzata, che ha forti basi nella società nigeriana. Le ragazze avviate alla prostituzione in Italia provengono soprattutto da Benin City, nello stato degli Edo, anche se la maggior parte di loro ha un passato di migrazione interna dal villaggio alla città. In una prima fase, quando il fenomeno appena sorto non era ancora conosciuto, le persone venivano reclutate soprattutto nei grandi centri urbani e non erano coscienti dell’attività che avrebbero dovuto svolgere nel luogo di destinazione. Oggi tutti sanno qual è la fonte di guadagno delleragazze che tornano ricche dall’Europa, lo stesso governo si preoccupa di organizzare campagne per denunciare il traffico attraverso l’informazione di massa.

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Da un lato le donne che partono sono quindi consapevoli di ciò che le attende, anche se non immaginano le dure condizioni di lavoro e di sfruttamento che dovranno affrontare per esercitare la prostituzione su strada. Dall’altro le mafie si sono spostate per il loro reclutamento dalle città ai villaggi, dove le informazioni sono meno diffuse, con un relativo abbassamento dell’età e del livello di scolarizzazione di chi parte. Il reclutamento avviene tramite uno sponsor, a volte può essere la stessa donna che si occuperà delle ragazze in Italia, e si basa su una rete amicale-parentale. Chi decide di partire viene nella maggior parte dei casi da famiglie poligamiche, quindi molto numerose, in cui è soprattutto femminile il ruolo di bread-winner. La scelta è sostenuta spesso dallafamiglia che vede nei futuri guadagni della figlia un mezzo per superare le difficoltà economiche e accrescere il proprio benessere. La stigmatizzazione sociale delle donne partite per l’Europa non risiede tanto nell’essere riconosciute come prostitute, quanto nel fallimento del loro progetto migratorio nel caso dell’espulsione da parte del paese di destinazione: molte delle persone rimpatriate vengono ripudiate dalle famiglie perché si presentano senza denaro (3).
In Nigeria la prostituzione appare diffusa soprattutto nel sud del Paese, in corrispondenza delle zone occupate dalle compagnie petrolifere, ma le donne che migrano in Europa raramente hanno già avuto un passato sulla strada.
La scelta di intraprendere il viaggio è sostenuta per molte dalla speranza di realizzare un percorso personale di autodeterminazione ed autonomia: il loro progetto migratorio ha obiettivi chiari e concreti che mirano alla realizzazione di un miglioramento delle condizioni di vita.
E’ necessario considerare che la società tradizionale è fondamentalmente patriarcale e che le vie di emancipazione per la donna nigeriana sono ostacolate da condizioni economiche difficili e dal compito di farsi carico della famiglia. L’asimmetria di genere ancora una volta come ovunque presente è sottolineata dal fatto che sono i figli maschi ad avere la precedenza nell’accesso all’istruzione. Inoltre si ricorda che in Nigeria è diffusa la pratica delle mutilazioni genitali femminili e che nel nord islamico viene applicata integralmente la sharî’a, con la tristemente nota lapidazione delle adultere.
Il costo per il viaggio e i documenti viene anticipato dai trafficanti. Il patto per la restituzione del debito assume un carattere fortemente simbolico in quanto inserito in un’esperienza di migrazione che porta distanza e pericolo di oblio rispetto al paese d’origine.
Il dramma esistenziale vissuto da queste donne trova vistosi riscontri nella costruzione del loro universo simbolico dove espresso, le pratiche di “stregoneria” e dalla possessione, la presenza della figura extraumana Mami Wata filtrano la paura di tradire i legami di parentela e lignaggio ma rappresentano anche i vincoli di memoria (Beneduce 2002) a una tradizione collettiva e a un passato costruiti su un’organizzazione del simbolico che non trova più riscontro nella nuova realtà del luogo d’arrivo e chiama continuamente a un confronto e a doveri precisi. Il giuramento per la restituzione del debito può avvenire attraverso un contratto sottoscritto davanti a un notaio, in cui è prevista una garanzia sotto forma di beni da parte della famiglia.
Quello che caratterizza il traffico di donne dalla Nigeria è il juju compiuto per ottenere una forma di controllo sulla persona a cui è rivolto. Il juju avviene raccogliendo elementi del corpo della ragazza, come capelli, unghie, peli pubici, o anche abbigliamento intimo, i quali si crede continuino ad essere parte della persona stessa e vengono utilizzati come mezzo di ricatto e minaccia di sventura, malattia, morte. Viene di solito effettuato da un babalawo in Nigeria il quale, su richiesta della madame, si appella alla forza del proprio vodu per caricare di potere l’insieme degli elementi.
La figura della madame è un altro elemento che distingue la prostituzione nigeriana.
Investita di un ruolo ambiguo che la vede benefattrice e sfruttatrice insieme, è la donna che compra le ragazze dai trafficanti, di solito uomini, e alla quale deve essere pagato il debito, che oggi sembra ammontare a una cifra che va dagli 80.000 ai 120.000 euro e che di solito riesce ad essere estinto in due o tre anni di lavoro. La madame è spesso un’ex prostituta con una storia simile a quella delle donne su cui ha il controllo. Vive insieme a loro, le avvia al mestiere e richiede una quota dei loro guadagni come contributo per la casa e per il joint, il posto di lavoro sulla strada. Si instaura così un rapporto verticale tra lei e le ragazze, che devono assicurarle rispetto e lealtà. Nello stesso tempo diventa il punto di riferimento principale per affrontare la nuova vita in un paese estraneo.
Le rappresentazioni del corpo e della malattia, che caratterizzano la zona dell’Africa occidentale qui considerata, attivano nel contesto della prostituzione un linguaggio basato su segni fisici, sofferenze, infermità, i quali costituiscono i sintomi di angosce e paure dovute alla rottura di un rapporto con il proprio paese e all’abbandono delle diverse appartenenze al mondo umano o sovrumano. Le donne nigeriane in Italia raccontano frequentemente del loro legame con Mami Wata, il cui culto è diffuso nel sud del paese ed è connotato dall’esperienza della possessione e della trance.

