Visualizzazione post con etichetta europa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta europa. Mostra tutti i post

martedì 24 luglio 2012

EURO-CRAC: COME PER LA MAFIA SEGUITE I SOLDI E CAPIRETE TUTTO

  clip_image003
DI COLIN WARD e CRITICAL MESS

dagospia.com


Che senso ha l'interminabile teatrino di summit e dichiarazioni sull'Eurozona da parte dei cosiddetti governanti? Soprattutto, è davvero un teatrino? Ma davvero i famosi mercati, ai quali in passato è stato scioccamente affidato il ruolo di "misura di tutte le cose", approfittano delle lentezze e delle divisioni politiche per piazzare i loro colpi miliardari? clip_image001
A guardare anche solo i dati ufficiali dei capitali depositati presso la Bce, si capisce che non c'è nessun teatrino. Come per le indagini di mafia, seguite il movimento dei soldi e capirete tutto.
Oggi ci aiuta molto bene la Repubblica degli Illuminati: "Capitali in fuga verso Berlino. Da Madrid 70 miliardi ogni mese, ma l'Italia frena l'emorragia". Al di là del titolo (parzialmente) tranquillizzante per l'Italia, nel pezzo di Maurizio Ricci è spiegato benissimo chi vince e chi perde al giochetto delle euro-supposte. "Il rumore, dice qualche operatore, è quello di un gigantesco risucchio. (...) La fuga di capitali riguarda tutti i paesi deboli, Italia compresa, ma nelle ultime settimane ha assunto un ritmo esasperato in Spagna. Secondo alcune stime, fra marzo e oggi, l'emorragia di euro che sta fiaccando Madrid ha raggiunto i 70 miliardi al mese. Gli analisti di una grande banca come Credit Suisse valutano che, se proseguisse per tutto il 2012, raggiungerebbe i 500 milioni di euro" (In realtà 500 miliardi di euro, nota CdC ). Insomma, metà del Pil spagnolo migrerebbe all'estero.
E dove vanno tutti questi denari? A Santo Domingo insieme a quelli di Dell'Utri? Ancora un po' di pazienza. Il fenomeno spagnolo si replica anche da noi: "Da marzo, 47 miliardi di euro in titoli a medio e lungo termine sono svaniti oltre frontiera. In realtà, nelle ultime settimane, la situazione si è stabilizzata e il deflusso dei capitali, notano gli analisti della banca svizzera, è molto rallentato, mentre si avvitava la crisi spagnola". Bene, la principale destinazione non sono i paradisi fiscali, ma la Germania. "Dallo scorso autunno la Bundesbank ha accumulato un enorme attivo, a cui fanno da contraltare il boom dei passivi contabili della Banca di Spagna e di quella dI'Italia".
Seguono le cifre dei rapporti fra le banche dei singoli paesi, con la conferma che "i capitali fuggono dall'Italia e dalla Spagna verso la Germania e lì si fermano, senza più tornare indietro, sotto forma di prestiti bancari". Le banche italiane hanno 281 miliardi di prestiti e 12 miliardi di depositi presso la Bce. Le banche tedesche hanno preso 80 miliardi di prestiti e hanno accumulato 275 miliardi in deposito.
Ecco il risucchio dei soldi da Nord a Sud. Ecco che succede nei forzieri delle banche mentre la Merkel dice di no a tutto. A questo punto bisognerebbe saperne cogliere le conseguenze politiche. O almeno farsi qualche domanda. I tagli al bilancio pubblico e l'imposizione di sempre nuove tasse sono per caso uno stimolo alla fuga dei capitali? E i vari Draghi e Rigor Montis, insieme alle parole d'ordine come "spread", "sobrietà" e "spending review", sono per caso quelli che ti tengono fermo o ti distraggono mentre operano i manolesta?
Se il punto vero è questo, ovvero il risucchio della ricchezza di intere nazioni, non meritava di essere nascosta in un trafiletto nelle pagine economiche questa notizia: "Nel primo semestre del 2012 gli italiani hanno comprato più case all'estero che in Italia" (Corriere, p. 27). A fine anno, gli italiani che avranno preso casa oltrefrontiera saranno 40 mila. Sempre in testa Londra, pur costosa, per le migliori condizioni fiscali.
In attesa dell'agguato finale di agosto, titoloni sulla Spagna, in modo da preparare il campo a nuovi "sacrifici". La Repubblica degli Illuminati sempre in prima linea nella nobile semina: "Spagna nell'abisso. ‘Finiti i soldi, siamo al crac" (p.1). "Schauble: a rischio altri Paesi. Grilli: noi con le carte in regola" (p. 3).
Sarà, ma intanto abbiamo altro di cui vantarsi: "Tasse, l'Italia prima al mondo. Pressione al 55%. La Confcommercio: battiamo il Nord Europa" (Stampa, p. 1). Protesta a tutta prima perfino il Messaggero di Calta-riccone: "In Italia il record di tasse". Ancora terrorismo dal Giornale: "L'ultimo regalo della Merkel: è in arrivo una patrimoniale. L'ipotesi tedesca per i Paesi con debito alto è un prelievo forzoso sopra i 250 mila euro" (p. 29).
...
Colin Ward e Critical Mass
Fonte: http://www.dagospia.com/
Link: dagospia Fonte

