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martedì 20 settembre 2011

LIBIA: I CRIMINI DELLE FORZE DI LIBERAZIONE

Nonostante il Consiglio di transizione libico (Cnt) sembri in grado di completare la liberazione del Paese dall’ex-regime, preoccupano le crescenti divisioni al suo interno – e non si possono trascurare la valutazioni più critiche sul ruolo giocato dalle potenze occidentali.
Massima attenzione va però anche rivolta ai rischi posti dalle crudeltà interetniche e intertribali commesse durante il conflitto: non solo le forze pro-Gheddafi ma anche il Cnt si è macchiato di crimini atroci, le cui conseguenze non possono essere sottovalute -guardando anche all’esito del processo politico avvenuto in un contesto considerato non dissimile quale quello della Somalia.
E’ notizia di ieri (13 settembre) la pubblicazione da parte di Amnesty International di un rapporto sulla Libia intitolato “La battaglia per la Libia: uccisioni, sparizioni e torture”, in cui vengono denunciati crimini di guerra e possibili crimini contro l’umanità commessi sia dai lealisti che dai ribelli. In particolare, Amnesty documenta brutali regolamenti di conti perpetrati dalle forze del Cnt soprattutto nei confronti di cittadini stranieri di origine africana, presenti in Libia come lavoratori migranti e non come combattenti. L’Ong precisa: “Amnesty International ha verificato che le fitte voci secondo le quali le forze di Gheddafi avrebbero fatto uso, a febbraio, di grandi quantità di mercenari subsahariani, erano significativamente esagerate. Tuttavia, il Cnt ha fatto poco per modificare la falsa percezione che i cittadini provenienti dall’Africa sub-sahariana fossero mercenari.”
Se per questi crimini sono responsabili entrambe le parti in conflitto, ci sembra che nel sistema dei media sia del tutto sproporzionata e a senso unico la denuncia delle atrocità commesse dalle forze pro-Gheddafi, ciò che è senz’altro un’impostazione più “facile” al fine di far digerire all’opinione pubblica l’intervento in corso.
Diamo quindi spazio [nostra traduzione] a un accorato appello del politico nigerino Sanoussi Tambary Jackou, il quale chiede giustizia per le atrocità commesse contro gli africani neri residenti in Libia. La lettura dell’appello dà l’idea di quanto diversa possa essera la percezione del caso libico in una prospettiva africana.
(Sul tema suggeriamo anche la lettura di questo articolo.)
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La comunità mondiale, le Nazioni Unite, la Corte Penale Internazionale, l’Unione Africana e tutti i popoli che desiderano la giustizia e il rispetto della persona umana devono sentirsi chiamati in causa per la strage degli africani neri in Libia.
Oggi l’umanità intera, tutte le persone dotate d’intelligenza, tutti gli Stati del mondo e i loro popoli sono venuti a conoscenza dei massacri degli africani neri perpetrati dai ribelli libici venuti da Bengasi e da altre città della Libia. E’ anche possibile che qualcuno dei cosiddetti ribelli sia arrivato dai Paesi arabi dell’Asia o da Paesi europei e americani. I ribelli libici non sono entrati da soli come guerrieri vittoriosi nelle città di Tripoli ed Ez Zauia dove sono stati commessi i massacri.


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Sono giovani provenienti dai Paesi dell’Africa nera ad essere stati brutalmente massacrati dai cosiddetti ribelli del CNT. Eppure nessuno si muove, neanche il procuratore della Corte Penale Internazionale, che ha l’abitudine di ergersi contro i capi di Stato africani per molto meno. E’ chiaro che le uccisioni di giovani africani neri che abbiamo visto in televisione sono crimini di guerra, come anche crimini contro l’umanità perpetrati da razzisti nei confronti di povera gente che era andata a lavorare nel loro Paese.


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E’ che hanno assassinato dei neri, perché se si fosse trattato di una decina di bianchi, o anche di quattro o cinque, o due, l’intera Europa e gli Stati Uniti avrebbero concertato un insieme di azioni di protesta per reclamare giustizia ed esigere il ricorso alla Corte Penale Internazionale. Quando si tratta di presidenti neri come Charles Taylor o Hissène Habré, o del meticcio arabo-nero del Sudan Omar Hasan Ahmad al-Bashir, il tribunale penale freme di impazienza per interpellare, giudicare e incarcerare.


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Qui in Libia vittime di massacri sono dei neri africani, ma neanche i leader dei loro Paesi dicono nulla, nessuno dice niente e tutti banalizzano l’ atroce massacro di centinaia di neri per mano di quegli arabi di Bengasi che vengono definiti combattenti per la democrazia. Se il presidente della Corte internazionale parla delle fosse comuni fatte scavare in Costa d’Avorio dagli uomini di Gbagbo e di Ouattara, allo stesso modo il tribunale non può mancare di indagare sui crimini di guerra e contro l’umanità commessi dai cosidetti ribelli di Bengasi.
Anche i neri sono uomini come gli altri e si deve render loro giustizia, come si fa per tutti gli altri.





Articolo pubblicato sul portale nigerino tamtam.info, ripreso da Caposud che ringraziamo.
Immagini Reuters e del sito web Afrique Monde.
Davide Galati

giovedì 16 giugno 2011

L’ITALIA GUIDA OLTRE IL 30% DELLE OPERAZIONI BELLICHE IN LIBIA

Per Angelo Del Boca, storico esperto di Libia, il conflitto procede nel disinteresse generale e senza la volontà di una soluzione diplomatica. Dall’inizio dell’operazione l’Italia ha speso oltre 1 miliardo di euro. Nato e Paesi Arabi pensano al dopo Gheddafi, ma emarginano la popolazione ancora vicina al governo di Tripoli. La crisi non si risolverà con la semplice uscita di scena del rais.

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Entrata in guerra dichiarando solo un “timido” appoggio militare e logistico, l’Italia guida oggi oltre il 30% delle operazioni belliche contro la Libia, al pari di Francia e Gran Bretagna. Lo afferma adAsiaNews il prof. Angelo Del Boca, giornalista e storico esperto di Libia. Secondo del Boca, il conflitto procede nel disinteresse generale, soprattutto degli italiani, con enormi costi e senza la volontà di una soluzione diplomatica”.
L’operazione militare italiana in Libia è iniziata lo scorso 22 marzo. Secondo le dichiarazioni del governo l’intervento si doveva limitare alla cessione di basi e all’utilizzo di aerei da guerra in operazioni di mantenimento della No Fly Zone stabilita della Nato (Suppression of Enemy Air Defense - Sead). L’appoggio escludeva deliberati attacchi contro truppe, convogli e postazioni militari. Per Del Boca, gli alti costi dell’operazione costringeranno il nostro Paese ad uscire della missione in Libia. Secondo dati del ministero italiano degli Interni, a tutt’oggi il governo ha speso oltre 1 miliardo di euro.
Intanto Nato, Lega araba e Paesi occidentali stanno già decidendo il dopo Gheddafi e si allunga la lista dei Paesi che appoggiano i ribelli di Bengasi, promettendo finanziamenti e armi per portare gli insorti alla vittoria. Oggi, Germania ed Emirati arabi hanno riconosciuto il Consiglio nazionale di transizione come legittimo rappresentante del popolo libico, annunciando la prossima apertura di un ufficio diplomatico a Bengasi. Tuttavia, fonti locali spiegano che la popolazione delle aree ancora in mano al rais rivendica una qualche voce in capitolo e chiede l’interruzione immediata dei bombardamenti e della guerra.
“L’intervento Nato – sottolinea Del Boca -  viola non solo la risoluzione Onu 1973, ma anche quegli articoli che vietano l’intervento di Stati stranieri in una guerra civile”. Lo storico sottolinea che nonostante i costi esorbitanti, la Nato spera di uccidere il rais. Tuttavia la crisi non si risolverà con la sua uscita di scena, o la sua morte. “I Paesi che hanno iniziato questa guerra – spiega lo storico – sono  convinti che tolto Gheddafi tutto finirà per il meglio. In realtà secondo miei informatori, sono ancora centinaia di migliaia le persone che appoggiano il governo libico. Cosa ne sarà di questa gente una volta terminata l’offensiva?”.
Da Tripoli, mons. Giovanni Martinelli, Vicario apostolico in Libia, racconta che “la Nato continua a bombardare la capitale e le aree limitrofe; i caccia passano sopra le nostre teste giorno e notte”. Il prelato sottolinea che “a oltre tre mesi dall’inizio della missione in Libia, le bombe non hanno risolto nulla. A tutt’oggi non vi sono soluzioni per finire questa guerra e gli appelli per una tregua rimangono inascoltati”.  (S.C.)
Fonte

giovedì 7 aprile 2011

IL MITO DELLA LIBIA TRIBALE

Definire la Libia come un paese tribale non soltanto è sbagliato, ma nega il fatto che la rivolta libica abbia a che fare con la dignità nazionale – afferma Alaa al-Ameri


