martedì 27 gennaio 2015
HELL BEHIND THE PICTURE
domenica 27 gennaio 2013
LA NEBBIA NON OFFUSCA LA STORIA
“Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente con l'intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l'informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l'ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti.”—Primo LeviLink: http://www.primolevi.it/
venerdì 27 gennaio 2012
LA TESTIMONIANZA

Qui comincia il dramma, perché i partigiani mi dicono che posso entrare nelle loro formazioni, però vogliono la consegna di quei cento uomini della milizia volontaria sicurezza nazionale che erano stati inglobati nel mio reparto. Evidentemente per me ciò non era assolutamente possibile. Quindi fui costretto a iniziare - credo unico nella storia dell'esercito italiano - una ritirata militare con tutte le regole consentite per poter garantire sia la sicurezza degli uomini del mio reggimento, sia di quelli che avevo cooptato dopo il 25 luglio del 1943. Furono marce molto lente, con fiancheggiamenti e avanguardia, per un centinaio di chilometri in una situazione disperata perché avevamo soltanto poche gallette. Ogni giorno mangiavamo solo mezza galletta bagnata nell'acqua, per giorni e giorni, fino a quando siamo riusciti ad arrivare a Fiume prima e poi a Trieste. Fra Fiume e Trieste tutti presero la strada che ritenevano più conveniente per poter tornare a casa in sicurezza e anch'io, finalmente solo, riuscii a rientrare in Italia.
Fatalmente per la resistenza io ero un elemento prezioso, in quanto della vita non sapevo nulla, ma essendo praticamente passato dai banchi di scuola alla guerra della guerra sapevo tutto. Avevo fatto tre anni al fronte e conoscevo tutte le tattiche della guerriglia. Siamo ai primi di novembre del 1943.Vengo mandato in Val Brembana e in una valle che parte da San Giovanni Biancola, la Valtaleggio, organizzammo un gruppo partigiano abbastanza numeroso. Non erano gruppi foltissimi, ma di venti trenta persone. Siamo riusciti a metterlo in piedi nel corso di circa un mese. I mezzi erano infimi. Non avevamo neanche mezzi finanziari. Ricordo che avevo cinquecento lire da parte e che le usai per far vivere il gruppo. Ci sostentavamo mangiando soltanto fagioli bolliti e polenta.
Le vicende di questo gruppo partigiano finiscono, per quanto è a mia conoscenza, rapidamente. Perché verso il 20 di gennaio il Comando militare di Milano mi chiede di ritornare a Milano in quanto ha bisogno di un comandante in Valtellina dove il gruppo armato è molto più consistente. Scendo a Milano con Abele Saba, ma separatamente, io seguendolo da lontano, e andiamo a prendere un treno dalla Stazione Centrale per Lecco. Quando giungiamo a Lecco continuo a seguirlo da lontano, ma poi mi affianco a lui e proprio in quel momento, di fronte alla sede del Comune di Lecco, ci troviamo circondati dalle SS. Non li avevo visti, evidentemente erano nascosti nel Comune e sono usciti alle nostre spalle. Io mi sono trovato con tre, quattro, cinque mitra puntati alla testa, e così Abele. Ci hanno separato immediatamente, ci hanno fatto percorrere un po' le vie della città per esporre il trofeo di caccia, poi ci hanno fatti salire separatamente in due vetture. Dopo una sosta in una caserma e qualche ora passata su un tavolaccio, isolato, fui portato a Bergamo.
La prima cosa che mi dissero era che sarei stato fucilato, perché il bando della Repubblica Sociale Italiana stabiliva che coloro che venivano presi armati dovevano essere immediatamente fucilati. Ma mi dissero anche che qualche speranza di non essere fucilato avrei potuto averla se avessi detto qualche cosa. Io invece continuavo ad insistere che non sapevo niente, che non conoscevo nessuno e che quelle armi le avevo perché le conservavo per ricordo. Una posizione quasi offensiva, che però ritenevo giusta in quel frangente, sia per la situazione generale del paese, sia per la scelta che avevo fatto.
Sia Saba che io eravamo sotto la giurisdizione della Gestapo. Abbiamo saputo dopo che non ci avevano presi a caso, ma eravamo stati denunciati, quindi ci attendevano. C'era un piccolo gruppo staccato di partigiani che era stato catturato, e credevamo che fossero stati fucilati tutti, invece uno non era stato fucilato e Saba nel momento in cui fu catturato a Lecco lo aveva visto. Io invece non l'avevo visto e quindi non avevo potuto formulare nessun collegamento. Sta di fatto che comunque i Tedeschi non volevano fucilarmi immediatamente e speravano di poter avere le informazioni che volevano. Mi trasferirono nel carcere di Sant'Agata di Bergamo, che era nel braccio del Tribunale militare tedesco, sezione di Bergamo distaccata da Verona, e io proseguii con la mia istruttoria per novanta giorni. Sottoposto al mio medesimo trattamento, in un'altra cella c'era Abele Saba.
Eravamo un gruppo abbastanza numeroso, tutto di politici. A Fossoli rimasi fino al 20 di luglio. Nel campo di Fossoli, i partigiani avevano organizzato una struttura interna segreta che aveva come finalità e sogno quella di poter liberare il campo con un colpo di mano. Il comandante di questa struttura era Leopoldo Gasparotto, poi c'era una serie di giovani partigiani. Anche io ero giovane allora, avevo ventitré anni. Non fu possibile fare questo perché Gasparotto il 21 di maggio 1944 fu preso, portato fuori dalla baracca in calzoncini corti e caricato su una vettura. Poco tempo dopo abbiamo visto rientrare un ciclo con dietro un cassonetto, da cui abbiamo visto colare del sangue. Era il corpo straziato di Leopoldo Gasparotto. L'11 di luglio vengono prelevati sulla piazza dell'appello settantuno uomini. Dicono che dovranno partire per la Germania l'indomani mattina. In realtà un gruppo di ebrei era stato mandato al poligono di tiro del Cibeno e avevano scavato una fossa lunghissima. Questi uomini - per la verità non tutti e settantuno - vengono poi assassinati l'indomani mattina sull'orlo di questa fossa.
A Fossoli il mio numero era il 315 ed ero nella baracca 19. Siamo stati portati al Po con dei pullman, poi abbiamo attraversato il Po su dei barconi. Mi ricordo che anche lì in un certo gruppo volevamo far affondare il barcone ma era una scelta che nell'immediatezza non poteva essere fatta. C'erano anche dei vecchi che non sapevano nuotare, c'erano i giovani o le donne. Noi partigiani potevamo essere anche nuotatori capaci di superare la corrente del fiume o di lasciarci trascinare più a valle, ma gli altri sarebbero morti. Passiamo con i barconi, veniamo caricati nuovamente su altri pullman e andiamo a Bolzano. A Bolzano ci fermiamo pochi giorni, non più di otto. Siamo partiti al mattino e alla sera eravamo già a Bolzano. Non ci siamo neanche fermati a Verona. A Bolzano non ricordo che mi abbiano dato un altro numero. Ci hanno messo in camerate che erano come degli hangar, alti e separati l'uno dall'altro da muri alti che superavano di poco il livello dell'ultimo castello, senza chiudere tutta la camerata fino alla cima. Per cui c'era comunicazione tra una camerata e l'altra. Siamo stati caricati su un treno molto lungo, in vagoni bestiame. Con me, nello stesso vagone, c'erano anche dei preti.
