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giovedì 12 gennaio 2012

A DUE ANNI DI DISTANZA DAL SISMA IL DOLORE NON SI PLACA AD HAITI

Oltre 1 milione di bambini e adulti raggiunti finora dalla ong: centinaia di migliaia nell'ambito di attività di prevenzione del colera, allestite 10 unità per il trattamento dell’epidemia, 229 classi scolastiche ricostruite con criteri antisismici,identificati e supportati circa 3700 minori separati dalle famiglie a causa del sisma


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Nonostante il grande slancio di aiuti seguito al devastante terremoto che colpiva Haiti il 12 gennaio 2010 e che ha visto l’immediata attivazione di molte organizzazioni non governative tra cui Save the Children, a 2 anni di distanza i problemi per i sopravvissuti sono ancora grandi: solo 1 milione di persone sono rientrate in abitazioni o rifugi temporanei e neanche la metà delle macerie è stato rimosso.
“A tuttoggi 500.000 persone - la metà circa delle quali bambini (1) - vivono ancora sotto le tende in campi provvisori. Si continua a morire a causa del colera, di cui si sono ammalate - dall’esplosione dell’epidemia- 515.000 persone (2), con 6.000 morti circa. Centinaia di migliaia di minori sono ancora in situazione di grande vulnerabilità e vittime di abusi e violenze nelle tendopoli e negli slum,così come centinaia di migliaia di persone ancora sono senza lavoro”, dichiara Valerio Neri, Direttore Generale Save the Children Italia, alla vigilia dei 2 anni dal terremoto in Haiti e in occasione della diffusione del rapporto “Ricostruire la speranza ad Haiti” che sintetizza l’intenso lavoro che Save the Children sta portando avanti nelle aree più colpite di Port-au-Prince, Leogane, Jacmel, Petit e Grande Goâve, Maissade e Dessaline nell'Artibonite, sin dalle ore successive al sisma quando tutto il mondo assistette in diretta al salvataggio della piccola Winnie, tratta dalle macerie dopo 3 giorni grazie all'intervento di una troupe australiana e affidata a Save the Children per le prime cure.
“Le cause del permanere di tanti e gravi problemi a due anni dal terremoto, sono varie”, prosegue Valerio Neri. “La ricostruzione procede a rilento, inoltre la risposta al terremoto ha dovuto fare i conti non solo con la vastità del disastro ma anche con un contesto difficile e dai costi elevati per le ong - i costi del carburante e della sicurezza per esempio sono enormi - tanto che a due anni dal sisma molte ong hanno chiuso o ridotto le proprie attività. D’altra parte, benché l’attuale governo Martelly si stia impegnando a favore dei bambini e dello sviluppo, mancano le competenze necessarie e impiegati qualificati. Di conseguenza, di fatto, molti servizi alla popolazione sono garantiti dalle ong e il trasferimento dei progetti allo Stato è difficile e lungo. Una delle sfide per quest’ anno ed i prossimi è aiutare il governo di Haiti a farsi carico della gestione dei servizi di base, a partire da quelli scolastici e sanitari”.
“Save the Children sta facendo il massimo per i bambini e le famiglie di Haiti la cui energia e volontà di reagire sono veramente ammirevoli. Abbiamo per esempio aperto 10 unità per il trattamento del colera per un totale di 11.000 tra bambini e adulti curati e trattati. Abbiamo costruito con criteri antisismici e antiuragano 229 classi in 38 scuole colpite dal sisma per un totale di 13.575 bambini beneficiari. Stiamo impegnandoci più che possiamo per proteggere i minori da violenze e abusi attraverso la creazione di 39 comitati locali per la protezione dei bambini composti da 468 membri. Lo scopo di questi comitati è identificare, monitorare e prevenire violenze sui bambini e costituire club di minori a cui attualmente prendono parte 3.600 bambini. Save the Children sta poi aiutando le famiglie ad avere una fonte di reddito supportando 45 piccoli e medi esercizi commerciali ed imprese a Port-au-Prince e Jacmel, e dando sostegno finanziario e formativo a 350 attività di mercato condotte da donne a Port-au-Prince. Dunque dei progressi e miglioramenti nelle l vite di tanti bambini e famiglie li abbiamo portati e continueremo a portarli attraverso il piano quinquennale 2010-2015 di aiuti. Non intendiamo abbandonare Haiti, dove lavoriamo dal 1978”, conclude Valerio Neri.
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lunedì 28 novembre 2011

TRA FANGO E DISPERAZIONE

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Avevo scritto questo simile articolo quando successe la catastrofe ad Haiti, dove quella sorta di apocalisse così vicina grazie alle tv, ma al tempo stesso così geograficamente lontana, sembrava quasi non coinvolgerci molto da vicino. In questo ultimo periodo, invece, basta accendere la tv e trovarsi dinnanzi a scene inumane, purtroppo così vicine a noi da disarmarci inevitabilmente. E' sicuramente indescrivibile ciò che ognuno di noi ha potuto provare facendo i conti con queste immagini quasi surreali. Così l’immedesimazione e la suggestionabilità accorciano le distanze e ci fanno sentire estremamente ancora più vicini.

