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martedì 27 gennaio 2015

HELL BEHIND THE PICTURE


© Jeff Gusky ‘Birkenau Silhouette’ Auschwitz, Poland 1996


A newly liberated prisoner stands beside a pile of human ashes and bones, Buchenwald, April 1945.


Buchenwald, April 1945


Prisoners at Buchenwald during the camp's liberation by American forces, April 1945.


Prisoners at Buchenwald gaze from behind barbed wire during the camp's liberation by American forces, April 1945.


Prisoners, too emaciated to walk, at Buchenwald during the camp's liberation by American forces, April 1945.


Survivors gaze at photographer Margaret Bourke-White and rescuers from the United States Third Army during the liberation of Buchenwald, April 1945.


Prisoners at Buchenwald display their identification tattoos shortly after camp's liberation by Allied forces, April 1945.


As German officers and Weimar civilians bear witness, after Buchenwald's liberation, to atrocities committed at the camp, a dummy in striped prisoner garb hangs from a gallows Ñ a gruesome demonstration of one of the many public ways that inmates were murdered at the camp.


The dead at Buchenwald, April 1945.

German civilians are forced by American troops to bear witness to Nazi atrocities at Buchenwald concentration camp, mere miles from their own homes, April 1945. 


German civilians are forced by American troops to bear witness to Nazi atrocities at Buchenwald concentration camp, mere miles from their own homes, April 1945.

The remains of an incinerated prisoner inside a Buchenwald cremation oven, April 1945.


Buchenwald, 1945

All images © MARGARET BOURKE-WHITE—TIME & LIFE PICTURES/GETTY IMAGES

sabato 26 luglio 2014

‘LA SIRIA È CON TE, GAZA’

LA SOLIDARIETÀ SIRIANA E IL COMUNE DESIDERIO DI PACE

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Una fiaccolata di solidarietà per Gaza a Aleppo, Siria. Origine: pagina Facebook di Syria Stands with Palestine.

Questo post è stato originariamente pubblicato su SyriaUntold [en, come tutti i link seguenti]
“La Siria è sotto attacco, da Aleppo a Gaza” è uno dei primi slogan dei manifestanti siriani in solidarietà con i palestinesi. “Gaza e Aleppo, gloria e orgoglio”, e “Daraa è con te, Gaza”, sono altri. Dal poeta siro-palestinese Raed Wahash agli attivisti dal cuore di Aleppo, dove le bombe continuano a cadere, si vede come la solidarietà tra siriani e palestinesi è costante.
La lotta palestinese è sempre stata molto presente in Siria, ma fino al 2011 i siriani non sapevano cosa la resistenza fosse davvero.
“Soffrire sotto le bombe che il regime continua a tirarci sopra ci avvicina agli attacchi subiti dalla popolazione di Gaza e all'intera lotta palestinese”, dice uno dei coordinatori della campagna “Syria Stands With Palestine” a SyriaUntold:
“Ci sentiamo vicini più che mai e più uniti, specialmente nel campo della disobbedienza civile e della resistenza pacifica.”

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Un messaggio di solidarietà per Gaza su un edificio distrutto a Daraa, Siria. Il murales dice “Pazienza Gaza, questa è Daraa.” Fonte: Lens of a Young Horani

La decisa vicinanza della società civile siriana con la Palestina si riflette sulla dichiarazione di vari gruppi spontanei, incluso SyriaUntold, come parte della campagna “Syria Stands With Palestine” (La Siria è con la Palestina), “perché il dolore peggiore che un popolo può sopportare è l'indifferenza alla lotta e la violazione dei propri diritti.”
Questo bisogno di solidarietà internazionale è stato sottolineato anche dal blogger Syria Freedom Forever:
“Bisogna anche ricordare a tutti che la liberazione della Palestina può solo essere raggiunta attraverso il ribaltamento dei regimi autoritari nella regione, che sono complici nella sofferenza del popolo palestinese. (…) Questo è il motivo per cui opporsi a qualsiasi rivoluzione popolare nella regione non significa solo tradire la causa dei popoli della Siria, Egitto, Tunisia, Bahrain o qualunque altro, ma anche tradire la causa palestinese e il suo popolo.”
La campagna ha portato con sé anche una valanga di arte e creatività, promosse da The Syrian People Know their Way e dall'organizzazione umanitaria siro-palestinese Jafra, tra le altre. Fotografie, brochure, poster e adesivi sono stati condivisi in gran numero online, riflettendo l'unità delle due lotte.
“One concern” (unica preoccupazione) è il titolo dell'ultimo lavoro dell'artista Khaled Malek, che rappresenta un missile formato dalla combinazione delle bandiere della Siria e della Palestina. Ahmad Jalal, da Kafranbel, ha disegnato due bambini morti, uno siriano e uno palestinese, i cui angeli si tengono per mano.

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Dipinto di Khaled Malek che raffigura un missile formato dalla combinazione delle bandiere palestinese e siriana. Origine: pagina Facebook dell'artista

L'artista Hani Abbas ha raffigurato una madre con un bambino sulle ginocchia, nel campo devastato di Yarmouk, con il messaggio, “Dio protegga la nostra famiglia a Gaza”.
La solidarietà non si limita ad essere espressa solo in rete. Il suo impatto è stato notato anche sul campo. Sit-in e fiaccolate si sono svolte in città come Aleppo, con gli slogan “Aleppo e Gaza, stesso orgoglio”, e “Noi non saremo sconfitti, malgrado i bombardamenti, la distruzione e i proiettili della morte.”
Anche i siriani delle Alture del Golan hanno espresso la loro solidarietà con i palestinesi. Comunque, l'immagine più chiara della resistenza è arrivata dal campo profughi di Yarmouk, dove i siro-palestinesi subiscono l'assedio del regime da oltre un anno ormai. “Il campo di Yarmouk resiste con Gaza contro l'aggressione sionista”, è lo slogan visto su dei cartelli in tutto il campo.
Anche dei  personaggi famosi siriani hanno usato i social media per esprimere la loro solidarietà verso Gaza. Il legale Michel Shammas scrive: “Gaza, vittima dell'aggressione israeliana e dei calcoli sbagliati di Hamas”.
Il poeta Khawla Dunia ha criticato la posizione della comunità araba riguardo alla Palestina. “L'arabismo è una bugia utilizzata dai tiranni”, ha detto su Facebook.
Maher Sharaf al-Din ha messo a confronto la detenzione nelle prigioni israeliane e in quelle di Assad, collegando le due forme di occupazione. “I prigionieri dell'occupazione israeliana sono in sciopero della fame, quelli di Alawite muoiono di fame”.
La solidarietà della Siria per Gaza è l'unione del debole con il debole, dell'oppresso con l'oppresso, di quelli che cercano un mondo di pace creato per la pace, che non è mai stato testimone di pace.

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Una madre col figlio sulle sue ginocchia, nel campo devastato di Yarmouk in Siria, grida “Dio proteggi la nostra famiglia a Gaza”, realizzato dall'artista Hani Abbas. Fonte: pagina Facebook dell'artista.

Questo post è stato precedentemente pubblicato su SyriaUntold.
Fonte

lunedì 27 gennaio 2014

SHOAH

CIÒ CHE DISTINGUE IL GENERE UMANO DAL REGNO ANIMALE È CHE IN QUEST'ULTIMO È SCONOSCIUTA LA MALVAGITÀ FINE A SÉ STESSA.

