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martedì 27 gennaio 2015

HELL BEHIND THE PICTURE


© Jeff Gusky ‘Birkenau Silhouette’ Auschwitz, Poland 1996


A newly liberated prisoner stands beside a pile of human ashes and bones, Buchenwald, April 1945.


Buchenwald, April 1945


Prisoners at Buchenwald during the camp's liberation by American forces, April 1945.


Prisoners at Buchenwald gaze from behind barbed wire during the camp's liberation by American forces, April 1945.


Prisoners, too emaciated to walk, at Buchenwald during the camp's liberation by American forces, April 1945.


Survivors gaze at photographer Margaret Bourke-White and rescuers from the United States Third Army during the liberation of Buchenwald, April 1945.


Prisoners at Buchenwald display their identification tattoos shortly after camp's liberation by Allied forces, April 1945.


As German officers and Weimar civilians bear witness, after Buchenwald's liberation, to atrocities committed at the camp, a dummy in striped prisoner garb hangs from a gallows Ñ a gruesome demonstration of one of the many public ways that inmates were murdered at the camp.


The dead at Buchenwald, April 1945.

German civilians are forced by American troops to bear witness to Nazi atrocities at Buchenwald concentration camp, mere miles from their own homes, April 1945. 


German civilians are forced by American troops to bear witness to Nazi atrocities at Buchenwald concentration camp, mere miles from their own homes, April 1945.

The remains of an incinerated prisoner inside a Buchenwald cremation oven, April 1945.


Buchenwald, 1945

All images © MARGARET BOURKE-WHITE—TIME & LIFE PICTURES/GETTY IMAGES

venerdì 9 gennaio 2015

DOPO PARIGI

A due giorni di distanza dai fatti di Parigi, ho deciso di abbandonare il mio silenzio per dire che la matita deve prevalere sul kalashnikov, la satira sull’intolleranza, la ragione sul cieco fanatismo. L’aberrazione di quanto accaduto non deve però condurci ad una caccia alle streghe. Il dolore non deve trasformarsi in rabbia  contro una religione. Occorre, come sempre, in questi casi distinguere tra professanti una fede e integralisti che hanno perso l’umanità per trasformarsi in bestie feroci.

La maggioritaria comunità islamica moderata deve dare una grande mano,  ponendosi ufficialmente e visivamente dalla parte delle vittime innocenti di questa barbarie, senza sotterfugi  e tentennamenti , in nome della libertà di espressione.  Solo così potrà aiutare ad isolare queste bestie feroci, evitando che la loro caccia si trasformi in una caccia all’Islam, fomentata dai soliti ottusi destrorsi della nostra società occidentale. Evitare uno scontro di civiltà è il primo traguardo da cui partire  per iniziare a comprenderci.

lunedì 17 novembre 2014

IL CAPITALISMO STA BENISSIMO E IMPONE I SUOI RENZI

Troppe volte dato per morto, a livello mondiale il capitalismo è appena cominciato: lo dimostra il boom dell’economia capitalistica in tre quarti del pianeta, in regioni – a partire da Russia e Cina – in cui l’economia era stata lungamente rurale o comunque arretrata. Lo sostiene un insigne storico italiano come Luciano Canfora, che avverte: il grande capitale ormai «governa direttamente», facendo a meno della mediazione politica, delle Costituzioni da difendere, dei principi fondamentali. Comandano i grandi banchieri: «Se si fidano del personale che hanno al proprio servizio lo lasciano fare, altrimenti i capitalisti intervengono direttamente». E’ già successo in Francia con Pompidou, dopo la parentesi bonapartistica di De Gaulle. Oggi il denaro la fa da padrone e la democrazia è diventata una scatola vuota: e l’esperienza del socialismo reale, che nessuno rimpiange, può essere rivista come un tentativo per mettere un argine al predominio del business come unico potere. Ma l’Urss cadde perché non seppe risolvere le diseguaglianze al suo interno. E sottovalutò la vitalità del capitalismo.
L’esperienza sovietica è crollata, spiega Canfora, intervistato da Vittorio Bonanni, perché – senza uguaglianza – non era più credibile per i suoi stessi concittadini e sudditi. «La gara spaziale, le guerre stellari, il contrasto militare in tutto il pianeta: sappiamo queste cose. Però è stata una gloriosa esperienza durata abbastanza, una settantina d’anni del XX secolo. Per cui se ne deve parlare con rispetto, ma anche con la convinzione che è stato un periodo eroico della storia umana». Ma la constatazione più rilevante è un’altra: nel presupposto che mise in moto un processo rivoluzionario di grandissima estensione, a livello euroasiatico, c’era un errore di fondo: «Ci si illudeva di essere giunti al capolinea della storia, di essere al punto di arrivo del sistema capitalistico». Intanto perché si aveva una percezione molto limitata e parziale della realtà americana, sottovalutata in pieno. Solo Trotsky aveva conosciuto l’America. Oggi possiamo solo constatare che «l’esperienza del socialismo reale ha modernizzato due gigantesche aree del mondo, l’ex impero russo e la Cina, trascinandole fuori da una situazione semi-feudale», in cui la Cina «era in una posizione semi-coloniale» mentre la Russia era «un impero separato, essenzialmente agricolo e arretrato».
Crollando sul piano politico, proprio il socialismo reale «ha creato i presupposti per un gigantesco sviluppo del capitalismo in quei tre quarti del mondo che ancora non erano a quel livello: quindi la storia del capitalismo è appena cominciata», anche se «nessuna forma economico-sociale è eterna». Il capitalismo «ha una storia molto più lunga di quella che allora si era pensato, nell’illusione determinata dalla fine della Prima Guerra Mondiale e dalla crisi gigantesca del 1917-18 e 19». Ma attenzione: «Erano degli europei, e non cittadini del mondo, quelli che pensavano queste cose. E come europei, vedendo crollare tre imperi che erano stati gli architrave della storia – quello tedesco, quello austroungarico e quello zarista – si erano convinti che si stava voltando pagina nella storia dell’umanità. In parte era vero, ma non nella frettolosa conclusione che eravamo arrivati al dunque. Nessuno può pilotare la storia», avverte Canfora. Men che meno l’Europa, che per secoli ha osservato il mondo con occhiali essenzialmente eurocentrici.