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Durante le ultime settimane, la parola “tribalismo” è stata usata intensamente nel contesto della rivolta democratica libica – uno spettro che si profila minacciosamente sul paese, personificando il male che non conosciamo. Questa teoria è stata incuneata nell’opinione pubblica da Saif al-Islam Gheddafi durante il suo discorso del mese scorso in cui aveva minacciato lo spargimento di sangue e la distruzione che il regime di suo padre ha scatenato sul popolo libico.
Questa immagine della Libia come una società tribale arretrata, con nessuna identità nazionale reale, è stata ripresa e ampliata, in modo sconfortante, da molti sedicenti esperti e politici occidentali – spesso come parte di un ragionamento teso a dimostrare che il sostegno militare e materiale alla rivoluzione libica è una cattiva idea.
Il regime è mosso da due motivazioni principali nel ribadire la sua teoria, seppure infondata. Primo, la popolazione nella parte ovest della Libia non ha accesso ai mezzi di comunicazione esteri, e quindi l’affermazione che il regime di Gheddafi gode della lealtà dei leader regionali intende far crollare la fiducia di coloro che vorrebbero ribellarsi nelle città dell’ovest. Secondo, si intende far credere agli stranieri che il regime di Gheddafi sia ciò che mantiene insieme un popolo diviso e disunito. Richiamare alla mente immagini dell’Iraq è l’effetto desiderato. Questi obiettivi di Gheddafi sembrano non aver incontrato molta resistenza presso certi esponenti della stampa internazionale e dei movimenti anti-interventisti.
Vediamo però in quale misura le tribù sono davvero una realtà importante nella Libia moderna. Durante buona parte della storia libica, i raggruppamenti tribali erano in effetti un fenomeno sociale preminente. Tuttavia, quando parliamo di tribù nella Libia odierna ci riferiamo semplicemente a una distinzione storica fra comunità regionali all’interno di un paese enorme. Tali comunità sono diverse dai raggruppamenti sub-nazionali che prevalgono sull’identità nazionale dei cittadini in quanto Libici – si tratta di un’identità difesa a caro prezzo contro l’Italia fascista e i tentativi britannici post-bellici di dividere il paese.
I capi tribali tradizionalmente servono più o meno come magistrati locali, preposti a dirimere controversie sulla terra e il commercio, e a presiedere casi attinenti al diritto di famiglia. Dopo che è salito al potere, Gheddafi ha introdotto i consigli rivoluzionari, che ha usato come mezzo per incentivare le divisioni tra regioni e persino tra famiglie. Mentre prima l’identità tribale non comportava né ricchezza né potere, da quel momento in poi poteva essere invece usata come trampolino per ottenere una posizione di autorità nazionale, ricchezza e potere, tramite l’elezione al consiglio rivoluzionario.
Il panorama d’insieme, quindi, non è un conflitto tribale di vecchia data. I casi più recenti di controversie basate sulla lealtà tribale sono stati alimentati e architettati dalla politica di Gheddafi del ‘divide et impera’. Fintantoché le tribù litigavano tra di loro, era meno probabile che si unissero contro di lui. Ebbene, ora lo hanno fatto, e nel tentativo disperato di sopravvivere, Gheddafi, suo figlio e la sua cerchia ristretta cercano ripetutamente di agitare lo spettro di un sistema patronale ormai rifiutato che hanno utilizzato durante svariati decenni per conservare il potere.
Qualcuno fra coloro che hanno osteggiato l’intervento militare internazionale sembra aver accidentalmente preso tale discorso come la caratteristica definitoria della Libia moderna. Tuttavia, questo luogo comune accettato passivamente deve superare il test degli eventi reali.  Se davvero c’è un separatismo tribale autentico, perché i libici continuano a combattere per liberare la zona ovest del paese? Ora hanno il controllo dello spazio aereo, delle zone di produzione del petrolio, e un governo provvisorio che gode di riconoscimento e sostegno internazionale.
Se il tribalismo fosse alla base di questo sforzo, perché rischiare tutto per liberare le città occidentali? Perché città come Misurata, Zawiya e Zintan, tutte a poca distanza da Tripoli, hanno scelto di far parte del Consiglio Nazionale di Transizione – un governo appena nascente nell’altra parte del paese,  che finora è stato incapace di appoggiarli o venire in loro aiuto?
Questo è un atto tribale, oppure l’atto coraggioso di chi prende posizione di fronte a un tiranno, per solidarietà con i suoi compatrioti libici?
Bisogna anche ricordare chi ha scatenato questa rivoluzione – sono stati soprattutto i giovani, molti sotto i 30 anni, che hanno vissuto tutta la loro vita nei centri urbani. Quanti nativi di Glasgow sotto i 30 anni conoscono o hanno a cuore da quale clan siano discesi? Su quale base, oltre agli stereotipi culturali, suppongono certi commentatori che i giovani di Bengasi, Misurata e Tripoli sono differenti? Quale lealtà tribale serviva Mohammad Nabbous – un cittadino e giornalista che ha fondato l’emittente televisiva e online indipendente ‘Libya Alhurra’ nei primi giorni della rivoluzione – quando è rimasto ucciso dal fuoco di un cecchino all’età di 28 anni, mentre documentava il falso cessate-il-fuoco cinicamente annunciato dal regime di Gheddafi il 19 marzo?
Vorrei chiedere a coloro che rigurgitano e ingigantiscono la propaganda “tribale” del regime del colonnello attraverso la stampa internazionale: quanti Libici avete consultato al riguardo? Quanti Libici che non siano membri del regime, che non partecipino ad un raduno pro-Gheddafi nella Piazza Verde o in un sobborgo fortificato di Tripoli, e che non si trovino sotto l’occhio vigile di una guardia filo-Gheddafi, hanno espresso le vedute che state ripetendo nei vostri articoli e nelle vostre interviste? Mentre noi combattiamo per liberarci da questo regime terribile, voi ci attribuite etichette estrapolate in fretta da una lettura dell’ultimo minuto. Tripolitania e Cirenaica – trovatemi un Libico che abbia mai usato questi termini per descrivere il proprio paese.
Dandoci dei ‘tribali’ ciò che fate effettivamente è scartare l’idea che la nostra rivolta abbia qualcosa a che vedere con la libertà, la democrazia o la dignità umana. Per caso voi collocate le lealtà regionali ristrette al di sopra di questi valori? Ho la certezza che rifiutereste una tale caratterizzazione, com’è giusto. Per favore fateci la cortesia di concedere a noi Libici le stesse caratteristiche umane che attribuite a voi stessi.
Alaa al-Ameri è lo pseudonimo di un economista anglo-libico
Original Version: The myth of tribal Libya
Fonte

martedì 29 marzo 2011

LE SPECIFICITA' DELLE RIVOLTE ARABE

Un'analisi che tiene conto delle differenze: paesi arabi, paesi islamici, paesi con la medesima lingua e cultura di base, eppure così diversi.


