mercoledì 31 dicembre 2014

HAPPY NEW YEAR


Image: Rio de Janeiro, il più grande albero di Natale fluttuante (Ansa)

mercoledì 24 dicembre 2014

AUGURONI

Image: © Thomas Zagler

lunedì 17 novembre 2014

IL CAPITALISMO STA BENISSIMO E IMPONE I SUOI RENZI

Troppe volte dato per morto, a livello mondiale il capitalismo è appena cominciato: lo dimostra il boom dell’economia capitalistica in tre quarti del pianeta, in regioni – a partire da Russia e Cina – in cui l’economia era stata lungamente rurale o comunque arretrata. Lo sostiene un insigne storico italiano come Luciano Canfora, che avverte: il grande capitale ormai «governa direttamente», facendo a meno della mediazione politica, delle Costituzioni da difendere, dei principi fondamentali. Comandano i grandi banchieri: «Se si fidano del personale che hanno al proprio servizio lo lasciano fare, altrimenti i capitalisti intervengono direttamente». E’ già successo in Francia con Pompidou, dopo la parentesi bonapartistica di De Gaulle. Oggi il denaro la fa da padrone e la democrazia è diventata una scatola vuota: e l’esperienza del socialismo reale, che nessuno rimpiange, può essere rivista come un tentativo per mettere un argine al predominio del business come unico potere. Ma l’Urss cadde perché non seppe risolvere le diseguaglianze al suo interno. E sottovalutò la vitalità del capitalismo.
L’esperienza sovietica è crollata, spiega Canfora, intervistato da Vittorio Bonanni, perché – senza uguaglianza – non era più credibile per i suoi stessi concittadini e sudditi. «La gara spaziale, le guerre stellari, il contrasto militare in tutto il pianeta: sappiamo queste cose. Però è stata una gloriosa esperienza durata abbastanza, una settantina d’anni del XX secolo. Per cui se ne deve parlare con rispetto, ma anche con la convinzione che è stato un periodo eroico della storia umana». Ma la constatazione più rilevante è un’altra: nel presupposto che mise in moto un processo rivoluzionario di grandissima estensione, a livello euroasiatico, c’era un errore di fondo: «Ci si illudeva di essere giunti al capolinea della storia, di essere al punto di arrivo del sistema capitalistico». Intanto perché si aveva una percezione molto limitata e parziale della realtà americana, sottovalutata in pieno. Solo Trotsky aveva conosciuto l’America. Oggi possiamo solo constatare che «l’esperienza del socialismo reale ha modernizzato due gigantesche aree del mondo, l’ex impero russo e la Cina, trascinandole fuori da una situazione semi-feudale», in cui la Cina «era in una posizione semi-coloniale» mentre la Russia era «un impero separato, essenzialmente agricolo e arretrato».
Crollando sul piano politico, proprio il socialismo reale «ha creato i presupposti per un gigantesco sviluppo del capitalismo in quei tre quarti del mondo che ancora non erano a quel livello: quindi la storia del capitalismo è appena cominciata», anche se «nessuna forma economico-sociale è eterna». Il capitalismo «ha una storia molto più lunga di quella che allora si era pensato, nell’illusione determinata dalla fine della Prima Guerra Mondiale e dalla crisi gigantesca del 1917-18 e 19». Ma attenzione: «Erano degli europei, e non cittadini del mondo, quelli che pensavano queste cose. E come europei, vedendo crollare tre imperi che erano stati gli architrave della storia – quello tedesco, quello austroungarico e quello zarista – si erano convinti che si stava voltando pagina nella storia dell’umanità. In parte era vero, ma non nella frettolosa conclusione che eravamo arrivati al dunque. Nessuno può pilotare la storia», avverte Canfora. Men che meno l’Europa, che per secoli ha osservato il mondo con occhiali essenzialmente eurocentrici.



