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lunedì 10 ottobre 2011

HAITI' PAESE OCCUPATO E DIMENTICATO

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Haitì, paese occupato

di Eduardo Galeano (*); da: pagina12.com.ar; 28.9.2011

Consulti qualsiasi enciclopedia. Chieda quale è stato il primo paese libero in America. Riceverà sempre la stessa risposta: gli Stati Uniti. Ma gli Stati Uniti dichiararono la loro indipendenza quando erano una nazione con seicentocinquantamila schiavi, che continuarono ad essere schiavi per un secolo, e nella loro prima Costituzione stabilirono che un nero valeva i tre quinti di una persona.
E se lei chiede a qualsiasi enciclopedia quale fu il primo paese che abolì la schiavitù, ricevererà sempre la stessa risposta: l’Inghilterra.
Ma il primo paese che abolì la schiavitù non fu l’Inghilterra ma Haitì, che sta ancora espiando il peccato della sua dignità.
Gli schiavi neri di Haitì avevano sconfitto il glorioso esercito di Napoleone Bonaparte e l’Europa non perdonò mai quell’umiliazione. Haitì pagò alla Francia, per un secolo e mezzo, un indennizzo gigantesco, per essere colpevole della propria libertà, ma neanche quello è bastato. Quell’insolenza nera continua a far male ai bianchi padroni del mondo.
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Di tutto questo, sappiamo poco o nulla.
Haitì è un paese invisibile.
Ha avuto un attimo di fama quando il terremoto dell’anno 2010 uccise più di duecentomila haitiani.
La tragedia ha fatto sì che il paese occupasse, fugacemente, la prima pagina dei mezzi di comunicazione.
Haitì non è conosciuta per il talento dei suoi artisti, maghi dei rifiuti capaci di trasformare la spazzatura in bellezza, né per le sue azioni eroiche nella guerra contro la schiavitù e l’oppressione coloniale.
Vale la pena ripeterlo un’altra volta, perché i sordi ascoltino: Haitì è stata il paese fondatore dell’indipendenza dell’America e il primo a sconfiggere la schiavitù nel mondo.
Merita molto di più che la notorietà nata dalle sue disgrazie.
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Attualmente, gli eserciti di vari paesi, compreso il mio, continuano ad occupare Haitì. Come si giustifica questa invasione militare? Ma.. sostenendo che Haitì mette in pericolo la sicurezza internazionale!
Niente di nuovo.
Per tutto il secolo diciannovesimo, l’esempio di Haitì ha costituito una minaccia per la sicurezza dei paesi che continuavano a praticare la schiavitù. Lo aveva già detto Thomas Jefferson: da Haitì veniva la peste della ribellione. Nella Carolina del Sud, ad esempio, la legge permetteva di incarcerare qualsiasi marinaio nero, mentre la sua nave era in porto, per il rischio che potesse portare il contagio della peste antischiavista. E in Brasile questa peste si chiamava haitianismo.
Già nel secolo Ventesimo Haitì fu invasa dai marines, perché era un paese insicuro per i suoi creditori stranieri. Gli invasori cominciarono impadronendosi delle dogane e consegnarono la Banca Nazionale alla City Bank di New York. E già che c’erano, rimasero per diciannove anni.
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L’incrocio della frontiera tra la Repubblica Dominicana e Haitì si chiama Il passo cattivo.
Forse il nome è un segnale di allarme: lei sta entrando nel mondo negro, la magia nera, la stregoneria…
Il vudù, la religione che gli schiavi portarono dall’Africa e che fu nazionalizzata ad Haitì non merita di chiamarsi religione. Dal punto di vista dei proprietari della Civiltà, il vudù è una cosa da neri, è ignoranza, arretratezza, pura superstizione. La Chiesa Cattolica, dove non mancano fedeli capaci di vendere unghie di santi e piume dell’arcangelo Gabriele, riuscì a far proibire ufficialmente questa superstizione nel 1845, nel 1860, nel 1915 e nel 1942, senza che il popolo se ne accorgesse.
Ma, ormai da qualche anno, sono le sette evangeliche che si incaricano della guerra contro la superstizione ad Haitì. Queste sette vengono dagli Stati Uniti, un paese che non ha il 13° piano nei suoi edifici, né la fila 13 sui suoi aerei, abitato da civilizzati cristiani che credono che Dio abbia creato il mondo in una settimana.
In quel paese, il predicatore evangelico Pat Robertson ha spiegato alla televisione il terremoto dell’anno 2010.
Questo pastore di anime ha rivelato che i neri haitiani conquistarono l’indipendenza dalla Francia con una cerimonia vudù, invocando l’aiuto del Diavolo dal profondo della selva haitiana. Il Diavolo, che diede loro la libertà, mandò il terremoto per fargli pagare il conto.
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Fino a quando i soldati stranieri resteranno ad Haitì? Erano arrivati per stabilizzare ed aiutare, ma sono sette anni che stanno ostacolando e destabilizzando questo paese che non li vuole.
L’occupazione militare di Haitì sta costando alle Nazioni Unite più di ottocento milioni di dollari all’anno.
Se le Nazioni Unite destinassero questi fondi ala cooperazione tecnica e alla solidarietà sociale, Haitì potrebbe ricevere un buon impulso allo sviluppo della sua energia creatrice. E così si salverebbe dai suoi salvatori armati, che hanno una certa tendenza a violentare, uccidere e regalare malattie fatali.
Haitì non ha bisogno che nessuno venga a moltiplicare le sue calamità. E non ha neanche bisogno della carità di nessuno. Come dice bene un antico proverbio africano, la mano che dà sta sempre al di sopra della mano che riceve.
Ma Haitì ha sì bisogno di solidarietà, di medici, di scuole, di ospedali e di una collaborazione vera che renda possibile il rinascimento della sua sovranità alimentare, assassinata dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Mondiale e da altre società filantropiche.
Per noi, latinoamericani, questa solidarietà è un dovere di gratitudine: sarà il modo migliore di dire grazie a questa piccola nazione che nel 1804 ci aprì, con il suo esempio contagioso, le porte della libertà.
(Questo articolo è dedicato a Guillermo Chifflet, che è stato obbligato a rinunciare al suo seggio alla Camera dei Deputati dell’Uruguay quando ha votato contro l’invio dei soldati ad Haitì).
Questo testo è stato letto ieri dallo scrittore uruguaiano alla Biblioteca Nazionale, nel quadro dell’incontro-dibattito “Haitì e la risposta latinoamericana).
(*) Scrittore, saggista e poeta uruguaiano, autore, tra gli altri libri, di “Le vene aperte dell’America Latina”.
(traduzione di Daniela Trollio
Centro di Iniziativa Proletaria “G.Tagarelli”
Via Magenta 88, Sesto S.Giovanni
Fonte

