lunedì 12 gennaio 2015
ORRORI INFANTILI
lunedì 16 luglio 2012
MIGLIAIA DI SGOMBERI FORZATI IN AFRICA
Quando il “rinnovo urbanistico” sarà concluso, secondo i piani del governatore dello stato di Rivers, Rotimi Amaechi, tutti gli insediamenti cresciuti lungo le 40 banchine del porto della capitale saranno stati demoliti.
Il 27 giugno è stata la volta di Abonnema Wharf, che negli ultimi anni aveva accolto anche la popolazione sgomberata dall’insediamento di Njemanze. Dopo cinque giorni di intenso lavoro di bulldozer, Abonnema Wharf è stato raso completamente al suolo. A molti abitanti non è stato dato neanche il tempo di raccogliere i loro beni personali, che sono rimasti tra le macerie. Ingenuamente, avevano pensato che la cosa non li riguardasse e si erano fidati della dichiarazione del governatorato, secondo cui sarebbero state distrutte solo le abitazioni di persone coinvolte in un recente scontro a fuoco tra bande rivali.
Così come in Nigeria, gli sgomberi forzati colpiscono le popolazioni di altri paesi africani. Ad esempio lo Zimbabwe, dove a sei anni dall’Operazione Murambatsvina, con la quale vennero distrutte 92.460 abitazioni e 700.000 abitanti furono lasciati senza casa, ancora le persone vivono in baracche e strutture inadeguate, senza i servizi di base.
E proprio chi abita negli insediamenti abitativi precari, come circa la metà della popolazione di Nairobi, in Kenya, dove due milioni di persone sono stipati sull’uno per cento del territorio cittadino, è costretto a convivere con la paura di essere sgomberato, perché spesso non ha il permesso formale per vivere nella casa in cui abita.
Gli sgomberi forzati in Africa saranno al centro della partecipazione di Amnesty International Italia, per il nono anno consecutivo, al Giffoni Film Festival, giunto alla sua 42ma edizione, il cui tema centrale è la “felicità”.
Quella felicità, diritto fondamentale, negato dagli sgomberi forzati, che distruggono la vita delle persone privandole delle loro case, ma anche dei loro beni, del lavoro, del diritto all’istruzione suscitando deprivazione, insicurezza, esclusione, impotenza.
Durante il Giffoni Film Festival gli attivisti di Amnesty International Italia saranno presenti con un punto informativo dove si potrà prendere parte alle azioni proposte, ricevere materiale sulle campagne e partecipare alle molteplici attività quotidiane rivolte a bambine/i e ragazze/i.
Anche quest’anno Amnesty International Italia consegnerà il premio “Amnesty Giffoni Film Festival” al lungometraggio che meglio affronta e rappresenta il tema dei diritti umani e il premio “Amnesty Corto Giffoni Film Festival” nell’ambito della sezione cortometraggi, dove l’organizzazione è presente con una categoria dedicata.
Fonte
sabato 3 settembre 2011
GLOBALIZZAZIONE, MIGRAZIONE, PROSTITUZIONE: L’ORGANIZZAZIONE DEL TRAFFICO DALLA NIGERIA
La recessione economica mondiale di quel decennio, accentuando i profondi squilibri tra Nord e Sud del mondo, ha dato origine a una massiccia spinta migratoria dai paesi più poveri, i quali hanno visto peggiorare le loro condizioni di vita già precarie e hanno dovuto far fronte all’emergere della crisi debitoria. In questo periodo storico la Nigeria, quinto produttore di petrolio al mondo, da cui la sua economia dipende per il 90%, vive un momento di grandi difficoltà in seguito al crollo dei prezzi dell’oro nero. I programmi di aggiustamento strutturale guidati dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale acuiscono la crisi, dando avvio a processi di liberalizzazione e privatizzazione con alti costi sociali.
Dal 1966, anno in cui vengono scoperti i giacimenti petroliferi nella zona del delta del Niger a sud-est del Paese, quest’area ha assistito a un notevole sviluppo con la costruzione di porti e di industrie volte allo sfruttamento del greggio, nel quale ha avuto preponderanza il ruolo degli investimenti stranieri e delle società multinazionali, quali Shell e Eni. Qui inoltre la popolazione si è addensata arrivando dalle regioni del Nord e abbandonando le campagne, provocando una grossa crescita delle città con la proliferazione di bidonvilles.
Dall’indipendenza nel 1960, la Nigeria ha avuto una situazione politica instabile, con frequenti colpi di stato militari e una forte corruzione. Le rivalità per assicurarsi il controllo economico dell’area petrolifera hanno prodotto tensioni interetniche, che sono sfociate nel 1967 nella guerra civile del Biafra scoppiata in seguito alle rivendicazioni secessioniste degli Ibo, abitanti della zona del Delta, e conclusasi nel 1970 con la loro sconfitta.
Nel corso di questi anni la società civile si è organizzata e continua a lottare contro gli espropri, gli abusi e il gravissimo inquinamento provocati dalle compagnie del petrolio, sostenute da una costante e violenta repressione poliziesca ad opera del governo nigeriano.
Nel suo rapporto del 2004 Amnesty International ha denunciato la violazione di dirittieconomici e sociali, primi fra tutti il diritto alla salute(1).
La storia della Nigeria si inscrive dunque in quella nuova forma di dominio e di controllo economico e politico conosciuto come neocolonialismo.
Protettorato britannico dal 1901, la Nigeria si presenta come stato indipendente nel 1960 con l’adozione di una costituzione federale. Il modello occidentale dello Statonazione, che ha guidato la nascita dei nuovi stati mimetici nel periodo della decolonizzazione, segna confini che racchiudono una molteplicità di popoli diversi. La Nigeria comprende oltre un centinaio di realtà culturali molto varie fra loro, tra le quali al Nord gli Hausa-Fulani, di religione islamica, gli Yoruba al sud-ovest e gli Ibo nella zona deltizia. Questa suddivisione appare comunque alquanto approssimativa e non considera in modo adeguato le numerose differenze di cui è necessario tener conto.
La modernizzazione dell’economia nigeriana, basata su un modello di sviluppo capitalistico che trova nella crescita e nell’accumulo la sua logica fondante, ha prodotto profondi cambiamenti nello stile di vita, nei sistemi relazionali e nei valori delle popolazioni autoctone.
Al fine di comprendere le contraddizioni interne all’Africa postcoloniale e le riorganizzazioni operate sul piano dell’immaginario simbolico per interrogarle, è utile soffermarsi sulla riflessione di Serge Latouche (2000), il quale mette in rilievo la pregnanza del legame sociale nell’esistenza della maggior parte dei popoli africani. L’autore sottolinea come tale legame, fondato sul principio di solidarietà che contraddistingue i rapporti intercomunitari, vada messo in relazione con una rappresentazione della povertà (distante da quella occidentale) intesa come mancanza di sostegno da parte della collettività.
I fenomeni che si avvicinano alla cosiddetta “stregoneria” appaiono come tentativi ditrovare una risposta alla minaccia dell’accumulo individualistico secondo una logica di mercato. L’approfondimento segue.Latouche evidenzia come lo scambio, basato sulla logica del dono (2), serva al contrario a rafforzare il legame, rendendo tutti allo stesso tempo creditori e debitori passeggeri. Il dovere di ricambiare stringe rapporti a cui non si può venire meno e il suo senso esula dalla mera materialità dell’oggetto e non si esaurisce con la contropartita, dato che l’attenzione è rivolta ai beni simbolici che ne derivano: il riconoscimento sociale, il rafforzamento delle relazioni di potere, l’affermazione di identità.
Lo scambio mercantile e l’introduzione della monetarizzazione spersonalizzano il rapporto tra chi dà e chi riceve, l’economico ingloba totalmente il sociale.
Nonostante l’imposizione della logica del mercato concorrenziale in Africa, l’autore sostiene che si conservi un doppio linguaggio e un doppio sistema di pratiche, che fa coesistere la sfera oblativa e informale, marginale rispetto alla legge e all’ufficialità, con quella dell’economico stricto sensu.
Il mondo dell’informale risulta dunque caratterizzato dall’incorporazione dell’economico nel sociale. Latouche ne distingue quattro livelli, che vanno dalla società vernacolare o oikonomia neoclanica ai traffici.
