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venerdì 31 gennaio 2014

IL VOLTO NERO DELLA REPUBBLICA DOMINICANA

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[Il seguente articolo è stato pubblicato sulla rivista cartacea In Dialogo del dicembre 2013, numero 102] di Raúl Zecca Castel da Carmilla
Repubblica Dominicana: dove il mare è sempre vicino e le montagne non sono mai lontane. Così recita uno dei tanti slogan pubblicitari del paese rivolto al turismo internazionale, sempre più avido di bellezze esotiche a patto che queste non implichino troppa fatica. Ma oltre le immagini da cartolina che ricoprono i pieghevoli delle agenzie di viaggio di tutto il mondo, quelle immagini così seducenti e incantevoli che ritraggono la prima città del Mondo Nuovo, Santo Domingo, del suo antico centro coloniale, così come delle innumerevoli spiagge di sabbia bianca e finissima che si stendono per chilometri a baciar le acque cristalline e sempre tiepide del mar dei Caraibi, al di là del volto più attraente e conciliante della sua natura selvaggia e incontaminata, al di là di tutto ciò, esiste una realtà ben diversa, tanto ignota quanto drammatica. È il volto scuro dell’entroterra, delle sterminate piantagioni di canna da zucchero che si perdono a vista d’occhio, dei bateyes, piccoli agglomerati di baracche dispersi tra i campi, creati per ospitare i lavoratori durante la stagione del raccolto e diventati, con il passare del tempo, vere e proprie comunità invisibili, baluardi della povertà e dell’emarginazione; è il volto scuro, anzi nero, dei braccianti haitiani; perché a vivere in queste terre di nessuno e a svolgere questo lavoro incredibilmente duro e pericoloso sono loro, i migranti haitiani, scappati a migliaia dalla miseria del paese più povero e sventurato del continente americano con la speranza di trovare oltre frontiera un modo per sopravvivere e mantenere famiglie spesso troppo numerose.
Tragedia umana che ogni anno si rinnova, mietendo con altrettanta regolarità i sogni di riscatto di quanti si trovano presto a fare i conti con una vita di stenti, fatica e tanta solitudine. Senza documenti e con un salario che a malapena permette loro di procurarsi un pasto giornaliero, la maggior parte dei lavoratori finisce per trascorrere la propria vita qui, lontano dall’affetto di cari che non rivedranno mai più.
In seguito al picco di produzione degli anni ’70 e ’80 il mercato internazionale dello zucchero subì un vero e proprio collasso economico. La Repubblica Dominicana, che assieme a Cuba ne rappresentava il principale paese esportatore, da una media annuale che superava il milione di tonnellate si ridusse a produrne meno di 300 mila. La grave crisi cui dovette far fronte il Consejo Estatal del Azùcar (CEA) si risolse in pochi anni con la decisione affittare la quasi totalità delle piantagioni e i rispettivi zuccherifici statali a diversi investitori privati, perlopiù a capitale straniero.

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Tra questi si distinse in modo particolare la compagnia guatemalteca Campollo, che dopo essersi aggiudicata il maggior numero di terre, strinse un proficuo accordo commerciale con il gruppo Vicini, famiglia di origini italiane tra le più ricche e potenti del Paese, con interessi economici in svariati settori, dal turismo alla finanza, dal mercato immobiliare ai media, oltre che nell’industria dello zucchero, di cui possiede la più grande e antica fabbrica di raffinamento, l’Ingenio Cristobal Colòn,  attivo sin dal 1921. Ciò che ne risultò fu a tutti gli effetti una situazione di monopolio oligarchico e, a pagarne letteralmente il prezzo, come prevedibile, furono i braccianti haitiani.
Molti di questi, dato il calo di lavoro – e di salario -, abbandonarono le piantagioni di canna per stabilirsi nei vicini centri urbani, cercando di che vivere nel lavoro informale, vendendo prodotti d’artigianato o frutta di stagione da loro stessi raccolta, e approfittando del crescente turismo. Molti altri, invece, rimasero neibateyes, perché, nonostante tutto, un po’ di lavoro c’era, o perché lì avevano messo su famiglia, o ancora perché non disponevano nemmeno del denaro sufficiente per pagarsi il viaggio per andarsene, o perché la speranza di trovare una vita migliore era già stata tradita una volta e non avevano più la forza per crederci di nuovo, o, molto spesso, per tutti questi motivi insieme. Così sono migliaia gli haitiani che ancora popolano i tantibateyes dispersi tra le immense piantagioni di zucchero, dove lavorano più di dieci ore al giorno, tagliando anche 3-4 tonnellate di canna per l’equivalente di pochi dollari, appena sufficienti per una ciotola di riso e una manciata di fagioli, quanto basta per tirare avanti un altro giorno.
Senza più sogni, le notti scorrono veloci dentro i barracones, vere e proprie baracche in legno, lamiera o cemento, composte da una serie di stanze singole, spesso prive di finestre, il cui unico arredamento consiste di quanti più letti a castello possono starci. Ma non di rado ci si accontenta anche di un semplice materasso in gommapiuma steso sul pavimento. Dormono fino a 7-8 braccianti in un ambiente che spesso non raggiunge i 10 metri quadrati, senza luce elettrica, acqua corrente e gabinetto, in condizioni igienico-sanitarie indescrivibili. Qui le giornate iniziano presto, ben prima del canto del gallo.
“Ci svegliamo alle 4 del mattino”, mi spiegano, “alle 5 passa il pullman della compagnia a prenderci e alle 6 stiamo già tagliando la canna”. Il lavoro si protrae anche per 12 ore, sotto il sole cocente così come sotto i frequenti temporali che abbondano con l’inizio della stagione delle piogge. Sono passati solo pochi giorni da quando un fulmine ha carbonizzato un lavoratore haitiano di 54 anni, colpito in pieno mentre stava tagliando canna con il suo machete. Tutti continuano a ripetermi che è un lavoro duro, sfiancante e pericoloso”.

