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martedì 22 maggio 2012

HAITI: IL TRAFFICO DI BAMBINI AL CONFINE

Il confine tra Haiti e Repubblica Dominicana non divide soltanto le due metà della grande isola caraibica, ma anche due mondi: quello haitiano della povertà e dell'instabilità politica, e quello del ben più benestante paradiso turistico dominicano.

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Molti bambini di Haiti tentano ogni giorno di attraversare questa frontiera, spesso da soli, esponendosi a concreti rischi di sfruttamento economico e abusi.
Questo video documenta il lavoro che l'UNICEF svolge a fianco della Brigata di Polizia haitiana per la tutela dei minori, per prevenire e controllare questo traffico di esseri umani


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martedì 27 marzo 2012

LE MACERIE DI HAITI (5/5)

di Romina Vinci
Entrare ad Haiti per un europeo non è semplice, e non tanto a livello fisico, perché basta cambiare tre aerei, fare più di una giornata di viaggio, e si arriva a Port au Prince. Quanto a livello mentale. Peclip_image002rché entra in atto un incessante lavoro di scardinamento dei propri valori. Non esiste l’idea della famiglia qui, non il concetto di nudità, di igiene, neppure la necessità di mangiare. Tante cose non esistono, o meglio, si va avanti anche senza. Quel che si percepisce è la mancanza di prospettive, le nulle aspettative di vita. In una parola sola: si tocca con mano la povertà. Comprendere la realtà di Haiti non è facile, difficile convincersi che esista una possibilità di riscatto per questa popolazione. C’è dolore, c’è sofferenza, c’è quella vita così difficile da affrontare. Occhi negli occhi, i miei nei loro, occhi che pongono domande, occhi che non sanno dare risposte. E poi il ruolo cambia, ma gli interrogativi permangono. Le mani si toccano, bianco e nero si incrociano, si stringono nell’unione da cui dovrebbe arrivare ogni risposta, ma un’unione che probabilmente genera solo sottomissione. Perché bianco è sopra nero, e nero è sotto bianco.
WHARF JEREMIE
Pian piano la realtà haitiana comincia a definirsi davanti ai miei occhi, ed oggi ho ricevuto una grande lezione di vita da Suor Marcella, una missionaria italiana che da sette anni opera in uno dei posti più disperati di Port au Prince, Wharf Jeremie. Raggiungere il suo Vilaj Italyen non è stato semplice. Al Saint Damien mi è stato affidato un driver fidato che, al prezzo di quindici dollari, aveva il compito di condurmi a destinazione. Non è stata esattamente una passeggiata però, perché lui non conosceva il posto preciso e si fermava di tanto in tanto a chiedere informazioni. Ed ogni volta che si fermava a chiedere informazioni io temevo di essere aggredita. Alla fine riusciamo a raggiungere il WAF, lo riconosco perché il movimento aumenta a dismisura, la strada si fa più stretta e la gente che mercanteggia a bordo delle strade diminuisce ancor più il tratto percorribile.
Mettici poi le persone con le loro carriole colme di sacchi, così pesanti da trascinare. Li vedo sbilanciarsi, soprattutto a causa dei solchi scavati sul manto stradale, che fanno svanire anche quel poco equilibrio conquistato a fatica. Uno di loro cade ed una marea di banane si riversano a terra. Percepisco una forte tensione, il frastuono è totale, i taptap nel tentativo di cambiare senso di marcia sbarrano il percorso. Chiediamo indicazioni ad una donna e ci dice di tornare indietro, indicandoci una sorta di molo, al di là di una collina di rifiuti. Per arrivarci entriamo dentro il lago di spazzatura, lo superiamo e raggiungiamo il molo. Il driver vuole lasciarmi lì, ma io mi oppongo, solo dopo aver visto suor Marcella l’avrei lasciato.
Chiede ad una ragazza se conosce “Sister Marcella”, e lei ci spiega che si trova da tutt’altra parte, ci hanno indirizzato male. E così riscendi la collinetta, riattraversa la pozza, rimmergiti nel frastuono del traffico paralizzato, percorrilo per un tempo infinitamente lungo in cui pensi soltanto “Vabbè, finirà prima o poi”, ed ecco che finalmente mi compare davanti una struttura nuova e colorata con su scritto Clinic Italyen. Io e lui ci guardiamo sorridenti: missione compiuta. Entro chiedendo di Suor Marcella, ci sono degli uomini locali che mi indicano la strada del suo studio. La porta è aperta, lei è lì, in riunione, parla con due signori con gli occhi a mandorla. Ci siamo lanciate uno sguardo di intesa, lei non si è scomposta affatto, io mi sono messa fuori ad aspettare.
Esce dopo una decina di minuti scarsi, nel frattempo altre due persone si erano sedute accanto a me ad aspettarla. Lei prima si intrattiene con loro, parlando di ecole, scuola. Quando sono andati via finalmente ci presentiamo. Alcune frasi di circostanza e poi lei mi lascia nelle mani di Valentina, una volontaria che viene da Milano, e che resterà per un anno al Vilaj Italyen. Valentina mi fa fare il giro del quartiere e lo scenario non mi è affatto nuovo. Perché ci troviamo praticamente nella parte finale di Cité Soleil, lungo la strada che conduce alla discarica. Per il governo non esiste, perché sulla carta non risulta abitato.
Non ci sono scuole, non c’è sanità, non c’è luce, non ci sono servizi. Eppure è popolato da settantamila persone. Wharf Jeremie (ribattezzato da tutti WAF) è insomma uno slum fantasma. Suor Marcella ha costruito qui una clinica con cinque reparti, una scuola di strada ed ora ha in programma una chiesa e una casa d’accoglienza. La baraccopoli è a pochi metri di distanza, sterminata come sempre, solo che l’ultimo pezzo è stato rimpiazzato da cento casette verdi, gialle e rosse, che suor Marcella è riuscita a costruire con l’aiuto delle donazioni dall’Italia. Valentina mi indica l’orizzonte e mi fa vedere un’isoletta: da lì son partite molte persone in cerca di fortuna, ma per la maggior parte di loro la scoperta di Port au Prince non si è rivelata un eldorado, ed ecco che si son ritrovati a morire di fame al WAF. Mentre passeggiamo a ridosso delle nuove casette, due ragazzi in moto iniziano a girarci intorno. All’inizio il loro perimetro ha un ampio raggio, e quasi non li percepisco. Ma poi iniziano a restringere il cerchio.
Chiedo a Valentina se li conosca, lei scuote il capo, e mi fa capire che è meglio non avventurarci oltre. Facciamo dietrofront, affrettiamo il passo e torniamo alla clinica. Mi offre una coca cola e mi racconta la storia di Lucien.
Lucien aveva 37 anni e viveva al WAF. E’ stato ritrovato la sera del 14 agosto scorso, morto ammazzato a pochi metri da casa. La sua vita spezzata da diciassette colpi di pistola. Lucien era il braccio destro di Suor Marcella. Insieme, Lucien e Suor Marcella, avevano dato vita a Vilaj Italyen, che in creolo significa Villaggio Italia, una piccola oasi con una clinica, una scuola di strada e centinaia di casette colorate a rimpiazzare baracche fatte di pezzi di lamiera.
Quando suor Marcella è arrivata sul posto quella sera, un paio di ore dopo il fatto, il corpo di Lucien giaceva a terra. Gli erano già state rubate le scarpe, il portafogli, il cellulare. Era stato spogliato persino della camicia. L’indomani, di buon mattino, cinque donne sono andate a bussare alla clinica: sostenevano di essere mogli di Lucien, e chiedevano alla missionaria soldi per farsi mantenere. Nel primo pomeriggio ne sono arrivate altre tre, con un bel pancione in vista: tutte – a loro dire – erano state messe incinta da Lucien, ed ora reclamavano cassa.
E’ labile il confine tra vita e morte, ad Haiti. Si viene alla luce per sbaglio, da ragazze troppo impegnate a sopravvivere per fare le mamme. E basta un secchio d’acqua conteso per mettere fine ad un’esistenza.

LE VERITA’ DI SUOR MARCELLA
Trascorro tutta la mattinata in compagnia di Valentina, intorno all’ora di pranzo Suor Marcella si offre di accompagnarmi al Saint Damien con il suo pickup e durante il tragitto ne approfittiamo per fare l’intervista. E’ una chiacchierata lunga, per me molto istruttiva. Pongo domande specifiche, scavo, vado a fondo, e Suor Marcella ha una risposta a tutto. Mi fa riflettere sul fatto che il problema dei rifiuti ad Haiti in realtà è stato innescato dalla cultura occidentale e dal nostro modo di prestare aiuto. Perché abbiamo importato quella cultura dell’usa e getta figlia della globalizzazione, senza istruirli però su come raccogliere e smaltire i rifiuti.
E così loro continuano a comportarsi come han sempre fatto con la buccia di banana, vale a dire gettandola a terra. Soltanto che la buccia di banana si decompone, il bicchiere di plastica invece rimane lì per migliaia di anni. Siamo stati noi a far bruciare le tappe a queste persone, ma loro ora ne pagano le conseguenze. Tocchiamo il tema della criminalità e del traffico di armi, e Suor Marcella mi fa riflettere sull’importanza che ricopre nello scacchiere geopolitico un buco nero al centro dei Caraibi, un pezzo di terra che si trova davanti a Cuba, vicino il Venezuela, e a cinquanta minuti di aereo da Miami. “Guai a pensare che gli haitiani comprino le armi - dice - perché ci sono nazioni intere che vogliono smaltire i propri armamenti. Esiste una volontà mondiale a cui fa comodo che Haiti versi in queste condizioni. I bambini di Haiti neanche si son accorti che c’è stato il terremoto, perché con tutti i disastri che son abituati a sopportare non è stata certo una scossa più forte delle altre a lasciare il segno”. Secondo Suor Marcella invece di sviluppare progetti contro la mal nutrizione sarebbe più opportuno offrire un lavoro ai genitori di questi bambini. E infine mi conferma una voce a cui avrei preferito non dare adito: qui a Port au Prince esistono biscotti fatti con il fango, con cui i genitori sfamano i propri figli.

LO SLUM DAL DI DENTRO
Oggi è il mio ultimo giorno a Cité Soleil e ho voluto testare lo slum dal di dentro. Per farlo mi sono affidata a Richard, un ometto di vent’anni, canotta larga, jeans logorati e ciabatte rosa modello crocs. Lui si offre di accompagnarmi a vedere le baracche dall’interno, io acconsento. E’ brutto tempo, camminiamo sotto una pioggerellina leggera. Ieri c’è stato un piccolo uragano a Cuba e gli effetti si son fatti sentire fin qua. Per raggiungere le baracche dobbiamo attraversare uno stagno d'acqua e spazzatura, lo facciamo saltando su dei massi, prestando attenzione ai porci che, ai nostri lati, sono intenti a rosicchiare tutto ciò che galleggia. Iniziamo ad addentrarci nei cunicoli.
Pezzi di lamiera alla mia destra e alla mia sinistra, che fungono da muri delle “case”. Nel mezzo c’è spazio giusto per una persona, a volte ci si entra pelo pelo. Il terreno è tutto fango, è facile scivolare. Più mi addentro e più sento paura, però non smetto di scattare con la mia Canon, lo faccio in maniera spasmodica e senza criterio alcuno, spinta dalla sete di documentare.
Al termine di una strettoia mi compaiono due ragazzi a cui – accidentalmente – scatto una foto. Loro non la prendono affatto bene. Iniziano a sbraitare mentre si avvicinano. “Ecco, è fatta”, mi dico. Ma Richard gli risponde energicamente, c’è un piccolo battibecco ed io capisco solo due parole che fuoriescono dalla sua bocca: “No money”. Eppure devo ammettere che quei due ragazzi hanno ragione. Chi sono io per entrare nelle loro case, invadere le loro vite documentandole con una macchina fotografica? Con quale diritto faccio ciò?
Ad ogni scenario che si apre dinanzi ai nostri occhi Richard mi invita a scattare, ma ci tiene al fatto che lui non venga fotografato. Ricordo che anche Daphney, quando mi accompagnava per Delmas, non voleva assolutamente che le facessi foto. Il fatto è che loro mi aiutano a testimoniare il degrado in cui vivono, ma si vergognano di farsi vedere ridotti in queste condizioni.
Arriviamo all’estremità dell’insediamento , nel punto in cui la terra lascia spazio al mare, ed ecco di nuovo i maiali che si dissetano a riva. La vista di questi animali provoca in me un mix tra paura e ribrezzo, sono sconvolgenti soprattutto per la loro stazza. Ad un certo punto ho un incontro ravvicinato con uno dalle dimensioni enormi. Me lo trovo di fronte mentre mi aggiro nelle strettoie delle baracche. E’ abnorme, e dista da me meno di tre metri. Rimango ferma mentre lui continua ad avanzare con il suo fare altalenante. Richard mi si pone dinanzi, raccoglie a terra dei sassi e glieli scaglia contro con forza. Tirare sassi è un passatempo, è un gioco, è un modo per attaccare, è un’arma per difendersi.
Il maiale cambia direzione e pian piano scompare. Poco dopo ci viene incontro una bambina, sua figlia. Ha due anni e tiene in bocca un piccolo bastone, Richard non se ne preoccupa, e la lascia proseguire oltre. Lui vive con i suoi fratelli e non sa come dar da mangiare alla piccola, spesso fruga come gli altri nella spazzatura. Gli chiedo se porti con sé una pistola, lui scuote il capo deciso: “Non voglio uccidere le persone – risponde - voglio soltanto un lavoro”. “Haiti is bad, Haiti is bad”, è il suo ritornello, che pronuncia in continuazione. Io incalzo con le domande, ma i miei why ricevono pochi because.

