Visualizzazione post con etichetta fame. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta fame. Mostra tutti i post

martedì 16 ottobre 2012

UN PIANETA IN BILICO TRA FAME E SPRECHI

Il paradosso della scarsità nell’abbondanza: così l’organizzazione Save the Children ha definito nel suo ultimo rapporto “WITH-OUT. Fame e sprechi” la condizione per cui – in un mondo che secondo dati FAO negli ultimi cinquant’anni ha visto raddoppiare la sua produzione agricola – si continua a morire di fame. Sotto la lente dell’associazione ci sarebbe infatti il legame tanto stretto quanto assurdo tra la malnutrizione – a tutt’oggi responsabile di più di un terzo delle morti infantili a livello globale – e lo spreco di risorse alimentari: legame che continua a testimoniare il profondo squilibrio che caratterizza le economie mondiali e l’accesso alle risorse da parte dei diversi Paesi.

clip_image002

Dati e numeri. Secondo i dati congiunti di Save the Children e dell’Unicef, la malnutrizione è responsabile di più di un terzo delle morti infantili nel mondo e sarebbero 200 milioni circa i bambini sotto i 5 anni affetti da una qualche forma di carenza nutritiva: la fame rimane quindi in testa alla lista dei rischi mondiali per la salute, nonché una delle più importanti cause di mortalità infantile. Secondo il rapporto dell’organizzazione, l’80% dei bambini malnutriti si concentra in 20 Paesi: una lugubre classifica guidata da Sierra Leone, Somalia e Mali.
Africa, continente malnutrito. I dati tendono tuttavia a ingannare. Ad una prima analisi emerge infatti che il tasso di malnutrizione cronica a livello globale sia passato dal 40% registrato nel 1999 al 27% del 2010, con una riduzione in termini assoluti da 253 milioni a 171 milioni di bambini malnutriti nel mondo. I numeri registrerebbero quindi un decremento annuo dei tassi di malnutrizione pari allo 0,65%, ma la situazione è ben diversa se si concentra l’analisi sul continente africano, uno dei più colpiti da questa piaga: negli ultimi vent’anni in Africa la malnutrizione cronica si è ridotta solamente de 2%, a fronte di una forte crescita demografica che ha fatto aumentare il numero di bambini malnutriti di 15 milioni (per un totale di 60 milioni nel solo continente nero). Non solo: a questi fattori si aggiungono anche l’instabilità socio-politica, le crisi ambientali (con una conseguente riduzione della produzione cerealicola, che tra il 2010 e il 2011 in Africa è stata pari al 3,9%, con picchi anche del -9,8%) e l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari negli ultimi anni: «i paesi del Corno d’Africa e del Sahel  - spiega Claudio Tesauro, presidente di Save the Children Italia  - sono stati colpiti da una grave siccità che ha fortemente limitato i raccolti, provocando un aumento della dipendenza dagli aiuti alimentari». Un parere condiviso anche da Valerio Neri, direttore generale di Save the ChildrenItalia, secondo cui «nei paesi in via di sviluppo, dove le famiglie spendono già tra il 50% e l’80% del loro reddito in cibo, la costante crescita dei prezzi erode il potere di acquisto delle famiglie e costituisce una seria minaccia per la vita di centinaia di migliaia di bambini».