Soltanto gli storici forse, che sanno come sono nati gli Stati mediorientali, sono capaci di capire le differenze tra, per esempio, la rivolta popolare in Egitto e quella in Siria. Paesi arabi, paesi islamici, paesi con la medesima lingua e cultura di base, eppure così diversi. L’Egitto ha una storia antica migliaia di anni. Una nazione-stato con radici profonde. Un’identità, dunque, ben diversa da quella della Siria, o dello Yemen o della Libia dove confini artificialmente tracciati dalle potenze coloniali, hanno messo insieme, sotto il medesimo tetto, tribù, clan, religioni e sette diverse tra di loro e sovente antagoniste.
La Cirenaica è ben diversa dalla Tripolitania. E gli abitanti di queste due province nutrono ancora oggi un profondo disprezzo per i “neri” della provincia meridionale del Fezzan. Gheddafi ha tentato di unificarli sotto un’unica bandiera “rivoluzionaria”, ma con poco successo. In Siria, il compito di definire l’identità statale fu affidato al partito socialista Baath, ma la gestione tenuta saldamente nelle mani di Hafez el Assad e della sua tribù non è stata unificante. Il socialismo ideale delle prime ore è morto da anni, soffocato dalla repressione. Damasco è la capitale di uno stato di polizia tra i più consolidati in cui la libertà di stampa è inesistente e quelle personali ridotte al minimo. Bashir el Assad ha eredito dal padre un regime settario: la sua famiglia appartiene agli alawiti, una setta sciita minoritaria che può contare su una classe dirigente “laica” cresciuta nella condivisione del potere e fermamente arroccata nella difesa di privilegi e regime.
La rivolta cominciata a Deraa sorprende soltanto perché la gente del Sud della Siria è considerata tranquilla e distante dalle spinte confessionali dei Fratelli musulmani che nella città di Hama pagarono con un massacro (diecimila i morti) la loro sfida ad Assad padre. Il nazionalismo folle di Hafez el Assad è un fallimento con l’estendersi dei moti da Deraa verso il resto del paese e ci si chiede fino a dove arriveranno. Bashir el Assad ha studiato in Occidente e nel momento in cui i pretoriani del regime lo fecero accomodare sulla poltrona del padre appena morto, sembrava convinto e capace di modernizzare paese e sistema. In qualche modo, quel momento ricorda le speranze che molti avevano riposto in Saif al Islam, il figlio “moderato” di Gheddafi. Purtroppo, Bashir fu indotto a sottostare al gruppo di potere ereditato, come “consiglieri” di corte, assieme alla poltrona. Appare difficile, oggi, pensare che il regime sclerotico possa sopravvivere. Liberalizzazione, l’eventuale fine dello stato d’emergenza, un nuovo governo e promesse di riforme tardive potrebbero essere insufficienti. Se così fosse, come bisognerà definire la protesta popolare? Più che una rivolta unitaria contro il regime, si rischia la guerra civile: gruppi “tribali” contro gli alawiti sotto i quali hanno sofferto. E’ l’ipotesi probabile per lo Yemen, dove già forze armate e popolazione sono spaccate in due e si ipotizza se non la guerra civile, la divisione in due del paese. Una situazione non dissimile, appunto, alla Libia. E che potrebbe ripetersi in Bahrain e anche in Arabia Saudita. A distanza di un secolo, lontano dai ricordi di Lawrence d’Arabia, le vecchie frontiere uscite dal colonialismo rischiano di gettare l’intera regione in un caos non dissimile dalla recente balcanizzazione dei Balcani. E a costringere le forze preponderanti dell’Occidente - Stati Uniti insieme con le vecchie potenze coloniali - a intervenire per riparare ai danni del loro antico progetto studiato a tavolino per “dividere e controllare”.
Eric Salerno

Il testo originale su il messaggero

lunedì 28 marzo 2011

LE MANI SUL NORD AFRICA

«Alimentare i conflitti, “balcanizzare” il territorio, lasciare rovine, frammentazioni etniche e sociali, affidarsi a emergenze umanitarie… Tutto ciò consente agli squali di abbuffarsi copiosamente». 


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Tale è la confusione sotto il cielo del Mediterraneo che ogni valutazione è un azzardo. Ed è in tempi di sbandamenti come questi che anche il vocabolario perde la bussola. Non scorre neanche più un brivido nella mano, quando si abusa dell'ossimoro più ingombrante: "la pace armata". O quando si definisce come "politica di pace" quella delle cannoniere e dei Tornado.
E i civili sotto le bombe del despota? Dovevamo ignorare il loro grido di dolore e le loro richieste di aiuto? Ma il paradosso dei paradossi, che anche i più "volenterosi" nel sostenere l'attacco alla Libia del tiranno Gheddafi non riescono a sciogliere, è che si è voluto impedire il massacro di civili attraverso massacri di altri civili. Un circolo vizioso da cui non si esce. Perché sono le premesse a essere fragili.
Per raccontare quello che sta accadendo in Libia e nel Maghreb, si è inflazionato il termine "alba". "Alba della democrazia", per descrivere i collassi dei regimi tunisino ed egiziano. "Alba dell'Odissea", per battezzare l'operazione militare contro Gheddafi. Brutta immagine, questa seconda. Ma forse spietatamente sincera. Odissea, per indicare un viaggio lunghissimo, pieno di rischi; alba, per dire che siamo solo all'inizio e che nessuno sa quanto lontana ancora sia la Itaca di pace.
E se fossimo, invece, ancora nel cuore della notte? Se il film che si gira non fosse una "prima", ma il solito remake? In fondo, quello innescato a Tripoli è un meccanismo della storia che si ripete in modo ossessivo. Sempre uguale a sé stesso.
Si armano i regimi, grazie all'afflusso dei capitali globali di paesi assettati di risorse. Si firmano accordi economici che avvantaggiano le élite, trascurando le disuguaglianze sempre più marcate che gli stessi accordi generano. Si ignorano le tensioni sociali, economiche, politiche e ambientali prodotte nei paesi più deboli dai patti vergati dai regimi con le nazioni ricche. E quando le tensioni arrivano al punto di rottura, o quando esplodono del tutto, si interviene con le bombe. I regimi, contro la propria popolazione. Gli ex "amici", contro il dittatore e a favore dei civili. I quali, comunque vada, restano sotto le macerie, uniche vere vittime.
Alimentare i conflitti, "balcanizzare" il territorio, lasciare rovine, frammentazioni etniche e sociali, affidarsi a emergenze umanitarie... Tutto ciò consente agli squali di abbuffarsi copiosamente. Nascono nuovi affari. Perché, nel caos, è più facile costruire nuovi equilibri. Fino a quando riemerge un altro rais, con il quale stringere altri patti. E la giostra ricomincia. Fino alla bomba successiva. E alla selva di nuovi commenti scandalizzati.
Lo chiamano "sano realismo". Che, per le diplomazie di mezzo mondo, significa solo badare al proprio business. Dobbiamo accettare passivamente di far parte di questo teatrino dei burattini?
La verità è che la crisi libica, come molte altre crisi in giro per il mondo, non lascia spazio a soluzioni soddisfacenti. I rimedi non sono facili. Ma ciò che è apparso evidente a molti, da subito, è che quell'intervento militare occidentale non aveva solo una natura umanitaria. Velava ambizioni egemoniche e il desiderio di mettere le mani sulle risorse energetiche e strategiche dell'area. E di ripristinare una certa influenza in Africa. Per Sarkozy, il vero motore mobile dell'azione guerriera occidentale, si è trattato di restituire alla Francia una posizione di leadership nel Mediterraneo e nell'Africa Centrale. Per Washington, con il battesimo di fuoco di Africom - il comando per le operazioni statunitensi nel continente - di lanciare un messaggio alla Cina, l'altro grande competitor in terra africana.
Siamo ancora in una visione geopolitica statica, perché mira all'autoconservazione dei rapporti di forza già scritti. Contrastati dall'Unione africana (Ua) e da diversi presidenti del continente, i quali temono che un'ingerenza militare occidentale possa tradursi in una presenza di lungo periodo nell'area. Un riposizionamento delle grandi potenze coloniali in Africa.
Tuttavia, anche qui la confusione è massima. E numerose le gimcane etiche. Il lamento postumo dell'Ua, ad esempio, è compatibile con il silenzio che ha accompagnato le rivolte libiche e la repressione gheddafiana? La voce dell'Ua è da sempre molto flebile. Soprattutto quando si tratta di criticare o condannare chi la foraggia. Libia, Angola, Nigeria, Egitto e Sudafrica finanziano il 75% del bilancio dell'Unione africana. Non solo. I dittatori e gli autocrati che governano quell'istituzione potranno mai condannare un loro simile? Il quietismo tirannico che regna nelle stanze di Addis Abeba è l'humus ideale dove può crescere il nuovo colonialismo occidentale o asiatico.
Se Francia, Inghilterra, Usa, Israele, Cina, Brasile... possono fare la voce grossa nel continente e muoversi militarmente, è perché trovano le porte spalancate. Un neocolonialismo che denuda la fragilità delle istituzioni africane, infervorate a gridare "No, all'invasore". E silenti nel condannare i despoti.
Fonte

sabato 19 marzo 2011

OBAMA NON HA COLTO L’ESSENZA DELLE RIVOLUZIONI ARABE

Il fatto che le attuali rivoluzioni arabe sostengano i valori di libertà e democrazia non significa che siano rivoluzioni che appoggiano automaticamente le politiche occidentali – scrive l’analista Anis Landoni


