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martedì 13 settembre 2011

RICICLO CREATIVO

QUANDO L’ARTE È SPAZZATURA

A Tacarigua de la Laguna la chiamano “materia prima secondaria”. Noi li definiamo rifiuti e come tali li gettiamo via. Eppure, se a monte della raccolta differenziata, pensassimo ad un riciclo creativo, potremmo fornire una risposta alternativa all’eccessiva produzione di spazzatura.


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Se pensassimo ad un riciclo creativo, potremmo fornire una risposta alternativa all’eccessiva produzione di spazzatura
Il riciclo è nobile. Stiamo bene psicologicamente quando sappiamo che sin dalle nostre pattumiere domestiche quel dividere alluminio, vetro, plastica e pvc non è uno sfiancante selezionare e differenziare, ma una sorta di grido di battaglia in difesa dell’ambiente.
Resta però un fatto: ne produciamo sempre troppa di questa spazzatura, per quanto attento sia il nostro differenziare e per quanto etico sia il nostro approccio verso gli ecosistemi. Allora, se in casa si toccano comunque picchi notevoli di roba accumulata, se si ha una coscienza ecologica particolarmente spiccata e se si possiede una discreta dose di fantasia e creatività, ecco quindi che si hanno anche gli strumenti per ridurre sensibilmente il proprio bagaglio di rifiuti.
Esiste questa cosa curiosa, relativamente nuova ed abbastanza geniale chiamata riciclo creativo. Se a monte della differenziata si pensasse a quanto ancora hanno da dirci quell’involucro, quella bottiglia, quell’elettrodomestico che vorremmo smaltire, avremmo sacchetti di spazzatura più leggeri. Potremmo addirittura non averne affatto.
Il riciclaggio artistico, o creativo che dir si voglia, non è pura e semplice arte d’accatto, ma un vero e proprio stile di vita che ha come scopo quello di ridurre l’impronta ambientale di chi lo abbraccia; un simpatico intrattenimento per i bambini che da un lato imparano ad acquisire una coscienza ecologia e dall’altro allenano il cervello, divertendosi.

clip_image002Il tempio buddhista di Wat Pa Maha Chedi Kaew, a 600 Km da Bangkog, è costruito con le bottiglie vuote e le decorazioni sono state composte utilizzando i tappi


Dietro una bottiglia di plastica o di vetro esiste un mondo fantastico che noi nemmeno immaginiamo. In Thailandia, ad esempio, il tempio buddhista di Wat Pa Maha Chedi Kaew, a 600 Km da Bangkog, conosciuto come Wat Lan Kuad, che significa più o meno“Tempio del Milione di Bottiglie”è costruito con le bottiglie vuote e le decorazioni sono state composte utilizzando i tappi.
Tomislav Radovanovic, insegnante serbo di matematica, giunto all’età della pensione ha pensato bene di costruirsi una casa fatta di bottiglie di plastica, materiale alternativo, altamente isolante e soprattutto economico.
Vi siete mai seduti su una poltrona di cartone? Avete mai usato un imbuto come appendiabiti o un copertone come portariviste?
Avete mai ricavato portapenne da un elenco telefonico?
Il riciclaggio creativo, non è tanto un’intuizione geniale fine a se stessa, quanto la consapevolezza che la riduzione degli sprechi passa anche attraverso l’arte. Ma l’arte, capiamoci bene, non è solo quella delle mostre; è anche quell’atto quotidiano arguto ed intuitivo in grado di intravedere, oltre l’immediatezza delle cose, una nuova utilità negli oggetti che non sembrano averne più una.
Ancora di più, l’arte diventa uno strumento di comunicazione potente attraverso il quale lanciare messaggi forti, distribuire consapevolezza, educare ad un consumo critico, consapevole, ad una coscienza ecologica robusta .
Una bottiglia di plastica per distruggersi ci mette 450 anni in mare, da 100 a 1000 anni sulla terra; un giornale 6 settimane in acqua, da 4 a 12 mesi sulla terra; un contenitore di polistirolo, invece, ci impiega 50 anni.
In tutto ciò i rifiuti hanno il tempo di insozzare l’universo, costituirsi isole galleggianti, il cosiddetto Pacific Trash Vortex (2500 Km di lunghezza per 30 metri di profondità, composto per l’80% da plastica), mietere vittime e corrompere ecosistemi.
Se si fosse invece in grado di pensare nuove funzioni per i nostri rifiuti, ce ne sarebbero in giro molti di meno; quell’abominio che si aggira intorno ai 100 miliardi di Kg di plastica, il 10% dei quali finisce in mare ed il 70% si deposita sui fondali oceanici, potrebbe ridursi evitando conseguenze drammatiche alla fauna marina ed al suo habitat.
Il riciclaggio creativo, forse, non sarà la risposta, ma una risposta, tra le tante valide, possibile.