giovedì 21 giugno 2012

G20: IL PIATTO PIANGE

Divisione tra USA ed Entità Europea, e tra questi e il BRICS - Emergenti esigono cambio statuto del FMI o non caciano un euro


Madame Lagarde aveva chiesto 600 miliardi di euro per una ricapitalizzazione emegenziale del FMI, gliene hanno promessi solo 456.Pochini, quando si pensa che per tamponare l'emoraggia spagnola ce ne sono voluti ben 10. Pochissimi, per chi ricorda che alla fine del 2011 hanno regalato ai banchieri europei un miliarduccio a fondo perduto. Senza risolvere nulla, solo per guadagnare un pò di tempo, ma non spazio di manovra. 200, ossia quasi la metà, proverrà dalle tasche dei cittadini europei. 60 miliardi lo sborseranno i giapponesi. Appena 75 dovrebbe arrivare dal BRICS *, di cui 43 la Cina e 10 a testa la Russia e l'India. Il Messico elargirà altri 10 miliardi. Non è dato sapere quanto sborseranno gli Stati Uniti? Tutte le accuse di Obama per attribuire la paternità del crack in corso unicamente all'Entità Europea, fa pensare che Washington non scucirà nulla.
Il G20 ha partorito un topolino, utile per arrivare fino ad ottobre. Obama andrà alle elezioni in condizioni presentabili, ma poi c'è da cambiare lo statuto del FMI.

clip_image001
Il blocco dei Paesi emergenti non accetta più che sia un feudo "occidentale", ed esborserà i 75 miliardi dopo che l'avranno fatto USA ed europei, e dopo che avranno eseguito i "contributi" decisi ad aprile scorso. Per ottobre dovrà essere riformato lo statuto del FMI, altrimenti il BRICS non sarà disponibile a capitalizzare un'istituzione in cui non è rappresentata nel vertice direttivo, e che destina i fondi comuni alla grande banca privata "occidentale" ed alle privatizazioni. Perchè il FMI non è una semplice banca che fissa un tasso ai prestiti. No, è un organismo che pianifica e modella le economie e le finanze delle nazioni, al di fuori di ogni controllo.
Il G20 ha mostrato la frattura esistente tra USA ed  Europa, e tra questi e il blocco delle economie emergenti, che hanno conservato un ruolo definitorio per lo Stato, posseggono una banca centrale autorevole ed autonoma, che governa una moneta nazionale, da cui deriva un modello funzionale di economia mista. I nodi stanno venendo al pettine. Il  FMI è una creatura dell'egemonismo USA, datata e con ostioporosi, ma il mondo non è più quello del 1945 ed i rapporti di forza sono profondamente cambiati. A sfavore dei Paesi industrializzati, oggi altamente indebitati.
Non c'è nessuna ricetta salvifica, navigano a vista, con scadenza e verifiche trimestrali. Alla conferenza Rio+20, la presidente brasiliana Dilma Russef ha scandito "..un Paese non  esce dalla crisi, ma ci sprofonda, se continua con i tagli di bilancio e smette di fare investimenti".
Un dato è certo: l'Italia dovrà dare dai 20 ai 30 miliardi, dove li prenderà?
Fonte

lunedì 28 marzo 2011

LE MANI SUL NORD AFRICA

«Alimentare i conflitti, “balcanizzare” il territorio, lasciare rovine, frammentazioni etniche e sociali, affidarsi a emergenze umanitarie… Tutto ciò consente agli squali di abbuffarsi copiosamente». 