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Questi aspetti dell’immaginario delle ragazze provenienti da Benin City, che qui sono stati solamente accennati e che verranno approfonditi nei capitoli seguenti, determinano una reazione di diffidenza o di disinteresse nei confronti delle possibilità di fuoriuscita dalla prostituzione previsti in Italia dall’art.18 del D.L.286/98, come rilevano i servizi che se ne occupano. I panegirici centrati sulla “paura del vodu”, alla cui diffusione concorrono i mass media, non migliorano la comprensione dell’universo simbolico di queste donne: esse risultano essere sempre oggetto di discorsi altri e vengono dipinte esclusivamente come vittime o schiave passive..
La complessità del fenomeno e il suo intrecciarsi con componenti religiose, culturali, storiche ed economiche globali, rende necessario riconsiderarle invece come soggetti di pratiche simbolizzate che costituiscono un linguaggio: da un lato, per riuscire ad operare nella direzione di un incontro che favorisca la promozione dei diritti e contribuisca all’eliminazione di ogni tipo di sfruttamento, dall’altro, per restituire dignità a tutte coloro che investono in maniera attiva su un progetto di miglioramento di sé e della propria vita.

Note
1) “Nigeria. Are human rights in the pipeline?” in http://web.amnesty.org/library/Index/ENGAFR440202004
2) L’autore fa riferimento all’analisi di M. Mauss sul dono come scambio caratterizzato dal triplice obbligo di dare, ricevere, ricambiare e fondato quindi sulla reciprocità. Per approfondire M. Mauss, Essai sur le don, Paris, Presses Universitaires de France, 1950 (trad. it. Saggio sul dono, Einaudi, Torino, 2002).
3) Il progetto ALNIMA, realizzato da COOPI, Tampep onlus, SRF e CeSPI nel 2004, è stato rivolto in Nigeria alle donne rimpatriate, spesso abbandonate dalle famiglie, al fine di promuovere il loro reinserimento sociolavorativo nel paese d’origine, evitando in questo modo un loro ulteriore reclutamento da parte dei trafficanti.
Fonte: T E S I  D I  L A U R E A  T R I E N N A L E  I N  S T O R I A D E L L E  R E L I G I O N I della Dott.ssa Chiara Pilotto

mercoledì 29 giugno 2011

QUANTO COSTA VERAMENTE L’ORO CHE INDOSSIAMO?

