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giovedì 21 giugno 2012

G20: IL PIATTO PIANGE

Divisione tra USA ed Entità Europea, e tra questi e il BRICS - Emergenti esigono cambio statuto del FMI o non caciano un euro


Madame Lagarde aveva chiesto 600 miliardi di euro per una ricapitalizzazione emegenziale del FMI, gliene hanno promessi solo 456.Pochini, quando si pensa che per tamponare l'emoraggia spagnola ce ne sono voluti ben 10. Pochissimi, per chi ricorda che alla fine del 2011 hanno regalato ai banchieri europei un miliarduccio a fondo perduto. Senza risolvere nulla, solo per guadagnare un pò di tempo, ma non spazio di manovra. 200, ossia quasi la metà, proverrà dalle tasche dei cittadini europei. 60 miliardi lo sborseranno i giapponesi. Appena 75 dovrebbe arrivare dal BRICS *, di cui 43 la Cina e 10 a testa la Russia e l'India. Il Messico elargirà altri 10 miliardi. Non è dato sapere quanto sborseranno gli Stati Uniti? Tutte le accuse di Obama per attribuire la paternità del crack in corso unicamente all'Entità Europea, fa pensare che Washington non scucirà nulla.
Il G20 ha partorito un topolino, utile per arrivare fino ad ottobre. Obama andrà alle elezioni in condizioni presentabili, ma poi c'è da cambiare lo statuto del FMI.

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Il blocco dei Paesi emergenti non accetta più che sia un feudo "occidentale", ed esborserà i 75 miliardi dopo che l'avranno fatto USA ed europei, e dopo che avranno eseguito i "contributi" decisi ad aprile scorso. Per ottobre dovrà essere riformato lo statuto del FMI, altrimenti il BRICS non sarà disponibile a capitalizzare un'istituzione in cui non è rappresentata nel vertice direttivo, e che destina i fondi comuni alla grande banca privata "occidentale" ed alle privatizazioni. Perchè il FMI non è una semplice banca che fissa un tasso ai prestiti. No, è un organismo che pianifica e modella le economie e le finanze delle nazioni, al di fuori di ogni controllo.
Il G20 ha mostrato la frattura esistente tra USA ed  Europa, e tra questi e il blocco delle economie emergenti, che hanno conservato un ruolo definitorio per lo Stato, posseggono una banca centrale autorevole ed autonoma, che governa una moneta nazionale, da cui deriva un modello funzionale di economia mista. I nodi stanno venendo al pettine. Il  FMI è una creatura dell'egemonismo USA, datata e con ostioporosi, ma il mondo non è più quello del 1945 ed i rapporti di forza sono profondamente cambiati. A sfavore dei Paesi industrializzati, oggi altamente indebitati.
Non c'è nessuna ricetta salvifica, navigano a vista, con scadenza e verifiche trimestrali. Alla conferenza Rio+20, la presidente brasiliana Dilma Russef ha scandito "..un Paese non  esce dalla crisi, ma ci sprofonda, se continua con i tagli di bilancio e smette di fare investimenti".
Un dato è certo: l'Italia dovrà dare dai 20 ai 30 miliardi, dove li prenderà?
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lunedì 27 giugno 2011

I PAESI CHE ODIANO LE DONNE

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(Sulla carta collegati dalla linea rossa i paesi con la maggiore violenza sulle donne. La base della carta è tratta da Limes 2/2010. Vai alla carta originale)

È un arco di violenza che si inserisce in un arco di crisi più ampio. Afghanistan, RD Congo, Pakistan, India e Somalia sono i paesi più pericolosi per le donne, secondo la Fondazione TrustLaw. Assassinii (a volte per motivi “d’onore”), violenze – sessuali e non – sono tra i crimini più frequenti contro le donne.
L’Afghanistan è il posto al mondo più pericoloso per le donne. Ovviamente la guerra in corso (e i trent’anni precedenti di guerra civile e altri conflitti) sono una delle ragioni, cui si aggiungono tradizioni e usi locali spesso connessi con vere o presunte motivazioni religiose.
Bibi Aisha aveva 12 anni quando si è sposata e il marito l’ha picchiata sin dal primo giorno. Quando ha provato a fuggire il marito taliban, assieme ad altri uomini, l’ha portata sulle montagne e le ha tagliato il naso, le orecchie e i capelli. Vedi il reportage su National Geographic Ribellione velata in Afghanistan (attenzione immagini forti).
Ma non è solo questioni di taliban. In tutto l’Afghanistan le donne non se la passano bene. Nella Kabul “liberata” e sotto “controllo” occidentale da quasi dieci anni è normalissimo vedere uomini che fanno viaggiare le donne nel portabagaglio dell’auto.
Secondo il rapporto in Afghanistan l’87% delle donne sono analfabete e il 70-80% per cento sono costrette a matrimoni forzati. Una su 11 poi non sopravvive alla nascita.
In Congo si è saputo l’altro giorno di 100 donne violentate una decina di giorni fa a Fizi nel Kivu meridionale, nel corso di un assalto da parte di un gruppo di ribelli. Leggi anche su repubblica.it Congo, stupri di massa, violenze e razzie.
Le stime sono difficili da calcolare e lasciano il tempo che trovano ma l’American Journal of Public Health ha stimato in oltre mille le donne che giorno subiscono gravi violenze in Congo.
Nella Repubblica democratica del Congo sono stati milioni i morti della cosiddetta guerra civile, in realtà “la prima guerra mondiale africana” che ha visto il coinvolgimento di quasi tutti i vicini, combattuta dal 1998 al 2003. In verità, nonostante gli accordi, si combatte ancora nel Congo orientale dove non si riesce a controllare gruppi ribelli, bande criminali, disertori, in parte reduci del genocidio ruandese, e che vivono di saccheggi e di sfruttamento delle risorse minerali congolesi.
In Pakistan pratiche tribali/culturali/religiose segnano irrimediabilmente la vita delle donne: violenze di tutti i tipi, anche con acidi, matrimoni forzati. Secondo la commissione dei diritti umani in Pakistan sono oltre mille le donne pachistane vittime di omicidi d’onore. Il 90% delle donne subirebbe poi violenze domestiche.
I matrimoni forzati sono purtroppo ancora molto diffusi non solo in Pakistan e India, ma anche in tutta la regione. Vedi il reportage Spose bambine su National Geographic.
In India per certi versi la situazione ricorda quella del Pakistan, forse la situazione è migliore, ma comunque colpisce che il problema riguarda quella che è considerata la più grande democrazia del mondo e il paese che si appresta a diventare quello più popoloso, visto che tallona la Cina. Molte bambine vengono addirittura uccise alla nascita o si procede all’aborto quando si scopre che non sarà un maschio. Secondo la Reuters in base alle statistiche in India “mancano” circa 50 milioni di donne rispetto a quelle che dovrebbero esserci senza la “correzione” statistica apportata da queste uccisioni e aborti.
Al quinto posto la Somalia non è una sorpresa. Anzi lo è solo perché è così in basso in classifica, considerato che lo stato fallito per eccellenza somma l’endemica situazione di guerra a pratiche culturali/tribali/religiose. Qui è molto alta la mortalità delle donne durante il parto ed è molto diffusa la pratica delle mutilazioni genitali alle donne.
La classifica è stata stilata sulla base dei pareri di 213 esperti che hanno espresso delle valutazioni su sei fattori considerati fondamentali. Per i dettagli leggi Reuters/alernet oppure Bbc.
Certo – anticipo delle possibili obiezioni – è vero anche da noi fino a pochi decenni fa le donne erano discriminate e spesso maltrattate (in parte lo sono ancora oggi) e i diritti delle donne sono state una conquista recente e “occidentale”. Quindi forse siamo noi l’eccezione e la regola è invece un mondo anche legato a pratiche medioevali, ma qui c’è qualcosa di più.
Colpisce che quattro dei cinque primi paesi di questa triste classifica gravitino sull’area dell’Oceano Indiano (4 vi si affacciano), un’area geopolitica che noi stentiamo a considerare come tale (nel nostro immaginario il corno d’Africa è in Africa, la penisola arabica in Medio Oriente e il subcontinente indiano in Asia) e spesso dimentichiamo che invece numerosi sono i collegamenti storici, culturali, economici e commerciali lungo queste coste. Qui ci sono gran parte delle riserve di greggio e gas, su queste rotte viaggia il petrolio necessario a tanti paesi (Cina e Giappone prima di tutti), Pakistan e India sono potenze nucleari. Insomma è un’area già fondamentale e che sarà sempre più importante nel futuro (e purtroppo piena di conflitti). E purtroppo è una regione di violenze sulle donne.
Per approfondire vedi anche i volumi di Limes: Pianeta India e Cindia, la sfida del secolo
Fonte