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Obama seems to believe that new governments in the region will be Israel's 'natural' allies [GALLO/GETTY]


Barack Obama, il presidente degli Stati Uniti, non ha ancora colto pienamente l’essenza della rivoluzione che sta avendo luogo nel mondo arabo. Sembra davvero credere che le persone che manifestano per ottenere democrazia nella regione stiano assumendo una presa di posizione filo-occidentale, se non filo-israeliana.
“Tutte le forze che stiamo vedendo all’opera in Egitto sono forze che si allineeranno naturalmente con noi, e con Israele – se prendiamo le decisioni giuste e cogliamo veramente quella sorta di svolta che sta accadendo nella storia”, ha recentemente detto Obama ad un gruppo di Democratici in Florida.
Non so come Obama sia giunto a questa conclusione, ma o è terribilmente male informato o è un povero illuso.
Le sue affermazioni, tuttavia, sono in linea con le stime di molti esperti americani, alcuni dei quali hanno celebrato il fatto che nè le rivolte passate nè quelle ancora in corso siano state dominate da slogan anti-israeliani o anti-americani.
E’ vero che i manifestanti non si stanno concentrando su Israele. Ma affemare che queste forze potrebbero essere alleate naturali di Israele e dell’Occidente significa fraintendere la situazione. Il presidente degli Stati Uniti sta travisando il messaggio delle masse arabe che protestano.
Riscrivere la storia
Dalla Tunisia all’Egitto al Bahrain, e in molti altri luoghi nella regione, i manifestanti hanno chiesto  governi liberi e responsabili. Decenni di amare esperienze hanno dimostrato che i governi non rappresentativi sono spesso disposti ad accettare – o per lo meno non sono in grado di opporsi – alla subordinazione nei confronti dell’Occidente, e in particolare ai diktat politici ed economici americani.
Il trattato di pace del 1979 tra Israele ed Egitto, per esempio, non fu firmato da un governo democratico, ma avvenne nonostante la forte opposizione – che persiste ancora oggi – all’interno del più grande paese del mondo arabo. Allo stesso modo, è improbabile che gli Accordi di Camp David del 1978 sarebbero stati firmati se fosse dipeso dal popolo egiziano che, incurante della rinnovata alleanza di diversi governi egiziani con Washington, e dei loro stretti legami con Tel Aviv, ha continuato ad opporsi a tutti i tentativi di imporre una normalizzazione delle relazioni con Israele.
Nel corso degli anni, il popolo egiziano ha ripetutamente mostrato – attraverso le manifestazioni, i mezzi di comunicazione, e persino con il cinema – di opporsi alle politiche adottate dagli Stati Uniti nella regione e all’aggressione israeliana nei confronti dei palestinesi.
Ma ora alcuni analisti, funzionari americani presenti e passati, stanno cercando di riscrivere la storia – forse per convincere se stessi – sostenendo che l’ostilità popolare nei confronti di Israele era semplicemente un prodotto degli sforzi del regime di Mubarak per distogliere l’attenzione dalle sue mancanze.
Jackson Diehl, editorialista del Washington Post, ha persino accusato il precedente regime egiziano di aver deliberatamente mantenuto delle relazioni fredde con Israele e di essersi talvolta opposto agli Stati Uniti. “Immaginate un Egitto che si oppone costantemente all’Occidente nei forum internazionali, e si batte senza sosta contro Israele. Un governo che getta nei suoi mass media semi di vile antisemitismo, congela le sue già fredde relazioni con Israele e ripetutamente respinge pubblicamente qualsiasi interferenza da parte degli Stati Uniti nei suoi affari. Un regime che permette ad Hamas di importare tonnellate di munizioni e missili iraniani nella Striscia di Gaza “, ha scritto Diehl a proposito del regime di Mubarak in un articolo pubblicato il 14 febbraio.
Diehl sembra credere che un Egitto democratico sarà più amichevole nei confronti degli Stati Uniti e di Israele rispetto a quella che lui considera una dittatura non sufficientemente cooperativa. La stessa idea è stata presentata da Condoleezza Rice, l’ex segretario di stato americano, la quale ha sostenuto che la paura di Mubarak nei confronti della “piazza araba” gli ha impedito di abbracciare pienamente le politiche americane nei confronti del conflitto israelo-palestinese.
Ma quello di cui la Rice e gli altri non sembrano rendersi conto – nonostante il fatto che le loro dichiarazioni implicitamente lo riconoscano – è che le presunte mancanze di Mubarak riflettevano il fatto di aver realizzato di non poter fornire ulteriore sostegno alle politiche degli Stati Uniti senza scatenare la rabbia popolare.
I regimi arabi hanno sempre cercato di placare l’opposizione sostenendo a parole la causa palestinese, perché comprendono il posto che essa occupa nella psiche araba. E se le rivoluzioni hanno rivelato che questa tattica non è più sufficiente a mantenere sotto controllo le forze di opposizione, è errato supporre che il nuovo stato d’animo arabo si accordi in qualche modo con un atteggiamento più amichevole nei confronti di un paese che continua ad occupare la terra palestinese e a spodestare il popolo palestinese.
Definire la democrazia
Questa lettura errata non deriva dai fatti, ma da un atteggiamento orientalista che ha a lungo dominato il pensiero americano e gran parte dei mass media americani.
Nella cultura politica dominante negli Stati Uniti sostenere le politiche di Washington è considerato sinonimo di pensiero e comportamento democratico, mentre il rifiuto della posizione americana e di Israele sarebbe il risultato dell’arretratezza di ‘menti prigioniere’. Secondo questa prospettiva, una mentalità di vittimismo immaginario scatenerebbe odio e resistenza nei confronti di Israele.
Ma, in realtà, è questo modo di pensare ad essere assolutamente antidemocratico. Se assumiamo che i valori democratici sono valori universali e ci stacchiamo da una interpretazione etno-centrica occidentale, scopriremo che il rifiuto dell’occupazione è del tutto coerente con le idee di libertà e di dignità umana – due componenti che sono apparentemente parte integrante del pensiero democratico.
Rifiutare l’occupazione israeliana e americana delle terre arabe e la subordinazione del popolo arabo, così come respingere la discriminazione razziale, significa credere nella libertà.
Quindi a meno che Obama non parli di porre fine all’occupazione americana dell’Iraq e all’occupazione israeliana della Palestina, come può immaginare che i rivoluzionari arabi ribellatisi ai loro oppressori possano essere alleati naturali degli Stati Uniti?
Ma alcuni funzionari ed esperti americani sono alla ricerca di una qualche interpretazione che permetta loro di separare il sostegno degli Stati Uniti nei confronti dell’occupazione israeliana dalle relazioni dell’America con il mondo arabo. Sostenendo che la questione palestinese non è più centrale nel pensiero arabo, immaginano che gli Stati Uniti possano semplicemente imporre una ’soluzione’ che assicuri l’egemonia di Israele nella regione e che manchi l’obiettivo di accettare il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione.
Coloro che a Washington e Tel Aviv hanno cercato di minimizzare il ruolo della causa palestinese nella politica araba farebbero bene a leggere un articolo del famoso blogger e attivista egiziano Hossam el-Hamalawy sul Guardian, in cui sostiene che sono state le manifestazioni di solidarietà con l’intifada palestinese nel 2000 e le proteste contro la guerra americana in Iraq nel 2003 a fungere da precursori della rivoluzione egiziana.
L’illusione che i movimenti che si battono contro l’ingiustizia della dittatura e contro l’ingiustizia dell’occupazione in qualche modo si contraddicano a vicenda riflette un grave errore di interpretazione dei sentimenti delle masse arabe – a meno che, naturalmente, Obama non speri semplicemente di utilizzare questo ragionamento errato per giustificare la continuazione delle altrettanto errate politiche nella regione. Lamis Andoni
Lamis Andoni è un’analista e commentatrice di questioni palestinesi e mediorientali
Original Version: Obama does not get it