Un documentario svela la tragica situazione nelle quale lavorano i minori per l’estrazione del metallo più prezioso


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No place for a child: Massire Sijnate, 16, descends into a shaft at a gold mine near the village of Tenkoto, Senegal

Quanto costa veramente l’oro che indossiamo? E’ il tema di un documentario di Channel 4, rete televisiva britannica, che ha indagato sulla produzione industriale dell’oro. La scoperta non è certo piacevole, perchè nella lavorazione del metallo più preziosol’impiego di bambini è comune, e i poveri minori scavano in condizioni molto pericolose per la loro salute.

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Bleak future: A boy aged about five pans for gold

GIOIELLI CON LE SOFFERENZE DEI BIMBI -Le miniere d’oro dove vengono assunti i piccoli si trovano in Sud America ed in Africa. Tra di loro si trovano casi drammatici, di ragazzini costretti a subire costanti mal di testa, dolori fisici e altri malori provocati dalle condizioni di lavoro che non rispettano gli standard minimi di tutela della salute. “Quando vado alla miniera devo arrampicarmi verso il basso, e iniziare a scavare. E’ tutto caldissimo giù là, e rompere le rocce è molto difficile, e il più grande pericolo è il crollo dei muri, che sono molto instabili”. Secondo il documentario di Channel 4 miniere come quelle del Senegal dove lavora il piccolo Djimba Sidibe producono tra il 10 e il 30% dell’oro che circola a livello mondiale.

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Paying the price: Tenen Sacko, 11, pauses while panning for gold, at the Kansogolenfa mine in the Fatoya region of Guinea

PERICOLI PER LA SALUTE – Durante il processo di estrazione e lavorazione vengono impiegate sostanze tossiche come il mercurio o il piombo, che poi si riscontrano nel sangue dei minatori in quantità molto pericolose. Circostanze che spesso vengono negate dai produttori, che non vogliono far sapere ai consumatori occidentali in che condizioni vengono prodotti i gioielli che si indossano tanto nella quotidianità quanto nei giorni di festa. Il documentario mostra comunque come quantomeno nel Regno Unito esistano dei processi di verifica sulla provenienza dell’oro, che servono a scoraggiare il commercio di metallo prezioso prodotto in condizioni inumane. Anche in Italia bisognerebbe chiedersi da dove proviene il nostro oro, visto quello che sono costretti a subire gli innocenti che lavorano per produrlo
Fonte

mercoledì 18 maggio 2011

IL PROBLEMA DELLA SCHIAVITÙ

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Documento – Frammento della epistola 47 di Seneca della raccolta “Epistulae morales ad Lucilium”


10. Vis tu cogitare istum quem servum tuum vocas ex isdem seminibus ortum(1) eodem frui(2) caelo, aeque spirare, aeque vivere, aeque mori! Tam tu illum videre ingenuum potes quam ille te servum. Variana clade multos splendidissime natos, senatorium, per militiam auspicantes gradum, fortuna depressit: alium ex illis pastorem, alium custodem casae fecit.
Contemne nunc eius fortunae hominem in quam transire dum(3) contemnis potes.


10. Pensa che costui, che tu chiami tuo schiavo, è nato dallo stesso seme, gode dello stesso cielo, respira, vive, muore come te! Tanto tu puoi vederlo libero, quanto egli può vederti schiavo. Con la strage di Varo, la sorte umiliò molti uomini di nobilissima origine, che attraverso il servizio militare aspiravano al grado di senatori: qualcuno (la fortuna) fece diventare pastore, qualche altro guardiano di una casa. Disprezza ora l’uomo di quella condizione, nella quale, mentre tu (la) disprezzi, puoi capitare!