Il viaggio fu interrotto da soste continue lungo sui binari, o per via dei bombardamenti, o per dare la precedenza ad altri treni. Era fine luglio e i disagi di cinquanta o sessanta persone in un vagone erano tanti. Era una situazione disastrosa, anche se fra di noi la comprensione e la tolleranza era infinita. Nessuno veniva disturbato dall'altro, però fame, sete e fetori creavano grave disagio. Arriviamo di notte a Mauthausen. La stazioncina era come quelle svizzere, una baracca di legno e nient'altro. Vediamo che si chiama Mauthausen, nome che a noi non diceva niente. Invece con noi c'era un avvocato di Milano, Barni, al quale è venuta una sincope perché era stato prigioniero di guerra a Mauthausen nella prima guerra mondiale. E per lui Mauthausen voleva dire fame, sofferenza, sete e dolore. Quando il treno stava per entrare in stazione, i preti che erano con noi hanno pensato che se avessero indossato l'abito talare, questo avrebbe potuto aiutarli. Quindi si misero tutti la tonaca. Invece quando scendiamo, appena le SS con i cani vedono i quattro preti con l'abito talare, si avventano di loro e li massacrano di botte. Questo comincia ad essere per noi un elemento di riflessione, di giudizio su quello che sarebbe stata la nostra condizione. Dopo questo episodio ci inquadrano e iniziamo una faticosa salita. Fra di noi c'erano anche molte persone anziane. Non eravamo tutti giovani della resistenza armata, c'erano patrioti, uomini politici, tipografi, tutti quelli che avevano in qualche modo partecipato alla resistenza. La strada per il campo KZ di Mauthausen era in salita a quattro chilometri circa dalla stazione.
Arriviamo nel campo di Mauthausen, ancora lontani dall'alba, e ci mettono subito a destra, tutti in fila e in piedi. Qualcuno passa e ci dice che ci toglieranno tutto, allora io che avevo con me una fotografia di mia madre, dico a Braccesco "ci toglieranno tutto, ma a te le stampelle le lasceranno. Lascia che infili sotto l'imbottitura delle tue grucce la fotografia di mia madre. Poi me la darai". E così facciamo. Sta di fatto che quando viene l'alba e arrivano loro, Braccesco che non aveva una gamba, un giovane partigiano che aveva il bustino, un vecchio che avevo aiutato a salire e un prete, un uomo enorme che mi pare fosse di Bologna, vengono prelevati e portati giù da una scaletta. Poi ci rendiamo conto che non tornano più. Non sappiamo ancora esattamente che lì c'è una camera a gas, però questo è un ulteriore messaggio. Vediamo che sono tolti quelli che non sono idonei al lavoro, mentre noi veniamo portati da un'altra parte, spogliati - ci portano via tutto -, rasati, disinfettati e ispezionati per vedere se per caso avessimo ancora qualche cosa. Non avevamo proprio più niente.
Fummo portati in una baracca di quarantena, ai limiti del campo. Erano i giorni nei quali Mauthausen era una vera e propria macelleria per i cospiratori contro Hitler, all'interno dell'esercito tedesco. Ogni giorno pervenivano numerosi tedeschi prigionieri e li fucilavano. Ci distribuiscono un berretto. Siamo nudi e dormiamo sull'impiantito. Non ci sono castelli, non ci sono coperte. Dormiamo uno a fianco all'altro, così fitti che se uno si gira su un fianco si deve girare tutta la fila, con un effetto domino da una parte e dall'altra. Non abbiamo uno spazzolino da denti, non abbiamo un cucchiaio. Però abbiamo un cappello. Ci cominciano a dare una zuppa. Ogni gamella è riempita di zuppa per due persone. Non siamo più soltanto Italiani, con noi ci sono Croati, Serbi, Cecoslovacchi, Russi, di tutta Europa in senso allargato. Quindi tra di noi ci sono enormi difficoltà di lingua. Non abbiamo un cucchiaio e siamo in due a prendere la zuppa. In qualche modo ci intendiamo. La prendiamo a sorsi, come mangia un maiale: un sorso io e un sorso te. Però abbiamo il berretto. La storia della zuppa va avanti per tutti i giorni che rimaniamo lì e parallelamente si sviluppa una sorta di educazione mutuando il linguaggio militare. Veniamo inquadrati fuori dalla baracca alla mattina e al pomeriggio. Noi nudi in fila con il nostro berretto. E per ore il comando è Mützen ab, Mützen auf. Mützen ab, Mützen auf. Su il berretto, giù il berretto.
Siamo nuovamente smistati in altri blocchi sempre di quarantena, e qui ci vengono distribuiti degli abiti. Siamo vestiti nella maniera più svariata. A me è capitato un paio di pantaloni forse dell'armata polacca, poi una giubba verde con tanti bottoni che non so da quale esercito provenisse e una camicia. Altri ebbero quelle cose a righe che conosciamo. Ormai l'iconografia è nota. Poi passano e ci mandano al lavoro. Data la mia specializzazione, mi mandano a lavorare nella cava di pietra, mentre gli operai vengono mandati in fabbrica alla Steyr. Naturalmente ci hanno già dato il numero, che viene messo sul petto e sui pantaloni, con il triangolo rosso con la scritta 'IT'. Il mio numero, lo ricordo ancora oggi, era 82.394. Capii immediatamente che questo numero dovevo capirlo in tedesco, perché altrimenti ogni volta che facevano l'appello si prendevano delle gran botte. Alla cava sotto Mauthausen passo pochi giorni di agosto dopo la quarantena. Poi passo a Gusen 1, dove rimango per il resto della mia deportazione, lavorando sempre alla cava. Alla cava rimango il resto del mese di agosto, settembre, ottobre, novembre e dicembre. C'erano dei detenuti che mettevano le mine per far saltare la parete. Facevano i buchi con il martello pneumatico, vi infilavano della gelatina, della dinamite, secondo anche le indicazioni del Meister, poi la facevano saltare e crollava. Noi nella cava trasportavamo soltanto il materiale, o individualmente sulle spalle, oppure con quella che gli Spagnoli chiamavano una barriquella, una barella con due bastoni, uno davanti e uno di dietro, dove si caricavano i pezzi più grossi, fino a trenta quaranta chili. All'estremo limite della cava vi erano una serie di frantoi, che frantumavano questi massi in pezzetti di varie grandezze, anche fino alla sabbia. Oppure venivano caricati su treni.
A seconda del lavoro che ho fatto, a Gusen ho attraversato tre baracche, la 31, la 26 e la 14. Da fine gennaio alla liberazione sono stato al blocco B, che era fra i blocchi più prossimi all'ingresso del campo. Verso la fine di dicembre - i sacchetti di cemento pesavano cinquanta chili ognuno - io ero ancora in forza, ce la facevo abbastanza. A gennaio mi mandano a lavorare nel Transportkolonne. Trasportavamo da un'ala all'altra della fabbriche, la Steyr, casse e materiale per il trasporto esterno. Per poco tempo, perché poi sono andato a scavare le gallerie. Lì dopo che abbiamo finito di scavare, abbiamo scaricato dalla ferrovia macchinari che arrivano dall'Italia. Erano state predate e rapinate in Italia. Alcune, anche macchine nuove, non ancora utilizzate. Alla fine di questo lavoro, fui trasformato in operaio all'interno della galleria.
