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sabato 7 novembre 2009

RIFUGIATI DELLA CONSERVAZIONE

Ogiek del Kenia sfrattati entro fine anno

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Ogiek, Kenya.
© Survival

È confermato: la tribù degli Ogiek verrà sfrattata dalla Foresta Mau, loro terra ancestrale, entro la fine dell’anno.

Il “Segretariato del Coordinamento ad interim della Foresta Mau” del governo keniota ha annunciato che la foresta verrà ripulita dei suoi abitanti in cinque fasi.

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Gli Ogiek ( sono quasi 5.000) saranno sfrattati durante la prima fase di sgombro, insieme ai coloni privi di titoli di proprietà. Le comunicazioni di sfratto saranno consegnate entro il 26 novembre e tutti verranno allontanati entro il 31 dicembre.

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Negli ultimi anni, la Foresta Mau ha sofferto di un estremo degrado, principalmente a causa del disboscamento illegale, della presenza delle industrie del carbone e dell’afflusso di coloni illegali nell’area. In quanto fonte primaria di acqua, la distruzione della Foresta Mau è ecologicamente e economicamente devastante per il Kenya.

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Nel tentativo di ripristinare l’area, il governo ha ordinato lo sfratto di tutti i coloni, senza operare distinzioni tra gli occupanti giunti negli ultimi anni e per lo più illegalmente, e gli Ogiek che vi hanno vissuto per secoli.

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Le tribù dei raccoglitori di miele Ogiek hanno vissuto nella Foresta Mau per generazioni. Il loro stile di vita è intimamente legato alla foresta e alla sua fauna, e non è certamente la causa del suo degrado.

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Se saranno sfrattati dalla loro terra ancestrale nel malriposto nome della conservazione, gli Ogiek diventeranno i prossimi “rifugiati della conservazione“ del mondo.

Foto

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Photo credit by Geert van Kesteren

Vedi: http://www.ogiek.org/site-start.htm

giovedì 21 maggio 2009

ENERGIE PARALLELE

Ecco un giro del mondo in mille tecnologie semplici, economiche ed ecologiche, risparmia-risorse e risparmia-fatica, applicabili anche nel Nord del mondo ma finora studiate per quelle zone dove lo scarso accesso ai combustibili fossili o la carenza di infrastrutture rende difficile «conservare alimenti, costruire, cucinare, illuminare, pompare acqua, potabilizzare acqua, produrre energia elettrica, produrre gas, produrre macchinari semplici, purificare l'aria, trattare rifiuti»: sono questi settori per i quali la campagna «Spegni lo spreco... accendi lo sviluppo» (promossa dalle associazioni italiane Cope, Energetica, Oltreilconfine, Tamburi di pace) sta creando una banca dati di esperienze sostenibili in giro per il mondo, con nomi, indirizzi, dati essenziali, così da promuovere lo scambio di buone pratiche fra organizzazioni italiane, europee e del Sud del mondo. Chiunque può segnalare esempi al sito SPEGNI LO SPRECO


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Solar Chill è un frigorifero fotovoltaico che permette la conservazione di vaccini o di cibo, senza fili della luce e centrali elettriche. Nato da un'idea di Greenpeace, è stato realizzato dall'Istituto danese di Tecnologia e alcuni prototipi sono stati testati con successo in Senegal, Indonesia e Cuba. Con una temperatura ambiente superiore ai 32 gradi Celsius, Solar Chill ha sempre mantenuto la temperatura interna tra i 2 e gli 8 gradi.


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Il Tile Tasuma in Mali è un «fuoco solare» che permette, come dichiarano i promotori, di «salvaguardare l'ambiente ed economizzare denaro», riducendo l'uso di legna da ardere, come molti altri modelli di cucine solari ormai diffuse in Africa come in Asia e America Latina. In Benin funziona, senza uso di energia elettrica, un distributore d'acqua a gettone tarato a 35 litri... no, non è una multinazionale a gestirlo, ma un comitato di villaggio che si occupa delle fontanelle rifornite da un nuovo acquedotto; il prezzo del gettone è minimo ma serve a coprire le spese di manutenzione e permette il prelievo 24 ore su 24. La pompa manuale a tazze «noria», che funziona anche per pozzi di 50 metri, riprende sotto sembianze moderne un antichissimo metodo di estrazione d'acqua da pozzi e acquitrini ed è stata elaborata e prodotta in Ciad nel 1980, per poi essere applicata in Camerun, Benin e Burkina Faso.

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Aquaclor solar è un apparecchio per potabilizzare l'acqua: un pannello fotovoltaico fornisce l'energia necessaria all'elettrolisi di una soluzione diluita di sale per produrre ipoclorito di sodio: in una giornata di sole si fornisce acqua potabilizzata a 400-800 persone. In Kenya le lanterne solari sono un'ottima alternativa ai fili della luce (che non ci sono) e alle puzzolenti lampade a kerosene: il pannello fotovoltaico di giorno carica la batteria della lampada, che può anche dare energia a una piccola radio.