Oggi, l’Europa si è ridotta ad essere «una piccola articolazione della politica statunitense». Aggiunge Canfora: «E’ comico essere europeisti, ed è comico tutto il ciarpame che ci viene ammanito quotidianamente. Che non è neanche oppio della storia: è una droghetta, mariuana». Problema: come contrastare tutto questo? «Secondo me si tratta di una battaglia culturale, intellettuale, scolastica, educativa, dovunque ci siano spazi di libertà di parola. Perché le forze politiche nate sull’onda del Novecento sono arrivate al lumicino. Si è realizzato in forme diverse, nei vari paesi, quello che Gramsci aveva intuito sviluppando in modo originale certe formulazioni del pensiero elitistico tardo-ottocentesco, come quello di Pareto e dello stesso Croce: che cioè siamo in una realtà di partito unico articolato, diversificato al proprio interno ma sostanzialmente unico». Le conquiste sociali del movimento operaio, tradotte in Costituzioni? Finite, con l’espulsione della forza operaia dalla storia politica. «Quel che resta fa un’altra cosa, fa quello che tradizionalmente fanno i partiti nei regimi capitalistici, cioè i comitati di affari della borghesia – giustamente divisi tra loro, altrimenti l’inganno elettorale non funzionerebbe».
Durissimo il giudizio su Renzi: «Il liquidatore del comunismo italiano è già arrivato. E’ un gaglioffo di 40 anni che sta facendo la parte sua e, localmente, sta attuando il piano di Gelli di “Rinascita democratica”, cioè due partiti sostanzialmente equivalenti che si dividono il potere». Non che gli altri scenari europei non sono molto diversi: la Spd, un tempo leader della socialdemocrazia, «è ormai lo sgabello della Merkel e non può fare altro, perché da sola non ce la farà più: prendiamone atto e cerchiamo di capire se si intravedono altre possibilità». Luciano Canfora guarda al potenziale intellettuale mobilitabile dal «magma gigantesco del mondo della scuola», perché per fortuna «tutto questo sviluppo ha prodotto un’acculturazione di massa, magari scandente ma diffusissima, e con un inevitabile bisogno di capire». Quindi, «tutti quelli che hanno a che fare con quel mondo si rimbocchino le maniche e cerchino di portare chiarezza».
Troppe volte dato per morto, a livello mondiale il capitalismo è appena cominciato: lo dimostra il boom dell’economia capitalistica in tre quarti del pianeta, in regioni – a partire da Russia e Cina – in cui l’economia era stata lungamente rurale o comunque arretrata. Lo sostiene un insigne storico italiano come Luciano Canfora, che avverte: il grande capitale ormai «governa direttamente», facendo a meno della mediazione politica, delle Costituzioni da difendere, dei principi fondamentali. Comandano i grandi banchieri: «Se si fidano del personale che hanno al proprio servizio lo lasciano fare, altrimenti i capitalisti intervengono direttamente». E’ già successo in Francia con Pompidou, dopo la parentesi bonapartistica di De Gaulle. Oggi il denaro la fa da padrone e la democrazia è diventata una scatola vuota: e l’esperienza del socialismo reale, che nessuno rimpiange, può essere rivista come un tentativo per mettere un argine al predominio del business come unico potere. Ma l’Urss cadde perché non seppe risolvere le diseguaglianze al suo interno. E sottovalutò la vitalità del capitalismo.
L’esperienza sovietica è crollata, spiega Canfora, intervistato da Vittorio Bonanni, perché – senza uguaglianza – non era più credibile per i suoi stessi concittadini e sudditi. «La gara spaziale, le guerre stellari, il contrasto militare in tutto il pianeta: sappiamo queste cose. Però è stata una gloriosa esperienza durata abbastanza, una settantina d’anni del XX secolo. Per cui se ne deve parlare con rispetto, ma anche con la convinzione che è stato un periodo eroico della storia umana». Ma la constatazione più rilevante è un’altra: nel presupposto che mise in moto un processo rivoluzionario di grandissima estensione, a livello euroasiatico, c’era un errore di fondo: «Ci si illudeva di essere giunti al capolinea della storia, di essere al punto di arrivo del sistema capitalistico». Intanto perché si aveva una percezione molto limitata e parziale della realtà americana, sottovalutata in pieno. Solo Trotsky aveva conosciuto l’America. Oggi possiamo solo constatare che «l’esperienza del socialismo reale ha modernizzato due gigantesche aree del mondo, l’ex impero russo e la Cina, trascinandole fuori da una situazione semi-feudale», in cui la Cina «era in una posizione semi-coloniale» mentre la Russia era «un impero separato, essenzialmente agricolo e arretrato».
Crollando sul piano politico, proprio il socialismo reale «ha creato i presupposti per un gigantesco sviluppo del capitalismo in quei tre quarti del mondo che ancora non erano a quel livello: quindi la storia del capitalismo è appena cominciata», anche se «nessuna forma economico-sociale è eterna». Il capitalismo «ha una storia molto più lunga di quella che allora si era pensato, nell’illusione determinata dalla fine della Prima Guerra Mondiale e dalla crisi gigantesca del 1917-18 e 19». Ma attenzione: «Erano degli europei, e non cittadini del mondo, quelli che pensavano queste cose. E come europei, vedendo crollare tre imperi che erano stati gli architrave della storia – quello tedesco, quello austroungarico e quello zarista – si erano convinti che si stava voltando pagina nella storia dell’umanità. In parte era vero, ma non nella frettolosa conclusione che eravamo arrivati al dunque. Nessuno può pilotare la storia», avverte Canfora. Men che meno l’Europa, che per secoli ha osservato il mondo con occhiali essenzialmente eurocentrici.
Oggi, l’Europa si è ridotta ad essere «una piccola articolazione della politica statunitense». Aggiunge Canfora: «E’ comico essere europeisti, ed è comico tutto il ciarpame che ci viene ammanito quotidianamente. Che non è neanche oppio della storia: è una droghetta, mariuana». Problema: come contrastare tutto questo? «Secondo me si tratta di una battaglia culturale, intellettuale, scolastica, educativa, dovunque ci siano spazi di libertà di parola. Perché le forze politiche nate sull’onda del Novecento sono arrivate al lumicino. Si è realizzato in forme diverse, nei vari paesi, quello che Gramsci aveva intuito sviluppando in modo originale certe formulazioni del pensiero elitistico tardo-ottocentesco, come quello di Pareto e dello stesso Croce: che cioè siamo in una realtà di partito unico articolato, diversificato al proprio interno ma sostanzialmente unico». Le conquiste sociali del movimento operaio, tradotte in Costituzioni? Finite, con l’espulsione della forza operaia dalla storia politica. «Quel che resta fa un’altra cosa, fa quello che tradizionalmente fanno i partiti nei regimi capitalistici, cioè i comitati di affari della borghesia – giustamente divisi tra loro, altrimenti l’inganno elettorale non funzionerebbe».
Durissimo il giudizio su Renzi: «Il liquidatore del comunismo italiano è già arrivato. E’ un gaglioffo di 40 anni che sta facendo la parte sua e, localmente, sta attuando il piano di Gelli di “Rinascita democratica”, cioè due partiti sostanzialmente equivalenti che si dividono il potere». Non che gli altri scenari europei non sono molto diversi: la Spd, un tempo leader della socialdemocrazia, «è ormai lo sgabello della Merkel e non può fare altro, perché da sola non ce la farà più: prendiamone atto e cerchiamo di capire se si intravedono altre possibilità». Luciano Canfora guarda al potenziale intellettuale mobilitabile dal «magma gigantesco del mondo della scuola», perché per fortuna «tutto questo sviluppo ha prodotto un’acculturazione di massa, magari scandente ma diffusissima, e con un inevitabile bisogno di capire». Quindi, «tutti quelli che hanno a che fare con quel mondo si rimbocchino le maniche e cerchino di portare chiarezza» caneliberonline



#Luciano Canfora nato a Bari, è ordinario di Filologia greca e latina presso l’Università di Bari. Laureatosi in Storia romana, ha svolto il perfezionamento in Filologia classica alla Scuola Normale di Pisa. Assistente di Storia Antica, poi di Letteratura Greca, ha insegnato anche Papirologia, Letteratura latina, Storia greca e romana. Fa parte del Comitato scientifico della “Society of Classical Tradition” di Boston e della Fondazione Istituto Gramsci di Roma. Dirige la rivista «Quaderni di Storia» e la collana di testi “La città antica”. Fa parte del comitato direttivo di «Historia y critica» (Santiago, Spagna), «Journal of Classical Tradition» (Boston), «Limes (Roma)». Ha studiato problemi di storia antica, letteratura greca e romana, storia della tradizione, storia degli studi classici, politica e cultura del XX secolo. Molti dei suoi libri sono stati tradotti in USA, Francia, Inghilterra, Germania, Grecia, Olanda, Brasile, Spagna, Repubblica Ceca.

giovedì 1 maggio 2014

lunedì 1 luglio 2013

PAROLE

“Le parole sono buone. Le parole sono cattive. Le parole offendono. Le parole chiedono scusa. Le parole bruciano. Le parole accarezzano. Le parole sono date, scambiate, offerte, vendute e inventate. Le parole sono assenti. Alcune parole ci succhiano, non ci mollano; sono come zecche: si annidano nei libri, nei giornali, nelle carte e nei cartelloni. Le parole consigliano, suggeriscono, insinuano, ordinano, impongono, segregano, eliminano. Sono melliflue o aspre. Il mondo gira sulle parole lubrificate con l’olio della pazienza. I cervelli sono pieni di parole che vivono in santa pace con le loro contrarie e nemiche. Per questo le persone fanno il contrario di quel che pensano, credendo di pensare quel che fanno. Ci sono molte parole. E  ci sono i discorsi, che sono parole accostate le une alle altre, in equilibrio instabile grazie a una sintassi precaria, fino alla conclusione del “Dissi” o “Ho detto”. Con i discorsi si commemora, si inaugura, si aprono e chiudono riunioni, si lanciano cortine fumogene o si dispongono tende di velluto. Sono brindisi, orazioni, conferenze, dissertazioni. Attraverso i discorsi si trasmettono lodi, ringraziamenti, programmi e fantasie. E poi le parole dei discorsi appaiono delineati su dei fogli, dipinte con l’inchiostro tipografico e per questa via entrano nell’immortalità del Verbo. Accanto a Socrate, il presidente dell’assemblea affigge il discorso che ha aperto il rubinetto della fontana. E le parole scorrono, fluide come il “prezioso liquido”. Scorrono interminabili, allagano il pavimento, salgono le ginocchia, arrivano alla vita, alle spalle , al collo. E’ il diluvio universale, un coro stonato che sgorga a milioni di bocche. La terra prosegue il suo cammino avvolta in un clamore di pazzi che gridano, che urlano, avvolta anche  in un mormorio docile, sereno e conciliatore. C’è di tutto nel coro: tenori e tenori leggeri, bassi, soprani dal do di petto facile, baritoni trasbordanti, mezzo contralti. Negli intervalli si ode il suggeritore. E tutto ciò stordisce le stelle e perturba le comunicazioni, come le tempeste solari.