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“Ci vedi partire belli dritti la mattina e quando si fanno le 9 o le 10 siamo già tutti tremolanti…perché partiamo digiuni, senza far colazione e senza dietro niente da mangiare…è il diavolo stesso che ci ha portati qui!”, si sfoga Pedro, che incalza: “tutto questo è una schifezza! Quando finirà la schiavitù in questo paese? Qui c’è la schiavitù ancora…con una parvenza democratica…ma quale maledetta democrazia soffrendo la fame della storia?…Democrazia con fame? Democrazia con miseria? Democrazia con tutti i problemi del mondo? Se non cambia niente qui succederà qualcosa…non lo voglio io, non lo vogliono loro, non lo vuole nessuno…ma qui stanno provocando…perché non si sopporta più! Bisogna pagare il lavoratore, perché per il milionario e per l’alto funzionario qui c’è denaro! È per noi che non c’è! Siamo noi che facciamo il lavoro duro nei campi, nella canna! Siamo noi! Non sono loro a sudare! Siamo noi che alle 4 del mattino siamo già in piedi…e che non possiamo vedere nemmeno il rendimento del nostro lavoro?! Che altri vengano a beneficiarsi del sudore della nostra fronte?! È una vergogna!”. “Stanno abusando di noi lavoratori”, aggiunge un ragazzo. E come dargli torto? Stremati dalla fatica, dal caldo e dalla fame, quando la sera i braccianti rientrano al batey, tutto quel che hanno guadagnato finisce direttamente al negozio degli alimentari, dove alcuni addirittura si indebitano.
Il sistema di retribuzione del consorzio Campollo-Vicini infatti è alquanto curioso. Ufficialmente i lavoratori vengono pagati per tonnellata di canna tagliata, ma il prezzo non è chiaro a nessuno. Alcuni dicono che per quella quantità ricevono 135 pesos (2,35 euro), eppure altri sostengono che ne ricevono 125, ed altri ancora solo 110. Infine, qualcuno assicura che sono 100 i pesos pagati per tonnellata. La verità, come confessano rassegnati tanti altri, è che non si sa: “Nessuno lo sa…nessuno…quando arriva il sabato…andiamo al Centro Paga e quello che ci danno prendiamo…”.
Centro Paga, Batey Nuevo, Quisqueya. A intervalli regolari di circa 20-30 minuti decine di braccianti haitiani vengono fatti scendere dagli autobus dell’impresa all’interno dell’area recintata in cui si trova la piccola costruzione in cemento adibita ai pagamenti, ben protetta da alcuni agenti di polizia e sicurezza privata. Grazie alle conoscenze del mio accompagnatore, un colonnello di guardia mi concede il permesso di entrare, così senza perdere altro tempo comincio a scattare qualche fotografia. Intanto, i lavoratori che si apprestano a ricevere il frutto delle ultime due settimane di lavoro, consegnano le loro tessere identificative a un addetto della compagnia che a sua volta si incarica di spartirle fra i 3 impiegati seduti dietro al vetro di protezione dei rispettivi sportelli.

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In men che non si dica ha inizio il tanto atteso appello. Uno ad uno i lavoratori vengono chiamati a ritirare la quincena, e altrettanto velocemente il malcontento si diffonde tra i braccianti. Occhi increduli fissano la ricevuta per minuti interi in cerca di qualche spiegazione che chiarisca l’equivoco, ma la realtà è ben scritta su quel piccolo foglio rosa. Tuttavia ci vuole poco per rendersi conto di come questa realtà sia molto diversa da quella ufficiale. Di tonnellate infatti nemmeno l’ombra. Ciò che viene riportato sulla ricevuta invece è il numero dei bocados, letteralmente ‘bocconi’.
Così, un giovane lavoratore mi spiega che quando tagliano la canna, questa va raggruppata in mucchi di medie dimensioni comunemente chiamati bocadosaffinché la gru della compagnia possa poi raccoglierla con maggiore facilità e dunque caricarla sui camion che la trasportano alla fabbrica. In teoria, tre bocados equivalgono ad una tonnellata. Questa almeno era l’equazione stabilita dai Campollo prima che iniziasse la stagione del raccolto. A distanza di poche settimane, tuttavia, l’impresa sembra averci ripensato. Adducendo come giustificazione la difficoltà di stabilire l’esatta dimensione del mucchio di canna, ora ci vogliono anche anche 6 o 7 bocados per fare una tonnellata. Per questo, anche se Edoardo dice di averne accatastati 50 di bocados, sulla ricevuta ne sono riportati solo 36. Eppure non sembra meravigliarsene più di tanto, così gli chiedo se è la prima volta che capita. “No! Sempre succede! Sempre…non mi danno mai quello che mi spetta…”. Accanto a lui altri due ragazzi contrariati sostengono di aver tagliato rispettivamente 110 e 146 bocados, ma la ricevuta che agitano con rabbia ne attesta appena 99 in un caso e 126 nell’altro. “Questa gente sono dei ladri”, urla qualcuno prima di confidarmi che “c’è un ragazzo, là, che sulla ricevuta c’è scritto 2000 e passa pesos, e quando ha aperto la busta ne ha trovati 1500…”. Anche questo sembra essere all’ordine del giorno. Alcuni infuriati continuano a ripetere che non hanno intenzione di accettare la busta, che intendono reclamare, ma qui al centro paga nessuno è autorizzato a dare spiegazioni. Per le contestazioni è necessario recarsi all’apposito ufficio di Quisqueya, il lunedì; cosa che non solo implica perdere un giorno di lavoro, ma anche sostenere le spese del viaggio, per poi sentirsi rispondere, nel migliore dei casi, che la ricevuta parla chiaro e restare dunque letteralmente a bocca asciutta.
“Se tu dici una cosa, loro dicono il contrario. È la tua parola contro la loro. Ma la loro vale di più. Allora è meglio stare muti, come i pesci, non dire niente. Ma non è che io sono stupido! Capisci? Non è che uno le cose non le vede. Gli occhi vedono, ma la bocca ben chiusa…ci sono tante cose che non vanno bene qui”
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È Benito a parlare. Che poi aggiunge: “non si può dire niente perché la canna è loro, le terre sono loro, noi lavoriamo per loro, e dobbiamo accettare quello che dicono loro…”. Mentre intervisto altri lavoratori avverto alcuni movimenti tra gli addetti ai pagamenti. Intuisco che la mia presenza comincia a risultare poco gradita, e in effetti trascorrono pochi minuti quando un agente di sicurezza mi afferra per un braccio e in tono sommesso mi assicura  - ma sembra più un’intimidazione – che “va bene così”, dunque, molto cortesemente, mi invita ad uscire.
Forse è vero. Forse va davvero bene così. Anzi, va proprio bene così. Certo, non per le migliaia di migranti haitiani che sopravvivono giorno dopo giorno in condizioni di neoschiavismo, soffrendo la fame, gli abusi sul lavoro e le violazioni dei più elementari diritti umani. Non per i loro figli, cresciuti alla scuola della miseria, vittime facili di malnutrizione e malattie, destinati a ricevere come unica eredità un conto in debito al negozio degli alimentari e un machete con cui illudersi di poterlo saldare. Non per le loro mogli, diventate madri quando ancora bambine, invecchiate in fretta mentre risvegliavano dal sogno di una vita migliore oltrefrontiera e ormai rassegnate ad un’esistenza infame.
Non per loro, certo, che sono gli ultimi tra gli ultimi. E nemmeno per il Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti, che proprio questo venerdì 27 settembre, ha pubblicato un dossier nel quale sostiene come la Repubblica Dominicana abbia violato gli accordi del Trattato di Libero Commercio CAFTA-DR sottoscritto nel 2007, poiché non rispetta il capitolo relativo alle direttive sul lavoro (salari minimi, ore di lavoro, sicurezza e salute; età minima per l’impiego di bambini; forme di lavoro forzato o obbligatorio). Ma in fondo che importa, se va così bene per gli affari della famiglia Campollo e della famiglia Vicini? Che importa, se va così bene per i vari governi che si sono succeduti alla guida del paese nell’ultimo secolo, dal momento che non hanno mai avuto la preoccupazione di pagare un solo centesimo né di assicurazione medica, nonostante i continui incidenti sul lavoro, né di pensione di vecchiaia? Che importa, se va così bene per il mercato internazionale, che acquista zucchero dominicano a buon prezzo senza curarsi dell’immenso costo umano che questo implica per i lavoratori?
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mercoledì 25 luglio 2012