Cucina solare fai da te. Jon Bohmer ha inventato questo gioiello DIY ossia Do It by Yourself usando semplicemente una scatola di cartone, giornali, stagnola (o vernice riflettente) e niente più. La scatola di cartone è rivestita all’interno dalla vernice riflettente o dalla stagnola per catturare i raggi solari convogliandoli verso la pentola-padella-contenitore. Da qui il calore non scapperà perché la scatola avrà un doppio strato isolante con l’esterno formato da una serie di pagine di giornali. Una soluzione così semplice può far risparmiare non solo una sensibile quantità di denaro, ma anche due milioni di tonnellate di Co2 l’anno per famiglia.

Cammelli a energia solare. Il cammello prende energia dal Sole per trasferirla ai propri muscoli e renderli più forti e resistenti, grazie a un esoscheletro robotico e al potenziamento della spinta che lo trasformerà in una macchina perfetta: ore e ore di corsa nel deserto senza chiedere nè acqua nè riposo.No seriamente, il cammello non è in contatto diretto con il pannello, che serve invece a alimentare le batterie del refrigeratore che il grande animale porta sulle gobbe. Dentro la cella frigorifera, farmaci e vaccini vengono protette dall’intensa calura africana durante il trasporto verso aree bisognose. In più, una volta arrivati alle cliniche i pannelli possono essere staccati e fungere da alimentatori per i macchinari.Fa parte del Princeton Mpala Project, ideato per aiutare le comunità nomadi del Kenya.

«Spegni lo spreco... accendi lo sviluppo» è nata per favorire relazioni Nord-Sud più giuste partendo dall'energia, uno dei nodi dell'ingiustizia e dell'insostenibilità internazionali.


venerdì 17 aprile 2009

SOMALIA UN PAESE IN FUGA

L'organizzazione non governativa Human Rights Watch (Hrw), ha pubblicato la settimana scorsa un report sugli abusi della polizia keniota nei confronti dei rifugiati somali. Nel solo 2008 sono scappate dalla Somalia verso il Kenya quasi 60mila persone, 165 al giorno.

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Kenya. Nel report "From Horror to Hopelessness: Kenya's Forgotten Somali Refugee Crisis" (dall' orrore alla disperazione: la crisi dimenticata dei profughi somali in Kenya) Hrw si occupa dei diritti negati ai progughi somali che si recano in Kenya. I rifugiati devono affrontare l'estorsione, la dentenzione, le violenze e la deportazione nelle mani della polizia keniota. Questa arresta tutti coloro che attraversano la frontiera e chiede tangenti, sovente facendo uso di violenza, anche sessuale, e riporta in Somalia chi non può pagare. Il report denuncia che il ritorno forzato è in "flagrante violazione del diritto internazionale". Il Kenya ha chiuso il confine con la Somalia per prevenire l'ingresso di miliziani islamici, ma dal 2007 circa 80mila somali si sono registrati come rifugiati presso l'Unchr. Attulamente 250mila somali vivono nel campo profughi di Dadaab, nel nord del Kenya, che è stato progettato per 90mila presenze. Si tratta del più grande insediamento di rifugiati nel mondo. L'Unchr stima che entro il 2009 il campo conterà 360mila presenze. Per Hrw le condizioni di Dadaab sono da considerarsi di emergenza umanitaria.


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Somalia. Secondo le stime dell'Alto commissariato delle Nazioni Unite (Unhcr) ci sarebbero in Somalia un milione di sfollati interni. La popolazione, esposta a guerra civile, iperinflazione e siccità si trova la limite della crisi umanitaria. Adis Abeba ha ritirato i suoi soldati da tutto il territorio e le piccole e sgaurnite milizie del governo di transizione non sono in grado di fronteggiare i ribelli. I miliziani sono di matrice islamica integralista e sono conosciuti per i loro legami alla rete di al-Qaeda. L'Unione Africana sta progettando, da prima del ritiro delle forze etiopi, una missione di peacekeeping, ma finora ha reperito solo 2.200 soldati dei 6mila che necessita. Inoltre le organizzazioni che lavorarano per mitigare questa situazione di crisi, 3.2 milioni persone soffrono la fame, devono fronteggiare l'emergenza pirati, che nel solo 2007 hanno sequestrato 30 navi cariche di cibo e aiuti umanitari.

Italia. È stato pubblicato nei giorni scorsi dal Unhcr un report sulle richieste di asilo politico in cui si nota che nel 2008 i richiedenti all'Italia sono più che raddoppiati rispetto all'anno precendente. Un altro dato che emerge dal rapporto dell'agenzia delle Nazioni Unite è che i somali sono al secondo posto nella graduatoria della nazionalità dei richiedenti, secondi solo agli iracheni. Circa il 75 percento delle persone che attraversano il mediterraneo e arrivano sulle coste italiane chiedono l'asilo politico. La vigente normativa europea prevede che il primo paese raggiunto dal richiedente di asilo ne assuma la responsabilità.