La prima consiste nei «modi in cui i naufraghi dello sviluppo producono e riproducono la loro vita, al di fuori del campo ufficiale, mediante strategie relazionali» (Latouche, 2000: 164); «L’economia è messa al servizio della rete, e non la rete al servizio dell’economia» (Latouche, 2000: 165). In questo settore occupano un posto di rilievo le donne, il cui lavoro è fondato sulla pluriattività e sul non professionalismo. I livelli che seguono sono definiti in base a una progressiva perversione della logica del dono. Come ultimo Latouche distingue il modello dei traffici, intesi come il commercio d’importazione e d’esportazione praticato ai margini della legalità. Oggetto di questo contrabbando possono essere beni alimentari, vestiti, droga, armi, esseri umani. Questi scambi, in cui la logica del dono degenera, restano comunque legati all’organizzazione basata su una socialità in reti.
Le frontiere della Nigeria risultano essere uno dei luoghi di smistamento dei principali traffici in Africa. Il traffico di donne viene gestito da mafie locali con una struttura complessa e ben organizzata, che ha forti basi nella società nigeriana. Le ragazze avviate alla prostituzione in Italia provengono soprattutto da Benin City, nello stato degli Edo, anche se la maggior parte di loro ha un passato di migrazione interna dal villaggio alla città. In una prima fase, quando il fenomeno appena sorto non era ancora conosciuto, le persone venivano reclutate soprattutto nei grandi centri urbani e non erano coscienti dell’attività che avrebbero dovuto svolgere nel luogo di destinazione. Oggi tutti sanno qual è la fonte di guadagno delleragazze che tornano ricche dall’Europa, lo stesso governo si preoccupa di organizzare campagne per denunciare il traffico attraverso l’informazione di massa.
Da un lato le donne che partono sono quindi consapevoli di ciò che le attende, anche se non immaginano le dure condizioni di lavoro e di sfruttamento che dovranno affrontare per esercitare la prostituzione su strada. Dall’altro le mafie si sono spostate per il loro reclutamento dalle città ai villaggi, dove le informazioni sono meno diffuse, con un relativo abbassamento dell’età e del livello di scolarizzazione di chi parte. Il reclutamento avviene tramite uno sponsor, a volte può essere la stessa donna che si occuperà delle ragazze in Italia, e si basa su una rete amicale-parentale. Chi decide di partire viene nella maggior parte dei casi da famiglie poligamiche, quindi molto numerose, in cui è soprattutto femminile il ruolo di bread-winner. La scelta è sostenuta spesso dallafamiglia che vede nei futuri guadagni della figlia un mezzo per superare le difficoltà economiche e accrescere il proprio benessere. La stigmatizzazione sociale delle donne partite per l’Europa non risiede tanto nell’essere riconosciute come prostitute, quanto nel fallimento del loro progetto migratorio nel caso dell’espulsione da parte del paese di destinazione: molte delle persone rimpatriate vengono ripudiate dalle famiglie perché si presentano senza denaro (3).
In Nigeria la prostituzione appare diffusa soprattutto nel sud del Paese, in corrispondenza delle zone occupate dalle compagnie petrolifere, ma le donne che migrano in Europa raramente hanno già avuto un passato sulla strada.
La scelta di intraprendere il viaggio è sostenuta per molte dalla speranza di realizzare un percorso personale di autodeterminazione ed autonomia: il loro progetto migratorio ha obiettivi chiari e concreti che mirano alla realizzazione di un miglioramento delle condizioni di vita.
E’ necessario considerare che la società tradizionale è fondamentalmente patriarcale e che le vie di emancipazione per la donna nigeriana sono ostacolate da condizioni economiche difficili e dal compito di farsi carico della famiglia. L’asimmetria di genere ancora una volta come ovunque presente è sottolineata dal fatto che sono i figli maschi ad avere la precedenza nell’accesso all’istruzione. Inoltre si ricorda che in Nigeria è diffusa la pratica delle mutilazioni genitali femminili e che nel nord islamico viene applicata integralmente la sharî’a, con la tristemente nota lapidazione delle adultere.
Il costo per il viaggio e i documenti viene anticipato dai trafficanti. Il patto per la restituzione del debito assume un carattere fortemente simbolico in quanto inserito in un’esperienza di migrazione che porta distanza e pericolo di oblio rispetto al paese d’origine.
Il dramma esistenziale vissuto da queste donne trova vistosi riscontri nella costruzione del loro universo simbolico dove espresso, le pratiche di “stregoneria” e dalla possessione, la presenza della figura extraumana Mami Wata filtrano la paura di tradire i legami di parentela e lignaggio ma rappresentano anche i vincoli di memoria (Beneduce 2002) a una tradizione collettiva e a un passato costruiti su un’organizzazione del simbolico che non trova più riscontro nella nuova realtà del luogo d’arrivo e chiama continuamente a un confronto e a doveri precisi. Il giuramento per la restituzione del debito può avvenire attraverso un contratto sottoscritto davanti a un notaio, in cui è prevista una garanzia sotto forma di beni da parte della famiglia.
Quello che caratterizza il traffico di donne dalla Nigeria è il juju compiuto per ottenere una forma di controllo sulla persona a cui è rivolto. Il juju avviene raccogliendo elementi del corpo della ragazza, come capelli, unghie, peli pubici, o anche abbigliamento intimo, i quali si crede continuino ad essere parte della persona stessa e vengono utilizzati come mezzo di ricatto e minaccia di sventura, malattia, morte. Viene di solito effettuato da un babalawo in Nigeria il quale, su richiesta della madame, si appella alla forza del proprio vodu per caricare di potere l’insieme degli elementi.
La figura della madame è un altro elemento che distingue la prostituzione nigeriana.
Investita di un ruolo ambiguo che la vede benefattrice e sfruttatrice insieme, è la donna che compra le ragazze dai trafficanti, di solito uomini, e alla quale deve essere pagato il debito, che oggi sembra ammontare a una cifra che va dagli 80.000 ai 120.000 euro e che di solito riesce ad essere estinto in due o tre anni di lavoro. La madame è spesso un’ex prostituta con una storia simile a quella delle donne su cui ha il controllo. Vive insieme a loro, le avvia al mestiere e richiede una quota dei loro guadagni come contributo per la casa e per il joint, il posto di lavoro sulla strada. Si instaura così un rapporto verticale tra lei e le ragazze, che devono assicurarle rispetto e lealtà. Nello stesso tempo diventa il punto di riferimento principale per affrontare la nuova vita in un paese estraneo.
Le rappresentazioni del corpo e della malattia, che caratterizzano la zona dell’Africa occidentale qui considerata, attivano nel contesto della prostituzione un linguaggio basato su segni fisici, sofferenze, infermità, i quali costituiscono i sintomi di angosce e paure dovute alla rottura di un rapporto con il proprio paese e all’abbandono delle diverse appartenenze al mondo umano o sovrumano. Le donne nigeriane in Italia raccontano frequentemente del loro legame con Mami Wata, il cui culto è diffuso nel sud del paese ed è connotato dall’esperienza della possessione e della trance.
Questi aspetti dell’immaginario delle ragazze provenienti da Benin City, che qui sono stati solamente accennati e che verranno approfonditi nei capitoli seguenti, determinano una reazione di diffidenza o di disinteresse nei confronti delle possibilità di fuoriuscita dalla prostituzione previsti in Italia dall’art.18 del D.L.286/98, come rilevano i servizi che se ne occupano. I panegirici centrati sulla “paura del vodu”, alla cui diffusione concorrono i mass media, non migliorano la comprensione dell’universo simbolico di queste donne: esse risultano essere sempre oggetto di discorsi altri e vengono dipinte esclusivamente come vittime o schiave passive..
La complessità del fenomeno e il suo intrecciarsi con componenti religiose, culturali, storiche ed economiche globali, rende necessario riconsiderarle invece come soggetti di pratiche simbolizzate che costituiscono un linguaggio: da un lato, per riuscire ad operare nella direzione di un incontro che favorisca la promozione dei diritti e contribuisca all’eliminazione di ogni tipo di sfruttamento, dall’altro, per restituire dignità a tutte coloro che investono in maniera attiva su un progetto di miglioramento di sé e della propria vita.