lunedì 21 dicembre 2009

OBAMA DICHIARA GUERRA AL PAKISTAN

di Webster G. Tarpley - rense.com.

Traduzione a cura di Milena Finazzi e Pino Cabras per Megachip (QUI).

WASHINGTON, DC – Il discorso del primo dicembre di Obama a West Point rappresenta molto più dell’ovvia brutale escalation in Afghanistan – non è niente di meno che una netta dichiarazione di guerra da parte degli Stati Uniti contro il Pakistan. Si tratta di una guerra nuova di zecca, di una guerra molto più vasta rivolta contro il Pakistan, un paese di 160 milioni di abitanti munito di armamenti nucleari.

Strada facendo, il programma prevede lo smembramento dell’Afghanistan.
Non siamo più di fronte alla guerra contro l’Afghanistan di Bush e di Cheney cui eravamo abituati in passato. È qualcosa di enormemente più vasto: il tentativo di distruggere il governo centrale pakistano di Islamabad e di far sprofondare quel paese nel caos della guerra civile, nella balcanizzazione, nella frammentazione e nella confusione totale. La strategia prescelta si basa sull’esportazione della guerra civile afghana in Pakistan e oltre, sulla frammentazione del Pakistan secondo i suoi diversi gruppi etnici.
È un conflitto subdolo che adotta tecniche belliche di quarta generazione e operazioni di guerriglia per dare l’assalto a un paese che gli Stati Uniti e i loro soci, per la loro debolezza, non possono attaccare direttamente.
In questa guerra, i talibani sono utilizzati come procuratori USA. Questa aggressione contro il Pakistan è il tentativo di Obama di imperversare nel Grande Gioco contro il cuore dell’Asia Centrale e dell’Eurasia o su scala più generale.
USA DISSUASI DA UNA GUERRA APERTA DAL NUCLEARE PAKISTANO
La guerra civile in corso in Afghanistan è un mero pretesto, una copertura destinata a fornire agli USA un trampolino di lancio per una campagna di destabilizzazione geopolitica dell’intera regione che non si può ammettere pubblicamente.

Nel mondo del cinismo brusco dell’aggressione imperialista à la Bush e Cheney, si sarebbe costruito un pretesto per attaccare il Pakistan in modo diretto. Ma il Pakistan è di gran lunga troppo esteso e gli Stati Uniti sono di gran lunga troppo deboli e troppo indebitati per una tale impresa. Inoltre, il Pakistan è una potenza nucleare, dispone di bombe atomiche e di missili a media gittata atti a lanciare tali bombe.

Ciò a cui stiamo assistendo è un nuovo caso di deterrenza nucleare in atto.

Gli USA non possono inviare una flotta di invasione o costruire basi aeree nelle vicinanze poiché le armi nucleari pakistane potrebbero distruggerle.

Da questo punto di vista, gli sforzi di Ali Bhutto e di A.Q. Khan per fornire il Pakistan di un potenziale deterrente sono stati giustificati. Ma la risposta USA consiste nel trovare altri modi per attaccare il Pakistan al di sotto della soglia del nucleare, addirittura al di sotto della soglia delle armi convenzionali. E questo è il punto in cui entra in gioco la tattica di esportazione della guerra civile afghana in Pakistan.
L’architetto della nuova guerra civile pakistana è il Generale delle Forze Speciali USA Stanley McChrystal, l’organizzatore della rete delle tristemente note camere della tortura USA in Iraq. Le credenziali specifiche di McChrystal nella guerra civile pakistana sono legate al suo ruolo nello scatenare la guerra civile irachena dei sunniti contro gli sciiti creando "al-Qa'ida in Iraq" grazie all’aiuto del famigerato agente doppiogiochista al-Zarkawi, ora defunto. Se la società irachena nel suo intero si fosse allineata contro gli invasori USA, gli occupanti sarebbero stati presto scacciati. La gang del controspionaggio nota come "al-Qa'ida in Iraq " ha evitato questa possibilità uccidendo sciiti e provocando in tal modo una rappresaglia di massa sfociata in una guerra civile. Queste tattiche sono tratte dall’opera del generale britannico Frank Kitson, che ne ha scritto nel nel suo libro “Low Intensity Operations”. Se gli Stati Uniti possedessero un’incarnazione moderna di Heinrich Himmler delle SS, si tratterebbe certamente del Generale McChrystal, scelto personalmente da Obama. Il superiore di McChrystal, Generale Petraeus, asprira invece ad essere il nuovo Capo di Stato Maggiore von Hindenburg: in altre parole, mira ad essere il prossimo presidente degli Stati Uniti.

La vulnerabilità del Pakistan che gli Stati Uniti ed i loro soci della NATO stanno cercando di utilizzare per il proprio tornaconto si può comprendere meglio consultando una mappa dei gruppi etnici prevalenti in Afghanistan, Pakistan, Iran, ed India. La maggior parte delle mappe mostra soltanto i confini politici che risalgono ai tempi dell’imperialismo britannico, e quindi mancano di riportare i principali gruppi etnici della regione. Ai fini della nostra analisi, dobbiamo iniziare con l’identificare un certo numero di gruppi. Prima di tutto il popolo Pashtun, situato principalmente in Afghanistan e in Pakistan. In secondo luogo abbiamo i beluci, localizzati principalmente in Pakistan e in Iran. I punjabi abitano il Pakistan, così come i sindhi. La famiglia Bhutto è originaria del Sindh.

PASHTUNISTAN
La strategia USA e NATO comincia con i pashtun, il gruppo etnico dal quale provengono in larga misura i cosiddetti talibani. I pashtun rappresentano una parte consistente della popolazione dell’Afghanistan, ma sono stati estromessi dal governo centrale sotto il Presidente Karzai a Kabul, sebbene lo stesso Karzai, marionetta degli USA, passi per essere lui stesso un pashtun.