Cosimo Caridi

sabato 7 marzo 2009

NAIROBI: VITA DA STREET CHILDREN

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Kenya, Nairobi, Periferia, Dagoretti Corner. Da qui prende le mosse Invisible Cities, un progetto italiano di cooperazione promosso dal Consorzio di Solidarietà di Trieste, che si propone di indagare gli effetti di una crescita urbana senza vero sviluppo. Una realtà dove migliaia di uomini, donne e bambini vivono nelle più assolute condizioni di indigenza, dimenticati da tutti, dallo Stato e dalle altre comunità urbane. «Ho deciso di partire da Nairobi - spiega Gianpaolo Rampini, responsabile del progetto - perché qua esiste la più grande baraccopoli d’Africa, Kibera. Abbiamo aperto una scuola di videogiornalismo indipendente per allievi che provengono dalle bidonville e dalle periferie degradate. Un gruppo come questo - aggiunge - ha un enorme vantaggio rispetto a qualsiasi altra troupe: può entrare in luoghi dove è impossibile normalmente realizzare interviste. Ora stiamo ultimando un documentario sul percorso di vita di un gruppo di street children, i bambini di strada, uno dei fenomeni più allarmanti di questo Paese».

Le statistiche parlano chiaro: ci sono dagli 80 ai 100 mila bambini di strada a Nairobi. Ma numeri ufficiali, forniti dal governo, non ce ne sono. Per il governo semplicemente non esistono, sono un popolo di invisibili. Racconta Kevin Otieno, uno dei ricercatori del gruppo Invisible Cities, 21 anni, con un passato da street child. «Vengo da una famiglia di dieci fratelli. Siamo nati tutti fuori dal matrimonio, nessuno di noi sa chi è nostro padre, sappiamo solo chi è nostra madre». Il suo racconto prende il via da Kibera, il più grande slum d’Africa, in una baracca: «La mamma non riusciva nemmeno a pagare l’affitto, darci da mangiare o comprarci i vestiti. Dovevamo guadagnarci la vita da soli. Così andavo per strada, a chiedere l’elemosina». A spingerlo in strada sono stati altri street children: “Ma perché vieni qua tutti i giorni, e poi te ne torni a casa?” mi chiedevano. “Potresti rimanere qua. Ti fai i soldi e te li tieni per te”».

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Kevin è solo uno dei tanti. Il settanta per cento delle madri di questi ragazzi sono sole o abbandonate dai mariti. Spesso devono scegliere tra morire di fame con i propri figli o di aids prostituendosi. I bambini scappano da tutto questo, attratti da una libertà, quella della strada, che si paga a duro prezzo.

Nairobi è una delle città più pericolose al mondo. Per sopravvivere questi bambini devono riunirsi in bande. Le gang sono composte da bambini della stessa età, queste sono legate ad altre bande di ragazzi più grandi, con una struttura verticale fino a giungere ai capi, che magari hanno più di vent’anni. Il gruppo consente la sopravvivenza del ragazzino, che sa che se un giorno va a mendicare e non racimola nulla, c’è sempre il gruppo che bene o male provvederà per lui. Ma tutto questo ha un costo. Esorbitante. Perché la legge della gang è spietata. E per farne parte si deve passare per un brutale rito di iniziazione, che va dall’esser picchiati alla sodomizzazione.

Stefania Meda, una sociologa del Centro Studi e Ricerche dell’Università Cattolica di Milano, da molti anni segue i bambini di strada, ci racconta che uno street child lo riesci a riconoscere a centinaia di metri di distanza. «C’è differenza tra un bambino povero che vive nello slum, e uno di strada. Se è povero, magari è vestito di cenci, ma capisci subito che ha qualcuno che si prende cura di lui. Si può persino permettere il lusso di essere un bambino», aggiunge. Uno street child, invece, ha un modo di camminare che è un misto tra la sfida, la durezza e il tentativo di mimetizzarsi per non dare nell’occhio. «È come se avessero una propria divisa, fatta di vestiti ingrigiti, bottigliette per aspirare colla e solventi, sacchetti di plastica per trasportare il materiale da riciclo da rivendere». Li chiamano «chocorà», spazzatura, questi ragazzi.
Il processo di riabilitazione per loro è molto complesso. La Koinonia Community di Padre Renato Kizito Sesana è uno dei progetti più innovativi creati in Kenya, con dei centri di riabilitazione per bambini di strada che passa attraverso il reinserimento nelle istituzioni scolastiche. Kevin Oteno è uno di quelli che ha avuto questa possibilità: «Gli street children sono considerati persone senza diritti. E io mi sento ancora uno di loro. Non avrei mai immaginato di andare a scuola, di andare all’università» dice. Grazie all’aiuto della struttura creata da padre Kizito questi ragazzi scoprono di avere potenzialità che non sono state incoraggiate. «Io ho sfruttato una possibilità, ma il processo di riabilitazione è davvero duro. Anche perché molti sono tossicodipendenti. Ed è difficile, se sei cresciuto in strada, imparare delle regole. Sono abituati ad una esistenza dove sono loro i padroni del loro destino. Oggi mi alzo e vado in questa direzione, domani nell’altra. Ma una volta che riescono a realizzare che esiste un futuro, iniziano a sognare».

Testo di Daniela Robecchi. Foto di Alessandra Raichi

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