Note
1) “Nigeria. Are human rights in the pipeline?” in http://web.amnesty.org/library/Index/ENGAFR440202004
2) L’autore fa riferimento all’analisi di M. Mauss sul dono come scambio caratterizzato dal triplice obbligo di dare, ricevere, ricambiare e fondato quindi sulla reciprocità. Per approfondire M. Mauss, Essai sur le don, Paris, Presses Universitaires de France, 1950 (trad. it. Saggio sul dono, Einaudi, Torino, 2002).
3) Il progetto ALNIMA, realizzato da COOPI, Tampep onlus, SRF e CeSPI nel 2004, è stato rivolto in Nigeria alle donne rimpatriate, spesso abbandonate dalle famiglie, al fine di promuovere il loro reinserimento sociolavorativo nel paese d’origine, evitando in questo modo un loro ulteriore reclutamento da parte dei trafficanti.
Fonte: T E S I D I L A U R E A T R I E N N A L E I N S T O R I A D E L L E R E L I G I O N I della Dott.ssa Chiara Pilotto
giovedì 10 settembre 2009
VITTIME DI TRATTA TRA I RESPINTI IN LIBIA
Parlano le donne nigeriane
E dopo una settimana Judith ha detto: non puoi stare qui senza soldi e senza lavoro. Devi pagare il mangiare, il dormire. Devi lavorare. E per chi non ha documenti il lavoro è uno solo. Quale? ho detto io.
Eh, quand’è il momento lo vedrai, ha detto lei.
Così una sera mi ha portato al posto di lavoro.
Ha detto alle ragazze che stavano con me nella casa: datele un vestito per lavorare, qualche cosa che non mettete più.
Mi hanno dato il vestito. Era solo un paio di mutande.
Sono belle le nuove schiave nigeriane. Alte, nere, statuarie. E in vendita. Lavorano ormai anche nell’angolo più sperduto d’Italia, ovunque ci sia una strada, ovunque esista un marciapiede. Costrette a prostituirsi da organizzazioni criminali senza scrupoli, ogni giorno, per anni, fino al pagamento del debito contratto per portarle in Europa, dai trenta ai quarantamila euro. Migliaia di ragazze di Lagos e Benin City. Reclutate nei ceti più disagiati e raggirate con false promesse da organizzazioni criminali transnazionali che sulle loro prestazioni sessuali arrivano a lucrare dai 5.000 ai 7.000 euro al mese per ciascuna. Alcune di loro sono arrivate in Italia via mare. Nel 2007 sulle coste siciliane di ragazze nigeriane ne erano sbarcate soltanto 166. Ma nei primi otto mesi del 2008 il numero degli arrivi è schizzato a 1.128. Quante di loro siano finite nei circuiti dello sfruttamento della prostituzione non è dato saperlo. Ma è sicuro che una parte di loro fa quella fine. Lo sostiene una recente ricerca della cooperativa Be Free, basata su decine di interviste effettuate a donne nigeriane detenute nel centro di identificazione e espulsione di Ponte Galeria a Roma.
Nessuno mi ha obbligato a partire.
Nessuno mi ci ha costretto.
Nella trappola mi ci sono messa da sola, per mia libera scelta.
Ma non era questo che mi aspettavo quando sono partita.
Questa situazione.
E nessuna via d’uscita.
Alcune viaggiano accompagnate da sospetti brothers. Altre sono apparentemente sole. Ma c’è qualcuno che le aspetta fuori dai centri di accoglienza. Per portarle nelle case delle maman, e farle cominciare a lavorare quanto prima. Il lavoro spesso lo conoscono già. Perchè molte di loro - sostiene Be Free - sono costrette a prostituirsi già in Libia, nei bordelli di Tripoli. Piccole case chiuse dove le ragazze vengono avviate alla prostituzione dagli intermediari nigeriani, spesso all’insaputa della maman che le aspetta in Italia. Bordelli di cui avevamo sentito parlare durante il nostro viaggio in Libia, e della cui esistenza adesso troviamo la triste conferma. Qui le ragazze non possono rifiutarsi di avere rapporti sessuali e devono consegnare tutti i soldi ai loro sfruttatori. Se oppongono resistenza vengono picchiate e torturate. Spesso rimangano incinte e sono costrette a ricorrere ad aborti clandestini, procurati mediante percosse e cocktail di medicinali da ingerire.
Le cose stavano così.
Non avevo documenti.
Non avevo soldi.
Non avevo un posto dove scappare.
Avevo il terrore della polizia, e l’unica parola che sapevo di italiano era vaffanculo.
In più avevo il debito da pagare. Trentamila euro.
E si sa cosa succede alle ragazze che non pagano.
O che non vogliono lavorare.
Racconta una ragazza intervistata da Be Free: “In questa casa eravamo più di 30 ragazze tutte di origine nigeriana, tutte costrette a prostituirci in attesa di essere poi mandate in Italia. Sono stata là per circa quattro mesi, dovendo andare a letto con una media di cinque uomini al giorno. Le tariffe erano fisse, un dinar e mezzo (un euro) con il preservativo (che doveva essere portato dal cliente), due dinar senza preservativo; i soldi venivano presi da noi che poi li dovevamo dare per intero a H. Era sempre lui che ci portava i clienti e che ci diceva cosa dovessimo fare. Noi non potevamo rifiutarci di avere rapporti non protetti, se lo facevamo venivamo prese a calci e picchiate violentemente con catene ed oggetti vari. Le violenze erano comunque all’ordine del giorno…”
Itohan non voleva più prostituirsi.
Aveva detto che lei non pagava e non avrebbe mai più pagato il debito.
Aveva vent’anni.
Il suo cadavere l’hanno trovato mesi dopo alla periferia di Torino, nel capannone abbandonato di una fabbrica ormai chiusa da anni. A trovarlo è stato il cane di un pensionato, durante la passeggiata serale. Stava lì putrefatto. Era tutto mangiato dai topi.
L’Italia ha un sistema di protezione per le vittime di tratta all'avanguardia in Europa e nel mondo. L’articolo 18 del testo unico sull’immigrazione prevede infatti il rilascio di un permesso di soggiorno per motivi di protezione sociale alle donne che decidono di uscire dal giro. Tra il 2000 e il 2006 le donne che l’hanno ottenuto sono state 5.673. Tuttavia quel meccanismo è oggi a rischio. Almeno per le vittime di tratta che viaggiano sulle barche dirette a Lampedusa, che da maggio l'Italia respinge sistematicamente in Libia. Dalla Libia vengono di norma rimpatriate in Nigeria, dove rischiano di tornare nelle mani dei trafficanti che sul loro corpo hanno investito migliaia di euro.
Dopo, io mi sono raccontata che è stato per via di Itohan che ho smesso di dire di no. Perché avevo paura. Perché volevo restare viva. Perché non volevo assolutamente fare la sua fine. Ma ad essere onesta fino in fondo, così onesta da diventare spietata, devo dire che no, io avevo già deciso di fare quel che bisognava fare. Perché avevo sentito la voce di mia madre. E avevo deciso che dal fondo di quella trappola potevo almeno fare qualcosa di buono per lei, per aiutarla, sostituendomi a quel marito che l’aveva abbandonata. Che ci aveva abbandonato tutti. Io sarei diventata mio padre.
A costo di dire sì.
Le testimonianze in corsivo sono tratte dal libro “Le ragazze di Benin City, di Isoke Aikpitanyi e Laura Maragnani, che vi invitiamo caldamente a leggere
Scarica il rapporto sulle donne nigeriane al Cie di Roma, della Cooperativa Be Free
http://fortresseurope.blogspot.com/
“Sono nata dove la pioggia porta ancora il profumo dell’ebano, una terra là dove il cemento ancora non strangola il cielo. Tutti dicevano che ero bella come la grande notte africana, e nei miei occhi splendeva la luna, mi chiamavano la perla nera.…ora porto stivali coi tacchi e la pelliccia leopardata, e tutti sanno che la perla nera rende felici con poco….ai miei sogni non chiedo più nulla.” ( “Ebano” – Modena City Ramblers)
martedì 30 giugno 2009
CRONACA DI UNA GUERRIGLIA (O DI UNA GUERRA CIVILE?)