clip_image001
Tale è la confusione sotto il cielo del Mediterraneo che ogni valutazione è un azzardo. Ed è in tempi di sbandamenti come questi che anche il vocabolario perde la bussola. Non scorre neanche più un brivido nella mano, quando si abusa dell'ossimoro più ingombrante: "la pace armata". O quando si definisce come "politica di pace" quella delle cannoniere e dei Tornado.
E i civili sotto le bombe del despota? Dovevamo ignorare il loro grido di dolore e le loro richieste di aiuto? Ma il paradosso dei paradossi, che anche i più "volenterosi" nel sostenere l'attacco alla Libia del tiranno Gheddafi non riescono a sciogliere, è che si è voluto impedire il massacro di civili attraverso massacri di altri civili. Un circolo vizioso da cui non si esce. Perché sono le premesse a essere fragili.
Per raccontare quello che sta accadendo in Libia e nel Maghreb, si è inflazionato il termine "alba". "Alba della democrazia", per descrivere i collassi dei regimi tunisino ed egiziano. "Alba dell'Odissea", per battezzare l'operazione militare contro Gheddafi. Brutta immagine, questa seconda. Ma forse spietatamente sincera. Odissea, per indicare un viaggio lunghissimo, pieno di rischi; alba, per dire che siamo solo all'inizio e che nessuno sa quanto lontana ancora sia la Itaca di pace.
E se fossimo, invece, ancora nel cuore della notte? Se il film che si gira non fosse una "prima", ma il solito remake? In fondo, quello innescato a Tripoli è un meccanismo della storia che si ripete in modo ossessivo. Sempre uguale a sé stesso.
Si armano i regimi, grazie all'afflusso dei capitali globali di paesi assettati di risorse. Si firmano accordi economici che avvantaggiano le élite, trascurando le disuguaglianze sempre più marcate che gli stessi accordi generano. Si ignorano le tensioni sociali, economiche, politiche e ambientali prodotte nei paesi più deboli dai patti vergati dai regimi con le nazioni ricche. E quando le tensioni arrivano al punto di rottura, o quando esplodono del tutto, si interviene con le bombe. I regimi, contro la propria popolazione. Gli ex "amici", contro il dittatore e a favore dei civili. I quali, comunque vada, restano sotto le macerie, uniche vere vittime.
Alimentare i conflitti, "balcanizzare" il territorio, lasciare rovine, frammentazioni etniche e sociali, affidarsi a emergenze umanitarie... Tutto ciò consente agli squali di abbuffarsi copiosamente. Nascono nuovi affari. Perché, nel caos, è più facile costruire nuovi equilibri. Fino a quando riemerge un altro rais, con il quale stringere altri patti. E la giostra ricomincia. Fino alla bomba successiva. E alla selva di nuovi commenti scandalizzati.
Lo chiamano "sano realismo". Che, per le diplomazie di mezzo mondo, significa solo badare al proprio business. Dobbiamo accettare passivamente di far parte di questo teatrino dei burattini?
La verità è che la crisi libica, come molte altre crisi in giro per il mondo, non lascia spazio a soluzioni soddisfacenti. I rimedi non sono facili. Ma ciò che è apparso evidente a molti, da subito, è che quell'intervento militare occidentale non aveva solo una natura umanitaria. Velava ambizioni egemoniche e il desiderio di mettere le mani sulle risorse energetiche e strategiche dell'area. E di ripristinare una certa influenza in Africa. Per Sarkozy, il vero motore mobile dell'azione guerriera occidentale, si è trattato di restituire alla Francia una posizione di leadership nel Mediterraneo e nell'Africa Centrale. Per Washington, con il battesimo di fuoco di Africom - il comando per le operazioni statunitensi nel continente - di lanciare un messaggio alla Cina, l'altro grande competitor in terra africana.
Siamo ancora in una visione geopolitica statica, perché mira all'autoconservazione dei rapporti di forza già scritti. Contrastati dall'Unione africana (Ua) e da diversi presidenti del continente, i quali temono che un'ingerenza militare occidentale possa tradursi in una presenza di lungo periodo nell'area. Un riposizionamento delle grandi potenze coloniali in Africa.
Tuttavia, anche qui la confusione è massima. E numerose le gimcane etiche. Il lamento postumo dell'Ua, ad esempio, è compatibile con il silenzio che ha accompagnato le rivolte libiche e la repressione gheddafiana? La voce dell'Ua è da sempre molto flebile. Soprattutto quando si tratta di criticare o condannare chi la foraggia. Libia, Angola, Nigeria, Egitto e Sudafrica finanziano il 75% del bilancio dell'Unione africana. Non solo. I dittatori e gli autocrati che governano quell'istituzione potranno mai condannare un loro simile? Il quietismo tirannico che regna nelle stanze di Addis Abeba è l'humus ideale dove può crescere il nuovo colonialismo occidentale o asiatico.
Se Francia, Inghilterra, Usa, Israele, Cina, Brasile... possono fare la voce grossa nel continente e muoversi militarmente, è perché trovano le porte spalancate. Un neocolonialismo che denuda la fragilità delle istituzioni africane, infervorate a gridare "No, all'invasore". E silenti nel condannare i despoti.
Fonte