parole-grosse

Perché le parole hanno cessato di comunicare. Ogni parola è detta perchè non se ne oda un altra. La parola non risponde né domanda: accumula. La parola è l’erba fresca e verde che copre la superficie dello stagno. La parola è polvere negli occhi e occhi bucati. La parola non mostra. La parola dissimula.
Per questo urge mondare le parole perché la semina si muti in raccolto. Perché le parole siano strumento di morte – o di salvezza. Perché la parola valga solo ciò che vale il silenzio dell’atto. C’ è anche il silenzio. Il silenzio per definizione, è ciò che non si ode. Il silenzio ascolta, esamina, osserva, pesa e analizza. Il silenzio è fecondo. Il silenzio è terra nera e fertile, l’humus dell’essere, la tacita melodia sotto la luce solare. Cadono su di esso le parole. Quelle buone e quelle cattive. Il grano e il loglio. Ma solo il grano dà il pane”

Da “Di questo e di altri mondi” di Josè Saramago

martedì 25 giugno 2013

RICORDI DEL PASSATO O IMMAGINI DEL NOSTRO FUTURO?

Time features a fascinating collection of 11 photos, entitled "The Dangers of Printing Money," that help chronicle what life was like during the hyperinflation of the Weimar era.

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Bettmann/CORBIS

Tough Times In the years following World War I, Germany took to printing money to help meet expenses. With inflation spiraling and the mark plummeting, things worsened when the French occupied Germany's industrial Ruhr region. Workers, the middle class and pensioners were hit hardest by the crisis. Here, the Salvation Army serves hungry Berliners in the dark days of 1923.

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Hulton-Deutsch Collection/CORBIS

Child's Play Forget toys: with as many as 4.2 trillion marks to the dollar by late 1923, German children played in the streets with worthless money.

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Keystone/Corbis

Walking a Tightrope With the mark almost worthless, bartering made a comeback. Germans are seen here swapping bread, sausages and jam for tickets to the circus.

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Hulton-Deutsch Collection/CORBIS

Black Market With dollars a prized possession, two men trade marks for U.S. currency on a street in Berlin in 1922. [Editor's note: I'm wondering if the trade might go in the opposite direction next time around.]


clip_image006Bettman/Corbis

Who Wants To Be A Millionaire?
Amid runaway inflation, new bank notes were issued. This, a 50 million mark bill from 1923, was small change compared to the 100 trillion mark notes that were also being printed.

clip_image007Hulton-Deutsch Collection/CORBIS

Marked Men
Millions of marks are stacked and counted in a Cologne bank, ready for distribution to stricken customers.

clip_image009Hulton-Deutsch Collection/CORBIS

Money For Nothing
The collapse of the mark made it cheaper to paper a wall with bank notes than to buy wallpaper.

clip_image010Hulton-Deutsch Collection/CORBIS

Bag it Up
Rocketing inflation in 1922 meant this grocer's cash register had to be emptied regularly, and its contents stored in a tea chest. Workers were known to collect their wages in suitcases, before spending them immediately.

clip_image012CORBIS

Fanning the Flames
German marks might not have bought much back in 1923, but they were useful for lighting the stove.

clip_image013Bettmann/CORBIS

Sign of the Times
At this Berlin food store, meat and fish fetched exorbitant prices. Pickled herrings — at 350 marks each — are the cheapest on offer. The mark would eventually recover and was the Federal Republic of Germany's official currency until it was replaced by the euro.
time

mercoledì 14 novembre 2012

IN CODA ALLA MENSA DEI POVERI

FRA GLI ITALIANI CHE NON HANNO PIÙ NULLA

Alla mensa dei poveri di Lambrate, a Milano, mangiano ogni giorno circa cinquecento persone. Vengono da tutto il mondo: Africa, Europa dell'Est, America Latina e Sud-Est asiatico. E sempre di più ci sono le storie degli italiani. C'è chi ha fatto mille lavori e chi ha un divorzio alle spalle. E la rabbia è tanta.

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Pranzo alla mensa dei poveri

Non è ancora mezzogiorno, ma fuori dalla mensa dei poveri la coda arriva già quasi in fondo alla via. A Milano l'inverno è arrivato a tutti gli effetti, tira un'aria pungente e non si vede l'ora che venga il proprio turno per entrare. La mensa di via Ponzio si trova in un edificio in zona Lambrate, e ogni giorno offre un pasto caldo a circa cinquecento persone. La fila è composta e piuttosto silenziosa, solo ogni tanto qualcuno si mette a chicchierare col vicino, e il più delle volte la lingua è una lingua straniera. Del resto, basta guardare la facce per avere un quadro più che completo di tutti i Paesi da cui si migra verso le coste italiane: ci sono maghrebini, latinoamericani e ragazzi originari dell'Africa centrale, qualcuno dall'Europa dell'Est e molti dall'Estremo Oriente.
Gli immigrati regolari in Italia hanno superato la soglia dei cinque milioni: i dati risalgono alla fine del 2011, e sono contenuti nel Dossier Statistico Immigrazione Caritas Migrantes. Si tratta di un numero di poco superiore rispetto a quello stimato lo scorso anno, quando erano 4.968.000. Tra le aree di provenienza, prevale ancora l'Europa (con un 27,4% di comunitari e un 23,4% di non comunitari), seguita da Africa (22,1%), Asia (18,8%)e America (8,3%). Tra gli africani, i più numerosi sono i marocchini, mentre tra gli europei non comunitari prevalgono gli albanesi.
Dallo stesso rapporto, inoltre, emerge che gli occupati stranieri nel nostro Paese sono 2,5 milioni, e rappresentano circa un decimo dell'occupazione totale. Tra gli stranieri, nel 2011 è aumentato il numero di chi non lavora, e il tasso di disoccupazione si colloca intorno al 12,1% (quattro punti in più rispetto alla media italiana).
Una realtà, questa, che fuori dalla mensa delle francescane si sente nelle storie di chi aspetta il proprio piatto di pasta. Molti di loro vengono qua tutti i giorni: un ragazzo è originario dello Sri Lanka, è disoccupato e si trova nel nostro Paese da circa un anno. Oggi vive con qualche amico a Crescenzago, la sua famiglia è rimasta ad aspettarlo a casa. Nello Sri Lanka faceva l'autista, ma ora come ora, dice, gli andrebbe bene tutto. Un altro invece viene dal Mali, un Paese devastato dalla guerra, e non ci vuole tornare. Anche lui però al momento non ha un lavoro, e sono mesi che lo sta cercando. C'è anche un gruppo di peruviani: chiaccherano tra loro, accennano che si trovano qui da un anno circa, ma della loro situazione non vogliono parlare. Due signore ecuadoriane, invece, si fermano a scambiare due chiacchiere: «Alla mensa dei poveri veniamo spesso, c'è sempre molta gente – dicono – però non siamo solo stranieri, ci sono anche degli studenti, e tanti italiani».
E hanno ragione. All'uscita si forma qualche capannello, c'è chi si ferma a fumare una sigaretta, o a scherzare con uno dei volontari. Gli italiani ci sono eccome, e non sono nemmeno pochi. Un signore racconta di essere disoccupato da un paio d'anni: prima faceva l’operaio in una ditta di pavimentazioni, ma il suo capo un bel giorno ha deciso di spostare la produzione all'estero. «Ho lavorato anche a Villa d'Este, continua, mi ricordo che andavamo a mangiare in un ristorantino su per il lago. Oggi invece me la cavo con qualche lavoretto ogni tanto». Quella del suo amico, invece, è la storia di un matrimonio andato male, e di un divorzio che l'ha lasciato sul lastrico.
Sono gli strascichi di una crisi iniziata qualche anno fa e ancora in corso, che tra il 2007 e il 2011 ha causato in Italia la perdita di un milione di posti di lavoro. In parte, stando al Dossier Caritas-Migrantes, questi sono stati compensati dall'assunzione di 750mila stranieri, in mansioni e settori non ambiti dagli italiani. Gli immigrati sono “preferiti” per la giovane età, la disponibilità e la flessibilità – il che spesso si traduce in forme di sfruttamento – e si concentrano nelle fasce più basse del mercato del lavoro.
Eppure, non hanno l'aria di essere così schizzinosi , i connazionali che si incontrano qua in via Ponzio. «Io nella vita ho fatto di tutto – racconta Angelo – dal metalmeccanico allo spazzino». È un signore colto, appassionato di politica, e immediato parte il dibattito sulla storia del nostro Paese e le sorti di una classe politica ormai fatiscente. Accanto a lui, Maurizio è un milanese doc che rimpiange il '77 e la Milano operaia, quella vera. «Adesso ognuno pensa per sé e si fa gli affari suoi – commenta guardandosi in giro. La classe proletaria non è più quella di una volta». A un certo punto se ne deve andare, perché lo aspetta l'ennesimo lavoro saltuario. Tutt'intorno continua il viavai, e la coda non accenna a diminuire.
@ChiaraPanzeri
Fonte