Il cibo era inesistente. All'inizio ogni pagnotta viene divisa in sei. Poi viene divisa in otto e via in una progressione che porta, nell'ultimo mese, a dividere la pagnotta in ventiquattro. Una pagnotta di un chilo divisa in ventiquattro fette per il lungo. Alla mattina una gabellina di un liquido nero. Dicevano fossero zucche abbrustolite e bollite per trovare questo estratto dolciastro nero, uno dei tanti fantasiosi surrogati di caffè. A mezzogiorno un litro di zuppa, una brodaglia i cui elementi - pochi, perché era molto brodaglia - erano semplici barbabietole da foraggio, di quelle lunghe e bianche. Alla sera invece una fetta di pane, un dado di margarina e un dado di un insaccato strano, in tutto venticinque o trenta grammi di roba. Questa era l'alimentazione.
Il lavoro durava dodici ore di giorno o dodici ore di notte a seconda dei turni. I turni esistevano soltanto quando si scavavano le gallerie e nelle fabbriche. Non si facevano alla cava di pietra. Le sevizie vorrei dire che erano infinite. Trascuro la violenza individuale del capo campo, del capo blocco, del capo lavoro o del kapò, che in ogni squadra ti picchiava e ti derubava il cibo. Trascurando tutta questa violenza, guardiamo per un attimo la violenza globale, quella di regime. Una volta la settimana ci portavano a fare la doccia. Arrivavamo dopo il lavoro alle sei di sera, ci spogliavamo nudi e nudi ci mettevamo fuori dalla baracca. Era pieno di neve. Attraversavamo il campo innevato e arrivavamo a metterci in fila dietro altri gruppi che ci precedevano per fare la doccia. Quando uscivi dalla doccia, non avendo né sapone né asciugamano, eri soltanto bagnato di acqua gelida, o calda. Uscivi bagnato e nudo ripercorrevi a ritroso il cammino nella neve per andare alla tua baracca e poterti vestire. E' evidente che questo era un modo per far morire la gente.
Ulteriore tortura collettiva, anche se poi si traduceva in una tortura individuale, era quella del Lauskontroll, il controllo dei pidocchi. Ogni sera questo rito del controllo pidocchi faceva una serie infinita di vittime. Non era preso l'individuo, tutto il blocco doveva ogni sera spidocchiarsi. Allora nella incerta luce della baracca, prendevi la tua camicia e guardavi nelle giunture se c'era qualche pidocchio. Dopo aver ben guardato, tutti passavamo davanti al kapò, il quale seduto su uno sgabello guardava e per ogni pidocchio che non avevamo visto distribuiva cinque bastonate. Una volta, fra Natale e Capodanno, con un freddo tremendo e il campo pieno di neve, mi trovarono cinque pidocchi. Il rito era di mettere tutti i disgraziati a cui avevano trovato i pidocchi in fila da una parte. Poi c'era uno sgabello sul quale ci si doveva piegare. Il vice kapò, il sotto semi vice, il quasi aiuto kapò, tutti desideravano usare il bastone di legno lungo. Un pidocchio cinque bastonate. Io che avevo cinque pidocchi, venticinque bastonate. Non solo. Mi fecero arrampicare sulla porta esterna della baracca e mi fecero mettere gli abiti sotto la neve, in cima alla baracca. Nudo tutta la notte, l'indomani mi fecero uscire per mandarmi nudo a fare la doccia, attraversando tutto il campo coperto di neve. Tornato nudo, mi arrampicai, ripresi gli abiti e andai a lavorare.
Anche l'appello era una tortura perché non ti potevi muovere per delle ore. Per andare a lavorare alle sette del mattino, la sveglia era alle cinque. C'erano ventimila persone e tutte le contavano. Alla sera quando si ritornava c'era un altro appello, e bisognava portare con sé, trascinandoli a spalla, anche i morti. L'appello si faceva con i vivi in piedi e i morti per terra, in modo che tornassero esattamente i numeri che erano stati annotati al mattino all'uscita per andare sul posto di lavoro.
Alla vigilia del giorno 21 aprile 1945, per noi era chiaro che la guerra stava per finire perché sentivamo i bombardamenti e passavano tanti aerei da oscurare il sole. Si sentivano anche i cannoni e l'artiglieria di campagna. Ci riuniscono sulla piazza dell'appello di Gusen, passa il capo campo, il comandante delle SS con alcuni ufficiali e i comandanti dei blocchi. Uno per uno tirano fuori seicento deportati. Tra gli altri l'architetto Banfi, che era insieme a Rogers in un grande studio di architetti di Milano. Noi cerchiamo attraverso qualche trucco di farlo rientrare, di fargli cambiare collocazione. Lui era talmente consapevole che non ha voluto tornare indietro, è rimasto lì. Li hanno gasati tutti nella notte. Poi li hanno messi in una baracca svuotata, sigillandone porte e finestre con la carta incollata. Io credo che questo sia emblematico di tutto. Possiamo parlare finché vogliamo di quello che è stata la deportazione, ma quando diciamo che il 21 aprile questi uomini, alla vigilia della loro fuga dal campo, fanno una selezione per gasare seicento esseri umani, abbiamo la misura della criminalità del totalitarismo nazista e fascista.
Fu esattamente il pomeriggio del 5 maggio. Si è aperta una porta ed è entrata una camionetta. Sopra c'erano due persone, non è che è arrivato un reparto intero. Hanno fatto un po' di fotografie e detto qualche parola. Credo che uno fosse italoamericano, per cui masticava qualche cosa di un dialetto antico. Poi sono andati via.
Fonte
Austrian civilians load Gusen bodies onto cart for burial

http://www.nizkor.org/hweb/camps/gusen/dok/lasc001x.htm
venerdì 20 gennaio 2012
MAUTHAUSEN LA "MUSICA" DI NOI MAIALI
GIANFRANCO MARIS
Gianfranco Maris, noto avvocato penalista, senatore del Pci dal 1963 al 1972, membro del Csm dal ’72 al ’76, attuale presidente dell’Aned (Associazione nazionale ex deportati politici) ha oggi 91 anni. Militante nelle file del partito comunista clandestino e poi della Resistenza milanese, ne aveva 23 quando da Fossoli, dove la Repubblica Sociale Italiana aveva allestito un campo di prigionia, venne trasferito in Austria, a Mauthausen. Ora ha affidato i suoi ricordi di quel periodo a un libro scritto con l’inviato-editorialista della Stampa Michele Brambilla, Per ogni pidocchio cinque bastonate (lo stesso titolo dell’intervista pubblicata un anno fa su queste colonne, per il Giorno della Memoria), edito da Mondadori (pp. 151, 17,50). Ne anticipiamo uno stralcio.
E’ la notte del 7 agosto 1944. Il treno si ferma davanti a una baracca illuminata con una luce gialla. È la stazione di Mauthausen. […] Facciamo così la nostra conoscenza con una nuova figura: i kapò. Sono loro, schiavi delle SS e feroci custodi del campo, che ci circondano brutalmente e ci ordinano di ammucchiare a terra i nostri abiti. Ci dicono che dobbiamo lavarci e che ci debbono tagliare i capelli: poi ritorneremo in possesso dei nostri indumenti, che ora dobbiamo raccogliere in ordine e posare ai nostri piedi, restando tutti completamente nudi. […] Torniamo in cortile e non troviamo più nulla dei nostri abiti, che ci avevano ordinato di piegare e di lasciare per terra. I kapò ci inquadrano con violenza, il cammino ora è celere, non c’è più nessuno che possa ritardare la marcia. Velocemente, con furore, ci portano dall’altra parte del campo, oltre un muro. Ci viene detto che stiamo per raggiungere la baracca di quarantena, dove impareremo a essere prigionieri.
