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mercoledì 13 aprile 2011

MIGLIAIA DI PIGMEI BATWA SENZA TETTO A CAUSA DELLA CAMPAGNA GOVERNATIVA “ANTI-PAGLIA”.

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Una famiglia tra le rovine della sua casa.
© COPORWA/Survival

Il governo del Ruanda ha approvato un programma che prevede la distruzione di tutti i tetti di paglia del paese lasciando migliaia di Pigmei Batwa senza casa.
Negli ultimi mesi le famiglie batwa che si son viste distruggere le loro case sono già state centinaia, e ora si ritrovano costrette a vivere all’aperto anche durante la stagione delle piogge. Le autorità hanno pianificato di distruggere tutti i tetti di paglia del paese entro il mese di maggio di quest’anno.
Questo distruttivo schema prevede che le famiglie che ne hanno la possibilità si procurino case nuove a proprie spese.
I più poveri – inclusi quasi tutti i Batwa – avrebbero dovuto ricevere delle lamiere mentre per malati e anziani sarebbe previsto il trasferimento in case nuove. Tuttavia, molte capanne sono state distrutte senza l’assegnazione di abitazioni alternative.

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Il tetto di questa abitazione batwa è stato bruciato secondo quanto previsto dal programma del governo.
© COPORWA/Survival

Tra i gruppi più colpiti ci sono i Batwa, il popolo più emarginato della società ruandese, sottoposto quotidianamente a discriminazioni e a forme molto radicate di razzismo.
Nella provincia meridionale del Ruanda, nei soli ultimi tre mesi sarebbero già state distrutte 30.000 capanne. Migliaia di famiglie sono rimaste senzatetto.
Secondo il governatore della Provincia meridionale, le demolizioni sarebbero state necessarie perchè “la gente sembrava contenta di vivere nelle capanne e non mostrava nessuna intenzione di abbandonarle”. Survival International ha protestato presso le autorità del paese.

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Molte famiglie sono rimaste senzatetto.
© COPORWA/Survival

“Distruggere le case dei Batwa per lasciarli ad inzupparsi d’acqua sotto la pioggia suona come uno scherzo paradossale” ha commentato Francesca Casella, direttrice di Survival Italia. “Ma purtroppo non lo è. Quel che il governo sta facendo ‘per il bene’ di questo popolo è tragicamente ironico e arrogante. I Pigmei stanno già subendo discriminazioni e violenze disumane. L’unico intervento governativo che potrebbe realmente migliorare la loro condizione è una riforma della terra che riconosca i loro diritti collettivi sulle foreste e le sue risorse.”

Fonte
COPORWA (Comunità di Potters in Ruanda)

martedì 15 marzo 2011

DIARIO DI VIAGGIO DI RAFFAELLA MILANDRI

La strada per l'est del Camerun, ai confini del Congo, è una lunga arteria di oltre 500 km, sterrata e malmessa. Non c'è traffico, solo grandi camion carichi di gigantesche creature secolari: alberi vittime della deforestazione.

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Raffaella Milandri con un bimbo pigmeo