lunedì 7 marzo 2011

APPELLO LIBIA

La Libia sta sprofondando in una paurosa guerra civile. La dittatura di Gheddafi, che dura da 41 anni, sta mostrando il suo vero volto, disumano e feroce. “I manifestanti sono ratti, - ha detto il rais, nel suo discorso televisivo del 21 febbraio - pagati dai servizi stranieri. Una vergogna per le loro famiglie e le loro tribù. Andate a sterminarli!” Invitava così i suoi soldati , i suoi fedeli e le migliaia di mercenari africani  a sterminare i ‘rivoltosi’. Si parla ormai di oltre diecimila persone massacrate in questa tragica repressione ordinata da uno dei più spietati dittatori d’ Africa. Eppure i manifestanti libici chiedono solo pane, dignità e democrazia (seguendo l’esempio dei tunisini e poi degli egiziani).

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Infatti, nonostante le immense ricchezze finanziarie derivanti dal  petrolio, la disoccupazione giovanile è arrivata al 30%. Si stima che 70 miliardi di dollari siano finiti nelle tasche del dittatore, di cui 1,1 miliardo sono investiti nella nostra banca  Unicredit.Un abisso tra pochi ricchissimi e moti poveri. Per di più, il popolo libico non ha mai sperimentato la democrazia, nonostante il linguaggio rivoluzionario e populista di Gheddafi e del suo “Libro Verde”.
La conseguenza è tragica: la Libia , oggi, invece che ‘verde’ è diventata ‘rossa’ con il sangue dei suoi figli massacrati.
Davanti a questa tragedia noi italiani dobbiamo chiederci quali siano le nostre responsabilità. Noi siamo profondamente legati alla Libia sia perché siamo quasi vicini di casa, sia perché abbiamo colonizzato quel paese. Un colonialismo brutale il nostro, soprattutto in Cirenaica dove Omar-el-Mukhtar (“il leone del deserto”), ha guidato la resistenza contro il nostro esercito. Non possiamo dimenticare che noi italiani abbiamo impiccato o fucilato , in quel periodo, almeno 100.000 libici su una popolazione di 900.000 abitanti: un vero e proprio genocido! Quando Gheddafi salì al potere,  pretese che l’Italia pagasse quel debito coloniale. Fu il governo Berlusconi a pagarlo: 5 miliardi di euro con la condizione che la Libia bloccasse l’immigrazione africana. Il 5 gennaio 2009 il Senato italiano ha approvato il trattato di amicizia italo-libico. Come ha potuto l’Italia firmare un trattato con un dittatore come Gheddafi che non rispetta i diritti umani? Basterebbe vedere quello che Gheddafi ha fatto agli immigrati respinti dall’Italia e da lui rimandati poi a morire o nel deserto o nei loro paesi.
Adesso il nostro paese si trova a fronteggiare una duplice invasione sia degli immigrati africani intrappolati in Libia che tentano di nuovo la traversata sia dei profughi libici che scappano dalla loro patria in fiamme. E del loro inferno siamo in parte responsabili perché abbiamo armato fino ai denti il rais libico. Difatti, molti degli elicotteri che sono stati usati per uccidere i manifestanti sono stati importati dall’Italia. Nel 2009 le esportazioni belliche italiane in Libia hanno raggiunto una cifra incredibile:112 milioni di euro. Nei due anni 2008-2009, abbiamo esportato  in Libia armi  per oltre 205 milioni di euro, con la Finmeccanica che ha fatto la parte del leone(ricordiamoci che la Libia è diventata la seconda azionista della Finmeccanica).
Per questo chiediamo:
  • accoglienza per tutti quelli che fuggono da questa guerra;
  • di fare pressione sul nostro governo affinché sospenda il trattato di amicizia italo-libica ;
  • di sospendere la vendita di armi alla Libia e a tutti i paesi del Nord-Africa (come già proposto dai governi inglese, francese e tedesco);
  • che la UE non eriga un muro di navi militari in mezzo al mare per bloccare gli immigrati in arrivo;
  • che il nostro governo e la Ue si prodighino a far sì che in Libia possa finalmente trionfare la democrazia, il rispetto dei diritti umani e la pace.
  Napoli, 24/02/2011                                                                               Alex Zanotelli

domenica 6 marzo 2011

LIBIA, IL SILENZIO DELL' AFRICA

Poche e imbarazzate dichiarazioni, nessun passo concreto. Nella crisi libica, si registra l'assenza di un continente.