Capiamo ben presto che i nostri amici non hanno passato la selezione degli idonei al lavoro e sono stati avviati all’eliminazione. Tutti noi altri veniamo portati nel reparto quarantena di Mauthausen. Siamo nudi, in una baracca completamente vuota, senza letti a castello. Di notte dormiamo sdraiandoci sul pavimento uno accanto all’altro, come sardine in scatola.
Non abbiamo più nulla, non ci è rimasto neppure lo spazzolino per i denti e sicuramente non abbiamo neppure un cucchiaio. Perché mi viene in mente il cucchiaio? Nella tarda mattinata ci viene distribuita una zuppa in una gamella per ogni due deportati: per cui la zuppa, un brodo di barbabietola da foraggio, deve essere bevuto a sorsi alternati. Ricordo come fosse adesso che in quel momento una cosa soltanto dominava su tutto: il rumore. Il rumore di queste sorsate, che sembravano la musica di tanti maiali gettati contemporaneamente nel truogolo.
Perché ci trattano cosi? Non ci sono nel campo gamelle sufficienti per somministrare a ciascuno la parte che gli compete di quella brodaglia? E non ci sono cucchiai di cui i prigionieri possano usufruire nonostante la loro spregevole condizione di nemici del Terzo Reich?
Finito il «pranzo», a ciascuno di noi viene distribuito un berretto. Cosi non siamo più tutti nudi: insomma siamo sì nudi, ma con un berretto. Ci chiamano subito fuori dalla baracca, ci inquadrano. Arriva un kapò e comincia a impartirci il suo nuovo ordine: «Mützen ab! Mützen auf!» (Berretto giù! Berretto su!). Va avanti così per ore. «Mützen ab! Mützen auf!» E noi per ore, nudi in un cortile, a tirarci su e giù il berretto. Poi entriamo nella baracca e passiamo la notte sdraiati uno accanto all’altro sul pavimento, nudi, senza nessuna coperta o riparo. La mattina dopo, di nuovo nudi in cortile e altre ore di "Mützen ab! Mützen auf!". Poi la broda in una sola gamella per due persone e la "musica" del truogolo. Il giorno dopo ancora, l’assurdo rituale si ripete.
E così lo stesso per giorni e giorni. Di nuovo mi trovo a domandarmi: perché? Nessuno di noi conosceva a quel tempo le teorie di Pavlov e dei riflessi condizionati indotti nell’animale per ridurlo all’obbedienza assoluta. Obbedire, soltanto obbedire, immediatamente obbedire al suono di un comando. Come cani ammaestrati. E’ per questo che per settimane veniamo istruiti così, fino a quando non decideranno di trasferirci in un altro blocco di quarantena, quello di Gusen: primo campo contiguo a Mauthausen.
Il blocco di quarantena del campo di Mauthausen era chiuso tra alte mura. Ma al di là delle mura c’era un’altra baracca nella quale erano chiusi in isolamento gli ufficiali sovietici prigionieri di guerra che si erano rifiutati, in base alle convenzioni di Ginevra, di lavorare nell’industria bellica del Reich e che per questo rifiuto erano già stati condannati dalla Gestapo al «trattamento kappa». Ossia Kugel, proiettile.
Questi uomini potevano quindi essere uccisi, in qualsiasi momento, con un colpo alla nuca. Ma li si lasciava lì, nella baracca, con l’intento di farli morire in un altro modo, più lento e più atroce: di fame. Non venivano lasciati completamente senza cibo: li si alimentava a gocce, per rendere più straziante l’agonia. Era la "sapienza" nazista nel trattare i nemici. Ogni giorno ne morivano venti o trenta.
All’alba, alla sveglia, dovevano uscire dalla baracca e a gruppi di cento, scalzi, coperti di piaghe, si dovevano sdraiare per terra all’ordine «Nieder» (giù, abbasso). Così veniva fatto l’appello.
Poi, in fila indiana, dovevano strisciare carponi. Quindi dovevano alzarsi e restare fermi in piedi nel cortile davanti alla baracca, al caldo dell’estate o al gelo dell’inverno. Quando faceva freddo questi poveri uomini si appallottolavano tra di loro, formando, come le vespe, una palla, un fornello. Chi era all’interno della «palla» si riscaldava mentre il resto della «palla», con un movimento continuo, spostava quelli che stavano al centro verso l’esterno e viceversa.
Nel gennaio 1945 arrivò un nuovo gruppo di ufficiali sovietici. Avevano tentato la fuga ed erano stati condannati al trattamento Kugel.
I componenti di questo gruppo capirono perfettamente a che cosa andavano incontro e decisero di fare una cosa coraggiosissima per chi è chiuso in un inferno simile: scegliere essi stessi come morire. Non lasciare i nazisti padroni del loro destino. Decisero quindi di tentare la fuga, ben sapendo che anche solo il tentativo di scappare li avrebbe portati a una morte immediata.
Scavarono con le mani il terreno attorno alla baracca, si procurarono delle pietre, presero due estintori e una notte, in cinquecento, provarono a fuggire. Fecero saltare la corrente ad alta tensione che percorreva il filo spinato sulla sommità del muro di cinta gettandovi sopra coperte bagnate. Aggredirono i militari di guardia sulla prima torretta con delle tavole. E si misero a correre. Lasciarono sul terreno innevato una scia ininterrotta di morti e di sangue.
In pochi riuscirono ad allontanarsi dal campo. E per quei pochi si scatenò subito una caccia all’uomo alla quale parteciparono tutti i soldati delle SS e tutti i civili della zona: alcuni erano volontari, altri costretti a collaborare. La caccia all’uomo finì dopo molti giorni con l’annientamento di quasi tutti i cinquecento ufficiali sovietici che avevano tentato questa loro ultima spaventosa avventura. Spaventosa, ma forse non folle come potrebbe apparire. Undici di questi ufficiali riuscirono a sopravvivere. Liberi. Famiglie di contadini austriaci, come si seppe poi, li avevano ospitati e tenuti nascosti. E tanto basta per continuare a credere nell’uomo.
Fonte
venerdì 21 maggio 2010
"IL PEGGIO DEVE ANCORA SUCCEDERE"
Fabio Polenghi, 45 anni, ha perso la vita a Bangkok durante l'assalto finale dell'esercito all'accampamento delle camicie rosse. Era lì per scattare fotografie, per fare il lavoro che amava.
Due proiettili sparati da un soldato qualunque, figuriamoci se poteva sapere quello che Fabio Polenghi aveva scritto su Facebook, l’ultimo messaggio, più di un epitaffio: «Ogni giorno è un regalo. Fai del tuo meglio per essere felice. Ama tutti».
Polenghi aveva girato una settantina di paesi in 29 anni di lavoro con la macchina a tracolla.
"Non era una persona che raccontava delle storie o che voleva politicizzare tutto ad ogni costo - racconta a Cnr Media il fotografo francese Fabrice Laroche che con Polenghi aveva lavorato per anni - Cercava le emozioni nella gente e non parteggiava per nessuno. Non aveva affatto l'abitudine di battersi per una causa, voleva essere piuttosto un testimone. Era una persona eccezionale e io sono davvero scosso dalla notizia della sua morte". "Veniva dal mondo della moda - prosegue - e per vocazione, io credo, ha scelto poi di lavorare in ambiti più personali e sulle relazioni umane. Abbiamo lavorato insieme ad un documentario su Cuba, abbiamo cercato di raccontare una storia familiare. Lui era uno che amava molto parlare delle relazioni personali".