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Una bottiglia di plastica per distruggersi ci mette 450 anni in mare, da 100 a 1000 anni sulla terra
Non importa se non si ha fantasia, la rete è piena zeppa di ogni sorta di consiglio; spesso gli artisti condividono con i websurfers i progetti delle loro creazioni, mettendoli in condizione di abbracciare questa cultura gioiosa.
È sorprendente vedere quello che si può ricavare dalle cose più disparate.
Nel nostro piccolo ci proviamo anche noi del laboratorio Bazart, concept project, tutto all’insegna dell’ecologia, del rispetto per la natura, il riciclo, l’utilizzo di materiali naturali. Ma molti e più qualificati sono i contributi che possiamo stanare dalla rete.
Ci sono Objectbis blog e El mundo del reciclaje, spagnoli, nemici giurati dell’Ikea che al taglio indiscriminato di alberi contrappongono mobili di design ricavati dal cartone, dalla plastica, dalle cassette per la frutta, dai pezzi di vecchi elettrodomestici, dalle lattine delle conserve; Esprit récup, francese, più sbarazzino, per gli accessori dai portamonete ricavati da vecchie musicassette agli orologi da muro ricavati da vecchi vinili.
Navigando, ogni giorno ne vengono fuori di nuovi e sempre più intuitivi. Allora perché non provarci, ognuno nel proprio piccolo, ad andare oltre la raccolta differenziata, a dare un senso nuovo ai rifiuti, a non chiamarli spazzatura che in sé ha il nocciolo della cosa inutile, inservibile, ma, come fanno le donne di Tacarigua de la Laguna, in Venezuela, “materia prima secondaria”, da cui si può ancora trarre qualcosa di buono.

Romina Arena

giovedì 11 febbraio 2010

PERSONE/NESSUNO

Riprendiamo un post apparso la settimana scorsa sul blog di Linnio Accorroni, Un cuore intelligente; la sua associazione delle opere di Christian Boltanski, nella mostra recentemente allestita dall’artista al Grand Palais di Parigi, con le immagini che ci sono arrivate nelle ultime settimane dal terremoto di Haiti o dai dormitori-lager in cui vivono i nuovi schiavi di Rosarno, ci è sembrata particolarmente interessante e per questo ve la riproponiamo.

di Linnio Accorroni

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Only connect, come al solito. Così, quasi inavvertitamente, per una suggestione sensoriale e cromatica prima ancora che concettuale e cronologica – quei vestiti colorati, quei panni smessi e/o indossati – viene quasi naturale sovrapporre in questi giorni immagini che provengono da contesti (Haiti, Parigi, Rosarno) e da ambiti (la realtà e la sua rappresentazione figurale) profondamente diversi. Le prime, quelle più tragiche e sconvolgenti – anche se ben presto placate dalla serialità anestetizzante della televisiva morte in diretta – erano quelle provenienti da Haiti. Ciò che accadeva nell’isola dopo il terremoto del 12 gennaio: le immagini delle centinaia di cadaveri abbandonati, le strade di Porte au Prince trasformate in una enorme morgue a cielo aperto. E la possanza / Qui con giusta misura / Anco estimar potrà dell’uman seme, / Cui la dura nutrice, ov’ei men teme, / Con lieve moto in un momento annulla / In parte, e può con moti / Poco men lievi ancor subitamente / Annichilare in tutto.
Persone certamente, quelle di Haiti, ma anche tanti Nessuno. Personnes: si chiama così anche l’esposizione di Boltanski inaugurata, proprio il giorno dopo il terremoto haitiano, al Grand Palais di Parigi fino a oggi 11 febbraio:

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Personnes è lemma volutamente ambiguo che rimanda a più registri semantici: Personnes, cioè persone, certo, ma al singolare, in francese, questa parola significa Nessuno. E questa mostra di Boltanski è un trasparente omaggio alle tante Persone, ai tanti Nessuno che hanno lasciato, lasciano e lasceranno tracce effimere del loro involontario passaggio sulla terra. Un’installazione questa di Boltanski dove lo sgomento si fa plurisensoriale, dove il freddo glaciale («Lo spettatore – dice l’artista – non deve essere davanti, ma dentro l’opera, che deve avvolgerlo completamente: Personnes è stata concepita per essere un’esperienza dura»), il rumore infernale, assordante (che altro non è se non il battito amplificato di tanti cuori), la vista (un’enorme distesa di vestiti multicolori accatastati per terra, inquadrati in una meticolosa scansione per settori di uguale misura, recintati da pali di ferro ed illuminati da pallide, gelide luci al neon da obitorio) concorrono a sollecitare senza sosta una desolante meditazione sulla condizione umana: «Al visitatore non viene chiesto di dire se l’opera è bella o brutta, ma deve sentirsi all’interno della tragedia. I vestiti sono rappresentazioni di corpi umani:ci sono migliaia di persone, ma in realtà non c’è nessuno, perché sono tutti morti».

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Nell’ abside del Grand Palais, poi, si alza un’immensa montagna conica di abiti spiegazzati, alla cui sommità c’è un’enorme gru dagli artigli meccanici che, a caso, ne solleva alcuni per pochi secondi sospendendoli in aria e poi li lascia ricadere sul mucchio.

Una metafora trasparente e immediata del destino, del caso (quello che, per questa volta, ci ha preservato colpendo gli abitanti di Haiti) perché, dice Boltanski «giunti a una certa età si ha la sensazione costante di attraversare un campo minato: si vedono gli altri morire intorno a sé, mentre senza ragione noi sopravviviamo. Fino al momento in cui non salteremo anche noi». I duecentomila vestiti usati (maglie, camicie, pantaloni, abiti…) sparsi per i 13.500 metri del Grand Palais sono oggetti che rimandano senza equivoci agli esseri assenti, alle persone che non ci sono più. In fondo, quando qualcuno scompare, tra le tante questioni angosciose che la morte dell’altro ci pone, c’è anche quella inerente il destino che debbono avere i suoi abiti: gettarli, regalarli, farli scomparire, oppure tenerli come una reliquia preziosa a testimonianza di un’assenza. C’è stato qualcuno che adesso non c’è più; questo oggetto che è rimasto con me rinvia ad un soggetto assente. Che cosa debbo farci?

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Fu nel 1988 che Boltanski usò per la prima volta dei vestiti ad evocare la memoria di una scomparsa collettiva e plurale, quella degli ebrei nei lager nazisti:
Reserve Canada si chiamava l’installazione perché il Canada era una Terra Promessa che, nell’immaginario dei sommersi, rappresentava un luogo di liberazione, perché nei campi di sterminio gli hangar nei quali si radunavano i beni delle vittime erano chiamati, in maniera oltremodo odiosa ed offensiva, proprio con i nomi dei paesi dove gli ebrei avevano pensato di recarsi per trovare la salvezza.
La terza sovrapposizione cromatico – concettuale è quella che proviene dalle foto dei dormitori-lager di Rosarno: anche qui abiti colorati e dismessi, anche qui vesti abbandonate che indicano lo sfondo e la permanenza di una tragedia, le tracce effimere del passaggio di storie individuali. Qui i Nessuno non hanno neppure un’identità anagrafica, ma solo etnica: nigeriani, senegalesi, africani, negri…

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In quelle foto colpiva la differenza fra lo squallore e la malsanità dei luoghi – quei dormitori-lager dove i nuovi schiavi si rifugiavano a rubare, tra la fame ed il freddo, poche ore di sonno – e quei tentativi commoventi di approntare comunque una civiltà domestica, casalinga, una forma di decoro in mezzo all’orrore.