Un’incursione segreta della Joint Task Force (JTF) nigeriana nel famoso camp 5 ha portato, secondo le notizie ufficiali, alla liberazione di 10 ostaggi (6 Filippini e 4 Nigeriani) e al sequestro di grossi quantitativi delle armi dei ‘guerriglieri’ ma…, se posso essere sincera, tale notizia non mi rallegra. Provo sollievo, ovviamente, per gli ostaggi (tra i quali, 6 Filippini- sempre secondo le notizie ufficiali) liberati, ma non riesco a non pensare al rovescio della medaglia…
Quelle che i giornali definiscono ‘armi’ (fucili antiaerei, ovvero lanciarazzi/ dinamite e motoscafi superveloci) avrebbero storie interessanti da raccontare (sul perché della loro presenza e sulla loro provenienza), ma non mi risulta che (nella nazione di riferimento o all’estero, per quel che ne so) vi sia interesse a correre il rischio di ascoltare quelle ‘storie’. Le conseguenze dell’operazione in questione sono state, secondo le fonti ufficiali, le seguenti: i Ribelli hanno fatto saltare le condutture Worri-Escravos (del petrolio Chevron) e quelle del gas (Abiteye); ci sono state 65 vittime.
L’autorità militare ha detto che non si è trattato di una rappresaglia, da parte della JTF, ma di una missione di salvataggio/ che i soldati sono stati attaccati dai ribelli e hanno dovuto difendersi; che prendere il sopravvento non è stata una passeggiata, perché molti militari sono rimasti feriti anche in modo grave, pur essendo meglio armati ed equipaggiati/ che i Filippini liberati riportavano segni di torture ed erano terribilmente malconci/ che i ribelli avevano sequestrato lo staff della petroliera MV Spirit e rubato il carburante/ che la JTF ha recuperato due navi sequestrate e verificato l’infondatezza della vanteria dei ribelli di aver catturato una nave da guerra nigeriana.
La rilettura (in chiave popolare) degli eventi è che la JTF rispettasse la direttiva delle trattative; che ci fosse una sorta di tregua tra militanti IYO e militari e che questi ultimi potessero passare, senza essere attaccati, usando pochi colpi sparati in aria come ‘codice’ di non aggressione, quando e se si trovassero ad attraversare, per altri motivi, le acque prospicienti il famoso camp 5 (sottratto dai Ribelli ai dipendenti delle ditte straniere, per farne il loro quartier generale). Pare che il colonnello responsabile della JTF della zona sia cambiato e che l’arrivo del nuovo colonnello abbia comportato il cambio delle direttive nei confronti dei problemi della zona del Delta; pare, altresì, che l’attacco in questione sia stato messo a segno in gran segreto, con il preciso intento di cogliere i Ribelli di sorpresa, snidarli tutti e liberarsi del movimento della Gioventù Ijaw che c’è alla base (cosa più facile a dirsi che a farsi, poiché ciò che accade nel delta del Niger non è la ribellione temporanea e superficiale dovuta a un disagio passeggero, ma la cima di un iceberg mastodontico e grave e ha radici profonde, ramificate nella mente e nel cuore delle comunità del Delta). La gente semplice con cui ho parlato mi ha detto: “I militari hanno fatto quel che hanno fatto, perché sono arrivati in silenzio e in gran segreto, perché, se così non fosse stato, non un solo soldato sarebbe tornato vivo a raccontare gli eventi”. Le genti del Sud simpatizzano, ovviamente, con i Ribelli (che non sono entità incorporee e che sono ‘sangue del loro sangue’- parenti delle varie comunità) e raccontano vere e proprie leggende sul coraggio dei Ribelli e su episodi in cui “I soldati non hanno chance di farcela” e “ci lasciano le penne, perché, contro i Ribelli i loro fucili non sparano”.
Credo che sia stato per non alimentare tali ‘leggende’ che il colonnello intervistato dalla stampa locale abbia dichiarato, come ho scritto prima, che ci sono stati tra i soldati soltanto feriti (seppure gravi); la verità (e la sanno tutti, stampa compresa) è che i militanti della IYO, dopo essere stati attaccati, hanno teso un agguato alle truppe della JTF (al Chanomi Creek) e hanno ucciso un tenente e almeno altri sei soldati, quando la loro barca (con mitragliatore), in ritirata, si è capovolta nel canale.
Il camp 5, ora, pare essere nelle mani della JTF (che si dice in control), come la NNPC, nave petroliera nigeriana MV Spirit (dichiarata intatta), che era stata sequestrata e dirottata al porto di Warri, dove era diretta anche un’altra nave cargo sequestrata nel Chanomi Creek. I militari dicono che siano stati i Ribelli (ora in fuga) a cercare lo scontro con loro e che l’operazione chiamata Cordon and search fosse diretta a liberare la gente del Delta da intimidazioni, fastidi ed estorsioni e dai crimini commessi dai militanti del movimento di liberazione. Peccato che l’ipotetico ‘fine’ da raggiungere non giustifichi affatto i ‘mezzi’ impiegati. L’autorità militare aveva preannunciato alla popolazione che “avrebbero potuto esserci sparatorie in seguito alle quali i Ribelli avrebbero potuto rifugiarsi nei loro campi principali”. La conclusione dell’avvertimento era stata: «This may lead to our torching such camps» (“Ciò potrebbe portarci a dare alle fiamme detti campi”). Il tono ‘normale’ con cui si annuncia che si possono ‘arrostire’ strutture e persone, in un unico rogo, è semplicemente agghiacciante e ancora di più lo è quello della conclusione del giornale che ne parla: And this the JTF did. E ‘queste’ cose sono, dunque, accadute: vere e proprie comunità umane sono state arse vive. Non sto dando nessuna notizia straordinaria al mondo (mio Dio!), cioè nessuna notizia-scoop: la stampa locale ne ha parlato, con toni smorzati e matter of fact («And this the JTF did»/ E ciò la JTF ha fatto…)- ma ne ha parlato. Nessuno sa di queste cose, quando accadono. Non ci sono servizi televisivi o giornalisti-inviati speciali. Nessuno parla di niente e tutto rimane sepolto nell’annuncio-avvertimento (riferito da informatori) riportato dalla stampa (e nella sua terribile epigrafe: «and this the JTF did»)… Il mondo (vicino e lontano) scorre come sempre e nulla sa. In loco non c’è nessun ‘rumore’ sulle stragi sbalorditive e terribili (che, tra le righe stampate suonano come ‘ovvie’ e persino scontate…). Una vita, due vite, dieci, sessanta, cento, parecchie centinaia (e, alla lunga quante migliaia?) cancellate… non smuovono nulla, non cambiano nulla, non fanno rumore, non raggiungono le orecchie né il cuore di nessuno… Il silenzio… è la cosa che colpisce a tradimento la logica della sensibilità (e quelli che il mondo chiama valori umani)…
Le notizie post-tragedia sono che l’autorità militare ha annunciato alla popolazione del Delta operazioni di routine della JTF, nell’area, e ha esortato la gente a non lasciarsi prendere dal panico (e… non riesco, ahimè, a non sentire odore di nuove tragedie ‘occulte’).
La dicotomia delle fonti informative è sempre scontata, purtroppo (qui più che altrove). Ci sono sempre due verità. Ho raccontato quella proveniente dalle fonti ufficiali. Cercherò, ora, di abbozzare l’altra (‘accreditata’ presso il popolo). Si era detto (forse per dare la sconfitta dei militanti del movimento di liberazione per scontata) che il guerrigliero leader del famoso Camp Five (il leggendario Tompolo) fosse morto. Un suo braccio destro ha, invece, detto (anche alla stampa locale) che egli è vivo e vegeto e più determinato che mai; ha poi fatto varie dichiarazioni (che gettano una strana luce su quelle ufficiali); eccole:
1) gli ostaggi non erano 10 ma 15 ed erano tutti Filippini;
2) 2 ostaggi sono morti e 3 sono stati feriti gravemente, in seguito ai bombardamenti ‘sganciati sul camp 5 dalla JTF;
3) i Ribelli non ne sanno più nulla, dal momento in cui sono fuggiti, per salvare le loro vite;
4) soltanto i militari, che ancora occupano il camp 5, conoscono il loro destino. La cosa non è finita lì. Ci sono stati fatti terribili, subito dopo, poiché la JTF è andata a bombardare dei villaggi proprio in un’occasione festiva.