La questione riguarda l’Afghan National Army (l’Esercito Nazionale Afghano), che è stato creato dagli Stati Uniti dopo l’invasione del 2001. Gli alti ranghi dell’esercito afghano sono costituiti prevalentemente da tagiki provenienti dall’Alleanza del Nord che si era coalizzata con gli Stati Uniti contro i talibani pashtun. I tagiki parlano il dari, noto anche come persiano orientale. Altri ufficiali afghani provengono dal popolo degli hazara. La cosa importante da rilevare è che i pashtun si sentono degli esclusi.
La strategia USA si può meglio intendere come sforzo deliberato teso a perseguitare, attaccare ripetutamente, antagonizzare, assaltare, reprimere ed uccidere i pashtun. Il contingente di ulteriori 40mila soldati USA e NATO chiesto da Obama per l’Afghanistan si concentrerà nella provincia di Helmand e in altre aree in cui i pashtun sono maggiormente concentrati. Il risultato finale sarà quello di istigare alla ribellione i pashtun, ardentemente indipendenti, nei confronti di Kabul e dell’occupazione straniera, e allo stesso tempo di spingere molti di questi combattenti mujahiddin di recente radicalizzati ad attraversare la frontiera con il Pakistan, per dichiarare guerra al governo centrale ad Islamabad. Gli aiuti statunitensi giungeranno direttamente ai signori della guerra e ai signori della droga, incrementando in tal modo i movimenti centrifughi.
Dal lato del Pakistan, i pashtun sono stati allontanati dal governo centrale. Islamabad e l’esercito sono visti come emanazioni dirette dei punjabi, con qualche elemento di origine sindhi. Sul versante pakistano del territorio pashtun, le operazioni americane includono assassinii all’ingrosso perpetrati da velivoli senza pilota o da droni, omicidi effettuati dalla CIA e, secondo quanto si dice, dai cecchini della Blackwater, oltre a massacri terroristici alla cieca come quelli avvenuti di recente a Peshawar che i talibani del Pakistan attribuiscono alla Blackwater, che agisce in qualità di subcontractor della CIA. Queste azioni sono intollerabili ed umilianti per uno stato sovrano orgoglioso. Ogni qualvolta che i pashtun subiscono un attacco violento, essi accusano i punjabi di Islamabad per le loro losche trame con gli USA che rendono possibile che tutto questo avvenga.
L’obiettivo più immediato di Obama nell’escalation Afghanistan-Pakistan è quindi di promuovere una rivolta secessionista generale dell’intero popolo pashtun sotto gli auspici dei talibani, che dovrebbe avere già provocato la distruzione dell’unità nazionale sia di Kabul sia di Islamabad.
BELUCISTAN
L’altro gruppo etnico che la strategia di Obama mira a spronare all’insurrenzione ed alla secessione è quello dei beluci. I beluci hanno i loro motivi di scontento nei confronti del governo centrale iraniano di Teheran, che considerano in mano ai persiani. Una parte integrante della nuova politica di Obama è l’incremento dei voli letali dei Predator della CIA e di altri velivoli telecomandati sul Belucistan. Uno dei pretesti per tale politica è il reportage fatto circolare ad esempio da Michael Ware della CNN, secondo il quale Osama bin Laden ed il suo braccio destro legato alla risorsa MI-6 al-Zawahiri sarebbero entrambi rintanati nella città beluci di Quetta, dove opererebbero nelle vesti di capopopolo della cosiddetta "Shura di Quetta." Gli squadroni della Blackwater non possono essere molto distanti. Nel Belucistan iraniano, la CIA sta finanziando il Jundullah, un movimento sanguinario che è stato recentemente denunciato da Teheran per l’uccisione di un numero di alti ufficiali dei Pasdaran - Guardie della Rivoluzione iraniana. La ribellione dei beluci manderebbe in frantumi l’unità nazionale di Pakistan e Iran, favorendo in tal modo la distruzione di due dei principali bersagli della politica USA.

LA STRATEGIA DI OBAMA DELLA COMPLICAZIONE IN STILE RUBE GOLDBERG

Persino Chris Matthews della MSNBC, normalmente un devoto seguace di Obama, ha evidenziato che la strategia USA annunciata nel discorso di West Point assomiglia molto ad uno dei congegni di Rube Goldberg (nel mondo reale, "al-Qa'ida" è naturalmente la legione araba e terrorista della CIA). Nel mondo del mito ufficiale USA si suppone che il nemico sia "al-Qa'ida". Tuttavia, persino secondo il governo USA, ci sono alcuni preziosi combattenti di "al-Qa'ida" rimasti in Afghanistan. Perché quindi, si chiede Matthews, concentrare le forze USA in Afghanistan dove "al-Qa'ida" non c’è, anziché in Pakistan, dove si ritiene "al-Qa'ida" possa esserci ora?
Un membro eletto che ha criticato questa incongrua discrepanza è il senatore democratico del Wisconsin Russ Feingold il quale ha affermato, nel corso di un’intervista televisiva, che il «Pakistan, nella regione di confine vicina all’Afghanistan, è probabilmente l’epicentro [del terrorismo globale], sebbene al-Qa'ida sia attiva in tutto il mondo, in Yemen, in Somalia, nell’Africa settentrionale, con affiliati nel sudest asiatico. Perché dovremmo inviare centomila o più soldati in parti dell’Afghanistan che comprendono quelle che non sono nemmeno vicino alla frontiera? Sapete, questo concentramento si trova nella provincia di Helmand. Che non è precisamente la porta a fianco del Waziristan. Quindi mi chiedo: in che cosa consiste esattamente questa strategia, dato che abbiamo ben visto che c’è una presenza esigua di Al Qa'ida in Afghanistan, ma una presenza significativa in Pakistan? È evidente che una massiccia presenza di truppe effettive dove non si trova questa gente non è la strategia giusta. Per me non ha alcun senso.» Infatti. Il rappresentante democratico del Wisconsin ha anche messo in evidenza che la politica USA in Afghanistan potrebbe in realtà spingere terroristi ed estremisti verso il Pakistan e, di conseguenza, destabilizzare ulteriormente la zona: «Sapete, qualche tempo fa ho chiesto al Capo degli Stati Maggiori Riuniti, Ammiraglio Mullen, e a Holbrooke, il nostro inviato sul posto, se secondo loro sussista il rischio che, nel caso di concentrazione delle truppe in Afghanistan, un numero maggiore di estremisti venga dirottato verso il Pakistan» ha dichiarato alla ABC. «Non hanno potuto negarlo, e questa settimana il Primo Ministro del Pakistan Gilani ha dichiarato espressamente che la sua preoccupazione circa la concentrazione di truppe è che attirerà più estremisti in Pakistan, e quindi penso che si tratti del contrario, che questo dispiegamento massiccio di forze provochi l’ostilità della popolazione afghana e in particolare incoraggi ulteriori legami tra i talibani e al-Qa‛ida, la qual cosa è esattamente all’opposto rispetto all’interesse per la nostra sicurezza nazionale.»[1]