Fonte

domenica 21 giugno 2009

ELLES AL MUSEO

Gae Aulenti

La collezione permanente del Museo Nazionale di Arte Moderna Georges Pompidou di Parigi celebra le protagoniste della cultura contemporanea dedicando loro una nuova, grande ala espositiva da 20 mila metri quadri.
Elles” è il titolo dell’enorme spazio tematico ospitante più di 500 opere di pittura, scultura, architettura, design, grafica, letteratura e fotografia realizzate da oltre 200 autrici dai primi del Novecento a oggi. Duecento donne - pittrici, scultrici, architetti, designer, grafici, fotografe - di tutto il mondo che hanno operato dal XX secolo ai nostri tempi. Intitolata «Elles@Centre Pompidou. Artistes femmes dans le collections du centre Pompidou», organizzata in un percorso dai suggestivi titoli («Pioniere», «Eccentriche», «Narrative», «Immateriali», etc) l’esposizione è un vero tributo da parte della prestigiosa istituzione a una tradizione artistica femminile per secoli nascosta, invisibile, inespressa.
Il famoso ritratto di Virginia Woolf scattato nel 1939 a Londra dalla fotografa Gisèle Freund e l’installazione Chambre 202, Hotel du Pavot dell’artista e poetessa americana Dorothea Tanning, moglie di Marx Ernst. Gli affascinanti autoritratti di Frida Kahlo e lo stupefacente mondo al femminile di Louise Bourgeois. I progetti di coraggiose pioniere dell’architettura come la francese Charlotte Perriand (1903) e l’olandese Margaret Kropholler (1891) e i lavori di celebrate archistar contemporanee come Zaha Hadid. Molto più che una mostra un gesto radicale, una vera sfida culturale. Per la prima volta al mondo un museo, il Centre Pompidou di Parigi, presenta in un enorme spazio, 20 mila metri quadri, le sue collezioni di 500 opere al femminile.
Tra le protagoniste dell’esposizione compaiono anche 7 italiane, conosciute in tutto il mondo per il loro talento. Si tratta di Gae Aulenti, Cini Boeri, Anna Castelli-Ferrieri, Carlotta De Bevilacqua, Lella Vigne, Milvia Maglione e Carla Accardi.
A Gae Aulenti, classe 1927, originaria di Palazzolo della Stella (Udine) è dedicata una sala della mostra. Laureatasi presso il Politecnico di Milano, la Aulenti inizia la sua attività professionale nella Milano degli anni Cinquanta, dove aderisce al movimento del Neoliberty. Gli anni successivi la vedono impegnata in una svariata gamma di attività: per 10 anni art director di "Casabella” (1955-1965) sotto la direzione di Ernesto Nathan Rogers; membro del direttivo della rivista "Lotus International" (1974-1979); docente per diverse istituzioni universitarie, tra cui il Politecnico di Milano, l'Accademia Nazionale di San Luca a Roma e l'Accademia di Belle Arti di Brera - Milano; progettista e designer per Olivetti, Fiat, Zanotta, Iguzzini Illuminazione (per cui nel 1985 ha ideato un sistema di illuminazione per il Palazzo Grassi di Venezia, detto sistema Cestello).
Tra le sue opere più importanti la Riqualificazione della Stazione d'Orsay (Laloux) e l’allestimento del Museo d'Orsay di Parigi (1980/86), l’Allestimento del Museo Nazionale d'Arte moderna presso il Centre Georges Pompidou di Parigi (1982/85); il Museo nazionale d'arte catalana di Barcellona (1985/2004), la Ristrutturazione di Palazzo Grassi Venezia (1985- 86); il Padiglione italiano all'EXPO '92 a Siviglia; la Piazza antistante la ex-stazione Leopolda a Firenze (1996) e la Ristrutturazione delle ex-scuderie papali al Quirinale a Roma (1999); l’Arredo urbano di Piazzale Cadorna e la ridefinizione della facciata della sede delle Ferrovie Nord a Milano (2000); il restauro del Castello Estense di Ferrara (2003); la Riqualificazione di piazza San Giovanni a Gubbio (2006), l’Istituto di Cultura Italiana aTokyo (2006) e l’ampliamento e adeguamento Museo di arte orientale "Edoardo Chiossone" di Genova.
Come Gae Aulenti, si formano presso il Politecnico di Milano anche Cini Boeri (1927), Anna Castelli-Ferrieri (1920) e Carlotta De Bevilacqua. Boeri e Castelli-Ferrieri sono state tra i primi architetti donna d’Italia. Divise tra docenza universitaria, architettura, ricerca e design industriale le due progettiste possono essere considerate pioniere di quella creatività e di quel gusto tradotti in “forma e tecnica”, che hanno reso l’Italia nota in tutto il mondo.
“Architetto, designer, imprenditore e docente”, così si definisce Carlotta de Bevilacqua, nota soprattutto per le attività di ricerca e sperimentazione nel importante nel campo del lighting e interior design, oggi a capo di una factory “focalizzata sulla qualità ambientale con continua ricerca nel campo del design contemporaneo e dello spazio dell’uomo”.
Tra le donne architetto in mostra non si può fare a meno di ricordare anche l’anglo-irachena Zaha Hadid, unica donna vincitrice del Pritzker Prize (2004), con la sua architettura parametrica.
Tenacia, talento, originalità e poliedricità sono le caratteristiche possedute da tutte le protagoniste della mostra, cui viene reso un giusto e doveroso tributo.
Info http://www.centrepompidou.fr/