lunedì 1 ottobre 2012

I FIGLI DEL MERCATO DI MANAGUA

Al centro della capitale nicaraguense c’è il più grande mercato dell’America Latina, con scuole, chiese e bordelli. E migliaia di persone che trascorrono lì tutta la loro vita

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Marvin Artola cammina a passo svelto tra le bancarelle. Indossa una camicia azzurra, pantaloni e stivali. Alla cintura ha un paio di manette, in testa un basco, in mano un machete. È moro, paffuto, con il sudore che gli riga il volto. Ha 28 anni e si muove nei vicoli del mercato OrientaI di Managua da quando ancora nuotava nel ventre materno. Sua madre era una commerciante, e questo è il mondo in cui gli è toccato vivere. "Mia madre mi allattava qui. Quando lavorava metteva una tovaglia per terra e io dormivo. Poi sono cresciuto e il mio compito è diventato lavare la verdura. È qui che ho imparato a lavorare".
Di sicuro Marvin non è stato l’unico. Il mercato è pieno di donne che partoriscono i loro figli e li crescono nei vicoli. E intanto la distesa di bancarelle continua a crescere. Dai ganci pendono pezzi di carne rossa, teste di porco, trippa di vacca. Due stradine più in là si trovano pepe, zafferano, curry, curcuma. Gli odori dell’infanzia di Marvin. "A lei piaceva venire qui ", mi spiega.
Due vicoli più in là c’è la bancarella degli autoricambi: parabrezza, sportelli, specchietti, parafango. Marvin continua a camminare, poi mi indica un varco tra i banconi: una donna in minigonna sistema le sedie al ritmo di Vicente Femandez e serve birra ghiacciata a due clienti. “Ci sono molte osterie. Alcune sono anche bordelli ". Marvin si muove con sicurezza. si sente a casa. "Lo faccio ogni giorno. Controllo la situazione. Vado in giro e mi assicuro che la gente che viene a fare compere si senta sicura. Cerco di evitare i furti, ma non voglio mentirle: ce ne sono ancora. Però da quando ci siamo noi sono diminuiti". Marvin è un figlio dell’OrientaI.
I ladri sono ovunque
A Managua è mezzogiorno di venerdì. Il termometro segna 34 gradi e le nuvole sono andate a nascondersi da qualche altra parte. In mezzo alla città, allungato in direzione nord, c’è un labirinto di vicoli e bancarelle dove ogni giorno si muovono 150mila persone. Secondo gli economisti ogni anno il mercato produce tra il 25 e il 30 per cento del pil del Nicaragua. Circa 1,8 miliardi di dollari. Il mercato pulsa, vibra per l’afa e per l’andirivieni incessante nelle sue viscere. Le persone parlano, gridano, offrono mercanzie, comprano, contrattano. Davanti all’entrata c’è subito un vicolo affollato di compratori e commercianti. I tetti delle bancarelle sono fatti di plastica nera, pezzi di cartone, lamiere di zinco oppure ombrelloni aperti. Fin dalla mattina presto le donne dispongono in fila i loro cesti e i loro banconi e sistemano la merce: formaggio, tamal, uova, verdura, carne di porco arrosto. Alcune gridano cercando di attirare i clienti. Altre li aspettano sedute, in silenzio. Un uomo a petto nudo, sudato e scottato dal sole, trascina con la cintura un carretto pieno di Limoni verdi. Si fa strada gridando. "Attenzione. Fate largo. Spostatevi ". Nel vicolo affollato si apre un varco. Più avanti, a destra come a sinistra, lo scenario non cambia. I vicoli sono tutti pieni di persone. I compratori avanzano a passo leggero, si sfiorano, si spostano, si scontrano, aspettano. Si asciugano il sudore, stanno attenti ai ladri e si fermano in un angolo a prendere un po’ d’aria. Meloni, scarpe, giacche, pentole, carni, galline appena spiumate, autoricambi, martelli, pillole, legumi, costate, armi, cappelli, rossetti, vestiti da sposa, cellulari, computer, letti, avena, pasticcini, lampade, orologi, quadri, oro, droghe, tessuti. Nell’Orientai c’è tutto quello che si può immaginare. Ci sono chiese, consultori, stazioni di polizia, un cinema, discoteche, bordelli e scuole. Negli anni quaranta, quando tutto è cominciato, si estendeva su tre o quattro isolati. Oggi sono 130, e il mercato è considerato i.1 più grande dell’America Centrale. Secondo alcuni è il più grande di tutta l’America.
Marvin Artola è un vigilante volontario del mercato OrientaI. Sono poco più di cento, uomini e donne, incaricati dalla policia nacional di combattere il crimine nel mercato. "La polizia da sola non ce la fa, e quindi noi abbiamo cominciato a proteggere i vicoli. lo ho formato un gruppo tutto mio. Prima ci chiamavamo los Dantos, adesso siamo los Halcones. In totale siamo otto gruppi, e ci dividiamo l’OrientaI in zone". Tutti nel mercato conoscono Marvin. Lo salutano, gli sorridono, gli stringono la mano. I vigilanti sono rispettati, perché incarnano l’autorità. "Si sposti", ordina a una donna. Lei si gira, lo osserva e obbedisce. Marvin continua a camminare. Un’altra donna gli stringe la mano, sorride e gli dà due cordobas (8 centesimi di dollaro). Più avanti entra in un negozio e riceve venti cordobas. Non ha uno stipendio. Si guadagna la vita così, con quello che la gente gli regala. "Non sappiamo mai come andrà la giornata. Ci sono giorni buoni e giorni brutti. Dipendiamo dalla generosità delle persone. Però ogni giorno guadagno almeno 150 cordobas".
Marvin vive fuori del mercato, ma arriva alle cinque del mattino e se ne va al tramonto. "Fermiamo i ladri e li consegniamo alla polizia. lo tengo un registro di tutti quelli che ho fermato. Li fotografo, metto tutto in questa cartella e finisce lì. Però mi sono anche preso qualche spavento. Il 28 dicembre del 2011 mi hanno sparato per rubarmi l’arma e mi hanno mandato all’ospedale. In testa ho una cicatrice per un colpo di machete. Mi hanno picchiato e mi hanno pugnalato. Affrontare il mercato non è facile, i ladri sono ovunque". Marvin mi spiega che continua a fare questo lavoro perché non ha studiato e i soldi che guadagna al mercato gli permettono di sopravvivere. "E poi qui mi sento vicino a mia madre, che è morta l’anno scorso".
Arrivano le guardie
Anche i ricordi d’infanzia di Maria Lorena Lopez, una donna di 49 anni, cominciano nei vicoli dell’OrientaI: i carretti zeppi di frutta e verdura circondati da uomini e donne pronti a scaricare, un bambino con un casco di banane sopra la testa e molti altri addormentati per terra, la guardia somozista con gli idranti per sgomberare i banconi e i bambini che scappano per non essere colpiti . Maria Lorena era una di quelle bambine che correvano a nascondersi nei cassoni appena arrivavano le guardie. "Avevo sei anni quando sono arrivata al mercato. Mio padre e mia madre cercavano un modo per guadagnarsi da vivere. Non avevano niente. Una signora si interessò a noi e ci diede un piccolo posto per vendere. Noi lo utilizzavamo anche per dormire. Vivevamo nel mercato. Di giorno lavoravamo e la notte ci coprivamo con i cartoni. Le strade dell’Orientai allora erano molto più larghe".