Naturalmente, tutto ciò è intenzionale e motivato dalla ragione di stato imperialista degli USA.
MALICK: "OBAMA HA DICHIARATO GUERRA AL PAKISTAN?"
Il discorso di Obama ha fatto il possibile per rendere poco chiara la distinzione tra l’Afghanistan ed il Pakistan, che dopo tutto sono due stati sovrani, entrambi membri a pieno titolo delle Nazioni Unite. Ibrahim Sajid Malick, corrispondente USA per Samaa TV, una delle maggiori reti televisive pakistane, ha richiamato l’attenzione su questa manovra: «Rivolgendosi a una sala piena di cadetti dell’Accademia Militare di West Point, il presidente Barack Obama sembrava sul punto di dichiarare guerra al Pakistan. Ogni volta che ha menzionato l’Afghanistan, prima ha menzionato il Pakistan. Seduto su una delle panche posteriori della sala ad un certo punto sono quasi sobbalzato quando ha detto: "la posta in gioco è ancora più alta in un Pakistan munito di armamenti nucleari, poiché sappiamo che al-Qa'ida ed altri estremisti sono alla ricerca di armi nucleari e abbiamo fondati motivi per pensare che le utilizzerebbero." Sono rimasto scioccato poiché una serie di funzionari americani ha recentemente confermato che l’arsenale pachistano è sicuro.»[2]
Questo articolo è intitolato "Obama ha dichiarato guerra al Pakistan?", e possiamo lasciare il punto interrogativo a discrezione della diplomazia. Durante alcune udienze del Congresso riguardanti il Generale McChrystal e l’ambasciatore USA Eikenberry, l’Afghanistan ed il Pakistan sono state semplicemente fuse in un’entità sinistra nota come "Afpak" o addirittura come "Afpakia."
Nell'estate del 2007, Obama, addestrato da Zbigniew Brzezinski e da altri suoi controllori, fu l'iniziatore della politica unilaterale USA volta a utilizzare aerei senza pilota Predator per compiere omicidi politici all'interno del Pakistan. Questa politica omicida è stata ora massicciamente sottoposta a escalation assieme alla capacità di soldati messa in campo: «Due settimane fa in Pakistan, cecchini della Central Intelligence Agency hanno ucciso otto persone sospettate di essere militanti dei talebani e di al-Qa'ida, e ne hanno ferito altri due presso una struttura che si diceva fosse usata per addestrare i terroristi. La Casa Bianca ha autorizzato un ampliamento del programma dei droni della CIA in aree tribali fuorilegge del Pakistan, hanno riferito funzionari questa settimana, per affiancare la decisione del presidente di inviare 30mila ulteriori soldati in Afghanistan. Funzionari americani stanno parlando con il Pakistan in merito alla possibilità di colpire in Belucistan per la prima volta - una mossa controversa in quanto si trova al di fuori delle aree tribali - perché è lì che si pensa siano nascosti i leader dei talebani afghani.»[3]

Gli Stati Uniti stanno ora addestrando più operatori di Predator che piloti da combattimento.

LA BLACKWATER ACCUSATA DELLA STRAGE DI DONNE E BAMBINI DI PESHAWAR

La CIA, il Pentagono, e i loro vari fornitori tra le imprese militari private sono ora nel mezzo di una folle ondata omicida in tutto il Pakistan, mentre attaccano villaggi pacifici e feste di matrimonio, tra gli altri obiettivi. La Blackwater, che ora si fa chiamare Xe Servces e Total Intelligence Solutions, è fortemente implicata: «in una base operativa segreta avanzata gestita dal Joint Special Operations Command statunitense (JSOC) nella città portuale pakistana di Karachi, i membri di una divisione d'élite della Blackwater sono al centro di un programma segreto in cui pianificano omicidi mirati di presunti talebani e di membri operativi di al-Qa'ida, "catture lampo" di obiettivi di alto valore e altre azioni sensibili all'interno e all'esterno del Pakistan, come ha scoperto un'inchiesta di “The Nation”. Gli operativi di Blackwater offrono assistenza anche nella raccolta di informazioni e aiutano a dirigere una campagna segreta di bombardamenti con droni militari USA che corre in parallelo ai ben documentati attacchi con i Predator della CIA, a quanto riferisce una fonte ben collocata all'interno dell'apparato di intelligence militare degli Stati Uniti.» [4]
Per quanto sconvolgente sia il rapporto Scahill, deve tuttavia essere considerato come uno scaltro tentativo di limitare i danni, poiché non vi è alcuna menzione delle accuse persistenti sul fatto che gran parte degli attentati letali a Peshawar e in altre città pakistane sono stati perpetrati da Blackwater, come suggerisce questa notizia: «ISLAMABAD 29 ottobre (Xinhua) - Il capo del movimento dei talibani in Pakistan, Hakimullah Mehsud, ha accusato la controversa ditta privata americana Blackwater per la bomba esplosa a Peshawar, che ha ucciso 108 persone, ha riferito giovedì l'agenzia di stampa locale NNI.» [5 ]

Questo è stato del terrorismo cieco progettato per provocare il massimo del massacro, soprattutto tra le donne e i bambini.

STATI UNITI IN GUERRA ANCHE CON L'UZBEKISTAN?