mercoledì 11 maggio 2011

IL MONDO NON SA DOV'E' LA SUA CASA

La spirale della violenza crea violenza e anche confusione: dolore, paura, intolleranza, odio, pazzia.
Di Eduardo Galeano
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I terroristi hanno ucciso lavoratori in 50 paesi nel nome del Bene contro il Male. Cosa sarebbe del Bene se non ci fosse il Male? Non solo i fanatici religiosi hanno bisogno di nemici per giustificare la loro pazzia. Hanno bisogno di nemici, per giustificare la loro esistenza, l’industria bellica e il gigantesco apparato militare degli Stati Uniti. Buoni e cattivi, cattivi e buoni: gli attori cambiano la maschera, gli eroi diventano mostri, ed i mostri eroi, secondo le esigenze di chi scrive il copione.
Lo scienziato tedesco Werner von Braun fu un cattivo quando inventò i missili V-2, che Hitler scaricò su Londra, ma divenne buono il giorno che mise il suo talento al servizio degli Stati Uniti.
Stalin fu buono durante la Seconda Guerra Mondiale e cattivo dopo, quando ha guidato l’Impero del Male. Negli anni della guerra fredda John Steinbeck scriveva:“Forse tutto il mondo ha bisogno dei russi. Scommetto che anche in Russia hanno bisogno dei russi. Forse loro li chiamano americani”. Dopo, i russi sono diventati buoni.

Saddam Hussein era buono, e buone erano le armi chimiche che usò contro gli iraniani e i curdi. Dopo, divenne cattivo quando gli USA, che avevano finito d’invadere il Panama, invasero l’Iraq perché questo aveva invaso il Kuwait. Bush padre era a capo di questa guerra contro il male con lo spirito umanitario ecompassionevole che caratterizza la sua famiglia, ha ucciso oltre un centinaio dimigliaia di iracheni, soprattutto civili.
Bin Laden, amato e armato dal Governo degli Stati Uniti, era uno dei principali “guerrieri della libertà” contro il comunismo in Afghanistan. Bush padre occupava la vicepresidenza quando il presidente Reagan disse che questi eroi erano “l’equivalente morale dei Padri Fondatori dell’America”. Hollywood era d’accordo con la Casa Bianca. “Il disprezzo verso la volontà popolare è una delle tante coincidenze tra il terrorismo di Stato e il terrorismo privato”. A quei tempi, è stato girato Rambo 3: gli afgani musulmani erano i buoni. Nel periodo di Bush junior invece erano i cattivi cattivissimi.
Henry Kissinger fu uno dei primi a reagire di fronte alla tragedia. “Colpevoli quanto i terroristi sono coloro che li sostengono, finanziano ed ispirano”, sentenziò. Se è così, bisognerebbe iniziare a bombardare Kissinger. Lui risulta colpevole di molti più crimini di quelli commessi da Bin Laden e da tutti i terroristi messi insieme. Ed in molti più paesi: agendo al servizio di vari governi USA, diede “appoggio, finanziamenti e ispirazione” al terrore di Stato in Indonesia, Cambogia, Cipro, Iran, Africa del Sud, Bangladesh e nei paesi sud americani che subirono la guerra sporca del Piano Condor.
L’11 settembre 1973, esattamente 28 anni prima delle Torri Gemelle, arse il palazzo presidenziale in Cile. Kissinger aveva anticipato l’epitaffio di Salvador Allende e della democrazia cilena, commentando l'esito delle elezioni: "Non dobbiamo accettare che un paese diventi marxista per l'irresponsabilità del suo popolo".
Il terrorismo artigianale somiglia molto a quello di alto livello tecnologico, quello dei fondamentalisti religiosi e quello dei fondamentalisti del mercato, quello dei disperati e dei potenti, dei pazzi liberi e dei professionisti in uniforme. Tutti condividono lo stesso disprezzo per la vita umana: gli assassini di 2.500 cittadini schiacciati sotto le macerie delle Torri Gemelle, gli assassini dei duecento mila guatemaltechi, per la maggioranza indigeni, che sono stati sterminati senza che mai la TV o i giornali del mondo prestassero loro il minimo d’attenzione. I guatemaltechi non furono sacrificati da nessun fanatico musulmano, ma dai militari terroristi che ricevettero “appoggio, finanziamenti e ispirazione” dai governi degli Stati Uniti.
Tutti gli innamorati della morte concordano nella loro ossessione di ridurre a termini militari le contraddizioni militari, sociali, culturali e nazionali. Nel nome del Bene contro il Male, in nome dell’Unica Verità, tutto si risolve uccidendo prima e chiedendo dopo. Allah è innocente dei crimini che si commettono a suo nome. In fin dei conti, Dio non ha ordinato l’olocausto nazista contro i fedeli di Geova, e non fu Geova che ha dettato il massacro di Sabra e Shatila né che ordinò di espellere i palestinesi dalle loro terre. Forse Geova, Allah e Dio non sono tre nomi di una stessa divinità?
La spirale della violenza crea violenza e anche confusione: dolore, paura, intolleranza, odio, pazzia. A Porto Alegre, l’algerino Ahmed Ben Bella avvertì:“Questo sistema, che ha già fatto impazzire le mucche, sta facendo impazzire le persone”. E i pazzi, pazzi di odio, agiscono come il potere che li crea.
Un bimbo di tre anni, chiamato Luca, ha detto in questi giorni: “Il mondo non sa dove è la sua casa”. Stava guardando una cartina geografica. Potrebbe esserestato a guardare le notizie.
Tradotto e segnalato per Voci Dalla Strada da VANESA