venerdì 24 luglio 2009

SALVARE L'AFRICA PUÒ ESSERE UN BUON AFFARE PER IL MERCATO

Prendete una carta geografica sulla quale siano rappresentate l’Europa e l’Africa e rovesciatela. Con l’Africa in alto e l’Europa in basso, i due continenti acquistano un profilo assai poco familiare: la sterminata massa africana sembra quasi schiacciare un’Europa striminzita. Questo rovesciamento non è una stranezza ma il tentativo di uscire dalla nostra gabbia concettuale che, quasi «naturalmente», colloca l’Europa in alto e l’Africa in basso.


centreeurope11


Con la carta girata così, è più facile rendersi conto di che cosa significa che gli africani siano circa novecento milioni e diventeranno quasi due miliardi nel giro di qualche decennio, mentre gli europei rimarranno all’incirca cinquecento milioni. A questo punto non è neppure necessario un (auspicabilissimo) senso di solidarietà umana per concludere che non è nell’interesse dell’Europa ignorare un vicino di casa così grosso, così giovane, così privo di tutto. Se agli africani viene negata la prospettiva di raggiungere un livello di vita ragionevole, la «fortezza Europa» con la sua vecchia popolazione e la sua antica ricchezza non può resistere all’onda d’urto di un’Africa giovane, povera e disperata. Molti lettori saranno sicuramente d’accordo ma si chiederanno che cosa è possibile fare. Il pensiero economico dell’ultimo mezzo secolo ha messo a punto due ricette, spesso considerate, probabilmente a torto, alternative.
La prima va sotto il nome di «trade» (commercio), la seconda sotto il nome di «aid» (aiuto). La ricetta commerciale richiede l’abolizione delle barriere doganali e in questo Europa e Stati Uniti hanno mostrato una buona dose d’ipocrisia. Apparentemente il commercio internazionale è molto più libero perché i dazi doganali sono diminuiti; i dazi, però, sono spesso stati sostituiti da altre, forse più impenetrabili, barriere, in particolare da sussidi ai produttori. Il sussidio americano a circa 150 mila coltivatori di cotone consente a questi ultimi di praticare, a spese dei contribuenti, prezzi così bassi da mettere fuori mercato, e, in pratica, condannare alla povertà, milioni di produttori africani di cotone. Ancora: è molto facile per gli africani vendere in Europa e in America il loro caffè verde e il loro cacao, assai meno facile – per una serie di dazi specifici e di normative tecniche – vendere il caffè tostato e il cioccolato. L’apertura commerciale ai Paesi poveri ha un costo per l’agricoltura dei Paesi ricchi. Se importati liberamente, vino sudafricano, riso egiziano e olio d’oliva magrebino, a esempio, con i loro bassi prezzi riducono lo spazio per gli analoghi prodotti dell’agricoltura europea. Gli agricoltori europei vanno sostenuti non perché possano abbassare i prezzi ma perché diversifichino la loro produzione. Nel lungo periodo, gli africani, diventati meno poveri, «ripagheranno» acquistando una maggiore quantità di prodotti europei. Anche la seconda ricetta, quella degli aiuti, dev’essere aggiornata. Troppo spesso europei e americani sono andati in Africa pensando di di avere in tasca la formula sicura della crescita economica. Questa forma di colonialismo culturale ha fatto soprattutto disastri ed è necessaria un’iniezione d’umiltà: abbiamo relativamente poco da insegnare e molto da imparare assieme agli africani. Occorre quindi un «mix» di nuove aperture commerciali e nuove forme di aiuti. Se l’Africa raggiungerà così un ragionevole livello di benessere, gli imprenditori e i consumatori africani non saranno semplicemente la copia degli europei o degli americani.