Maria Lorena si trovava nell’Orientai quando il terremoto del 1972 ha colpito Managua causando diecimila morti e distruggendo il centro della città. Dall’Orientai ha vissuto la rivoluzione sandinista del 1979, che ha messo fine al regime del presidente Anastasio Somoza Debayle. Nel mercato ha trascorso ogni giorno dei sei anni della guerra civile tra sandinisti e contras, costata la vita a quasi ventimila nicaraguensi. Ha visto crescere l’Orientai, fuori controllo, come una bestia selvaggia. "Alla fine ce ne siamo andati dal mercato, perché con i guadagni della verdura mio padre ha potuto comprare una piccola casa. Ma tornavamo sempre per vendere. Mi sono sposata e ho avuto figli, e ho lavorato in diversi posti. Ma prima o poi torno sempre qui".
Quella di Maria Lorena è la numero 1.727 delle 12mila postazioni di vendita registrate. La sua bancarella è piccola e vende rossetti, smalti, trucchi e creme per le mani. Seria, con gli occhiali rettangolari e la voce rauca, Maria Lorena parla con i clienti: "Cosa vuoi comprare, tesoro?". Arriva al mercato alle sette del mattino e torna a casa alle otto di sera. "A casa ci vado per dormire e lavarmi, poi esco e torno qui. Lavoro dal lunedì alla domenica. Mi stanco molto, e quando il denaro non basta finisce sempre che mi ammalo. Ho avuto due attacchi di cuore, per colpa di questa vita. Vado avanti tra stress, rabbia e litigi continui. Vivo sfiancata dal lavoro, ma in questo modo sono riuscita a pagare la retta universitaria a quattro figli".
Maria Lorena è sempre all’erta. Mentre lavora osserva con la coda dell’occhio tutto quello che succede nei paraggi. Ormai riesce a riconoscere i ladri da lontano. "Non mi sfuggono, mi basta un’occhiata e capisco chi è un ladro e chi no. Siamo già stati derubati, e qui si vede di tutto. Rubano di nascosto, ma a volte arrivano anche a picchiarti o addirittura a pugnalarti. Qualcun altro vede o ascolta, ma di solito non si dice nulla. Non significa essere complici. È che uno deve pensare anche alla sua incolumità". La figlia di Maria Lorena ascolta e annuisce. Ci sono stati giorni, mi racconta, che è arrivata a casa piangendo, con i nervi a pezzi e il corpo che tremava per la paura. Ma non ha alternative, perché grazie al mercato riesce a sfamare la sua famiglia. "L’Orientai è tutta la mia vita. Qui ci vivo, ci mangio, compro quello che mi serve. Ma non voglio che i miei figli facciano lo stesso. È una vita troppo triste".
Finalmente sera
Immaginate lo stadio Maracaml di Rio de Janeiro o l’Azteca di Città del Messico pieni di gente. Ogni giorno nei vicoli del mercato Orientai si muove lo stesso numero di persone. Negli ultimi anni i terreni inghiottiti dal mercato hanno moltiplicato il loro valore. Un banco può costare tra i diecimila e i 150mila dollari. Quanto un appartamento in un lussuoso residence della capitale. Anche il comune ne trae beneficio. Ogni commerciante paga 150 cordobas (sette dollari) al mese, e considerando che ci sono 12mila postazioni fisse registrate, nelle casse municipali entrano più di 80 mila dollari al mese. Il mercato Orientai è il polmone commerciale del paese.
Quella di Santos Olinda Garda è una storia come tante. Il mercato si è mangiato la sua casa, come ha fatto con quelle di José, di Licinio, di Roberta e di Marisol. Santos è arrivata all’Oriental4S anni fa. Aquel tempo era una bambina di tredici anni, magra e con i capelli lunghi e lisci. Ora è una donna diS8 anni, il sole le ha tostato la pelle scura e le rughe non l’hanno risparmiata. Porta i capelli raccolti in alto e indossa un grembiule bianco dove conserva le monete. "Prima qui era tutta campagna. La mia casa era fatta di plastica e cartone". Un giorno Santos ha cominciato a fare la venditrice ambulante, e qualche tempo dopo ha aperto un punto vendita. È stata la prima nell’isolato, fino a quando una mattina si è svegliata e si è accorta che la sua vicina aveva fatto lo stesso. Qualche giorno dopo ne è saltata fuori un’altra. È successo tutto così in fretta che Santos non si è accorta che il mercato le stava inghiottendo la casa. "Ora vivo dentro l’OrientaI. Laggiù ci sono i venditori di legumi. lo sono contenta, perché quello che vendo lo preparo io". Sulla parete di casa di Santosc’è un cartello con su scritto in lettere azzurre "wc a pagamento". Più in basso si legge: "caffè con pane".
Santos si sveglia prima dell’alba. Alle tre del mattino ascolta i clacson dei camion che vengono a scaricare la verdura. "Qui ho tutto quello che mi serve. C’è la chiesa, e mi basta attraversare la strada per andare a messa. Se mi sento male c’è la clinica, e quando i miei figli erano piccoli li mandavo a scuola qui a fianco. Per fare la spesa non devo muovermi, vengono i commercianti davanti a casa mia. Qui c’è tutto. Ci sono cose belle ma anche cose brutte. Come i ladri, le prostitute e la droga, che circola dappertutto".
Quando cala la sera nel mercato restano pochi compratori. Nello sguardo di Santos Olinda c’è una vena di pace e malinconia. I commercianti chiudono bottega, arrotolano i teloni di plastica e mettono da parte i cartoni. I vicoli improvvisamente sembrano meno angusti. l bambini cominciano a giocare a pallone, i ragazzi si preparano ad andare a ballare. Santos si siede su una sedia di plastica, la stessa dove ogni sera si mette a leggere la sua Bibbia. "Alla fine ci si fa l’abitudine a vivere qui, ma non tutti sono contenti. lo ci sto bene".
La sera l’Orientai è tutta un’altra cosa. Si sente l’eco degli applausi e dei passi dei fedeli che vanno in chiesa. Nelle case si accendono le radio e i televisori, sintonizzati sulle telenovelas. Dopo la messa, Santos torna a casa e si chiude la porta alle spalle. Sa che la notte arrivano i ladri, scassinano le botteghe e rubano la merce. "Mia figlia non vuole che io viva nel mercato, perché secondo lei è molto pericoloso. lo le chiedo di lasciarmi qui fino a quando non sarò più in grado di scendere le scale. A quel punto potrà decidere cosa farsene di me. Ma per ora no, per ora l’Orientai è tutta la mia vita".
http://www.yabasta.it/spip.php?article1680

martedì 13 marzo 2012

LA COMUNICAZIONE MODERNA

NON PARLIAMO ALLE PERSONE CHE CI STANNO VICINE E COMUNICHIAMO SPESSO,
 CON MEZZI TECNOLOGICI, CON QUELLE CHE NON CONOSCIAMO.
IN REALTÀ  SIAMO SOLI IN UN MONDO DI 7 MILIARDI DI PERSONE

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Macbook, iPhone, Kindle, iPod, book.

lunedì 12 marzo 2012

LE MINIERE DIVORANO LA TERRA

NEGLI ULTIMI 10 ANNI PRODUZIONI RADDOPPIATE

(Adnkronos) - Le grandi compagnie minerarie e le società petrolifere negli ultimi dieci anni hanno aumentato enormemente le superfici estrattive. La produzione di ferro è più che raddoppiata, quella del carbone è aumentata del 45% e quella di metalli largamente usati nelle nuove tecnologie, come il litio usato per la batterie a lunga durata, addirittura del 125%. A lanciare l'allarme è il rapporto redatto dalla Fondazione Gaia, Gli Amici della Terra, Grain, Oilwatch e Navdanya in India. "L'elenco delle devastazioni sta aumentando, si legge sul rapporto, non si sta più parlando di sacche isolate ma oramai di vasti territori che alterano gli equilibri dell'eco sistema. In tutta l'Africa, l'America Latina e l'Asia, terreni, fiumi e falde acquifere sono stati devastati dalle attività minerarie".