Oggi, l’Europa si è ridotta ad essere «una piccola articolazione della politica statunitense». Aggiunge Canfora: «E’ comico essere europeisti, ed è comico tutto il ciarpame che ci viene ammanito quotidianamente. Che non è neanche oppio della storia: è una droghetta, mariuana». Problema: come contrastare tutto questo? «Secondo me si tratta di una battaglia culturale, intellettuale, scolastica, educativa, dovunque ci siano spazi di libertà di parola. Perché le forze politiche nate sull’onda del Novecento sono arrivate al lumicino. Si è realizzato in forme diverse, nei vari paesi, quello che Gramsci aveva intuito sviluppando in modo originale certe formulazioni del pensiero elitistico tardo-ottocentesco, come quello di Pareto e dello stesso Croce: che cioè siamo in una realtà di partito unico articolato, diversificato al proprio interno ma sostanzialmente unico». Le conquiste sociali del movimento operaio, tradotte in Costituzioni? Finite, con l’espulsione della forza operaia dalla storia politica. «Quel che resta fa un’altra cosa, fa quello che tradizionalmente fanno i partiti nei regimi capitalistici, cioè i comitati di affari della borghesia – giustamente divisi tra loro, altrimenti l’inganno elettorale non funzionerebbe».
Durissimo il giudizio su Renzi: «Il liquidatore del comunismo italiano è già arrivato. E’ un gaglioffo di 40 anni che sta facendo la parte sua e, localmente, sta attuando il piano di Gelli di “Rinascita democratica”, cioè due partiti sostanzialmente equivalenti che si dividono il potere». Non che gli altri scenari europei non sono molto diversi: la Spd, un tempo leader della socialdemocrazia, «è ormai lo sgabello della Merkel e non può fare altro, perché da sola non ce la farà più: prendiamone atto e cerchiamo di capire se si intravedono altre possibilità». Luciano Canfora guarda al potenziale intellettuale mobilitabile dal «magma gigantesco del mondo della scuola», perché per fortuna «tutto questo sviluppo ha prodotto un’acculturazione di massa, magari scandente ma diffusissima, e con un inevitabile bisogno di capire». Quindi, «tutti quelli che hanno a che fare con quel mondo si rimbocchino le maniche e cerchino di portare chiarezza».
Troppe volte dato per morto, a livello mondiale il capitalismo è appena cominciato: lo dimostra il boom dell’economia capitalistica in tre quarti del pianeta, in regioni – a partire da Russia e Cina – in cui l’economia era stata lungamente rurale o comunque arretrata. Lo sostiene un insigne storico italiano come Luciano Canfora, che avverte: il grande capitale ormai «governa direttamente», facendo a meno della mediazione politica, delle Costituzioni da difendere, dei principi fondamentali. Comandano i grandi banchieri: «Se si fidano del personale che hanno al proprio servizio lo lasciano fare, altrimenti i capitalisti intervengono direttamente». E’ già successo in Francia con Pompidou, dopo la parentesi bonapartistica di De Gaulle. Oggi il denaro la fa da padrone e la democrazia è diventata una scatola vuota: e l’esperienza del socialismo reale, che nessuno rimpiange, può essere rivista come un tentativo per mettere un argine al predominio del business come unico potere. Ma l’Urss cadde perché non seppe risolvere le diseguaglianze al suo interno. E sottovalutò la vitalità del capitalismo.
L’esperienza sovietica è crollata, spiega Canfora, intervistato da Vittorio Bonanni, perché – senza uguaglianza – non era più credibile per i suoi stessi concittadini e sudditi. «La gara spaziale, le guerre stellari, il contrasto militare in tutto il pianeta: sappiamo queste cose. Però è stata una gloriosa esperienza durata abbastanza, una settantina d’anni del XX secolo. Per cui se ne deve parlare con rispetto, ma anche con la convinzione che è stato un periodo eroico della storia umana». Ma la constatazione più rilevante è un’altra: nel presupposto che mise in moto un processo rivoluzionario di grandissima estensione, a livello euroasiatico, c’era un errore di fondo: «Ci si illudeva di essere giunti al capolinea della storia, di essere al punto di arrivo del sistema capitalistico». Intanto perché si aveva una percezione molto limitata e parziale della realtà americana, sottovalutata in pieno. Solo Trotsky aveva conosciuto l’America. Oggi possiamo solo constatare che «l’esperienza del socialismo reale ha modernizzato due gigantesche aree del mondo, l’ex impero russo e la Cina, trascinandole fuori da una situazione semi-feudale», in cui la Cina «era in una posizione semi-coloniale» mentre la Russia era «un impero separato, essenzialmente agricolo e arretrato».
Crollando sul piano politico, proprio il socialismo reale «ha creato i presupposti per un gigantesco sviluppo del capitalismo in quei tre quarti del mondo che ancora non erano a quel livello: quindi la storia del capitalismo è appena cominciata», anche se «nessuna forma economico-sociale è eterna». Il capitalismo «ha una storia molto più lunga di quella che allora si era pensato, nell’illusione determinata dalla fine della Prima Guerra Mondiale e dalla crisi gigantesca del 1917-18 e 19». Ma attenzione: «Erano degli europei, e non cittadini del mondo, quelli che pensavano queste cose. E come europei, vedendo crollare tre imperi che erano stati gli architrave della storia – quello tedesco, quello austroungarico e quello zarista – si erano convinti che si stava voltando pagina nella storia dell’umanità. In parte era vero, ma non nella frettolosa conclusione che eravamo arrivati al dunque. Nessuno può pilotare la storia», avverte Canfora. Men che meno l’Europa, che per secoli ha osservato il mondo con occhiali essenzialmente eurocentrici.
Oggi, l’Europa si è ridotta ad essere «una piccola articolazione della politica statunitense». Aggiunge Canfora: «E’ comico essere europeisti, ed è comico tutto il ciarpame che ci viene ammanito quotidianamente. Che non è neanche oppio della storia: è una droghetta, mariuana». Problema: come contrastare tutto questo? «Secondo me si tratta di una battaglia culturale, intellettuale, scolastica, educativa, dovunque ci siano spazi di libertà di parola. Perché le forze politiche nate sull’onda del Novecento sono arrivate al lumicino. Si è realizzato in forme diverse, nei vari paesi, quello che Gramsci aveva intuito sviluppando in modo originale certe formulazioni del pensiero elitistico tardo-ottocentesco, come quello di Pareto e dello stesso Croce: che cioè siamo in una realtà di partito unico articolato, diversificato al proprio interno ma sostanzialmente unico». Le conquiste sociali del movimento operaio, tradotte in Costituzioni? Finite, con l’espulsione della forza operaia dalla storia politica. «Quel che resta fa un’altra cosa, fa quello che tradizionalmente fanno i partiti nei regimi capitalistici, cioè i comitati di affari della borghesia – giustamente divisi tra loro, altrimenti l’inganno elettorale non funzionerebbe».
Durissimo il giudizio su Renzi: «Il liquidatore del comunismo italiano è già arrivato. E’ un gaglioffo di 40 anni che sta facendo la parte sua e, localmente, sta attuando il piano di Gelli di “Rinascita democratica”, cioè due partiti sostanzialmente equivalenti che si dividono il potere». Non che gli altri scenari europei non sono molto diversi: la Spd, un tempo leader della socialdemocrazia, «è ormai lo sgabello della Merkel e non può fare altro, perché da sola non ce la farà più: prendiamone atto e cerchiamo di capire se si intravedono altre possibilità». Luciano Canfora guarda al potenziale intellettuale mobilitabile dal «magma gigantesco del mondo della scuola», perché per fortuna «tutto questo sviluppo ha prodotto un’acculturazione di massa, magari scandente ma diffusissima, e con un inevitabile bisogno di capire». Quindi, «tutti quelli che hanno a che fare con quel mondo si rimbocchino le maniche e cerchino di portare chiarezza» caneliberonline