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Ci troviamo ormai in un mondo dove la catastrofi naturali, le guerre, gli attentati, i tentati suicidi, etc., si impongono prepotentemente nelle nostre attenzioni, accrescendo di certo uno stato di profondo allarme e stress. Ogni situazione traumatica proprio per le sue caratteristiche di imprevedibilità e violenza ci trova impreparati, travolge la nostra sensazione di controllo e viola i nostri presupposti su “come funziona il mondo. E allora di fronte ai “disastri” sperimentiamo la nostra impotenza, percepiamo la nostra inferiorità, prendiamo coscienza della limitatezza umana e ci confrontiamo con la cruda realtà di quella che Leopardi aveva definito la “natura matrigna”.
Disastro è una parola composta da "dis" e da "astro", che si può letteralmente tradurre con il significato di "cattiva stella”. Ma oltre a tale significato si incontrano varie definizioni, testimonianza di quanto sia difficile concepirne uno, unico e standard. Ciò che di universale esiste è di sicuro la distruzione oltre che fisica, anche psicologica: un impatto traumatizzante che lascia segni oltre che visibili, nascosti; oltre che curabili, insanabili; oltre che singoli, collettivi.   
Affioreranno sindromi da disastro, sindromi da lutto, sindromi del sopravvissuto; tra le macerie ed il fango si respireranno commozione, inibizione, stupore, panico, miste alla voglia e alla insicurezza di una fuga isterica volta umanamente a proteggere chi di protezione divina si è sentito riceverne poca o quasi niente.   
Paradossalmente emergeranno anche note positive: la calamità legherà i superstiti, li renderà solidali e rafforzerà il loro senso di comunità, al nord ed al sud, indistintamente. E di certo il sentirsi facenti parte di un gruppo potrà anche essere senza dubbio “terapeutico”: lenirà le sofferenze, curerà le ferite, reintegrerà le risorse. Ci si sentirà protetti, difesi e integri dinnanzi a tanta frammentarietà angosciante; perché fermandosi anche un solo istante dopo l’intensa corsa iniziale si scoprirà che in fondo la sofferenza provata è un elemento importante che accomuna agli altri.
Ecco perché dovremmo vivere coscienti del fatto che la solidarietà non dovrebbe essere solo materialismo ma  un vero e proprio comportamento, non dovrebbe essere solo carità ma un vero e proprio dono,  soprattutto in casi di estreme tragedie.   
Dott.ssa Florinda Bruccoleri Psicologa,     
psicooncologa ed esperta in psicologia forense
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mercoledì 5 ottobre 2011

SOMALIA: EMERGENZA SENZA FINE

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Della tragedia che ha colpito il Corno d’Africa non si parla mai abbastanza, le distanze che ci separano da quelle popolazioni non sono solo geografiche. Un’emergenza umanitaria senza precedenti che si manifesta in tutta la sua drammaticità e che per una concomitanza di fattori climatici, logistici, storico-politici vede al centro della crisi la Somalia, un territorio di fatto senza governo – la fragilità del TFG (Governo Federale di Transizione) è palese. Un territorio che malgrado la missione dell’Unione Africana resta ancora largamente controllato dalla milizia di Al-Shabaad. I divieti e il blocco posti da quest’ultima rendono ancora più difficoltoso il lavoro delle agenzie umanitarie che operano sul posto, fra loro c’è Islamic Relief, l’unica a cui è consentito l’accesso alla Somalia del Sud.