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"Si stanno creando dei veri e propri deserti improduttivi da enormi aree industriali dismesse, come le miniere a cielo aperto che, una volta esaurite, vengono abbandonate, lasciando indelebili ferite sul territorio, dopo aver avvelenato i fiumi e distrutto intere montagne". Le aree più colpite, secondo il rapporto, sono l'Amazzonia, per l'estrazione dell'oro e del petrolio, l'India, dove ci sono importanti giacimenti di bauxite, il Sud Africa ed il Ghana ricche di carbone ed oro. Ed i costanti aumenti dei prezzi delle materie prime rendono convenienti lo sfruttamento anche di quei giacimenti dove le estrazioni sono più difficili e costose. "Le tecnologie stanno diventando sempre più sofisticate, aggiunge il rapporto, questo vuol dire che adesso è possibile estrarre minerali da profondità prima considerate inaccessibili. Questo significa che nessun luogo è più al sicuro da una possibile devastazione, come dimostra il caso delle Tar Sand del lago di Alberta in Canada dove sono stati installati goganteschi campi estrattivi per trattare le sabbie bituminose ricche di petrolio". Secondo gli estensori del rapporto, che citano il Mineral Information Institute degli Stati Uniti, l'aumento dei consumi di materie prime è impressionante, un americano medio, consuma nell'arco della sua vita fino a 1300 tonnellate di minerali. Una stima della Exxon Oil parla in un aumento delle estrazioni di minerali e di oli combustibili e gas del 35% entro il 2030. L'Africa è l'epicentro della ricerca dell'industria mineraria. Delle 10 grandi aree di scavo in via di completamento lo scorso anno, sette sono in Africa. Secondo Ernst & Young il gruppo minerario Anglo American ha stanziato 8 miliardi di dollari per campagne estrattive di platino, diamanti, minerali di ferro e carbone. Vale Brasile, uno dei più grandi gruppi minerari del mondo, ha detto che prevede di spendere più di 12 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni in Africa. Secondo la rivista The Economist , Ernst & Young ha recentemente suggerito che i Paesi sud africani come il Botswana, Mozambico e Namibia stanno diventando sempre più interessanti per l'insediamento di nuove attività estrattive. La Cina, che ha investito massicciamente nelle miniere africane, assorbe gran parte delle risorse minearie del mondo con cifre davvero impressionanti. Secondo la relazione infatti Pechino usa il 53% di cemento del mondo, il 47% del minerale di ferro, il 46% del carbone e oltre il 40% dell'acciaio, piombo, zinco e alluminio. La perdita di enormi quantità di terreno, continua il rapporto, e lo sgombero delle popolazioni per far posto ai grandi insediamenti estrattivi, rischia di creare milioni di senza terra e affamato, una ricetta per fare esplodere i peggiori problemi sociali. L'acqua potrebbe essere un fattore limitante dell'espansione mineraria. Le maggiori compagnie minerarie infatti, conclude il rapporto, lamentano una diminuzione nella disponibilità delle risorse idriche il cui fabbisogno dovrebbe crescere invece, da qui al 2030, fino a 6.900 miliardi di metri cubi. Sotratti all'agricoltura ed alle persone.
Fonte

martedì 24 gennaio 2012

2012, CAMBIO DELLA GUARDIA IN MESSICO E VENEZUELA?

Quest'anno andranno alle urne sei paesi latinoamericani. La malattia di Chávez è il convitato di pietra delle elezioni venezuelane, il narcotraffico di quelle messicane. Il nuovo governo della Giamaica. [Fotostrillo: Hugo Chávez e Felipe Calderón. Fonte: talcualdigital.com]