Alcuni capi delle comunità di Gbaramatu, che si erano recati, con molta gente a Oporoza, per il Festival di Amaseikumo, hanno riferito che la JTF ha bombardato le comunità Ijaw lì riunite per quella celebrazione tradizionale/ di essere scampati ai bombardamenti fuggendo/ di aver fatto in tempo a vedere che il contributo alla morte è stato altissimo, anche per via delle suddette celebrazioni, che sono un forte richiamo di folle. Il capo della comunità di Kunukunuma, Akowei Oboko, ha dichiarato al Sunday Vanguard che molta gente è stata uccisa da jet ed elicotteri bombardieri della JTF, che hanno fatto incursione e bombardato dappertutto. Il pover’uomo era in preda allo sconforto: «We don’t know what we have done to warrant this attack by the JTF, is the federal Government at war with us?» La domanda dell’anziano capo è commovente, ma anche illuminante: “Il Governo Federale è in guerra con noi?” Tali parole vanno lontano…/ vengono da lontano… e vanno lette come segue: “Il Governo Federale (quello del Nord, del Sud, del Middle Belt, degli Hausa, degli Yoruba, degli Igbo, degli Ijaw e di tutte le etnie varie) è in guerra con una parte del Sud?!?”// “Il Governo Federale (quello che dovrebbe difendere il Nord come il Sud e amministrare le ricchezze del Nord come del Sud) è in guerra con noi del Delta del Niger?!?”// “Il Governo Federale (quello della nazione di cui ‘noi’ facciamo parte) viene a bombardare ‘noi’?!?”// “Ma non vede il Governo Federale, il ‘nostro’ governo, che ‘noi’ stiamo subendo torti terribili e siamo allo stremo/ non vede che stiamo reagendo a uno stato di fatto insostenibile/ non vede che stiamo chiedendo il suo aiuto/ non sente le nostre voci/ non sa che dovrebbe essere lui a farsi carico del peso che noi ci stiamo assumendo/ non capisce che i nostri giovani valorosi rendono un servigio al governo, ergendosi contro la depauperazione e la distruzione del nostro-suo delta?!?”// “E… il Governo Federale turns a deaf ear? Eppure dovrebbe guarire dalla sordità (e, se non vuole ricordarsi delle vie diritte della gestione del patrimonio nazionale, dovrebbe almeno ricordarsi della tenacia dell’Igbo Biafra e… di quella prima sanguinosa ‘amputazione’ della nazione chiamata Nigeria…)”.
A- La situazione è tragica, perché sono i giovani che si ribellano (alle ingiustizie e all’escalation dello scempio che sta accadendo nel delta del Niger) e che combattono ed è la comunità indifesa che ne paga le conseguenze terribili e viene fatta oggetto di genocidio (nel silenzio generale del mondo intero…). No, la parola ‘genocidio’ non è fuori luogo (e neppure esagerata), purtroppo. Ecco che cosa ha detto al Sunday Vanguard il capo della comunità di Benikurukuru, Godspower Gbenekama (anche lui giunto a Oporoza, per il funestato Festival di Amaseikumo e anche lui tra i fortunati che sono usciti vivi dall’agguato indiscriminato a tutti i presenti di ambo i sessi e di ogni età): “Il Festival di Amaseikumo in Oporoza è stato interrotto e tanta gente è stata uccisa quando la JTF ha attaccato con elicotteri, navi cannoniere, bombardieri e barche da guerra. Erano stati raccolti 25 cadaveri quando sono fuggito da Oporoza, uno dei feriti è il capo tradizionale. Più di 20 persone sono disperse e non conosco il motivo di tale genocidio. Parola mia, la JTF era venuta per spazzare via la comunità. Come possono usare tali armi contro innocenti e indifesi cittadini. Mentre vi parlo, nessuno in quel villaggio può dormire nella sua casa, tutti devono scappare e sono fuggiti nel bush, sono quelli che non potevano correre che la jtf ha bombardato e ucciso. Molti fabbricati sono andati distrutti e i giovani sono adirati, il Governo dovrebbe richiamare la JTF all’ordine”.
Il Capo Godspower Viavrivinde ha detto allo stesso giornale di aver visto dieci morti in Kurutie, mentre fuggiva, via Sapele, e si rifugiava in Warri, e il capo Oyagha Heaven ha detto che il combattimento era tra giovani Okerenkoko e la JTF, quando egli è fuggito (“Le truppe JTF avanzavano verso Okerenkoko, che abbiamo sentito essi vogliono attaccare con la scusa che fa da quartier generale ai guerriglieri nel regno. I giovani li affrontavano a cinque miglia di distanza dalla comunità. Ma al momento, la gente ha abbandonato la comunità, è fuggita nella foresta e non mi aspettavo che facesse altro quando ha visto gli elicotteri e i bombardieri lanciare le bombe sulle vicine Kurutie e Kunukunuma. Abbiamo sentito dire che Okerenkoko sarebbe la prossima nel programma di attacco e che pensano persino di rintracciare i capi che si sono rifugiati in Warri e di arrestarli, ciò sarebbe una mossa sbagliata”). Le parole dei capi contengono a fatica lo sdegno e sono un capolavoro di dignitosa pazienza adagiata sulla rabbia repressa, come esca su brace (che il Governo Federale dovrebbe cogliere, infine, per rinsavire e… per porre fine alle connivenze letali che decimano il suo popolo e colpiscono al cuore la nazione).
B- La situazione è tragica perché la leadership nigeriana ne è consapevole (al contrario del resto del mondo che, quando sente parlare di ‘esplosioni’ nel Delta del Niger e di morti, non capisce bene di che si tratti e accantona la ‘notizia’ tra quelle poco chiare e… da dimenticare). Il leader federale dell’etnia Ijaw (il capo Edwin Clark) è, come suol dirsi, fuori dalla grazia. Ha fatto un appello al ministro della difesa e alle alte cariche dello Stato, per bloccare le invasioni della JTF (per il genocidio perpetrato ai danni degli Ijaw). Le sue parole (indirizzate al ministro segretario del Governo Federale e comandante in capo della JTF) non lasciano nulla all’immaginazione/ sono un “j’accuse” chiaro-forte-toccante e disperato: “Buon giorno, le vostre direttive alla JTF di bombardare, uccidere e distruggere gli Ijaw negli ultimi tre giorni consecutivi a dispetto del mio appello è senza dubbio una premiditata e deliberata decisione del Governo Federale di eliminare gli Ijaw per avere accesso indisturbato al nostro petrolio e al nostro gas. Procedete pure ma non ce la farete mai. Noi vinceremo perché Dio onnipotente è dalla nostra parte”. E… questa è l’amara-terribile verità: Dio soltanto può aiutare gli Ijaw e le varie comunità del delta a liberarsi della peste più ‘bubbonica’ che esista sulla faccia della terra: la mafia del profit, che prolifera nel mondo come la peggiore specie di virus che colonizzi e distrugga ogni forma di vita. Il mondo dovrebbe pensarci e prendere ‘qualche’ provvedimento (ma prenderlo bene!), prima di fallire miseramente e di accorgersi troppo tardi di aver lasciato in ostaggio (nelle mani di entità-guadagno senza scrupoli) la vita dei popoli nigeriani del delta e di molti altri popoli mondiali.
C- La situazione è tragica, perché i leader del Sud (i legislatori locali- coloro che hanno ascendente sulla gente di ogni età, dove l’anzianità conta e l’esperienza e la posizione insigniscono gli uomini di potere) esortano alla calma e contano su una soluzione dei problemi (in un arco di tempo ragionevole…). Che cosa faranno, quando le condizioni peggioreranno e il disprezzo per la vita oserà nuove e più efferate frontiere-genocidi generalizzati (perché, se un miracolo gigantesco, che parli lingue straniere e suoni corni capaci di interrompere la caccia alla ‘volpe’ dell’ingordigia dei petrolieri e di richiamare i levrieri multinazionali, non si verificherà, questo è ciò che accadrà)? Il legislatore del regno Gbaramatu, Godwin Beninibo, si è adoperato al meglio delle sue capacità, per favorire il ritorno alla normalità, non esimendosi dal chiedere al presidente Yar’Adua di richiamare all’ordine la JTF e di ricordargli che il Gbaramatu è “part and parcel” della Nigeria e che ciò che sta accadendo può definirsi “una nazione che combatte il popolo che dovrebbe proteggere dalle aggressioni esterne”.