"HOTEL AFRICA"


800 rifiugiati politici vivono nella miseria

E' l'ex sede della facoltà di lettere dell'Università di Tor Vergata. Oggi ospita, in condizioni di degrado documentate dall'Ansa, 800 rifugiati politici

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Un tempo era la sede della facoltà di lettere dell'Università di Tor Vergata, alle porte di Roma. Oggi è un tugurio, un piccolo inferno senza sbarre dove stanno stipati 800 rifugiati politici che si sentono in tutto e per tutto dei "detenuti". A testimoniare il degrado della struttura sono giornalisti dell'Ansa che, dopo aver chiesto il permesso ai membri del comitato locale, sono riusciti a entrare nell'Hotel Africa (come è conosciuto il palazzao tra i rifugiati) con le telecamere.
CONDIZIONI DI VITA - "A giugno - si legge sull'Ansa - quando nella capitale si facevano i conti con l'ondata di calore battezzata Scipione, ai rifugiati è stata staccata l'acqua". Ma è solo uno dei problemi interni all'Hotel Africa e, acqua a parte che capita spesso che non ci sia, le condizioni di vita con il caldo diventano ancora più difficili: ci si deve alzare di notte per fare una doccia, si esce all'alba per cercare lavoro o da mangiare. E poi la miseria della strutture ospitanti.
Una volta prese le scale, buie, la puzza è ovunque, permea i corridoi con i vetri delle finestre rotti e le stanze senza porte dove ci sono brandine sistemate alla meglio, ma qualcuno non resiste e dorme in una terrazza.
BATTAGLIA - C'è un solo bagno al secondo piano, i vani per la doccia sono coperti da stracci, penzola una lampadina, se ne servono in centinaia. I rifugiati hanno aperto le porte al Commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Nils Muiznieks, che ha chiesto all'Italia di porre fine a questa situazione vergognosa. "In Africa c'è la guerra - dice Bahar Abdalla - qui c'è una guerra fredda". La loro battaglia è quella per il ricongiungimento familiare, concesso a chi ha lo status di rifugiato politico ma difficile da ottenere in realtà, o per l'equiparazione dei titoli di studio. Difficile anche ottenere la residenza anche per coloro che vivono in Italia da anni: su questo fronte (ma non solo) è attiva l'unica onlus che si prende cura dei rifugiati dell'Hotel Africa, l'Associazione Cittadini del Mondo, dove lavora Donatella D'Angelo, medico specializzato in immunologia che ogni giovedì fa visite gratis.
"Sette anni fa, quando è stato occupato il palazzo - dice D'Angelo - venivamo per le visite mediche, ora oltre a consulenze mi chiedono di tutto perché queste persone non hanno nulla. Abbiamo bisogno di volontari. Stiamo lottando per fare avere la residenza a questi giovani". Tra gli 800 rifugiati c'è chi avrebbe bisogno di cure psichiatriche, come un ragazzo che vaga nel palazzo con lo sguardo perso nel vuoto: è scappato, come molti, dalla guerra e in tanti indossavano una divisa.
clip_image003C'é ancora chi coltiva la speranza, come Muna Awil, 24 anni, somala che sogna di diventare attrice e ha fatto anche provini come figurante, ma "non c'é spazio per me né nel mondo dello spettacolo, né in quello reale". L'associazione onlus ha messo in piedi da tre anni una biblioteca interculturale in una scuola nel quartiere del Quadraro, per ora hanno 4000 mila libri ma ne servono altri, perché "queste persone - aggiunge Paolo Guerra, responsabile della biblioteca - non possono neanche leggere una favola ai loro figli".
Gli abitanti di questo palazzo vengono soprattutto dal Corno d'Africa, scappano dalle guerre;molti sono superstiti del conflitto in Darfur, come Bahar Abdalla, commerciante prima della fuga, o Sherif Abdala Ibrahim, che in quella regione ha lasciato la moglie e la madre.
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martedì 3 gennaio 2012

TIMIDI SEGNALI DI SPERANZA PER IL 2012

clip_image001Dal flop del Cinepanettone alla crisi del Grande Fratello, l’Italia volgare, egoista, squallida, ladra e cialtrona disegnata da Silvio Berlusconi fin dalla nascita della tivù commerciale a metà anni ‘70 (né biografia della Nazione né destino immodificabile) dà segni di saturazione.
Ieri sera l’ex ministro Roberto Calderoli aveva dato del “Cetto Laqualunque” al presidente della Repubblica, poche ore prima Umberto Bossi lo aveva chiamato “terrone” (viva i terroni!). Sarebbe vilipendio ma a ben guardare è una buona notizia.
La feccia padana si rinchiude nelle fogne dalle quali fu fatta uscire da Berlusconi e trasformata in una valanga di fiele. Adesso torna ai suoi deliri eversivi perché la mangiatoia romana, alla quale si è abbondantemente servita in questi anni, almeno per loro sta chiudendo i battenti.
Uno dei talenti avvelenati del berlusconismo, dei quali la Lega Nord è una delle scorie più putride, è stato dividere gli italiani, additare nemici, i meridionali, i migranti, i comunisti, i rom, i lavoratori dipendenti. Se il 2011 è stato l’anno del centocinquantesimo dell’unità, che il 2012 sia l’anno della riconciliazione tra italiani e con i nuovi italiani.
Con l’appoggio di Giorgio Napolitano mi attendo molto dal ministro Andrea Riccardi, perché sappia discernere il grano dal loglio. La sorte del loglio (leghista) è di ardere. Li sentiremo strepitare ma sarà il crepitio del fuoco che li sta incenerendo. Che il 2012 sia l’anno dello Ius soli!
Gennaro Carotenuto

sabato 24 dicembre 2011

GESÙ. . . .VENNE SENZA VISTO

25 Dicembre 2011
Oggigiorno, probabilmente, andrebbe così …

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“Trovato neonato in una stalla – La polizia e i servizi sociali indagano” 
“Arrestati un falegname ed una minorenne”