PIU’ FORTE DEL VENTO
Tra i tanti tesori che mi porterò dentro di questo viaggio ci sono sicuramente le parole colme di fede di Padre Rick, con il quale ho avuto l'onore di trascorrere tanto tempo.
Seguirlo passo passo, osservarlo silenziosamente, a volte di nascosto, mi ha portato a cogliere il vero senso della sua missione. Un senso racchiuso negli occhi con cui lui guarda la sua gente, negli abbracci che non nega, nel tempo che continua a investire a Cité Soleil. La tenda in cui lui aveva creato la sua momentanea clinica al mio arrivo è stata spazzata via dal vento ieri notte, ma questo non gli ha impedito di continuare a visitare i suoi malati, passando direttamente nel cantiere della struttura in muratura che, tra qualche mese, ospiterà l'ospedale di primo livello.
Così questa mattina ci ha fatto caricare tutto l’occorrente sul furgoncino, ed ha adibito a studio una stanza ancora da pitturare. Niente lo ferma. Ha sistemato sei tavoli e delle sedie, ha inserito alcuni ragazzi del posto che lo aiutano a sistemare le medicine. Padre Rick mi ha spiegato che hanno tutti un passato da banditi, e lui li ha recuperati nel corso di questi anni togliendoli dalla strada.
Molti di loro hanno dei problemi con la polizia, “ma io non ci posso fare niente, sono un prete, non un poliziotto”, ha detto. Padre Rick è fiducioso per l’interesse che questi ragazzi hanno mostrato per la realizzazione di quest’ospedale, hanno accettato di prendersene cura gratuitamente, almeno per il primo periodo. “Nessuno nasce bandito, ma molti lo diventano, quando sentono di non avere altra scelta. Basta mostrargli una strada diversa, e loro tornano sulla retta via”.
A volte però, mi confida, alcuni di loro li ha fatti mettere in prigione, perché ci son dosi di violenza che non è possibile gestire. Ieri, mentre era in macchina al termine dell’ennesima giornata trascorsa alla Città del Sole, sei ragazzi gli hanno intimato di fermarsi. Usavano parole forti, lo hanno minacciato, erano affamati e reclamavano cibo. “Se volete spararmi fate pure – ha risposto lui con fermezza – perché io vado via, non sono abituato ad obbedire ai gesti di prepotenza”. Questa mattina poi ha ricevuto una telefonata, era un uomo che aveva assistito alla scena e portava le sue scuse al parroco a nome di tutta la comunità. Padre Rick è cosciente dei rischi che corre ogni giorno, sa che la sua vita non vale più delle altre, e tanto meno si considera al sicuro in virtù del suo operato. La sua vita è così, una guerra quotidiana contro la disperazione.
IN VOLO
Vado via da Haiti senza far rumore. Alle 5.30 del mattino quando salgo in macchina con il mio driver e tutto ancora dorme intorno a me. C’è Roseline a salutarmi, e ci sono Valeria ed Irene. Ho salutato Padre Rick la sera prima, gli altri no. Volutamente ho celato l’orario della mia partenza, lasciando tutti con un generico “Ci salutiamo domani” . Non mi son mai piaciuti gli arrivederci, figuriamoci gli addii. Il volo è puntuale, intorno alle 11.30 sono già a Miami. Il mio scalo dura oltre sei ore, ma passano via in un baleno, perché l’International Airport of Miami è denso di attrattive.
Con largo anticipo mi metto in fila per il check-in del mio secondo volo, direzione Londra. Prendo la boarding pass e mi accorgo che mi è stato assegnato un posto al corridoio. Torno indietro a reclamare, perché voglio stare al finestrino. L’hostess mi guarda un po’ perplessa, acconsente alla mia richiesta senza batter ciglio e cambia la prenotazione. Soltanto in volo mi accorgerò di quanto possa esser stata malsana la mia pretesa: a cosa serve il posto finestrino quando ti appresti a compiere un viaggio di nove ore attraversando l’oceano? Sei bloccato sul sedile e non puoi alzarti, e se guardi fuori non c’è altro che l’oscurità. Sono uno dei primi passeggeri a salire a bordo. Prendo posto ed attendo con pazienza che l’aereo pian piano si riempia.
Arrivano un signore ed un ragazzo, si siedono accanto a me. Hanno in mano un passaporto color bordeaux, sono italiani. “Finalmente potrò dialogare nella mia lingua”, penso tra me e me. Ma ancora una volta devo fare dietrofront. I due non proferiscono parola alcuna, ma si limitano ad usare gesti e movimenti del corpo per comunicare. Sono sordomuti. Ho passato tre settimane subendo tutti gli ostacoli generati dalla mancata condivisione di una lingua comune. Ora che il mio viaggio si appresta alla conclusione ecco che il destino mi pone dinanzi un nuovo scoglio: quello del linguaggio non verbale. Perché c’è sempre un ostacolo da superare, sempre. Sempre.
Con il passare dei mesi ripensando ed analizzando la mia esperienza ad Haiti ho imparato a guardarla come una grande lezione di vita. E resto convinta dell’idea che nulla accada per caso.
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mercoledì 14 marzo 2012

LE MACERIE DI HAITI (4/5)

clip_image002La sveglia non è suonata, ma alle 7 in punto ero già pronta, nella piccola cappella che sorge accanto all’ospedale. Mi era stato consigliato di partecipare alla santa messa che ogni mattina celebra Padre Rick, “è un momento indimenticabile”, mi ha detto chi l’aveva già vissuto. Il rito si svolge nello spazio antistante la cappella, perché ci sono due funerali, ed un gran numero di haitiani partecipa alla funzione. Tutti vestono l’abito delle occasioni. Uomini con camicia, giacca e cravatta. Donne di bianco o di nero, o bianco e nero, e scarpe rigorosamente con tacchi. Al di là di un ristretta fetta di popolazione ancorata ai rituali vudu, la maggior parte degli haitiani è cattolica, ed è molto legata alla religione. Padre Rick celebra la messa in creolo e malgrado non capissi nulla il rito non si rivela scevro di emozioni. Perché il dolore di queste persone sfocia nella dimensione più estrema. Una donna, in particolare, la sorella della defunta, sembra posseduta.
Si dimena, si butta a terra, si toglie la maglietta, si getta addosso a tutti. Nelle ultime file poi, in posizione un po’ relegata, ma allo stesso tempo più evidente appunto perché fuori dalla cornice standard, altre tre donne, sedute su di un muretto, ne imitano il delirare. Mi sembrano finte, e mi fanno tornare in mente le prefiche, quelle donne che nel Mezzogiorno venivano pagate per stare al capezzale di un defunto mettendo in scena pianti, grida e gesti di disperazione. Ecco, quelle tre signore poste lì in fondo mi lasciano la stessa impressione: non so se vengano pagate per inscenare simili performance, di certo non metterei la mano sul fuoco nel sostenere il contrario. Al termine della funzione le due bare (e avrei capito soltanto nei giorni seguenti quanto sia un lusso concedersi anche una barra), vengono caricate sul pickup e trasportate nelle celle crematorie che si trovano nello spazio dietro al Saint Damien. Nel tragitto dalla chiesa alla “sepoltura” si mette in scena una piccola processione.

VENTI DOLLARI
Sapevo che Padre Rick si reca quasi tutte le mattine in visita al quartiere slum di Cité Soleil, e così ieri gli ho chiesto se potevo accompagnarlo. Lui ha acconsentito con quel classico sorriso di premura che non nega a nessuno. Così al termine dei funerali mi reco nel suo ufficio. Sta sistemando alcuni medicinali. Iniziamo a conversare. Mi chiede se ho paura di andare in moto. Io rispondo di no, con un fare compiaciuto: ho avuto una bella palestra a Delmas, e grazie al bizzarro conducente ho acquistato una sicurezza in sella invidiabile, neanche mi reggevo più durante gli ultimi trasbordi. “E di un uomo che ti punta la pistola di fronte avresti paura?” mi domanda. Io rimango contrariata, so che non è una battuta fine a se stessa. Non rispondo, e lui mi dice che devo essere preparata, perché può succedere anzi, “succede spesso ultimamente”. Fuori dal suo ufficio c’è Conrad, un caro amico di Padre Rick. Anch’egli statunitense, passa molto tempo ad Haiti, abbracciando la missione di quel che definisce suo fratello. Lo avvicino sperando di trovare il suo conforto, gli chiedo se sia davvero così pericoloso il posto in cui stiamo per andare, lui mi risponde con una strana espressione in volto ed esclama: “Oh yes”.
Arriva Roseline, è una ragazza cresciuta in N.P.H., ha la mia stessa età e parla cinque lingue, tra cui l’italiano perfettamente. Roseline è la mia guida e la mia interprete. E’ lei che ha organizzato tutte le attività scandendo le mie giornate e, sin dal primo giorno che ci stiamo viste, mi ha sconsigliato di andare a Cité Soleil. E non senza un perché: pochi giorni prima del mio arrivo Roseline stessa è stata aggredita, mentre viaggiava su di un mezzo dell’ospedale con altre due persone. Dei ragazzi son sbucati sulla strada e hanno bloccato la vettura. Li hanno fatti scendere minacciandoli con la pistola. Roseline ha tentato di farli ragionare, perché è proibito aggredire personale sanitario, ma loro non hanno voluto ascoltare giustificazioni. Si son fatti consegnare il cellulare di Roseline e dell’autista, ed i soldi che avevano in tasca, e solo a quel punto li hanno lasciati liberi di andarsene. E’ stata chiara ieri Roseline:“Non sei obbligata ad andare ma, se vuoi farlo, io non ti accompagno”.
Padre Rick si è allontanato dall’ufficio per sbrigare le ultime faccende, e lei mi ha dato tante indicazioni. Innanzitutto dovevo lasciare tutto al campo. Il cellulare non serviva, idem i documenti, idem oggetti per il makeup o quant’altro. Divieto assoluto di portare la mia reflex, avrei dato troppo nell’occhio. Ma io non posso farne a meno, ho bisogno di raccogliere materiale fotografico. Arriviamo così ad un compromesso: avrei portato la mia macchinetta nascondendola nella borsa a tracollo, lasciando al campo la custodia. Potevo portare un solo obiettivo. E avrei tirato fuori la macchina soltanto se le condizioni lo avrebbero permesso. Infine mi ha fatto mettere venti dollari nel taschino esterno della borsa, “Così se ti aggrediscono glieli dai subito e, se sei fortunata, se li intascano e ti lasciano andare. Mai fare l’errore di uscire senza soldi: gli uomini bianchi hanno per forza del denaro, se gli dici che non hai soldi i ladri si indispettiscono e, se hanno una pistola tra le mani, non ci pensano due volte a premere il grilletto”. Esco dal Saint Damien con le fotocopia del passaporto, il blocknotes, una penna, la macchina fotografica e venti dollari sfusi nella tasca. Una banconota da venti: tanto potrebbe valere la mia vita qui.

LA CITTA’ DEL SOLE
Partiamo con tre moto, siamo in due su ogni mezzo. Il mio driver si chiama Cesar, e viaggiamo in seconda posizione. Padre Rick davanti, e Conrad dietro. In un certo senso potrei anche definirmi scortata. Il viaggio dura una mezzoretta, e i miei occhi pian piano si abituano al contesto, e si stupiscono sempre meno. Eppure c’è una cosa che proprio non riesce a lasciarmi indifferente: su strada c’è il caos completo, in primis negli incroci, però non succede mai niente, si autodisciplinano, e arrivano sempre sani e salvi a destinazione. Un cartello mi informa che siamo ufficialmente entrati a Cité Soleil. Il trambusto aumenta esponenzialmente, le strade son larghe ma la gente vi si riversa al centro ostacolando il passaggio delle mezzi. Andiamo avanti un bel po’, fin quando ci troviamo davanti uno spiazzo enorme completamente pieno di rifiuti. Al termine ecco il mare.
Capisco che siamo giunti a destinazione. Saliamo su questo manto di immondizia, arriviamo fino a costeggiare il mare lasciandolo alla nostra sinistra e, dalla parte opposta, ecco il nostro punto d’arrivo. Scendo dalla moto, do le spalle alla riva e davanti ai miei occhi si materializza quella città del sole che di “idilliaco” conserva soltanto il nome. C’è un grosso tendone al centro. A sinistra dei cantieri in operazione. Sta prendendo vita un grande edificio, in costruzione, ospiterà l’ospedale Saint Mary. E poi ci sono i lavori in corso per erigere le abitazioni finanziate dall’azienda che mi ha mandato fin qui. Sono piccole, graziose e color salmone, esprimono allegria. Ancor più in lontananza, nella stessa direzione, una schiera di casette color pastello. A sinistra invece, in una parola: l’inferno. Un grande pantano di fango e rifiuti fa da limite, al di qua della pozzanghera iniziano le baracche, fatte di lamiere vecchie, accantonate l’una sull’altra. Una schiera di bambini corrono in questa palude. Non faccio in tempo a scendere dalla moto che subito mi circondano, io colgo l’attimo, tiro fuori la macchinetta e mi metto a fare foto. Loro sembrano contenti, si agitano, si danno le spinte, cercano di conquistare una posizione privilegiata davanti all’obiettivo e continuano a urlare “you you you”.
Mi viene di fianco un ragazzetto dall’aspetto trendy: jeans, camicia a quadri, occhiali da sole e coppoletta. Ho perso di vista Padre Rick e Conrad, sono sola e cerco un appoggio. Così mi rivolgo a lui chiedendogli se parla inglese, muove la testa in segno di approvazione ed io prendo quel consenso come consacrazione di un patto di fedeltà. Spunta un altro che inizia a parlarmi. E’ più piccolino, si sa esprimere soltanto con alcune frasi di circostanza in inglese, veste una canotta verde fluo e anche lui non rinuncia agli occhiali modello Ray-ban. Mi faccio accompagnare a vedere le casette e loro mi guidano con attenzione, aiutandomi anche a superare i fili che delimitano il perimetro di questi cantieri di fortuna e che, da sola, io non avrei mai visto.