VIDEO
La scritta «Press» non ti salva da niente e qualche volta fa anche paura.
lunedì 15 marzo 2010
IMPARIAMO DA LORO
Um jovem foi assassinado no Bairro Boqueirão, em Curitiba, seu grande amigo, chegou minutos depois e ficou ao seu lado até o final...
Cãopanheiro from Joao Frigerio on Vimeo.
Dobbiamo imparare molto dagli animali, specialmente quei sentimenti che oggi sono stati offuscati e sostituiti con gli pseudo valori del denaro e del potere.
domenica 13 dicembre 2009
CECILIA, LA RIBELLE.
Santa Marta.
Cecilia ha quarant'anni ed è nata in un paese a poche ore da Nabusimake “donde nace el sol” in arhuaco, capitale della Sierra Nevada nei pressi di Valledupar a otto ore dalla città di Santa Marta in Colombia.
La Sierra è la formazione montagnosa costiera più alta del mondo e la sua vetta maggiore è di 5775 metri.
Dalle sue cime si possono vedere i Caraibi.
Cecilia è un' india che ora vive al parco Tayrona, riserva colombiana di incantevole bellezza caratterizzata dallo spettacolo che offre l'incontro della selva, che arriva ad altezze di 900 metri, con le spiagge caraibiche.
Il Tayrona è parco nazionale di proprietà dello Stato dal 1969.
Precedentemente tutta questa area, consistente in 15000 ettari dei quali 3000 marini, era di proprietà di differenti famiglie.
Il parco era e rimane un luogo sacro per gli indigeni Arhuacos, Kankuamos, Kogi e Wiwa e tuttora, al solstizio d'inverno e a quello estivo, i Mamos, gli sciamani delle comunità, si recano a Pueblito per cerimoniare la Madre Terra, la Pachamama, affinchè sia mantenuto l'equilibrio cosmico ancestrale.
Pueblito oggi è una meta turistica che conta d'alcune terrazze in rovina che in passato fungevano da centri agricoli.
Per arrivarci bisogna inerpicarsi per un sentiero di pietroni ben ripido e lungo due chilometri e mezzo che inizia nei pressi della spiaggia di Capo San Juan.
Da Pueblito in tre giorni di camminata si può arrivare nel cuore della Sierra dove risiedono le comunità. Gli Indios scapparono per questa rotta all'arrivo degli spagnoli e lungo questo cammino costruirono la Città perduta.
Oggi a Pueblito vive solo una famiglia india che riceve i turisti e che bada al luogo.
Qui prima dell'arrivo dei conquistadores vivevano duemila persone.
Allora furono gli spagnoli a far da predoni; da quando il Parco è diventato riserva nazionale, il governo colombiano ha vietato ai nativi di viverci 'spostando' chi vi rimase sulla Sierra.
Qui è nata Cecilia e qui ha vissuto fino ad otto anni fa.
Da allora vive vendendo artigianato precolombiano al Tayrona.
Qui conobbe molti turisti tra i quali antropologi e studiosi che le hanno chiesto di far loro da guida per la Sierra.
In quegli anni il monte era territorio controllato tra gli altri da una formazione guerrigliera alternativa alle Farc Ep.
Questa organizzazione era belligerante nei confronti delle comunità indigene; minacce ed estorsioni erano all'ordine del giorno.
Quando Cecilia accompagnò un'amica svizzera, Micaela, sulla sierra fu inevitabile incrociare uno delle numerose brigate delle Farc che controllavano la zona.
Il comandante accompagnato da psicologi interrogò Cecilia sul perchè fosse venuta accompagnata da una straniera.
Spiegando che il fine era semplicemente culturale passarono senza problemi e continuarono lungo il cammino.
Cecilia conobbe il comandante del frente 59 delle Farc, Higuen Martínez Arias, El Indio, guerrigliero nelle cui vene scorreva sangue indigeno, noto per la sua astuzia militare e per la sua disciplina.
Fu contenta di conoscerlo perchè con le Farc che controllavano l'area finalmente potette tornare alla sua finca senza rischiare di essere vittima di saccheggi e minacce.
Cecilia non era delle Farc ma semplicemente non negava loro aiuto quando queste le domandavano cibo o piccoli favori.
In quei mesi divenne amica del Comandante.
Guerriglia e indigeni erano vicini e vivevano nello stesso territorio.
Nel 2007 el Indio fu tradito dalla guardia del corpo più fidata; gli spararono in fronte mentra stava dormendo e, come prova della sua morte da consegnare all'esercito in cambio della ricompensa, gli tagliarono la mano destra.
Nello stesso periodo i militari sferrarono un'offensiva sulla Sierra.
Cecilia passa da una narrazione all'altra e parla delle Auc, le autodefensas:
..Violentavano, sventravano e svisceravano le madri indigene di fronte agli occhi di figli e mariti che se piangevano venivano ammazzati. Costringevano i familiari a mangiare il cuore cucinato alla piastra dei loro cari.
''Bastardi indigeni non avete fame? mangiate! Abbiamo un sacco di carne per voi''..
Cecilia durante il suo racconto a tratti ride e a tratti piange.
Siamo seduti ad un tavolo di un campeggio di una spiaggia di Arrecife.
Quando ammazzarono l'Indio tra tutto ciò che teneva con sè trovarono un'agenda con distinti numeri di telefono.
Tra questi c'era il numero di Cecilia, lo stesso che tiene tuttora.
Andarono a prenderla al suo piccolo negozio e le dissero di accompagnarli in commissariato per un controllo.
Vi andò incosciente che la stessero arrestando.
Alla stampa i militari dissero che la catturarono tra i monti durante l'operazione Sierra Nevada. Falso.
L'accusarono di ribellione e la imprigionarono per cinque mesi.
Mentre era in carcere non sapeva quanto lunga sarebbe stata la sua prigionia.
Il marito l'abbandonò nel momento in cui lei aveva più necessità.
Sua madre morì mentre lei era in cella, fatto che le portò la solidarietà di tutte le carcerate.
L'accusarono di reclutare stranieri nelle Farc.
In carcere gli indigeni la nominarono lider.
Ha visto assassini, paramilitari, narcos e anche guerriglieri uscire di prigione grazie a bustarelle di qualche millione di pesos.
L'indio, l'unico che avrebbe potuto aiutarla, era morto. Aveva sulla testa una taglia di 800 millioni di pesos.
Ci descrive il carcere nei minimi particolari.
Racconta la storia delle due paramilitari lesbiche che si sono innamorate in cella.
Racconta di com'era vivere nel carcere misto di Valledupar.
Racconta del secondino che si innamorò di lei.
Di come tutti in carcere siano innocenti; di come chi ci resti sia sempre di una classe bassa e marginale.
Di come solo e sempre i poveri paghino.
Ci racconta di una delle brutalità e della perversioni peggiori che l'uomo ha crato; il carcere. Il non poter vedere il cielo.
Racconta anche di quando aiutò un guerrigliero ad abbandonare le Forze armate rivoluzionare colombiane e la Sierra recuperando una macchina e aiutandolo con essa a superare un posto di blocco militare insieme ad altri familiari e amici indigeni incoscienti di tutto.
E ride. Ride Cecilia.
Era un comandante che abbandonò la guerra per amore di un'indigena, da cui ebbe un figlio, che finirà col tradirlo e col farlo ammazzare per diventare poi la donna di un paramilitare.
Storie di sotterfugi e tradimenti.
Ci dice che chiunque abbia un'arma è malato.
Di quanto il governo sia corrotto e di quanto il tradimento regni in Colombia, ad ogni lato.