lunedì 23 febbraio 2009

IL LIMBO DI HASANKEYF

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Il documentario HASANKEYF WAITING LIFE, una produzione Hagam per la regia di Mauro Colombo, presentato il 22 dicembre 2008 a Varese, per la prima volta, cala nella quotidianità della vita del villaggio un conflitto più grande, dove la storia si scontra con la modernità, gli interessi nazionali con quelli locali, l'esigenza di crescita personale con la preservazione delle proprie radici.
Nel triangolo compreso tra le città di Diyarbakir, Batman e Mardin, il villaggio di Hasankeyf rappresenta uno dei tesori storico-artistici della Turchia sud-orientale. Uno dei più antichi insediamenti della Mesopotomia come recitano le guide turistiche che attribuiscono 12.000 anni di storia a questo villaggio che per la sua gran parte è abbarbicato sulle sponde rocciose della riva destra del Tigri, che qui scorre largo e veloce. “E’ il luogo dove si incontrano le culture provenienti dall’Asia Centrale, dall’Iran, dalla Mesopotamia con quelle provenienti da Occidente” ricorda il professor Arik dell’Università di Canakkale, che ad Hasankeyf scava dal 1985.
Le migliaia di grotte, ancora abitate fino a pochi decenni fa, che scavano lo sperone di roccia che troneggia sul paese testimoniano di quanto antiche siano le tracce di insediamenti umani. I resti della rocca che sovrastano il paese ci ricordano come questa parte della Mesopotamia sia stata a lungo contesa tra Bizantini e i Sassanidi, prima che a partire dal 638 d.C. fossero popolazioni islamiche, iraniche, curde, arabe e turche a contendersi la regione. Una sovrapposizione di civiltà e culture che hanno lasciato ampie tracce del loro passaggio.
A cominciare dalle arcate che stanno maliconicamente piantate al centro del letto del Tigri, ricordo di uno ponte costruito nel 1100 e poi in parte andato distrutto nel 16° secolo. Oppure l’elegante silhouette del minareto della moschea El-Rizk che svetta tra le case del paese. Sulla riva opposta del Tigri poi si erge, nella sua orgogliosa solitudine, la turbe (tomba) che Mehmet il Lungo, capostipite della tribù turcomanna del Montone Bianco, ha voluto erigere intorno al 1400 al figlio maggiore Zeynel, morto in giovane età. Sulla cupola sono ancora visibili alcune delle tessere di ceramica azzurra che un tempo la ricoprivano completamente, testimonianza dei legami con la cultura persiana dell’architetto che l’ha realizzata.
Su questo gioiello della cultura mesopotamica, inserito in un contesto di grande ricchezza naturalistica quale quello della valle del Tigri, incombe però da più di cinquant’anni lo spettro dell’annientamento. Risalgono infatti al 1954 i primi passi per la elaborazione del progetto della diga di Ilisu che, una volta completata, sommergerebbe l’intero paese.. Progetti che nel corso degli anni ’70 e ’80 si sono fatti più dettagliati. Nel 1988 lo stato turco ha però dovuto riconoscere l’impossibilità di garantire i finanziamenti necessari. Della diga di Ilisu si è ritornati a parlare nel 1999 con la creazione di un consorzio internazionale, guidato dalla svizzera Sulzer AG, disposto a finanziare e realizzare i lavori. All’epoca però le proteste e le mobilitazioni internazionali avevano fatto desistere dal proposito le ditte coinvolte ed il progetto ancora una volta era finito nel dimenticatoio.