#Luciano Canfora nato a Bari, è ordinario di Filologia greca e latina presso l’Università di Bari. Laureatosi in Storia romana, ha svolto il perfezionamento in Filologia classica alla Scuola Normale di Pisa. Assistente di Storia Antica, poi di Letteratura Greca, ha insegnato anche Papirologia, Letteratura latina, Storia greca e romana. Fa parte del Comitato scientifico della “Society of Classical Tradition” di Boston e della Fondazione Istituto Gramsci di Roma. Dirige la rivista «Quaderni di Storia» e la collana di testi “La città antica”. Fa parte del comitato direttivo di «Historia y critica» (Santiago, Spagna), «Journal of Classical Tradition» (Boston), «Limes (Roma)». Ha studiato problemi di storia antica, letteratura greca e romana, storia della tradizione, storia degli studi classici, politica e cultura del XX secolo. Molti dei suoi libri sono stati tradotti in USA, Francia, Inghilterra, Germania, Grecia, Olanda, Brasile, Spagna, Repubblica Ceca.

sabato 26 luglio 2014

‘LA SIRIA È CON TE, GAZA’

LA SOLIDARIETÀ SIRIANA E IL COMUNE DESIDERIO DI PACE

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Una fiaccolata di solidarietà per Gaza a Aleppo, Siria. Origine: pagina Facebook di Syria Stands with Palestine.