11. Nolo(4) in ingentem me locum inmittere et de usu servorum disputare, in quos superbissimi, crudelissimi, contumeliosissimi sumus.
Haec tamen praecepti mei summa est: sic cum inferiore vivas quemadmodum tecum superiorem velis vivere.
Quotiens in mentem venerit quantum tibi in servum < tuum > liceat, veniat in mentem tantundem in te domino tuo licere. (…)


11. Non voglio addentrarmi in un argomento troppo impegnativo e discutere circa il trattamento degli schiavi, verso i quali siamo molto superbi, crudeli ed insolenti.
Ecco tuttavia il punto principale dei miei insegnamenti: comportati con il servo allo stesso modo di come vorresti si comportasse il tuo superiore con te.
Tutte le volte che ti verrà in mente quanto è lecito al tuo schiavo, ti venga in mente che altrettanto è lecito contro di te. (…)



19. Rectissime ergo facere te iudico quod timeri a servis tuis non vis, quod verborum castigatione uteris: verberibus muta admonentur.
Non quidquid nos offendit et laedit; sed ad rabiem cogunt pervenire deliciae, ut quidquid non ex voluntate respondit iram evocet.


19. Perciò io ti giudico far molto bene, nel fatto che tu non voglia che i tuoi servi ti temano, nel fatto che ti serva delle parole come castigo: le bestie si ammoniscono con le frustate.
Non tutto quello che ci colpisce, ci danneggia; ma i piaceri costringono che si arrivi all’ira, così tutto quello che non risponde alla volontà, provoca collera.



20. Regum nobis induimus animos; nam illi quoque obliti et suarum virium et inbecillitatis alienae sic excandescunt, sic saeviunt, quasi iniuram acceperint, a cuius rei periculo illos fortunae suae magnitudo tutissimos praestat. (…)
acceperunt iniuram ut facerent.


20. Ci comportiamo come i sovrani; infatti quelli, dimentichi delle proprie forze e della debolezza altrui, danno in escandescenze e infieriscono, come fossero stati offesi, mentre l’eccezionalità della loro sorte li mette totalmente al sicuro da tale pericolo.
… interpretano un ingiuria per poter oltraggiare.


1. orior, oreris, ortus sum, oriri (deponente) = sorgere, nascere
2. fruor, eris, fruitus e fructus sum, frui (deponente, regge l’ablativo) = godere, fruire
3. dum ha valore temporale
4. nolo, non vis, nolui, nolle (composto di volo) = non volere

Commento – La lettera è dedicata ai rapporti tra padroni e schiavi, infatti inizialmente Seneca descrive i compiti abituali, cui i servi erano dediti, congratulandosi con l’amico Lucilio per il suo atteggiamento umano nei confronti dei propri schiavi. Egli pone l’accento sul “fato” che ha designato la libertà verso alcuni e per altri no, affermando, con l’esempio della sconfitta del generale Varo, che essa è mutevole ed incomprensibile; egli, quindi, si distacca dalla visione sociale di Aristotele, poiché i rapporti di forza possono essere rapidamente sconvolti dal caso. Seneca mette in discussione il concetto di schiavitù, dimostrando quanto l’uomo può essere schiavo delle proprie passioni, anche essendo libero socialmente, e quanto uno schiavo può sentirsi libero, nonostante la propria condizione.
Egli ricalca un tema molto significativo all’interno della filosofia stoica, cioè il riconoscimento dell’uguaglianza tra tutti gli uomini per natura, interiorizzando il concetto di schiavitù, riconducendola a una schiavitù del tempo, delle passioni e di tutto ciò che impedisce all’uomo di essere padrone di sè.
Fonte

lunedì 2 maggio 2011

CENTINAIA DI FIORI GETTATI NEL MARE A DAKAR…

Centinaia di fiori gettati nel mare a Dakar per rendere omaggio agli undici milioni di africani divenuti vittime della tratta.
Il 27 aprile il mare davanti a Dakar è diventata una coperta di fiori, per rendere omaggio alle vittime della schiavitù. La tratta degli schiavi ha deportato 11 milioni di africani verso le colonie europee in America e nell'Oceano Indiano, in poco meno di 4 secoli.
Le navi cariche di prigionieri partivano proprio dal porto di Dakar, per fare tappa sull'Isola di Goree, 2 miglia al largo, luogo divenuto ormai simbolo della tratta, oggi dichiarato patrimonio mondiale dell'Unesco.
Durante la cerimonia di commemorazione, battezzata "Atlantico nero", un traghetto ha attraversato quel tratto di mare "intravisto per l'ultima volta da generazioni di africani strappati alla loro terra", come ha spiegato Karfa Diallo, presidente della Fondazione del Memoriale della Tratta dei neri. Dal traghetto sono state lanciate in mare decine di corone di fiori.