IL SASSO MANCATO
Guidata dai miei due ciceroni d’eccezione perdo di vista Padre Rick. Ecco che lo vedo, circondato da un gruppo di gente. Lui mi viene incontro, tiene la mano ad una bimba. Mi spiega il progetto Fors Lakay, che prevede un gruppo di case e dei servizi di prima necessità per la popolazione quali l’ospedale, dei cyber caffè, una panetteria mobile ed altro. “Per dare il buon esempio”, ribadisce o più volte. Poi chiama Cesar e gli chiede di accompagnarmi a vedere questi Internet Point. Così Cesar va a prender la moto e mi dice di salire. Io ubbidisco, ma lui non fa in tempo ad accendere il motore che ci troviamo completamente accerchiati da un gruppo di ragazzi, che ci ostruiscono il passaggio. Sono gli stessi che poco prima, parlavano con Padre Rick.
Un ragazzo si fa spazio ed inizia ad agitarsi, ha un abbigliamento da basket, ed è evidentemente molto adirato, perché continua ad inveire contro Cesar. Tutti gli altri, in cerchio, stanno zitti, come ad avvalorarne la causa. Ad un certo punto compare un altro giovane, non ricordo neanche il suo volto, so solo che spunta da dietro e tiene nelle mani due grossi massi. Si mette proprio davanti a noi, e ne scaraventa uno con tutta violenza contro la nostra moto, rompendo il cruscotto. Rimango ferma, impassibile, gelata. Stessa cosa Cesar.
Non diamo segni di reazione. Entrambi immobili, temendo il peggio. In mano infatti ha ancora l’altro masso, avrebbe potuto scaraventarcelo in volto, colpire i nostri corpi, avrebbe potuto far di tutto con quell’arma. Gli altri non fanno nulla. C’è un silenzio infinitamente lungo, momenti concitati, attimi che non riesco a quantificare tanto ho il batticuore. Emerge dalla massa il ragazzetto con la coppoletta che, rimasto in silenzio fino ad un attimo prima, adesso prende le parti di Cesar, strillando all’amico colpevole dell’insano gesto. Quest’ultimo però non dà segni di cedimento, eccolo girarsi a sinistra, riconoscere gli altri tre driver di Padre Rick sul camioncino, dirigersi verso di loro e prendere la mira pronto a scaraventare il masso contro l’autista. Ma qualcuno riesce a bloccargli il braccio e ad allontanarlo di qualche metro da noi.
Non è finita però. Perché fanno da sponda tra lì e qui, continuando ad urlare e quando stanno lì e quando stanno qui di fronte a noi. Io sono sempre immobilizzata sulla moto senza fare il minimo movimento con il corpo. Cerco sguardi di comprensione, ma non li trovo. Il ragazzo con la coppoletta è dall’altro lato, il mio cicerone con la maglia verde fluo si è smaterializzato. Provo a conquistare qualche forma di complicità con le ragazze che mi sono intorno. “Loro comprenderanno la mia paura”, continuo a ripetermi nella mente. Ed invece mi guardano tutte con distacco e diffidenza. Comprensione alcuna, percepisco soltanto dell’astio. Spunta un bambino nudo, cammina a cantoni lasciando gocce di pipì sul suo cammino, ma nessuno bada neanche a lui. Vestito di niente e figlio di nessuno, prosegue la sua passeggiata terrificante. Io non apro bocca, resto seduta sulla moto, con le gambe cerco il contatto di quelle di Cesar. E’ come se non parlando, non reagendo, non muovendomi, stessi in qualche modo annullando la mia presenza in quel posto, far sì che io sparisca e passi inosservata. Ma non è così, e lo so bene, perché io sono bianca ed ho una macchinetta al collo, e lo so che quelle proteste sono scoppiate o in qualche modo avvalorate dalla mia presenza. Ho un obbligo morale di sentire e - soprattutto - capire il perché di simili atteggiamenti.
Passano dieci minuti, forse anche qualcosa in più, fin quando trovo il coraggio di chiedere a Cesar cosa stia succedendo. “A lot of problem”, mi risponde lui. Dopo poco mi invita a scendere dalla moto e mi dice di aspettarlo lì, lui sarebbe andato a cercare aiuto nel tendone grande. Se fino a quel momento il fatto di stare insieme a lui mi illudeva di sentirmi sicura, adesso mi sento completamente persa, sola, ed ho una paura fottuta di questo posto e di questa gente. Per fortuna arriva in mio soccorso Conrad che mi dice di andare nel tendone da Padre Rick. Eseguo gli ordini in men che non si dica, padre Rick è seduto su di un tavolo di plastica e visita le persone, la visita arriva fin fuori. Mi spiega il perché di tutto quel che è successo: i ragazzi lì fuori sono arrabbiati perché la distribuzione di riso non è stata spartita ugualmente per tutti, molto di loro è da quattro giorni che non mangiano.
“Let’s go”, mi sento dire da qualcuno che mi poggia la mano sulla spalla, e mi vuole portare fuori dal tendone. Io sono scostante, guardo questi tre uomini ma non capisco chi sono e resto ferma nel mio posto. Arriva di nuovo Conrad in mio soccorso e mi tranquillizza: sono i drivers del camioncino, mi avrebbero accompagnato loro a fare un giro nel quartiere visto che la moto di Cesar è ko. Chiedo scusa in modo dimesso, ho serie difficoltà a riconoscere le persone, non sono in grado di isolare singoli volti dal gruppo, gli haitiani purtroppo mi sembrano tutti uguali. Saliamo tutti e quattro davanti, stiamo un po’ stretti ma questo mi rassicura ancor di più. E’ meglio un mezzo con quattro ruote e dei finestrini, ad un giro in moto partito già nel peggiore dei modi. Al vano di dietro salgono al volo alcuni ragazzetti del posto, tra cui il ragazzo con la maglia fluo, che magicamente ricompare. La situazione di Cité Soleil, diversamente da Delmas, si sviluppa in piano. E rivela una drammaticità ancor più forte. Perché mentre a Delmas gli aiuti non sono mai arrivati, a Cité Soleil sì, e non è difficile capirlo. La maggior parte delle strade è asfaltata, con dei canali ai lati. Il progetto alla base dunque c’è: evitare l’allagamento del manto stradale facendo scorrere l’acqua piovana ai lati. Il punto però è che questi canali sono sommersi di spazzatura, e quindi qualunque criterio logico si annienta.
Maiali e capretti che mangiano nell’immondizia: è questa forse l’immagine più inquietante che mi porto dentro. Oltre ai bambini con i corpi deformati, il loro addome è rigonfio e le spalle così morbide da sembrare spugna: sono gli effetti della malnutrizione, di un’alimentazione squilibrata ricca di carboidrati e povera di proteine. Un camion fermo per strada ci blocca. Stiamo fermi per un po’, con i finestrini chiusi, fin quando arriva un poliziotto. I miei “compagni di viaggio” gli spiegano che sono una giornalista e che devo visitare il quartiere, lui allora sale a bordo e ci fa girare: proseguire per quella strada – a quanto mi è parso di capire – sarebbe stato troppo pericoloso. Così facciamo un percorso secondario, vedo i cyber caffe, e, dopo un po’, capisco che stiamo riprendendo la via dell’ospedale, senza tornare da Padre Rick.

FRANCISVILLE
Faccio tappa al Saint Damien meno di quindici minuti. Il fitto programma di impegni infatti è slittato a causa della mattinata abbastanza “movimentata”, ed eccomi a rincorrere l’orologio. Alle 13 in punto arrivo a Francisville, dista poco più di trecento metri dall’ospedale, lo raggiungo tranquillamente a piedi. Francisville è una città di mestieri realizzata dalla Fondazione Francesca Rava, un centro di formazione professionale che dà lavoro a decine di ragazzi e produce già in regime di autosostenibilità pane, pasta, mattoni, divise e banchi per le scuole di strada, riparazioni di auto e mezzi di soccorso d’emergenza e altre cose. Oggi è il 4 ottobre, e nella giornata dedicata a San Francesco è stata organizzata una piccola festa in onore del santo che dà nome al complesso. C’è pane e pizza per tutti, e viene fuori una bella festicciola. Via con la musica, i ragazzi ballano, ed hanno un ritmo ed un’energia dentro da far paura. Si respira un bel clima. C’è Valeria con me, ed è molto contenta: lei è proprio la responsabile del progetto di Francisville, al suo posto sarei felice anche io nel veder realizzato un tale struttura. Arriva anche Padre Rick e benedice uno ad uno tutti i capannoni di questa fabbrica sui generis. Mangiamo un pezzo di pizza anche noi, e poi rientriamo al campo. Provo a ritagliarmi qualche ora di tranquillità per mettere in ordine le idee, ma non riesco nel mio intento.

COLPO ALL’ANIMA
Alle 18 vado nell’ufficio di Padre Rick, avevo preso appuntamento per intervistarlo. E’ molto stanco, oggi è stata una giornata dura, gli chiedo se vuole rimandare l’intervista ma lui dice di no, è abituato a portare a termine tutti i suoi impegni. E’ l’uomo triste e vessato di fronte a un qualcosa più grande di lui quello che mi sta di fronte. Padre Rick mi parla di questa terra, che non riuscirà mai a riprendersi fin quando non si uscirà dal regime di sussistenza. Gli faccio domande sul contesto politico, sugli equilibri internazionali e sullo scacchiere geopolitico del paese, per pentirmene subito dopo, ma lui non si tira indietro e mi risponde, mantenendo toni equilibrati. Gli chiedo se cambieranno mai le cose ad Haiti, lui allarga le braccia e dice no, è un qualcosa di troppo grande da realizzare.
Mi racconta che è stato aggredito lui stesso, ieri pomeriggio, quando siamo tornati dalla “trasferta” al supermercato per prendere yogurt e gelati. L’avevano avvisato che c’erano stati dei tafferugli per la distribuzione di riso a Tabarre, e lui si è subito precipitato a tentare di sedare gli animi. Ed invece è stato aggredito, insieme a Wynn, colpito con delle pietre alle spalle. La follia generata dalla miseria non fa differenze di pelle, di razza, di status. E’ profondamente rammaricato Padre Rick nel rivivere quei momenti attraverso il racconto. E’ l’uomo che cede di fronte alla grandezza della povertà, e che si sente sconfitto quando la gente, la sua gente, quella gente a cui lui ha deciso di sacrificare la sua vita, gli scaglia addosso pietre che non fanno male tanto al corpo, quanto all’anima. Concludo la serata con Irene, Valeria, due cooperanti tedesche e un ragazzo haitiano N.P.H. sulla terrazza dell’ospedale, sorseggiando birra Prestige e facendoci cullare dal vento che, ad Haiti, soffia soltanto quassù.

QUOTIDIANITA’ CARA
Alle 10 raggiungo Padre Rick nel suo ufficio. E’ alle prese con dei fogli sciolti, sono le schede dei malati che ha visitato ieri a Cité Soleil, trentatré in tutto. C’è scritto nome, cognome, diagnosi, medicina richiesta. Così andiamo al Saint Luc, l’ospedale del colera che sorge al fianco del Saint Damien per prendere i medicinali da portare ai malati. Prima però ci fermiamo in un nuovo reparto in costruzione, perché c’è una tac che non funziona. Stamani è arrivato un esperto da Miami, ma neanche lui riesce a risolvere l’inghippo, è un problema di conversione dell’unità di misura della tensione della corrente, europea e statunitense. Ragionano insieme per cercare una soluzione, ma invano. Salutiamo l’esperto che se ne torna a Miami senza aver risolto il problema. Padre Rick mi dice che lui ci prova, ma di elettricità, contatori, watt e quant’altro non ci capisce nulla. Più lo osservo e più mi chiedo come faccia quest’uomo a sostenere sulle sue spalle il peso del funzionamento e del mantenimento di questa immensa struttura. Parlando arriviamo alla farmacia.
Entriamo e ne usciamo con due scatoloni pieni di medicinali, “Sto rubando tutto!” mi dice ridendo sotto i baffi. Ci raggiunge anche Wynn, carichiamo gli scatoloni sul camioncino dei tre autisti e partiamo: direzione Cité Soleil. Noi andiamo in moto, Wynn va con Cesar, ed io e Padre Rick con “Ton”, il mio nuovo driver. Per strada sono testimone oculare del primo incidente. Dalla direzione opposta alla nostra, dopo averci incrociato, una moto si schianta contro un taptap, a bordo due uomini che cadono. Noi ci fermiamo poco più avanti, ci giriamo e Padre Rick dice: “Non sono feriti, andiamo avanti”, e così Ton riparte.
Arrivati a Cité Soleil si ripete, come un copione, la scena di ieri: Padre Rick entra nel tendone dai suoi malati, e Wynn lo perdo di vista tempo pochi minuti. Eccomi di nuovo sola in balia di una marea di bambini che sanno solo urlarmi contro “You You” e mi si aggrappano tirandomi da tutte le parti. Sono tanti, uno più bello dell’altro, il più grande avrà al massimo cinque anni, il più piccolo forse tre, e indossa una graziosa maglietta azzurra con collo alla coreana, chissà dove l’avrà presa. La situazione è peggiorata rispetto a ieri in questo spiazzo della Città del Sole, perché stanotte c’è stato un brutto acquazzone, e stamani ho trovato un piccolo laghetto a far da sponda tra le baracche e le nuove costruzioni.
Raccolgo la storia di Richard, ventuno anni, vive in queste baracche. Sua madre è morta, lui deve badare alle cinque sorelle e al fratellino, perché il papà è andato via e non vuole saperne più niente di loro. Mi ha detto che è difficile andare avanti, lui va a scuola, ma ha capito che non basta per tenere acceso il fuoco della speranza. Riconosco Ton e gli vado incontro, mi fa notare dei pescatori che sono a riva intenti a tirar su le reti. Mi racconta che i bimbi sono spaventati da questi uomini, perché li picchiano se solo osano avvicinarsi: quel pesce è merce da barattare al mercato, non serve certo a sfamare dei piccoli bastardi venuti al mondo per sbaglio. Facciamo una lunga passeggiata a piedi sul manto di spazzatura, arriviamo fino al punto limite del laghetto, ed ecco che spuntano dei bambini che, per raggiungerci, sono costretti a saltare sui sassi per non cadere nell’acqua. Sembrerebbe la scena idilliaca del ruscello di un paesaggio incontaminato, peccato però che qui è inquinato anche l’ultimo granello di polvere che riempie questa terra.