BETLEMME, GIUDEA -
L’allarme è scattato nelle prime ore del mattino, grazie alla segnalazione di un comune cittadino che aveva scoperto una famiglia accampata in una stalla.
Al loro arrivo gli agenti di polizia, accompagnati da assistenti sociali, si sono trovati di fronte ad un neonato avvolto in uno scialle e depositato in una mangiatoia dalla madre, tale Maria H. di Nazareth, appena quattordicenne. Al tentativo della polizia e degli operatori sociali di far salire la madre e il bambino sui mezzi blindati delle forze dell’ordine, un uomo, successivamente identificato come Giuseppe H. di Nazareth, ha opposto resistenza, spalleggiato da alcuni pastori e tre stranieri presenti sul posto. Sia Giuseppe H. che i tre stranieri, risultati sprovvisti di documenti di identificazione e permesso di soggiorno, sono stati tratti in arresto.
Il Ministero degli Interni e la Guardia di Finanza stanno indagando per scoprire il Paese di provenienza dei tre clandestini. Secondo fonti di polizia i tre potrebbero infatti essere degli spacciatori internazionali, dato che erano in possesso di un ingente quantitativo d’oro e di sostanze presumibilmente illecite.
Nel corso del primo interrogatorio in questura gli arrestati hanno riferito di agire in nome di Dio, per cui non si escludono legami con Al Quaeda.
Le sostanze chimiche rinvenute sono state inviate al laboratorio per le analisi. La polizia mantiene uno stretto riserbo sul luogo in cui è stato portato il neonato. Si prevedono indagini lunghe e difficili.
Un breve comunicato stampa dei servizi sociali, diffuso in mattinata, si limita a rilevare che il padre del bambino è un adulto di mezza età, mentre la madre è ancora adolescente. Gli operatori si sono messi in contatto con le autorità di Nazareth per scoprire quale sia il rapporto tra i due. Nel frattempo, Maria H. è stata ricoverata presso l’ospedale di Betlemme e sottoposta a visite cliniche e psichiatriche.
Sul suo capo pende l’accusa di maltrattamento e tentativo di abbandono di minore. Gli inquirenti nutrono dubbi sullo stato di salute mentale della donna, che afferma di essere ancora vergine e di aver partorito il figlio di Dio. Il primario del reparto di Igiene mentale ha dichiarato oggi in conferenza stampa: “Non sta certo a me dire alla gente a cosa deve credere, ma se le convinzioni di una persona mettono a repentaglio – come in questo caso – la vita di un neonato, allora la persona in questione rappresenta un rischio sociale. Il fatto che sul posto non siano state rinvenute sostanze stupefacenti non migliora certo il quadro. Sono comunque certo che, se sottoposte ad adeguata terapia per un paio di anni, le persone coinvolte – compresi i tre presunti trafficanti di droga – potranno tornare ad inserirsi a pieno titolo nella società.” Pochi minuti fa si è sparsa la voce che anche i contadini presenti nella stalla potrebbero essere consumatori abituali di droghe.


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Pare infatti che affermino di essere stati costretti a recarsi nella stalla da un uomo molto alto con una lunga veste bianca e due ali sulla schiena (!), il quale avrebbe loro imposto di festeggiare il neonato. Un portavoce della sezione antidroga della questura ha così commentato: “Gli effetti delle droghe a volte sono imprevedibili, ma si tratta senz’altro della scusa più assurda che io abbia mai sentito da parte di sospetti tossicodipendenti.”

Scherzi a parte. . . . . . . BUON NATALE A TUTTI.

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mercoledì 21 settembre 2011

MIGRANTI RECLUSI: QUANDO LA PRIGIONE DIVENTA MANICOMIO

clip_image002Foto Flickr su licenza CC

“Vogliamo sottolineare che la situazione dell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa è totalmente inaccettabile. Per quanto riguarda le condizioni dei pazienti detenuti e le procedure seguite nella loro contenzione fisica, abbiamo osservato trattamenti inumani e degradanti”.
Purtroppo sì. È questa la cruda realtà degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari in Italia. Una verità sconcertante, accertata nel settembre 2008 e debitamente documentata nellaRelazione del Comitato di Prevenzione della Tortura del Consiglio d’Europa, rivelata in seguito al sopralluogo effettuato nell’OPG di Aversa (NA). Il Comitato ha accertato che si tratta di tortura!
Nulla di nuovo. Le istituzioni nazionali erano in realtà al corrente da tempo della gravità della situazione. In data 1 aprile 2008 veniva emanato, al fine di regolamentare la materia, il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri entrato in vigore il 14 giugno 2008, che sanciva il passaggio dellafunzione sanitaria in tutti gli Istituti Penitenziari (adulti, minori e OPG) dal Ministero della Giustizia a quello della Salute. Ed è proprio questo il nodo fondamentale dell’intera vicenda. Il riconoscimento normativo come luogo di cura, e non come centro di detenzione. Ma a  distanza di tre anni dall’emanazione del decreto, la normativa vigente è rimasta completamente inattuata.