Alessandro Morandotti, Minime, 1979/80

German guards being forced to put corpses of deceased prisoners into a mass grave at the Bergen Belsen concentration camp.

domenica 27 gennaio 2013

LA NEBBIA NON OFFUSCA LA STORIA

MAI DIMENTICARE
PER POTER GUARDARE AL FUTURO

© Jeff Gusky ‘Birkenau Silhouette’ Auschwitz, Poland 1996 © Jeff Gusky ‘Birkenau Silhouette’ Auschwitz, Poland 1996

“Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente con l'intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l'informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l'ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti.”—Primo Levi
Link: http://www.primolevi.it/

giovedì 7 giugno 2012

CAOS CONGO

Il paese è scosso dalla guerra e da influenze internazionali nefaste. “La crisi è la peggiore che si sia vista in anni. L’attività dei gruppi armati è letteralmente esplosa, con le milizie ad essere responsabili della maggior parte del caos. La popolazione locale è letteralmente saccheggiata”


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Le braci della Prima Guerra Mondiale Africana covano ancora sotto le ceneri di una pace e periodicamente qualcuno le riattizza
CONGOFOLLIA - Il Congo non è solo uno dei più grandi e ricchi paesi africani, ma fin dalla colonizzazione europea dell’Africa e dalla sua spartizione al Congresso di Berlino nel 1885 è soprattutto il tragico specchio dell’influenza bianca nel cuore dell’Africa nera. Affidato come possedimento privato al re del Belgio Leopoldo II, fu teatro del primo genocidio sistematico per mano della compagnia commerciale attraverso la quale Leopoldo sfruttava i possedimenti, con tale furore che in una decina d’anni dimezzò la popolazione della colonia e con tale sprezzo delle apparenze da costringere il parlamento belga a spogliarlo del suo potere diretto sulla colonia. Il mondo inorridito vide allora le foto dei bambini mutilati congolesi, mutilati per costringere i genitori al lavoro e all’obbedienza e le pressioni sul Belgio si fecero insopportabili, pressioni da parte di altri paesi che non avevano nessuna remora a sostenere la legittimità del colonialismo, ma che non potevano giustificare comunque un tale livello di barbarie presso le loro opinioni pubbliche.

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IL COLONIALISMO NEFASTO - Con il nuovo secolo il Congo finì sotto l’amministrazione belga, ma non ne trasse gradi vantaggi e ancora meno ne trasse al momento della decolonizzazione, quando i belgi uccisero il primo leader congolese liberamente eletto, Patrice Lumumba, e lo rimpiazzarono con un dittatore selvaggio e collaborativo come Mobutu, alla morte del quale il paese è letteralmente collassato sotto la pressione di diversi gruppi armati sostenuti dai paesi confinanti e dalle compagnie minerarie che volevano scalzare l’aristocrazia del settore, saldamente legata al defunto dittatore.
L’ASSALTO ALLE MINIERE - Ne uscì una guerra alla quale presero parte ufficialmente otto paesi africani e meno ufficialmente diversi paesi occidentali, che lasciò sul terreno 5 milioni di morti, in gran parte civili, al margine della quale si consumò anche la tragedia Ruandese tra Hutu e Tutsi. Proprio per quegli eventi è stato condannato ieri Callixte Nzabonimana, ex ministro della gioventù del Ruanda, riconosciuto responsabile di genocidio, cospirazione, incitamento e sterminio da una corte dell’ International Criminal Tribunal for Rwanda (ICTR), un tribunale internazionale africano chiamato a giudicare sull’olocausto ruandese. LA SOLUZIONE CONGOLESE - Diversa invece la sorte di quanti si sono macchiati di crimini simili in Congo, che in mancanza d’azione da parte del governo congolese sono finiti nel mirino del procuratore del Tribunale Penale Internazionale Luis Moreno Ocampo, specializzato nella messa in stato d’accuso di criminali africani, uno che durante il suo mandato non ha mai incriminato un bianco o un esponente di un governo che non fosse africano.

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IL PROCURATORE - Proprio un’iniziativa di Ocampo, che ha emesso un mandato di cattura per un generale congolese ormai in qualche modo amnistiato e integrato nell’esercito nazionale con la sua milizia, ha dato di nuova la stura a estese violenze nella zona del Kivu. Un’area al confine con il Ruanda che oltre ad essere clamorosamente ricca di minerali preziosi è ormai da anni il santuario di gruppi di ex combattenti, esuli ruandesi e signori della guerra che in qualche modo aspirano al controllo delle miniere e dei traffici di minerali. Bosco Ntaganda, un tempo vice di Tomas Lubanga (già condannato) del Congrès national pour la défense du people (CNDP) non è stato ad attendere l’arresto, anche se le autorità congolesi hanno smentito di avere l’intenzione di eseguire l’ordine del TPI ha preso i suoi uomini e si è dato alla macchia. Il che significa che i suoi uomini si sono lanciati in una campagna di saccheggi che presto li ha portati a evitare gli scontri con le altre milizie locali, con l’esercito congolese e con la MONUC e a concentrarsi sulla rapina dei civili inermi.

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IL TRIBUNALE - Proprio alcuni giorni fa il TPI ha respinto un’analoga domanda da parte di Ocampo nei confronti di Sylvestre Mudacumura, un comandante sul campo delle truppe ruandesi coinvolte in numerosi massacri, il giorno prima aveva respinto l’appello di Ocampo contro la chiusura del caso di Callixte Mbarushimana, come Mudacumura un membro del FDLR. Non è una novità, Ocampo ha accusato un discreto numero di personaggi simili senza riuscire poi a portarli a giudizio perché non si era nel frattempo procurato le prove o perché aveva formulato accuse ritenute irricevibili.
LA CRISI UMANITARIA - “La crisi in Congo è la peggiore che si sia vista in anni. L’attività dei gruppi armati è letteralmente esplosa, con le milizie ad essere responsabili della maggior parte del caos. La popolazione locale è letteralmente saccheggiata”, afferma il locale incaricato di Oxfam, Samuel Dixon: “Larghe zone del Nord e del Sud del Kivu sono sotto il controllo di gruppi armati. Secondo l’ONU i rifugiati sarebbero più di centomila, molti dei quali riparati in Uganda e Ruanda, dove almeno sono al riparo dalla furia cieca delle milizie, che si abbattono sui villaggi indifesi depredandoli, uccidendo un gran numero di persone, stuprando sistematicamente le donne e spesso rapendo i bambini che poi arruolano con la forza e le minacce.
IL GOVERNO - Il governo congolese è inerme, pur migliorato l’esercito congolese non è in grado di rincorrere e stanare nelle giungle del Kivu i ribelli e per ora si è limitato a processare per diserzione e ribellione un colonnello e un tenete colonnello, condannandoli a morte in contumacia e facendolo sapere. Altri otto ufficiali catturati sono stati condannati all’ergastolo, ma è chiaro che non saranno le condanne a far desistere gli ammutinati e i signori della guerra che stanno approfittando del rinnovato caos.
CHE FARE? -  Durante il processo sarebbe emerso quel che già si sapeva, che fin da marzo Ntaganda, soprannominato Terminator, si era preparato alla ribellione. Le dinamiche che hanno portato a questo nuovo disastro umanitario sono abbastanza evidenti, ma al contrario non è per nulla evidente quale soluzione potrà essere messa in campo per far tacere le armi o costringere gli uomini di Ntaganda alla resa, a meno di non impegnare il contingente MONUC e l’esercito congolese in una battaglia senza quartiere destinata ad amplificare ulteriormente le sofferenze delle popolazioni civili.
Fonte

NEL REGNO DI LEOPOLDO

«Nella maggioranza dei casi, l’indigeno deve compiere ogni due settimane un viaggio di un giorno o anche più per raggiungere nella foresta un luogo con una quantità sufficiente di alberi della gomma. Qui conduce una misera esistenza. Deve costruirsi un riparo temporaneo che non può sostituire la sua capanna; non ha il suo cibo abituale, è esposto alle intemperie del clima tropicale e agli attacchi di bestie feroci. Deve poi portare il prodotto raccolto all’agenzia dell’amministrazione (o della compagnia); solo allora può tornare al suo villaggio, dove rimane appena due o tre giorni, prima che gli venga assegnato un nuovo compito. Di conseguenza la maggior parte del suo tempo è occupata nella raccolta del caucciù». Così si legge nella relazione della commissione d’inchiesta del 1906.
Ogni villaggio doveva consegnare all’amministrazione 5 pecore o maiali, o 50 galline, 125 carichi di manioca, 60 kg di caucciù, 15 di granturco o arachidi e 15 di patate dolci. L’intero villaggio doveva lavorare un giorno su quattro alle opere pubbliche.