clip_image003

Perdite e sprechi. Ma il rapporto “WITH-OUT. Fame e sprechi: il paradosso della scarsità nell’abbondanza” evidenzia un altro trend, strettamente connesso alle problematiche nutritive globali: quello dello spreco. «Nei paesi sviluppati – continua Neri – la quantità di cibo disponibile e a cui il consumatore finale ha accesso è quasi il doppio rispetto ai paesi in via di sviluppo e una grossa parte di esso viene sprecato. Ma anche nei paesi in via di sviluppo molte risorse alimentari potrebbero essere recuperate. Ad esempio, si stima che il valore economico del grano perso nella fase di post-raccolto nell’Africa subsahariana è di 4 miliardi di dollari e potrebbe nutrire per un anno 48 milioni di persone, l’80% di tutti i bambini malnutriti in Africa». Se infatti la quantità di cibo persa nei Paesi in via di sviluppo e in quelli industrializzati quasi coincide (rispettivamente 630 e 670 milioni di tonnellate), ciò che cambia è la fase della filiera produttiva in cui questo accade: nei paesi più poveri, la perdita di cibo avviene soprattutto nelle prime fasi della catena produttiva alimentare (semina, raccolta, trasformazione agricola) mentre nei paesi industrializzati è preponderante il fenomeno del “food waste”, cioè dello spreco alimentare nella fase di consumo. Tradotto in cifre, il valore economico degli sprechi mondiali ammonterebbe a mille miliardi di dollari all’anno, di cui il 68% (680 miliardi) nei paesi industrializzati. Non solo: «in Europa – si legge nel rapporto – finirebbero in rifiuti 89 milioni di tonnellate di prodotti alimentari, cioè un quantitativo di cibo pari a 89 volte quello destinato agli aiuti alimentari internazionali, che a livello mondiale nel 2010 sono stati pari a 5,7 tonnellate (di cui 1 milione da parte dei paesi dell’Unione Europea».
Il dato italiano. E in tempi di crisi e austerità, fa riflettere anche il dato italiano: nel nostro Paese, infatti, le perdite e gli sprechi di cibo lungo tutta la filiera alimentare ammonterebbero a 17 milioni di tonnellate. Il valore? Quasi 11 miliardi di euro, ovvero 0,7% del PIL, per uno spreco alimentare in fase di consumo pari a circa 400 euro all’anno a famiglia.
Fonte

lunedì 28 maggio 2012

IL MANIFESTO DEI POVERI: PER NON MORIRE DI CAPITALISMO




Sandali ai piedi (ora un po’ meno, perché qualche acciacco dell’età si fa sentire) e la borsa di lana a tracolla. È questa l’immagine più frequente di Frans van der Hoff, prete olandese, da più di 30 anni in America Latina, prima in Cile e poi in Messico. In Cile a condividere la vita dei minatori nel ventre della terra a estrarre il rame fino al settembre del 1973 quando il colpo di stato di Pinochet lo costringe ad andarsene. Dopo sette anni a Città del Messico, Francisco – così lo chiamano i “suoi” campesinos messicani- sceglie definitivamente di stabilirsi nella regione di Oaxaca accanto ai piccoli produttori di caffè.
Intervenuto a Bolzano per presentare il suo libro sul commercio equo e solidaleIl manifesto dei poveri”, edito dal Margine, p. Francisco ha raccontato quella che è stata la sua esperienza di vita rivendicando la possibilità che un’alternativa all’attuale modello di sviluppo sia realizzabile. Coniugare un’economia che funziona (che dà un reddito e può garantire una vita dignitosa) con la vicinanza e la solidarietà. Un intento che le persone possono raggiungere per la migliore realizzazione di se stessi. “Uno sviluppo senza limiti è assurdo” ha ribadito con forza Francisco, che ravvisa nel modello economico capitalistico, agonico ma ancora egemonico, una via senza uscita che moltiplica gli impulsi di egoismo e isolamento degli individui e della società. È come se volessimo “sfamare la fame che abbiamo già saziato” in modo continuo e compulsivo, prigionieri di bisogni materiali superati.
Così ha sottolineato Rudi Dalvai, fondatore di Altromercato, che accompagna il prete olandese in un giro per l’Italia, definendolo un “intellettuale agreste” capace di coniugare l’intuito e lo spessore culturale (Francisco parla sette lingue ed è stato premiato in diverse università americane ed europee) con una vita semplice accanto ai contadini che vogliono riscattarsi dalla loro situazione di degrado. Perché proprio di questo si intende e si pratica, nelle comunità campesine: un lento e graduale cammino verso il riscatto e la dignità. Una vasta area rurale, immersa in un’atavica povertà, dove i lavoratori del caffè erano costretti ed adusi a giornate interminabili e faticose e a un lavoro duro e sottopagato. Dipendevano dai vari intermediari, non avevano diritto di parola, dovendo – sempre - piegare la testa. Nel 1981 – ricorda ora Francisco - cominciano una serie di assemblee con 150 agricoltori che vanno avanti per diversi giorni. Si discute di come organizzarsi, in che modo affrontare le incombenze derivanti dai prestiti, come migliorare le proprie condizioni materiali di vita quotidiana.
È l’inizio di un processo di coscientizzazione che porta poi alla creazione della cooperativa Uciri che garantisce l’approvvigionamento di caffè alla rete del commercio alternativo e del primo marchio equo e solidale “Max Havelaar”. Soprattutto è iniziata a sedimentarsi la consapevolezza delle proprie capacità. Si insiste su alcune cose: il giusto riconoscimento del lavoro salariato (“il lavoro umano ha una sua dignità e un suo prezzo”); il rispetto per i cicli di riposo della terra; la formazione cooperativa in cui le decisioni si prendono assieme, stando con i piedi per terra ovviamente, perché non è indifferente, ad esempio, un aumento da 2 a 4 dollari al giorno per i campesinos produttori di caffè. Scegliere il biologico è una scelta di fondo che vuol dire rispetto per la terra e per la salute.
A descriverla sembrano passaggi brevi, e invece c’è voluto tanto tempo, fatica, pazienza, difficoltà a non finire. Francisco alleva 50 galline, scambia le uova con verdure che altri contadini gli danno. Il piccolo paese di Barranca, cinquecento persone – quando lui è arrivato – abbandonate e sfruttate, adesso è come fiorito. I bambini vanno a scuola, si cura l’igiene, le casette sono dignitose anche se ancora di fango. L’insegnamento è quello di recepire e introdurre nuove regole in un moto dinamico capace di superare l’arrivismo e lo spreco a favore della cooperazione e della sobrietà che valorizza la qualità delle relazioni. Quando qualche contadino messicano delle comunità di p. Francisco giunge in Italia (e succede per attivare iniziative e solidarietà) avverte subito una profonda discrepanza; non è il suo e della sua gente, questo modo di vivere e di concepire l’economia e la vita stessa: troppa frenesia, troppa competizione. E poi – chiede - sono proprio necessarie tutte queste cose di cui disponiamo? Ne possiamo fare di più semplici?
Gli risponde Terra Futura che propone tutt'altro stile di vita come una biopizzeria itinerante che gira per le piazze utilizzando un forno su ruote alimentato a pellet e insieme educa al biologico e all'equo e solidale, distributori automatici di bevande e snack biologici e del commercio equo, un deumidificatore da parete che funziona senza energia elettrica, un detersivo ottenuto da oli post consumo raccolti e riciclati, un barbecue ad energia solare, una nuovissima auto elettrica a 5 posti che raggiunge la velocità 145 km/h senza produrre emissioni né rumori.
Una nuova rivoluzione. Come quella di Frans van der Hoff propostaci 30 anni fa.
Fabio Pipinato