clip_image004Foto Flickr su licenza CC

“Le condizioni igienico-sanitarie, organizzative e clinico – psichiatriche degli OPG risultanogravi e inaccettabili e presentano un assetto strutturale assimilabile al carcere o all’istituzione manicomiale”.
È questo il risultato della Relazione della Commissione di inchiesta del Senato della Repubblica presieduta dall’onorevole Ignazio Marino. Una delegazione della Commissione ha avuto accesso, senza alcun preavviso, presso i sei OPG distribuiti su tutto il territorio nazionale, rilevando la palese inadeguatezza dell’approccio terapeutico utilizzato e  la cronica carenza di personale. Mancano gli infermieri ed ogni ospite ha in media trenta minuti al mese di colloquio con lo psichiatra. Praticamente, un lasso di tempo ininfluente per aspirare a un benché minimo segnale di miglioramento psichico.
Gli ospiti di questi “centri di detenzione”, autori nel 30% – 40% dei casi di piccoli reati, soffrono oltremodo per gli errori del passato. A causa della loro infermità mentale non possono essere ospitati nelle ordinarie strutture carcerarie, dovendo pertanto scontare l’alternativa misura di sicurezza presso gli OPG. A differenza della pena carceraria (commisurata alla gravità del reato), la misura di sicurezza è prorogabile, di norma, di sei mesi in sei mesi. Alla scadenza della stessa il Giudice valuta la pericolosità sociale del soggetto. E nella maggior parte dei casi, la cronica carenza di strutture intermedie o di reparti specializzati al trattamento della malattia mentale scatena un sistema vizioso di proroghe sistematiche, svincolate dallo stesso concetto, quanto mai dilazionato, di pericolosità sociale. E l’assenza di un adeguato percorso terapeutico all’interno della struttura limitadrasticamente le possibilità di reinserimento sociale, con evidente violazione della “funzione rieducativa della pena” prevista  dell’art. 27 Cost. Si compie in tal modo, con estrema crudeltà, la condanna all’ergastolo bianco!
A pagare il prezzo più alto per questo esasperato ricorso alle misure di sicurezza sono sempre più spesso cittadini stranieri extracomunitari, i deboli tra i deboli, nei confronti dei quali non viene garantito l’accesso ai diritti previsto per i cittadini italiani. Alla base di questa discriminazione vi sono certamente scelte di politica di repressione e di “gestione discrezionale” del fenomeno dell’immigrazione, senza dimenticare quella strutturale incapacità istituzionale di predisporre un equo sistema di tutela dei diritti fondamentali di ogni individuo. Una volta entrati in contatto con quest’atroce realtà, i migranti reclusi sono costretti a subire una serie interminabile di soprusi e discriminazioni. Innanzitutto perché il loro diritto alla difesa incontra numerosi ostacoli formali e sostanziali (in primis per chi vive in Italia come immigrato irregolare), senza trascurare le evidenti difficoltà linguistiche, di comunicazione e di scarsa conoscenza del sistema giuridico italiano, oltre all’impossibilità di attivare, a causa delle insufficienti risorse economiche, quei meccanismi di tutela previsti in caso di evidenti errori giudiziari.
La stessa Commissione di inchiesta del Senato ha accertato, in seguito a perizie psichiatriche, che tra i 1500 ospiti presenti nei sei OPG ben 376 sarebbero soggetti non pericolosi, quindi “dismissibili” e trasferibili in case–famiglia o Dipartimenti di salute mentale.
La situazione, purtroppo, allo stato attuale, non presenta novità significative. Questi centri, autentici “contenitori di follia”, sono una vera e propria discarica sociale, un posto in cui rinchiudere i dimenticati. Stanze sovraffollate, condizioni igienico-sanitarie disumane, uso sconsiderato di psicofarmaci, letti di contenzione sui quali legare per giorni e giorni, nudi e senza assistenza, gli ospiti più esagitati del centro. A vigilare, nessun infermiere, nessun medico, soltanto le guardie carcerarie.
Nonostante siano trascorsi oltre trent’anni dalla storica “Legge Basaglia” che sanciva la chiusura dei manicomi e la contestuale regolamentazione del trattamento sanitario obbligatorio, il superamento della logica manicomiale è ancora lontano dalla piena ed effettiva attuazione.  L’approccio repressivo èindubbiamente  antiterapeutico e lesivo dei diritti umani, rappresenta un crimine istituzionale che annienta completamente l’individuo e distrugge la sua mente, per sempre, solcando la memoria di tracce indelebili, intrise di una sofferenza infinita.
“L’ennesimo fatto increscioso” sentenzieranno i soliti noti, non tanto per i diritti umani ancora una volta violati quanto per alimentare quella perenne, quanto mai fittizia , condizione di costante e forzata indignazione. E, peraltro, svincolata, sistematicamente, da necessari interventi risolutivi.
E uno stato di finta incredulità, smascherato da una toccante testimonianza di un detenuto migrante, intervistato, durante i sopralluoghi, da una delegazione della Commissione d’inchiesta del Senato: “Io vengo dai Paesi di guerra, non riesco a capire…tra la democrazia vostra e la nostra…non capisco qual è la differenza…la differenza è che qui ti uccidono piano piano”.




Ermanno Serratì
Ermanno Serratì, consulente legale con una grande passione per ogni forma di espressione artistica, è coinvolto in attività associative a sostegno dei migranti e segue temi legati ai diritti umani.

mercoledì 7 settembre 2011

“LA BESTIA”

VIAGGIANDO SUL TRENO DELLA MORTE IN MESSICO

È molto difficile fornire una visione omogenea della situazione di allarmante e crescente violenza che si sta scatenando in Messico contro i migranti privi di documenti. La ricerca fatta da alcuni citizen media offre una serie di frammenti che nell'insieme creano una trama di racconti sinistri.
Il 1° agosto scorso, il blog espacioperdido ha pubblicato un post il cui incipit riprende un parziale resoconto storico dei viaggi in treno in Messico:
Nel 1999, fu chiusa definitivamente la stazione ferroviaria di Buenavista. Da tempo si stavano smantellando altre stazioni in varie parti del Paese. Con questa politica è stata cancellata una delle più importanti conquiste messicane del 20° secolo: il trasporto ferroviario dei passeggeri. Oggi sono rimaste solo alcune linee per il trasporto merce…. Caricano merce in forma di manufatti e sfortunatamente anche persone. Dalla frontiera meridionale, a Ciudad Hidalgo, che confina con il Guatemala, fino alle città principali della frontiera settentrionale, circola una della più grandi vergogne del Paese. The beast, o El tren de la muerte, divora migliaia di migranti provenienti dall'America centrale e meridionale. Viaggiano sui tetti dei vagoni o fra i vagoni stessi, esposti a ogni tipo di pericolo, incluso il più temibile: l'uomo.