Questo post è stato originariamente pubblicato su SyriaUntold [en, come tutti i link seguenti]
“La Siria è sotto attacco, da Aleppo a Gaza” è uno dei primi slogan dei manifestanti siriani in solidarietà con i palestinesi. “Gaza e Aleppo, gloria e orgoglio”, e “Daraa è con te, Gaza”, sono altri. Dal poeta siro-palestinese Raed Wahash agli attivisti dal cuore di Aleppo, dove le bombe continuano a cadere, si vede come la solidarietà tra siriani e palestinesi è costante.
La lotta palestinese è sempre stata molto presente in Siria, ma fino al 2011 i siriani non sapevano cosa la resistenza fosse davvero.
“Soffrire sotto le bombe che il regime continua a tirarci sopra ci avvicina agli attacchi subiti dalla popolazione di Gaza e all'intera lotta palestinese”, dice uno dei coordinatori della campagna “Syria Stands With Palestine” a SyriaUntold:
“Ci sentiamo vicini più che mai e più uniti, specialmente nel campo della disobbedienza civile e della resistenza pacifica.”

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Un messaggio di solidarietà per Gaza su un edificio distrutto a Daraa, Siria. Il murales dice “Pazienza Gaza, questa è Daraa.” Fonte: Lens of a Young Horani

La decisa vicinanza della società civile siriana con la Palestina si riflette sulla dichiarazione di vari gruppi spontanei, incluso SyriaUntold, come parte della campagna “Syria Stands With Palestine” (La Siria è con la Palestina), “perché il dolore peggiore che un popolo può sopportare è l'indifferenza alla lotta e la violazione dei propri diritti.”
Questo bisogno di solidarietà internazionale è stato sottolineato anche dal blogger Syria Freedom Forever:
“Bisogna anche ricordare a tutti che la liberazione della Palestina può solo essere raggiunta attraverso il ribaltamento dei regimi autoritari nella regione, che sono complici nella sofferenza del popolo palestinese. (…) Questo è il motivo per cui opporsi a qualsiasi rivoluzione popolare nella regione non significa solo tradire la causa dei popoli della Siria, Egitto, Tunisia, Bahrain o qualunque altro, ma anche tradire la causa palestinese e il suo popolo.”
La campagna ha portato con sé anche una valanga di arte e creatività, promosse da The Syrian People Know their Way e dall'organizzazione umanitaria siro-palestinese Jafra, tra le altre. Fotografie, brochure, poster e adesivi sono stati condivisi in gran numero online, riflettendo l'unità delle due lotte.
“One concern” (unica preoccupazione) è il titolo dell'ultimo lavoro dell'artista Khaled Malek, che rappresenta un missile formato dalla combinazione delle bandiere della Siria e della Palestina. Ahmad Jalal, da Kafranbel, ha disegnato due bambini morti, uno siriano e uno palestinese, i cui angeli si tengono per mano.

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Dipinto di Khaled Malek che raffigura un missile formato dalla combinazione delle bandiere palestinese e siriana. Origine: pagina Facebook dell'artista

L'artista Hani Abbas ha raffigurato una madre con un bambino sulle ginocchia, nel campo devastato di Yarmouk, con il messaggio, “Dio protegga la nostra famiglia a Gaza”.
La solidarietà non si limita ad essere espressa solo in rete. Il suo impatto è stato notato anche sul campo. Sit-in e fiaccolate si sono svolte in città come Aleppo, con gli slogan “Aleppo e Gaza, stesso orgoglio”, e “Noi non saremo sconfitti, malgrado i bombardamenti, la distruzione e i proiettili della morte.”
Anche i siriani delle Alture del Golan hanno espresso la loro solidarietà con i palestinesi. Comunque, l'immagine più chiara della resistenza è arrivata dal campo profughi di Yarmouk, dove i siro-palestinesi subiscono l'assedio del regime da oltre un anno ormai. “Il campo di Yarmouk resiste con Gaza contro l'aggressione sionista”, è lo slogan visto su dei cartelli in tutto il campo.
Anche dei  personaggi famosi siriani hanno usato i social media per esprimere la loro solidarietà verso Gaza. Il legale Michel Shammas scrive: “Gaza, vittima dell'aggressione israeliana e dei calcoli sbagliati di Hamas”.
Il poeta Khawla Dunia ha criticato la posizione della comunità araba riguardo alla Palestina. “L'arabismo è una bugia utilizzata dai tiranni”, ha detto su Facebook.
Maher Sharaf al-Din ha messo a confronto la detenzione nelle prigioni israeliane e in quelle di Assad, collegando le due forme di occupazione. “I prigionieri dell'occupazione israeliana sono in sciopero della fame, quelli di Alawite muoiono di fame”.
La solidarietà della Siria per Gaza è l'unione del debole con il debole, dell'oppresso con l'oppresso, di quelli che cercano un mondo di pace creato per la pace, che non è mai stato testimone di pace.