ALL’OMBRA DELLA CATTEDRALE
Torniamo al tendone e Padre Rick ha completato le visite, possiamo andare via. Wynn non so che fine abbia fatto ma non c’è, e così Padre Rick va con Cesar, ed io resto in moto con il mio ormai amico Tou. I due veicoli viaggiano in parallelo, varchiamo downtown e Padre Rick mi fa da padrone di casa indicandomi strade, luoghi e dando nomi a edifici che io vedo ridotti a un cumulo di macerie. C’è una gran discesa e al termine riconosco un rosone trafitto. E’ la cattedrale.
Entriamo con le moto sin dentro il perimetro dell’edificio ormai crollato, mi chiedo se non sia troppo esagerato varcare un luogo che, al di là delle macerie, dovrebbe comunque conservare una sua sacralità. Ed invece appena ci fermiamo spuntano tante persone che accerchiano Padre Rick. Sono ragazzi, uomini, donne, persone anziane, anche bambini. Un giovane ha la chitarra, intona qualche nota e iniziano a cantare. Tutti sembrano felici, Ton mi spiega che queste persone vivono in baracche di fortuna sorte attorno alla cattedrale, ed attendono l’arrivo del sacerdote con ansia, è l’unico che li aiuta. I cori continuano festanti, Padre Rick chiede di cantare un “Bienvenue Romina”, e loro acconsentono con gaudio. Mi emoziona sentire il mio nome pronunciato da tutti loro. Una ragazza mi avvicina, ha in braccio una bimba di neanche due anni, e mi chiede cinque dollari per comprarle il latte. Io dico di no. Il discorso è sempre lo stesso: darli a lei implica innestare una serie infinita di richieste. Restiamo meno di una mezzoretta in loro compagnia, poi risaliamo sulle moto, e ci seguono anche altri due centauri, che si sono intrattenuti tutto il tempo con Cesar.
Passiamo davanti al palazzo presidenziale, e poi riprendiamo il sali scendi che rappresenta una delle tante costanti del territorio di Port au Prince. Mi riporta alla mente i giri con il pickup di Evel dei primi giorni, mi sembra passata una vita. Ad un certo punto ci fermiamo dinanzi un cancello verde e bianco, aspettiamo che ci aprano e ci accolgono due vigilantes molto scortesi, al punto che ci fanno lasciare le moto fuori. Chiedo a Ton dove ci troviamo, e lui mi dice che siamo arrivati all’Ospedale Generale. Rabbrividisco. Significa Morgue. Significa obitorio. Significa una montagna di corpi abbandonati a cui Padre Rick dà la benedizione e una sepoltura.

L’ODORE DELLA MORTE
Camminiamo e ci lasciamo alle spalle un primo edificio, poi svoltiamo a destra e ne costeggiamo un secondo. Iniziano quindi una serie di container, che superiamo uno ad uno. Poi appare la scritta: Morgue. Entriamo e la prima cosa che percepisco è un odore molto acre. Sembra di entrare in una macelleria che propaga il fetore all’ennesima potenza. E mai sensazione è stata più veritiera. Usciamo subito dopo. Padre Rick manda i due ragazzi unitisi a noi dopo la breve sosta nella cattedrale a comprare le sigarette. “Io non fumo e mi dà fastidio anche l’odore – mi dice – ma devo farlo per forza quando faccio quel che sto per fare, altrimenti vomito”. Arrivano le sigarette e ne prendono un paio a testa. Mi invitano a fare altrettanto, ma io dico no.
Siamo pronti, entriamo uno a uno: Padre Rick fa da apri fila, poi Cesar, Ton, i due ragazzi della cattedrale, e infine io. Percorriamo un piccolo corridoio ed iniziano una serie di celle frigorifere. Ci fermiamo dinanzi alla prima, ci segue un portantino che si fa avanti e ci apre la porta. A questa vista uno dei due ragazzi della cattedrale si volta di scatto, indietreggia per raggiungere l’uscita ma non fa in tempo e vomita sul corridoio, poco distante da me. Padre Rick entra dentro, io rimango sull’uscio, insieme agli altri. Inizia a proferire la formula della benedizione, e fa una piccola predica. Parla in inglese, per darmi modo di capire, e forse si rivolge soprattutto a me, così da guidare con il tono della sua voce i miei occhi a una vista tanto crudele.
Cosa ho davanti? Un’immagine vista sui libri di scuola, nella pagine che raccontano l’olocausto e le sue vittime. Quando si accendono i riflettori sugli orrori causati dal fanatismo nazionalista, e vengono fuori corpi accasciati l’uno sull’altro, senza alcun ordine. Ho davanti varie file di cadaveri, mi concentro su quelle a me più vicine. Parto dal basso. Alla mia destra c’è la gambina di una bambina, rosa rosa, che mi fa rabbrividire. Poco più su un altro corpicino anch’esso inerme, è nero ed è messo a pancia in sotto, con le ginocchiette piegate. A terra, in verticale, quasi ad ostacolare l’uscita, c’è un uomo con una sola gamba, e dal corpo scheletrico. E’ stato buttato lì senza criterio e senza pietà, con la sua presenza quasi distrugge quel pseudo equilibrio di file composte, quattro da un lato e quattro dall’altro. In vita probabilmente sarà stato un ribelle, uno fuori dagli schemi, e così nella morte. Oppure al contrario era una persona mite e ubbidiente, colpevole soltanto di essersi trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ha condotto una vita ai margini, ed ora la ferocia della morte lo pone come l’unica pedina fuori posto di uno scacchiere in ordine.
Mi restano impressi i corpi rinsecchiti emblemi di una vita infame, e quelli di bimbi piccoli piccoli. Riconosco il volto di un ragazzino di dieci anni, e mi sembra sereno, come se il sonno eterno lo avesse colto senza far rumore. E’ un caso raro però. Perché il più delle volte faccio fatica a isolare i corpi di ogni persona, perché sembrano fatti di una materia indefinita, e non si capisce dove finisca l’uno ed inizi l’altro. Storie di sagome senza volti, senza nomi, senza identità. Pezzi di carne giacciono l’uno sull’altro, a ricordare che dalla terra siamo venuti, e nella terra ritorniamo. Storie a cui nessuno darà mai voce, perché forse una voce non ce l’hanno mai avuta. Un mucchio di macerie fatte di uomini: mi verrebbe da definirlo così il Morgue.
A conclusione della celebrazione Padre Rick intona un canto, ed i ragazzi lo accompagnano. Passiamo alla seconda cella, ma non ricordo ciò che vedo. Ho rimosso. Non mi viene in mente alcuna immagine. Soltanto un vestitino rosso, ed un cappelletto di lana bianca con dei ricami a quadri gialli e rosa.
Riesco ad ovviare al cattivo odore poggiando sul naso una salvietta profumata alla menta. Non subisco lo shock che temevo, nel senso che riesco a resistere a tutte le funzioni nelle varie celle. Foto però no, non riesco a farne. Ho provato a domandarlo a Padre Rick quando eravamo fuori ad aspettare le sigarette. Lui mi ha risposto che doveva chiedere per vedere se era possibile, ma io non ho insistito oltre. La verità è che non me la son sentita.
Olivier Laban-Mattei ha vinto il primo premio del World Press Photo 2011, categoria General news, con una foto scattata proprio alle pile di corpi dell’obitorio del Morgue all’indomani del terremoto. Un uomo vestito bianco getta cadaveri l’uno sull’altro, quasi fossero dei sacchi. Ebbene temo che io non riuscirò mai a fare una cosa del genere. Riuscirò a scriverne forse, soffrendo nel cercare di portar a galla le parole in grado non di descrivere, quanto meno di far immaginare una scena così agghiacciante, ma non sarò mai in grado di scattare una foto.
Non conservo la giusta lucidità. E poi credo che ci sia una soglia che merita di non esser varcata, perché altrimenti si rischia di toccare le corde della dignità umana, una dignità già messa a dura prova qui ad Haiti.
Il viaggio di ritorno scorre via senza che me ne accorga. Chiudo gli occhi e mi accovaccio alle spalle di Ton. Troppa polvere, troppo degrado, troppi pericoli che si materializzano ad ogni sorpasso, ad ogni tentativo di tagliare la strada ad un taptap o ad un furgone. E io non ce la faccio più. Per la prima volta da quando sto qui sento la necessità di non vedere. E forse perché oggi ho visto davvero abbastanza.
Romina Vinci
Fonte

martedì 6 marzo 2012

LE MACERIE DI HAITI (3/5)

di Romina Vinci
clip_image002Il risveglio è stato tutt’altro che dolce stamane, ad una settimana esatta dall’inizio del mio viaggio. L’allarme che improvvisamente ha iniziato a suonare ieri sera facendomi concludere la giornata nel terrore, è andato avanti tutta la notte, perché io non ho avuto il coraggio di scendere per vedere da cosa dipendesse. L’ho fatto alle prime luci dell’alba, quando l’oscurità si è dissolta ed io son tornata a possedere con gli occhi gli spazi che mi circondano. Scesa al piano terra, ho raggiunto l’impianto elettrico e c’era scritto “Lowbattery shutdown”. Ho spento l’interruttore, aspettato qualche minuto prima di riaccenderlo e, voilà, fine del rumore, ritorno della corrente con internet annesso. Sarebbe bastato un pizzico di coraggio, la sera prima, per evitare una nottata insonne, con un riposo molto frastagliato.

PRIMO ADDIO
Essendo sabato oggi non c’è movimento qui all’associazione. Non son venuti né gli avvocati, né le segretarie e neppure le donne delle pulizie. Evel stesso è arrivato poco dopo le dieci, e non da solo: ha portato Jhonny con sé. Perché domani si chiude la prima parentesi del mio viaggio, e lascio la sede dell’AUMOHD per trasferirmi alla parte opposta della città, quartiere di Tabarre. Così Jhonny è voluto venire a salutarmi. Vestiva elegante: mocassino, pantalone di panno marrone con piega, camicia avana, cravatta beige con motivi in tinta. E’ stato poco, una decina di minuti forse, perché doveva andare a lavorare. Ha insistito affinché gli mostrassi un po’ di foto della mia vita in Italia e così ci siamo messi davanti al computer. Ha voluto vedere la mia famiglia, i miei amici, i luoghi in cui vivo, e continuava a ripetermi che sarei dovuta rimanere più tempo con loro. Ha detto che mi ha caricato il cellulare con un dollaro haitiano, così potrò mandargli messaggi anche nei prossimi giorni. Mi ha lasciato senza parole tanta sensibilità. Quando è andato via io sono rimasta in camera, ho aspettato che varcasse il cancello e l’ho seguito con lo sguardo mentre si incamminava per la sua strada. Si è voltato e ci siamo salutati, teneramente, con la mano. Sapevo che sarebbe stata l’ultima volta che ci saremmo visti.

THE WORKERS
Poi l’ufficio pian piano ha iniziato a riempirsi di lavoratori che Evel ha raggruppato per un meeting, al quale mi ha fatto partecipare. Si trattava di vigilantes e hanno discusso sullo stipendio, sulla tipologia di contratto, sul rispetto dei minimi salariali, sui loro diritti. L’incontro è durato un paio d’ore e mi è piaciuto molto. Ho conosciuto più di qualche sindacalista nel corso della mia carriera, eppure è la prima volta che incontro una persona così appassionata. Evel ha molto appeal sulle persone, non mi sorprenderei se tra una decina di anni lo trovassi presidente di Haiti, sicuramente avrebbe più senso di un cantante che continua ad essere conosciuto ai più per la sua musica che non per il suo ruolo politico.
RICH DISTRICT
Terminato l’incontro siamo usciti con il pick-up, prima siamo andati a Petionville a prendere Gaelle e poi di nuovo in giro, alla scoperta di questo “quartiere dei ricchi” che mi è stato tanto decantato. Durante il tragitto ho visto un uomo prendere l’acqua da terra per lavarsi, ha attinto dalle pozzanghere che si formano nei canaletti ai lati delle strade e sono più fango che acqua. Si è dato una rinfrescata prima sotto un’ascella e dopo nell’altra, per poi proseguire indisturbato il suo cammino. Dopo ho visto i resti di un palazzo a più piani caduto su se stesso, le macerie facevano soltanto intravedere i pilastri dell’originale edificio. Ebbene, una signora si addentrava in questa insenatura, e scavava tra i detriti per cercare chissà cosa. A rischio, chiaro, che gli crollasse tutto addosso, e non per un nuovo terremoto, ma era sufficiente il passaggio di un camion più pesante a smuovere l’asfalto.
Evel mi ha spiegato che i famosi “ricchi” vivono su di una collinetta che domina tutto il paesaggio di Port au Prince. E più saliamo più lo scenario gradualmente cambia. Anzitutto perché incombe una massiccia presenza di verde. Spesso le schiere fitte di alberi si aprono e lasciano intravedere un interno fatto di capanne, ma ancor di più ci sono case, intatte, delimitate da cancelli. Passiamo davanti anche ad un paio di alberghi, a più stelle, niente di eccezionale però. Quando la strada inizia a farsi più ripida Evel si ferma, parcheggia e raggiungiamo il ristorante che dista poche decine di metri. Di fronte, immersa nel verde della collina, c’è una villa che domina impotente tutto il paesaggio. Nient’altro. Il quartiere dei ricchi finisce qui. Mi sarei aspettata un qualcosa di simile a quanto visto a Miami, campi da golf, ville sterminate, sfarzo e sontuosità in contrasto con la cruda povertà, invece son rimasta delusa.
Al ristorante, in compenso, per la prima volta trovo un bagno agibile, aprendo il rubinetto l’acqua esce dal lavandino ed il water è dotato di scarico funzionante. Segno che, la differenza, anche se poco percettibile apparentemente, in realtà è abissale. E per la prima volta dopo una settimana faccio un pasto come si deve: tassot, banane fritte, verdura lessa, avocado. A centro tavola un riso scuro, molto saporito, con funghi.

IL SEGRETO DELL’ACQUA
Rientriamo nella sede di AUMOHD verso le 17.30. Sta già per imbrunire quando mi rendo conto di non aver più acqua nel secchio al bagno. Così scendo giù con il secchio in mano, Evel si scusa e mi dice che il sabato e la domenica non ci sono le donne che fanno le pulizie, a cui spetta il compito di riempirlo. Entriamo in cucina e scopro che c’è un pozzo, proprio nel mezzo della stanza, accanto alla credenza. E’ rivestito con le stesse mattonelle del pavimento, non mi sarei mai accorta della sua esistenza. C’è una cordicella e un secchiello, Evel tira tira e l’acqua sale su. Mi faccio svuotare quattro secchielli, sarebbero stati più che sufficienti. E sorrido: ho scoperto il segreto dell’acqua.