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I treni merci su cui viaggiano i migranti che attraversano il Messico per raggiungere gli Stati Uniti. Foto di Pedro Ultreras dal suo film La Bestia, uso consentito
Scrivendo per il sito di giornalismo partecipativo barriozona, il blogger Eduardo Barraza racconta più in dettaglio la storia dei vecchi treni merci che compiono questo pericoloso viaggio e dei passeggeri che non sempre arrivano a destinazione.
Negli Stati Uniti molta gente li definisce in modo negativo “illegali”. Nel cuore dell'America Centrale, questi individui, uomini e donne, sono disposti a tutto, disperati ma allo stesso tempo tenaci nella loro decisione di lasciare i loro poveri paesi con la speranza di farcela negli Stati Uniti.
Non essendo in grado di pagarsi un altro tipo di trasporto e dovendo anche trovare il modo di aggirare i check point messicani, migliaia di centroamericani provenienti da paesi tra cui El Salvador, Guatemala, Honduras o Nicaragua, saltano in modo pericoloso e audace in cima ai treni merci in movimento che si dirigono dal Messico meridionale a una delle molte destinazioni che si trovano sul confine tra il Messico e gli Stati Uniti.
Sorprendentemente, entrambi i blogger scrivono facendo riferimento non solo alla storia recente della regione ma anche a una specifica opera che è nata prendendo forma da questi eventi: un documentario il cui titolo deriva dal sinistro nomignolo dato ai treni merci dagli immigrati che si giocano la vita cercando di saltarci e di viaggiarci sopra.

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Il regista Pedro Ultreras su 'La Bestia'. Immagine usata con l'autorizzazione di Pedro Ultreras' permission.
La Bestia di Pedro Ultreras, presentato nel 2010, racconta il viaggio del regista in cima a un treno merci insieme ai migranti, ritraendo uno fra gli innumerevoli viaggi che vengono compiuti ogni giorno da immigrati disperati e pronti a tutto alla ricerca di un lavoro remunerato e una vita migliore per sé e per le proprie famiglie. Riesce a rendere una testimonianza visuale di eventi che i media ufficiali continuano a ignorare o a cui danno uno spazio irrilevante.
Il regista ha caricato alcuni estratti del film su YouTube, una versione in spagnolo e una con sottotitoli in inglese.
Il documentario è stato proiettato quest'estate in diverse città e paesi lungo il percorso della Carovana ‘Paso a Paso hacia la Paz', che ha coinvolto centinaia di immigrati senza documenti, i loro familiari e numerosi attivisti per i diritti umani che hanno marciato contro le violazioni quotidiane ai danni dei migranti e chiedendo giustizia e protezione legale per questa parte vulnerabile della popolazione.

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Una donna migrante su 'La Bestia'. Immagine di Pedro Ultreras'. Uso consentito.

In Migrants as Targets of Security Policies [en] la blogger e professoressa di antropologia Christine Kovic si riferisce ad un gruppo di migranti che sono stati sequestrati il 23 giugno mentre cercavano di raggiungere gli Stati Uniti su un treno merci:
Ciò che la polizia non può negare è l'estrema sofferenza e vulnerabilità dei migranti centroamericani che cercano di attraversare la frontiera messicana. Non avendo i soldi nemmeno per pagare i polleros [ trafficanti di migranti] e per evitare i controlli, migliaia di migranti si arrampicano sui tetti delle carrozze o ai lati, rimandendo esposti alla pioggia, alle temperature estreme, alla disidratazione e a rischi di folgorazione. Molti hanno perso alcune estremità o addirittura la vita per essere caduti dai treni.
Viaggiando clandestinamente, gli emigranti sono potenziali vittime di assalti, rapine, estorsioni, violenze e assassinii.
Anche con un'evidenza così assoluta dei pericoli affrontati da coloro che rischiano la vita lungo il pericolosissimo “sentiero dei migranti”, risulta necessario ampliare la prospettiva per collocare il terrore provocato da “La bestia” in un contesto geo-politico esemplificativo. Nello stesso post, Kovic sottolinea come le operazioni di polizia messe in atto per impedire il passaggio degli emigranti attraverso la frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti, senza che vengano prese in considerazione le sofferenze umane provocate, siano state applicate ultimamente anche lungo la frontiera meridionale del Messico.

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Le politiche di deterrenza hanno raggiunto anche il sud del Messico, dove la polizia frontaliera ha messo in atto strategie deterrenti, specialmente lungo l'Istmo di Tehuantepec, il punto più stretto del Messico. Si tratta di una strategia di sicurezza incoraggiata dagli Stati Uniti per ridurre l'immigrazione centroamericana.  Recentemente, il Plan Mexico appoggiato dagli Stati Uniti, conosciuto anche come Merida Initiative, ha fornito al Messico un importante riserva finanziaria con l'obiettivo di dare “un contributo alla sicurezza per disegnare e applicare la guerra ai trafficanti di droga, ai terroristi nonché per proteggere la sicurezza frontaliera.”  In quanto precedente assistente alla segreteria di Stato, Thomas Shannon già nel 2008 osservava, “In un certo senso, stiamo armando il NAFTA”.  Ciò che non ha detto è che nel fare questo, la classe di migranti poveri e lavoratori non vengono protetti dalla “corazza”, diventando quasi dei potenziali obiettivi delle misure di sicurezza.
Non più tardi del giugno di quest'anno, il procuratore messicano Marisela Morales ha identificato la protezione del confine meridionale del Messico come un elemento di sicurezza nazionale, dichiarando che “il flusso illegale di persone e di merci esistente e la delinquenza che questo genera richiedono un migliore coordinamento istituzionale per poter rafforzare la vigilanza, la sicurezza e il rispetto per i diritti umani.” La Kovic dà la sua versione:
Se i migranti senza documenti che viaggiano lungo il paese fanno parte di un “flusso illegale di persone,” se ne deduce che invece di essere individui soggetti di diritti umani, verranno considerati come delinquenti comuni. Questo quadro spiega in parte le azioni e le non-azioni dei governi messicano, statunitense e centroamericani che dovrebbero occuparsi dei diritti umani e degli abusi sui migranti. I governi, insieme alle corporation multinazionali, creano le condizioni economiche che provocano i movimenti migratori. Le misure da applicare includono la creazione di punti di controllo sulle autostrade e lungo la frontiera USA-Messico, costringendo la gente a viaggiare in condizioni pericolosissime e ampliando il mercato per i trafficanti di migranti. L'impunità crea in questo modo maggiori abusi dato che i responsabili non vengono puniti.
scritto da Deborah Esch e tradotto da Giulia Jannelli
La bestia

lunedì 20 giugno 2011

IMMAGINI DELLA MIGRAZIONE MONDIALE

Their homelands are torn by war, economic distress, political strife, or environmental collapse. They choose to leave, or have no choice. They're called migrants, refugees, or internally displaced people. The labels are inadequate as often circumstances could allow all three descriptions, or some combination of them. Once in their new countries, they face difficult transitions, discrimination, or outright hostility. Host countries are burdened with the economic and political repercussions of the arrivals, while home nations are sometimes saddled with a "brain drain" of their most important human resources. Immigration is a hot-button issue in the American presidential race, and a wave of new arrivals from Libya to Italy has left the European Union struggling with decisions over the Schengen policy of borderless travel between member nations. Gathered here are images of some of the estimated 214 million people worldwide in the process of redefining what "home" means to them. --Lane Turner