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Sarà anche un Paese arabo, inserito nelle dinamiche mediorientali ma, fino a prova contraria, la Libia si trova in Africa. E allora, mentre nel Mediterraneo soffiano venti di guerra e Stati Uniti, Unione Europea, Russia e Cina riscrivono le loro agende, mettendovi in cima la crisi libica, viene spontaneo chiedersi dove sia finita l'Unione Africana. E la risposta è semplice: non pervenuta. Mentre nella parte settentrionale del continente soffiano venti di democrazia e regimi illiberali vengono contestati e rovesciati, la massima organizzazione politica continentale non c'è. Se si va sul suo sito internet, la pagina d'apertura, sotto la testatina "What's happening?", porta una serie di notizie sull'attività dell'Ua ma della Libia non c'é traccia. Bisogna allora aprire la sezione Peace&Security e, dopo la missione a Cotonou, il Djibouti Process per la crisi somala, il comunicato della 263esima riunione del Consiglio di Pace e Sicurezza e il rapporto dello stesso organo sulla sua missione in Sudan, si scopre che "l'Unione Africana esprime una forte preoccupazione per la situazione in Libia". E' un comunicato datato 23 febbraio. Due paragrafi, 10 righe in tutto, in cui l'organizzazione "condanna l'uso spoporzionato della forza contro i civili e deplora la perdita di vite umane", "sottolinea che solo il dialogo e il confronto consentiranno al popolo libico di trovare le giuste soluzioni" e "incoraggia tutti gli attori a favorire il dialogo". Tutto qui. Prima e dopo non c'è nulla.
Di "silenzio allarmante" ha parlato il primo marzo, ripreso dalla Cnn, un alto funzionario della Comissione economica per l'Africa delle Nazione Unite, Okey Onyekwe, ex responsabile della governance, che si è detto "sorpreso e imbarazzato per il fatto che l'Unione Africana e gli stati del continente siano rimasti piuttosto silenziosi di fronte alle vicende del Nord Africa e della Libia in particolare...Se l'Africa vuole diventare un attore globale ed essere presa sul serio dalle altre potenze, in questioni come questa dobbiamo far sentire la nostra voce". Ma per esprimere quale posizione? Il silenzio dell'Unione rispecchia (anche) la mancanza di una posizione comune. Il problema è anche questo. Più che critico, anzi durissimo, il presidente del Gambia, Yahya Jammeh, che ha condannato "il silenzio inaccettabile davanti alla repressione brutale dei manifestanti". "E' una realtà scioccante che davanti a quanto accaduto in Tunisia, Egitto e ora in Libia, la leadership dell'Unione Africana non abbia fatto dichiarazioni e ne abbia preso provvedimenti, nonostante queste sollevazioni abbiano una pesante ricaduta su alcuni Paesi membri", ha detto il leader gambiano in un discorso trasmesso dalla tv di stato. E' un dato di fatto incontrovertibile che, fatta eccezione per un congelamento delle relazioni diplomatiche con la Libia paventato dal Botswana - il cui peso geopolitico è quasi nullo - l'Africa nella crisi libica ci è entrata dalla porta sbagliata, quella dei mercenari, e forse addirittura delle truppe regolari, affluite da Ciad, Niger, Kenya e Zimbabwe per aiutare Gheddafi a soffocare nel sangue la rivolta.
Resta l'interrogativo del perché di questa assenza in un momento in cui l'Africa cerca un ruolo di primo piano sullo scacchiere internazionale. Le ipotesi sono diverse. Innanzitutto, per quanto siano stati forti i progressi in tema di democrazia e rispetto dei diritti umani, molti leader restano molto più vicini al modello di Gheddafi che a quello delle democrazie occidentali che lo vorrebbero fuori dai giochi. C'è una giunta in Guinea, un presidente golpista in Costa d'Avorio, e regimi illiberali in Ruanda, Uganda e Zimbabwe, giusto per fare qualche esempio. E' vero, poi, che Gheddafi ha comprato fedeltà politiche pagandole a peso d'oro, soprattutto negli anni del suo ultimo travestimento da nume del panafricanismo. In realtà, molti Paesi africani si sono mostrati molto meno sensibili di fronte alle lusinghe del denaro libico di tanti stati, e soprattuto molto più consapevoli della sua inaffidabilità politica. Lo dimostra la fine burrascosa della presidenza di Gheddafi dell'Unione Africana nel gennaio 2010, conclusione di una relazione tribolata, quella tra il Colonnello e l'Africa, che meriterebbe una trattazione a parte. Molto più semplicemente, l'Unione Africana è un'organizzazione troppo giovane (è stata fondata nel 2002, ndr) e poco rodata che si trova ad essere affiancata da organizzazioni regionali come Ecowas (Africa occidentale), Igad (Africa orientale) e Sadc (Africa meridionale) che spesso hanno meccanismi più oliati e seguono obiettivi strategici sui quali c'è un consenso maggiore. Nelle crisi ivoriana e somala, si sono registrate forti discrepanze tra le strategie regionali, di Ecowas e Igad, e quella continentale rappresentata dall'Unione Africana. Per questo, la proposta della Lega Araba di imporre una no fly zone sulla Libia e di affidarne il monitoraggio all'Ua, suona come uno sfregio per un'organizzazione che nelle ultime settimane ha fatto finta di non esserci. L'Unione Africana è già impantanata in Costa d'Avorio e Somalia. Difficile che possa gestire la crisi libica.

Alberto Tundo

mercoledì 7 aprile 2010

MURI CONTRO

Nel pacchetto di accordi che il governo del nostro Paese ha stipulato con la Libia, è prevista la costruzione di un muro elettronico lungo i confini sahariani del Paese nordafricano. Munito di sofisticati sensori, il progetto è affidato a Selex sistemi integrati, azienda di Finmeccanica, controllata dal ministero dell’economia e costa 300 milioni di euro. Metà a carico dei contribuenti italiani e metà a carico di quelli europei.




A questo si aggiunga il risibile capitolo di bilancio che anche quest'anno è stato dedicato alla cooperazione internazionale e si comprende bene che la volontà politica chiara è quella di restringere in una prigione di miseria gli abitanti dell'Africa. Parlando della sciagura africana dobbiamo sempre tener conto che quella condizione non è il frutto del destino avverso o di una maledizione divina, quanto delle scelte economiche di rapina e sfruttamento decise dai paesi ricchi. Se i Paesi poveri avessero installato per tempo un muro elettronico per impedire ai banditi dell'economia di mercato, agli agenti delle imprese del Nord e ai signori della guerra di entrare in Etiopia, Sudan, Niger, Ruanda, Congo... oggi i ricchi sarebbero loro.

Tonio Dell'Olio

lunedì 15 giugno 2009

IL RAÏS معمر القذافي, MUʿAMMAR AL-QADHDHĀFĪ, L’ANTICOLONIALISTA


Grande accoglienza, grande show per l’incontro, detto, storico fra due paesi, Jamāhīriyya e Berlusconia. La lotta è stata dura, il confronto anche: veline contro amazzoni. Alla fine ha vinto ciò che ci conviene: il petrolio e il gas libico e ci siamo prostrati, tranne qualche fugace nota di indignazione ( vedi Fini) ai piedi del dio mercato, incarnato, in questo caso da un dittatore.
Visita ufficiale in Italia per il leader libico Muammar Gheddafi. Giorni di contestazioni, dopo quelle della società civile, dei parlamentari, degli studenti e delle donne; giorni di show, dopo la tenda a Villa Pamphili, le amazzoni, le tante provocazioni. Dalla foto di Omar al Mukhtar puntata sulla giacca al suo arrivo a Roma, alla denigrazione del partitismo (un aborto della democrazia); dal paragone tra Stati Uniti e Bin Laden, alla richiesta di altri soldi per bloccare i flussi migratori.

Venerdì è stato il primo vero giorno di affari, grazie all'incontro con la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia e gli imprenditori italiani, durante il quale Gheddafi ha promesso all'Italia quello di cui il nostro paese ha bisogno "un accesso favorito alle risorse petrolifere della Libia", dato che Roma è il primo partner commerciale della Libia.


D'altra parte, gli interessi libici in Italia non fanno che crescere: venerdì mattina il colonnello ha incontrato nella sede romana di Confindustria la presidente Emma Marcegaglia e un gruppo di imprenditori, tra cui l'amministratore delegato di Ferrovie, Mauro Moretti, quello di Unicredit Alessandro Profumo e l'ad di Enel Fulvio Conti. Nei mesi scorsi infatti Tripoli aveva manifestato l'intenzione di investire nell'aumento di capitale lanciato da Enel per 8 miliardi di euro. Anche in Eni Tripoli vorrebbe aumentare il capitale, che potrebbe salire dall'1 al 5%.


Proteste contro Gheddafi

Una richiesta che non dà però una risposta alle pesanti critiche degli studenti e della società civile sul trattamento dei migranti e dei rifugiati in Libia (quasi ignorando, tra l'altro, la repressione e la mancanza di libertà nella stessa Libia). Secondo il leader libico i migranti non meritano aiuto perché non sono rifugiati, ma inseguono solo il sogno di una vita più agiata, una visione che si sposa perfettamente con quella del governo e del pacchetto sicurezza, dichiarato incostituzionale anche dal Consiglio superiore della Magistratura. La soluzione libica all'immigrazione è il denaro: Gheddafi invita a coprire di soldi gli stati africani (in molti casi guidati da regimi corrotti e illiberali), che si occuperanno di risolvere il problema.
Tra le tante affermazioni di Gheddafi sotto accusa, un tema ci sentiamo in dovere di sottolineare: il richiamo al passato colonialista dell'Italia e dell'Europa, avvertito come "fastidioso", perché "legato ad un passato ormai lontano". Ma con quel passato l'Africa, l'America latina e l'Asia continuano a fare i conti. Gheddafi ha infilato il dito in una piaga che gli italiani fingono di non vedere: il colonialismo fascista e le atrocità commesse dai nostri soldati. E la tesi che si tratti di una pagina ormai chiusa non regge: la richiesta di un risarcimento concreto, oltre che morale è sacrosanta. La proposta è stata avanzata dallo stesso Gheddafi nel corso del suo intervento all'Università la Sapienza a Roma: i leader del G8 affinché si scusino per il loro passato colonialista e risarciscano i popoli colonizzati, che non sono poveri ma "impoveriti".