lunedì 13 settembre 2010

IL SUD CHE IL NORD NON RACCONTA O MANIPOLA

di Eduardo Galeano

Eduardo Galeano è l'autore di "Las venas abiertas de América Latina", uno dei libri più duri e più critici sulle conseguenze del colonialismo e dei condizionamenti occidentali sullo sviluppo dell'America Latina; è un libro tornato a nuova fama quando l'anno scorso, nel primo e finora unico incontro con i leaders del continente americano, Hugo Chávez lo ha regalato a Barack Obama. In questi giorni lo scrittore uruguayano, uno dei massimi rappresentanti intellettuali della sinistra anti-capitalista del sub-continente, è a Madrid, dove ha rilasciato una bella intervista a Madrid. Non bisogna necessariamente condividere tutte le sue analisi, ma offrono punti di vista che sono un invito a riflettere e, come si faceva al finale di un bel film idealista e statunitense, "a salire sul banco". In spagnolo la trovate qui.


- Vargas Llosa ha scritto che si considera ancora un giornalista. E lei?


Sì, ma c'è una tradizione che crede che il giornalismo sia un esercizio che si pratica nei bassifondi della letteratura e sull'altare c'è la creazione del libro. Non condivido questa divisione in classi. Credo che tutti i messaggi scritti formino parte della letteratura, compresi i graffiti sui muri. Da tempo scrivo soprattutto libri e pochissimi articoli. Ma mi sono formato con questi e porto il marchio della fabbrica. Ringrazio il giornalismo per avermi t irato fuori dalla contemplazione dei labirinti del mio ombelico.


- A volte cita la frase di un anonimo: "Ci pisciano e i giornali dicono che piove". Continua a piovere?


E' un graffiti che ho visto in una strada di Buenos Aires. Le pareti sono le tipografie dei poveri. Continua a piovere. Incominciando dall'imposizione di un linguaggio bugiardo. Quando chiamano contrattisti i mercenari, mentono; anche quando chiamano catastrofi naturali i disastri che il mondo soffre, mentono, perché la natura non ha colpa dei crimini che si commettono contro di lei; si invoca la comunità internazionale e si riferiscono a un club di banchieri e guerrieri che dominano il mondo.


- E' da tempo che non sentiamo dire che la stampa è il quarto potere: siamo scesi di scalino?


No. Si sono sviluppate forme di comunicazione che ti restituiscono la fiducia che questo mondo rovesciato è un centro di paradossi interessante. Internet è nato al servizio dell'industria militare e poi è diventato una cosa diversa. Si sono moltiplicate le voci non ascoltate che suonavano nelle campane di legno. Ha contribuito allo sviluppo di forme alternative di comunicazione. Io sono preistorico e ho bisogno di un giornale che mi si stropicci tra le mani, l'odore dell'inchiostro e della carta. Non posso neanche leggere un libro sullo schermo. Mi piace molto la carta nelle mani, il libro che mi appoggio contro il petto, ascolto mettendolo vicino all'orecchio le parole che trasmette, anche se a volte sembrano morte sulla carta.


- L'incontro dell'AECID e IPS (Galeano ha partecipato alla Settimana della Cooperazione organizzata dalle due entità NdRSO) voleva implicare i media in uno "sviluppo più includente". Ci siamo dimenticati di includere qualcuno, al raccontare la crisi?


C'è stata una manipolazione, che non credo innocente, dei grandi mezzi di comunicazione tale che gli autori della catastrofe, i banchieri di Wall Street, sono finiti in una specie di innocenza, fino a far credere che la colpa della crisi era della Grecia. Ma ci sono anche voci alternative che suonano, come le radio comunitarie. Sono state disprezzate e perseguitate in molti Paesi, ma adesso hanno trovato il loro posto. Le voci della gente, senza intermediari, suonano più vere.


- Esiste una minore implicazione ideologica del giornalista?


Qualunque forma di appoggio alla diversità delle voci umane mi sembra stimolante, abbia la forma che abbia e gli si dia l'etichetta che gli si dia. Credo nella diversità della condizione umana. La cosa migliore del mondo è la quantità di mondi che contiene. In Espejos. Una historia casi universal (2008) ho cercato di contenere il mondo senza fare caso a frontiere, la cartina o il tempo, per celebrare la diversità.


- Gli episodi di violenza contro la stampa degli anni '70 in America Latina si ripetono ai nostri giorni. Il giornalista si può liberare della coazione?


Ci sono spazi di indipendenza che è possibile aprire. In Argentina ho diretto la rivista culturale Crisis. Ma me ne sono dovuta andare perché la rivista ha preferito fermarsi e non inchinarsi davanti alla volontà del colpo di Stato militare trionfante, che implicava una censura ogni volta peggiore. MA fino quando è durata è stata un'esperienza straordinaria. Siamo arrivati a vendere 35mila copie. Per i militari sapeva di sovversione perché si dava la parola a chi era nato per tenere la bocca chiusa. La mia esperienza di vita mi ha insegnato che tutti abbiamo qualcosa da dire agli altri, qualcosa da fare per gli altri, celebrato o almeno perdonato. Alcune voci suonano e altre no. Ci sono molti che sono condannati al silenzio eterno. A volte le voci sconosciute, disprezzate, ignorate sono molto più interessanti di quelle del potere e dei suoi molteplici echi.


- Nel Venezuela, in Argentina, Bolivia. Evuador, i Governi litigano con i mezzi di comunicazione...


Le generalizzazioni corrispondono a una visione della nostra realtà, la latinoamericana o del sud del mondo, che ha il nord. I deboli, ogni volta che cercano di esprimersi o camminare con le loro gambe, risultano pericolosi. Il patriottismo è legittimo nel nord del mondo e nel sud diventa populismo o, ancora peggio, terrorismo. Le notizie sono molto manipolate, dipendono dagli occhi che le vedono o le orecchie che le ascoltano. Lo sciopero della fame dei mapuches, in Cile ha poco o nessuno spazio sui media che hanno maggiore influenza e uno sciopero della fame nel Venezuela o a Cuba merita la prima pagina. Chi sono i terroristi? Sono i pirati che assaltano le barche o quelli che pescano violando leggi e limiti?