Come mostrano le esperienze della Cina e dell’India, daranno origine a varianti autonome del sistema attuale. Aspettiamoci perciò una variante africana che potrebbe essere legata a una particolare dimensione familiare anziché all’individualismo esasperato. Come ha scritto Visay Mahajan, professore di Business all’Università del Texas in Africa Rising, un libro che finalmente fornisce una visione positiva di questo continente, l’Africa è ben di più di un’occasione per aiuti umanitari, è un’opportunità di mercato. Ma il mercato globale con novecento milioni di africani in più sarà un mercato diverso da quello di oggi e – possiamo sommessamente sperare – anche un mercato migliore.
mario.deaglio@unito.it


MARIO DEAGLIO

mercoledì 15 luglio 2009

LA FAME È UN PRODOTTO

FAME nasce dove gli interessi economici delle multinazionali incontrano la connivenza dei governi.

fame

FAME è il prodotto più diffuso sulle tavole del Sud del mondo.
Distribuito con puntualità a più di un miliardo di persone, dal Bangladesh alla Sierra Leone, dal Brasile all’Afghanistan, FAME è ideale in qualsiasi momento della giornata.
I suoi ingredienti sono selezionati con cura per NON soddisfare il fabbisogno nutrizionale di grandi e piccini, garantendo il giusto apporto di ingiustizia e violazione di diritti. Nel suo pratico formato, FAME ti accompagnerà ovunque: a casa, al lavoro, a scuola e con gli amici.

fame zimbabwe

Nel nord del mondo, invece, il popolo dei consumatori non conosce questo prodotto, a parte alcune realtà marginali che si cerca in tutti i modi di rendere invisibili. Tutti noi, trasformati dal Dio mercato da cittadini a consumatori, raggiungiamo l’apice della felicità solo se consumiamo il più possibile, senza renderci conto dei danni che provochiamo. Abbiamo continuamente bisogno di questo e di quello, di tutto ciò che ci fanno anche fugacemente vedere, siamo consumatori con gli occhi ancor prima che con la bocca o con le mani o con le orecchie, fagocitiamo tutto con una voracità degna degli squali.

Per quello che concerne il prodotto FAME l'opinione pubblica italiana e occidentale è stata disturbata da qualche titolo di giornale o da qualche immagine in tivù solo per un giorno. Dopodiché, tutto è tornato alla normalità. Che nei casi più alti significa che ciascuno pensa alla crisi sua, si accontenta di «aiutare i poveri a casa loro», e magari si ritaglia qualche momento di solidarietà allungando un euro a un'organizzazione umanitaria. Ma di sicuro c'è anche chi pensa - in piena coerenza con la lettura terrorizzante e terroristica delle migrazioni, che va per la maggiore - che questi morti di fame, loro almeno non avranno la forza di spostarsi dai loro paesi e, quindi, non verranno a bussare alle nostre porte.