Per poco però, perchè dopo alcuni anni di silenzio, che avevano fatto nascere speranze per un rilancio in chiave turistica di Hasankeyf, le voci di una ripresa dell’attività intorno al progetto della diga hanno ricominciato da mesi a farsi più insistenti.
La ripresa dell’interesse per la diga di Ilisu coincide con il ritorno nell’agenda politica del paese della questione dello sfruttamento delle acque.
Oggi ad Hasankeyf abitano cinquemila persone, per la maggior parte di origine curda: una comunità che vive come sospesa da quando, nel 1954, nacque il progetto della diga Ilisu, che una volta completata sommergerà Hasankeyf sotto trenta metri d'acqua. Ma ad Hasankeyf tutto continua come se nulla dovesse accadere. I bambini giocano nell'acqua, i più grandi coltivano la terra e portano al pascolo gli animali, le ragazze al fiume mungono le capre, i piccoli ristoranti attendono i turisti che durante l´anno raggiungono Hasankeyf. Non c'è lavoro ad Hasankeyf. Le prospettive di vita sono limitate alla povera realtà del villaggio. Nessuno vuole investire in un turismo che potrebbe diventare florido, se solo il paese tra qualche anno ci fosse ancora. Mentre altrove si decidono le sorti di questo luogo, un'intera comunità vive in un limbo senza reali notizie del loro destino e con un estenuante indecisione su cosa fare.





giovedì 5 febbraio 2009

ARTE A KIBERA


Morro de Providencia a Rio de Janeiro

Il suo volto è sconosciuto, misterioso. Forse perché la missione del fotografo parigino JR è quella di rivelare i volti degli altri, delle persone che incontra nei luoghi più diversi del mondo. Proprio come la baraccopoli di Kibera, in Kenya, "sede" del suo ultimo progetto – talmente grande da essere visibile perfino da Google Earth.
Dopo le installazioni a Parigi, Amsterdam, Biennale di Venezia, Morro de Providencia a Rio de Janeiro, Muro della Vergogna in Palestina ora è toccato alla più grande baraccopoli di Nairobi accogliere le opere di questo fotografo.
Due giorni fa, dopo un anno di pianificazione, JR è riuscito a «vestire» duemila metri quadrati di Kibera (oltre un milione di abitanti) con immensi poster dei volti e dei sorrisi delle sue donne. Il materiale utilizzato, spiega l’artista, è resistente all’acqua: saranno dunque le fotografie stesse a proteggere le fragili case su cui sono montate, specialmente durante la stagione delle piogge. JR ha anche montato dei poster sul treno che passa, due volte al giorno, dalla baraccopoli, e sulla massicciata che separa la ferrovia dalle case: ogni volta che i convogli passeranno, completeranno i volti, rendendoli perfettamente visibili.

Baraccopoli di Kibera


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