Narra di come da giovane si oppose all'autorità indigena che era colpevole di discriminare i nativi evangelici da quelli tradizionali.
Leader dei tradizionali era suo fratello maggiore Vicente.
Anche allora fu imprigionata in un carcere della comunità indigena per ribellione.
Per tutto questo ancora adesso la chiamano Cecilia la revolucionaria.
Non è più cristiana ma crede solo nella Madre Terra.
Ora è agli arresti domiciliari che sta evadendo.
C'è un nuovo processo in ballo e potrebbe tornare in cella.
Tornerà sulla Sierra solo quando i Mamos, gli sciamani che puntualmente consulta, le diranno che non rischierà nulla e che sarà sicuro.
Gli stessi sciamani che le dissero di avvisare l'Indio, il comandante, che presto avrebbe subito un tradimento.
L'Indio non l'ascoltò e disse che se fosse morto sarebbe morto lì sui monti da comandante.
Intanto Cecilia sta là a vendere artigianato, borse precolombiane e bracciali, a lato della spiaggia con la selva che le fa da aurea protettiva.
Non ha più un marito, i due figli sono entrambi lontani e uno di essi è diventato un ladrone e s'è affiliato ad una banda di strada mentre lei era in cella.
Ha tanta indignazione e tanta sete di giustizia. Lo si legge nei suoi occhi.
E sta scrivendo un libro grazie alle pagine del diario che riempì durante le disperate e interminabili giornate di prigionia.
Sulla Sierra Nevada non ci sono più le Farc se non laboratori di cocaina e paramilitari.
Quelli che Alvaro Uribe dice di aver smantellato.
Fonte: http://vaccamagra.blogspot.com/
giovedì 12 novembre 2009
12 NOVEMBRE 2008
Le date servono spesso per puntualizzare od evidenziare un fatto accaduto, un ricordo indelebile, un amico scomparso. Questa data rimarrà sempre impressa nella mia mente, perché, esattamente un anno fa, il tuo cuore ha cessato di battere. Improvvisamente il motore si è inceppato, nessun meccanico d’emergenza ha potuto fare qualcosa per soccorrerlo e non è più ripartito. Ma era soltanto un cuore fisico e la dimostrazione che esiste un’altra dimensione, oltre a quella visibile e tangibile è che il tuo CUORE vero, la tua ANIMA vera, la tua MENTE vera sono ancora con noi. Tutti sentono ancora la tua presenza o meglio avvertono la tua non presenza fisica, sanno che manca qualcuno di insostituibile, ma si ricordano delle tue idee, delle tue frecciate, delle tue polemiche, della tua umanità. Nell’oasi del deserto di questa comunità paesana della Bassa è scomparsa l’acqua, ma non il ricordo di ciò che l’acqua rappresentava.
Mi sorprendo a parlare con te, a confidarti certe mie paure, certe mie ansie, certi miei problemi, oltre alle cose che capitano tutti i giorni in questa nostra società malata. Non riesco quasi a perdonarti per il fatto che te ne sia andato lasciandoci all’improvviso in un arido deserto. Ti dico;” eh… Rino, Rino, me l’hai fatta grossa…” E tu mi guardi dalla mia scrivania quasi sussurrandomi: “È la vita… “.
Si è venuta a creare una specie di situazione paradossale in cui l’immaginario si è sovrapposto alla realtà ed allora mi metto spesso a discutere con te anche delle cose più banali …
Sei sempre con noi, amici, compagni del Caffè Centrale e, logicamente, con la tua famiglia.
Ciao RINO
lunedì 2 novembre 2009
IL GIORNO DEI MORTI
"Non bisogna" il vecchio disse, "piangere per loro".
"Non bisogna piangere?" disse Berta.
"No figliola. Non del sangue che oggi e' sparso".
"Non dell'offesa? Non del dolore?"
"Se piangiamo accettiamo. Non bisogna accettare".
"Gli uomini sono uccisi e non bisogna piangere?"
"Certo che no! Che facciamo se piangiamo? Rendiamo inutile ogni cosa che e' stata".
[...]
"Ma che dobbiamo fare?"
"Oh!" il vecchio rispose "Dobbiamo imparare".
"Imparare dai morti?"
"Si capisce. Da chi si puo' imparare se non da loro? Loro soltanto insegnano".
"Imparare che cosa?" chiese Berta. "Cos'e' che insegnano?".
"Quello per cui" il vecchio disse "sono morti".
Elio Vittorini
e
QUESTO VALE PER TUTTI I MORTI ,
QUALUNQUE SIA STATA
LA CAUSA DELLA LORO MORTE
domenica 1 novembre 2009
VELEGGIO COME UN'OMBRA
(Sono una piccola ape furibonda.)
Mi piace cambiare di colore.
Mi piace cambiare di misura.
Veleggio come un'ombra
nel sonno del giorno
e senza sapere
mi riconosco come tanti
schierata su un altare
per essere mangiata da chissà chi.
Io penso che l'inferno
sia illuminato di queste stesse
strane lampadine.
Vogliono cibarsi della mia pena
perché la loro forse
non s'addormenta mai.
domenica 25 ottobre 2009
PER ARMI LE PAROLE
La lunga linea che un tempo separava Caponapoli dalle chine dei Miracoli, dei Cristallini e della Sanità, avviando al Sebeto e al mare il fango e l’acqua che piovevano a valle, infuriando da Capodimonte e dai Vergini nei giorni di tempesta, segnava la terra di nessuno tra fascisti e comunisti: ‘a lava ‘e Virgini, ricordavano ancora i vecchi della mia prima infanzia e mormoravano impauriti: ‘o pateterno s’è scurdato ‘e l’acqua!
Per me, che stavo a sinistra, la risicata sicurezza era stretta d’assedio in un’isola rossa, compresa tra via Duomo e via Pessina, Portalba e Piazza Cavour.
Un breve “camminatoio” arrischiato e strenuamente difeso conduceva a ridosso di Santa Chiara, dove la casa di Attilio e Lucia offriva rifugio a qualunque ora del giorno e della notte. Tutt’intorno il nero minaccioso dei mazzieri fascisti e le regole non scritte d’una convivenza diffidente ed astiosa.
La città ormai ci ignorava. Curiosa e stranamente compiaciuta, aveva vissuto con noi la giocosa follia del Sessantotto, ospitando nelle piazze disincantate e indolenti i suoi ragazzi variopinti e musicali: Napoli non si lascia facilmente impressionare. L’onda lunga e rossa dei cortei, con le ragazze mai viste in prima fila e i grandi striscioni di protesta, si era incontrata quasi naturalmente con la furia dei senzatetto, la disperazione dei disoccupati e le manifestazioni degli operai in lotta per il posto di lavoro. Ognuno per la sua strada però: un’anima comune non s’era trovata. Gli operai, appena intravisti fuori i cancelli delle fabbriche che una dietro l’altra chiudevano, erano stati per gli studenti la “classe operaia” e non avevano sapore d’officina; in quanto agli studenti, che pure cominciavano ad essere figli di tutte le classi, erano stati e rimanevano per gli operai i “figli di papà”: quelli di Pasolini a Primavalle. In quella sintonia tra l’intellettuale eretico e i lavoratori del Pci, scarsamente acculturati, si sarebbe potuta leggere la storia d’un isolamento. Ma il presente nasce dal passato e non può avere radici nel futuro: gli manca la consapevolezza d’essere la storia.
Diversamente da quello che poteva apparire, tuttavia, la protesta aveva trovato spazio tra la furia e la disperazione, aveva indovinato la sua lunghezza d’onda e non s’era impantanata nell’antico scetticismo della plebe, che inghiottiva tutto nella sua apatia beffarda.
