Visualizzazione post con etichetta panama. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta panama. Mostra tutti i post

domenica 3 gennaio 2010

LA VOCE DI CHI NON DIMENTICA

Il 20 dicembre, le strade di Città di Panama si sono riempite di manifestanti vestiti a lutto. Il corteo chiedeva la creazione di una commissione sui crimini di guerra avvenuti a partire dall'invasione statunitense del 20 dicembre 1989

clip_image001

Il 20 dicembre le strade di Città di Panama si sono riempite di manifestanti vestiti a lutto. Il corteo è stato organizzato per chiedere la creazione di una commissione capace di far luce sui crimini di guerra avvenuti a partire dall'invasione statunitense del 20 dicembre 1989, che secondo Amnesty International causò numerose violazioni di diritti umani e circa quattromila vittime.

Sono passati vent'anni da quando George Bush (padre) ordinó a ventiseimila soldati statunitensi l'invasione e il bombardamento di questo piccolo stato, decisamente strategico dal punto di vista geopolitico. Panama infatti non solo é attraversata dall'omonimo canale, che permette l'unione dei due oceani senza dover circumnavigare il continente, ma puó essere considerata la porta del "cortile di casa" degli Stati Uniti.

L'operazione Giusta Causa fu ufficialmente intrapresa per catturare il generale Manuel Noriega, accusato di narcotraffico. Noriega, che ottenne la presidenza del paese nell'83 grazie a un colpo di stato appoggiato dalla Cia, presto si trasformò in un ostacolo per i piani statunitensi in America Latina. Secondo Julio Yao, ex diplomatico intervenuto alla commemorazione delle vittime dell'attacco statunitense, la vera ragione dell'invasione fu proprio il cambio di rotta di Noriega: la chiusura della Escuela de las Americas - centro di addestramento per torturatori di dissidenti politici latinoamericani - il rifiuto alla proposta di utilizzare Panama come piattaforma contro il governo sandinista del Nicaragua, le relazioni con paesi che piacevano poco agli Stati Uniti. Con il pretesto della lotta al narcotraffico, gli Stati Uniti bombardarono, invasero e occuparono Panama per due anni, deponendo un presidente scomodo come Noriega e installando al suo posto il servile Endara.

A vent'anni dall'invasione del paese e a soli nove dall'acquisizione totale del controllo sul canale da parte di Panama - stabilito nel 1977 con i trattati Torrijos-Carter - il Nobel per la Pace Barack Obama rispolvera oggi il pretesto della lotta alla droga per ingerire nuovamente nel paese Centroamericano. È il narcotraffico il "nemico interno" da estirpare in America Latina, allo stesso modo del terrorismo islamico in Medio Oriente o della minaccia comunista durante la Guerra Fredda.

Gli Stati Uniti si sono assicurati l'ingerenza sulle forze sicurezza panamensi (oltre che del Messico e degli altri paesi Centroamericani) già a partire della firma del Plan Mérida, che prevede l'invio di finanziamenti e programmi di addestramento. Con le undici "stazioni aeronavali contro il traffico di droga" di cui è stata annunciata la costruzione, l'esercito statunitense potrà godere di una presenza diretta nel paese.
Il Governo conservatore del re dei supermercati Martinelli ha inaugurato il 1° dicembre la prima base militare a Isla Chapera, nel Pacifico, e ha annunciato che entro due anni e mezzo verranno costruite le altre dieci. Le stazioni aeronavali risponderanno al comando "delle forze di sicurezza nazionali, senza nessuna presenza o intervento esterno", ha assicurato la cancellarie panamense, in risposta alle preoccupazioni espresse la settimana scorsa da Hugo Chavez, che ha dichiarato che le basi verranno utilizzate dagli Stati Uniti.
Risulta in effetti difficile pensare che l'Amministrazione Obama possa resistere alla tentazione, che ha stuzzicato i presidenti statunitensi dall'apertura stessa del varco nell'istmo, all'inizio del '900, di controllare Panama e i grandi interessi che si muovono attorno al suo canale.

Fonte

mercoledì 27 maggio 2009

LA LOTTA DEL POPOLO NASO

Nel 1826 Simon Bolivar affermava solennemente che "se il mondo dovesse scegliere una capitale, l'istmo di Panama sarebbe il luogo più adatto a ricoprire questo alto ruolo". A quei il territorio di Panama apparteneva alla Gran Colombia, il grande progetto di integrazione latinoamericana voluto da Bolivar che per soli dieci anni riuscì a riunire sotto un’unica bandiera gli attuali stati di Ecuador, Venezuela e Colombia.
Se potesse vederla adesso però, difficilmente il libertador ne sarebbe così orgoglioso. Capitale di grandi capitali in cerca di porti sicuri e di merci che da tutto il mondo confluiscono nella zona franca del canale facendo perdere le tracce dello sfruttamento umano da cui derivano, Ciudad de Panama è oggi l'emblema di un paese dove ad un tasso tasso di crescita economica fra i più alti dell'America latina corrisponde un drammatico aumento delle diseguaglianze sociali e della criminità.
I grattacieli continuano a spuntare come funghi mentre decine di piani più in basso, fra lo smog e il rombo dei diablos, gli ex scuola bus statunitensi riverniciati con colori sgargianti ed adibiti a mezzi di trasporto, le bande giovanili spopolano, seminando il terrore in buona parte dei quarteri della città.
Ai visitatori stranieri non è concesso molto, se non le visite al canale ed una serie di ristoranti e locali notturni tutti concentrati nella zona alberghiera.
Da qualche anno però le autorità stanno cercando di rivalutare il casco viejo, la parte antica della città, con il restauro di alcuni palazzi dell'età coloniale e l'aiuto di telecamere e poliziotti presenti quasi ad ogni angolo. Una volta raggiunta la cattedrale però, l'attenzione del visitatore, più che dai pannelli informativi per i turista, è rapita da altri pannelli, legati l'uno all'altro attorno al gazebo che campeggia al centro della piazza. Raccontano con foto e testi la storia del popolo Naso.