- Il presidente venezuelano Hugo Chávez è uno di quelli che discutono con la stampa. Abbiamo un verdetto per lui?


C'è una demonizzazione di Chávez. Prima il nemico del film era Cuba, adesso non più tanto. Ma c'è sempre qualche nemico. Senza nemico, il film non si può fare. E se non c'è gente pericolosa, cosa facciamo delle spese militari? Il mondo deve difendersi. Il mondo ha un'economica di guerra che funziona e ha bisogno di nemici. Se non esistono le fabbriche. Non sempre i diavoli sono diavoli e gli angeli angeli. E' uno scandalo che oggi, ogni minuto, si dedichino 3 milioni di dollari in spese militari, nome artistico delle spese criminali. E questo ha bisogno di nemici. Nel teatro del bene e del male a volte sono intercambiabili, come è successo a Saddam Hussein, un santo dell'Occidente diventato Satana.

Fonte


mercoledì 26 maggio 2010

LA STORIA DI HAITI È LA STORIA DEL RAZZISMO DELLA CIVILTÀ OCCIDENTALE

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La democrazia di Haiti è nata pochissimo tempo fa. Nel suo breve tempo di vita questa creatura affamata e malaticcia non ha ricevuto altro che schiaffi. Era appena nata quando, nel Natale del 1991, è stata uccisa dal colpo militare del generale Raoul Cedras. Tre anni più tardi, è resuscitata. Dopo aver nominato e deposto tanti dittatori militari, gli Stati Uniti hanno deposto e poi rimesso al suo incarico il presidente Bertrand Aristide, che era stato il primo governante eletto dal voto popolare in tutta la storia di Haiti e che aveva avuto la pazza idea di volere un paese meno ingiusto.
Il voto e il veto
Per cancellare i segni della partecipazione statunitense nella dittatura sanguinosa del generale Cedras, i marines hanno portato via 160.000 pagine dagli archivi segreti. Aristide è tornato in catene. Gli hanno dato il permesso di riprendersi il governo, ma gli hanno interdetto il potere. Il suo successore, René Preval, ha ottenuto quasi il 90% dei voti, ma più potere di Preval ha qualsiasi piccolo capo di ultima categoria del Fondo Monetario o della Banca Mondiale, anche se il popolo haitiano non li ha eletti con nemmeno un unico voto.
Più che il voto può il veto. Il veto alle riforme: ogni volta che Preval, o qualcuno dei suoi ministri, chiedeva dei prestiti internazionali per dare pane agli affamati, lettere agli analfabeti o terra ai contadini, non riceveva alcuna risposta, oppure rispondevano col seguente ordine:
– Studia il compito per casa! – E siccome il governo di Haiti non ha mai imparato quello che si deve fare, e cioè, smantellare i pochi servizi pubblici ancora rimasti (gli ultimi poveri aiuti a uno dei popoli più abbandonati del mondo) i professori considerano l'esame fallito.
L'alibi demografico
Alla fine dell'anno scorso, quattro deputati tedeschi hanno visitato Haiti. appena arrivati, la miseria del popolo gli ha ferito gli occhi. L’allora ambasciatore in Germania gli ha spiegato, a Porto Principe, qual era il problema.
– Questo è un paese super popolato, disse lui. La donna di Haiti lo vuole sempre e l'uomo haitiano è sempre disponibile.
E si è messo a ridere. I deputati sono stati zitti. Quella sera, uno di loro, Winfred Wolf, ha consultato i numeri. E ha verificato che Haiti, come El Salvador, è il paese più popolato delle Americhe, è quasi altrettanto popolato come la Germania: ha quasi la stessa quantità di abitanti per chilometro quadrato.
Durante i suoi giorni ad Haiti, il deputato Wolf non è stato colpito solo dalla miseria, ma è rimasto meravigliato anche dalla capacità di produrre bellezza dei pittori popolari. Ed è arrivato alla conclusione che Haiti è super popolata di... artisti.
In realtà, l'alibi demografico è più o meno recente. Fino a qualche anno fa, le potenze occidentali parlavano più chiaramente.
La tradizione razzista
Gli Stati uniti all’inizio del 1915 invasero e governarono il paese fino al 1934, e si ritirarono solo quando avevano già raggiunto i loro due obiettivi: riscattare i debiti con la Citybank e cancellare l'articolo costituzionale che vietava di svendere le terre agli stranieri. Allora Robert Lansing, segretario di Stato, giustificò una lunga e feroce occupazione militare spiegando che la razza nera è incapace di governare se stessa, che ha "una tendenza intrinseca alla vita selvaggia e un'incapacità fisica per la civiltà".
Uno dei responsabili dell'invasione, William Philips, aveva nutrito anni prima un'idea sagace: "questo è un popolo inferiore, incapace di conservare la civiltà che gli avevano lasciato i francesi".
Haiti è stata la perla della corona, la colonia più ricca della Francia: una grande fattoria di zucchero, con manodopera schiava. Nello Spirito delle leggi, Montesquieu aveva spiegato senza esitazioni: "lo zucchero sarebbe troppo caro se non fossero gli schiavi a produrlo con il loro lavoro. I cosiddetti schiavi sono neri dalla testa ai piedi e hanno il naso così schiacciato che è quasi impossibile avere pietà di loro. È impensabile che Dio, che è un essere molto saggio, abbia messo un’anima, e soprattutto una buona anima, in un corpo interamente nero".
L'umiliazione imperdonabile
Nel 1803 i neri di Haiti hanno dato una lezione alle truppe di Napoleone Bonaparte e l'Europa non ha mai perdonato quest’umiliazione inflitta alla razza bianca. Haiti è stato il primo paese libero delle Americhe. Gli Stati uniti avevano conquistato la loro indipendenza prima, ma c'erano mezzo milione di schiavi a lavorare nelle piantagioni di cotone e di tabacco. Jefferson, che era proprietario di schiavi, diceva che tutti gli uomini sono uguali, ma diceva anche che i neri sono stati, sono e saranno inferiori.
La bandiera degli uomini liberi si è alzata sulle rovine. La terra di Haiti è stata devastata dalla monocultura dello zucchero e distrutta dalla calamità della guerra contro la Francia, e un terzo della popolazione è morta nei combattimenti. Allora è iniziato il blocco. La nazione appena nata è stata condannata alla solitudine. Nessuno comprava da loro, nessuno vendeva a loro, nessuno li riconosceva.
Il delitto della dignità
Neanche Simon Bolivar, che era così coraggioso, ha avuto il coraggio di riconoscere diplomaticamente il paese negro. Bolivar aveva potuto iniziare nuovamente la sua lotta per l'indipendenza del continente americano, quando la Spagna l'aveva già sconfitto, grazie all'appoggio di Haiti. Il governo haitiano gli aveva consegnato sette navi e molte armi e soldati, con l'unica condizione che Bolivar liberasse gli schiavi, un’idea che non era venuta in mente al liberatore. Bolivar ha soddisfatto quest'impegno, ma dopo la sua vittoria, quando governava Gran Colombia, ha girato le spalle al paese che l'aveva salvato. E quando convocò le nazioni americane alla riunione di Panama, non invitò Haiti ma invitò l'Inghilterra. Gli Stati Uniti hanno riconosciuto Haiti soltanto sessant’anni dopo la fine della guerra d'indipendenza, mentre Etienne Serres, genio francese dell'anatomia, scopriva a Parigi che i neri sono primitivi perché hanno poca distanza tra l'ombelico e il pene. A questo punto, Haiti era già in mano alle dittature militari sanguinose, che destinavano le poche risorse del paese al pagamento del debito con la Francia. L'Europa aveva imposto ad Haiti l'obbligo di pagare alla Francia un indennizzo gigantesco, come forma di perdono per aver commesso il delitto della dignità.
La storia dell'assedio contro Haiti, che ai giorni nostri assume le dimensioni di una tragedia, è anche una storia di razzismo della civiltà occidentale.