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Questa è solo l'ultima delle iniziative realizzate dal governo senegalese per non dimenticare la piaga della schiavitù: dopo aver approvato, un anno fa, una legge che mette al bando la schiavitù, poche settimane fa il ministro dell'istruzione Kalidou Diallo, nel corso di un'altra cerimonia in memoria delle vittime, ha promesso che i programmi scolastici saranno presto aggiornati con capitoli importanti della storia del Senegal, come la tratta degli schiavi e la partecipazione di soldati locali alle guerre europee, finora trattati solo nei corsi universitari.
La scelta della data non è casuale: il 27 aprile 1848 la Francia ha abolito la schiavitù in tutte le colonie. Con queste iniziative, il Senegal, primo paese africano a celebrarne le vittime, conferma la sua volontà di condannare la tratta, ma soprattutto quella di recuperare le radici della propria storia, di fare luce anche sulle pagine più dolorose, di fare quindi memoria, "perché il ricordo della schiavitù diventi una risorsa per l'integrazione tra i popoli".
Fonte

martedì 15 marzo 2011

DIARIO DI VIAGGIO DI RAFFAELLA MILANDRI

La strada per l'est del Camerun, ai confini del Congo, è una lunga arteria di oltre 500 km, sterrata e malmessa. Non c'è traffico, solo grandi camion carichi di gigantesche creature secolari: alberi vittime della deforestazione.

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Raffaella Milandri con un bimbo pigmeo

Man mano che si procede, i pali della luce scompaiono, i cartelli di vendita di ricariche telefoniche - unica attività molto diffusa in Camerun - scompaiono, e le pance dei bambini si gonfiano di malnutrizione. Inizio la visita di villaggi dei pigmei Baka, il più diffuso popolo della foresta. I problemi sono chiari e lampanti: la deforestazione, in quanto i pigmei vengono scacciati dai terreni assegnati alle compagnie forestali, o anche da chi pratica deforestazione illegale; i parchi naturali, in quanto grandi lotti di terreno, con foreste e animali, vengono salvaguardati e quindi non possono essere abitati; le miniere, come sopra.
Nessuno protegge il popolo della foresta, anzi molti non hanno documenti d'identità e quindi, in teoria, non esistono come cittadini. Nemmeno qualche politico indomito trova la voglia di censire, e quindi rendere elettori, questa gente. Ma il peggio deve ancora venire. Nel villaggio del capo Robert, di 78 anni ("Sua Maestà" è l'appellativo dei capo villaggio), il mio appello a parlare dei loro problemi viene accolto, ed è un fiume in piena. Con me c'è padre Jerome, un sacerdote camerunense che mi aiuta nella traduzione.
Come molti villaggi dei Baka, anche il suo - dopo la ultima migrazione forzata - giace lungo una strada, vicino ad un villaggio bantu (i bantu sono la popolazione dominante in Camerun). "I bantu ci picchiano, ci picchiano, ci picchiano. Ci riempiono sempre di botte. Ci prendono con la forza e ci fanno lavorare nei campi, e poi ci danno 200 franchi (30 centesimi di euro) per un giorno di lavoro.
Ci trattano come animali. Qualche volta invece dei soldi ci danno degli stracci usati, per vestirci". Discriminazione, violenza, schiavismo, violazione dei diritti umani.
Mentre sono a parlare con Robert e tutto il villaggio in circolo, arriva una donna inviperita che urla: "Non si può parlare con i Baka, bisogna prima parlare col capo bantu!" e via una sequela di urla e minacce.
Se ne va, io la ignoro, padre Jerome le dice di stare calma e gli abitanti del villaggio Baka fremono di paura. Vado in macchina a prendere i doni per loro (sapone, fiammiferi, etc) e mi ripagano con una grande gioia. E' un dono inaspettato, sono felici. Ad un certo punto vedo il capo Robert dare ordine di mettere via tutti i doni. Capisco perché: una delegazione di bantu sta arrivando in pompa magna, arrabbiatissima. E' il momento del confronto. "Non potete visitare i pigmei senza chiedere permesso al capo bantu! Noi chiamiamo il Prefetto!"
Io rispondo d'impeto: "Il capo Robert è mon ami, è mio amico", E qui, mentre io sarei pronta a combattere con rabbia, padre Jerome usa tutta la diplomazia di cui è capace. "Se c'è interesse ad aiutare i pigmei, potreste avere benefici anche voi nel vostro villaggio". E poi chiede scusa ai bantu per avere osato andare dai Baka senza chiedere permesso alla loro autorità.
Davanti alle scuse, che io non sarei mai stata capace di fare, i bantu rimbrottano e poi pian piano se ne vanno. "Merci, grazie" dico a loro. Ho paura che, dopo che andiamo via noi, li maltrattino e li picchino. Oltre a rubare i doni.
Nel prosieguo del cammino, trovo altri casi simili. E' la disperazione. E' la sofferenza. Il martirio. Non immaginavo tutto questo. Anche padre Jerome dice "E' stata davvero una grande esperienza che mi ha toccato. Non sapevo".