NEXT STEP
Ci siamo, è ufficialmente iniziata la mia nuova avventura al Saint Damien. Emozioni a caldo? Abbastanza spaesata, ma in fondo è normale. Il fatto è che fino a ieri mi sentivo straniera tra gli haitiani, mentre qui parlo inglese e spagnolo contemporaneamente, è un pullulare di nazionalità, c’è anche qualche italiano. Tutto sembrerebbe più semplice a prima vista. Evel è venuto a prendermi verso mezzogiorno, mi ha parlato dei due progetti che ha in mente di realizzare tempo massimo entro la prossima estate: l’apertura di una stazione radio per i lavoratori e una nuova sede dell’AUMOHD a tre piani. Piano terra come punto d’incontro dei lavoratori, al primo i visitatori, al secondo la stazione radio. Mi ha chiesto di aiutarlo a trovare sponsor, lo farò. Perché è un muro alto quello che sta scalando.
Ci impieghiamo quasi un’ora per arrivare al Saint Damien Hospital. E’ un nosocomio all’avanguardia che si trova in località Tabarre, è l’ospedale più grande dei Caraibi ed è stato costruito da N.P.H. (Nuestros Pequenos Hermanos) in Italia rappresentata dalla Fondazione Francesca Rava.
All’ingresso ci viene ad accogliere Wynn, un ragazzo di carnagione molto chiara, magro occhi celesti, indossa un cappello da cowboy. L’approccio è quanto meno paradossale, perché esordisce con un “Buongiorno Romina” e nel giro di tre secondi parla in francese, in creolo e in inglese. Evel mi chiede di che nazionalità fosse, gli rispondo che non ne ho la più pallida idea. Ci fa raggiungere la parte posteriore dell’ospedale, ci sono le tende lasciate dalla Protezione Civile giunta in piena emergenza post-terremoto. I volontari di N.P.H. hanno creato un piccolo campo base attrezzato: le tende formano una stradina ad L, al principio c’è un piccolo angolo relax con due tavolate lunghe e delle panche. Wynn mi dice che posso considerarmi ufficialmente arrivata a destinazione, così saluto Evel ringraziandolo per l’ennesima volta e mi immergo nel nuovo contesto. Alla mia domanda su quale fosse la sua mansione Wynn mi risponde allargando le braccia: “I’m just a man”. E’ nato a New York e si trova da più di un anno a Port au Prince, è per questo che parla anche creolo. Con piacere ho scoperto che se la cava fluentemente anche con lo spagnolo e mi ha confessato che sa qualche parola di italiano perché qui all’ospedale ci sono molti medici italiani, e lui è stato a Venezia. Non fa in tempo a finire la frase che mi spunta davanti una dottoressa. Ha il camice verde, lo stetoscopio al collo e sembra che vada di fretta. Mi dice che è italiana, e indica a Wynn la sua tenda: l’avrebbe condivisa con me. Il tempo di prendere la valigia, però, e la dottoressa è già scomparsa.
Wynn mi chiede se ho fame, e deve essersi acceso un improvviso luccichio nei miei occhi, perché lui mi sorride e mi indica l’angolo relax. In fondo ci sono dei grossi tegami, mi spiega che viene servito un pasto al giorno per i volontari, alle 13.30. Siamo già fuori orario ed il pollo è terminato, c’è solo del riso e delle banane fritte, che divoro in un batter d’occhio (è da ventiquattro ore che non tocco cibo). Mentre mangio Wynn mi fa compagnia, seduto di fronte a noi c’è anche un medico cubano e così parliamo tutti e tre in spagnolo.

PADRE RICK
E’ da quando ho deciso di intraprendere questo viaggio che sento parlare di Padre Richard Frachette, direttore di N.P.H. meglio conosciuto come Padre Rick. E’ come se intorno al suo nome aleggiasse una sorta di aura mistica. Ho scoperto della sua esistenza grazie ad un’azienda con cui collaboro da qualche anno, e che in questo momento è impegnata in opere solidali ad Haiti. E’ stato il direttore a citarmi, per la prima volta, questo sacerdote missionario e medico americano, che vive ad Haiti da oltre vent'anni e realizza grandi cose. Ed è sempre il patron dell’azienda che mi mette in contatto con la Fondazione Francesca Rava. Poi mi sono recata a Milano, presso la sede della Onlus, ed ho avuto un lungo incontro con la presidente Mariavittoria Rava, nel corso del quale lei non si stancava di narrarmi la grande forza d’animo di questo Padre Rick, che condiziona positivamente l’operato di tutti.
“Padre Rick ti sta aspettando nel suo ufficio”, mi dice Wynn, distogliendomi dalla conversazione con il medico cubano su un film recentemente uscito nel suo paese che sta facendo scatenare un putiferio. “Eccoci finalmente alla resa dei conti”, penso io. Sono intimorita da questo incontro, ed invece si rivela così spontaneo, candido e sincero che, quasi senza accorgermene, tutte le barriere cadono. Mi aspettavo un uomo barbuto, tarchiato, bassotto, magari con il saio. Ed invece Padre Rick è tanto di più umano ci si possa trovare di fronte, la classica persona della porta accanto. Non indossa l’abito, è un uomo alto, fisico possente, ma dallo sguardo estremamente dolce e innocente. Lo osservi e ti viene in mente la purezza di un bambino. Wynn mi aveva detto che Father Richard Frachette era in grado di parlare sette-otto lingue. Io esordisco in inglese, ma dopo qualche battuta lui inizia a rispondermi in italiano, così da mettermi ancor più a mio agio. Mi porta a fare un giro nelle strutture che sorgono qui intorno al Saint Damien. Il centro colera per bambini, il centro per gli adulti, il centro pediatrico. Il Santa Filomena e l’Ospedale Saint Luc sono nati a tempo di record con l’uso all’inizio di container e tende, oggi sostituite da una struttura permanente, e hanno accolto malati affetti da traumi o altre patologie e, soprattutto, contagiosi per il colera. Padre Rick mi racconta che hanno salvato più di diecimila persone dallo scoppio dell’epidemia nell’ottobre 2010, ma è ancora tantissimo quello che c’è da fare. Non è esattamente una passeggiata visitare queste strutture, e poi a volte la puzza è intensa. Però, mi spiega, basta una semplice accortezza, vale a dire lavarsi le mani e le scarpe all’entrata e all’uscita dai reparti in una soluzione di acqua e cloro, per non venire contagiati dal colera.

CENTO YOGURT
Ci mettiamo a contare i letti con le persone ed è divertente perché facciamo confusione tra le varie lingue. Iniziamo a dire numeri in inglese, poi passiamo all’italiano, poi ancora allo spagnolo. Dobbiamo andare al supermercato a comprare gli yogurt, bisogna sapere il numero esatto di malati. Lo fa ogni domenica. Usciamo dall’ospedale con un pick-up abbastanza disastrato e malconcio, lui alla guida, Wynn al suo fianco ed io dietro. C’è tanta gente per strada, Padre Rick mi spiega che è un momento molto difficile, perché è in atto la distribuzione del riso, ma non basta mai per tutti e così si verificano episodi di violenza. Un sacco da venti chili costa venti dollari, il prezzo della pasta è inferiore, a parità di carboidrati, è per questo che loro cucinano sempre pasta. Procediamo a passo d’uomo, perché al nostro passaggio la gente si accalca. Padre Rick si ferma, parla con tutti, lo fa in modo pacato. A un certo punto Wynn scende dalla vettura, tempo pochi minuti e un gruppo di bambini inizia a salire sul vano di dietro. Sono undici in tutto, e Wynn sale insieme a loro e prosegue il viaggio in piedi. Ad Haiti si vive così. E questi bambini aspettano con ansia il passaggio di Padre Rick la domenica pomeriggio...
Giungiamo al supermercato e ci mettiamo a contare cento bottigliette di yogurt, riempendo tutto il carrello. Arriviamo al reparto frigo vicino la cassa, dobbiamo prendere i gelati per i bambini che ci aspettano fuori. Ne abbiamo presi quattordici, e tutti insieme ci siamo messi fuori, ognuno con la propria coppetta. Per questi bimbi è un appuntamento fisso, la domenica è festa perché Padre Rick li porta a prendere il gelato al supermercato.
Al nostro rientro, mentre percorriamo la strada che costeggia il Saint Damien, tre ragazzi ci affiancano, e parlano animosamente con Padre Rick. Ci accompagnano per tutto il tragitto, salutandoci e ringraziandoci soltanto davanti all’ingresso dell’ospedale. Hanno chiesto aiuto al sacerdote: una donna è morta in un altro ospedale e loro non hanno soldi per fargli il funerale. Padre Rick li rassicura, domattina manderà una macchina a prendere la salma. Ad Haiti tutto è un problema, anche i cadaveri, ma lo capirò soltanto nei giorni successivi.
E’ seguito quindi un meeting con gli altri cooperanti sul tema della sicurezza. Hanno parlato della difficile situazione di Cité Soleil, una delle baraccopoli più povere di Port au Prince. Dieci giorni fa è stato ucciso un cantante, Felix, molto amato dalla popolazione per il suo impegno a favore dei poveri. Quando la fame prende il sopravvento la lotta diventa impari e non ci son più né buoni né cattivi, ma tutti sono in pericolo, alla mercé della disperazione. Questa sera è arrivata dall’Italia anche Valeria, una ragazza della Fondazione Rava, e si è messa in tenda con me e con la dottoressa, che nel frattempo ho scoperto chiamarsi Irene, avere 31 anni, ligure di origini ma vive e lavora a Parigi da anni.

KENSCOFF
Stamattina la sveglia è suonata presto, alle 5 in punto. Destinazione? Orfanotrofio di Kenscoff, sulle montagne, due ore per raggiungerlo. La strada per la maggior parte dei tratti è asfaltata, al di là dei tornanti vertiginosi. Incontro tanti bambini che vanno a scuola. Tutti con vari tipi di uniformi: le ragazzine con le gonne a pieghette blu e camicetta celestina, oppure a strisce bianche e blu. Alcuni hanno i grembiulini tinta unita, beige o verde scuro. Sembrano dei bambolotti. Il paesaggio è molto difforme, a volte è la vegetazione a farla da padrone, con colorazioni intense di verde, per me nuove. Perché ci sono tonalità che l’occhio occidentale non è in grado di rilevare. Di tanto in tanto compaiono agglomerati urbani, con capanne e semi-baracche adibite a negozi. Ho visto panni appoggiati sui tetti, oppure stesi sulle piante: ad Haiti hanno anche un modo tutto loro per fare il bucato. Più saliamo più scompaiono anche i taptap, e rimangono soltanto le moto a percorrere le strade dissestate. Ad un certo punto ci ha superato una motocicletta con tre ragazzi carichi di bidoni d’acqua. Ma l’aspetto più divertente di questa escursione è il mio driver, Briniol: siamo soltanto io e lui, e lui parla solo creolo. Eppure ci intendiamo. Mi ha mostrato Petionville, Peguyville, ed anche la casa del presidente Martelly. E’ fantastico capirsi al di là dell’idioma.
Giunti a destinazione Briniol mi fa scendere, mi avrebbe aspettato fuori. Entro e mi trovo davanti quattro ragazzi che mi guardano incuriositi. Faccio un lungo sospiro e tiro fuori il meglio di me: “Bonjour, je suis Romina je suis italienne”. Non apprezzano però lo sforzo titanico che ho appena compiuto nel proferire sette parole in francese, e si limitano a sorridere. Ci sono dei cartelli che indicano di scendere, a sinistra, per l’école . Intravedo movimento in fondo, riconosco dei grembiulini. Così accelero il passo, faccio le scale due a due e, giunta nel piazzale, mi trovo di fronte ad una cerimonia. Tanti, tantissimi bambini, tutti disposti ordinatamente in riga, cantano l’inno nazionale. Ho un debole per le bambine con le treccine ed i fiocchi in testa, sono i soggetti che immortalo con più piacere

PRIMO GIORNO DI SCUOLA
Poi pian piano, riga dopo riga, la composizione si scioglie ed i bambini, dai più grandi ai più piccoli, iniziano a fare il loro ingresso nella struttura, per il loro primo giorno di scuola. Intravedo una suora e subito mi avvicino, riaziono il meccanismo e ripeto la filastrocca del “Je suis Romina, italienne..” ma lei mi blocca: parla italiano. Suor Almerance appartiene all’ordine della salesiane ed ha vissuto cinque anni in Italia, ecco spiegato l’arcano quanto mai piacevole mistero. Mi fa visitare l’orfanotrofio Kay Saint Helene: trecento bambini vivono permanentemente qui, trecentocinquanta invece appartengono alla comunità circostante e ne frequentano la scuola e la mensa, così hanno un pasto sicuro ogni giorno e la possibilità di studiare. Una cinquantina sono orfani del terremoto. Suor Almerance mi mostra alcuni appezzamenti di terreno in cui sono stati piantati semi e piante per l’autosostentamento dell’orfanotrofio e per insegnare ai bambini come coltivare la testa. Poi mi lascia nelle mani di Jean Antoine, un ragazzo che conosce sia l’inglese che lo spagnolo. Orfano anche lui, è cresciuto in questo posto, poi è andato a studiare elettrotecnica a Port au Prince ed ora è tornato qui e lavora come elettricista. Ho trascorso una piacevole mattinata ed ho scoperto una bellissima realtà. Sono rientrata al Saint Damien in tempo per il pranzo. Nel pomeriggio Roseline, mia guida ed interprete, mi ha fatto visitare l’ospedale, realizzato grazie al determinante contributo dall’Italia. Mi ha mostrato anche il nuovo reparto maternità e neonatologia, dove nascono in sicurezza quindici bambini al giorno. Ho la sensazione di aver varcato uno spartiacque e difficilmente tornerò indietro. E’ iniziata per me una nuova avventura, con uno schedule day da rispettare, una lingua che non mi è affatto ostile: c’è una realtà parziale e mi chiedo se combaci con il vero volto di Haiti. Che è quello di Daphney, che da quando non le ho dato i cinquanta dollari per il suo compleanno è sparita. Ed è quello di Jhonny, che oggi per la seconda volta mi ha caricato di 5 HDG il cellulare, così posso rispondere ai suoi messaggi.
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mercoledì 29 febbraio 2012

LE MACERIE DI HAITI (2/5)

di Romina Vinci
Mi sveglio presto qui ad Haiti. Perché il tempo è scandito dalla luce del sole, e così, già alle sei del mattino, la mia stanza è illuminata a festa. Raggi inebrianti si accaniscono sul mio letto (non ci sono né persiane né tapparelle), riaccendendo in me la percezione di caldo asfissiante e di arsura che la notte – apparentemente - cela nelle sue tenebre.
clip_image002Sono in piedi già da svariate ore, chiusa in camera nella mia postazione web tutta intenta ad inviare mail proponendo reportage vari ed eventuali quando, ad un certo punto, mi sento chiamare. Stacco gli occhi dal pc, guardo dinanzi a me, oltre la finestra, oltre il terrazzo, e vedo comparire Daphney, tutta pimpante, percorrere la strada perpendicolare alla Delmas principale e che termina proprio all’angolo della sede dell’AUMOHD. E’ venuta a prendermi, e mi ha portato una baguette e un succo di frutta. Quando mangiare diventa un lusso, e da queste parti lo è, non ci si formalizza affatto sui capisaldi di una corretta alimentazione. Ed allora altro che cornetto e cappuccino, anche un panino imbottito di cipolla, e di pomodori lavati con chissà quale acqua, diventa il pasto più buono del mondo alle dieci del mattino, e a stomaco vuoto.
E’ stata carina Daphney anche se, ripensandoci, ieri le avevo dato 50 dollari da cambiare, e non mi è tornato in tasca neanche un gourdes. Insomma, l’ha pagato con i miei soldi, ma il pensiero è sempre ben apprezzato. Si è fatta accompagnare dal parrucchiere, perché domani è il suo compleanno e vuole farsi la tinta rossa. Credo che abbia pagato ancora con i miei soldi, ed oltretutto non le sono bastati, e infatti mi ha richiesto altri cinque dollari americani.
Soldi a parte è un’altra la nota dolente che mi affligge: il mio piede destro. Credo che si sia insaccato, perché mi fa tanto male, fatico a poggiarlo a terra, e camminare è una tortura, un’autentica sofferenza, passo dopo passo. Non ho svelato a nessuno in Italia questo pasticcio che ho combinato, rischierei di farli preoccupare oltremodo. L’unico con cui mi sono sfogata è stato Fabrizio, il mio tutorial/cicerone a distanza i cui consigli, nel corso di questi giorni, si sarebbero rivelati più importanti di un kit di sopravvivenza. Fabrizio vive in Messico da dieci anni, anche lui si sloga spesso la caviglia e, a suo dire, non è grave, nel giro di due-tre giorni passerà tutto. Lo spero tanto.