L’adempimento degli obblighi veniva assicurato da guardie africane reclutate in altre regioni, o da agenti prezzolati dello stesso villaggio. Con l’incoraggiamento dell’amministrazione, guardie e agenti perpetravano atti di inaudita ferocia: portavano via donne e beni; al minimo segno di resistenza mutilavano i malcapitati o li uccidevano.

Spesso le compagnie organizzavano contro i villaggi spedizioni punitive nel corso delle quali - secondo il rapporto della commissione - uomini, donne e bambini venivano uccisi senza pietà. Con tali metodi le compagnie concessionarie e lo stesso Leopoldo intascarono decine di milioni.

Con le rendite provenienti dal Congo, Leopoldo assicurò a ogni membro della numerosa famiglia reale un reddito annuo fra i 75 mila e i 150 mila franchi; acquistò in Belgio e in Francia vaste proprietà terriere per un valore di 30 milioni di franchi... Effettuò spese enormi per corrompere la stampa, creando un apposito ufficio che mascherasse i suoi crimini.

Fonte
Vedi anche:
http://www.reportafrica.it/articoli.php?categoriacod=CUL&idarticolo=240

venerdì 27 gennaio 2012

LA TESTIMONIANZA

Sono Gianfranco Maris sono nato a Milano il 24 gennaio del 1921.

Dead bodies at the Gusen sub-camp






clip_image001 L'8 settembre mi coglie in Croazia, in una situazione che era diventata particolarissima proprio nell'ultimo mese. Vi erano dei battaglioni della milizia volontaria sicurezza nazionale, fascisti. Anche loro dopo il giugno del 40, cioè dopo l'entrata in guerra dell'Italia, erano stati mandati al fronte ed erano in Croazia. Il 25 aprile del 1943 io operavo nella zona di Bromoravizze. Fui chiamato ad Oguli dal comando di reggimento che mi si impose di prendere sotto il mio comando una compagnia di milizia volontaria sicurezza nazionale del Battaglione San Giusto che doveva essere ricondotta nell'ambito dell'esercito. Infatti non potevano più avere la camicia nera e i fascetti alle mostrine, dovevano avere le stellette. Anche i loro ufficiali diventavano soldati semplici. Io inglobai nel reparto che comandavo questi cento uomini. L'8 settembre 1943 questi uomini erano inquadrati nel mio reparto ormai da un mese e quindici giorni. Dopo pochi giorni mi resi conto che ormai il comando di reggimento era scomparso - i comandi stessi non esistevano più - e che si era dissolto tutto. Tutti avevano preso disperatamente la strada di casa con tutti i mezzi possibili e immaginabili. Io mi trovai solo, a centinaia di chilometri dal confine con l'Italia, senza sapere cosa fare. Allora presi contatti con i comandanti partigiani della zona. Avevo una formazione politica che mi sospingeva verso una presa netta di posizione a favore dei partigiani e volevo schierarmi al loro fianco nella lotta che io avevo ritenuto e conosciuto come una lotta sacrosanta.
Qui comincia il dramma, perché i partigiani mi dicono che posso entrare nelle loro formazioni, però vogliono la consegna di quei cento uomini della milizia volontaria sicurezza nazionale che erano stati inglobati nel mio reparto. Evidentemente per me ciò non era assolutamente possibile. Quindi fui costretto a iniziare - credo unico nella storia dell'esercito italiano - una ritirata militare con tutte le regole consentite per poter garantire sia la sicurezza degli uomini del mio reggimento, sia di quelli che avevo cooptato dopo il 25 luglio del 1943. Furono marce molto lente, con fiancheggiamenti e avanguardia, per un centinaio di chilometri in una situazione disperata perché avevamo soltanto poche gallette. Ogni giorno mangiavamo solo mezza galletta bagnata nell'acqua, per giorni e giorni, fino a quando siamo riusciti ad arrivare a Fiume prima e poi a Trieste. Fra Fiume e Trieste tutti presero la strada che ritenevano più conveniente per poter tornare a casa in sicurezza e anch'io, finalmente solo, riuscii a rientrare in Italia.
Fatalmente per la resistenza io ero un elemento prezioso, in quanto della vita non sapevo nulla, ma essendo praticamente passato dai banchi di scuola alla guerra della guerra sapevo tutto. Avevo fatto tre anni al fronte e conoscevo tutte le tattiche della guerriglia. Siamo ai primi di novembre del 1943.Vengo mandato in Val Brembana e in una valle che parte da San Giovanni Biancola, la Valtaleggio, organizzammo un gruppo partigiano abbastanza numeroso. Non erano gruppi foltissimi, ma di venti trenta persone. Siamo riusciti a metterlo in piedi nel corso di circa un mese. I mezzi erano infimi. Non avevamo neanche mezzi finanziari. Ricordo che avevo cinquecento lire da parte e che le usai per far vivere il gruppo. Ci sostentavamo mangiando soltanto fagioli bolliti e polenta.
Le vicende di questo gruppo partigiano finiscono, per quanto è a mia conoscenza, rapidamente. Perché verso il 20 di gennaio il Comando militare di Milano mi chiede di ritornare a Milano in quanto ha bisogno di un comandante in Valtellina dove il gruppo armato è molto più consistente. Scendo a Milano con Abele Saba, ma separatamente, io seguendolo da lontano, e andiamo a prendere un treno dalla Stazione Centrale per Lecco. Quando giungiamo a Lecco continuo a seguirlo da lontano, ma poi mi affianco a lui e proprio in quel momento, di fronte alla sede del Comune di Lecco, ci troviamo circondati dalle SS. Non li avevo visti, evidentemente erano nascosti nel Comune e sono usciti alle nostre spalle. Io mi sono trovato con tre, quattro, cinque mitra puntati alla testa, e così Abele. Ci hanno separato immediatamente, ci hanno fatto percorrere un po' le vie della città per esporre il trofeo di caccia, poi ci hanno fatti salire separatamente in due vetture. Dopo una sosta in una caserma e qualche ora passata su un tavolaccio, isolato, fui portato a Bergamo.
clip_image001[1] A Bergamo fui messo in una cantina della casa delle SS, poi in un'altra cantina trasformata in una serie di celle, che era in una piazza - oggi Piazza delle Libertà - alle spalle del Tribunale. E' una grande piazza con un grande e moderno immobile. Mi misero sotto la sorveglianza della Guardia Nazionale Repubblicana fascista, però di proprietà e di riserva della Gestapo. Fui tenuto 11 giorni e 11 notti. Quelli della Guarda Nazionale Repubblicana, mi massacravano di botte per divertimento ma non mi interrogavano. Ogni tanto entrava qualcuno e mi massacrava di botte. Ero isolato in cella e di notte avevo l'interrogatorio delle SS. Furono undici notti di interrogatori, nel corso dei quali presi la posizione più assurda di questo mondo, perché continuai a dire che non conoscevo la persona con la quale ero stato arrestato e catturato. Non l'avevo mai vista, non sapevo chi fosse. La mia situazione personale tuttavia era drammatica, in quanto ero stato preso con le armi addosso e con due borse nelle quali c'erano materiale di propaganda e armi.
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La prima cosa che mi dissero era che sarei stato fucilato, perché il bando della Repubblica Sociale Italiana stabiliva che coloro che venivano presi armati dovevano essere immediatamente fucilati. Ma mi dissero anche che qualche speranza di non essere fucilato avrei potuto averla se avessi detto qualche cosa. Io invece continuavo ad insistere che non sapevo niente, che non conoscevo nessuno e che quelle armi le avevo perché le conservavo per ricordo. Una posizione quasi offensiva, che però ritenevo giusta in quel frangente, sia per la situazione generale del paese, sia per la scelta che avevo fatto.
Sia Saba che io eravamo sotto la giurisdizione della Gestapo. Abbiamo saputo dopo che non ci avevano presi a caso, ma eravamo stati denunciati, quindi ci attendevano. C'era un piccolo gruppo staccato di partigiani che era stato catturato, e credevamo che fossero stati fucilati tutti, invece uno non era stato fucilato e Saba nel momento in cui fu catturato a Lecco lo aveva visto. Io invece non l'avevo visto e quindi non avevo potuto formulare nessun collegamento. Sta di fatto che comunque i Tedeschi non volevano fucilarmi immediatamente e speravano di poter avere le informazioni che volevano. Mi trasferirono nel carcere di Sant'Agata di Bergamo, che era nel braccio del Tribunale militare tedesco, sezione di Bergamo distaccata da Verona, e io proseguii con la mia istruttoria per novanta giorni. Sottoposto al mio medesimo trattamento, in un'altra cella c'era Abele Saba.
clip_image001[2] Sia Saba che io fummo condannati a morte, però sia lui che io, forse per una scelta di opportunità, non fummo fucilati. Fummo prelevati una mattina, separatamente, e su itinerari diversi fummo entrambi mandati in un campo di sterminio, o campo di annientamento, KZ. Io fui mandato a Milano al carcere di San Vittore, per sette o otto giorni, il tempo forse necessario a preparare il convoglio, e da lì fui mandato a Fossoli.