Il rapporto Scahill suggerisce inoltre che operazioni segrete USA hanno raggiunto l'Uzbekistan, un paese post-sovietico di 25 milioni di abitanti che confina con l'Afghanistan a nord: «Oltre a pianificare attacchi con i droni e operazioni contro forze sospettate essere di al-Qa'ida e dei Talebani in Pakistan sia per JSOC sia per la CIA, il team della Blackwater a Karachi aiuta anche a pianificare missioni per il JSOC all'interno dell'Uzbekistan contro il Movimento Islamico dell'Uzbekistan», riporta la fonte di intelligence militare. Blackwater in realtà non conduce le operazioni, ha riferito, poiché sono eseguite sul terreno da parte delle forze JSOC. «Questo ha stimolato la mia curiosità e mi preoccupa assai, perché non so se ci avete fatto caso, ma non mi è mai stato detto che siamo in guerra con l'Uzbekistan», ha affermato. «Così, mi son perso qualcosa, Rumsfeld è forse ritornato al potere?» [6] Tali sono le vie della speranza e del cambiamento.
Il ruolo dell'intelligence USA nel fomentare la ribellione del Belucistan al fine di spezzettare il Pakistan è confermato anche dal professor Chossudovsky: Già nel 2005, un rapporto del National Intelligence Council USA e della CIA prevedeva un “destino jugoslavo” per il Pakistan «nel tempo di un decennio con il paese lacerato dalla guerra civile, i bagni di sangue e le rivalità inter-provinciali, come si è visto recentemente in Belucistan.» («Energy Compass», 2 marzo 2005). Secondo il NIC-CIA, il Pakistan è destinato a diventare uno "stato fallito" entro il 2015, “una volta che sia colpito dalla guerra civile, la talibanizzazione completa e la lotta per il controllo delle armi nucleari”. (Citato dall'ex Alto Commissario del Pakistan per il Regno Unito, Wajid Shamsul Hasan, «Times of India», 13 febbraio 2005). Washington favorisce la creazione di un "Grande Belucistan", che dovrà integrare le aree Beluci del Pakistan con quelle dell'Iran e possibilmente della punta sud dell'Afghanistan, portando quindi a un processo di frattura politica in Iran e in Pakistan.» [7]
Gli iraniani , da parte loro, sono convinti che gli Stati Uniti stiano commettendo atti di guerra sul loro territorio in Belucistan: «Teheran, 29 ottobre (Xinhua) – Il presidente del Parlamento iraniano Ali Larijani ha detto che ci sono alcune prove concrete che dimostrano il coinvolgimento degli Stati Uniti nelle recenti esplosioni di ordigni mortali nella provincia del Sistan-Belucistan del paese, a quanto riferisce l'agenzia di stampa ufficiale IRNA.. L'attentato mortale suicida da parte del gruppo ribelle sunnita Jundallah (soldati di Dio) si è verificato il 18 ottobre nella provincia iraniana del Sistan-Belucistan, vicino al confine con il Pakistan, quando i funzionari locali stavano preparando una cerimonia in cui i leader tribali locali avrebbero dovuto incontrare i comandanti militari del Corpo dei guardiani della rivoluzione dell'Iran (pasdaran)» [8].
L'OBIETTIVO USA: TAGLIARE IL CORRIDOIO ENERGETICO PAKISTANO TRA IRAN E CINA
Perché gli Stati Uniti sono così ossessionati dall'intento di spaccare il Pakistan? Uno dei motivi è che il Pakistan è tradizionalmente un alleato strategico e un partner economico della Cina, un paese che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna sono determinati a contrastare e contenere sulla scena mondiale. In particolare, il Pakistan potrebbe funzionare come un corridoio energetico in grado di collegare i giacimenti petroliferi dell'Iran e perfino dell'Iraq con il mercato cinese per mezzo di un gasdotto che attraverserebbe l'Himalaya sopra il Kashmir. Si tratta della cosiddetta questione del "Pipelinestan". Questo garantirebbe alla Cina un approvvigionamento di petrolio ancorato alla terraferma non soggetto alla superiorità navale anglo-americana, oltre a tagliare la rotta di 12mila miglia delle petroliere lungo il bordo meridionale dell'Asia. Come sottolinea un recente reportage: «Pechino ha fatto pressioni su Teheran per la partecipazione della Cina al progetto di oleodotto e Islamabad - mentre intendeva firmare un accordo bilaterale con l'Iran - ha parimenti accolto con favore la partecipazione della Cina. Secondo una stima, un tale oleodotto si tradurrebbe nel fatto che il Pakistan riceverebbe tra i 200 e i 500 milioni di dollari all'anno in tariffe di solo transito. Cina e Pakistan stanno già lavorando su una proposta di posa di un oleodotto trans-himalayano per trasportare il greggio mediorientale fino alla Cina occidentale. Il Pakistan offre alla Cina il più breve percorso possibile per importare petrolio dai paesi del Golfo. La conduttura, che andrebbe dal porto meridionale pakistano di Gwadar e seguirebbe l'autostrada del Karakorum, sarebbe in parte finanziata da Pechino. I cinesi stanno anche costruendo una raffineria a Gwadar. Le importazioni attraverso l'uso dell'oleodotto consentirebbero a Pechino di ridurre la quota del suo petrolio spedita attraverso l'angusto e insicuro Stretto di Malacca, lungo il quale oggi fa transitare fino all'80% delle sue importazioni di petrolio. Islamabad prevede inoltre di estendere una linea ferroviaria in Cina per collegarla a Gwadar. Il porto è considerato anche il probabile capolinea dei previsti gasdotti multimiliardari provenienti dai campi di Pars sud in Iran o dal Qatar, e dai campi Daulatabad in Turkmenistan per l'esportazione verso i mercati mondiali. Syed Fazl-e-Haider, “Pakistan, Iran sign gas pipeline deal” ("Pakistan, l'Iran firma l'accordo sul gasdotto", NdT), «Asia Times», 27 maggio 2009. [9]
Questo è il normale, pacifico progresso economico e la cooperazione che gli anglo-americani vogliono fermare a tutti i costi.
Oleodotti e gasdotti dall'Iran attraverso il Pakistan e fino alla Cina porterebbero le risorse energetiche nel Regno di Mezzo, e servirebbero anche come nastri trasportatori per l'influenza economica cinese in Medio Oriente. Ciò renderebbe il dominio anglo-americano sempre più tenue in una parte del mondo che Londra e Washington hanno tradizionalmente cercato di controllare come parte della loro strategia globale di dominazione del mondo.
La propaganda interna degli Stati Uniti sta già raffigurando il Pakistan come la nuova casa madre del terrorismo. I quattro patetici capri espiatori che vanno a processo per una presunta trama volta a bombardare una sinagoga nel quartiere Riverdale del Bronx a New York erano stati accuratamente messi in incubazione (“sheep-dipped”, nell'originale, ossia “inzuppati come pecore”, NdT) per associarli con l'ombroso e sospetto Jaish-e-Mohammad, presumibilmente un gruppo terrorista pakistano. Lo stesso vale per i cinque musulmani del Nord Virginia che sono appena stati arrestati nei pressi di Lahore in Pakistan.
INDIA E IRAN
Per quanto gli Stati confinanti siano interessati, l'India posta sotto lo sfortunato Manmohan Singh sembra accettare il ruolo di pugnale continentale contro il Pakistan e la Cina, a nome degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Questa è una ricetta per una tragedia colossale. L'India dovrebbe piuttosto fare una pace permanente con il Pakistan, con lo sgombero della Vale del Kashmir, dove il 95% della popolazione è musulmana e desidera unirsi al Pakistan. Senza una soluzione a questo problema, non ci sarà pace nel subcontinente.
Per quanto riguarda l'Iran, George Friedman, il capo della società Stratfor, facente parte della comunità di intelligence degli Stati Uniti, ha recentemente dichiarato a Russia Today che la grande novità del prossimo decennio sarà un'alleanza degli Stati Uniti con l'Iran, diretta contro la Russia. In tale scenario, l'Iran alla Cina taglierebbe del tutto il petrolio. Che è l'essenza della strategia di Brzezinski. È urgente che il movimento contro la guerra negli Stati Uniti si riunisca e inizi una nuova mobilitazione contro la cinica ipocrisia delle politiche di guerra ed escalation intraprese da Obama, che supera anche i crimini di guerra dei neocon Bush-Cheney. In questa nuova fase del Grande Gioco, la posta in palio è incalcolabile.

Note e riferimenti:

  1. Feingold: Why Surge Where Al Qaeda Isn’t ?, by Sam Stein, Huffington Post, December 6, 2009.
  2. Ibrahim Sajid Malick, “Did Obama Declare War On Pakistan?,” Pakistan for Pakistanis Blog, 2 December 2009.
  3. Scott Shane, “C.I.A. to Expand Use of Drones in Pakistan,” New York Times, December 3, 2009. See also David E. Sanger and Eric Schmitt, “Between the Lines, an Expansion in Pakistan,” New York Times, 1 December 2009.
  4. Jeremy Scahill , “The Secret US War in Pakistan,” The Nation, November 23, 2009
  5. Taliban in Pakistan blame U.S. Blackwater for deadly blast,” Xinhua News Agency, 29 October 2009, http://news.xinhuanet.com/english/2009-10/29/content_12358907.htm
  6. Jeremy Scahill , “The Secret US War in Pakistan,” The Nation, November 23, 2009
  7. Michel Chossudovsky, The Destabilization of Pakistan, Global Research , December 30, 2007
  8. Iran says having evidences of U.S. involvement in suicide bomb attacks,” Xinhua, 29 October 2009.
  9. Asia Times : "Pakistan, Iran sign gas pipeline deal"

Fonte: http://www.rense.com/general88/pak.htm.

Webster Tarpley è uno storico, giornalista investigativo, conferenziere e critico della politica estera e interna statunitense. Le sue opere più recenti sono "Obama, the postmodern coup, the making of a Manchurian Candidate", "Barack Obama: The Unauthorized Biography" nonché "9/11 Synthetic Terror" la cui versione italiana ha per titolo "La Fabbrica del Terrore". Tarpley ha vissuto in Italia durante gli anni della contestazione e negli anni di piombo. Sulla vicenda di Aldo Moro diresse una commissione indipendente d'inchiesta su incarico del parlamentare DC Giuseppe Zamberletti. I risultati furono pubblicati nel volume Chi ha ucciso Aldo Moro, 1978.

Fonte

domenica 6 dicembre 2009

RACCOLTA RIFIUTI A NEW DELHI

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Fonte

Oggi manderei qualcuno che conosciamo ad aiutare, per almeno 10 ore al giorno, questa povera donna indiana...

in espiazione della sua tanta, ma tanta arroganza che noi poveri sudditi dobbiamo sopportare.

lunedì 23 novembre 2009

LA GUERRA DEI RIFIUTI

I netturbini del Cairo protestano per la diminuzione della spazzatura: «E’ colpa delle aziende occidentali», accusano.
Hanno ragione
Le autorità egiziane hanno deciso di appaltare la raccolta dei rifiuti della capitale a quattro società europee. A farne le spese sono gli spazzini tradizionali, in gran parte cristiani, che rischiano di restare senza lavoro. Siamo andati a trovarli nella discarica dove vivono
L’odore. La cosa che colpisce prima di tutto è l’odore intenso che ristagna nell’aria: un fetore acre e nauseabondo che si appiccica alla pelle, penetra nelle narici e brucia la gola.