Man mano che si procede, i pali della luce scompaiono, i cartelli di vendita di ricariche telefoniche - unica attività molto diffusa in Camerun - scompaiono, e le pance dei bambini si gonfiano di malnutrizione. Inizio la visita di villaggi dei pigmei Baka, il più diffuso popolo della foresta. I problemi sono chiari e lampanti: la deforestazione, in quanto i pigmei vengono scacciati dai terreni assegnati alle compagnie forestali, o anche da chi pratica deforestazione illegale; i parchi naturali, in quanto grandi lotti di terreno, con foreste e animali, vengono salvaguardati e quindi non possono essere abitati; le miniere, come sopra.
Nessuno protegge il popolo della foresta, anzi molti non hanno documenti d'identità e quindi, in teoria, non esistono come cittadini. Nemmeno qualche politico indomito trova la voglia di censire, e quindi rendere elettori, questa gente. Ma il peggio deve ancora venire. Nel villaggio del capo Robert, di 78 anni ("Sua Maestà" è l'appellativo dei capo villaggio), il mio appello a parlare dei loro problemi viene accolto, ed è un fiume in piena. Con me c'è padre Jerome, un sacerdote camerunense che mi aiuta nella traduzione.
Come molti villaggi dei Baka, anche il suo - dopo la ultima migrazione forzata - giace lungo una strada, vicino ad un villaggio bantu (i bantu sono la popolazione dominante in Camerun). "I bantu ci picchiano, ci picchiano, ci picchiano. Ci riempiono sempre di botte. Ci prendono con la forza e ci fanno lavorare nei campi, e poi ci danno 200 franchi (30 centesimi di euro) per un giorno di lavoro.
Ci trattano come animali. Qualche volta invece dei soldi ci danno degli stracci usati, per vestirci". Discriminazione, violenza, schiavismo, violazione dei diritti umani.
Mentre sono a parlare con Robert e tutto il villaggio in circolo, arriva una donna inviperita che urla: "Non si può parlare con i Baka, bisogna prima parlare col capo bantu!" e via una sequela di urla e minacce.
Se ne va, io la ignoro, padre Jerome le dice di stare calma e gli abitanti del villaggio Baka fremono di paura. Vado in macchina a prendere i doni per loro (sapone, fiammiferi, etc) e mi ripagano con una grande gioia. E' un dono inaspettato, sono felici. Ad un certo punto vedo il capo Robert dare ordine di mettere via tutti i doni. Capisco perché: una delegazione di bantu sta arrivando in pompa magna, arrabbiatissima. E' il momento del confronto. "Non potete visitare i pigmei senza chiedere permesso al capo bantu! Noi chiamiamo il Prefetto!"
Io rispondo d'impeto: "Il capo Robert è mon ami, è mio amico", E qui, mentre io sarei pronta a combattere con rabbia, padre Jerome usa tutta la diplomazia di cui è capace. "Se c'è interesse ad aiutare i pigmei, potreste avere benefici anche voi nel vostro villaggio". E poi chiede scusa ai bantu per avere osato andare dai Baka senza chiedere permesso alla loro autorità.
Davanti alle scuse, che io non sarei mai stata capace di fare, i bantu rimbrottano e poi pian piano se ne vanno. "Merci, grazie" dico a loro. Ho paura che, dopo che andiamo via noi, li maltrattino e li picchino. Oltre a rubare i doni.
Nel prosieguo del cammino, trovo altri casi simili. E' la disperazione. E' la sofferenza. Il martirio. Non immaginavo tutto questo. Anche padre Jerome dice "E' stata davvero una grande esperienza che mi ha toccato. Non sapevo".

UN APPELLO
Quando tornerò in Italia, contatterò il CERD dell'Onu. Farò una raccolta di lettere e firme da inviare al Parlamento del Camerun. Riprenderò il mio ciclo di conferenze sui popoli indigeni e ovviamente mostrerò queste testimonianze. Vorrei tanto inviare anche beni di conforto per questi villaggi che vivono nella povertà più totale. Mi appello a chi mi legge fin da ora. Facciamo qualcosa. Chi è armato di buona volontà, mi contatti. I pigmei sono un popolo in agonia e in pochi anni scompariranno, per la indifferenza di tutti. Intanto, il mio viaggio continua.
Raffaella Milandri                                                                                                               13/03/2011

giovedì 1 aprile 2010

PIGMEI, LA TRAGEDIA DEL POPOLO DELLA FORESTA

Chi dall'Europa atterra a Yaoundé per decine di minuti vola sopra un'ininterrotta coltre di alberi verde, densa e umida. È il bacino del fiume Congo, dove un tempo H.M. Stanley trovò il Dr. Livingstone: il cuore dell'Africa nera che per ultimo si arrese agli esploratori stranieri e oggi racchiude il più grande polmone verde del pianeta, dopo l'Amazzonia.