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Attività in un campo profughi. Foto gentilmente concessa da Islamic Relief

Islamic Relief è un’organizzazione umanitaria internazionale presente in 30 Paesi nel mondo e fra i numerosi sostenitori vanta Carlo d’Inghilterra. Fondata nel 1984 da Hany El Banna, medico, IR fornisce un supporto specifico nella gestione delle emergenze ed è in grado di rispondere in tempi brevi alle catastrofi o ai disastri naturali. Nel 2009 il gruppo italiano ha fornito assistenza e aiuti alla popolazione colpita dal terremoto in Abruzzo.
Omar El Sayed, operation manager IR Italia, è appena rientrato dal viaggio in Somalia dove ha visitato due campi profughi di Mogadiscio, quello di Siliga – che ospita all’incirca 27.000 famiglie, qualcosa intorno a 160/170.000 rifugiati di cui il 20% è costituito da bambini sotto i 5 anni – e di Corsan che accoglie più o meno 18.000 persone.

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Il 20% dei rifugiati sono bambini sotto i 5 anni. Foto gentilmente concessa da Islamic Relief

Omar racconta:
“Un’esperienza toccante, difficile descrivere con le parole il dolore di questa gente, difficile accettare… un Paese che non esiste, sono i resti della Somalia di 30 anni fa. Un’economia essenzialmente agro-pastorale messa in ginocchio da una siccità prolungata, gli effetti sono devastanti. Distribuiamo pacchi-alimentari con 25kg di riso, 25kg di farina, 10kg di zucchero e 5l di olio che sfamano una famiglia media di 6/7 persone per 10-15 giorni, non basta.”
Ci sono 2 milioni di profughi che viaggiano all’interno dei confini somali in cerca di aiuto, di cibo, acqua, cure mediche, le strutture sono insufficienti, la distribuzione degli aiuti è difficile. Situazioni estreme dove lo staff medico deve valutare chi può essere curato, deve decidere chi salvare… L’ospedale di Benadir è diventato un punto di riferimento sicuro dove fermarsi, all’interno si organizza la distribuzione del cibo ai familiari dei bambini ricoverati. La mortalità infantile è elevatissima, al ritmo di uno su dieci ogni giorno, la maggior parte muore di malnutrizione, dissenteria, complicanze cardiorespiratorie e quando sei lì – ci spiega Omar – i numeri hanno un volto. IR ne documenta l’estrema gravità in questo video.
Ci sono 4 milioni di persone a rischio, Mogadiscio è la speranza.
Nel campo di Siliga c’era una donna che dal sud si era messa in viaggio con i suoi 7 figli, due erano morti lungo la strada e li aveva seppelliti, un terzo è morto al campo ma gli altri 4 avevano qualche possibilità in più di sopravvivere, ora.
Un altro insostenibile volto di questa tragedia
Maria Grazia Pozzi
> vociglobali

domenica 4 settembre 2011

OLTRE LA FUSIONE DEL NOCCIOLO

A Fukushima siamo ben OLTRE LA FUSIONE DEL NOCCIOLO


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di Leonardo Berlen Quale Energia
Nel silenzio della stampa internazionale dal Giappone iniziano di nuovo ad arrivare notizie molto preoccupanti sulla sempre critica situazione dei reattori di Fukushima. Il combustibile nucleare in tre reattori (1, 2 e 3) dell’impianto atomico di Fukushima probabilmente si è sciolto e fuoriuscito attraverso il contenitore a pressione accumulandosi in fondo e all’esterno del contenitore principale. Lo afferma il governo giapponese alla Yomiuri Shimbun. Una tale eventualità, spiegano diverse fonti ufficiali, è di gran lunga peggiore di una fusione del nocciolo ed è la peggiore situazione che possa accadere in un incidente nucleare. Questo quadro è stato sottoposto con un ampio rapporto all’attenzione dell’International Atomic Energy Agency(AIEA) e confermerebbe ormai che la fusione dei noccioli e la rottura dei contenitori dei 3 reattori, da molti esperti ipotizzata da tempo, sia ormai una realtà.
Sapevamo infatti che il contenitore dove sono poste le barre fosse danneggiato e che da qui ci fossero perdite di acqua altamente radioattiva, anche all’esterno degli edifici che ospitano i reattori. Ora, dal rapporto inviato alla AIEA si delinea un quadro molto più drammatico di quanto ammesso fin dalle prime ore dell’incidente avvenuto lo scorso 11 marzo.
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Infatti si afferma, secondo le analisi della Nuclear and Industrial Safety Agency nipponica, che già a 5 ore dal terremoto il contenitore a pressione del reattore n.1 di Fukushima Daiichi fosse danneggiato, ovviamente per la mancanza quasi totale di acqua di raffreddamento. La Tepco, la società elettrica che gestisce l’impianto, parla invece di almeno 15 ore dopo, così come una notevole discrepanza tra NISA e Tepco c’è in merito alla rottura del contenitore del reattore n.2 (80 ore dopo contro 109). Ma la sostanza non cambia. Il danno è stato gravissimo fin dal primo giorno e le fonti ufficiali si sono guardate bene dall’informare l’opinione pubblica e forse anche lo stesso governo, presumiamo noi.
Ad aggravare la posizione della Tepco, che esce malissimo da questo rapporto (circa 750 pagine) per la sua gestione della crisi, c’è anche la notizia che l’ammontare delle radiazioni rilasciate dalla centrale di Fukushima nella prima settimana sia stato probabilmente più del doppio di quanto inizialmente la società elettrica avesse stimato e comunicato.
Scarsa anche l’attenzione della Tepco per i circa 7.800 lavoratori che sono stati coinvolti fino alla fine di maggio nel difficile compito di stabilizzare le condizioni dei reattori. Alcuni di questi potrebbero essere stati esposti a dose di radioattività molto superiori ai 250 millisievert per anno, la massima quantità accettabile per la salute secondo i nuovi parametri indicati dal governo dopo il disastro. Sappiamo però che a livello internazionale la dose massima alla quale possono essere esposti i lavoratori di una centrale nucleare è di 20 millisievert, cioè 12 volte meno.
In questa fase il problema più urgente è come trattare l’enorme quantità di acqua altamente radioattiva (100mila tonnellate) usata per abbassare il calore dei reattori che si è accumulata negli edifici, nel seminterrato e nei fossati adiacenti. Un ostacolo che impedisce di riparare i sistemi di raffreddamento. La Tepco spera di mettere in funzione a metà mese un sistema capace di rimuovere le sostanze radioattive dall’acqua per poi procedere al raffreddamento dei reattori. Un’impresa che, detta così, sembra essere complicata, per non dire immane
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giovedì 23 giugno 2011