UN APPELLO
Quando tornerò in Italia, contatterò il CERD dell'Onu. Farò una raccolta di lettere e firme da inviare al Parlamento del Camerun. Riprenderò il mio ciclo di conferenze sui popoli indigeni e ovviamente mostrerò queste testimonianze. Vorrei tanto inviare anche beni di conforto per questi villaggi che vivono nella povertà più totale. Mi appello a chi mi legge fin da ora. Facciamo qualcosa. Chi è armato di buona volontà, mi contatti. I pigmei sono un popolo in agonia e in pochi anni scompariranno, per la indifferenza di tutti. Intanto, il mio viaggio continua.
Raffaella Milandri                                                                                                               13/03/2011

martedì 14 dicembre 2010

LA "OLIVER TWIST" SCHIAVA DELL’ELEMOSINA

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Il passaporto di Daniela, la zingarella di 12 anni che non vuole elemosinare e si ribella alla madre

Anche questa volta Daniela A. era scappata in una stazione, dentro a un treno che portava al sole, senza un biglietto per arrivare e senza una valigia da riempire. L’hanno trovata così, dieci giorni dopo, perché ricordavano la sua faccia spaurita che scendeva da un vagone fermo a Piedimonte Matese. Daniela ha 12 anni, e nell’Italia sconosciuta dei bambini senza infanzia e senza Natale, la sua storia è quella di un Oliver Twist del Duemila, la storia silenziosa di una vita rubata, uguale a quella di più di 50 mila bambini come lei. L’ultima volta che l’avevano vista, alcuni testimoni avevano raccontato che stava bisticciando con la mamma davanti all’Ipercoop di Casalnuovo, vicino a Napoli, «perché non voleva chiedere l’elemosina». Era il 3 dicembre. Non era tornata a casa, una catapecchia di legno e di lamiere affogata nel fango in mezzo alle altre baracche dei rom, vicino a una rotonda al confine con Acerra. Era fuggita alla stazione e aveva preso il treno che andava verso Caserta.
Quand’era scesa, così piccola e spaventata, alcuni viaggiatori l’avevano portata in una casa famiglia, dove era stata ripulita, rifocillata e accudita. I genitori avevano denunciato la scomparsa due giorni dopo e solo domenica i carabinieri avevano diffuso una sua foto.
Daniela era già scappata un’altra volta, quando aveva appena 7 anni. Anche allora s’era rifiutata di chiedere la carità per strada, e aveva detto che si vergognava di vendere quei piccoli oggetti che le davano per raccattare qualche moneta in cambio. L’avevano ritrovata quattro giorno dopo, in provincia di Avellino, su un treno come questo di Piedimonte Matese. L’avevano presa ed erano bastati due sorrisi per riportarla dai genitori nel campo. Non aveva fatto altro che viaggiare, in quel breve tempo della sua fuga, dormendo sulle panchine e nelle sale d’attesa delle piccole stazioni o sulle poltrone sfondate dei vagoni, assieme a barboni e derelitti. Il giorno che l’avevano ritrovata per portarla a casa, lei aveva detto che in fondo c’era una cosa che le piaceva, come per farsi accettare l’idea: «Quando piove giochiamo a nascondino». Quelle baracche immerse nel fango, sullo spiazzo di via Siviglia, vicino alla rotonda di Casalnuovo «sono piene di angoli dove puoi ficcarti senza essere visto». L’aveva sussurrato come se fosse una cosa bella. Questa volta, però, i carabinieri che l’hanno ritrovata stanno pensando di lasciarla nella casa famiglia, in attesa di chiarire con le indagini il suo rapporto con la famiglia rom: conta di più il diritto della natura o quello della cultura? Daniela ce l’avrebbe una sua risposta. Anche adesso che fa così freddo e il cielo è così basso, è riuscita a dire che sognava di veder la neve, fiocchi grossi come batuffoli di cotone che danzano nel cono di luce gialla di un lampione, che in fondo sarebbe un sogno così banale se non fosse quello di una bambina senza infanzia, e senza i disegni delle favole.