Traduzione di Julio Monteiro Martins.

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Eduardo Hughes Galeano (Montevideo, 3 settembre 1940) è un giornalista e scrittore uruguaiano i cui libri sono stati tradotti in molte lingue. Le sue opere trascendono i generi canonici in quanto combinano documentazione, narrazione, giornalismo, analisi politica e storia. L'autore stesso non si riconosce quale storico, dicendo: "Sono uno scrittore ossessionato dal ricordo, soprattutto dal ricordo del passato dell'America e, in particolare, dell'America Latina, terra amatissima condannata all'amnesia".
Eduardo Galeano

martedì 25 maggio 2010

L’INVENZIONE DELL’AMERICA LATINA (E DEL LATINO-AMERICANISMO)


clip_image002L’America Latina rappresenta un’area geografica e culturale storicamente determinata ma dai contorni sfumati e cambianti. Quando ci riferiamo a questa zona del mondo come a un concetto che conforma identità comuni e si contrappone all’altra America, quella anglosassone fondata sull’ideologia della missione, della frontiera e dei WASP (White Anglo-Saxons Protestant), stiamo parlando di una tipica identità sopra-nazionale che, come tutte le nazioni, è un’invenzione ossia, parafrasando Benedict Anderson, una “comunità politica immaginata” grazie alla quale ogni membro di una comunità geografica e culturale crede di appartenere a un gruppo sociale, storico e spesso anche etnico ben definito e “nazionale” (1). La sua identità reale qui non importa. E’ fondamentale il processo di creazione di quelle idiosincrasie, tradizioni ed eredità che lo legano al gruppo di riferimento e che lo sottomettono all’ideologia dell’appartenenza. Basti pensare all’Unione Europea e al lavoro di convincimento e propaganda teso a suscitare e risvegliare un’identità comune alle nuove generazioni di tutto il continente. Tornando alla nostra America, alcune definizioni hanno cercato d’inglobare il concetto che oggi abbiamo di questa regione del mondo ma erano semanticamente più limitate e ideologicamente orientate. Mi spiego.
Parlare di “Ispanoamerica” significava di fatto escludere il Brasile, la Guyana Francese, il Suriname (ex territorio olandese), la Guyana (ex colonia inglese) e molte isole dei Caraibi in cui non si parlava e non si parla spagnolo né v’era stata la presenza di quella potenza coloniale europea. In spagnolo esiste addirittura la parola “Lusoamerica” che descrive le ex colonie portoghesi in America, cioè il Brasile, paese che è 90 volte più esteso della sua ex madre patria e in cui tale definizione non ha avuto grande successo.
Il termine “Iberoamerica” era più ampio dato che il riferimento era agli ex possedimenti dei regni della penisola iberica e quindi includeva anche il Brasile, parte dell’impero portoghese fino al 1822, ma restava comunque una connotazione coloniale poco apprezzata da questo lato dell’Atlantico.
Quindi “America Latina” sembra essere il nome più adatto e con un compromesso semantico si ricomprendono nel pentolone le ex colonie spagnole, francesi (come Haiti), portoghesi e gli attuali territori francesi d’oltremare come le isole caraibiche di Guadalupe e Martinica e la Guyana francese. A questo punto resterebbero fuori “solamente” le isole non latine dei Caraibi come per esempio la Giamaica e le Virgin Islands, il Suriname, la Guyana, le Islas Malvinas o Falkland (isole del Regno Unito rivendicate dall’Argentina). Nessuno è perfetto.
Siccome il dottorato che sto (forse?) concludendo a Città del Messico si chiama “Studi Latino Americani” e dire semplicemente “Americanistica” appare riduttivo, mi sono dovuto interrogare sull’origine di suddetta terminologia ripetutamente. L’espressione “latino americanismo” fu utilizzata per la prima volta alla metà del secolo XIX, precisamente nel 1836, dall’intellettuale e viaggiatore francese Michel Chevalier che raccolse in un libro le sue cronache giornalistiche e tracciò la separazione tra un’America “protestante e anglosassone” ed una “cattolica e latina” (2). Secondo il nostro, quest’ultima si sarebbe potuta tranquillamente accomodare nella sfera d’influenza della Francia, unica potenza internazionale anche lei cattolica e latina di quell’epoca (3).
In realtà alcune ricerche recenti circa l’origine del nome e del concetto di America Latina dimostrano che la sua “invenzione” viene dagli stessi latino americani e si può attribuire al frate dominicano Francisco Muñoz del Monte, ai cileni Santiago Arcos e Francisco Bilbao e al colombiano María Torres Caicedo, i quali usarono il termine a partire dal 1850 con un contenuto ideologico differente: l’America Latina non era più vista come un nome imposto da interessi esterni delle potenze coloniali bensì come un nome coniato dagli stessi abitanti della regione che sottintendeva un processo d’emancipazione ideologica e politica (4).
Malgrado le sue origini antiche, fu solo dalla prima metà del secolo XX che l’ideale latino americanista cominciò ad avere un’importanza come flusso reale e ideologico di risposta rispetto al panamericanismo, utopia d’unificazione continentale dall’Alaska alla Pampa promossa spesso a colpi di cannone dagli Stati Uniti, la potenza egemone dell’emisfero occidentale e di lì a poco del mondo intero.
L’affermazione della latinità e della differenza rispetto all’altra America anglosassone, insieme all’idea di una cultura comune condivisa dai popoli situati a sud del Rio Bravo, dal Messico all’Argentina includendo anche il Brasile e le isole dei Caraibi, sono stati gli assi del dibattito storiografico e filosofico sull’identità latino americana il cui mito fondante fu il sogno coltivato da Simon Bolivar di creare un’unica nazione dagli Stati sorti dopo le guerre d’indipendenza contro la Spagna all’inizio dell’ottocento (Nota. In molti paesi delll'America Latina quest'anno, il 2010, è dedicato alle celebrazioni del bicentenario delle lotte  per l'indipendenza i cui inizi, salvo il caso precoce di Haiti, risalgono proprio al 1810).clip_image004
Spesso i nazionalismi dei moderni paesi latino americani e i progetti di unione a livello politico e commerciale prendono spunto da questo sogno, basti pensare al nome ufficiale adottato nel 1999 dal Venezuela che con l’approvazione di una nuova costituzione politica è diventata la "Repubblica Bolivariana de Venezuela" per volontà dei costituenti e del presidente Hugo Chavez il quale difende un’ideologia integrazionista incarnata dall’ALBA (Alternativa Bolivariana per le Americhe) contrapposta alla proposta egemonica statunitense di tipo “panamericano” rappresentata negli ultimi anni dall’ALCA (Area di Libero Commercio delle Americhe, progetto d’integrazione commerciale ormai fallito e portato avanti da accordi bilaterali tra gli USA e ciascun paese dell’America Latina volta per volta) (5). Allo stesso modo l’atteggiamento anti-statunitense manifesto in certe componenti del latino americanismo emerge dal pensiero del patriota cubano José Martí (1853-1895. Giornalista e combattente, deceduto nel tentativo di liberare Cuba dagli spagnoli e dall'ingerenza americana che si sarebbe fatta sentire nel 1898 con la Guerra Ispano-Americana) che è diventato uno dei precursori e paladini più conosciuti dell’idea di un’America Latina diametralmente opposta a quella del nord in cui lo stesso Martì aveva vissuto. Anche il colombiano José Maria Torres Caicedo (1830-1889) viene ricordato come uno dei padri dell’americanismo latino militante in quanto aveva proposto una “Liga Latino-Americana” già nel 1861: nella sua visione “non vi fu mai in America dall’indipendenza in poi, una questione che richiedesse più coscienza, più controllo, più analisi chiara e minuziosa del fatto che siano stati proprio gli Stati Uniti potenti, stipati di prodotti invendibili e determinati ad ampliare i loro domini in America, a rivolgere un invito alle nazioni americane meno potenti, legate ai popoli europei da un commercio libero e proficuo, affinché queste si associno con loro in una lega contro l’Europa e chiudano le porte ai trattati con il resto del mondo. Dalla tirannia della Spagna seppe salvarsi l’America ispanica e ora, dopo aver visto con occhi giudiziosi i precedenti, le cause e i fattori dell’invito, è d’uopo dire, perché è la verità, che è arrivata per l’America ispanica l’ora di dichiarare la sua seconda indipendenza” (6).