COIFFEUSE
La parrucchiera si trova quasi all’ingresso della bidonville di Delmas, poco distante dalla sede AUMOHD, ci siamo arrivate a piedi, con mio sommo piacere. Il suo negozio è un piccolo cubo di cemento pieno di crepe, posto leggermente al di sotto del livello della strada. C’è un lavabo all’angolino sulla sinistra, a fianco due caschi arrugginiti per la permanente, e davanti uno specchio che in orizzontale occupa la maggior parte della parete, ma è stretto in altezza. A completare l’arredamento qualche mensola e tre sedie. Al lato destro invece c’è un box di legno con dei cuscini adibito a panchina, dove sono seduta io ora. La parrucchiera è una ragazza della nostra stessa età, ha i capelli raccolti con un mollettone di plastica rosso e dei grandi orecchini a cerchio traforati che le incorniciano il viso. Manca acqua corrente in tutto Delmas, ed anche la sua attività non smentisce la regola. C’è un bidone al fianco del lavabo, dal quale lei prende acqua con una bacinella, per fare lo shampoo. Nel momento in cui sto scrivendo c’è un ragazzo sull’uscio. T-shirt bianca, calzoncini grigi con cavallo calato, è a piedi nudi. Lo osservo con la coda dell’occhio e vedo che anche lui mi sta guardando, chissà cosa pensa, forse si chiede come io possa esser finita lì dentro. Mi porgo la stessa domanda.

L’ATTO DEL BERE
Ad un certo punto la parrucchiera si allontana dal negozio, per rientrare poco dopo con due bustine d’acqua, una per me, l’altra per lei. Finalmente, al terzo giorno, sono riuscita a prendere in mano quest’acqua “impacchettata” che è tanto in voga qui. Ma è sorto immediatamente il problema, come si usa? Daphney era sotto il casco della permanente e parlava al cellulare con il suo fidanzato, non badava affatto a me. Così ho cercato la complicità della parrucchiera, la quale, appena capito il mio problema, è scoppiata in una bella risata. Mi ha mimato il gesto di rompere l’angolino della busta con i denti, per creare un foro. L’ho fatto, ed ho iniziato a “ciucciare” l’acqua. In teoria è sigillata, quindi no problem, è sicura ed è potabile da questo punto di vista. Ma come la mettiamo con il contatto della bocca con l’esterno della bustina? Meglio non pensare al numero di mani che l’avranno toccata prima di arrivare a me… insomma, per l’ennesima volta l’igiene è andata a farsi friggere.
Seduta dalla mia postazione osservo l’andirivieni di persone fuori in strada, voglio provare a carpire come si sviluppi la vita da queste parti e così, per un po’, mi allontano dal negozio per fare delle foto. Daphney continua la sua conversazione telefonica, così io mi rivolgo alla parrucchiera mimandole l’atto di camminare, le indico la macchinetta che avevo al collo ed esco senza aspettare un suo gesto. E’ la prima volta che vado in giro completamente sola. Al termine di un cunicolo stretto stretto trovo una signora intenta ad allattare la sua bimba, cerca di avvicinarmi chiedendomi qualcosa. Io all’inizio mi impegno con quei pochi mezzi di francese che ho a disposizione per venire a capo della conversazione, ma capisco subito che non è per niente difficile, perché non esistono barriere linguistiche quando si conosce soltanto il linguaggio dei soldi e così, tempo cinque minuti, la saluto dicendole che non ho nulla. Una cosa è certa: ad Haiti, da sola, non vado da nessuna parte purtroppo. Parlando una lingua diversa, e senza l’apporto di un interprete, non sarei mai riuscita ad abbattere il muro di distanza che si innalza tra me bianca (e “ricca”) e loro neri (e “poveri”) .
Maturando questa amara constatazione torno al punto di partenza. Mi fermo un po’ sulla porta a scrutare ciò che mi circonda quando arriva un ragazzo che - magicamente - parla abbastanza bene inglese. Così iniziamo a conversare. Ha due figli piccoli e sta aspettando che escano da scuola. Non ho ben capito però quale sia il suo lavoro, perché va subito al sodo: mi chiede se ho abbastanza soldi per pagargli il biglietto aereo, sarebbe venuto in Italia con me, lasciando qui figli e moglie… cosa non si fa per amore!
E’ l’una passata quando la parrucchiera termina anche la messa in piega, e così facciamo rientro alla sede di AUMOHD. Per strada Daphney cammina tutta impettita, credo che si senta ammirata da tutti per il suo nuovo look. Io invece, da parte mia, continuo a contare i passi, visto che il dolore al piede non accenna a diminuire.

LA DIVINA PROVVIDENZA
Camminare per Port au Prince, e non solo per la bidonville, significa camminare tra le macerie, tra palazzi crollati e altri che stanno crollando. Sono questi ultimi a destare in me forte preoccupazione. Perché quando cammini, e hai la sfortuna di incrociare una macchina o una moto, hai meno di un secondo per scegliere: rimanere nella tua posizione e farti investire da loro, visto che non sono intenzionati a deviare il loro cammino, e quindi morire di una morte certa. Oppure spostarti, proprio sotto quei palazzi diroccati e fatiscenti, confidando che il buon Dio che non faccia arrivare una nuova scossa in quel momento. E quindi avere almeno l’incertezza della morte. Io prediligo questa seconda strada, anche perché non credo di aver tanta scelta!
Rimaniamo un’oretta in camera ed io approfitto di uno sgabello per tenere il piede all’insù: la caviglia sta assumendo una colorazione violacea che non mi rassicura affatto. Poi usciamo di nuovo, direzione market (non posso continuare a fare lo sciopero della fame e della sete, oltre all’apparente esilio volontario). A piedi raggiungiamo la rue Delmas e prendiamo il fantastico TapTap. I TapTap sono dei graziosi furgoncini, scassati e colorati, adibiti a trasporto pubblico. Li fermi, ti fanno salire, e quando sei arrivato a destinazione basta bussare energicamente con le nocche delle mani sulla lamiera che li riveste per prenotare la fermata, facendo appunto “Tap Tap”. Salire su questi camioncini però è un’impresa, lo sanno bene le corna che non ho, ma che ho sbattuto costantemente sui ferri di metallo quando sono salita, quando sono scesa, quando sono risalita, e quando sono riscesa. Insomma, è vero che sono un po’ tarda a capire, ma qui non c’è una cosa, e dico una, dotata di un minimo confort.

DAPHNEY
Stare con Daphney è strano, perché non riusciamo a parlare , eppure sta sempre con me. Il punto però è che con i soldi se ne sta approfittando, e forse anche troppo. E’ vero infatti che ieri mi ha portato a pranzo a casa sua, però è anche vero che io le ho fatto cambiare 50 dollari, e non li ho visti. Idem per i 50 dollari che le ho tirato fuori il primo giorno. Superfluo precisare che al club ha pagato lei per tutti, con i miei soldi ovviamente. Prima, mentre parlavo su Skype con i miei, lei aveva aperto l’armadio dove ho poggiato la valigia e lo zaino, non voglio dire che avesse intenzione di frugare, anche perché l’ho fermata in tempo, rimproverandola. Poi siamo andati a cambiare di nuovo il denaro, prima di fare la spesa, e questa volta le ho fatto credere di avere solo banconote da un dollaro, e a quanto pare sono bastate, persino avanzate, per le mie compere. Cosa significa? Che devo darmi una regolata, anche perché se continuo così questi mi spennano, e sono solo tre giorni che sono qui.

THE STORM
Facciamo appena in tempo a rientrare a casa che si scatena una violenta tempesta, ed il cielo così offuscato amplifica l’idea di degrado che percepisco in ogni dove e in ogni quando. Verso le 17.30 decidiamo di spostarci a casa di Daphney, e per farlo lei chiama il nostro driver “di fiducia”, quello che con la sua moto ormai ci scarrozza dappertutto, e che si sta arricchendo alle nostre - pardon mie - spalle. Questo giochetto infatti è abbastanza remunerativo per il fortunato centauro: 20 dollari haitiani a tratta.
Piove a dirotto, e ad ogni curva temevo di finire a terra, di piombare sul fango mettendo ko anche l’altra gamba. Invece fila tutto liscio. Sta già calando la sera quando arriviamo a destinazione. Le sorelle di Daphney ci accolgono senza troppa enfasi, sono sedute sul letto a vedere la televisione, e ci aggiungiamo anche noi. Credo che anche la tv sia un bene di consumo non accessibile a tutti, l’ho intuito dal fatto che più di qualcuno è entrato e, per un po’, si è inserito all’interno di questo quadretto familiare così estraniante dal mio punto di vista. C’è un momento addirittura in cui siamo in nove seduti su quel lettone, tra bambini, mamme e non meglio dichiarate terze presenze.

CHUCK NORRIS
La piccola televisioncina è l’unica fonte di luce nella stanza (visto che non esistono lampadine) e trasmette le avventure di Chuck Norris, in francese. Non posso fare a meno di pensare alla vita che queste persone conducono e mi trovo a giudicare il loro non fare niente, biasimando quell’apatia che li contraddistingue, quel fermarsi ed osservare il tempo che scorre, senza intervenire, senza dire la propria, senza alcuna volontà di riscatto. Come fanno ragazze di venti-venticinque anni, a non aver una occupazione? A passare la maggior parte del proprio tempo chiuse in una stanzetta di quattro metri quadrati, senza luce, alternando il dormire alla tv? I bambini non smettono neanche per un secondo di girarmi intorno chiedendomi soldi, io scuoto la testa decisa, a volte anche infastidita, eppure le mamme non fanno nulla per richiamarli anzi, è come se ne avvalorino le richieste. Non è con l’elemosina che si va avanti, e non sarebbero stati i miei due tre dollari a cambiare le loro vite.
Tutto il contesto che si è venuto a creare mi fa sentire abbastanza a disagio, anche perché non riesco a capire nulla dei loro discorsi. Dopo un po’ arriva Jhonny, e finalmente mi tranquillizzo un po’, quanto meno ho un interlocutore con cui scambiare due parole. Jhonny mi racconta alcuni aneddoti del suo lavoro nel fastfood, di come a volte faccia turni anche di dodici ore per una paga misera che sovente tarda ad arrivare. Parliamo di Michel Martelly, il nuovo presidente chiamato a sollevare le sorti di Haiti ma su cui lui, a differenza di molti suoi amici, non nutre tante speranze. E poi fa leva sulla sua fede, una fede pura, basata sulla lettura delle Sacre Scritture, di quella Holy Bible che in molti nel mio paese – io per prima – non hanno mai letto in versione integrale. Nel frattempo intorno a noi si è creato molto movimento, la stanza è un andirivieni di persone, e io non riesco a capire il fine ultimo di quel girovagare.

BLACK OUT
Tutto d’un tratto sento un forte tuono, la tv si spegne di colpo e così anche la poca luce che emanava si dissolve. L’oscurità ci sommerge. Il buio del buio fa paura. Razionalmente la situazione è terrificante, io tengo le mani ben salde sulla borsa, con la destra cerco di aprire la cerniera per prendere la mia torcia tascabile, la sinistra invece la muovo in su e in giù, quasi a fare da scudo ai movimenti dell’altra. Jhonny continua a dirmi di stare tranquilla, e che per loro è normale non vedere niente a un palmo di distanza. Io provo a mascherare la mia inquietudine, ma temo di non esserci riuscita.
Lui mi chiede il numero di Evel, lo chiama spiegandogli la situazione e gli chiede se può venirmi a prendere. In meno di dieci minuti Evel arriva, Jhonny mi prende la mano e mi guida nel buio, attraversando la stanza per trovare l’uscita e raggiungere la strada. Nelle tenebre i fari accesi del pick up di Evel sembrano gli occhi di un gatto nero che ti folgora al suo passaggio. Saluto Jhonny in tutta fretta, senza neanche ringraziarlo. Per salire nell’auto tento di usare la gamba sinistra, con tutte e due le mani afferro la maniglia posta sopra lo sportello per darmi la spinta con le braccia e far forza fino ad arrivare all’alto sedile, ma qualcosa va storto perché sento un dolore acuto provenire dalla gamba malconcia. Oltretutto capisco di aver messo il piede dolorante dentro una pozzanghera che deve essere profonda perché subito sento il calzino bagnato.