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Rescuers help people in the sea after a boat carrying some 250 migrants crashed into rocks as they tried to enter the port of Pantelleria, an island off the southern coast of Italy, on April 13. Italy is struggling to cope with a mass influx of immigrants from north Africa, many of whom risk their lives by sailing across the often stormy Meditteranean in makeshift vessels. (Francesco Malavolta/AFP/Getty Images

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Immigrants from Latin America and Asia show up inside a truck bound for the US and detected by Mexican police X-ray equipment in Chiapas State, Mexico on May 18. The Police detected more than 500 hundred immigrants inside two trucks at a check point. (AFP/Getty Images)

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Refugees of the Guere ethnic group sit with their belongings inside a temporary camp set up at a Catholic church in Duekoue, Ivory Coast on May 18. The refugees in this crowded church ground were chased out of their homes by soldiers or ethnic militias during a violent post-poll power struggle between former president Laurent Gbagbo and his rival Alassane Ouattara. Some 27,000 are still too terrified to return home. (Luc Gnago/Reuter)

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Fire engulfs a building at Sydney's Villawood Detention Centre on April 21. Buildings were set ablaze as asylum seekers also protested on a rooftop within the facility against their failed applications for asylum. (Greg Wood/AFP/Getty Images)

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Asylum seekers sit on top of a building at Sydney's Villawood Detention Centre during an April 21 protest against their failed applications for asylum. (Greg Wood/AFP/Getty Images)

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Tunisian would-be immigrants who were evacuated from the Italian island of Lampedusa to a reception center in Manduria, jump over a fence to escape from the camp on April 1. The Italian government has prepared a plan to accommodate 10,000 migrants on a temporary basis, before repatriating them to Tunisia. (Carlo Hermann/AFP/Getty Images)

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Syrian soldiers prepare to hand over an elderly Syrian woman to Lebanese army troops as she was found trying to cross the border into northern Lebanon on foot on the Syrian side of the border village of Arida on May 19. The family of the woman had already fled their homes for fear of fresh violence as a result of anti-regime protests in their country, leaving her behind. (Joseph Eid/AFP/Getty Images)

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Afghan asylum seekers, who were caught by a marine police patrol boat off Java while on their way to Australia, walk to a temporary shelter upon arrival at Tanjung Perak port in Surabaya, Indonesia on May 2. Indonesia is a major launching post for Afghans, Iranian and Iraqis seeking refuge in Australia. (Trisnadi/AP)

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A pregnant woman would-be immigrant arrives at the hospital in Lampedusa on March 26. As a stricken boat carrying some 350 African migrants from Libya neared Italian shores, an Ethiopian woman also gave birth on the boat and was rescued with her newborn baby and the child's father by an Italian navy helicopter. (Alberto Pizzoli/AFP/Getty Images)

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A police officer instructs Georgina Perez and fellow illegal immigrants to move or face arrest during a protest for rights for higher education for illegal immigrants that blocked traffic in Atlanta. (David Goldman/AP)

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A boat of Tunisian would-be immigrants arrives in Lampedusa on March 26. A large influx of migrants have arrived on the Italian island from Tunisia since the ouster of president Zine El Abidine Ben Ali in mid-January. (Alberto Pizzoli/AFP/Getty Images)

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An Italian soldier helps a Tunisian migrant who injured himself trying to escape from the immigrant shelter in Lampedusa, the tiny Italian island close to North Africa where thousands of migrants have arrived in the past weeks on April 11. (Giorgos Moutafis/AP)

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Ethiopian immigrants fleeing violence in Libya wait at the Lyster Detention Centre in Hal Far, Malta on April 19. (Darrin Zammit Lupi/Reuters)

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An Ethiopian immigrant holds her two-week old child at the Lyster Detention Centre in Hal Far, Malta April 19. (Darrin Zammit Lupi/Reuters)

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Julie Ngor serves food as locals enjoy a meal at the Red Rose Restaurant, which specializes in Cambodian, Thai, Chinese and Vietnamese cuisine, at the Palin Plaza in Lowell, Mass. on February 5, 2010. Lowell is working with MIT to explore the possibility of mimicking the successes of ethnic neighborhoods like Boston's North End and Chinatown by "branding" its expansive district of Cambodian immigrants, now the second-largest concentration of Cambodians in the United States. Officials hope it could become a tourist draw and economic engine, while also helping the old mill city update its identity. (Cheryl Senter for the Boston Globe)

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A Customs and Border Patrol agent patrols along the international border in Nogales, Ariz. (Matt York/AP)

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More than 1000 mainly African migrants queue at the port in Misrata, Libya waiting to board an International Organisation of Migration ship on May 4 as the city suffered through bombardment. (Christophe Simon/AFP/Getty Images)

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Some 250 migrants wait in a boat approaching the tiny Italian island of Lampedusa on May 6. (Francesco Malavolta/AP)

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Youths check a boat on May 10 on a beach in Kram, Tunisia. (Fethi Belaid/AFP/Getty Images)

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Honduran citizens wait to fill out immigration papers upon arriving at the airport in Tegucigalpa on April 6 after they were deported and flown in by a plane chartered by the U.S. Immigration and Naturalization Service. 45,907 Hondurans were deported after being declared illegal immigrants in the U.S in 2010 and as of the date of this photograph, 9,143 have been deported this year, according to the Honduran Attention Center to Returnee Migrants. (Edgard Garrido/Reuters)

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Two Greek Roma scavenge for metals among the ruins of an Albanian Roma shantytown at the outskirts of Athens April 9. Greek police say two men have been shot dead and three injured in a fight between scavengers at a rubbish dump on the outskirts of Athens. Police say the victims are believed to be Asian immigrants who clashed with Albanian Roma following a dispute over garbage salvaged from the site for recycling. (Kostas Tsironis/AP)

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Jewish immigrants from Ethiopia attend a demonstration of a ceremonial seder Passover holiday dinner at an immigrants' center in Mevasseret Zion, Israel April 14. It would be the first "seder" the immigrants would be celebrating in Israel. (Ronen Zvulun/Reuters)

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Illegal immigrants appear on a night vision monitor screen of the Hungarian border police on the country's southern border with Serbia near Roeszke, Hungary June 25, 2008. British and Hungarian police said on April 19, 2011 they have cracked down on a people smuggling network that brought thousands of Vietnamese into Europe. Ninety-eight smugglers and other members of the network have been arrested since the project began in 2009. (Bela Szandelszky/AP)