C’è anche chi ha cercato di stabilire un parallelo improbabile tra Martí e Theodore Roosevelt (presidente USA dal 1901 al 1909, promotore della politica aggressiva e interventista del Big Stick o Grosso Bastone in America Latina, però, come Barack Obama, vincitore di un Nobel per la pace, non preventivo, nel 1906 per la soluzione del conflitto russo-giapponese) i quali “condividevano una fede nella centralità delle considerazioni politiche ed economiche nel governo e nelle relazioni tra i governi, nella necessità storica della liberazione delle nazioni del Nuovo Mondo, nell’attaccamento alla tradizione, nella visione globale delle loro rispettive nazioni e dei loro doveri specifici verso le Americhe” e ancora “credevano al ruolo attivo del governo nella società e nell’economia per proteggersi dagli interessi egoistici di pochi”. Ciononostante, commentando le proposte di unione monetaria avanzate durante il Primo Vertice Panamericano del 1889, Martì riaffermò la solidarietà sub-regionale contro il panamericanismo, l’ideologia unificatrice degli USA basata sul commercio e la moneta, visto che “chi dice unione economica, dice unione politica. Il popolo che vende, comanda. Il popolo che compra, ubbidisce. Bisogna equilibrare il commercio per assicurare la libertà” (7) (8). Frasi vecchie ma sempreverdi.
E’ solo dopo la Seconda Guerra Mondiale che l’America Latina viene riconosciuta dal “grande pubblico” e dalle istituzioni a livello internazionale come un attore politico rilevante e si dota di organi regionali importanti d’ispirazione latino americanista e in parte alternativi al sistema panamericano creato con la OSA (Organizzazione degli Stati Americani sotto l’egida statunitense) come la CEPAL (Comision Economica para America Latina y el Caribe della ONU, del 1948), la Unión de Universidades de América Latina (UDUAL) nel 1949, la Asociación Latinoamericana de Libre Comercio nel 1961, il Parlamento Latinoamericano nel 1964, La Comisión Económica de Coordinación Latinoamericana nel 1964 e il Sistema Económico Latinoamericano (SELA) nel 1975 (9) (10), oltre agli accordi d’integrazione commerciale, militare ed energetica recenti come l’ALBA, il Mercosur, il Banco del Sur e l’UNASUR. La produzione accademica e statistica ufficiale della CEPAL, insieme al lavoro dei suoi economisti e sociologi come Anibal Pinto, Raul Prebisch, F. H. Cardoso e tanti altri, ha dato negli ultimi 60 anni una grande spinta alla “causa” latino americanista e a una teoria sociale latino americana riconosciuta dai centri dei paesi industrializzati (11) (12).
Concludo. Scrivendo questo breve saggio mi sono imbattuto così quasi per caso in un’intervista di Ana Delicado allo scrittore e giornalista uruguaiano Eduardo Galeano, da 40 anni autore del celebre e sanguigno romanzo Le vene aperte dell’America Latina, intitolata “La paura di vivere è peggiore di quella di morire” e vorrei riportarne un estratto dato che tratta proprio il tema della mia onorata dissertazione.
Ana: Come definisci l’America Latina? E.G: E’ una terra d’incontro di molte diversità: culturali, religiose, di tradizioni e anche di paure e impotenza. Siamo diversi nella speranza e nella disperazione.
Ana: Che incidenza ha questa varietà oggigiorno?
E.G: In questi ultimi anni c’è un processo di rinascimento latino americano in cui queste terre del mondo cominciano a scoprire sé stesse in tutta la loro diversità. La cosiddetta scoperta dell’America è stata in realtà una copertura d’una realtà varia. Questo è l’arcobaleno terrestre che è stato mutilato da alcuni secoli di razzismo, maschilismo e militarismo. Ci hanno lasciati accecati da noi stessi. E’ necessario recuperare la diversità per celebrare il fatto che siamo qualcosa in più di quello che ci hanno detto che siamo. Ana: Questa diversità può essere un ostacolo per l’integrazione?
E.G: Credo di no. Un’unità basata sull’unanimità è una falsa unità che non ha destino. L’unica unità degna di fede è quella che esiste nella diversità e la contraddizione delle sue parti. C’è una triste eredità dello stalinismo e di quello che chiamarono socialismo reale nel ventesimo secolo che ha tradito la speranza di milioni di persone giustamente perché ha imposto quel criterio, cioè che l’unità è l’unanimità. Si confuse la politica con la religione. Si applicarono criteri che erano d’uso ai tempi della Santa Inquisizione quando tutte le discrepanze erano eresie degne di punizione. Questo è una negazione della vita. E’ una specie di cecità che ti impediste di muoverti perché il motore della storia umana è la contraddizione (13). http://lamericalatina.net
Note:
(1) Anderson, Benedict. Imagined Communities: Reflections on the Origin and Spread of Nationalism, Verso Ed., Londra (1991).
(2) Fiorivano gli argomenti a favore di un impero “latino” nelle Americhe per aumentare la presenza della Francia nel mondo e contenere “l’impero anglosassone protestante”. Chevalier, Michael. México antiguo y moderno, (1863), pp. 387, 391.
(3) Ardao, Arturo. “Panamericanismo y latinoamericanismo”, in Zea, Leopoldo. América Latina en sus ideas, Siglo XXI, Messico, (1986), p. 160.
(4) Quijada, Monica. “Sobre el origen y difusión del nombre ′América Latina′”, Revista de las Indias, No 214, (1998), pp. 595 – 616.
(5) Black Knippers, Jan. “Introduction: Understanding the Persistence of Inequity”, en Black Knippers, Jan (ed.). Latin America: Its Problems and Its Promise. A Multidisciplinary Introduction (fourth ed.), Westview Press, Cambridge MA, (2005), pp. 3 – 4.
(6) Martí, José. Política de nuestra América, Siglo XXI, Messico, (1977).
(7) Langley, Lester D. The Americas in the Modern Age, The Yale University Press, New Haven, CT and London, (2003), p. 10.
(8) Martí, José. “XXI. La conferencia monetaria de las repúblicas de América””, en Martí, José. Textos, SEP/UNAM, Messico, (1982), p. 235.
(9) Ardao, A. (1986), pp. 169 – 170.
(10) Ardao, A. (1986), p. 169.
(11) Lemoine, Maurice. Guida storico – politica dell’America Latina, Edizioni Associate, Roma, (1989), p. 283.
(12) Roett, Riordan. “The Debt Crisis and Economic Development”, in Hartlyn, J., Schoultz, L. e Varas, A. (ed.). The United States and Latin America in the 1990s: Beyond the Cold War, The University of North Carolina Press, Chapel Hill/Londra, (1992), p. 137.
(13) http://anadelicadopalacios.blogspot.com/2010/01/eduardo-galeano-el-miedo-de-vivir-es.html