IL POLLO MANCATO
Oggi la giornata ha preso una piega diversa dalle precedenti. Questa mattina ho chiesto a Evel di intervistarlo. Volevo anche vedere questo fantomatico “quartiere dei ricchi” di cui più di qualcuno mi ha parlato. Lui mi ha dato la sua piena disponibilità, l’intervista a mezzogiorno, e poi mi avrebbe portato in giro. Subito chiamo Daphney, le faccio gli auguri (oggi è il suo compleanno), e le dico che ci saremo viste direttamente nel pomeriggio, perché la mattina avevo da lavorare con Evel. Forse lei non capisce, o fa finta di farlo, fatto sta che dopo un po’ si presenta nella mia stanza, dicendo che dovevamo andare al supermercato a comprarle il regalo. La sera prima, mentre eravamo sedute tutte sul letto di casa sua e la tv trasmetteva Chuck Norris, ha iniziato a dire che si aspettava da me un bel regalo, e che voleva un chicken, il pollo.
A me è sembrato un po’ strano lì per lì, l’ho chiesto anche a Jhonny cosa significasse, perché se si trattava di comprare un qualcosa da condividere con il resto della famiglia beh…mai regalo sarebbe più indovinato. Jhonny però tergiversava sulla cosa, e si limitava soltanto a dirmi che il “chicken” è molto grande. Che volesse fare una festa per sfamare tutto il quartiere a spese mie? Tuttora continuo a non avere idea. Perché camminando per strada mi è capitato in più di qualche occasione di vedere persone che portavano per le zampe galline a testa all’ingiù, ma non credo che un bipede di quella dimensione possa costare un occhio della testa!
Daphney invece sostiene che ci vogliano almeno 50 dollari per comprare il suo regalo. Mi fa vedere la lunghezza con le mani, altro che gallina, sembra una porchetta intera. Le faccio presente che ne ho soltanto 20 di dollari e devono bastarmi fino a domenica. Lei allora ridimensiona la dose, mi dice di dargliene 10 e sarebbe andata a fare la spesa da sola, ma io a quel punto mi rifiuto. Non mi piace questa gara al ribasso, le avrei comprato qualcosa da sola, magari facendomi consigliare da Evel. Se ne va via a testa bassa, triste, c’è rimasta molto male. Forse sono stata crudele, però non mi fanno impietosire queste persone, perché non si vive nella perenne elemosina. Non c’è futuro.

ALLA SCOPERTA DI PORT AU PRINCE
Evel è schierato in prima fila per combattere questa forma mentis acerba che chiude la sua gente nel vicolo cieco della sussistenza. E’ molto in gamba lui, ho capito però che ha una concezione del tempo tutta sua. Il nostro appuntamento infatti si è posticipato alle 15. L’intervista è durata tre quarti d’ora abbondanti, 45 minuti in cui ho fatto domande e ricevuto risposte esclusivamente in inglese: bene bene. Dopo mi ha chiesto se volevo andare con lui e Gaelle, la sua segretaria, al quartiere di Petionville. “E’ un giro breve”, mi assicura. Talmente breve che è durato cinque ore.
Abbiamo girato Port au Prince il lungo e il largo. Dove non è passato il terremoto è rimasta un’estrema povertà sub-esistente. Tante troppe baracche, tante troppe macerie, tanto troppo degrado. Mi portano in downtown (il centro della città che se non altro può vantare di avere la maggior parte delle strade asfaltate), a vedere quel che un tempo era il palazzo presidenziale, progettato su modello dell’Eliseo, e che è crollato su se stesso il pomeriggio del 12 gennaio 2010. Poi l’asfalto torna a lasciare il passo al terriccio, alle buche, ai sassi. Facciamo una breve sosta in AUMOHD, poi di nuovo in strada, per accompagnare a casa due vecchietti. Condotti a destinazione prima l’uno e poi l’altro, ci fermiamo dinanzi ad una banca e sale una ragazza. Ho capito soltanto successivamente che si tratta di un’impiegata sprovvista di macchina e ogni giorno chiede a qualcuno di accompagnarla a casa.
Abita nella municipalità di Peguyville, non il quartiere ricco a cui io faccio riferimento, ma in ogni caso benestante, già solo perché ci sono le case. Il problema è che, essendo un posto “agiato”, tutti hanno le macchine e quindi ci abbiamo messo quasi due ore, intrappolati nel traffico, per fare pochi chilometri. Ripeto e ribadisco che attraversare questi posti di notte è assurdo, la gente si riversa per strada, le strade pullulano di persone che non si vedono, perché nero su nero si mimetizza, gli incidenti si sfiorano ad ogni passo d’uomo, perché quando attraversano la strada i pedoni si vedono – e si cercano di evitare - soltanto all’ultimo momento.

UN: UNIT NULLE
Se c’è una cosa che mi ha lasciato riflettere più di tutti però è il forte risentimento che Evel nutre per la MINUSTAH, la missione dei caschi blu dell’Onu iniziata nel 2004 e che tanto ha fatto parlare di sé per violazioni e abusi sulla popolazione locale, ritenuta persino responsabile del propagarsi dell’epidemia di colera che ha devastato Haiti nell’ottobre 2010. Già nel corso dell’intervista Evel non aveva celato le sue titubanze ed anche lo sdegno nei confronti dei soldati. Poi per strada ci siamo imbattuti in un mezzo del Brasile, ed è stata la fine. Perché la camionetta pretendeva che gli si facesse spazio per raggiungere l’altra carreggiata della strada. Evel ha iniziato ad inveire e a scalpitare urlando: “Che cosa volete? Che cosa fate? Qual è il vostro scopo?”. Io comprendevo la sua ira, quel che lui non capiva però è che non ha senso prendersela con quei cinque ragazzi, non erano certo loro ad aver scelto di venire qui.
Per un attimo però ho avuto paura, perché quei militari erano armati con arma lunga, la lotta era impari, ma non si sa mai. Anche l’impiegata di banca seduta al sedile posteriore confermava le parole di Evel, dicendo che i caschi blu vengono ad Haiti soltanto per prendere soldi e andare in giro con macchine lussuose, ma che in concreto non fanno nulla per aiutare la popolazione. UN significa Unit Nulle mi ha detto Evel, sostenendo che gli haitiani li hanno soprannominati così. Insomma, una missione di pace che genera solo scontento: cambiano i posti, cambiano gli scenari e cambiano gli angoli disperati del mondo, ma il claim resta sempre lo stesso. They do nothing.

ALLARME FUNESTO
Si sono fatte le 21 intanto quando stiamo per tornare alla sede dell’AUMOHD, Evel mi chiede se voglio andare a casa di Daphney, ma dico di no. E’ tardi, avrei costretto anche lui ad aspettarmi, e poi per far cosa? Ho provato a chiamarla più volte nel pomeriggio, ma non mi ha risposto.
Così Evel mi riaccompagna a casa, mi saluta, ci diamo appuntamento all’indomani e poi va via. Alle 22.30 succede quel che non mi aspetto. La connessione internet si interrompe, ed inizia a suonare un allarme. Un misto tra incredulità, tensione e terrore mi assale. E se fosse entrato qualcuno? Se qualcuno stia frugando giù nello studio di Evel? Cosa faccio io? Sale in me la paura, il cellulare è scarico non posso chiedere aiuto. Per non saper né leggere né scrivere mi chiudo a chiave in camera. La finestra è aperta, ma le grate di ferro sono chiuse, dovrei essere protetta. Ma cosa faccio? In teoria se si tratta di un allarme Evel dovrebbe essere avvisato via cellulare, altrimenti che allarme è, suona e basta? Certo che i connotati per un film dell’orrore ci sono tutti: io sola, in un posto dimenticato da Dio, senza punti di riferimento, senza telefono e senza via d’uscita. La ragione mi invita ad allontanare tutti questi pensieri apocalittici: potrebbe semplicemente essere saltata la corrente. Ma in questi casi cosa si fa? Dovrei prendere la torcia, scendere giù e raggiungere l’impianto della corrente posizionato sotto le scale, cercare l’interruttore e vedere se è tutto apposto o meno. Troppo difficile. Anche perché Evel mi aveva detto che questo posto è sicuro, e che di notte c’è la vigilanza. Ora mi chiedo: dove sono i vigilantes? No, ho deciso, rimango chiusa in camera, non esco neanche per andare in bagno. Cercherò di addormentarmi con questo rumore, non fa niente, in fondo basta farci l’orecchio.
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lunedì 27 febbraio 2012

LE MACERIE DI HAITI (1/5)

di Romina Vinci
[Presento qui la prima di cinque puntate di un racconto che è un diario di viaggio ma anche un reportage dal centro della rovina, dalle macerie e dalla miseria di Haiti. Storie di vita s'intrecciano a Porto Principe, la capitale del paese caraibico sconvolta il 12 gennaio 2010 dalla più grande catastrofe naturale della storia: un terremoto che ha fatto oltre 250mila vittime, un milione e mezzo di senza tetto e sfollati e che ha evidenziato tutti i limiti della cooperazione e della presenza internazionale in un paese considerato da Stati Uniti, Canada e Francia come una colonia.


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Nell'ottobre del 2010 arrivò anche la piaga del colera, probabilmente importata dalle truppe nepalesi dei caschi blu dell'Onu appartenenti alla controversa missione Minustah, per cui ad oggi si contano 500mila contagi e 7000 morti. Questo collage quotidiano, scandito come un diario da una giornalista free lance alla scoperta di Haiti, è un affresco della frammentata società haitiana che racconta la vita e i piccoli miracoli della sopravvivenza di un popolo orgoglioso ma ambiguo, sfruttato ma a volte compiacente. L'autrice del diario, Romina Vinci, è una giornalista. All'inizio del 2011 ha partecipato al progetto che ha dato vita al libro "Polvere di sogni" su migrazione, storie di vita e intercultura ed è stata a PAP, Port-au-Prince, nel settembre e ottobre del 2011. Fabrizio Lorusso]
Aeroporto Internazionale di Miami, 27 Settembre 2011 di buon mattino. Che fosse proprio il D25 il gate che stavo cercando l’ho capito subito, senza bisogno di leggere la Boarding Pass. Nella sala d’attesa tutte le sedie erano occupate da gente di colore: nera, non mulatta. Le white people si contavano sulle dita di una mano. Bisognava ricorrere anche al pollice della seconda, ma solo per inserire anche me. Uomini e donne in egual misura, pochi giovani, tanti adulti. Le ladies avvolte in abiti colorati, molte non rinunciavano a esuberanti cappelli di paglia. Abbigliamento più formale per gli uomini, alcuni erano in polo e jeans, ma la maggior parte indossava camicia e completo scuro. Direzione uguale per tutti: Port au Prince.
L’ARRIVO
L’impatto con l’aeroporto della capitale haitiana è stato surreale. Chissà, forse perché mi aspettavo di raggiungere i nastri per recuperare la mia valigia, ed invece c’era un’unica sala, dove confluivano i passeggeri provenienti da ogni dove, per la stragrande maggioranza occupata da bagagli ammassati a terra. Giusto il tempo di afferrare il mio trolley al volo che eccomi circondata da uomini che facevano a gara per catturare la mia attenzione. Alcuni tenevano tra le mani un foglio bianco con su scritto un nome, speravo di leggere il mio, ma così non è stato. “Somebody waits you” mi dice uno che mi prende a braccetto invitandomi a camminare. Io mi svincolo alla meno peggio, chi è somebody? Sapevo che non era vero. Poi mi ha affiancato un altro, si chiamava Joseph, mi ha fatto vedere il suo tesserino e neanche il tempo di reagire che già si era impossessato del mio trolley.
Ha cercato di tranquillizzarmi, mi avrebbe condotto fino al termine del corridoio dove c’era l’uscita. Ha iniziato a parlarmi della sua famiglia, di quanto fosse difficile la vita ad Haiti, e dei suoi due figli a cui lui – me l’ha detto con orgoglio – fa frequentare la scuola. Solo i giorni successivi, ripensando a quella fugace chiacchierata, avrei capito il perché di tanta fierezza. Giunti all’uscita, di Evel non c’era traccia, Joseph me lo ha fatto chiamare con il suo cellulare, e ha aspettato con me che arrivasse. Joseph voleva venti dollari per avermi “intrattenuto” cinque minuti. Gliene ho dati quattro e lui se ne è andato imprecando. Prima regola da imparare: ad Haiti nessuno fa niente per niente. Al suo arrivo Evel, vestito di tutto punto con giacca e cravatta, mi ha salutato velocemente, ha caricato la valigia nel portabagagli del suo pick up e mi ha fatto salire.

EVEL FANFAN
Era la prima volta che incontravo Evel Fanfan, presidente dell’associazione AUMOHD. Ci eravamo scambiati al massimo tre mail nei giorni precedenti alla mia partenza, e solo una volta avevamo parlato al telefono, in un mix tra francese, inglese, spagnolo e italiano che lasciava piena libertà alla vasta gamma dei fraintendimenti. Ha esordito dicendomi che non è sicuro per una ragazza arrivare sola ad Haiti, e non scommetterebbe nemmeno sull’affidabilità dei taxi che pullulano fuori l’aeroporto, è per questo che mi è venuto a prendere.
Saliti in macchina è iniziato il viaggio nel viaggio. Crudo, reale, malvagio. A destra e sinistra tende e accampamenti di fortuna, l’immondizia padrona incontrastata delle strade. C’era chi camminava con dei grossi sacchi in testa, tenendoli perfettamente in equilibrio. Ho chiesto a Evel cosa contenessero, e lui mi ha risposto: “Cold water”. Sono rimasta a bocca aperta. Poi ho visti altri ragazzi che tenevano in mano delle bustine colme d’acqua, come quelle che noi usiamo per congelare. Evel mi ha detto che si mettono per strada e la vendono, in questo modo riescono a guadagnare abbastanza bene, “perché tutti hanno sete”.
Mi è rimasta impressa la musica, che si sentiva indistintamente in ogni strada, ed era difficile rintracciarne la fonte. Evel mi ha detto che anche lui ha un furgone che è una sorta di radio itinerante con cui va in giro nei quartieri per alfabetizzare le persone, è la maniera più facile per diffondere idee e notizie. La sua AUMOHD è un’associazione formata da giovani avvocati che difendono i diritti dei lavoratori haitiani, e rappresenta un unicum in questo paese.
Eravamo fermi ad un semaforo quando un bambino si è avvicinato per chiedere l’elemosina. Evel ha azionato la sicura della macchina, e muoveva la testa in orizzontale con fermezza in segno di disapprovazione. Il bambino aveva il volto spiaccicato sul suo finestrino, e lo fissava con due occhioni che avrebbero intenerito un orso. Così Evel ha tirato giù il vetro e ha iniziato ad inveire contro il piccolo, credo parlasse in creolo, ed io sono riuscita a distinguere soltanto la parola “Ecole”. Quando siamo ripartiti mi ha detto che questi bambini si rifiutano di andare a scuola perché preferiscono vivere di elemosina. Un forte sdegno traspariva dal suo sguardo.