TRE MESI DOPO IN GIAPPONE…

Japan continues to deal with the enormous task of cleaning up and moving forward three months after the 9.0 earthquake and tsunami that devastated the northeast coast. Local authorities are still dealing with the damaged Fukushima Daiichi Nuclear Power Plant, and now the rainy season, which could increase the risk of disease as workers clear away the debris, is approaching. Collected here are images from this past weekend marking the three-month point, as well then-and-now images of the destruction shot by Kyodo News via the Associated Press. -- Lloyd Young


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Vehicles drive through the tsunami-hit area, three months and two days after the magnitude 9.0 earthquake and subsequent tsunami on June 13, 2011 in Natori, Miyagi, Japan. Japanese government has been struggling to deal in the aftermath of the disaster and the problems affecting the damaged Fukushima Daiichi Nuclear Power Plant. Authorities are preparing for an increased risk of viral and infectious disease as delays in the clearing the debris combine with the arrival of Japan's humid, rainy season. (Kiyoshi Ota/Getty Images)

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Kaisei Kubota and his grandmother Yae pray for victims in an area devastated by a tsunami in Miyako, Iwate prefecture, northeastern Japan, on Saturday June 11. Kaisei's father, a voluntary firefighter manning a water gate of a coastal levee, was killed after being swept away by a tsunami on March 11. (Kyodo News/Associated Press)

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A man walks through the debris as the Japanese national flag flies on June 12, 2011 in Otsuchi, Iwate, Japan. (Kiyoshi Ota/Getty Images)

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Debris is scattered on June 12, 2011 in Otsuchi, Iwate, Japan. (Kiyoshi Ota/Getty Images)

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A resident, evacuated from Namie town, right, undergoes a screening test for possible nuclear radiation after a brief visit to her home in the 20-kilometer exclusion zone around Tokyo Electric Power Co.'s Fukushima Dai-Ichi nuclear power station, in Minami Soma, Fukushima prefecture, Japan, on Saturday, June 11, 2011. Minami Soma was among the worst-affected when a tsunami that followed a magnitude-9 earthquake knocked out power at Tokyo Electric Power Co.'s Fukushima Dai-Ichi nuclear plant, sending three reactors into meltdown and causing radiation to leak ever since. About 80 percent of the city is within a 30-kilometer restriction zone around the plant, while 4,100 households lived in a full evacuation zone set up by the government within 20 kilometers of the plant. (Tomohiro Ohsumi/Bloomberg)

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A broken picture frame is left in the tsunami-hit Arahama area, three months and two days after the magnitude 9.0 earthquake and subsequent tsunami on June 13, 2011 in Sendai, Miyagi, Japan. (Kiyoshi Ota/Getty Images)