Fossoli

Eravamo un gruppo abbastanza numeroso, tutto di politici. A Fossoli rimasi fino al 20 di luglio. Nel campo di Fossoli, i partigiani avevano organizzato una struttura interna segreta che aveva come finalità e sogno quella di poter liberare il campo con un colpo di mano. Il comandante di questa struttura era Leopoldo Gasparotto, poi c'era una serie di giovani partigiani. Anche io ero giovane allora, avevo ventitré anni. Non fu possibile fare questo perché Gasparotto il 21 di maggio 1944 fu preso, portato fuori dalla baracca in calzoncini corti e caricato su una vettura. Poco tempo dopo abbiamo visto rientrare un ciclo con dietro un cassonetto, da cui abbiamo visto colare del sangue. Era il corpo straziato di Leopoldo Gasparotto. L'11 di luglio vengono prelevati sulla piazza dell'appello settantuno uomini. Dicono che dovranno partire per la Germania l'indomani mattina. In realtà un gruppo di ebrei era stato mandato al poligono di tiro del Cibeno e avevano scavato una fossa lunghissima. Questi uomini - per la verità non tutti e settantuno - vengono poi assassinati l'indomani mattina sull'orlo di questa fossa.
A Fossoli il mio numero era il 315 ed ero nella baracca 19. Siamo stati portati al Po con dei pullman, poi abbiamo attraversato il Po su dei barconi. Mi ricordo che anche lì in un certo gruppo volevamo far affondare il barcone ma era una scelta che nell'immediatezza non poteva essere fatta. C'erano anche dei vecchi che non sapevano nuotare, c'erano i giovani o le donne. Noi partigiani potevamo essere anche nuotatori capaci di superare la corrente del fiume o di lasciarci trascinare più a valle, ma gli altri sarebbero morti. Passiamo con i barconi, veniamo caricati nuovamente su altri pullman e andiamo a Bolzano. A Bolzano ci fermiamo pochi giorni, non più di otto. Siamo partiti al mattino e alla sera eravamo già a Bolzano. Non ci siamo neanche fermati a Verona. A Bolzano non ricordo che mi abbiano dato un altro numero. Ci hanno messo in camerate che erano come degli hangar, alti e separati l'uno dall'altro da muri alti che superavano di poco il livello dell'ultimo castello, senza chiudere tutta la camerata fino alla cima. Per cui c'era comunicazione tra una camerata e l'altra. Siamo stati caricati su un treno molto lungo, in vagoni bestiame. Con me, nello stesso vagone, c'erano anche dei preti. 01_352-288
Il viaggio fu interrotto da soste continue lungo sui binari, o per via dei bombardamenti, o per dare la precedenza ad altri treni. Era fine luglio e i disagi di cinquanta o sessanta persone in un vagone erano tanti. Era una situazione disastrosa, anche se fra di noi la comprensione e la tolleranza era infinita. Nessuno veniva disturbato dall'altro, però fame, sete e fetori creavano grave disagio. Arriviamo di notte a Mauthausen. La stazioncina era come quelle svizzere, una baracca di legno e nient'altro. Vediamo che si chiama Mauthausen, nome che a noi non diceva niente. Invece con noi c'era un avvocato di Milano, Barni, al quale è venuta una sincope perché era stato prigioniero di guerra a Mauthausen nella prima guerra mondiale. E per lui Mauthausen voleva dire fame, sofferenza, sete e dolore. Quando il treno stava per entrare in stazione, i preti che erano con noi hanno pensato che se avessero indossato l'abito talare, questo avrebbe potuto aiutarli. Quindi si misero tutti la tonaca. Invece quando scendiamo, appena le SS con i cani vedono i quattro preti con l'abito talare, si avventano di loro e li massacrano di botte. Questo comincia ad essere per noi un elemento di riflessione, di giudizio su quello che sarebbe stata la nostra condizione. Dopo questo episodio ci inquadrano e iniziamo una faticosa salita. Fra di noi c'erano anche molte persone anziane. Non eravamo tutti giovani della resistenza armata, c'erano patrioti, uomini politici, tipografi, tutti quelli che avevano in qualche modo partecipato alla resistenza. La strada per il campo KZ di Mauthausen era in salita a quattro chilometri circa dalla stazione. 
Arriviamo nel campo di Mauthausen, ancora lontani dall'alba, e ci mettono subito a destra, tutti in fila e in piedi. Qualcuno passa e ci dice che ci toglieranno tutto, allora io che avevo con me una fotografia di mia madre, dico a Braccesco "ci toglieranno tutto, ma a te le stampelle le lasceranno. Lascia che infili sotto l'imbottitura delle tue grucce la fotografia di mia madre. Poi me la darai". E così facciamo. Sta di fatto che quando viene l'alba e arrivano loro, Braccesco che non aveva una gamba, un giovane partigiano che aveva il bustino, un vecchio che avevo aiutato a salire e un prete, un uomo enorme che mi pare fosse di Bologna, vengono prelevati e portati giù da una scaletta. Poi ci rendiamo conto che non tornano più. Non sappiamo ancora esattamente che lì c'è una camera a gas, però questo è un ulteriore messaggio. Vediamo che sono tolti quelli che non sono idonei al lavoro, mentre noi veniamo portati da un'altra parte, spogliati - ci portano via tutto -, rasati, disinfettati e ispezionati per vedere se per caso avessimo ancora qualche cosa. Non avevamo proprio più niente. 02_352-288
Fummo portati in una baracca di quarantena, ai limiti del campo. Erano i giorni nei quali Mauthausen era una vera e propria macelleria per i cospiratori contro Hitler, all'interno dell'esercito tedesco. Ogni giorno pervenivano numerosi tedeschi prigionieri e li fucilavano. Ci distribuiscono un berretto. Siamo nudi e dormiamo sull'impiantito. Non ci sono castelli, non ci sono coperte. Dormiamo uno a fianco all'altro, così fitti che se uno si gira su un fianco si deve girare tutta la fila, con un effetto domino da una parte e dall'altra. Non abbiamo uno spazzolino da denti, non abbiamo un cucchiaio. Però abbiamo un cappello. Ci cominciano a dare una zuppa. Ogni gamella è riempita di zuppa per due persone. Non siamo più soltanto Italiani, con noi ci sono Croati, Serbi, Cecoslovacchi, Russi, di tutta Europa in senso allargato. Quindi tra di noi ci sono enormi difficoltà di lingua. Non abbiamo un cucchiaio e siamo in due a prendere la zuppa. In qualche modo ci intendiamo. La prendiamo a sorsi, come mangia un maiale: un sorso io e un sorso te. Però abbiamo il berretto. La storia della zuppa va avanti per tutti i giorni che rimaniamo lì e parallelamente si sviluppa una sorta di educazione mutuando il linguaggio militare. Veniamo inquadrati fuori dalla baracca alla mattina e al pomeriggio. Noi nudi in fila con il nostro berretto. E per ore il comando è Mützen ab, Mützen auf. Mützen ab, Mützen auf. Su il berretto, giù il berretto.
Siamo nuovamente smistati in altri blocchi sempre di quarantena, e qui ci vengono distribuiti degli abiti. Siamo vestiti nella maniera più svariata. A me è capitato un paio di pantaloni forse dell'armata polacca, poi una giubba verde con tanti bottoni che non so da quale esercito provenisse e una camicia. Altri ebbero quelle cose a righe che conosciamo. Ormai l'iconografia è nota. Poi passano e ci mandano al lavoro. Data la mia specializzazione, mi mandano a lavorare nella cava di pietra, mentre gli operai vengono mandati in fabbrica alla Steyr. Naturalmente ci hanno già dato il numero, che viene messo sul petto e sui pantaloni, con il triangolo rosso con la scritta 'IT'. Il mio numero, lo ricordo ancora oggi, era 82.394. Capii immediatamente che questo numero dovevo capirlo in tedesco, perché altrimenti ogni volta che facevano l'appello si prendevano delle gran botte. Alla cava sotto Mauthausen passo pochi giorni di agosto dopo la quarantena. Poi passo a Gusen 1, dove rimango per il resto della mia deportazione, lavorando sempre alla cava. Alla cava rimango il resto del mese di agosto, settembre, ottobre, novembre e dicembre. C'erano dei detenuti che mettevano le mine per far saltare la parete. Facevano i buchi con il martello pneumatico, vi infilavano della gelatina, della dinamite, secondo anche le indicazioni del Meister, poi la facevano saltare e crollava. Noi nella cava trasportavamo soltanto il materiale, o individualmente sulle spalle, oppure con quella che gli Spagnoli chiamavano una barriquella, una barella con due bastoni, uno davanti e uno di dietro, dove si caricavano i pezzi più grossi, fino a trenta quaranta chili. All'estremo limite della cava vi erano una serie di frantoi, che frantumavano questi massi in pezzetti di varie grandezze, anche fino alla sabbia. Oppure venivano caricati su treni.