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Non sono molti gli appuntamenti elettorali in America Latina per il 2012, ma almeno due sono di peso. Prima di ciò che accadrà occorre però ricordare quel che è accaduto in Giamaica. Tecnicamente non sarebbe America Latina, dal momento che si tratta di un paese anglofono.
Ormai si è imposta quella definizione per cui tutte le Americhe sono America Latina eccetto Stati Uniti e Canada. Gli stessi giamaicani si mettono nel calderone, e si può dunque dire che è stata la Giamaica a chiudere il 2011 elettorale latinoamericano e ad aprire il 2012.
Il 29 dicembre si è votato per il parlamento e il 5 gennaio si è insediato il nuovo primo ministro. Che, come a voler rivendicare questo legame con i trend latinoamericani, è una donna: Portia Simpson-Miller, del Partito nazionale del popolo (Pnp), già premier dal marzo del 2006 al settembre del 2007. Le elezioni del 3 settembre del 2007 erano state vinte dal Partito laburista di Giamaica, che malgrado il nome e l’origine sindacale si colloca oggi al centro-destra. Non è stata un’esperienza troppo positiva, se si pensa che la Giamaica dopo quattro anni era una delle 13 nazioni più indebitate del mondo, massacrata dal crollo del turismo dovuto non solo alla crisi, ma anche alla cattiva immagine della rivolta delle gang contro l’estradizione negli Usa del boss Christopher Dudus Coke.
Non solo i laburisti ma anche il Pnp ha fatto storicamente ricorso alla famigeratagarrison politics: una politica di alleanza con gang e narcos in cambio di impunità che ha storicamente riempito le campagne elettorali di piombo e sangue. Nel maggio 2010, però, il premier Bruce Golding non ha potuto più sostenere la pressione Usa, e ha violato il patto con Coke. Ne è nata una specie di mini-guerra civile, con 76 morti; Golding è stato poi sostituito da Andrew Holness, ora 39enne, il più giovane premier della storia del paese, cui va riconosciuto di aver assicurato alla Giamaica la campagna elettorale più tranquilla del suo mezzo secolo di esistenza come Stato indipendente. Holness comunque l’ha persa: il 53,28% è andato al Pnp, il 46,61% ai laburisti: un distacco che il sistema uninominale all’inglese ha ulteriormente accentuato, con 42 seggi contro 21.
Il voto è passato quasi inosservato tra i media internazionali, ma nel suo primo discorso da premier Portia Simpson-Miller si è subito fatta notare: ha annunciato l’intenzione di togliere alla regina Elisabetta II il rango di capo dello Stato che ancora mantiene, per rendere l’isola una repubblica. “Io voglio bene alla Regina, è una bella signora, e a parte l’essere una bella signora è anche una signora saggia e una signora meravigliosa. Ma penso che il tempo sia arrivato”. Quest’ultima frase l’ha detta nel dialetto giamaicano (patwa), tanto per rendere il sottinteso nazionalista più forte.
Il 6 agosto decorrono i cinquant’anni dell’indipendenza della Giamaica, anche se c’è chi sospetta che più dell’anticolonialismo a motivare questa scelta sia una deriva forcaiola (letteralmente). Nell’annuncio di voler “rimuovere tutti i legami con la Corona britannica, diventando dunque una nazione pienamente indipendente”, la neo-premier ha infatti incluso anche la “fine della sorveglianza giudiziaria di Londra”: cioè, la sostituzione della Corte di giustizia dei Caraibi di Trinidad al Comitato giudiziario del consiglio privato di Londra come suprema corte di appello del paese.
Giova ricordare che con 1.428 morti ammazzati, pari a un tasso di 52,1 omicidi ogni 100 mila abitanti, nel 2010 la Giamaica è stato il quarto paese più pericoloso del mondo; nel 2005 era il più pericoloso in assoluto. Ovviamente questa violenza crea una domanda di law and order alla quale nel novembre del 2008 il parlamento di Kingston ha risposto con un voto che ha mantenuto la pena di morte per impiccagione. Il Consiglio privato di Londra invece, in omaggio alle idee abolizioniste in voga in Europa, tende a commutare le condanne capitali in ergastolo.
Il 2012 elettorale dell’America Latina iberofona inizierà a El Salvador, l’11 marzo: si voterà solo per le politiche e le municipali, mentre per le presidenziali bisognerà aspettare il 2014. La maggior parte dei sondaggi dà la destra in ripresa, ma le forbici dimostrano una grande incertezza: l’Alleanza repubblicana nazionalista (Arena) oscilla infatti tra il 24 e il 30%, mentre il Fronte Farabundo Martí per la liberazione nazionale (Fmln) sta tra il 22 e il 30%. Tra il 3,5 e il 7,6% si colloca la Grande alleanza per l’unità nazionale (Gana, che inoltre significa in spagnolo “vince"), gruppo di transfughi di Arena che hanno deciso di appoggiare il presidente Mauricio Funes, indipendente candidato dall’ex guerriglia di sinistra dell’Fmln.
Questo nuovo centro ha praticamente cancellato il centro-destra tradizionale del Partito di conciliazione nazionale (Pcn) e del Partito democratico cristiano (Pdc). Anzi, li ha cancellati il Tribunale supremo elettorale. Loro si sono riscritti rispettivamente come Concertazione nazionale e Partito della speranza; ma stanno l’uno poco sopra il 2%, l’altro sotto l’1.
Il 16 maggio ci saranno le presidenziali nella Repubblica Dominicana. Poiché il presidente Leonel Fernández non si ricandida, il suo Partito della liberazione dominicana (Pld) candiderà l’ex presidente della Camera ed ex ministro alla Presidenza Danilo Medina, mentre per il Partito rivoluzionario dominicano (Prd) correrà l’ex presidente Hipólito Mejía. La definizione ideologica di questa forze è complessa: il Prd, oggi riconosciuto dall’Internazionale socialista, nacque in principio come ala moderata del più radicale Pld, ma in questo momento è forse più collocabile alla sua sinistra. Anche qui i sondaggi non sono chiari, e a entrambi i principali candidati a dicembre è stata attribuita la possibilità di andare oltre il 50%. Dopo di loro il candidato meglio piazzato è l’ex magistrato Guillermo Moreno, che col suo partito di sinistra sta tra l’1,5 e il 2,5%.
A maggio in data da stabilire votano le Bahamas, dove nel 2007 la destra del Free national movement si affermò sul Progressive liberal party: 49,86% e 23 seggi contro 47,02% e 18.
Il primo voto veramente importante sarà quello del primo luglio per il Messico, dove si rinnovano presidente e Congresso. Il Partito rivoluzionario istituzionale (Pri) candiderà Enrique Peña Nieto, ex governatore dello Stato del Messico, un’entità diversa sia dal Distretto federale di Città del Messico sia dagli Stati Uniti Messicani nel loro complesso. Il Partito della rivoluzione democratica (Prd), di sinistra, ripresenta invece l’ex governatore del Tabasco Andrés Manuel López Obrador: questi già sei anni fa fu sconfitto, non lo accettò, denunciò brogli e si autoproclamò presidente. Fu abbandonato dopo pochissimo dai suoi stessi compagni di partito, il che rende ora il suo ritorno in scena piuttosto debole.
Per il divieto assoluto di rielezione è invece il Partito di azione nazionale (Pan) al governo, di centro-destra, che deve ancora decidere tra l’ex ministro delle Finanze Ernesto Cordero, l’ex ministro dell’Interno Santiago Creel e la rappresentante e carismatica imprenditrice Josefina Vázquez Mota, che ripeterebbe in Messico la recente moda latinoamericana delle presidentesse. Effetto Josefina a parte, però, a 12 anni dallo storico ricambio di governo al Pri il Pan appare in fase di stanca, anche per le sanguinose conseguenze della guerra ai cartelli dei narcos lanciata dal presidente Calderón. Il governo, per la verità, assicura che la situazione starebbe migliorando. I 12.903 morti ammazzati tra gennaio e settembre sarebbero infatti l’11% in meno rispetto al 2010, quando erano aumentati del 70% rispetto al 2009.
A Ciudad Juárez, che resta la città più violenta, gli omicidi si sono addirittura dimezzati: da 2.500 a 1.206. Viene confermato che la violenza riguarda 8 dei 32 Stati messicani, e che dall’inizio della “guerra ai narcos” lanciata dal presidente Calderón ci sono stati 47.515 morti. Stime non ufficiali dicono però che sarebbero almeno 60 mila, e i segnali sono che i cartelli messicani hanno risposto spostandosi verso l’America Centrale e addirittura le Ande, al punto che il Perù ora vuole chiedere il visto ai cittadini messicani.
Sondaggi e risultati locali sembrano dunque riportare sulla cresta dell’onda il vecchio Pri, sotto banco accreditato della capacità di raggiungere accordi di non belligeranza con i narcos. Anche se Peña Nieto ha fatto una recentissima figuraccia a una Fiera del libro, per non essere riuscito a dire i titoli di tre libri che hanno influito sulla sua vita.
L’altro voto chiave è quello del 7 ottobre: le presidenziali in Venezuela. Da una parte, si ripresenta Hugo Chávez. Dall’altra, c’è un avversario che sarà definito dalle primarie che l’opposizione terrà il 12 febbraio. Sei i candidati: l’ex rappresentante del Venezuela all’Onu Diego Arria; il governatore dello Stato di Miranda Henrique Capriles; l’ex sindaco di Chacao Leopoldo López; la fondatrice della ong Súmate Corina Machado; il sindacalista e leader di un settore dell’estrema sinistra già alleato di Chávez Pablo Medina; il governatore dello Stato di Zulia Pablo Pérez Álvarez.
C’è un convitato di pietra: il tumore di Chávez. Secondo alcune indiscrezioni, sarebbe talmente grave da non consentire al presidente di arrivare a ottobre. Nell’immediato ha contribuito per naturale senso di empatia a rialzare una popolarità piuttosto appannata; recenti sondaggi indicherebbero però che proprio per l’insicurezza sul suo futuro questa empatia potrebbe non tradursi automaticamente in voti.
Il voto del 6 novembre negli Stati Uniti non è America Latina. A parte il ruolo che vi avrà l’elettorato ispanico, però, quel giorno si voterà anche a Porto Rico: non solo per rinnovare governatore, Senato, Camera dei rappresentanti e sindaci, ma anche per due referendum. Il primo è sul mantenimento o no dello status quo; il secondo su cosa fare in caso di superamento dello status di Stato liberamente associato: passare all'indipendenza, a una nuova libera associazione “sovrana”, o diventare il 51esimo Stato Usa.
Infine a dicembre, in data da stabilirsi, si vota alle Bermuda: uno degli ultimi Territori britannici d’Oltremare, dove le tre ultime elezioni sono state vinte dalla sinistra del Progressive labour party contro lo United Bermuda party.
Maurizio Stefanini, giornalista professionista e saggista. Free lance, collabora con Il Foglio, Libero, Liberal, L’Occidentale, Limes, Longitude, Theorema, Risk, Agi Energia. Ha redatto il capitolo sull’Emisfero Occidentale in Nomos & Kaos Rapporto Nomisma 2010-2011 sulle prospettive economico-strategiche. Specialista in politica comparata, processi di transizione alla democrazia, problemi del Terzo Mondo, in particolare dell’America Latina, e rievocazioni storiche.

lunedì 23 gennaio 2012

GULE WAMKULU

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Il Gule Wamkulu è una danza rituale che accompagna generalmente il passaggio verso l'età adulta e che è praticata dall'etniaChewa, in Malawi, Zambia e Mozambico. Il rito viene poi usato in molte delle occasioni importanti come la celebrazione del raccolto, un matrimonio, un funerale o l'incoronazione del nuovo capo. Dal 2005 la danza (e in generale il culto segreto che l'accompagna) è diventato Patrimonio Immateriale dell'UNESCO.
Il rito (gule wamkulu significa semplicemente grande danza) può essere datato al XVII secolo, ovvero ai tempi dell'Impero Chewa e viene "custodito" e praticato dai membri di una società segreta chiamata Nyau. Infatti il rito, osteggiato dall'arrivo dei cristiani e dei coloni britannici dopo, ha dovuto sopravvivere in modo per così dire "clandestino" per alcuni secoli.
Molti dei membri della società di iniziati Nyau appartengono anche alla chiesa cristiana (nel rito sono stati anche inseriti elementi provenienti dalla religione cristiana). Oggi il rito ha perso gran parte delle sue radici, divenendo più una sorta di spettacolo, spesso ad uso del turismo.