Di giorno era un susseguirsi di manifestazioni e scontri: torme di senzatetto, operai espulsi dalle fabbriche che chiudevano tra scontri sanguinosi e promesse dei politicanti, studenti in lotta per il diritto allo studio. Il progetto d’una società di eguali era il cuore di un gran sogno, ma aveva contorni indefiniti e si faceva ideologia. Le “masse”, separate, tenevano le piazze con onore, senza firmare accordi, poi la notte il presidio toccava alle esplosioni d’un dissenso che aveva le tinte estreme e la radicale impotenza dell’individualismo anarchico.
Agostino e le sue acrobazie svanirono nel nulla; sulla città calarono a poco a poco ombre dense di agguati e si montarono le scene per un dramma. Nessuno ha mai saputo chi ci fosse davvero dietro le quinte oscure, ma vennero notti amare, che rubarono le piazze alla folla e lasciarono un filo di sangue sulla strada di un sogno.
Fu la strage di Stato a rubarci l’innocenza e non prestate fede a chi ha venduto l’anima: quando nascemmo, avevamo per armi le parole. Avemmo contro il fuoco dell’inferno, un nemico vile, lo capimmo col tempo e non fu certamente facile arrivarci. Un’idea però ve la potete fare: tutto il fascismo delle fogne repubblicane, sopravvissuto in uomini e pensiero entro le istituzioni, la feccia invecchiata nei bordelli del regime che gli anglo-americani liberatori avevano passato a nuovo sotto nastri e mostrine, toghe, feluche e palazzacci, il pattume mimetizzato nell’ombra dei corridoi che legano tra loro i poteri – quelli che Montesquieu vanamente concepì separati nell’inganno giuridico borghese – tutto recitò con perizia scellerata la cupa vendetta di Salò. No, non fu facile arrivarci, ma ci fu tra noi chi riconobbe gerarchi dietro il sipario che calò sulla tragedia.
Quando nascemmo, avevamo per armi le parole, e furono parole a fare la rivoluzione. Anche qui, non date credito a chi sorride beffardo: uno che si vende non ricorda più niente, ma quando ci fermammo il paese non era più lo stesso.
Io no. Io mi ricordo bene ciò che accadde: presi il mio treno in corsa e feci buona parte del viaggio scomodamente poggiato in predellino.
Era andata come capita spesso: il passato ti si para davanti col presente, si traveste, disegna le trame più impreviste e costruisce il futuro. Poi, d’accordo, è anche vero: quisque faber fortunae suae. Ma è un fabbro che trova bell’e pronta la fucina, usa attrezzi già usati e completa un lavoro.
Così fu per me, che alla nascita del movimento studentesco, avevo fatto in tempo a dare ai miei studi faticosi il valore legale del diploma, dopo che mia madre aveva posto il suo definitivo sigillo alla vita che m’aveva dato.
Del mondo che intorno a lei cambiava così radicalmente, aveva, mia madre, percezioni rallentate: tra la foto delle cose che davano i suoi occhi e la lettura elaborata che ne faceva il suo cervello, c’era di mezzo un invisibile filtro. Tutto era un enigma nella sua camera oscura, ma spesso ne venivano fuori lampi d’impressionante acutezza. Così, quando tutti, io stesso, gli amici, la famiglia, ritenevamo ormai chiuso il tempo dei miei studi, lo aveva riaperto nella sua maniera imprevedibile di mutare il corso degli eventi.
La licenza per esami, che riuscì a sottrarmi per due settimane ai lunghi mesi di guardia alla paludosa caserma, portava i segni delle sue lacrime, ma io ci vidi solo il corpo flessuoso d’una ragazza che mi aspettava a Napoli.
- Ci vai con la divisa? - suggerì: rifiutai.
- Prometti che ci provi? - domandò.Non promisi.
M’avrebbe maledetto, lo so, ancora lo sento, se non m’avesse amato a suo modo da morire, e non lo fece; m’avrebbe accarezzato, ma non glielo consentivo ormai da tempo.
Pregò, sono certo che lo fece e ancora pregava, quando il presidente della commissione mi rifiutò infastidito un attestato di presenza:
Ah, guardi, la prenda come vuole, ma gli scritti lei me li fa e consegna solo dopo le ore prescritte! Tutti, capisce? Me li fa tutti, e si ritira il giorno degli orali. Solo allora, se vuole, le firmo l’attestato.
Feci gli scritti per diventare maestro nelle due ore prescritte e giunsi a passare matematica ai giovani e nuovi scienziati della borghesia, creando un caso spinoso. La scuola è sempre stata un assurdo e invano, per cambiarla, ne avremmo fatto di lì a poco il quartier generale della rivoluzione: la soluzione algebrica, che il mio professore fascista al liceo avrebbe trovato “certamente originale, ma tortuosa, caro Aragno”, risultò una patata bollente per la commissione di esame. Gli studenti d’un istituto magistrale di quella matematica non avevano idea, come io del resto non conoscevo le lungaggini della matematica magistrale. La soluzione è corretta, ma il compito copiato, conclusero i borghesi scienziati antichi e in quanto a quelli nuovi e sospetti, il compito l’avevano copiato nello stile degli amanuensi: senza sapere che cosa scrivessero. C’erano gli orali per fare giustizia.
Come sia andata agli altri non ho mai saputo. A me, che chiedevo l’attestato e un paio di giorni per la mia paziente ragazza, il presidente della commissione oppose un rifiuto nettissimo – esami o nulla, condizioni “non negoziabili” – e m’invitò a sedere mentre si lasciava cadere sulla sua sedia e sulla cattedra che aveva davanti, allungandosi verso di me e portandosi una mano alla fronte, come volesse dirmi : ma sei pazzo, insomma!
Era una sorta di molosso buono, con gli occhi acquosi e i capelli cortissimi, l’uomo che quel giorno diede una svolta improvvisa alla mia vita.
- Lei ha fatto lo scientifico, ma il diploma non ce l’ha. E’ così? mi chiese a bruciapelo, mentre mi sistemavo.
- No - replicai infastidito - ma non sono qui per gli esami… non ho studiato. Sono militare in licenza e… vorrei andar via.
Si allungò e si distese con l’aria insinuante, gli occhi acquosi si fecero dolcissimi e le parole sembrarono carezze:
- Ha fatto ottimi scritti. Non può andarsene. Non può fare una sciocchezza simile. Resti e faccia vedere al professore di matematica che è lei quello che ha passato il compito ai compagni. Solo lei può essere stato.
Ce n’era quanto bastava per vincere la mia resistenza e il diploma compensò le mie infinite amarezze di proletario fra i futuri scienziati della borghesia e la fede incrollabile di mia madre.
Un anno dopo, studente all’università, mentre nelle aule espugnate si attaccava la selezione di classe, tornai in quella scuola per una ragazza filiforme che mi aveva incantato e un corso di storia autogestito, in cui feci da riferimento per la Resistenza.
Cominciarono così i giorni in cui sognammo il riscatto. Di ciò che fummo restano tracce ovunque, ma non siamo gli stessi. Ora che passo a piedi giù per via Pessina, dove ogni sera sbucavamo come dal nulla, uscendo dall’antica sala alla galleria Principe di Napoli, mi fa male vedere ch’è sparita la grande tabella con la falce e il martello e i segni degli attacchi improvvisi dei fascisti sulle pareti scalcinate.