Fabrizio Lorusso

lunedì 18 gennaio 2010

"PIU' CHE IL VOTO PUO' IL VETO": EDUARDO GALEANO SCRIVE DI HAITI

“La democrazia haitiana nacque un attimo fa. Nella sua breve vita, questa creatura affamata e inferma non ha ricevuto altro che schiaffoni” scrive su ‘Cubadebate” il saggista uruguayano Eduardo Galeano, noto soprattutto come autore de “Le vene aperte dell’America latina”, divenuto con gli anni imprescindibile per molti governanti sudamericani.

HAITI 2002H18

Sempre riferendosi alla democrazia haitiana, Galeano continua: “Era appena nata, nei giorni di festa del 1991, quando fu assassinata dal ‘cuartelazo’ (putsch, ndr) del generale Raoul Cedras. Tre anni più tardi risuscitò. Dopo aver installato e cacciato tanti dittatori militari, gli Stati Uniti cacciarono e reinstallarono il presidente Jean-Bertrand Aristide, che era stato il primo governante eletto con voto popolare in tutta la storia di Haiti e che aveva compiuto la sciocchezza di chiedere un paese meno ingiusto”. Riferendosi al ritorno al potere di Aristide, che attualmente vive in Sudafrica, Galeano dice: “Ritornò incatenato. Gli dettero il permesso di recuperare il governo ma gli probirono il potere. Il suo successore, René Préval (tuttora in carica, ndr), ottenne quasi il 90% dei voti ma qualche capetto di quarta categoria del Fondo monetario internazionale o della Banca Mondiale ha più potere di Préval, pur non essendo stato eletto dal popolo haitiano. Più che il voto può il veto.