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I tronchi che provengono da qui, gli operatori umanitari li chiamano "blood timber", legname insanguinato. Perché con il taglio illegale e legale degli alberi, con la vendita della selvaggina e l'apertura di enormi miniere a cielo aperto per succhiare dalla terra la ricchezza minerale, uno sfruttamento che lascia la gente locale più povera di prima, si consuma una delle più dimenticate tragedie dei giorni nostri, quella degli ultimi popoli della foresta.
Noi li chiamiamo Pigmei, loro si chiamano Bambuti, Babinga, Baka, Aka, Batwa, Bagyeli e in tanti altri modi. Non sono scomparsi, come tanti credono, né si sono tutti adattati allo stile di vita altrui. Ancora molti vivono, ma soprattutto muoiono, nella foresta che dalla costa atlantica del Camerun arriva al lago Vittoria. Nessuno sa quanti siano, non hanno documenti d'identità, non votano, non hanno diritti. Poco è cambiato per loro dalla fine della colonizzazione. La terra non appartiene né a loro né alle altre comunità che la abitano. Tagliata su una mappa col righello dalle riforme fondiarie, viene sfruttata da compagnie straniere e locali che arricchiscono governi e governanti pagando le concessioni per tagliare gli alberi e scavare nel sottosuolo. Per chi vi è nato l'accesso alle risorse vegetali e faunistiche non è previsto. E se i popoli stanziali possono tentare di dimostrare in tribunale l'«uso continuativo della terra», tramite l'agricoltura o case permanenti, quelli seminomadi sono tagliati fuori.
«Vivevamo nella foresta. Nel 1972 è venuta una legge che ne ha fatto una riserva, perché la terra è proprietà dello Stato. Ci hanno detto di andare ad abitare sul bordo della strada - racconta Dieudonné Tombombo, capotribù camerunense e membro dell'associazione di Baka "Nomedjo Buma Bo Kpode" -. Non sappiamo di che vivere al bordo della strada, e siamo minacciati dai bantù». Non li vogliono su quello che i bantù considerano il loro territorio. «Campavamo di caccia, di raccolta di miele e frutta, ma ci è stato vietato di entrare nella foresta, e non ce ne è stata data un'altra». Tombombo è impigliato da anni, con Raymond Aleka, nelle pratiche burocratiche per ottenere una "foresta comunitaria", ovvero il diritto di uso di una piccola parte del territorio. «Abbiamo chiesto alle Ong (organizzazioni non governative, ndr) di aiutarci a compilare i documenti, ma per ora nessuno è riuscito. La pratica è bloccata dal 2005. Servono soldi per farla procedere, ma come possono chiedere i soldi a noi che non abbiamo niente, che non sappiamo neanche cosa siano i soldi?» lamenta Aleka.
«Noi siamo i primi abitanti del Camerun, siamo i popoli autoctoni della foresta, e siamo rigettati dallo Stato!», si arrabbia Tombombo. La situazione che raccontano è la norma. Sono gli ultimi tra gli ultimi. E non hanno mezzi legali, economici, culturali per difendersi. A volte i bantù li considerano una loro proprietà e li tengono in semischiavitù. I Baka del Camerun sono riusciti a farsi strada fino all'Onu di Ginevra, dove due settimane fa hanno ottenuto di essere definiti "popolazione indigena", uno status riconosciuto a livello internazionale che dovrebbe avviare un processo per garantire loro il diritto alla terra. Ma dagli accordi presi nelle luminose stanze ginevrine alla loro applicazione nelle foreste, nessuno sa quanto tempo possa passare. Le associazioni per i diritti umani battono la strada dell'eliminazione del razzismo e dell'inclusione dei pigmei tra le "popolazioni indigene", strada che ha portato qualche progresso pure nel Congo e nella Repubblica democratica del Congo. Molti africani sono però riluttanti a usare questa definizione: si ritengono tutti "indigeni". In Uganda, Burundi e Ruanda (dove si stima che il 30% dei Batwa sia stato sterminato durante il genocidio) la situazione è sempre più grave. Un'altra speranza viene dall'Unione europea, che ha firmato con il Ghana e sta negoziando da anni con il Camerun, il Congo, la Repubblica Centroafricana e la Liberia, un accordo chiamato Vpa: Voluntary partnership agreement. L'idea è che la protezione dell'ambiente non possa prescindere dalle popolazioni che lo abitano: prevede che tutto il legname importato in Europa sia raccolto in modo sostenibile sia per l'ecosistema sia per le popolazioni che vivono sul territorio. Criteri che ispirano anche certificazioni come quelle del Fsc (Forest stewardship council) di cui alcune aziende si sono spontaneamente dotate, soprattutto per lavorare con l'attento mercato scandinavo. La firma del Vpa pare alle porte in Camerun, un paese dove c'è una società civile informata e combattiva. Negoziati sono avviati anche con la Repubblica democratica del Congo e il Gabon. «Quello che fa male al cuore è che furono i nostri nonni a iniziare a rivendicare il diritto di vivere nella foresta, e sono morti tanto abbiamo aspettato!» grida Tombombo, col suo piglio guerriero che ci ricorda che non stiamo parlando con un ragazzino. Aveva cinque figli, ne sono sopravvissuti tre. La mortalità infantile è altissima (20-40%) tra questi popoli che non hanno soldi per le medicine occidentali, non hanno neanche più il diritto di raccogliere le piante medicinali, e sono sempre più devastati dall'Hiv.
Lungo le strade rosse che portano ai villaggi ai margini della foresta gli alberi grondano frutti tropicali e grassi baccelli del cacao. Patire la fame qui è un paradosso. È la terra rigogliosa e assurda di Cuore di tenebra, là dove il protagonista del romanzo di Joseph Conrad muore mormorando «Orrore».

di Lara Ricci

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