sosnaso

I Naso sono un gruppo indigeno originario del nord di Panama, vicino alla località di San San, poco distante dalla frontiera con il Costa Rica. Meno conosciuti, numerosi, e strutturati politicamente rispetto ad altri importanti gruppi indigeni panamensi, come i Kuna e gli Embera, non si sono mai visti riconoscere dallo stato nè una propria Comarca (un territorio indigeno dotato di autonomia) nè alcun tipo di aiuto economico.

Pur tormentati dalle inondazioni stagionali e dallo sfruttamento economico delle zone circostanti, che ne ha minato gran parte delle risorse naturali, non hanno rinunciato ad abitare il loro territorio ancestrale, costruendosi da sè le case ed una scuola per i bambini. Questo fino al all'alba del 30 marzo di quest'anno, quando sono stati svegliati dalle ruspe della Ganadera Boca, un grossa impresa di allevamento bestiame, che spalleggiata dai lacrimogeni della polizia li ha costretti ad abbandonare in pochi minuti il loro villaggio. Dopo aver raso al suolo tutte le loro case, la scuola e le piantagioni di frutta, le ruspe hanno seppellito tutto sotto terra, come a negare loro ogni speranza di ricostruzione. Nove bambini sono finiti all'ospedale intossicati dai gas lacrimogeni mentre gli altri, compresi gli adulti, hanno vissuto un trauma che difficilmente potranno dimenticare.

Di colpo, nel giro di pochi minuti, hanno visto distruggere e scomparire sotto terra tutto ciò che avevano con una violenza devastante. Una tragedia che ricorda per molti versi quella vissuta nel nostro Abruzzo, con la differenza che qui la mano è umana, e le ragioni sono quelle del profitto invece che quelle inesplicabili di madre natura.

Oltre duecento persone, tra cui moltissimi bambini, discendenti dei primi abitanti di questo continente, non hanno più una terra nè una casa dove vivere. E' per questo che da oltre un mese 35 di loro hanno raggiunto la capitale e si sono accampati qui, davanti alla piazza del governo. Chiedono di riavere indietro il loro territorio, che per quanto povero e martoriato è il luogo dove hanno sempre vissuto e dove vogliono continuare a vivere. Gli altri Naso hanno eretto un accampamento di fortuna vicino al loro vecchio villaggio, dove rimangono abbandonati a se stessi in una condizione di vera e propria crisi umanitaria.

Le guardie private della Ganadera Boca si sono impadronite dell'unica via di accesso al territorio, da cui non lasciano passare nemmeno i medici o i famigliari che vogliono portare soccorso e viveri a questi nuovi profughi del capitalismo. Più volte, nel mese di aprile, le guardie hanno effettuato incursioni intimidatorie nel nuovo accampamento sparando colpi in aria, fino a quando, con le stesse ruspe, hanno iniziato a distruggere una ad una tutte le nuove capanne. A quel punto i Naso hanno circondato l'ultima capanna, difendendola con una catena umana alla quale hanno partecipato anche bambini e donne in cinta. Nel frattempo gli altri Naso accampati nella capitale occupavano il Ministero della Giustizia, ottenendo la garanzia della fine delle persecuzioni.

Da allora sulla loro situazione si sono pronunciate, con toni estremamente critici nei confronti del governo, sia la defensoria del pueblo, organo istituzionale di garanzia dei diriitti dei cittadini, che diverse organizzazioni internazionali.

Messo alle strette dalle pressioni, e dal timore di uno scandalo appena prima delle elezioni, il Ministro della Giustizia ha presentato ai Naso una proposta di risistemazione in dei prefabbricati distanti dal territorio e dai costumi della loro comunità. Gli indigeni hanno opposto un netto rifiuto, ribadendo che è la Ganadera boca a doversene andare, e presentando un proprio documento, in cui chiedono di accogliere le osservazioni degli organismi di difesa dei diritti umani e di restituire loro quanto gli è stato sottratto violando ogni tipo di procedura legale.

Il Ministero ha preso tempo, e nel frattempo il paese è andato alle urne, consegnando una netta maggioranza al candidato di destra, l'imprenditore di origini italiane Ricardo Martinelli. Oggi sono in pochi, tra gli osservatori di questo conflitto taciuto dai media ed ignorato da una sinistra troppo preoccupata a cercare di mascherare cinque anni di fallimentare gestione del paese, a sperare che questo nuovo governo possa dare una soluzione al dramma dei Naso. Loro però non si arrendono, e portano avanti il presidio davanti a quello che vorrebbe essere il fiore all'occhiello di un paese che sa offrire benessere e libertà solo per pochi.

Nè si perde d'animo il loro anziano leader spirituale, il Rey. "Continueremo a resistere - mi dice- perchè siamo come certe piante della giungla, puoi tagliarle e tagliarle ma non riuscirai mai ad estirparne la radice".
Antonio Laforgia

UNA LEZIONE DA IMPARARE




LinkWithin

Blog Widget by LinkWithin