La cosa più tragica è che fenomeni così ce ne sono più di quello che possiamo pensare, come assicura Carlotta Bellini, responsabile italiana di Save the Children: «Lo sfruttamento fino alla riduzione in schiavitù è un fenomeno molto diffuso che coinvolge tantissimi minori». Nel mondo, le vittime sono addirittura stimate in 2,7 milioni. Secondo i dati ufficiali, in Italia sono 54.559. Quelli che hanno aderito a un progetto di protezione sono 13.517. Secondo il dossier di Save the Children, però «questi numeri sarebbero sottostimati, perché moltissimi minori rimangono invisibili».
Dentro a questa schiavitù da angiporti dickensiani, c’è di tutto, dal sesso all’accattonaggio allo sfruttamento del lavoro, come succede molto spesso nei campi di pomodoro e negli aranceti del meridione, dove i caporali della 'ndrangheta e della camorra costringono dei minorenni africani a turni massacranti per pochi spiccioli. Bambini dell’India e del Bangladesh e altri ragazzi di colore sono impiegati invece nell’allevamento di bestiame. Adolescenti nigeriane e dell’Europa dell’Est vengono fatte prostituire, mentre la Procura di Roma aveva avviato delle indagini su un traffico di minori dall’Albania verso la Grecia e l’Italia per espianti illegali.
Tra i Rom, infine, il fenomeno dell’accattonaggio è molto diffuso ed è quasi accettato. Una indagine congiunta della polizia italiana e francese ha sgominato proprio poco tempo fa una banda di bosniaci e croati che sfruttava dei bambini spostandoli da Roma a Parigi come pacchi postali. Cinque persone sono state arrestate. In testa alla piramide c’era il patriarca, Fehim Hamidovic detto Feo, di 58 anni, al quale erano destinati tutti i proventi dei reati commessi dai piccoli nelle stazioni delle metropolitane, rubando qualche portafoglio e chiedendo l’elemosina inginocchiati per terra sopra un sudicio cartone, se avevano meno di 3 anni. Non è che facessero cifre straordinarie: 500 euro al giorno, come risulterebbe dalle confessioni sui verbali, ma per Fehim e la sua famiglia era un ottimo stipendio. E a dire il vero, lo faceva quasi tutto lei, una ragazzina di 12 anni, che gli inquirenti non hanno mai saputo come si chiamasse veramente, perché aveva un mucchio di nomi falsi e tutte le volte che la fermavano, lei ne dava uno nuovo. Fehim ha detto, con terribile cinismo, che «era una fuoriclasse», rendendo a Madeline o a Uana, o a chiunque lei fosse nella realtà, una statura quasi assurda nella sua iperbole, come se la sua schiavitù potesse appartenere a una categoria superiore. «La sua specialità era lo scippo», avevano confessato gli altri della banda. Ma la cosa più crudele alla fine è che lei e Daniela, proprio come in un romanzo di Dickens, sono le due facce della stessa medaglia, come se fossero quasi la stessa persona o come se avessero la stessa vita, tutt’e due bambine sconfitte, senza un Natale e senza una favola da poter ascoltare.
PIERANGELO SAPEGNO

DISABILI SCHIAVI SCOPERTI IN UNA FABBRICA CINESE

Nello Xinjiang 11 disabili mentali costretti a turni massacranti, con cibo per cani e colpiti per ogni errore, senza ricevere salari né poter andare via. Nel Paese è ancora diffusa la coercizione fisica verso lavoratori, vera schiavitù. Il governo promette di debellarla, ma continuano a emergere casi.