Le personalità importanti legate alla regione del delta sono tutte arrabbiate (ma sono anche potenti/ il Governo Federale non lo dovrebbe dimenticare) e scalpitano, perché lo stato di fatto contro ogni logica razionale e umana progredisca verso argini più ragionevoli e verso la difesa della vita delle Comunità del delta. Pere di Akugbene Mein ha detto: “I Padri Regali sono profondamente preoccupati sulla situazione prevalente nel regno di Gbaramatu del Delta State, l’Associazione dei Legislatori tradizionali della Comunità Petrol-minerale di Nigeria (ATROMPCON) ha richiamato all’immediato ‘cessate il fuoco’. Ordiniamo a tutte le parti coinvolte nella schermaglia di rinfoderare le spade e di dare alla pace una chance”.
Foto scattate da Kadir van Lohuizen.
Inquinamento petrolifero a Ikarama. Per ripulire i terreni dopo le perdite spesso sono necessari mesi, talvolta anni.
Facciamo il punto della situazione
La comunità del Gbaramatu (nel delta del Niger) ha vissuto un venerdì che vorrebbe cancellare dal calendario (il 15 maggio 2009); è stata martoriata dagli scontri tra militari (della JTF federale) e guerriglieri (del Movimento di Emancipazione del Delta: MEND), con perdite di vite giovani (che la nazione farebbe bene a piangere come ‘forze’ perdute sul solo fronte che le occorrerebbe: quello della rinascita). È parere comune che ciò non avrebbe dovuto accadere (e… che sarebbe stato ‘evitabile’). La JTF ritiene, comunque, che la route della peace map non si sia mai interrotta (!!!) e ciò fa ai miei occhi l’effetto della cipolla cruda e al mio petto quello di un pugno insostenibile. C’è di più, però, e ciò è anche peggio: dello stesso avviso è la DWSC (Delta Waterways Security Committee), che essendo stata istituita dal governatore (Emmanuel Uduaghan), per mantenere la pace nelle vie navigabili del suo Stato, non dovrebbe e non potrebbe (in alcun modo) ritenere ‘normali’ incidenti i genocidi, anche quando e se siano commessi in altri Stati (!). Tutta la strategia di ‘persuasione’ delle forze governative consiste
1) nell’aver chiesto (intimando) alle agenzie della sicurezza e a tutti gli Stakeholders di ‘astenersi’ dal prendere posizioni,
2) nell’aver attestato uomini armati fino ai denti lungo i crinali del delta (“per calmare i bollenti spiriti dei giovani Ribelli”). Tra il Delta State e i Freedom Fighters c’era un dialogo (e le consultazioni continue davano, sì, un’impressione di pace). Tale ‘impressione’ è durata per ben due anni (anche perché un leader dei Combattenti per la libertà, il famoso Tompolo, ha dato una mano alla DWSC, in quello che credeva un sentiero verso una pace veritiera). Tutto ciò era servito (solamente, ahimè) a permettere alle varie eminenze grige dello Stato Federale (e alla loro JTF) di potersi vantare dello stato di pace apparente del Delta State e di poterlo additare come modello da seguire ai vari governatori del delta del Niger. Il Delta State può essere definito uno Stato pilota, a mio avviso, e il suo governatore merita rispetto, ma… la mia umile opinione è che, forse, l’ammirevole uomo di stato non si renda conto del fatto che i suoi sforzi verso la pace procedano con passi da gigante nano (con le gambe corte come quelle di un neonato…- con tutto il rispetto per il governatore Uduaghan, riveribile persona). È un uomo dalla mente aperta, che ha ‘importato’ il suo ‘progetto’ di pace dall’Irlanda e che si è dato da fare non poco. È lui, infatti, il governatore che ha parlato di pace nel primo summit dei South-South governors, a Calabar (evento che invita alla speranza, con la sua sola nascita ed esistenza…). Questo governatore ha regalato al suo Stato un periodo abbastanza pacifico, anche quando negli Stati confinanti succedeva il finimondo; ha ottenuto che il ‘servizio’ dell’esercito arginasse la criminalità, senza interferire con la ‘tranquillità’ del luogo; ha reso possibile una base di comunicazione tra militari e guerriglieri e una politica di non belligeranza tra i due schieramenti ineliminabilmente sospettosi l’uno dell’altro/tra i due nemici capitali sempre pronti a massacrarsi a vicenda (i militari rispettavano i territori di Tompolo, avvertivano i Guerriglieri del loro passaggio con spari amichevoli e, qualche volta, si fermavano addirittura a scambiare brevi conversazioni con loro); ha dato un po’ di respiro ai guerriglieri, sfibrati dalle schermaglie e dalle battaglie continue e bisognosi di speranze in qualche spiraglio di possibili soluzioni; ha dato alle compagnie petrolifere la possibilità di lavorare e di aumentare la produzione. Tutto ciò ‘suona’ ammirevole, ma…, nella mia mente rimbalza il refrain (oramai ‘antonomasizzato’) di una vecchia-cara pubblicità: “Sì, va be’, ma l’Ancillotto…?” Cioè: va bene tutto, vanno bene i tentativi di pacificazione del luogo, ma… chi legge non sente un campanello d’allarme, forte e chiaro, suonare a intermittenza, prima, e a distesa, poi? Dove portava ‘ (e dove porta, se viene ‘mummificata’) questa’ via di ‘pace’-non pace? I Guerriglieri aspettano…/ i militari temporeggiano (salvo stragi intermedie)/ gli Stakeholders continuano a riunirsi/ le compagnie petrolifere lavorano (e… guadagnano)/ lo Stato (locale e federale) spartisce la loro elemosina ‘sostanziosa’, e… il popolo (?), che cosa fa il popolo, nel frattempo…/ che cosa mangia il popolo/ come e dove vive il popolo (in una terra che più non è come prima e che, alla lunga, lo ucciderà con aria-terra-acqua infette)/ come si cura il popolo (in una terra che non investe nulla nella ‘bonifica’ dell’ambiente e nelle strutture di ‘cura’, né nella programmazione di nessuna delle due cose vitali)? Potrebbe vivere come centinaia-migliaia-milioni di anni fa (come no?) e attingere dalla ‘natura’ cibo e mezzi per curarsi (se non gli portassero via pure ‘quella’)…
Lo specifico caso di queste stragi finali (definite genocidi da chi ne sa di più –e chi ha contato i morti ‘silenziati’/ chi conosce il numero ‘totale’ e finale delle stragi, se le sole notizie che si hanno provengono dallo ‘scenario’ raccolto dai sopravvissuti in fuga, nei primissimi momenti della ‘corsa’ contro il tempo che ha salvato le loro vite?) ha un iter del tutto scontato. C’è stato uno ‘scoppio’ di ‘violenza’ (e scopro che questo termine terribile, in certi casi può suonare troppo ‘mite’ e riduttivo), direbbero i più, dopo un periodo relativamente lungo di pace, sono cambiati i vertici militari locali; è giunto un maggiore-generale nuovo a comandare la JTF, ad Effurun, ha dichiarato che non accettava compromessi con i Ribelli e ha innescato la miccia di ‘azioni’ che somigliano molto a ‘missioni’ sanguinarie (aggiungendo al danno la beffa e facendone ricadere la colpa sui Guerriglieri). I combattenti per la libertà del Delta raccontano che l’attacco militare è stato lanciato al campo di Iroko contemporaneamente a quello lanciato al camp 5 e che, presi completamente alla sprovvista, essi sono stati costretti a rispondere agli spari e a difendersi. Il succo della loro posizione è: “Avevamo concordato un processo di pace, tramite il governatore Uduaghan, con il Governo locale e federale, ma…, dopo i tragici eventi, come facciamo a gettare le armi, se prima non sappiamo che intenzioni abbiano i Governi? Si è parlato di amnistia, ma… è tutto troppo aleatorio e… non possiamo fidarci”. L’altra faccia della medaglia è la versione dei vertici militari, che addossano la colpa a “qualche soldato zelante” (che avrebbe allertato i Ribelli contro gl’ignari soldati in ‘pacifica ricognizione’).
È una brutta storia di accuse vicendevoli tra ribelli e militari (gli uni accusano gli altri di rendere la zona inabitabile ai villaggi rivieraschi, da cui la gente scapperebbe in massa, per paura delle incursioni armate e delle uccisioni; gli altri accusano i loro ‘nemici’ di rendere poco sicura l’importante zona commerciale e di essere una vera e propria ‘piaga’.