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La nuvola pestilenziale incorona, come un’invisibile aureola, la cima della Moqattam, la collina che sorge a sud-est del Cairo, e coglie di sorpresa i visitatori che arrancano sulla salita. All’inizio pare impossibile resistere e viene voglia di tornare indietro, ma in pochi minuti ci si fa l’abitudine. Non c’è alternativa se si vuole entrare in una delle più sconcertanti discariche abusive del mondo.

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Un immondezzaio immenso e invisibile al tempo stesso: il posto si chiama Mansheya ma viene ignorato dalla mappe poiché le autorità locali preferiscono nasconderlo.
Quassù finisce buona parte delle cinquemila tonnellate di rifiuti prodotte ogni giorno dai 18milioni di abitanti della capitale egiziana. L’immondizia viene trasportata dai cosiddetti zabalin, gli “uomini della spazzatura”, un piccolo esercito di netturbini composto in gran parte da cristiani ortodossi, immigrati mezzo secolo fa dalle povere campagne dell’Alto Egitto, convertiti per necessità al più umile dei mestieri.
Un tesoro prezioso
Ogni giorno, alle prime luci del mattino, gli zabalin invadono i viali del centro cittadino con camioncini sgangherati e carretti trainati da asini.

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Sui cassoni ammassano pile di cartoni, lattine di metallo, vecchi mobili, elettrodomestici sfasciati, carcasse di motori, vestiti logori e ogni genere di ciarpame che possa tornare utile. Dopo poche ore fanno ritorno a casa carichi di rifiuti. Enormi mucchi di spazzatura, alti più di due metri, si inerpicano a fatica sulla strada sterrata che conduce al loro quartiere-pattumiera. Qui la gente vive tra vicoli fangosi impastati dal putridume e squallidi cubi abitativi tirati su col cemento grezzo, appoggiati l’uno contro l’altro in un equilibrio precario. Gli edifici spuntano tra cumuli di sporcizia ricoperti dalle mosche, crivellati dai topi, sventrati dai cani randagi. Il pattume putrefatto talvolta raggiunge le finestre dai primi piani. E dalle terrazze delle abitazioni pendono fili di acciaio per sollevare gli oggetti di scarto più pregiati, che gli zabalin custodiscono sotto i letti e negli armadi, come preziosi tesori, in attesa di rivenderli ai grossisti.

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Cibo per maiali
«Questi rottami ci permettono di mangiare ogni giorno», spiega un anziano intento a scaricare sotto casa un cesto di ferraglia.

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«Tutto ciò che gli altri buttano via, diventa denaro nelle nostre mani».
Da un chilo di alluminio ci guadagnano quasi due euro mentre una tonnellata di plastica riciclata può fruttare fino a 320 euro. «Certo occorrono molte braccia e molte ore di lavoro», puntualizza l’uomo. «Ma nessuno può competere con noi in questo mestiere», aggiunge con una punta di orgoglio. Ai signori dell’immondizia non manca certo la dignità né l’intraprendenza.

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Ogni genere di rifiuto torna a nuova vita, grazie a loro: l’alluminio dello scatolame viene recuperato per produrre pentole o fornelli, le lastre di vetro diventano bottiglie, gli assi di legno vengono trasformati in armadi o divani.
E dagli scarti organici si ricava del cibo per i maiali, che in questa enclave cristiana non sono affatto considerati degli animali impuri: vengono allevati dagli zabalin e sono liberi di razzolare indisturbati tra la spazzatura.
Maestri del riciclaggio
Il lavoro di riciclaggio non conosce sosta e coinvolge l’intera comunità.
Negli scantinati bui e maleodoranti che si affacciano sulla strada si vedono trafficare anche vecchi e donne, con le gambe a mollo nel pattume, attorniati da bambini di pochi anni col volto sporco e i capelli incrostati.

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Tutti si danno da fare per smistare la mondezza: da una parte si accumula il metallo, dall’altra la plastica; da altre parti ancora il materiale elettrico, le batterie d’auto, il cartone, la stoffa e via dicendo.
Con molta pazienza, e altrettanta abilità, arrivano a riciclare fino all’80 per cento dei rifiuti: una percentuale altissima, ben maggiore di quella ottenuta nelle metropoli europee, dove si raggiunge un tasso di riuso massimo del 35 per cento.

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«Gli zabalin sono maestri dell’arte del riciclaggio», afferma l’ingegner Davide Aimeri, uno dei massimi esperti italiani in materia di rifiuti, che per lungo tempo ha lavorato anche al Cairo.
«Hanno una professionalità pregiata costruita in decenni di esperienza sul campo, riescono a distinguere ad occhio nudo il pvc da ogni altro tipo di plastica». L’organizzazione di questo sorprendente popolo di netturbini è diventata oggetto di studio da parte degli organismi internazionali che si occupano di gestione ambientale nelle grandi città del sud del mondo.

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«E’ un modello vincente che è già stato esportato con successo a Bombay e Manila, nell’ambito di un programma di sviluppo finanziato dalle Nazioni Unite», spiega l’ambientalista egiziana Tarek Genina, da tempo impegnata a valorizzare il lavoro degli zabalin. «Resta però da risolvere il problema rappresentato dalle disastrose condizioni igieniche in cui operano i raccoglitori di rifiuti con le loro famiglie. Almeno sessantamila persone vivono nell’immondizia, in condizioni di estrema povertà, esposte ad ogni genere di malattia e di infezioni».
L’invasione straniera
Una comunità senza diritti né voce, quella degli zabalin. Che nel prossimo futuro potrebbe perdere anche il lavoro. Le autorità amministrative del Cairo hanno infatti deciso di ammodernare il sistema di raccolta e di smistamento dei rifiuti puntando sulla tecnologia, ritenendo ormai superata, o quantomeno inadeguata, l’opera dei netturbini locali.

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Gli esperti hanno calcolato che circa il 20% della spazzatura non venga raccolta dagli zabalin, poiché non è considerata produttiva, e quindi resta sulla strada. Una vergogna inaccettabile per i politici della capitale. Già cinque anni fa il Governatorato ha indetto un bando di concorso internazionale per la gestione dei rifiuti della metropoli «con metodi scientifici e principi tecnologici». Ad aggiudicarsi la gara d’appalto sono state quattro aziende straniere, due spagnole e due italiane, che si sono spartite i quartieri della capitale e… un lavoro da 35milioni di euro l’anno.

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Le società di casa nostra sono sbarcate con centinaia di veicoli meccanizzati e hanno preso posizione nei settori assegnati dall’accordo: alla Jacorossi/Gesenu di Perugia è stata affidata la zona periferica di Ghiza mentre alla romana Ama (che già opera in Senegal e Honduras) è toccata la parte nord del Cairo. «Ci stanno portando via il lavoro», accusa Ishak Mikeil Boulos, portavoce della Garbage Collectors Association, la più importante associazione degli spazzini egiziani. «Non siamo contrari allo sviluppo, purché non avvenga sulle spalle della nostra gente. Non vogliamo soccombere in nome del progresso e della globalizzazione».
«Così non va»
Dunque gli zabalin sono sul piede di guerra: per anni hanno provveduto, con modi artigianali ma efficaci, a tenere (parzialmente) pulita la città e oggi l’amministrazione li ringrazia facendoli soppiantare da società straniere.