Pertanto, non fa scandalo se la Fao, organizzazione Onu per l'alimentazione e l'agricoltura, stima (con una nota del 19 giugno) che gli affamati sono oggi 1 miliardo e 20 milioni, cioè un sesto della popolazione mondiale, e che sono 100 milioni in più rispetto al 2008, per via dell'intrecciarsi, in molti paesi in via di sviluppo, della recessione economica mondiale con gli alti prezzi dei beni alimentari.

E l'Italia? Sta andando in senso opposto e tagliando senza posa i fondi della cooperazione internazionale. Chi ci governa non ha dubbi: che li si aiutino o meno, il cittadino italiano si disinteressa dei morti di fame.

Pe quelli che ancora hanno un po’ di coscienza, state tranquilli, ci ha pensato il G8, che con grande risalto ha dato i suoi frutti agli aiuti per l’Africa: venti miliardi di dollari (pari a circa 14,4 miliardi di euro) , cioè

43 CENTESIMI AL MESE.

È questa la cifra stanziata per ogni africano .

In rapporto ai 920 milioni di abitanti del continente nero, ammesso che quei soldi siano reali e arrivino solo lì, significano 21,7 dollari per ogni africano in tre anni. Cioè, come dicevamo, 5 euro e 18 cent l'anno a persona, quindi 43 centesimi al mese.

g-8_strozzino

Cosa ci viene ripetuto da sempre: che bisogna smettere di regalare ai miserabili un pesce perché è meglio dargli una canna e insegnar loro a pescare? Bene: con quei soldi un africano può comprare, una volta l'anno, si e no un amo e due metri di filo. La canna e i vermi deve procurarseli da sé. Dopodiché, s'intende, gli resterà solo il problema dell'acqua.

domenica 12 luglio 2009

RISULTANZE FINALI DEL G8

Dice il segretario generale dell'Onu, Ban Ki Moon che "si è persa un'occasione unica". Non solo anche quel poco che è stato messo per scritto non è condiviso da paesi come la Cina. Altri capi di governo da quello del Brasile a quello dell'India, dicono a chiare lettere che i primi responsabili della crisi ambientale sono i paesi più industrializzati che hanno sfruttato ogni risorsa per il "loro" sviluppo a danno di tutti gli altri.

Berlusconi, il padrone di casa, fa dire ai suoi telegiornali e ai suoi giornali che meglio di così non poteva non solo per quanto riguarda il profilo organizzativo ma per i contenuti, i risultati dei lavori, sempre pranzo e cena compresi. Poco dopo presentando il significato del nuovo scenario dei "G" che da otto partecipanti passeranno a dodici, sottolinea che con la nuova composizione si potranno prendere quelle decisioni che oggi sono impossibili. Ricorda infatti che il "G 14" rappresenta l'80% dell'economia mondiale. Che ci resta allora di questa " due giorni" aquilana? A ben vedere solo la "scampagnata" delle ladies, le mogli dei capi di governo che in compagnia di due ministre come la Carfagna e la Gelmini, sono andate a visitare le macerie. Loro hanno deliziato i media i quali, a fronte dell'inutilità di questo " G" , si sono buttati a tuffo sulla brigata femminile capitanata da Michelle Obama. Le consorti dei capi di governo di Gran Bretagna, Canada, Giappone, India, Sudafrica, Messico, Svezia, Nigeria, si sono commosse, hanno pensato ai bambini, alla loro difficile situazione.


carfagnagelmi

Sono stata rassicurate dalle due ministre. Non gli manca niente, tutto bene. C'è mancato dicessero, come una volta ha detto Berlusconi, che erano in vacanza. Si è evitato un reale rapporto con le donne aquilane, le " Fast Ladies" che hanno gridato alle signore: " Venite nelle tende , le donne abruzzesi vi aspettano in mutande". Ed ancora: "Passeggiate in centro per le signore, per le donne aquilane tende e cemento". Le signore si sono ben guardate dall'entrare in qualche tenda. Il protocollo berlusconiano non lo prevedeva. Sarebbe stata una violazione della privacy si sussurra abbia fatto sapere il cavaliere.

sabato 11 luglio 2009

LA SOLITA MINESTRA

Una giornata intera dedicata all'Africa, partecipazione delle 5 potenze emergenti del G5 già dalla seconda giornata del vertice, sicurezza alimentare e clima tra i temi del summit: le premesse perché il G8 dell'Aquila si rivelasse migliore di quelli precedenti c'erano. Ma le aspettative sono rimaste puntualmente disattese: gli impegni che i grandi hanno preso o confermato mancano di concretezza, di calendari, di assunzioni precise di responsabilità.