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People sit on the ground amongst the debris on June 11, 2011 in Minamisanriku, Miyagi, Japan. (Kiyoshi Ota/Getty Images)

clip_image008The remaining destroyed buildings stand in the tsunami-hit area on June 12, 2011 in Otsuchi, Iwate, Japan. (Kiyoshi Ota/Getty Images)

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Japan's Prime Minister Naoto Kan attends the Lower House special committee on reconstruction from the March 11 earthquake and tsunami in Tokyo June 14, 2011. Japan's cabinet approved a draft law to help Tokyo Electric Power pay billions of dollars in compensation to its radiation refugees, kicking off lawmaker wrangling that may take weeks to decide the fate of Asia's largest utility. However, Kan's track record in winning lawmaker approval for his post-quake policies suggest a bitter parliamentary battle will ensue. (Kim Kyung-Hoon/Reuters)

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Debris is scattered, three months and two days after the magnitude 9.0 earthquake and subsequent tsunami on June 13, 2011 in Sendai, Miyagi, Japan. (Kiyoshi Ota/Getty Images)

Japan Earthquake
Anti-nuclear demonstrators shout slogans during a march in Tokyo, Saturday, June 11, 2011. The protesters held mass demonstrations against the use of nuclear power, as Japan marked the three-month anniversary of the powerful earthquake and tsunami that killed tens of thousands and triggered one of the world's worst nuclear disasters. (Koji Sasahara/Associated Press)

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A local fisherman clear debris on June 11, 2011 in Minamisanriku, Miyagi, Japan. (Kiyoshi Ota/Getty Images)

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Heavy machinery is used to clear the debris, three months and two days after the Magnitude 9.0 Earthquake And Tsunami on June 13, 2011 in Natori, Miyagi, Japan. (Kiyoshi Ota/Getty Images)

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Miyuki Saito, 47, who lost her mother and older brother in the earthquake and tsunami, digs to collect plants from what remains of her parents' garden, three months and two days after the disaster, on June 13, 2011 in Natori, Miyagi, Japan

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Children pick up donated stationery during an event organized by volunteers on June 12, 2011 in Otsuchi, Iwate, Japan. (Kiyoshi Ota/Getty Images)

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A construction worker works on temporary houses for evacuees who suffered from March 11th earthquake and tsunami, on June 12, 2011 in Otsuchi, Iwate, Japan. (Kiyoshi Ota/Getty Images)

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Sakiko Yamaguchi (left), 47, takes shelter with her son Maya Yamaguchi, at the back of her car in a parking area at Ando Elementary School used as an evacuation center on June 12, 2011 in Otsuchi, Iwate, Japan. (Kiyoshi Ota/Getty Images)

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A man looks at the remaining frame of the destroyed Minamisanriku City Hall Disaster Prevention Center on June 11, 2011 in Minamisanriku, Miyagi, Japan. (Kiyoshi Ota/Getty Images)

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Residents, evacuated from the 20-kilometer exclusion zone around Tokyo Electric Power Co.'s Fukushima Dai-Ichi nuclear power station, including Nao Yoshida, center, lit candles during an event marking three months since the March 11 earthquake and tsunami, in Minami Soma, Fukushima prefecture, Japan, on Saturday, June 11, 2011. Minami Soma was among the worst-affected when a tsunami that followed a magnitude-9 earthquake knocked out power at Tokyo Electric Power Co.'s Fukushima Dai-Ichi nuclear plant, sending three reactors into meltdown and causing radiation to leak ever since. (Tomohiro Ohsumi/Bloomberg)

Japan Earthquake
In this combo of two photos, a ship swept away by tsunami sits amid debris-covered residential area March 12, 2011, left, while the ship stays in the same position in the area getting cleaned up June 3, 2011 in Kesennuma, Miyagi Prefecture, northeastern Japan. Japan marks three month since the March 11 earthquake and tsunami Saturday, June 11. (Kyodo News/Associated Press)

Japan Earthquake
In this combo of two photos, a sea coast is filled with destroyed houses and debris at Ishinomaki, Miyagi prefecture, northeastern Japan, on March 12, 2011, one day after the devastating earthquake and tsunami hit the area, top, and the same area, bottom, with the houses and debris cleared as photographed on June 3. (Kyodo News/Associated Press)

Japan Earthquake
In this combo of two photos, a shinto torii, or gateway, leading to Kozuchi shrine stands among the debris in Otsuchi, Iwate prefecture, northeastern Japan, on March 14, 2011, days after the devastating earthquake and tsunami hit the area, top, and the same area, bottom, with the debris almost cleared as photographed on June 3. (Kyodo News/Associated Press)