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La danza è ballata da uomini mascherati (le maschere sono tramandate da generazioni) vestiti di pelli di animali e vuole simboleggiare il contatto tra il mondo ancestrale spirituale e il presente, attraverso l'intero spettro delle emozioni e delle azioni dell'esistenza umana. Si tratta secondo alcuni da un lato di un rito di passaggio e dall'altro di un tentativo di mantenere la propria identità rispetto all'esterno (ovvero ai non Chewa).
Per chi desidera approfondire, vi posto il link di un interessante articolo del 2007, scritto da Anusa Daimon del Dipartimento di Storia dell'Univesrità dello Zimbabwe, sul ruolo del Gule Wamkulu nella costruzione dell'identità Chewa.
Il video di seguito è tratto invece dai documenti dell'UNESCO.


L'impegno dell'UNESCO per salvaguardare il Gule Wamkulu è un progetto multinazionale atto a non disperdere un patrimonio secolare, favorendo l'apprendimento delle tecniche alle nuove generazioni di iniziati e diffondendone la conoscenza. Vi è poi il tentativo di favorire da un lato la divulgazione con l'organizzazioni di festival  e di incontri tra le comunità e dall'altro di salvagurdare il patrimonio degli oggetti (maschere, suoni, materiali e tutto quanto ruota intorno ai preparativi e alla danza) e delle documentazioni afferenti al Gule, tutelandone anche gli aspetti della protezione legale.
Ecco un sito (www.gulewamkulu.net) con molte documentazioni su questa danza.
Fonte

lunedì 16 gennaio 2012

F. LORDON ECONOMISTA FRANCESE : E' IL CROLLO E VEDREMO COSE INAUDITE

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Così parla Frédéric Lordon, famoso economista francese, direttore delle ricerche del CNRS, in una lunga intervista alla Revue des Livres. A proposito delle forze che stanno per scatenarsi, ecco cosa prevede:
«Se, come si poteva prevedere dal 2010 col lancio dei piani di austerità coordinati, lo scacco annunciato conduce ad un’ondata di default sovrani, seguirà immediatemente il collasso del sistema bancario (o li precederà, per semplice effetto d’anticipazione degli investitori); e questo, contrariamente a quello del 2008, sarà irrecuperabile, perchè gli Stati (che hanno salvato le banche nel 2008, ndr) sono finanziariamente a terra. Allora non resterà altra alternativa che l’emissione monetaria massiccia, oppure l’esplosione della zona euro se la Banca Centrale Europea (e la Germania) rifiutano questa prima soluzione.
«In un week-end cambierà letteralmente il mondo e vedremo cose inaudite: re-instaurazione del controllo sui capitali, nazionalizzazioni-lampo o addirittura requisizioni di banche, riarmo delle Banche Centrali nazionali – misura che segnerà da sè la fine della moneta unica – la dipartita della Germania seguita da qualche satellite, la costituzione di un blocco euro-sud oppure il ritorno alle monete nazionali. Quando avverrà? Nessuno può dirlo con certezza (...) ma tra sei o dodici mesi, quando s’imporrà la constatazione della recessione generale, risultante dalla austerità generalizzata, e gli investitori vedranno salire irresistibilmente le ondate dei debiti pubblici che si supponeva di arrestare con le politiche restrittive, la consapevolezza dell’impasse totale che albeggerà in quel momento porterà gli operatori stessi a dichiarare una ‘capitolazione’, ossia  alla loro fuga massiccia dai mercati-titoli, e per il gioco dei meccanismi di propagazione creati dalla finanza liberalizzata, una dislocazione totale dei mercati dei capitali, in tutti i settori.
«E nel frattempo si accumulano le tensioni politiche – fino al punto di rottura? Come ogni soglia critica a livello storico-sociale, non si sa in anticipo dove essa si trova nè cosa ne determina il superamento. La sola cosa certa è che la spossessione generalizzata della sovranità (per opera della finanza come dell’Europa neo-liberale) taglia in profondità i corpi sociali... i corpi sociali aggrediti dal liberalismo finiscono sempre per reagire, e a voltre brutalmente, in proporzione a quello che in precedenza hanno sopportato e accumulato (...). Non si possono lasciare i popoli durevolmente senza soluzione di sovranità – sia nazionale o d’altro tipo – senza che la recuperino a tutta forza e in forme che non saranno belle da vedere.
«... Quella che vien chiamata ‘crisi dell’euro’ non è in prima istanza una crisi monetaria. Una delle stranezze degli eventi attuali è che la moneta europea non viene rifiutata affatto, nè dai residenti della zona nè dagli investitori internazionali, e lo dimostra la paritò euro-dollaro, che a parte qualche fluttuazione, si mantiene. È un fatto: non c’è (per ora) fuga dall’euro. Se ci sarà, sarà come sviluppo terminale di una crisi la cui natura è altra. Quale? La risposta è che si tratta di una crisi istituzionale.
«È il quadro istituzionale della moneta unica, come comunità di politiche economiche, che minaccia di volare a pezzi in seguito a crisi finanziarie aventi come epicentro i debiti pubblici e le banche. Se l’euro esplode, sarà per default sovrani che trascineranno crolli bancari – a meno che questi non vengano prima, per anticipazione dei default sovrani. In ogni caso il cuore della cosa sarà ancora una volta il sistema bancario, e l’impossibilità di lasciarlo andare in rovina, perchè la rovina totale del sistema bancario ci porterebbe in cinque giorni all’equivalente ineconomia dello stato di natura.  Ma ciò non deve significare ‘rimetterlo sui binari per un altro giro’, senza cambiarne le regole.
«Anzi, approfitto per dire che, dopo avermi fatto per lungo tempo paura, la prospettiva di questo collasso quasi quasi mi piace, perchè creerà infine l’occasione di nazionalizzare integralmente il sistema bancario per pura e semplice requisizione (senza indennizzo) (...). Nell’ipotesi del collasso bancario, si tratta di sapere quale sarà – in assenza degli Stati, essi stessi rovinati – l’istituzione capace di organizzare la riattivazione delle banche per far loro riprendere l’attività di fornitura del credito. In questa ipotesi, non ne resta che una: la Banca Centrale Europea. Non dovrà solo assicurare alle banche un sostegno di liquidità (lo sta già facendo) ma liberarle degli attivi svalorizzati e ricapitalizzarle. Inutile dire che, data la scala del settore bancario intero, si tratta di un’operazione di creazione monetaria massiccia a cui bisognerà consentire.
La BCE è pronta a questo? Sotto l’egemonia tedesca, direi di no. Ma l’urgenza estrema di restaurare nella loro integrità gli incassi monetari e di ristabilire il funzionamento del sistema di pagamenti richiederà un’azione ‘in giornata’! Significa che le lunghe tergiversazioni per ‘parlare ai nostri amici tedeschi’ o rinegoziare un trattato, saranno sparite dalla lista delle soluzioni pertinenti. Di fronte a quelli che si devono identificare come interessi vitali del corpo sociale, uno Stato, di fronte al non-volere della BCE, prenderebbe immediatamente la decisione di riarmare la propria Banca Centrale per farle emettere moneta in quantità sufficiente e ricostituire al più presto un troncone di sistema bancario capace di operare. La Germania, osservando nella zona una o due fonti di creazione monetaria fuori controllo, ossia di euro impuri suscittibili di corrompere gli euro puri di cui la BCE ha sola il privilegio di emissione, decreterebbe immediatamente l’impossibilità di restare in una tale ‘unione’ monetaria divenuta anarchica e l’abbandonerebbe subito, per rifare un blocco con qualche seguace selezionato sul momento (Austria, Olanda, Finlandia, Lussemburgo). Quanto alle altre nazioni, dovranno allora scegliere fra ricostituire un blocco alternativo oppure tornare ciascuna al proprio destino monetario; la Francia cercherà in tutti i modi di imbarcarsi con la Germania, senza la minima sicurezza di essere accettata a bordo (...)».
tratto da: http://effedieffe.com/index.php?option=com_content&view=article&id=72262:le-il-crollo-di-un-mondo-forze-immense-stanno-per-scatenarsir&catid=83:free&Itemid=100021.
Traduzione di Maurizio Blondet  Fonte

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