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Una madre col figlio sulle sue ginocchia, nel campo devastato di Yarmouk in Siria, grida “Dio proteggi la nostra famiglia a Gaza”, realizzato dall'artista Hani Abbas. Fonte: pagina Facebook dell'artista.

Questo post è stato precedentemente pubblicato su SyriaUntold.
Fonte

mercoledì 21 maggio 2014

DAI «CESSI» AL «VAFFA»

La campagna trash di Grillo e Berlusconi

di Donato De Sena - Ovvero: come degenera il confronto politico. Tra parolacce e insulti
Sfottò. Insulti. Accuse personali oltre il limite che separa la decenza dall’indecenza. La campagna elettorale per le Elezioni Europee del 25 maggio 2014 non verrà certamente ricordata per il fair play dei leader di partito, nè per qualche interessante linea programmatica, che in realtà si sono visti davvero poco in giro. Piuttosto è molto probabile ci ricorderemo di «culo» e «cesso» come interessanti sostantivi introdotti nel lessico comune della politica e di aver detto addio a quei noiosi paroloni che spesso pronunciano gli studiosi di diritto e di filosofia. Di questo dovremo ringraziare un giorno soprattutto Beppe Grillo e Silvio Berlusconi, che stanno spalancando più di ogni altro avversario le porte alla nuova frontiera trash della comunicazione. Roba, questa sì, da inserire nelle enciclopedie, cartacee o informatiche che siano. Dopo il marketing elettorale – leggeremo forse un giorno su un libro di storia – si impone nel 2014 la parolaccia elettorale come miglior strumento possibile per catturare i titoli di giornale e le aperture dei tg, e quindi visibilità, consenso, voti, seggi, potere di veto nel Palazzo.

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I «CESSI» AL PARLAMENTO EUROPEO – Gli esempi della degenerazione del confronto abbondano. Per Berlusconi «psiconano» dev’essere forse diventato un complimento in queste settimane, visto che Grillo ha deciso di cambiare verso e chiamarlo spesso «Tinto Brass» con particolare riferimento alla sua proverbiale passione per le donne avvenenti. In ogni caso l’ex Cavaliere ha dimostrato di non volersi tirare indietro. Nelle parole di Berlusconi il fondatore del Movimento 5 Stelle è oramai diventato un «aspirante dittatore». Anzi no, peggio. Solo roba da «cesso». A chiare lettere. «Un autorevole esponente europeo mi ha confidato ‘Stiamo allargando i cessi’», ha detto l’ex premier parlando dell’arrivo dei pentastellati in Europa.

LO «SPUTO VIRTUALE» DOPO IL «TUTTI A CASA» – Roba da pazzi. Da pazzi come Hitler. O forse no, perché nemmeno essere paragonati al Fuhrer sembra essere ora un problema. O almeno, nominare gli oppressori non fa più paura come un tempo: non si corre più il rischio di essere associati ad un simbolo di distruzione e di morte. Questo ce lo insegna Grillo, ancora una volta. «Sono oltre Hitler!», ha esclamato nei giorni scorsi il comico genovese, sempre molto abile a mascherare messaggi politici con la satira e la satira con i messaggi politici, salvo poi trasferire gli stessi messaggi all’occorrenza da una categoria all’altra nel caso di sconvenienti polemiche sui media, che a loro volta – loro sì – sono sempre dittatoriali. Media dittatoriali che avrebbero raccontato falsità ad esempio sugli scontri e il caos della finale di Coppa Italia. «Anche io avrei fischiato l’inno», ripete da giorni il leader 5 Stelle. «Fratelli di chi? Dei piduisti?», si chiede Grillo. Per lui, in altre parole, è meglio la democrazia vera, quella che impone di mandare «tutti a casa», anzi « tutti aff…», con «sputo virtuale» e processo pubblico a giornalisti, politici e imprenditori protagonisti della vita del paese negli ultimi decenni. E pure degli ultimi mesi. Tra gli imputati nel tribunale dell’insulto potrebbe mai mancare quell’«ebetino di Firenze» che siede a Palazzo Chigi?
(Fonte immagini: archivio LaPresse)
Fonte

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