Japan Earthquake
In this combo of two photos, damaged cars are submerged in flooded residential area with other debris swept away by tsunami March 12, 2011, left, while a car goes by a cleared street in the same area June 3, 2011 in Kesennuma, Miyagi Prefecture, northeastern Japan. (Kyodo News/Associated Press)

Japan Earthquake
In this combo of two photos, damaged houses stand amid debris swept away by tsunami March 23, 2011, top, while those debris are almost cleared in the same area June 3, 2011 in Miyako, Iwate Prefecture, northeastern Japan. (Kyodo News/Associated Press)

Japan Earthquake
In this combo of two photos, a ship swept away by tsunami lies among other debris March 12, 2011, left, while a man on a bicycle pedals past a pedestrian on the same road June 4, 2011 in Miyako, Iwate Prefecture, northeastern Japan. (Kyodo News/Associated Press)

Japan Earthquake
In this combo of two photos, a sightseeing boat sits on a building in Otsuchi, Iwate prefecture, northeastern Japan, on April 6, 2011, after the devastating earthquake and tsunami hit the area, top, and the same area, bottom, with the boat gone as photographed on June 3. (Kyodo News/Associated Press)

Japan Earthquake
In this combo of two photos, tsunami survivors walk with plastic containers and kettles to carry drinking water through a street blocked by a fallen tank and other debris March 14, 2011, top, and only one damaged house, center, stands along the same street June 3, 2011 in Kesennuma, Miyagi Prefecture, northeastern Japan. (Kyodo News/Associated Press)

Japan Earthquake
In this combo of two photos, destroyed houses and debris fill a parking lot of a shopping center in Otsuchi, Iwate prefecture, northeastern Japan, on March 13, 2011, two days after the devastating earthquake and tsunami hit the area, top, and the same area, bottom, with the houses and debris cleared as photographed on June 3. (Kyodo News/Associated Press)

Japan Earthquake
In this combo of two photos, tsunami waves surge over a residential area March 11, 2011, top, and power shovels are in reconstruction work in the same area June 3, 2011 in Natori, Miyagi Prefecture, northeastern Japan. Japan marks three month since the March 11 earthquake and tsunami Saturday, June 11. (Kyodo News/Associated Press)

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mercoledì 19 gennaio 2011

HAITI È DOPATA DAGLI AIUTI E L'ASTINENZA FARÀ MALE

Gli haitiani devono prendere in mano la loro vita e ricostruirsi un futuro, senza aspettare in continuazione gli aiuti esterni. È l'auspicio di Frantz Duval, redattore capo di Le Nouvelliste, il quotidiano di riferimento sull'isola.
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    Haitians in Cité Soleil Queue for Food

     
    Intervista
    «Celebrare la vita». Come tutti gli haitiani, Frantz Duval avrebbe voluto assistere alla commemorazione del 12 gennaio – primo anniversario del terremoto che ha fatto circa 300'000 morti ad Haiti – dimenticando tutti i problemi che toccano il suo paese. «Siamo tutti dei sopravvissuti», ricorda umilmente il giornalista.
    Eppure una volta terminate le celebrazioni, la popolazione è tornata a rimboccarsi le maniche per ricostruire un paese che sopravvive grazie agli aiuti della comunità internazionale. Il redattore capo del quodiano Le Nouvelliste auspica una reazione a livello nazionale, senza la quale le disillusioni potrebbero essere ancora più terribili delle catastrofi che hanno colpito l'isola lo scorso anno.
     
    swissinfo.ch: Frantz Duval, il 2010 è stato l'anno peggiore per Haiti?
    Frantz Duval: Sì, è stato un anno molto difficile. C'è stato il terremoto, il passaggio dell'uragano Tomas, il colera e la crisi politica. Ma a parte questo, abbiamo dovuto fare i conti soprattutto con una carenza di leadership. Nessuno era pronto a cogliere la sfida che ci si è presentata davanti. Non soltanto il mondo politico, ma anche gli altri settori della società. E lo dico in tutta umiltà perché questo concerne anche la stampa.
     
    swissinfo.ch: Lei è un osservatore privilegiato della vita quotidiana ad Haiti. Come giudica lo stato psicologico della popolazione?
    F. D.: Ad Haiti, l'aspetto psicologico non si può misurare in modo scientifico. Solitamente il dolore è qualcosa di personale, lo si scaccia piangendo, urlando, oppure parlandone ed è ciò che la gente ha fatto dopo il sisma. Questa volta però la catastrofe è talmente grande che non sono sicuro che tutto ciò basterà. Quella del terremoto è stata un'esperienza difficile e unica per noi tutti. 