Leggi articoli correlati: http://schiavieservi.blogspot.com/search/label/libia

L'approfondimento di Nigrizia:

Gheddafi il colonizzatore, Riccardo Barlaam, Nigrizia di dicembre 2008
Omar al Mukhtar, credente e stratega, Angelo del Boca, Nigrizia di aprile 1998
Il Gheddafi che non ti aspetti, Andrea Semplici, Nigrizia di aprile 1998

Sulla visita di Gheddafi in Italia:

Libia e Italia: il lontano presente, 12 giugno
"Lifting" di immagine per Gheddafi, 10 giugno
Io non respingo, 9 giugno


domenica 17 maggio 2009

QUANDO INTEGRAZIONE E IMMIGRAZIONE SALVANO L'ITALIA


Tema bollente dell'attualità, il V rapporto Nomisma affronta il nodo dell'immigrazione trattando la materia nel suo aspetto prettamente economico. Se le iniziative del governo sono, da un punto di vista giuridico e umano, fortemente discutibili, Alessandro Politi, direttore dell'Osservatorio strategico, boccia senza appello "gli approcci che vediamo in questi giorni". Scelte - secondo Politi - che "vanno a solleticare parte dell'elettorato, ma sono estremamente dannosi per le nostre possibilità di ripresa". Secondo uno studio condotto Nomisma, infatti, l'Europa a 15 avrebbe bisogno dal 2000 fino al 2050 di oltre un milione e mezzo di immigrati in più all'anno per mantenere identico il totale di popolazione lavorativa. Se poi - viene precisato nello studio - si volesse mantenere l'attuale livello tra popolazione lavorativa e quella in pensione, sarebbero necessari 13,4 milioni di immigrati all'anno.
Per questo, "l'Europa e l'Italia devono passare in materia d'immigrazione da una logica di sicurezza e contenimento a una di sviluppo e d'integrazione, il che significa prendere atto dell'aumento della mobilità, anche di quella umana, in andata e in ritorno".
Dunque, la mobilità come ponte per l'integrazione. Ma se manca nella classe politica, particolarmente nella compagine governativa, la volontà di costruire una società multietnica, ecco che la chiusura sotto forma di respingimenti è destinata a produrre un vuoto che le nostre società, da sole, non sarebbero in grado di compensare.
"I respingimenti - spiega, infatti, Politi - vanno a toccare solo un quarto dei clandestini, mentre cosa si fa per la grande massa di chi ha un permesso che gli scade e non lo rinnova per paura di non riottenerlo?".
Quello che appare in questi giorni di spot elettorali sulla 'fermezza anti-clandestino' è, con tutta evidenza - come riportato da Nomisma - la mancanza di una definizione organica ed ufficiale di sicurezza nazionale con evidenti conseguenze negative sulla pianificazione delle attività di sicurezza e 'intelligence', soprattutto nel delicato settore della contro-ingerenza".
Inoltre, altro errore commesso dal disegno dell'attuale esecutivo riguarda la sottovalutazione del crimine di tratta. Un aspetto - rileva Nomisma - che si colloca all'interno del più vasto fenomeno del traffico di clandestini ma che presenta rischi ben maggiori. L'Italia - spiega il rapporto - "non dispone di stime ufficiali quanto a fatturato criminale e riciclaggio in altre attività". Quindi, mentre l'Italia può vantare un sistema efficiente di monitoraggio dell'immigrazione clandestina, in quel muro, che l'Italia sta spendendosi ad alzare, vengono lasciate macroscopiche crepe che permettere al crimine organizzato nazionale e transnazionale di infiltrarsi nel circuito economico italiano.
Un settore talmente delicato, quello della sicurezza, che le politiche volte a tale pianificazione si concentrano prevalentemente sulla parola data e la buona fede contrattuale del colonnello Gheddafi. Non esistono garanzie sulla possibilità di riproporre negli anni una politica di sicurezza che si limiti alla costruzione di un muro, per quanto imponente, lungo le coste dell'Italia mediterranea. In poche parole, se davvero la sicurezza promossa e promessa da Roberto Maroni ci rendesse davvero più sicuri, sarebbe comunque una condizione di 'buon vivere' piuttosto fragile legata ad un regime autocratico (di questi tempi, in Italia, lo si guarda con ammirazione) e al mantenimento del potere da parte della famiglia Gheddafi.
Gli scenari futuri, dopo la possibile morte di Gheddafi - secondo il rapporto elaborato da Nomisma - possono essere due. Una squilibrata (nel senso di equilibrio di poteri) repubblica presidenziale di stampo tunisino, qualora con l'appoggio degli Stati Uniti "il potere resti in mano alla sua famiglia, forte del clan di riferimento" oppure una anarchica struttura politica qualora il potere "venga eterodiretto attraverso la saldatura tra militari ed estremisti religiosi. Poiché una successione non è stata predisposta, la Jamahiriyya potrebbe morire con Gheddafi ed allora emergerebbe - afferma Nomisma - chi controlla gli apparati di sicurezza".
Andrea Camboni

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domenica 10 maggio 2009

"LI HANNO MANDATI AL MASSACRO”

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"Li hanno mandati al massacro. Li uccideranno, uccideranno anche i loro bambini. Gli italiani non devono permettere tutto questo. In Libia ci hanno torturate, picchiate, stuprate, trattate come schiave per mesi. Meglio finire in fondo al mare. Morire nel deserto. Ma in Libia no". Hanno le lacrime agli occhi le donne nigeriane, etiopi, somale, le "fortunate" che sono arrivate a Lampedusa nelle settimane scorse e quelle reduci dal mercantile turco Pinar. Hanno saputo che oltre 200 disgraziati come loro sono stati raccolti in mare dalle motovedette italiane e rispediti "nell'inferno libico", dove sono sbarcati ieri mattina. Tra di loro anche 41 donne. Alcuni hanno gravi ustioni, altri sintomi di disidratazione. Ma la malattia più grave, è quella di essere stati riportati in Libia. Da dove "erano fuggite dopo essere state violentati e torturati. Non solo le donne, ma anche gli uomini".
I visi di chi invece si è salvato, ed è a Lampedusa raccontano una tragedia universale. La raccontano le ferite che hanno sul corpo, le tracce sigarette spente sulle braccia o sulla faccia dai trafficanti di essere umani. Storie terribili che non dimenticheranno mai. Come quella che racconta Florence, nigeriana, arrivata a Lampedusa qualche mese fa con una bambina di pochissimi giorni. L'ha battezzata nella chiesa di Lampedusa e l'ha chiamata "Sharon", ma quel giorno i suoi occhi, nerissimi, e splendenti come due cocci di ossidiana, erano tristi. Quella bambina non aveva un padre e non l'avrà mai.

Mi hanno violentata ripetutamente in tre o quattro, anche se ero sfinita e gridavo pietà loro continuavano e sono rimasta incinta. Non so chi sia il padre di Sharon, voglio soltanto dimenticare e chiedo a Dio di farla vivere in pace". Accanto a Florence, c'è una ragazza somala. Anche lei ha subito le pene dell'inferno. "Quando ho lasciato il mio villaggio ho impiegato quattro mesi per arrivare al confine libico, e lì ci hanno vendute ai trafficanti e ai poliziotti libici. Ci hanno messo dentro dei container, la sera venivano a prenderci, una ad una e ci violentavano. Non potevamo fare nulla, soltanto pregare perché quell'incubo finisse". Raccontano il loro peregrinare nel deserto in balia di poliziotti e trafficanti. "Ci chiedevano sempre denaro, ma non avevamo più nulla. Ma loro continuavano, ci tenevano legate per giorni e giorni, sperando di ottenere altro denaro".