Di là partii la sera che conobbi la lama della paura e del coltello fascista. Di là, una sera che s’era fatto tardi per fare attacchinaggio – fuori zona di notte non piaceva a nessuno – e m’ero trattenuto per la riunione della Commissione Scuola, dove portavo esperienze e ferite mai rimarginate. S’era aperta la piaga dei rapporti tra studenti e operai, e bastava sentirlo Fassataro, segaligno e curato, mentre parlava delle difficoltà di comunicazione, perché la difficoltà assumesse un’anima ed un corpo: era egli stesso la difficoltà, con la sovrabbondanza delle parole prese in prestito da letture di politica e storia – la sua vita era lì, ma serviva se stessa – che disegnavano un circuito chiuso, e la tentazione mai superata di insegnare là dove c’era solo da imparare. Scienziato borghese – quanti ne ho conosciuti nel mio campo – non sapeva ascoltare. Imbastiva ragionamenti sottili, produceva analisi corrette, e però non ascoltava. Anche quella sera, che aveva messo al centro gli operai e gli studenti, non ascoltava. Parlava a se stesso, Fassataro, debordava e, movendosi lungo molteplici raggi, percorreva archi sempre più lunghi d’una circonferenza, copriva a grado a grado, tutto intero un cerchio e lasciava sepolti sotto il fiume di parole i dati reali del problema: eravamo due mondi che non si incontravano.
Io ne provai fastidio:
- Tu vuoi quadrare il cerchio, lo interruppi d’un tratto, nel fumo delle sigarette e nel silenzio improvviso.
Fui brusco, mi ricordo, e mi cavai fuori dall’animo un discorso “su erre e su pi greco” – così mi venne di dire – tirando a bruciapelo:
- Fuori dalla geometria di questo nostro linguaggio da un po’ di tempo io vedo solo una sorta di processo estetico: è giusto ciò ch’è detto bene, ed è detto bene ciò che conferma un assunto. E’ un processo illogico. Più ci penso, e più mi pare che il fine delle parole sono le parole. Noi poniamo questioni di progresso sociale. Siamo filosofi e illuministi. La politica, però, non c’entra. Prendete questa storia degli operai, per esempio. Lui disegna un cerchio: è l’area nella quale ci muoviamo. Gli operai ne sono fuori, ed è logico che sia così: noi diciamo fabbrica, capitale e lotta, loro hanno i turni e la fatica, il regolamento e la repressione. Come funziona fuori dal cerchio? Non lo sappiamo: fuori dalle nostre parole, in fondo c’è soltanto il vuoto. La circonferenza che ci racchiude è una barriera insormontabile: gli operai, dentro il nostro cerchio, sentono solo uno spazio saturato. Tra noi e loro c’è un muro: bisogna consentire una circolazione, occorre aprire una breccia.
- Però, m’interruppe Lucia pensierosa, nemmeno tu vai molto lontano. C’è un muro, dici, quindi apriamo una breccia. E va bene. Ma come? Le parole…
La interruppi. Lungo la schiena mi correva un brivido, perché la risposta mi sembrò subito chiara e raggelante:
- Aprire una breccia in senso militare, sussurrai, mentre lasciavo la riunione. Provocare uno scontro di tale violenza, che la barriera cada e ci vengano dietro.
Pochi minuti dopo ero in strada, seguito da due liceali con il secchio di colla, un pennello e i manifesti arrotolati. Li precedevo, mani in tasca, stretto nel giaccone, e non avevo voglia di parlare. Quello che c’era da dire l’avevo già detto: niente scherzi che ce la fanno pagare. Se n’erano stati zitti e m’era bastato.
Da quando ci avevano assaliti a Via Bellini, stentavo a controllare la tensione faticosa dei ricordi e il respiro si faceva corto mentre tornavano improvvisi il rumore della corsa sul selciato, le ombre sbucate dal nulla nell’umido della sera, la furia delle catene, il vapore delle bocche ansimanti e l’urlo di Lucia caduta in ginocchio, col sangue che colava a rivoli dalla testa sull’eskimo strappato, la chitarra spezzata e lo stupore sul viso addolorato. Mi pareva di sentirla la corsa sul selciato che sprofondava nella notte gli aggressori; la corsa, che ora me li riportava, emersi nuovamente dal nulla, nell’ombra umida delle notte, col vapore sulla bocca, le spranghe e le catene: c’erano addosso, mentre istintivi e lenti, a piccoli passi guardinghi cercavano alle spalle la tutela del muro.
Con la coda dell’occhio la vidi e tremai: a pochi metri da me, sulla fiamma tricolore del Movimento Sociale, la falce e martello si piegava in avanti sulle prime parole di un manifesto incollato a metà: “Una bomba in Parlamento” c’era scritto. Pensai per un attimo a Valpreda e sorrisi, mentre la paura quasi mi schiacciava.
- Idioti! - esclamai. E mi chiesi sconcertato: Quanti ne hanno coperti? Poi scossi la testa, sconsolato: quanti bastavano a tirarceli addosso.
Giunsi spalle al muro e mi fermai. Eravamo in trappola: non una via di fuga. La salita della Sanità era un budello nero nella notte fredda ed il silenzio cupo e gli spintoni facevano male: i due ragazzini inesperti avevano le mani in alto, come soldati che si arrendono. Uno implorava: – non ci fate male.
Pallido come un cencio, io tremavo e mi odiavo per quel tremito irrefrenabile che non sapevo fermare. Avrei pianto di rabbia perché avevo paura, quando dal gruppo dei mazzieri si fece avanti un ragazzo bruno e quadrato, stretto nei jeans scoloriti e in un giaccone di velluto verde scuro. Lo vidi: frenò con un cenno i camerati. Era il caposquadraccia e sotto i capelli corti e la fronte sfuggente, gli occhi sottili sembravano cattivi.
- Chi comanda? Domandò rabbioso, poi mi poggiò sotto il mento il coltello che stringeva in pugno: è l’età la più antica gerarchia.
Il freddo della lama mi gelò ed a stento sentii le parole minacciose scivolarmi sul viso assieme all’alito condensato in vapore:
- Ora tu fai togliere uno a uno i manifesti che avete incollato sopra i nostri e poi ci fai vedere come strappate quelli che portate sottobraccio.
Alle mie spalle un’edicoletta votiva proiettava sul viso del capetto le ombre tremolanti d’un lumino di cera. Vacillai, ma il muro mi sostenne, quando, vincendo la repulsione viscerale che provo per il coltello, scostai lentamente con la mano la lama minacciosa e mi volsi ai miei compagni impauriti con una voce che non riconobbi:
- Andiamo, ha ragione: pareggiamo il conto. Togliamo i manifesti che coprono i loro e strappiamo uno dei nostri ogni volta che quello di sotto si è rovinato. I manifesti che ci restano- proseguii rivolto al capobranco – li portiamo con noi.
Mi sembrava che un altro avesse parlato per me. Un altro che non aveva la mia terribile paura.
Non obiettarono. Ci scortarono, mentre in tre scollavamo e strappavamo, poi, come se avessimo preso un accordo, giunti a piazza Cavour ci separammo. Non una parola. Né noi, né loro.
Quando sparirono nella notte, mi poggiai al muro e vomitai.
Pablo Picasso, “Natura morta“, 192; “Composizione con teschio“, 1908; “Clarinetto e violino“, 1913; “Coppia” (ceramica), 1963.
Mosaico di Ercolano: La morte di Archimede
Giuseppe Aragno
Uscito su “Fuoriregistro” il 5 gennaio 2004










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