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    Children Scavenge for Valuables in Garbage Dump in Haiti

    swissinfo.ch: Un anno più tardi, la ricostruzione del paese è a un punto morto. Perché?
    F. D.: Ciò che deploro, è che durante la fase di ricostruzione non ci sia stato nessuno a dirci: «prendete in mano la vostra vita, rialzatevi, cercate di ricostruire le vostre case». È come se il paese stia aspettando che un aereo sbarchi un mattino e ricostruisca tutto. Gli haitiani pensavano (e lo pensano tuttora) che verrà data loro una casa, dell'acqua, del cibo. Ripongono tutte le loro speranze in Dio o nelle organizzazioni internazionali. È per questo che oggi c'è tanta disillusione e che il processo contro le organizzazioni internazionali e i paesi amici è così importante.

    swissinfo.ch: La comunità internazionale non ha forse la sua parte di responsabilità?
    F. D.: Un anno dopo il sisma, avrei voluto anch'io che le ONG facessero il loro mea culpa. Non bisogna continuare ad aiutare Haiti, ma bisogna guardare il cammino percorso e cambiare ciò che non ha funzionato. Non è troppo tardi, in molti campi siamo ancora in uno stato d'urgenza.
    L'aiuto e la solidarietà sono inevitabili. Ma è come andare in bicicletta, ci vogliono due piedi per poter pedalare. Un esempio sorprendente: dal giorno del terremoto ci hanno portato aerei strapieni di acqua. Ma in realtà, di acqua ce n'è sempre stata ad Haiti. Ciò che ci manca, sono delle reti di adduzione per trattare l'acqua e farla arrivare nelle case della gente. Quando smetteranno di darci l'acqua gratuitamente, ci ritroveremo nello stesso imbarazzo di prima. Quando si accetta un aiuto senza però dire all'altro che è possibile far meglio, si passa sopra all'obiettivo che si vuol raggiungere.
    Il giorno in cui non avremo più queste stampelle, questa tutela senza nome, cadremo ancora più in basso. Siamo un paese ormai dopato dagli aiuti e l'astinenza farà male.

    swissinfo.ch: Lei ha parlato di tutela, mentre altri parlano di un'ingerenza straniera che dura ormai da decenni. È questa una delle ragioni del malessere di Haiti?
    F. D.: Non voglio colpevolizzare la comunità internazionale. In qualche modo siamo tutti complici, o perfino colpevoli, di questa tutela. Se questa strategia non funziona, è anche perché non le si dà un nome. Ci si ritrova in mezzo a coloro che vogliono una tutela completa e coloro che non ne vogliono affatto. E anche questo crea un problema di leadership.

    swissinfo.ch: Attualmente 10'000 soldati della MINUSTAH – forza di stabilizzazione dell'ONU – sono di stanza ad Haiti. Questa presenza è giustificata?
    F. D.: Non è giustificata, perché ad Haiti non ci sono mai stati scontri armati tra due fazioni precise. Ci sono sempre stati disordini, ma siamo seri, ci sono altre regioni al mondo dove la violenza è ben peggiore. Le forze della MINUSTAH non hanno mai sparato contro nessuno. La pace avrebbe potuto essere imposta in un altro modo. Come sottolineato dal presidente Préval, ci vorrebbero dei caschi rossi, degli specialisti delle Nazioni Uniti per lo sviluppo. È questo il vero problema ad Haiti: i mezzi inesistenti. Il budget della MINUSTAH è più importante di quello dello Stato haitiano.

    swissinfo.ch: Il processo elettorale continua a paralizzare il paese. Secondo lei è stato un errore voler organizzare le elezioni ad ogni costo?
    F. D.: Queste elezioni erano iscritte nell'agenda politica ed era dunque normale organizzarle. Il problema è che la comunità internazionale si è ostinata a far credere che tutto andasse bene. Dal mese di giugno, sapevamo che c'erano dei problemi con la distribuzione delle carte di identificazione. Ancora oggi, le stanno ancora ripartendo…
    Ma al di là delle frodi e del voto, il problema di Haiti è che nessuno vuole uscire durante le elezioni. Partendo da questo presupposto, non può esserci democrazia perché il principio di base dell'elezione postula che ci siano dei perdenti.