ebrei prigionieri trasportati nei campi di concentramento
A seconda del lavoro che ho fatto, a Gusen ho attraversato tre baracche, la 31, la 26 e la 14. Da fine gennaio alla liberazione sono stato al blocco B, che era fra i blocchi più prossimi all'ingresso del campo. Verso la fine di dicembre - i sacchetti di cemento pesavano cinquanta chili ognuno - io ero ancora in forza, ce la facevo abbastanza. A gennaio mi mandano a lavorare nel Transportkolonne. Trasportavamo da un'ala all'altra della fabbriche, la Steyr, casse e materiale per il trasporto esterno. Per poco tempo, perché poi sono andato a scavare le gallerie. Lì dopo che abbiamo finito di scavare, abbiamo scaricato dalla ferrovia macchinari che arrivano dall'Italia. Erano state predate e rapinate in Italia. Alcune, anche macchine nuove, non ancora utilizzate. Alla fine di questo lavoro, fui trasformato in operaio all'interno della galleria.
Il cibo era inesistente. All'inizio ogni pagnotta viene divisa in sei. Poi viene divisa in otto e via in una progressione che porta, nell'ultimo mese, a dividere la pagnotta in ventiquattro. Una pagnotta di un chilo divisa in ventiquattro fette per il lungo. Alla mattina una gabellina di un liquido nero. Dicevano fossero zucche abbrustolite e bollite per trovare questo estratto dolciastro nero, uno dei tanti fantasiosi surrogati di caffè. A mezzogiorno un litro di zuppa, una brodaglia i cui elementi - pochi, perché era molto brodaglia - erano semplici barbabietole da foraggio, di quelle lunghe e bianche. Alla sera invece una fetta di pane, un dado di margarina e un dado di un insaccato strano, in tutto venticinque o trenta grammi di roba. Questa era l'alimentazione.
Il lavoro durava dodici ore di giorno o dodici ore di notte a seconda dei turni. I turni esistevano soltanto quando si scavavano le gallerie e nelle fabbriche. Non si facevano alla cava di pietra. Le sevizie vorrei dire che erano infinite. Trascuro la violenza individuale del capo campo, del capo blocco, del capo lavoro o del kapò, che in ogni squadra ti picchiava e ti derubava il cibo. Trascurando tutta questa violenza, guardiamo per un attimo la violenza globale, quella di regime. Una volta la settimana ci portavano a fare la doccia. Arrivavamo dopo il lavoro alle sei di sera, ci spogliavamo nudi e nudi ci mettevamo fuori dalla baracca. Era pieno di neve. Attraversavamo il campo innevato e arrivavamo a metterci in fila dietro altri gruppi che ci precedevano per fare la doccia. Quando uscivi dalla doccia, non avendo né sapone né asciugamano, eri soltanto bagnato di acqua gelida, o calda. Uscivi bagnato e nudo ripercorrevi a ritroso il cammino nella neve per andare alla tua baracca e poterti vestire. E' evidente che questo era un modo per far morire la gente.
clip_image004[1] visualizza il filmato
Ulteriore tortura collettiva, anche se poi si traduceva in una tortura individuale, era quella del Lauskontroll, il controllo dei pidocchi. Ogni sera questo rito del controllo pidocchi faceva una serie infinita di vittime. Non era preso l'individuo, tutto il blocco doveva ogni sera spidocchiarsi. Allora nella incerta luce della baracca, prendevi la tua camicia e guardavi nelle giunture se c'era qualche pidocchio. Dopo aver ben guardato, tutti passavamo davanti al kapò, il quale seduto su uno sgabello guardava e per ogni pidocchio che non avevamo visto distribuiva cinque bastonate. Una volta, fra Natale e Capodanno, con un freddo tremendo e il campo pieno di neve, mi trovarono cinque pidocchi. Il rito era di mettere tutti i disgraziati a cui avevano trovato i pidocchi in fila da una parte. Poi c'era uno sgabello sul quale ci si doveva piegare. Il vice kapò, il sotto semi vice, il quasi aiuto kapò, tutti desideravano usare il bastone di legno lungo. Un pidocchio cinque bastonate. Io che avevo cinque pidocchi, venticinque bastonate. Non solo. Mi fecero arrampicare sulla porta esterna della baracca e mi fecero mettere gli abiti sotto la neve, in cima alla baracca. Nudo tutta la notte, l'indomani mi fecero uscire per mandarmi nudo a fare la doccia, attraversando tutto il campo coperto di neve. Tornato nudo, mi arrampicai, ripresi gli abiti e andai a lavorare.
Anche l'appello era una tortura perché non ti potevi muovere per delle ore. Per andare a lavorare alle sette del mattino, la sveglia era alle cinque. C'erano ventimila persone e tutte le contavano. Alla sera quando si ritornava c'era un altro appello, e bisognava portare con sé, trascinandoli a spalla, anche i morti. L'appello si faceva con i vivi in piedi e i morti per terra, in modo che tornassero esattamente i numeri che erano stati annotati al mattino all'uscita per andare sul posto di lavoro.
Alla vigilia del giorno 21 aprile 1945, per noi era chiaro che la guerra stava per finire perché sentivamo i bombardamenti e passavano tanti aerei da oscurare il sole. Si sentivano anche i cannoni e l'artiglieria di campagna. Ci riuniscono sulla piazza dell'appello di Gusen, passa il capo campo, il comandante delle SS con alcuni ufficiali e i comandanti dei blocchi. Uno per uno tirano fuori seicento deportati. Tra gli altri l'architetto Banfi, che era insieme a Rogers in un grande studio di architetti di Milano. Noi cerchiamo attraverso qualche trucco di farlo rientrare, di fargli cambiare collocazione. Lui era talmente consapevole che non ha voluto tornare indietro, è rimasto lì. Li hanno gasati tutti nella notte. Poi li hanno messi in una baracca svuotata, sigillandone porte e finestre con la carta incollata. Io credo che questo sia emblematico di tutto. Possiamo parlare finché vogliamo di quello che è stata la deportazione, ma quando diciamo che il 21 aprile questi uomini, alla vigilia della loro fuga dal campo, fanno una selezione per gasare seicento esseri umani, abbiamo la misura della criminalità del totalitarismo nazista e fascista.
clip_image001[3] Il giorno della liberazione io ero a Gusen, uno dei pochi che stava ancora in piedi. Mille volte mi sono sentito dire "chissà che gioia hai provato!". Ebbene, io non ho provato questa gioia. Non so quale perversione, quale strana vicenda era maturata in me. Ma dentro ero devastato, avevo visto troppa gente morire. Forse perché anche prima ne avevo visti morire troppi in guerra. Avevo visto tanti compagni giovani, avevo passato due grosse battaglie in Croazia dove erano morti centinaia e centinaia di uomini del mio reggimento, giovani, miei compagni di corso. Avevo visto troppa gente fucilata e impiccata. E poi a Mauthausen ho visto troppa gente morire assassinata. Ero contento, ma non ero felice. Ero contento ma ero triste.
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Fu esattamente il pomeriggio del 5 maggio. Si è aperta una porta ed è entrata una camionetta. Sopra c'erano due persone, non è che è arrivato un reparto intero. Hanno fatto un po' di fotografie e detto qualche parola. Credo che uno fosse italoamericano, per cui masticava qualche cosa di un dialetto antico. Poi sono andati via.
clip_image001[4] Il mio ritorno è stato particolarissimo. Mi trovavo una sera a passeggiare fuori da Gusen, proprio fuori dal campo, era la fine di giugno. Eravamo rimasti cercando di aiutare quelli che non camminavano più, che dovevano essere ricoverati in ospedale, che dovevano essere aiutati per mangiare. Abbiamo fatto il nostro dovere fino all'ultimo nei confronti dei nostri compagni. Oramai la fase drammatica era passata, quella subito dopo la liberazione, quando avevamo avuto morti a non finire, perché mangiavano ciò che non potevano più mangiare. Erano state distrutte anche le strutture fisiche per digerire il cibo. Superato questo ormai la situazione era più quieta. Quelli che ancora erano molto malati erano negli ospedali e andavano organizzandosi i trasporti. Io passeggiavo con alcuni compagni davanti al campo quando vediamo arrivare un'autolettiga dell'armata americana. Arriva vicino a noi e scende un soldato che ci chiede se conosciamo Ludovico Belgioioso. "E' questo qui", uno dei compagni lì con noi. Allora scende un ufficiale italiano, Cicogna, il cugino o il cognato di Belgioioso, che essendo nell'armata degli alleati, aveva risalito l'Italia nei reparti italiani. Noi eravamo riusciti a far sapere per radio chi erano i presenti superstiti a Gusen e il cognato di Belgioioso aveva sentito che a Gusen era superstite Ludovico. Si era fatto dare un'autolettiga dal suo comando e con i soldati era venuto fino a Gusen, imbattendosi proprio in noi. A questo punto siamo saliti tutti su quella lettiga. Eravamo cinque, Ravelli, Belgioioso, Emanuele Flora, il Maggini ed io. E siamo arrivati in Italia così.
Fonte