Il racconto s'interrompe spesso, le donne piangono ricordando quei giorni, quei mesi, dentro i capannoni nel deserto. Vicino alle spiagge nella speranza che un giorno o l'altro potessero partire. E ricordano un loro cugino, un ragazzo di 17 anni, che è diventato matto per le sevizie che ha subito e per i colpi di bastone che i poliziotti libici gli avevano sferrato sulla testa. "È ancora lì, in Libia, è diventato pazzo. Lo trattano come uno schiavo, gli fanno fare i lavori più umilianti. Gira per le strade come un fantasma. La sua colpa era quella di essere nero, di chiamarsi Abramo e di essere "israelita". Lo hanno picchiato a sangue sulla testa, lo hanno anche stuprato. Quel ragazzo non ha più vita, gli hanno tolto anche l'anima. Preghiamo per lui. Non perché viva, ma perché muoia presto, perché, finalmente, possa trovare la pace".
Le settimane, i mesi, trascorsi nelle "prigioni" libiche allestite vicino alla costa di Zuwara, non le dimenticheranno mai. "Molte di noi rimanevano incinte, ma anche in quelle condizioni ci violentavamo, non ci davano pace. Molti hanno tentato di suicidarsi, aspettavano la notte per non farsi vedere, poi prendevano una corda, un lenzuolo, qualunque cosa per potersi impiccare. Non so se era meglio essere vivi o morti. Adesso che siamo in Italia siamo più tranquille, ma non posso non stare male pensando che molte altre donne e uomini nelle nostre stesse condizioni siano state salvate in mare e poi rispedite in quell'inferno, non è giusto, non è umano, non si può dormire pensando ad una cosa del genere. Perché lo avete fatto?".
"Noi eravamo sole, ma c'erano anche coppie. Spesso gli uomini morivano per le sevizie e le torture che subivano. Le loro mogli imploravano di essere uccise con loro. La rabbia, il dolore, l'impotenza, cambiavano i loro volti, i loro occhi, diventavano esseri senza anima e senza corpo. Aiutateci, aiutateli. Voi italiani non siete cattivi. Non possiamo rischiare di morire nel deserto, in mare, per poi essere rispediti come carne da macello a subire quello che cerchiamo inutilmente di dimenticare". Hope, 22 anni, nigeriana è una delle sopravvissute ad una terribile traversata. Con lei in barca c'era anche un'amica con il compagno. Viaggiavano insieme ai loro due figlioletti. Morirono per gli stenti delle fame e della sete, i corpi buttati in mare. "Come possiamo dimenticare queste cose?". Anche loro erano in Libia, anche loro avevano subito torture e sevizie, non ci davano acqua, non ci davano da mangiare, ci trattavano come animali. Ci avevano rubati tutti i soldi. Per mesi e mesi ci hanno fatto lavorare nelle loro case, nelle loro aziende, come schiavi, per dieci, venti dollari al mese. Ma non dovevamo camminare per strada perché ci trattavano come degli appestati. Schiavi, prigionieri in quei terribili capannoni dove finiranno quelli che l'Italia ha rispedito indietro. Nessuno saprà mai che fine faranno, se riusciranno a sopravvivere oppure no e quelli che sopravviveranno saranno rispediti indietro, in Somalia, in Nigeria, in Sudan, in Etiopia. Se dovesse accadere questo prego Dio che li faccia morire subito".

Fonte: La Repubblica

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lunedì 2 marzo 2009

GUANTANAMO LIBIA. IL NUOVO GENDARME DELLE FRONTIERE ITALIANE

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Da Mellitah parte il Greenstream, il gasdotto sottomarino più lungo del Mediterraneo. Collega la Libia a Gela, in Sicilia. Ironia della sorte, corre lungo la stessa rotta che porta i migranti a Lampedusa. Come dire che mentre sulla superficie del mare l’Europa dispiega le sue forze militari per bloccare il transito degli esseri umani, otto miliardi di metri cubi di gas ogni anno scorrono silenziosi nei 520 km di condotta posata sui fondali di quello stesso mare, in mezzo alle ossa delle migliaia di uomini e donne morti nella traversata del Canale di Sicilia. Un’immagine che sintetizza perfettamente le relazioni degli ultimi cinque anni tra Roma e Tripoli, condotte all’insegna dello slogan “più petrolio e meno immigrati”

Sostiene l’avvocato Abdussalam Edgaimish (direttore dell’ordine degli avvocati di Tripoli) : “I migranti sono vittime di una cospirazione tra le due rive del Mediterraneo. L’Europa vede soltanto un problema di sicurezza, nessuno vuole parlare dei loro diritti”.

TRIPOLI – La porta di ferro è chiusa a doppia mandata. Dalla piccola feritoia si affacciano i volti di due ragazzi africani e un di egiziano. L’odore acre che esce dalla cella mi brucia le narici. Chiedo ai tre di spostarsi. La vista si apre su due stanze di tre metri per quattro. Incrocio gli sguardi di una trentina di persone. Ammassati uno sull’altro. A terra vedo degli stuoini e qualche lercio materassino in gommapiuma. Sui muri qualcuno ha scritto Guantanamo. Ma non siamo nella base americana. Siamo a Zlitan, in Libia. E i detenuti non sono presunti terroristi, ma immigrati arrestati a sud di Lampedusa e lasciati marcire in carceri fatiscenti finanziate in parte dall’Italia e dall’Unione europea. I prigionieri si accalcano contro la porta della cella. Non ricevono visite da mesi. Alcuni alzano la voce: “Aiutateci!”. Un ragazzo allunga la mano oltre quelli della prima fila e mi porge un pezzettino di cartone. C’è scritto sopra un numero di telefono, a penna. Il prefisso è quello del Gambia. Lo metto in tasca prima che la polizia se ne accorga. Il ragazzo si chiama Outhman. Mi chiede di dire a sua madre che è ancora vivo. È in carcere da cinque mesi. Fabrice invece non esce da questa cella da nove mesi. Entrambi sono stati arrestati durante le retate nei quartieri degli immigrati a Tripoli. Da anni la polizia libica è impegnata in simili operazioni. Da quando nel 2003 l’Italia siglò con Gheddafi un accordo di collaborazione per il contrasto dell’immigrazione, e spedì oltremare motovedette, fuoristrada e sacchi da morto, insieme ai soldi necessari a pagare voli di rimpatrio e tre campi di detenzione. Da allora decine di migliaia di immigrati e rifugiati ogni anno sono arrestati dalla polizia libica e detenuti nei circa 20 centri fatiscenti sparsi per il paese, in attesa del rimpatrio.
“La gente soffre! Il cibo è pessimo, l’acqua è sporca. Ci sono donne malate e altre incinte”. Gift ha 29 anni. Viene dalla Nigeria. Indossa ancora il vestito che aveva quando l’arrestarono tre mesi fa, ormai ridotto a uno straccio sporco e consumato. Stava passeggiando con il marito. Non avevano documenti e furono arrestati. Non lo vede da allora, lui nel frattempo è stato rimpatriato. Dice di avere lasciato i due figli a Tripoli. Di loro non ha più notizie. Viveva in Libia da tre anni. Lavorava come parrucchiera e non aveva nessuna intenzione di attraversare il Canale di Sicilia. Come molti degli immigrati detenuti dai nuovi gendarmi della frontiera italiana.

Articolo correlato: Le foto dei campi di detenzione

mercoledì 4 febbraio 2009

LIBIA: LE FOTO DEI CAMPI DI DETENZIONE

Da Fortress Europe


"Siamo i primi giornalisti autorizzati a visitare le carceri libiche dove sono detenuti i migranti e i rifugiati arrestati sulle rotte per Lampedusa. Queste sono le poche foto che sono riuscito a scattare, di nascosto, durante quelle visite. A Sebha, Zlitan e Misratah. Nel novembre 2008. "




Nel Trattato Italia-Libia non è previsto per il governo di Gheddafi alcun obbligo concreto e verificabile di accoglienza, di tutela del diritto d’asilo, di rispetto della dignità umana: la Libia semplicemente li deve “fermare”, non importa come. I migranti, tra i quali vi sono anche molte donne e minori, continueranno a rischiare la vita, tanto nelle carceri, nei container e nei centri della polizia libica, quanto nel deserto e nel mare, che saranno spinti ancor più ad attraversare proprio a causa delle violenze da parte della polizia libica stessa.
In Libia si compiono continue violazioni dei diritti umani fondamentali: arresti indiscriminati, violenze, deportazioni di massa, torture, connivenze tra polizia e trafficanti. Ai migranti, molti dei quali in fuga da paesi in guerra o dittatoriali come Etiopia, Sudan, Eritrea, Somalia, non è garantito alcun diritto, a partire proprio da quelli di asilo e di protezione umanitaria, perché la Libia semplicemente non ha mai aderito alla Convenzione di Ginevra.

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