    swissinfo.ch: Nel 2011 la situazione ad Haiti si sbloccherà e il paese potrà finalmente iniziare la sua ricostruzione?
    F. D.: Sono obbligato a rispondere con un augurio. Spero davvero che ci sia uno slancio nazionale in tutti i settori, non solamente in quello politico, che non è che la punta dell'iceberg. Ad Haiti, infatti, adoriamo i mostri immensi. Il presidente e i parlamentari sono definiti delle specie di Leviatano (Terribile creatura biblica, ndr.), responsabili di tutto. In realtà ognuno deve lavorare al suo livello per inventare questo sogno haitiano, affinché il desiderio di vivere sia un sogno condiviso. Oggi tutti vogliono andarsene e accusano il paese di non offrire loro la speranza di una vita migliore. Siamo quasi tutti di transito qui. Un paese non può svilupparsi quando il desiderio più grande della sua gente è di andarsene ad ogni costo.
    Samuel Jaberg, swissinfo.ch
    Petit-Goâve, Haiti


    Articolo correlato: Haiti, la repubblica delle ONG

    domenica 16 gennaio 2011

    BRASILE:UN DISASTRO ANNUNCIATO

    AGI) Brasilia - Mentre il bilancio provvisorio delle vittime delle devastanti piogge in Brasile ha raggiunto quota 601, torna alla luce un rapporto sul rischio di devastanti smottamenti stilato dai geologi nel 2008. Nel documento i tecnici avvertivano che se non si fosse intervenuto preventivamente le tre citta' oggi piu' colpite, Teresopolis, Petropolis e Nova Friburgo, sarebbero state spazzate via dall'acqua.


    Il salvataggio di un uomo (14/01/2001)

    venerdì 14 gennaio 2011

    HAITI:DARE UN SENSO AL DOLORE

    Sono oltre un milione le persone, di cui la metà bambini, che continuano a vivere nelle tende, mentre un'epidemia di colera ha provocato quasi 3.800 morti da ottobre.

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    Crocifissi spesso senza nome nel cimitero di Titiyan alla periferia di Port-au-Prince - January 11, 2011.
    Credit: REUTERS/Jorge Silva

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    Migliaia di vittime del terremoto di Haiti del 12 gennaio 2010 sono ancora sotto le macerie.

    Il colera è l’emergenza nell’emergenza

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    Epidemic: A Haitian girl receives an intravenous drip at a cholera treatment centre run by Medecins Sans Frontieres

    Grande è la rabbia nella gente che grida ad una voce: “Noi siamo stanchi!”

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    Ground zero: One year after a massive earthquake destroyed Haiti more than a million people are still living in tent camps such as this one

    Ma nonostante terremoti, uragani, deforestazione, miseria, stupri, corruzione, rapimenti, povertà, rifiuti, violenza, bande criminali, aiuti sprecati o svaniti, colera, frodi elettorali, acqua sporca, orfani e amputazioni, la volonta di ridare dignità alla loro vita e a quella della loro terra spinge gli haitiani a voler voltare pagina per ricominciare.

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    Earthquake survivor Darlene Etienne (down) poses with a photo of her rescue shot
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    A close up shows how the 17-year-old was pulled from the wreckage (up)

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    A man carries a coffin through the street in Port-au-Prince, Haiti Photograph: Ramon Espinosa/AP

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    Credit: REUTERS/Jorge Silva

    Mons. Louis Kébreau, arcivescovo di Cap-Haïtien e presidente della Conferenza Episcopale di Haiti in una intervista ha dichiarato: Ci sono un numero infinito di Ong nel Paese, sono più di 10 mila! Cosa stanno facendo? Ci chiediamo se non ne approfittino e alla fine questo denaro vada a rimpinguare i loro conti. Intanto però, l'unica vera grande vittima è il popolo haitiano, che geme nella sofferenza, nella miseria e che ancora non vede prospettive per l'avvenire.”

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    A QUANDO LA RICOSTRUZIONE?

    Il segno della speranza

    È stato riaperto le Marché de Fer ( il mercato di ferro) di Port-au-Prince

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    Ultimi ritocchi per il mercato di ferro di Port-au-Prince, ricostruito dopo il terremoto dell’anno scorso. (Allison Shelley, Reuters/Contrasto)

    Eccolo com’era in un’immagine di Jordi Cohen

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    @jordicohen

    P.S.
    Non ho scusanti per il ritardo di questo post. Doveva uscire il 12, ma ho sbagliato a scrivere la data.

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