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Birkenau: magazzini pieni di scarpe e vestiti, fotografati dopo la liberazione United States Holocaust Memorial Museum, Washington DC


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Fotografia realizzata clandestinamente presso il Krematorium V, agosto 1944, da un membro non identificato del Sonderkommando di Auschwitz e fatta uscire di nascosto dal campo grazie alla fuga di un membro della resistenza polacca. (Archivio di Stato Auschwitz – Birkenau)

Austrian civilians load Gusen bodies onto cart for burial


Crematorium at the Gusen I sub-camp

Two Italian sisters who survived in Gusen for two years

http://www.nizkor.org/hweb/camps/gusen/dok/lasc001x.htm

venerdì 20 gennaio 2012

MAUTHAUSEN LA "MUSICA" DI NOI MAIALI

Dal libro-testimonianza di Gianfranco Maris: una scodella di zuppa ogni due deportati, ricordo come fosse ora il rumore di quelle sorsate.

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GIANFRANCO MARIS
Gianfranco Maris, noto avvocato penalista, senatore del Pci dal 1963 al 1972, membro del Csm dal ’72 al ’76, attuale presidente dell’Aned (Associazione nazionale ex deportati politici) ha oggi 91 anni. Militante nelle file del partito comunista clandestino e poi della Resistenza milanese, ne aveva 23 quando da Fossoli, dove la Repubblica Sociale Italiana aveva allestito un campo di prigionia, venne trasferito in Austria, a Mauthausen. Ora ha affidato i suoi ricordi di quel periodo a un libro scritto con l’inviato-editorialista della Stampa Michele Brambilla, Per ogni pidocchio cinque bastonate (lo stesso titolo dell’intervista pubblicata un anno fa su queste colonne, per il Giorno della Memoria), edito da Mondadori (pp. 151, 17,50). Ne anticipiamo uno stralcio.
E’ la notte del 7 agosto 1944. Il treno si ferma davanti a una baracca illuminata con una luce gialla. È la stazione di Mauthausen. […] Facciamo così la nostra conoscenza con una nuova figura: i kapò. Sono loro, schiavi delle SS e feroci custodi del campo, che ci circondano brutalmente e ci ordinano di ammucchiare a terra i nostri abiti. Ci dicono che dobbiamo lavarci e che ci debbono tagliare i capelli: poi ritorneremo in possesso dei nostri indumenti, che ora dobbiamo raccogliere in ordine e posare ai nostri piedi, restando tutti completamente nudi. […] Torniamo in cortile e non troviamo più nulla dei nostri abiti, che ci avevano ordinato di piegare e di lasciare per terra. I kapò ci inquadrano con violenza, il cammino ora è celere, non c’è più nessuno che possa ritardare la marcia. Velocemente, con furore, ci portano dall’altra parte del campo, oltre un muro. Ci viene detto che stiamo per raggiungere la baracca di quarantena, dove impareremo a essere prigionieri.
Capiamo ben presto che i nostri amici non hanno passato la selezione degli idonei al lavoro e sono stati avviati all’eliminazione. Tutti noi altri veniamo portati nel reparto quarantena di Mauthausen. Siamo nudi, in una baracca completamente vuota, senza letti a castello. Di notte dormiamo sdraiandoci sul pavimento uno accanto all’altro, come sardine in scatola.
Non abbiamo più nulla, non ci è rimasto neppure lo spazzolino per i denti e sicuramente non abbiamo neppure un cucchiaio. Perché mi viene in mente il cucchiaio? Nella tarda mattinata ci viene distribuita una zuppa in una gamella per ogni due deportati: per cui la zuppa, un brodo di barbabietola da foraggio, deve essere bevuto a sorsi alternati. Ricordo come fosse adesso che in quel momento una cosa soltanto dominava su tutto: il rumore. Il rumore di queste sorsate, che sembravano la musica di tanti maiali gettati contemporaneamente nel truogolo.
Perché ci trattano cosi? Non ci sono nel campo gamelle sufficienti per somministrare a ciascuno la parte che gli compete di quella brodaglia? E non ci sono cucchiai di cui i prigionieri possano usufruire nonostante la loro spregevole condizione di nemici del Terzo Reich?
Finito il «pranzo», a ciascuno di noi viene distribuito un berretto. Cosi non siamo più tutti nudi: insomma siamo sì nudi, ma con un berretto. Ci chiamano subito fuori dalla baracca, ci inquadrano. Arriva un kapò e comincia a impartirci il suo nuovo ordine: «Mützen ab! Mützen auf!» (Berretto giù! Berretto su!). Va avanti così per ore. «Mützen ab! Mützen auf!» E noi per ore, nudi in un cortile, a tirarci su e giù il berretto. Poi entriamo nella baracca e passiamo la notte sdraiati uno accanto all’altro sul pavimento, nudi, senza nessuna coperta o riparo. La mattina dopo, di nuovo nudi in cortile e altre ore di "Mützen ab! Mützen auf!". Poi la broda in una sola gamella per due persone e la "musica" del truogolo. Il giorno dopo ancora, l’assurdo rituale si ripete.
E così lo stesso per giorni e giorni. Di nuovo mi trovo a domandarmi: perché? Nessuno di noi conosceva a quel tempo le teorie di Pavlov e dei riflessi condizionati indotti nell’animale per ridurlo all’obbedienza assoluta. Obbedire, soltanto obbedire, immediatamente obbedire al suono di un comando. Come cani ammaestrati. E’ per questo che per settimane veniamo istruiti così, fino a quando non decideranno di trasferirci in un altro blocco di quarantena, quello di Gusen: primo campo contiguo a Mauthausen.