Quando arrivano gli aiuti?

Al vertice di Gleaneagles, nel 2005, il G8 aveva deciso di raddoppiare gli aiuti entro il 2010, ma l'aumento non ha rispettato la tabella di marcia prevista (versati solo un quarto deigli aiuti promessi, secondo l'Onu e l'Ua), e all'Aquila gli 8 capi di stato non sono riusciti a fare niente di meglio che confermare le loro intenzioni. Senza specificare un calendario, e senza considerare che nel frattempo la crisi economica è andata ulteriormente a pesare sulla già difficili condizioni dei paesi impoveriti.
Stessa considerazione sul contributo per garantire la sicurezza alimentare, che come ha annunciato il presidente Obama ammonta a 20 miliardi di dollari nei prossimi 3 anni: non c'è un piano concreto per l'esborso degli aiuti, non è chiaro quanto verrà mobilitato ogni anno né chi sborserà e quanto. Non è chiaro nemmeno se queste risorse saranno davvero addizionali rispetto ai contributi per la cooperazione già promessi.

25441720

Rimandato!

A dispetto delle grandi dichiarazioni sull'accordo raggiunto sul clima, la reticenza della Cina ha imposto di rimandare la conclusione al prossimo vertice di Copenaghen. Quello raggiunto all'Aquila è un risultato ritenuto "insufficiente" perfino dal Segretario genarale dell'Onu, Ban Ki Moon, che ha annunciato un vertice globale sui cambiamenti climatici il 22 settembre al palazzo di vetro di New York e ha sottolineato che nelle dichiarazioni del G8 non si faccia alcun riferimento agli obiettivi di medio-termine sulla riduzione di emissioni.

Sul Wto e il processo di Doha, bloccato da ormai un anno, il G8 si è espresso con il solito augurio: che i negoziati si sblocchino presto. Ma nello stesso documento in cui si afferma la centralità del Wto e l'importanza delle politiche di liberalizzazione, si sottolinea anche la necessità di sostenere le economia locali e l'agricoltura rurale in primis. Un atteggiamento contraddittorio criticato dalla società civile e da molte ong.

Anche la sbandierata partnership sull'acqua manca di sostanza: la bella intenzione di migliorare l'accesso all'acqua e l'igiene, attraverso il sostegno alle infrastrutture nei paesi africani manca di obiettivi concreti: tutto rimandato alla settimana africana dell'acqua, che dovrebbe tenersi in Sudafrica in novembre. Ma poi chi comunicherà quanto deciso in Sudafrica ai grandi 8?

Piccoli segnali, non senza scetticismo

La promessa di un "codice di buona condotta" che regoli e fermi l'acquisto dei terreni agricoli in Africa da parte di multinazionali straniere e altri governi, è un'iniziativa che ha sorpreso e che è stata salutato con interesse. Una bella iniziativa che però manca di concretezza e prospettive.

La proposta tutta italiana di detassare le rimesse degli immigrati è un'altra delle proposte presenti nel testo conclusivo del vertice. Che si dovrà però tradurre poi in ogni singolo ordinamento dei vari paesi meta di immigrazione, e che si basa quindi sull'iniziativa dei governi.

Di certo la presenza di questi temi in agenda è un primo risultato, quanto meno politico. Come politico è il successo di una partecipazione così vasta di altri paesi al vertice, oltre a quelli del G8. Nei documenti stessi licenziati dal summit sono molti i riferimenti al G20 o al G14 come sedi di decisioni. Il coinvolgimento vero di altre voci che non siano quella delle 8 grandi potenze, deve però ancora arrivare.

LinkWithin

Blog Widget by LinkWithin