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An alleged illegal immigrant is heavily escorted after attending an habeas corpus hearing at the Justice Palace in Quito on April 19. An Ecuadorean judge analyzed an habeas corpus petition for 21 Sri Lankan and three Pakistani citizens arrested for alleged migratory irregularities. (Rodrigo Buendia/AFP/Getty Images)

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An Iranian illegal migrant who was detained with dozens of others after their boat landed on a beach on Java island holds his children at an immigration detention center in Cilacap, Indonesia on April 26. Indonesia is a major launching post for Afghans, Iranians, and Iraqis seeking refuge in Australia. (Wagino/AP)

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A woman shouts during a protest called by immigrants from El Salvador, Guatemala and Honduras against Mexico's immigration law, in front of the Mexican Congress in Mexico City on April 26. (Alfredo Estrella/AFP/Getty Images)

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Demonstrators march during a May Day protest on May 1 in Los Angeles. Thousands of people marched for immigration reform, among other issues. (Eric Thayer/Getty Images)

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Julio Cesar, an immigrant from Guatemala, sits on his bunk at the only shelter for immigrants in Mexico City on May 4. A group of 35 immigrants from Central America await in the shelter for the visa promised by Mexican lawmakers. (Omar Torres/AFP/Getty Images)

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A Romanian border police officer inspects a train car at the border with Moldova. As Romania fights to convince EU partners that it deserves to enter Europe's visa-free zone in 2011, it hopes not to fall victim to growing Schengen skepticism among European states. (Daniel Mihailescu/AFP/Getty Images)

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People clamber on the rocky shore on Christmas Island, Australia, during a rescue attempt as a boat breaks up in the background December 15, 2010. Australian police charged a man with people smuggling on May 12 in connection with the deadly boat crash that killed 48 asylum seekers. (ABC/AP)

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A woman stands at the site of a fatal mugging in central Athens May 12. Far-right groups have launched a series of anti-migrant attacks since the mugging, which caused outrage as the victim was apparently killed for his camera as he was about to drive his pregnant wife to a maternity hospital. There is no evidence immigrants were involved in the killing. Police are also investigating the fatal stabbing of a Bangladeshi immigrant in a neighboring area. (Thanassis Stavrakis/AP)

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A member of the Red Cross holds a child at the southern Spanish port of Motril May 15. Some 65 would-be immigrants, including 25 men, 30 women and 10 children, aboard a fishing boat were intercepted off the southern Spanish coast as they were heading to European soil from Africa. (Jon Nazca/Reuters)

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A Palestinian refugee plays in front of homes rebuilt by UNRWA, the U.N. agency for Palestinian refugees, which were destroyed in fighting in 2007, in Nahr al-Bared Palestinian refugee camp in northern Lebanon April 19. (Omar Ibrahim/Reuters)

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Adar Gul, 80, an elderly Afghan refugee, arranges bricks during his daily work at a brick factory on the outskirts of Islamabad May 16. (Muhammed Muheisen/AP)

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Palestinian demonstrators throw stones toward Israeli border police during clashes in the Shuafat refugee camp on the outskirts of Jerusalem on May 15 as Palestinians marked the "Nakba" or "Catastrophe" of the 1948 creation of Israel. (Ahmad Gharabli/AFP/Getty Images)

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Israeli border policemen detain a Palestinian protester during clashes in Shuafat refugee camp, in the West Bank near Jerusalem May 15. (Ammar Awad/AP)

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An internally-displaced Somali woman stands with children outside their makeshift house after floods destroyed their home in southern Mogadishu's Hamarweyne district May 19. (Farah Abdi Warsameh/AP)

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Tens of thousands of Internally Displaced Persons who fled their village following clashes between the Government of Sudan and rebel movements sought protection at the Zamzam IDP camp in North Darfur March 15. More than 70,000 people have fled fighting in Sudan's western Darfur region in the last three months, swelling numbers at a major refugee camp by more than third, U.N. humanitarian officials said. (Olivier Chassot/Handout/UNAMID)

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A refugee from Somalia watches through her veil as she protests against the United Nations High Commissioner for Refugees in New Delhi May 16. The refugees demanded either integration with the local community, voluntary repatriation, or resettlement in a third country. (Gurinder Osan/AP)

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Fieldworker Felix Sanchez takes a drink of water while working on a Vidalia onion farm in Lyons, Ga. Concern is being raised that new legislation, meant to bar illegal immigrants from the workforce, and to give local police increased enforcement powers, will scare away Mexican laborers. (David Goldman/AP)

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Fieldworkers load a bucket of onions to a waiting truck on a Vidalia onion farm in Lyons, Ga. (David Goldman/AP)

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Myanmar migrants illegally cross the Thai-Myanmar border on an inner tube, in Mae Sot, Thailand. Refugees who have fled war-torn eastern Myanmar fear for their future after Thailand said it wants to close camps strung out along its border that are home to more than 140,000 people. Among them lives a majority of ethnic Karen who fled their country in the 1990s following a major offensive by the Myanmar government army against the Karen National Union. (Christophe Archambault/AFP/Getty Images)

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Muslim refugees attend school at the Mae La refugee camp in Thailand near the Thai-Myanmar border. (Christophe Archambault/AFP/Getty Images)

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An injured Libyan rebel is evacuated aboard an International Organization of Migration ship, which managed to evacuate about 800 people, including stranded migrants and the wounded on May 4 from the port city of Misrata. (Christophe Simon/AFP/Getty Images)

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Okpara, a 36-year-old immigrant, holds a hand-drawn Israeli flag during a lesson for children of illegal immigrants and foreign workers at a kindergarten in Tel Aviv on May 11. Okpara runs a "pirate" nursery, one of dozens in Tel Aviv offering cut-price daycare to illegal immigrants as figures show that some 100,000 of Israel's 220,000 foreign workers are in the country without permits. (Jack Guez/AFP/Getty Images)

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Myanmar refugees share a bed in their room in a suburb of Kuala Lumpur, Malaysia. Refugees in Malaysia, mostly from Myanmar, may get the chance to move to Australia following the recent announcement that an agreement would enable 4,000 refugees in Malaysia to move to Australia over a four-year period. (Mark Baker/AP)

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A Syrian refugee child stands in the new refugee tent compound in Boynuyogun, Turkey, near the Syrian border June 12. Syrian forces launched a crackdown on the Syrian town of Jisr al-Shughour, fueling fears that the clashes could spark a further influx of refugees toward bordering Turkey. (Vadim Ghirda/AP)
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