Il blocco di quarantena del campo di Mauthausen era chiuso tra alte mura. Ma al di là delle mura c’era un’altra baracca nella quale erano chiusi in isolamento gli ufficiali sovietici prigionieri di guerra che si erano rifiutati, in base alle convenzioni di Ginevra, di lavorare nell’industria bellica del Reich e che per questo rifiuto erano già stati condannati dalla Gestapo al «trattamento kappa». Ossia Kugel, proiettile.
Questi uomini potevano quindi essere uccisi, in qualsiasi momento, con un colpo alla nuca. Ma li si lasciava lì, nella baracca, con l’intento di farli morire in un altro modo, più lento e più atroce: di fame. Non venivano lasciati completamente senza cibo: li si alimentava a gocce, per rendere più straziante l’agonia. Era la "sapienza" nazista nel trattare i nemici. Ogni giorno ne morivano venti o trenta.
All’alba, alla sveglia, dovevano uscire dalla baracca e a gruppi di cento, scalzi, coperti di piaghe, si dovevano sdraiare per terra all’ordine «Nieder» (giù, abbasso). Così veniva fatto l’appello.
Poi, in fila indiana, dovevano strisciare carponi. Quindi dovevano alzarsi e restare fermi in piedi nel cortile davanti alla baracca, al caldo dell’estate o al gelo dell’inverno. Quando faceva freddo questi poveri uomini si appallottolavano tra di loro, formando, come le vespe, una palla, un fornello. Chi era all’interno della «palla» si riscaldava mentre il resto della «palla», con un movimento continuo, spostava quelli che stavano al centro verso l’esterno e viceversa.
Nel gennaio 1945 arrivò un nuovo gruppo di ufficiali sovietici. Avevano tentato la fuga ed erano stati condannati al trattamento Kugel.
I componenti di questo gruppo capirono perfettamente a che cosa andavano incontro e decisero di fare una cosa coraggiosissima per chi è chiuso in un inferno simile: scegliere essi stessi come morire. Non lasciare i nazisti padroni del loro destino. Decisero quindi di tentare la fuga, ben sapendo che anche solo il tentativo di scappare li avrebbe portati a una morte immediata.
Scavarono con le mani il terreno attorno alla baracca, si procurarono delle pietre, presero due estintori e una notte, in cinquecento, provarono a fuggire. Fecero saltare la corrente ad alta tensione che percorreva il filo spinato sulla sommità del muro di cinta gettandovi sopra coperte bagnate. Aggredirono i militari di guardia sulla prima torretta con delle tavole. E si misero a correre. Lasciarono sul terreno innevato una scia ininterrotta di morti e di sangue.
In pochi riuscirono ad allontanarsi dal campo. E per quei pochi si scatenò subito una caccia all’uomo alla quale parteciparono tutti i soldati delle SS e tutti i civili della zona: alcuni erano volontari, altri costretti a collaborare. La caccia all’uomo finì dopo molti giorni con l’annientamento di quasi tutti i cinquecento ufficiali sovietici che avevano tentato questa loro ultima spaventosa avventura. Spaventosa, ma forse non folle come potrebbe apparire. Undici di questi ufficiali riuscirono a sopravvivere. Liberi. Famiglie di contadini austriaci, come si seppe poi, li avevano ospitati e tenuti nascosti. E tanto basta per continuare a credere nell’uomo.
Fonte

mercoledì 11 gennaio 2012

TAGLIO ILLEGALE IN AMAZZONIA. BRUCIATO VIVO UN BAMBINO INDIO

Un gruppo di taglialegna illegali ha invaso la terra ancestrale di una tribù di Indios Awá, una tribù ancora non contattata dall'uomo bianco, e secondo le dichiarazioni diffuse dal Consiglio Indigenista Brasiliano (organo della Conferenza Episcopale Brasiliana), dopo l'aggressione dei taglialegna, membri della tribù vicina dei Guajajara, che vivono nella stessa area, avrebbero rinvenuto i resti carbonizzati di un bambino Awá. Clovis Guajajara si imbatteva di tanto in tanto negli Awá a caccia nella foresta. Dal giorno dell’attacco non li ha più incontrati e per questo ritiene che la tribù sia fuggita. Il Funai (il dipartimento agli affari indiani del governo brasiliano) ha dichiarato a Survival di aver aperto un’indagine ma di non poter ancora confermare la morte del bambino.
Si stima che nella regione nord-orientale dell’Amazzonia brasiliana vivano almeno 60 Awá incontattati. Per sopravvivere, gli Awá – una delle ultime tribù di cacciatori-raccoglitori nomadi del Brasile – dipendono esclusivamente dalla foresta, ma la loro terra viene costantemente invasa dai taglialegna illegali e soffre uno dei più alti tassi di deforestazione di tutta l’Amazzonia.

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Oltre il 30 % del territorio della tribù Awá è già andato distrutto. "In quest’area ci sono degli Awá ancora non incontattati - ha dichiarato a Survival Luis Carlos Guajajara, - e i deforestatori stanno facendo molta pressione su di loro. La presenza dei taglialegna è molto pericolosa. Gli Indios sono terrorizzati." Gli Awá hanno subito diversi di attacchi brutali. I taglialegna minacciano di ucciderli quando li incontreranno nella foresta.
Fonte

venerdì 23 dicembre 2011

UN NATALE DI 30 ANNI FA IN EL SALVADOR

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El Mozote, El Salvador, 24 dicembre 1981.