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Pechino (AsiaNews/Agenzie) – Undici lavoratori disabili mentali per anni sono stati costretti  lavorare come schiavi, secondo fonti di stampa, nella fabbrica della Jiaersi Green Construction Material, nello Xinjiang. Ora la polizia ha chiuso la fabbrica. Ma la gente si chiede come sia possibile che prosegua il grave fenomeno, dopo lo scandalo dello Shanxi nel 2007 e nonostante il governo proclami continui successi nella lotta contro questa moderna schiavitù.
Fonti di stampa riportano che nella fabbrica, che produce materiali di costruzione, gli 11 disabili erano costretti a lavorare per molte ore senza interruzione, erano percossi per ogni protesta o minimo errore, mangiavano cibo per cani, senza ricevere alcuna paga, alcuni da 4 anni. Chi cercava di andare via era ripreso e malmenato.
Il proprietario Li Xinglin risponde che tutti i lavoratori erano assunti con regolare contratto e i disabili erano stati  inviati da un’agenzia del Sichuan che cura i loro interessi. Egli avrebbe pagato all’agenzia 9mila yuan per 5 dei lavoratori e altri 300 yuan al mese per ogni lavoratore.
Pare che la polizia stia cercando il titolare dell’agenzia per arrestarlo, ma è scomparso.
Le autorità ammettono che nella Cina c’è un attivo traffico di esseri umani, che la polizia non riesce a debellare. Il ministero della Pubblica Sicurezza spesso annuncia risultati trionfali: 17mila bambini e donne liberati dalla polizia e 15.673 sospetti arrestati, tra aprile 2009 e settembre 2010. Tra gennaio e luglio 2010 ci sono state 1.238 condanne di morte, all’ergastolo o per pene superiori a 5 anni di carcere, secondo dati ufficiali della Corte Suprema del Popolo. Ma questi dati trionfalistici suscitano perplessità, rispetto alle continue scoperte di lavoratori-schiavi.
Nel 2007 si scoprì che migliaia di bmbini e ragazzi rapiti erano costretti a lavorare in condizioni di schiavitù nella fabbriche di mattoni dell’Henan e dello Shanxi, costretti a lunghe ore di lavoro senza riposi festivi né ferie, lasciati a dormire in stanze fredde, con poco cibo e senza salario, sorvegliati da cani e controllori che li battevano per ogni protesta. Almeno un operaio, disabile mentale, risultò battuto a morte dal sorvegliante perché “non lavorava abbastanza veloce”. Un’indagine parlamentare rivelò esserci circa 53mila lavoratori migranti in oltre 2mila fabbriche illegali di mattoni nel solo Shanxi.
Da allora continuano a emergere casi analoghi, a conferma che il problema non è eliminato. Nel 2007 risultò che in alcune fabbriche di mattoni c’erano interessi diretti di leader politici locali.
Nel maggio 2010 la polizia ha liberato 34 lavoratori-forzati in una fabbrica di mattoni nell’Hebei e ha arrestato 11 persone per avere sequestrato, percosso, minacciato e fatte subire scariche elettriche a lavoratori migranti, per coartarli al lavoro.
Fonte

lunedì 13 dicembre 2010

COME COMBATTERE LA SCHIAVITÙ MODERNA

In questo discorso intenso ma pragmatico, Kevin Bales spiega il giro d'affari della schiavitù moderna, un'economia multimiliardaria che sostiene alcune tra le più spregevoli attività produttive del pianeta. Bales ci mette al corrente di statistiche e di storie personali tratte dalla sua ricerca sul campo e indica quale sarebbe la spesa complessiva per liberare tutti gli schiavi della Terra, oggi stesso.


Translated into Italian by Enrico Pelino
Reviewed by Tonito Solinas
About Kevin Bales
Kevin Bales is the co-founder of Free the Slaves, whose mission is to end all forms of human slavery within the next 25 years. He's the author of "Ending Slavery: How We Free Today's Slaves." Full bio and more links

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Fonte
http://www.freetheslaves.net/

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