Chi non ha voce in capitolo non ha chance di essere ascoltato e, se trova giustizia agli occhi di qualche giusto, viene sfacciatamente ignorato insieme ai rappresentanti della legge (là dove le vie del dio denaro sono infinite proprio come le vie impensabili e non rintracciabili delle acque sotterranee). Eccone la prova: una delle comunità residenti nella regione del Delta del Niger (quella Iwerekan), sostenuta dalla Environmental Rights Action (e dall’allora suo direttore, Nnimmo Bassey), ha presentato ricorso contro la joint venture (Nigerian National Petroleum Corporation/ Agip, Shell, ChevronTexaco, Exxonmobil e TotalFinaElf). Un giudice nigeriano dell’Alta Corte federale lo ha accolto (Dio sia lodato, “in cielo, in terra e in ogni luogo”!) e ha stabilito (15 novembre 2005) che la pratica del gas flaring è illegale (peccato che -a distanza di circa quattro anni- nulla sia cambiato e che la Joint Venture continui a bruciare i gas -sic etiam… sicuter- alla faccia di quel giudice e della vita umana e ambientale, quotidianamente…).
La sentenza di quel giudice giusto e onesto (e benedetto da Dio) fu accolta con grande gioia da tutti ( e dalle organizzazioni, in special modo –vedi CRBM- che erano e che sarebbero rimaste, disperatamente, voci nel deserto), nell’illusione speranzosa che il gas flaring cessasse (al più presto) di essere utilizzato.
Sapendo quanto sopra…, come stupirsi dell’esistenza di una dissidenza armata e quali chance si può immaginare che possano mai avere gl’intrepidi Don Chisciotte del Delta del Niger contro le forze preponderanti che hanno volti-radici-stature al di là di ogni immaginazione (se i voli delle senrine ventose del buonsenso e della speranza non giungeranno numerose e… per imprevedibili vie)?Moonisa
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- "Man Must Whack" (time.com)
- Nigerian Militants Sabotage Pipeline, Release Hostages (nytimes.com)
- Delta exodus (news.bbc.co.uk)
- You: Nigerian militant leader killed (news.bbc.co.uk)
- You: Nigeria rebels 'destroy pipeline' - BBC News (news.bbc.co.uk)
domenica 14 giugno 2009
SOCIETÀ PETROLIFERE: A RISCHIO I DIRITTI UMANI
Tra le vittime del petrolio non solo il clima e l’ambiente, ma, in alcuni casi, anche i diritti umani. A ricordarcelo in queste settimane è un non processo che avrebbe dovuto riportare all’attualità una delle storie simbolo della rapina dei grandi del petrolio ai danni dei popoli del terzo mondo. Davanti al tribunale federale di New York, la Shell, grazie ad un «gesto umanitario» non dovrà rispondere di complicità nell’omicidio dello scrittore nigeriano Ken Saro Wiwa e di altri otto militanti del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni.Una storia di terrorismo di Stato che si colloca nel contesto del duro conflitto tra gli Ogoni, il Governo nigeriano, Shell e Chevron (storia ben ben documentata nei report di Human Rights Watch). Gli Ogoni, nel ventennio successivo alle prime scoperte petrolifere fatte nei loro territori (1957), nel sud-est del delta del Niger, erano stati cacciati d’autorità dalle loro terre, poi devastate dall’attività estrattiva, senza alcuna compensazione se non quella, irrisoria, pari al valore dei raccolti delle terre che coltivavano.
La fase più accesa dello scontro era iniziata nel ’92 quando le azioni del Movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni, che chiedeva compensazioni per 10 miliardi di dollari, si erano rivolte direttamente alle strutture delle multinazionali, riuscendo a danneggiare significativamente le aziende. La risposta del Governo fu una dura politica repressiva, con leggi liberticide, blitz nei villaggi Ogoni, torture e una serie di omicidi e di esecuzioni, tra le quali, nel ‘95, quelle per cui ora Shell avrebbe dovuto rispondere per complicità, dato che – sosteneva l’accusa – l’azienda sarebbe stata mandante e finanziatrice delle azioni.
L’impiccagione di Ken Saro Wiwa e compagni all’epoca aveva suscitato grande indignazione a livello internazionale, ma solo la settimana scorsa la vicenda è arrivata davanti a un tribunale. Sulla base di due leggi americane, l’Alien Tort Statute e la Legge per la Protezione delle Vittime della Tortura, che consentono ai cittadini stranieri di denunciare negli Usa violazioni dei diritti umani compiute in altri paesi, infatti, ci si è potuti rivolgere alla giustizia statunitense.
Un passo avanti verso la fine dell’impunità delle grandi compagnie si sposa con la tesi sostenuta dal World Resource Insitute nel loro ultimo rapporto in propostito, “Engaging Communities in Extractive and Infrastructure Projects”. Secondo il WRI la sopravvivenza delle industrie estrattive oggi non può più prescindere dall’adempimento delle proprie responsabilità in campo ambientale e sociale: ONG attive, governi più attenti e un’opinione pubblica più sensibile renderebbero impossibile ‘farla franca’.

Gli esempi di multinazionali inchiodate alle loro responsabilità non mancano: Chevron rischia di dover pagare fino a 16 miliardi di dollari di risarcimento alle popolazioni dell’Equador per quella che è stata definita “la Chernobil dell’Amazzonia”, un massiccio inquinamento dovuto alla precedente gestione dei giacimenti da parte di Texaco (acquisita da Chevron nel 2001) che avrebbe causato migliaia di morti per malattie correlate. Anche quando le eventuali illegalità non arrivino davanti ad un tribunale, sottolinea il WRI, la responsabilità sociale di un’azienda sta diventando sempre più importante anche per gli investitori.
Considerazioni su cui anche i vertici dell'Eni dovrebbero riflettere. L’azienda, che, con il Ministero delle Finanza e la Cassa Depositi e Prestiti tra gli azionisti principali, è il quinto gruppo petrolifero mondiale per giro d'affari, in Congo, starebbe portando avanti una politica quantomeno dubbia in quanto a responsabilità ambientale e sociale. Nel giacimento di M’boundi la vita delle popolazioni locali è rovinata dall’inquinamento causato dalle attività estrattive: in particolare la pratica del gas flaring (ossia del bruciare a cielo aperto il gas naturale che esce dai pozzi petroliferi) causa malattie respiratorie, piogge acide e inquinamento delle acque. Eni ora si starebbe si impegnando per ridurre il gas flaring, realizzando in loco una centrale termolettrica a gas, ma - denuncia Altreconomia - la centrale si inserirebbe in un progetto ancora più devastante a livello ambientale. Dall'impianto – che soddisferebbe i fabbisogni elettrici dell’azienda stessa - si vorrebbe ricavare energia a buon mercato per uno dei modi di ottenere il petrolio più inefficienti e inquinanti: lo sfruttamento delle sabbie bituminose.
L’azienda infatti ha acquistato per 4 miliardi di dollari dal Governo congolese una concessione ad esplorare il petrolio mescolato alla sabbia di una zona di foresta vasta come diverse province italiane. Già ora le popolazioni della zona avrebbero subito danni dalle esplorazioni, condotte senza alcuna consultazione delle comunità locali. Se il progetto di sfruttamento delle sabbie bituminose proseguisse si andrebbe verso un disastro ambientale: deforestazione e miniere a cielo aperto intervallate da laghi di scarti tossici. Tutto per ottenere greggio di scarsa qualità la cui estrazione genera (secondo l’ONG inglese Platform) dalle 3 alle 5 volte più emissioni rispetto a quella del petrolio dai pozzi e che diventa economicamente conveniente solo con prezzi del barile superiori ai 100 dollari. Una strategia, dunque, che non sembra affatto guidata dalla responsabilità ambientale come consiglia il WRI.
Fonte: Qualenergia
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- Remembering Ken Saro-Wiwa (laf.ee)
- Shell on trial while Nigerians are slaughtered (isiria.wordpress.com)
martedì 12 maggio 2009
L'ORO GRIGIO DEL NIGER
Inaugurato l'impianto di Imouraren: dal 2012 produrrà 5mila tonnellate di uranio all'anno. Un progetto così importante da spingere il governo nigerino ad accordarsi con la ribellione tuareg. La francese Areva continuerà a sfruttare le miniere in barba al rispetto dell'ambiente e ai diritti dei lavoratori.
Sarà la miniera di uranio più importante dell'Africa, la seconda nel mondo; in base alle previsioni, a partire dal 2012 produrrà 5mila tonnellate di uranio all’anno per i prossimi 35 anni: si tratta del giacimento di Imouraren, nel nord Niger, a 200 chilometri dalla città di Agadez.