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Una beffa intollerabile, specie per coloro che hanno investito denaro in questo mestiere e magari si sono indebitati per l’acquisto di macchinari per la lavorazione dei rifiuti. Sacrifici inutili? Soldi buttati via? L’incertezza nel futuro alimenta preoccupazioni e rabbia. «Vediamo ogni giorno diminuire il materiale da lavorare e di conseguenza il nostro guadagno – si lamenta il rappresentante dei netturbini – Se va avanti così finiremo tutti disoccupati». Incolpare le aziende europee per la diminuzione dei rifiuti suona, francamente, paradossale.

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Anche perché migliaia di zabalin sono stati assunti dalle nuove società e proseguono a ritirare il pattume, porta a porta, con grandi sacchi portati sulla schiena. Altri sono stati spediti a pulire le strade, armati con ramazze nuove, bidoni trasportabili e impeccabili tute da lavoro verdi o blu. Oggi tutta questa gente ha un lavoro vero, ufficiale, con una busta paga di circa 400 lire egiziane (circa 50 euro al mese) e diritti sanciti da un contratto.
Un brutto affare
Tuttavia il malcontento è diffuso tra i “fortunati” netturbini professionisti. «Non riceviamo lo stipendio da mesi», si sfogano, all’unisono gli uomini che incontriamo a Ezbetil Il Nakl, altro quartiere-discarica abitato dagli zabalin. «Le società affermano di non ricevere i compensi dall’amministrazione locale; i politici invece scaricano la colpa sui nostri capi. Si rimbalzano le responsabilità l’uno sull’altro, e noi non riusciamo a sfamare le nostre famiglie».

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Voci bene informate raccolte nella capitale egiziana dicono che parte dei soldi venga intascata da funzionari corrotti. E parte finisca nella mani dei caporioni che gestiscono la complicata comunità degli zabalin: sarebbero loro, potenti uomini d’affari che un tempo si arricchivano dal riciclaggio fatto in casa, a fare la cresta sui salari destinati ai monnezzari. Nessuno tra i lavoratori si sente di confermare le accuse. A parlare ci pensano i manager delle aziende europee per i quali l’avventura al Cairo non si sta rivelando affatto un buon affare: si lamentano per le lungaggini della burocrazia egiziana, per le difficoltà di gestione del personale, per i ritardi dei pagamenti previsti dal contratto.

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«Al Cairo non è più possibile lavorare», ha tuonato al quotidiano El Mundo il direttore della società spagnola Urbaser, Lisardo Gonzàlez, che proprio lo scorso novembre si è ritirata dall’appalto.
«Le autorità locali hanno fatto di tutto per metterci i bastoni tra le ruote: hanno preteso, per esempio, che pagassimo un’imposta del 30% per sdoganare i nostri mezzi. E ci hanno inflitto quasi dieci milioni di euro di multe con la scusa che le strade erano sporche. Ma come potevamo pulirle se non ci lasciavano lavorare?». Sulla vicenda dovrà esprimersi la magistratura egiziana.
Ritorno al passato?
Di certo la nuova gestione della nettezza urbana al Cairo sta creando malumori anche tra la gente comune. In molti protestano perché l’imposta sui rifiuti è stata inserita nella bolletta dell’elettricità ed è calcolata in sostanza sulla ricchezza dell’utente: più elettricità si consuma, più si spende per la pattumiera.

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Un sistema di riscossione dei tributi che il Tribunale Costituzionale ha già dichiarato illegale. «A ben guardare, la gente oggi paga il 40% in meno rispetto al passato, ma questo risparmio non viene percepito», afferma l’ingegner Aimeri, che chiarisce: «Un tempo i cittadini davano i soldi direttamente allo zabalin quando si recava a ritirare l’immondizia. Quel denaro veniva considerato un’offerta caritatevole e costituiva la parte di carità che il Corano prescrive ad ogni buon musulmano. Oggi, in aggiunta alla beneficenza, c’è una tassa che non è prevista dall’Islam e che molti si rifiutano di pagare».

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Le polemiche hanno obbligato l’amministrazione locale a rivedere i programmi e ora la raccolta viene realizzata sia dalle aziende europee che da squadre di zabalin indipendenti, decisi a difendere coi denti il territorio. Ma è un pasticcio che non soddisfa nessuno. E la “guerra dei rifiuti” rischia di innescare una bomba sociale che potrebbe paralizzare l’intera metropoli. «Cosa accadrebbe se incrociassimo le braccia per protesta?», dice sornione un ragazzo indaffarato a caricarsi del rottame sulle spalle. Corre via veloce, non c’è bisogno che aggiunga altro: senza il lavoro di questi netturbini la più popolosa città africana si troverebbe sommersa in poco tempo da una montagna di rifiuti. Sarebbe l’ultima terrificante piaga d’Egitto.

http://www.reportafrica.it/



Street in Cairo

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Plastic in Moqattam

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Typical Zaballeen collection truck in Moqattam

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Workers cut up plastic bottles, wash them, dry them on the roof and package for sale

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Packing dried plastic

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They produce compost from the organic waste

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And make pretty weavings from rag-trade waste

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lunedì 14 settembre 2009

E’ QUESTO IL PEGGIOR LAVORO AL MONDO?

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La prossima volta che siete stati tentati di compiangervi per il vostro lavoro, pensate a questo individuo.

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Gas mortali come monossido di carbonio, solfuro di idrogeno e metano possono annidarsi nelle fogne, per non parlare degli agenti chimici usati nelle case e nelle industrie.

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Molte di queste persone sono impiegate nel settore dell’igiene attraverso agenzie non governative.

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Come risultato di ciò, molti di loro contraggono malattie mortali e muoiono per cause non naturali.

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Le direttive del Governo prescrivono che i lavoratori delle fogne debbano essere equipaggiati con dispositivi protettivi, inclusi caschi, guanti, occhiali di protezione e strumenti per monitorare la presenza di gas venefici. Ma chiaramente, non tutti gli appaltatori seguono queste linee guida.

Picture: EPA

domenica 28 giugno 2009

VEDANTA RESOURCES UMILIATA

Pesante umiliazione pubblica per la Vedanta Resources e il suo proprietario, il miliardario Anil Argawal. Durante il weekend, proprio all’ultimo minuto, la compagnia mineraria britannica si è vista cancellare il “Golden Peacock”, un riconoscimento che premia la buona condotta ambientale.


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Il premio è stato annullato il giorno prima della consegna grazie alla performance pubblica di alcuni attivisti che, saliti sul palco allestito per l’evento, a Palampur, in India, hanno rivelato inquietanti particolari sulle attività inquinanti della raffineria di alluminio operante nel territorio dei Kondh, nello stato di Orissa.
Una sussidiaria della Vedanta, che è una delle 100 società più capitalizzate quotate allo Stock Exchange di Londra (FTSE-100), aveva già pubblicizzato in modo altisonante la consegna del premio. Ciò nonostante, dopo aver ascoltato il discorso dei manifestanti, gli organizzatori della manifestazione, sponsorizzata dal World Environment Foundation e dal britannico Institute of Directors, hanno deciso di annullare il premio.
Gli ispettori ambientali del Governo indiano hanno più volte criticato le allarmanti e continue infiltrazioni di rifiuti tossici provenienti dalla raffineria. Le tribù dei Kondh che vivono vicino allo stabilimento hanno raccontato a Survival International di aver cominciato a soffrire di problemi cutanei dopo essersi immersi nelle acque inquinate; che i loro raccolti sono stati soffocati dalle polveri prodotte dalla raffineria e che diversi capi di bestiame sono morti dopo essersi abbeverati a ruscelli avvelenati.
A contestare l’assegnazione del premio a Vedanta è stata una lettera sottoscritta da più di 200 organizzazioni di tutto il mondo.
La raffineria della Vedanta fa parte di un progetto più ampio che prevede l’apertura di una miniera di bauxite sulla montagna sacra dei Dongria Kondh, alle cui pendici sorge la raffineria. Il progetto è attualmente sotto indagine presso l’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, che ha accolto la richiesta di investigazione presentata da Survival.
“In pochissimo tempo, la nostra lettera ha raccolto 200 adesioni” ha dichiarato Mamata Dash, uno degli attivisti che hanno manifestato durante l’evento. “Questo dimostra che molte persone hanno deciso di reagire agli effetti devastanti che le operazioni della Vedanta hanno sul mondo. Queste persone non le permetteranno di continuare a dire bugie; sono determinate a far sapere a tutti quello che sta facendo questa compagnia senza scrupoli. Siamo molto uniti.”