Il battaglione Atlacatl, corpo scelto dell’esercito salvadoregno addestrato dagli istruttori della CIA statunitensi, ispirato alle SS naziste e comandato dal colonnello Domingo Monterosa fa irruzione nel piccolo villaggio di El Mozote, nell’est del Paese. La gente di questo villaggio ha sempre appoggiato i guerriglieri della FMLN che combattono contro la dittatura salvadoregna offrendo loro cibo e riparo.
Il colonnello Monterosa ha deciso di punire questo tradimento.
I soldati entrano nel villaggio, cominciano a sparpagliarsi raggruppando gli uomini, le donne e i bambini. Chi oppone resistenza viene sparato a bruciapelo sulla nuca e si affloscia come una bambola di pezza, il resto degli uomini ancora in piedi viene chiuso nella chiesa che viene fatta saltare con la dinamite.
Le donne vengono raggruppate al centro della piazza, alcuni soldati scelgono le più belle e le portano dietro gli alberi, vengono violentate ed infine sgozzate, le altre messe in fila e uccise con la mitragliatrice.
I bambini e i neonati piangono spaventati dal rumore degli spari e dal vento freddo che porta l’odore di carne bruciata degli uomini nella chiesa. Alcuni vengono gettati nei forni del pane ancora accesi, i più piccoli e leggeri vengono lanciati in aria e infilzati con la baionetta.
Sono stati sterminati tutti, solo una donna e un bambino sono riusciti a fuggire e di nascosto hanno osservato quel massacro di cui rimarranno per sempre gli unici testimoni. Nel villaggio regna un silenzio rotto solo dal crepitio del fuochi, due soldati prima di lasciare il villaggio scrivono sul muro di una casa:
“Da qui è passato il Battaglione Atlacatl, gli angioletti dell’inferno”.

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El Mozote, oggi.


Quando arrivo a El Mozote con Ivàn, un ex guerrigliero, è una bella mattina soleggiata di novembre.
Arriviamo con un microbus, un piccolo furgoncino che serve da trasporto pubblico, Ivàn ora fa questo di lavoro. Ivàn è il nome di battaglia che usava da guerrigliero e che come a tanti dei suoi compañeros, gli è rimasto cucito addosso più del suo nome di battesimo.
El Mozote oggi è un paese fantasma, solo qualche casa è stata ricostruita insieme alla Chiesa che vide l’orrore di quella sera di vent’anni fa. Nella piazza ci sono le ombre della famiglia, un monumento in ferro che raffigura padre, madre, figlio e figlia che si tengono per mano e che guardano i nomi di quei mille caduti.
Mi racconta Ivàn:
“Io quella notte ero di pattuglia al confine con l’Honduras, ricordo però quando sentimmo l’annuncio di Radio Venceremos: i nuovi Erode del Battaglione Atlacatl hanno ucciso mille innocenti, la strage degli innocenti.
Con una divisione di compagni venni qui quando fu costruito questo monumento nel 1992, dieci anni dopo quel massacro recuperammo i cadaveri dalle fosse e dai buchi nel terreno, per me uno dei ricordi più tristi di quella guerra è stato vedere i teschi minuscoli dei neonati, prenderli in mano, ripulirli dalla polvere, quale bestia può fare qualcosa del genere, quella non era una guerra…”
Entriamo in quello che è oggi chiamato il Giardino degli Innocenti, il luogo dove si trovarono la maggior parte dei bambini morti, una scritta si erge al centro del Giardino tra le targhe con tutti i nomi dei bambini:
“In questo luogo si trovarono nel 1992 i resti di 146 persone, 140 minori di 12 anni. Tutti adesso si trovano sepolti nel monumento di EL MOZOTE. NUNCA MAS”.
Quando ci spostiamo a Perquin, villaggio al nord e durante la guerra una delle sedi principali dei guerriglieri, incontro altri ex combattenti che mi mostrano alcune foto, in una in particolare noto che un cameraman aveva una pistola nella cintura.
“Come mai i giornalisti avevano delle armi”? Chiedo.
“Le davamo noi, in caso di cattura da parte dell’esercito era meglio che si fossero sparati un colpo in testa che subire torture come l’elettricità e lo strappare denti ed unghie per estorcere confessioni”.
clip_image006Vengo portato in alcune delle vecchie postazioni di Radio Venceremos. Mi spiega Carlos:
”Vedi, Radio Venceremos era l’anima della nostra rivoluzione.
La nostra rivoluzione cominciava prima con la radio per entrare nella testa e nel cuore della gente, informare su quello che il governo corrotto stava facendo era il nostro scopo, il combattimento era solo il secondo passo. Per questo il colonnello Monterosa era così ossessionato nel volerla distruggere, cosa impossibile perché la nostra era una radio mobile che non rimaneva mai per più di tre giorni nello stesso luogo”.
I guerriglieri, conoscendo bene la sua ossessione organizzarono una finta sede della Radio facendogliela trovare. Trionfante il colonnello annunciò di aver trovato Radio Venceremos e ne prese l’attrezzatura portandola in elicottero per raggiungere la sua conferenza stampa.
La finta attrezzatura era imbottita di esplosivo.
Il colonnello Monterosa responsabile del Massacro di El Mozote esplose sul suo elicottero nel 1984, ironia della sorte, proprio sul villaggio che aveva sterminato…
El Salvador non si è ancora ripreso dalla guerra finita nel 1992, prova con orgoglio a rialzare la testa ma complici alcuni disastri naturali e una forte criminalità legata al traffico della droga, guarda caso sempre verso gli Stati Uniti, ha un percorso più lento di altri Stati del Centro America che hanno già fatto molti progressi.
Un contadino mi dice: “prima della guerra, El Salvador produceva 75.000 tonnellate di caffè l’anno, ora soltanto 5.000. Poi abbiamo il problema delle Maras, le gang giovanili che aumentano il tasso di criminalità nel Paese, ma queste bande non nascono qui come il resto del mondo crede.
Le Maras sono state formate nei sobborghi di Los Angeles, i capi banda espulsi dagli Stati Uniti hanno ricreato nuove bande qui usando i ragazzini a volte anche di 12 e 13 anni più facilmente controllabili”
El Salvador oggi invita la gente di tutto il mondo a visitare il Paese, parchi naturalistici e un grande affetto della gente che vuole impiantare nuovi ricordi negli occhi di chi ha vissuto la guerra: cose come esprimere la propria opinione, il proprio disaccordo o parere politico sembravano un sogno venti anni fa ma oggi sono finalmente possibili grazie alla lotta che la FMLN ed i suoi guerriglieri portarono avanti senza sosta.
Quando lascio gli ex guerriglieri tra abbracci e promesse di ritrovarci, stentano a credere che in Italia pochi, davvero pochi, conoscono queste storie.
Forse queste parole e il nostro diffonderle possono essere un primo passo per scacciare quei fantasmi che ancora vagano tra quei fuochi di guerra, una frase incisa sul monumento di El Mozote dice:
“Loro non sono morti, sono con noi, con voi e con l’umanità intera”.
Un grazie in particolare va agli ex guerriglieri Ivàn e Carlos, a Don Carlo ed il suo staff della “Estancia” a San Salvador, ai contadini ed alla gente di Perquin nel Morazan, a Miguel per la sua ospitalità. Senza loro non sarebbe stato possibile conoscere queste verità.
Tutte le foto sono di Angelo Calianno.
Testo di Angelo Calianno

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