AUMOHD
Finalmente giungiamo a destinazione, nella sede dell’AUMOHD, avrebbe rappresentato il mio rifugio nei primi cinque giorni di “haitiana permanenza”. Una casa a due piani, in quello di sotto c’è una sala con delle postazioni internet: Evel le mette a disposizione gratuitamente per la gente del quartiere. La mia stanza invece era al piano di sopra, e si affacciava su un gran terrazzo le cui grate però erano ben serrate (solo il terzo giorno troverò le chiavi per aprirle). C’era un armadio rotto che occupava mezza parete, un piccolo tavolino rotondo, una sedia ed un doppio materasso a terra. Evel mi ha aiutato a fissare la zanzariera sopra il letto, e mi ha spiegato che di notte sarei rimasta sola, perché tutti loro vanno via. Non dovevo però aver paura, mi ha detto che era una zona molto sicura. Poi mi ha fatto vedere il bagno, proprio di fronte la porta della mia stanza, indicandomi un secchio posto al lato della vasca: non c’era acqua corrente, avrei dovuto attingere da lì per lavarmi.
Mi ha spiegato inoltre che la corrente era limitata, e per questo dovevo scegliere, di notte, se mantenere acceso il router per internet oppure la luce nella stanza. Non c’è stata gara: potevo stare al buio, di notte, da sola, ma non toglietemi il web.
Sono entrata in contatto con Evel e la sua associazione grazie a Fabrizio, un ragazzo che da dieci anni vive in Messico, e che ha trascorso un mese ad Haiti, subito dopo il terremoto del 12 Gennaio 2010, tra macerie e tendopoli. Per aiutarmi Fabrizio mi ha messo in contatto di una sua amica che vive nella bidonville di Delmas. L’ha chiamata dicendole che ero appena arrivata a Port au Prince e che, tramite me, lui voleva darle 50 dollari, per farle fare il passaporto, andato perso due anni fa durante il sisma. Dopo una mezzoretta lei è venuta a prendermi.
Si chiama Daphney, ha 27 anni ed un bambino di 5. E’ veramente bella. Era in compagnia di una sua amica e mi hanno portato a mangiare la pizza. Ne abbiamo presa una grossa per tutte. Io ho mangiato tre pezzi, loro uno a testa. Poi abbiamo salutato la sua amica, e Daphney mi ha detto che mi avrebbe portato a vedere casa sua, nella bidonville. Arrivate all’ingresso del campo di Delmas l’ho vista contrattare con un tizio in moto, ma pensavo che fosse un suo amico, e stessero parlando. A un certo punto mi dice: “Sali”. Io rimango un po’ perplessa, ma lei incalza così io monto sulla moto e lei dietro di me.

BIDONVILLE DI DELMAS
E’ in questo modo che ho fatto il mio ingresso nella bidonville di Delmas, su una moto in tre, per sentieri che a confronto la Paris Dakar sembra un tappeto di velluto. Perché qui i taxi non ci sono, e si “affittano” le moto per spostarsi. Sarò stata lì sopra un quarto d’ora, forse anche più. In quei momenti ero completamente estraniata, dallo scenario che mi accoglieva e rigettava allo stesso tempo, e da questo “motociclista sui generis” che si inclinava, e poi sbandava, e poi metteva un piede a terra, e poi riprendeva l’equilibrio. Così ho avuto il mio battesimo di fuoco ad Haiti: all’interno di una bidonville senza mediazione di Ong, scorte o quanto altro.
Siamo arrivate a “casa” di Daphney, una mini costruzione in cemento, attaccata ad un’altra, priva di finestre: un tavolo all’ingresso, una stanza a destra e una a sinistra, con due letti matrimoniali. Due letti, sì, per otto persone. Dormono quattro su ogni letto. Suo figlio, un bambolotto con due occhioni così, sgattaiolava da tutte le parti, era tutto sporco ed aveva la ciabatte bucate. La famiglia era tutta riunita lì fuori: la mamma giocava con un’altra signora con i dadi. Un uomo lavorava carbone, un altro cuciva dei pezzi di stoffa. Una donna faceva le treccine ad un’altra. Poi c’era una bambina, avrà avuto sì e no otto anni, che in uno scatolone aveva saponi e deodoranti che spolverava ponendoli all’interno di un’altra scatola. “Sono i suoi affari”, mi ha detto Daphney accorgendosi che ero rimasta a fissarla. Nella famiglia di Daphney lavora solo un fratello. Le ho chiesto come passa lei le sue giornate, mi ha risposto “dormendo”.
Poi è arrivato Jhonny, un suo amico che parla bene inglese (già, perché avevo dimenticato un sottile dettaglio: Daphney sa dire due-tre parole in inglese, altrettante quelle che io riesco a spiccicare in francese… nonostante tutto siamo riuscite a capirci). Mi hanno fatto fare un giro a piedi, girando l’angolo, salendo su di una collinetta formata da macerie e immondizia. Era difficile mantenere l’equilibrio, tutto era molto instabile e non c’erano punti d’appoggio. Ma Jhonny mi ha aiutato sorreggendomi e, nei tratti più brutti, gli ho affidato la mia macchinetta. Davanti ai miei occhi sporcizia, baracche e capanne, ai limiti di ogni umanità. Più mi addentravo e più avvertivo qualcosa dentro che mi spingeva a prendere le distanze da quella realtà che avrei voluto rigettare. Però non avevo paura. E’ strano da spiegare… ero l’unica bianca di tutta la bidonville, avevo una macchinetta al collo, di certo non passavo inosservata. Eppure queste persone non sembravano infastidite dalla mia presenza, non percepivo ostilità nei miei confronti e neanche quando ho confidato di essere una giornalista ho sentito astio da parte loro. Insomma, tanta, tantissima, indescrivibile la povertà, ma altrettanta la dignità. Nessuno si è nascosto davanti a me oggi.
Al termine di questo “mini tour” siamo ritornati a casa di Daphney, e Jhonny è andato a comprarmi una bottiglia d’acqua. “Because you need to drink”, mi ha detto. Io ho bisogno di bere? E loro? Di cosa NON hanno bisogno loro?
E’ tosta da capire, ci provo, ma non ci riesco, sono troppo forti i contrasti. Daphney è curatissima, quando l’ho vista per la prima volta aveva dei jeans beige, una canotta elegante della stessa tonalità, ogni dettaglio era al suo posto. Ma come si fa? Come può mostrare una simile facciata e nascondere una così cruda realtà? Non ha cibo, non ha soldi, non ha acqua per lavarsi, eppure, dall’aspetto, sembra come me, sembra “normale”. Ho fatto questa domanda ad Evel poco fa, lui si è messo a ridere e mi ha detto che la realtà di Haiti non si può capire in un solo giorno.

SECONDO GIORNO
PICCOLO INCISO: gioia! Ho finalmente capito come ci si fa a lavare qui! Ieri infatti c’era solo il secchio grande, ed è stata un’ardua impresa che mi ha portato a risultati tutt’altro che soddisfacenti. Così stamattina, disperata e puzzolente, appena ho percepito la presenza della ragazza delle pulizie sono uscita dalla mia stanza e l’ho raggiunta in bagno. A gesti le ho spiegato il mio problema (lei parla solo creolo infatti), e mi ha fatto vedere una mini brocca, poco più grande di un bicchiere, che serve per prendere l’acqua dal secchio e versarsela addosso. Adesso sì che è tutto più semplice, son riuscita persino a fare il bucato.
Evel mi ha chiamato a rapporto nel suo ufficio, per capire come avevo intenzione di gestire le mie giornate. Gli ho spiegato che vorrei conoscere dal di dentro la realtà della sua associazione e avere anche del tempo per poter girare un po’. Così mi ha parlato di un meeting importante a cui avrei potuto partecipare, peccato però che era previsto alle 11 ed invece è iniziato alle 15. Conclusione: ho vissuto una mattinata surreale, ero in camera, non avevo né cibo né acqua, non potevo uscire da sola (mi è stato sconsigliato in tutte le lingue del mondo) ed attendevo questa riunione che tardava ad arrivare. Evel è stato carino, mi ha dato anche una Sim haitiana, così da poter essere un po’ indipendente, però non c’erano soldi dentro, e quindi non potevo chiamare nessuno. Ieri sera inoltre mi aveva portato ad un fast food, dove avevo comprato un po’ di riso, della carne al sugo, banane fritte e una insalata di dubbia consistenza.
Ieri sera però non ero riuscita a toccare cibo, perché il degrado visto il pomeriggio a Delmas mi aveva chiuso lo stomaco. Stamattina invece mi son alzata con un languorino tutt’altro che innocuo, così sono andata nella stanza adibita a cucina, ho aperto il frigorifero per prendere quel ben di Dio e – magicamente – non c’era più. Mi son messa alla ricerca della ragazza delle pulizie, l’unica che mi abbia rivolto parola del resto da quando sto qui, chiedendole che fine avesse fatto la mia “doggy bag”. Lei ha fatto finta di non capire e ha chiamato in soccorso le altre. In tre minuti erano diventate in sei, hanno dato la colpa ad un generico ragazzo della sicurezza (che io non ho mai visto durante la mia permanenza) accusandolo di essersi mangiato tutto questa notte, a loro insaputa. Ho risposto con un sorriso dicendo che non c’era alcun tipo di problema, e son tornata a chiudermi in stanza.

PASTO INCANTATO
Lo stomaco vuoto, la gola assiderata, il caldo, le zanzare , l’orologio mi ricordava che erano passate le 14 e tutto mi sembrava un nonsense. Così son entrata su Facebook ed ho mandato un messaggio telegrafico a Daphney, scrivendole: “Ho sete, ho fame e non ho soldi al cellulare, se puoi vieni”. Lei si è presentata dopo mezzora, un tipo con la moto ci aspettava fuori, e ci ha portato di nuovo a casa sua. Mi ha fatto sedere a tavola, era tutto buio e non c’era nessun altro nel misero ingresso. Di fronte a me una piccola credenza vecchia e impolverata, con il vetro scheggiato, che lei ha aperto per prendere un piatto. Mi ha dato da mangiare: una porzione di riso, condito con dei vegetables gialli e un pezzettino di carne. Il guaio è che mi ha dato anche il cucchiaio, io non potevo non accettare e, soprattutto, non avevo alternative o modi per poterlo disinfettare. Sicuramente mi beccherò il colera.
Poi è andata a comprarmi qualcosa da bere, e si è presentata con una bottiglietta di coca cola in una mano e un grande pezzo di ghiaccio nell’altra che ha opportunamente sbattuto sul muro per spezzettarlo, e poi me lo ha versato nel bicchiere, nonostante io continuassi a dirle: “No ice no ice!” Insomma, colera sicuro, e pure malaria, visto che le zanzare non vogliono saperne di abbandonarmi. Al di là di questi simpatici aneddoti, mi ha lasciato esterrefatta la sua ospitalità: queste persone non hanno cibo, e con un pasto unico ci fanno chissà quante volte, eppure lei non ha esitato a portarmi a casa sua e a darmi da mangiare, non appena le ho detto che avevo fame. Ma chi è che ha bisogno di aiuto qui? La domanda rimane.

IL CLUB
La sera Daphney ha insistito per portarmi al club. Io ho tentato di desistere, ma non c’è stato verso. A darle man forte ci hanno pensato le due sorelle, una, in particolare, la più piccola (avrà avuto sedici anni), si vantava perché il suo fidanzato aveva la macchina (considerata più di un lusso qui ad Haiti), e quindi ci avrebbe portato tutte gratis. Detto fatto. Il nostro autista è arrivato poco dopo le 19, su di una Alfa Romeo vecchissima, e con una marmitta non proprio al top. C’era anche Jhonny con lui, eravamo in sei in tutto. Cala in fretta l’oscurità a Port au Prince, già alle 18 è buio pesto e andare di notte in macchina è un’altra bella impresa. In primis uscire dalla bidonville: perché non c’è una strada, ma sentieri che costeggiano le case e senza un apparente criterio. E poi le buche, il fango, e la gente che nera su nero si distingue a fatica. Musica kompa dallo stereo, ritmi allegri, loro che parlavano e ridevano, ed io mi estraniavo, perché i miei occhi volevano assimilare il più possibile, e nulla più.
Ci siamo messi sulla rue principale, l’unica asfaltata, l’abbiamo percorsa a passo d’uomo, considerando il traffico, fin quando abbiamo parcheggiato. Il locale si trovava sul lato opposto, a distanza forse di una cinquantina di metri, ma ad Haiti, dove tutto è caos e la parola “ordine” non ha neanche una traduzione in creolo, ogni azione, anche la più banale, ha i suoi rischi, e così anche attraversare la strada diventa un compito tutt’altro che agevole. Nell’oscurità completa i fari delle macchine emanano una luce accecante, il flusso di auto, moto, biciclette è incessante, e il senso di marcia è un surplus che non tutti rispettano. Jhonny mi ha preso la mano ed abbiamo attraversato insieme, pian piano. Giunti dall’altra parte della carreggiata io ho allentato la presa, ringraziandolo per il suo sostegno. Ho pensato infatti che mantenere la mia mano nella sua poteva generare qualche fraintendimento, ma tempo dieci passi neanche ed ecco che cado a terra, a causa di una buca che, al solito, non avevo visto. Jhonny mi ha raccolto, rialzandomi mi ha chiesto se andava tutto bene e mi ha ripreso sottobraccio, e questa volta non mi ha più lasciato per il resto del tragitto. Camminare al suo fianco mi rendeva sicura.
Facciamo finalmente ingresso nel famoso “club”. Carino, però vuoto. Niente luce, soltanto candele e una tv abbastanza grande sulla parete principale. Eravamo gli unici clienti, ed abbiamo ordinato sei birre Prestige. Nessuno di loro voleva cenare, e così anche io ho detto no. Ma Daphney ha insistito affinché io, solo io, mangiassi, e così dicendo mi hanno ordinato un piatto con pollo, patate e qualche altra cosa. Era iniziato intanto il big match Brasile Argentina e le sorelle e il ragazzo sono andati a sedersi vicino la televisione, per seguire meglio la gara. Io, Daphney e Jhonny non ci siamo spostati e, quando mi è arrivato il piatto, ho proposto di dividerlo in tre. Solo che lui non ha mangiato quasi niente, lei poco ed usava le posate per tagliare i vari pezzi e darli a me. Insomma sembrava che per loro il cibo non fosse una necessità. E soprattutto ho capito che non mangiano due volte al giorno, bensì una sola. Al termine del primo tempo siamo andati via, e quella sarebbe stata la mia prima e unica serata trascorsa nella “movida” di Port au Prince.
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