mercoledì 11 marzo 2009

LA FESTA DEI COLORI

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Secondo il calendario religioso indiano, è finito l’inverno. Per festeggiare il passaggio alla buona stagione oggi si celebra l’ Holi (hindi: होली) Milan Samaroh, conosciuto come il Festival dei colori. Tale festa ricorda, nelle modalità e nello spirito, il carnevale europeo e altri riti nel mondo legati all’arrivo della bella stagione; si svolge nel giorno della luna piena del mese di ‘Phalgun’ (febbraio/marzo) .
Holi è una festa piena di allegria che si svolge nell’arco di due giorni.
Il primo giorno (sarebbe meglio dire la prima notte) è caratterizzato dalla accensione di fuochi e pire, per celebrare il rogo della demone Holika, sorella di Hiranyakashipu.
Il gesto richiama una vicenda della storia del re Hiranyakashipu, che voleva essere venerato come una divinità, cosa che suo figlio Prahlad si rifiutò di fare rimanendo fedele al dio Visnu. Il sovrano chiese dunque a sua sorella, che secondo alcune tradizioni era un demone immune alle fiamme, di uccidere Prahlad tenendolo stretto in una morsa sopra un falò. Ma le preghiere del giovane lo salvarono dal fuoco che invece bruciò Holika.
Durante il secondo giorno, noto come Dhulhendi, le persone passano la giornata gettandosi scherzosamente addosso acqua, colori e pigmenti, cantando e danzando.
Una vera pittura di massa.
L'avvicinarsi della primavera infonde a tutti nuova energia e il consumo di bhang e thandai a base di marijuana ha la sua parte nell'euforia generale. Le persone in festa si riversano nelle strade con buone scorte di gulal (un colorante) e gavettoni e, dalla mattina presto, non hanno pietà per nessuno. La guerra del colore infuria per tutta la mattina, ma a mezzogiorno, puntualmente, scatta il cessate il fuoco. Le strade ritornano stranamente tranquille, mentre le persone si lavano nei fiumi o nelle tinozze. Nel pomeriggio i guerrieri si ristorano mangiando dolcetti e celebrando le glorie della battaglia.
Il ‘Festival dei colori’ ricorda a tutti l’unicità dell’India quale combinazione di popoli e religioni. Pochi Paesi al mondo sono variopinti quanto l’India: con oltre un miliardo di abitanti conta popolazioni indoariane, centroasiatiche, dravidiche, e tamil; l’inglese fa solo da lingua veicolare tra i 18 idiomi ufficiali, come l’indi, il bengali, il tamil e l’urdu, mentre altri 400 idiomi sono stati scientificamente catalogati dagli studiosi. A questo mosaico demografico si aggiunge il prisma delle religioni: culti tribali, induismo, islam, buddismo, sik, cristianesimo cattolico e protestante.


martedì 10 marzo 2009

DALLA NANO A YUNUS

Yunus

Il «banchiere dei poveri» sta progettando con la Volkswagen un auto su misura per i contadini del Bangladesh. Economica e con un motore ecologico in grado di alimentare anche l'irrigazione e produrre elettricità.

È annunciato per il 23 marzo nei concessionari indiani il debutto della Nano, l'auto super-economica della Tata Motors annunciata ormai più di un anno fa. Si tratta dell'auto da 1.700 Euro che si propone di fare da volano al passaggio dell'India dalle due alle quattro ruote . Proprio alla vigilia di questo avvenimento a cui tutta l'Asia guarda con curiosità, una notizia molto interessante è giunta oggi da Muhammad Yunus, l'economista bengalese fondatore della Grameen Bank, la «banca dei poveri», Premio Nobel per la pace 2006. Intervenendo a Milano a una presentazione del suo libro «Un mondo senza povertà» organizzata dalla Fondazione Cariplo insieme alla Fondazione Feltrinelli, Yunus ha infatti annunciato che sta lavorando insieme alla Volskwagen al progetto di una nuova vettura rivoluzionaria pensata su misura per le esigenze dei poveri del Bangladesh.

Il progetto si inserisce nella serie di collaborazioni tra la Grameen Bank e alcune grandi aziende che l'economista bengalese sta lanciando all'insegna dell'idea di «business sociale». Con la Danone, ad esempio - come raccontato nel dettaglio nel libro «Un mondo senza povertà» - Yunus ha creato in Bangladesh la Grameen Danone che vende a prezzi accessibili anche ai poveri un particolare yogurt ad alta capacità nutritiva.

«Anche la Volskwagen - ha spiegato a Milano il Premio Nobel - ci ha espresso la disponibilità a lavorare su un progetto che abbia questa filosofia. Così abbiamo pensato all'idea di una vettura costruita su misura dei contadini dei villaggi del Bangladesh. Dovrà essere, dunque, un auto a basso costo, semplice, ma anche in grado di affrontare strade dissestate. Dovrà poter trasportare indifferentemente persone o merci. Quanto al motore ho chiesto espressamente che sia il più avanzato possibile in termini ecologici, perché lo sviluppo e la tutela dell'ambiente devono poter marciare insieme. Riguardo al motore - però - abbiamo avanzato ai progettisti anche un'altra richiesta: dovrà essere multiscopo. Oltre che per far marciare l'auto, lo si dovrà poter utilizzare per l'irrigazione dei campi o come generatore per l'elettricità. E dovrà essere estraibile, in modo che quando in Bangladesh abbiamo le inondazioni quello diventerà il motore per la barca. Se sono tutti motori - ha commentato Yunus - perché non se ne può costruire uno unico? L'ho chiesto ai progettisti della Volkswagen. E adesso loro ci stanno lavorando».

L'idea dell'incontro tra ricerca tecnologica e responsabilità sociale è uno dei cardini del pensiero di Yunus. «Il punto - spiega l'economista bengalese - è quale tipo di problemi chiediamo alla tecnologia di risolvere. Fino ad oggi le grandi aziende hanno utilizzato i loro centri di ricerca per scoperte al servizio esclusivo del profitto. Queste esperienze, invece, vogliono dimostrare che un altro approccio è possibile».

Durante l'incontro di Milano Muhammad Yunus ha anche annunciato che sta progettando l'apertura di una filiale della Grameen Bank anche in Italia. «Ci stiamo lavorando insieme all'Università di Bologna e all'Unicredit - ha spiegato -. Non sarà una banca vera e propria, con tanto di licenza. Avrà piuttosto la configurazione giuridica di una ong. La sua finalità sarà comunque quella di erogare credito a chi non può accedervi attraverso i canali del sistema bancario tradizionale. E sarà credito che andrà a finanziare l'avvio di piccole attività economiche indipendenti, secondo lo schema del microcredito».

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