HAITI 2002 H12

Veto alle riforme ogni volta che Préval o qualcuno dei suoi ministri chiede credito internazionale per dare pane agli affamati, lettere agli analfabeti o terra ai ‘campesinos’. Non ricevono risposta o viene ordinato: “Recitate la lezione. E poiché il governo haitiano non riesce ad apprendere che deve smantellare quel minimo di servizi pubblici rimasti, ultime povere protezioni per uno dei popoli meno protetti del mondo, i professori danno l’esame per perduto”. Ricordando l’occupazione americana di Haiti dal 1915 al 1934, Galeano sottolinea che Washington si ritirò soltanto “quando raggiunse i due suoi obiettivi; sistemare i debiti della City Bank e ottenere la deroga all’articolo costituzionale che proibiva la vendita di piantagioni a stranieri”. E fa seguire una serie di osservazioni razziste a suo tempo formulate nei confronti degli haitiani sia dal Segretario di stato americano dell’epoca Robert Lansing (“popolo con tendenza profonda alla vita selvaggia, fisicamente incapace di civilizzarsi”) e da William Philips, uno dei responsabili di quell’invasione (“popolo inferiore, incapace di conservare la civilizzazione ottenuta dai francesi).

HAITI 2002 H25

“Haiti era stata la perla della corona, la colonia più ricca della Francia, una gran piantagione di zucchero con manodopera schiava. Montesquieu lo aveva detto senza peli sulla lingua: ‘ lo zucchero diverrà troppo caro se non saranno gli schiavi a lavorare per la sua produzione. Questi schiavi sono negri dalla testa ai piedi e hanno narici molto schiacciate… risulta impensabile che Dio, essere molto saggio, abbia posto un’anima, e soprattutto un’anima buona, in un corpo interamente negro”. Secondo Karl von Linneo, contemporaneo di Montesquieu – ricorda ancora Galeano – il negro è “vagabondo, accidioso, negligente, indolente e di costumi dissoluti” mentre per un altro loro contemporaneo, David Hume “ il negro può sviluppare certe capacità umane, come il pappagallo che dice qualche parola”. Accanto a queste precedenti convinzioni razziste, Galeano aggiunge una considerazione.” Nel 1803, i negri di Haiti assestarono una tremenda legnata alle truppe di Napoleone Bonaparte, e l’Europa non perdonò mai questa umiliazione inflitta alla razza bianca”. E conclude: “La storia di maltrattamenti ai danni di Haiti, che ai nostri giorni raggiunge dimensioni di tragedia, è anche una storia di razzismo nella società occidentale”. [PMB]

Fonte

giovedì 10 dicembre 2009

EL TIEMPO DEL MIEDO

miedo

...Los que trabajan tienen miedo a perder el trabajo.
Los que no trabajan tienen miedo de no encontrar nunca trabajo.
Quien no tiene miedo al hambre, tiene miedo a la comida.
Los conductores tienen miedo de conducir y los peatones de ser atropellados.
La democracia tiene miedo de recordar y el lenguaje tiene miedo de decir.
Los civiles tienen miedo a los militares. Los militares tienen miedo a la falta de armas.
Las armas tienen miedo a la falta de guerras.
Es el tiempo del miedo.
Miedo de la mujer a la violencia del hombre y miedo del hombre a la mujer sin miedo.
Miedo a los ladrones, miedo a la policía.
Miedo a las puertas sin cerraduras, al tiempo sin relojes, al niño sin televisión,
miedo a la noche sin pastillas para dormir
y miedo al día sin pastillas para despertar.
Miedo a la multitud, miedo a la soledad, miedo a lo que fue y a lo que puede ser,
miedo de morir, miedo de vivir,…

Extraido de ”Patas Arriba. La Escuela del Mundo al revés”, Eduardo Galeano.

domenica 29 novembre 2009

"SUEÑA EL VIEJO ANTONIO"

(26 aniversario del EZLN)

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Foto de Fano_Quiriego.

Sueña Antonio con que la tierra que trabaja le pertenece,
sueña que su sudor es pagado con justicia y verdad,
sueña que hay escuela para curar la ignorancia y medicina para espantar la muerte,
sueña que su casa se ilumina y su mesa se llena,
sueña que su tierra es libre y que es razón de su gente gobernar y gobernarse,
sueña que está en paz consigo mismo y con el mundo.
Sueña que debe luchar para tener ese sueño,
sueña que debe haber muerte para que haya vida.
Sueña Antonio y despierta…
Ahora sabe qué hacer y ve a su mujer en cuclillas atizar el fogón, oye a su hijo llorar, mira el sol saludando al oriente, y afila su machete mientras sonríe.
Un viento se levanta y todo lo revuelve, él se levanta y camina a encontrarse con otros.
Algo le ha dicho que su deseo es deseo de muchos y va a buscarlos.
Sueña el virrey con que su tierra se agita por un viento terrible que todo lo levanta, sueña con que lo que robó le es quitado, sueña que su casa es destruída y que el reino que gobernó se derrumba. Sueña y no duerme.
El virrey va donde los señores feudales y éstos le dicen que sueñan lo mismo.
El virrey no descansa, va con sus médicos y entre todos deciden que es brujería india y entre todos deciden que sólo con sangre se liberará de ese hechizo y el virrey manda a matar y encarcelar y construye más cárceles y cuarteles y el sueño sigue desvelándolo.
En este país todos sueñan. Ya llega la hora de despertar…

Hermoso video y cuento en Desinformémonos

Guarda il video

qui

Pintura : Beatriz Aurora

Cuento : Sueña el viejo Antonio

Voz : Nora Cortiñas, Madres de Plaza de Mayo Línea Fundadora

Producción : Desinformémonos

Edición y Montaje : Antonio Castro

Fonte

ezln_subcomandante_marcos_mexico

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