Lunedì 4 maggio sono stati inaugurati i lavori per la costruzione dell'impianto estrattivo; a posare la prima pietra, in presenza del ministro della cooperazione francese e del presidente della francese Areva Anne Lauvergeon, è stato lo stesso presidente nigerino Mamadou Tandja.
Il progetto, che costerà da 1,2 a 1,5 miliardi di euro, nasce sulla base di un accordo firmato tra Areva e il governo del Niger il 5 gennaio scorso, che riconosce al gruppo francese il diritto di sfruttare il giacimento. L'accordo prevede che Areva detenga il 66,65% della società creata in vista dello sfruttamento del giacimento, il restante 33,35% è invece di proprietà dello stato del Niger. Areva assicura che grazie alla miniera verranno creati fino a 5mila posti di lavoro, tra diretti e indiretti.
Ad impedire che i lavori cominciassero prima sono stati la concorrenza della Cina e del Canada nell'assegnazione degli appalti per lo sfruttamento delle miniere di uranio, e soprattutto gli scontri armati tra l'esercito nigerino e la ribellione tuareg, che chiede di poter godere dei proventi dell'uranio, di cui la regione è ricca. Il nord del paese, abitato in prevalenza da popolazioni tuareg, è l'area più arretrata del Niger. La lotta armata, proseguita per anni, con fasi alterne di contrasti più o meno cruenti, sembra però finalmente risolta: negli ultimi 2 mesi l'atteggiamento del presidente Tandja nei confronti dei ribelli è cambiato radicalmente, tanto da prospettare ora un'amnistia per chi depone le armi.
Il governo nigerino è passato dal considerare i ribelli tuareg (due i principali movimenti: il Movimento dei nigerini per la giustizia -Mnj- e il Fronte patriottico del Niger -Fpn- ) “banditi e trafficanti di droga”, ad aprire un tavolo con loro per il dialogo.
Un cambiamento repentino, influenzato sicuramente dalle necessità politiche e dalle prospettive economiche. Per sostenere l'imponente progetto di Imouraren si è scomodato perfino il presidente francese Nicolas Sarkozy, che nel suo recente tour africano ha fatto tappa il 27 marzo proprio a Niamey (capitale del Niger), che incontrando le autorità nigerine ha chiesto di accelerare i tempi per risolvere i contrasti con i ribelli.
Ad inizio aprile un incontro a Tripoli tra delegati del governo nigerino e rappresentanti dei gruppi ribelli aveva già posto le basi per un cessate e il fuoco. Domenica 3 maggio Tandja ha dato alla prospettiva di pace una dimensione più concreta, incontrando per la prima volta dopo 2 anni i leader tuareg ad Agadez, nel nord del paese, chiedendo loro di deporre le armi in cambio di un provvedimento di amnistia. Al momento, però, nessun documento ufficiale sancisce la fine degli scontri.
Imouraren: un impatto devastante
L'apertura del cantiere ha subito suscitato polemiche e proteste, sia da parte della società civile francese (che segue con attenzione gli interessi di Areva in Africa), che da parte delle associazioni per i diritti umani in Niger e quelle per la tutela dell'ambiente. Le attività di estrazione dell'uranio stanno contaminando le già scarse risorse idriche, perché i giacimenti a cielo aperto non rispettano le norme di sicurezza. A farne le spese non sono solo i minatori, costretti a respirare le polveri velenose di radon, gas radioattivo emanato dalle rocce del sottosuolo portate alla luce, ma tutte le popolazioni che vivono vicino alle miniere.
Un collettivo di ong francesi ha denunciato che Imouraren sarà l'ennesimo “scandalo nello sfruttamento dell'uranio nigerino”. L'attività estrattiva, secondo le associazioni francesi, "non contribuisce né allo sviluppo del paese né al miglioramento del tenore di vita dei nigerini" e avrà "conseguenze sanitarie e sociali disastrose per la popolazione locale e per l'ambiente". In base ad uno studio realizzato dall'associazione francese Criirad ad Arlit, altro giacimento sfruttato da Areva in Niger, le falde acquifere vicino all'impianto sono altamente contaminate. Masse enormi di rifiuti radioattivi, residuo dello sfruttamento minerario, vengono lasciate all'aperto, e vengono riutilizzate e riciclate dalla popolazione, inconsapevole dei rischi. Un precedente di Areva che le ong temono si ripresenti a Imouraren.
Polemica anche la società civile nigerina, favorevole allo sfruttamento dell'uranio, ma che chiede a governo e Areva il pieno rispetto dell’ambiente e dei lavoratori. Anche tra le realtà sociali nigerine, per esempio l’organizzazione Rotab, è forte il timore di uno sfruttamento sconsiderato e della mancanza di controllo nei confronti di Areva, non solo per la tutela ambientale, ma anche per il trasporto di materiali radioattivi e la protezione del personale impiegato.
Le promesse di Areva
Grazie a 2 convenzioni rispettivamente del 1968 e del 1974, il colosso nucleare francese Areva lavora in Niger da oltre 40 anni, anche attraverso le sue filiali locali, Cominak e Somair.
Gli importanti giacimenti hanno arricchito una ristretta élite nigerina, e ingrassato le casse della società francese, lasciando alle popolazioni locali solo le briciole. Una situazione insostenibile, diventata la principale causa della ribellione dei tuareg. Nonostante la ricchezza, la regione è infatti rimasta la più povera e arretrata del paese. La contaminazione dei terreni rende inoltre l'agricoltura impossibile e danneggia anche l'allevamento, praticato dalle tribù nomadi. Le miniere inoltre consumano ogni anno 8 milioni di m3 di acqua, esigenza che pesa sulle già scarse risorse idriche.
Negli anni scorsi Areva è stata accusata di sostenere i ribelli: il contrasto militare le permetteva di gestire meglio i suoi affari, e di eludere così il controllo sulle misure di sicurezza all'interno dei suoi impianti. Ma il colosso francese è anche accusato di aver spinto il governo di Niamey ad espropriare terreni di proprietà delle tribù locali. Secondo le associazioni per i diritti dei tuareg, le compagnie nucleari occidentali, soprattutto Areva, dovrebbero versare almeno 200 milioni di euro come rimborso alle popolazioni nigerine. Un dato confermato anche dalle fonti delle agenzie delle Nazioni Unite.
Per cercare di ripulirsi la coscienza e di rendere la propria immagine più presentabile, in occasione dell'accordo su Imouraren, Areva ha accettato le richieste del governo di Niamey di alzare del 50% il prezzo dell'uranio proveniente dalle miniere a cielo aperto di Arlit e di Akokan. Ha inoltre promesso di investire 6 milioni di euro nei prossimi 5 anni in attività di sostegno alle popolazioni locali, nei settori della sanità, dell'educazione, dell'accesso all'acqua. Tra queste iniziative un osservatorio sanitario e sociale, che controllerà anche le attività di Areva in Gabon, concordato dall'azienda francese con l'ong Sherpa. Ma le promesse non si sono fermate qui: ha assicurato che i lavoratori nigerini avranno un trattamento salariale in base agli standard francesi.
La società civile nigerina e le associazioni per la tutela dei diritti umani, dei lavoratori e dell'ambiente restano però scettiche. Difficile dar loro torto.
Sara Milanese
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giovedì 5 febbraio 2009
ARTE A KIBERA
Dopo le installazioni a Parigi, Amsterdam, Biennale di Venezia, Morro de Providencia a Rio de Janeiro, Muro della Vergogna in Palestina ora è toccato alla più grande baraccopoli di Nairobi accogliere le opere di questo fotografo.
Due giorni fa, dopo un anno di pianificazione, JR è riuscito a «vestire» duemila metri quadrati di Kibera (oltre un milione di abitanti) con immensi poster dei volti e dei sorrisi delle sue donne. Il materiale utilizzato, spiega l’artista, è resistente all’acqua: saranno dunque le fotografie stesse a proteggere le fragili case su cui sono montate, specialmente durante la stagione delle piogge. JR ha anche montato dei poster sul treno che passa, due volte al giorno, dalla baraccopoli, e sulla massicciata che separa la ferrovia dalle case: ogni volta che i convogli passeranno, completeranno i volti, rendendoli perfettamente visibili.
Baraccopoli di Kibera