lunedì 2 aprile 2012

L'ORO DEL NIGER E LA CARESTIA DEI BIMBI ROSSI

Una grave forma di malnutrizione colpisce milioni di piccoli nel Paese africano ricco di miniere

NIAMEY (Niger) - La stendono nuda su una panca di legno e prendono le misure del suo minuto, gracilissimo corpo: è alta 67 centimetri mentre è di 9 la circonferenza del braccio come risulta dal nastro che gli hanno appena stretto intorno. Il suo peso inoltre, quando l'appendono al gancio che penzola dal soffitto e la fanno oscillare per qualche minuto mentre lei piange e strilla, è di soli 4,8 chili: troppo poco - stabilisce il manuale pediatrico - rispetto all'età, che rasenta i sette mesi.


Siamo al Creni (Centro Recupero Nutrizionale) di Aguié, un villaggio della Provincia orientale di Maradi, nel reparto di terapia intensiva dove vengono ricoverati bambini e bambine affetti da Kwashiorkor («bambino rosso» nella lingua locale) una malattia che aggredisce l'infanzia sofferente per la grave carenza di vitamine e apporto proteico.

clip_image003
Centro medico di save the Children per la cura di bambini gravemente malnutriti nella cittadina di Arguiè. Foto Luigi Baldelli / Parallelozero

Basta una breve visita al piccolo ospedale di Aguié, gestito da Save the Children ( www.savethechildren.it/niger ), dove i piccoli malati giacciono inerti e muti sotto la zanzariera lasciando parlare solo gli occhi, per trovare conferma sullo stato comatoso di un Paese che l'Onu ha recentemente collocato al penultimo posto nella graduatoria delle 187 Nazioni in via di sviluppo più povere del mondo, inaridite dalla siccità e per decenni minacciate dallo spettro della carestia, che non dà tregua a una popolazione di 15 milioni di abitanti. Continua qui

clip_image001

Centro medico di save the Children per la cura di bambini gravemente malnutriti nella città di Arguiè. Foto Luigi Baldelli / Parallelozero

clip_image002

Villaggi intorno alla cittadina di Arguiè. Foto Luigi Baldelli / Parallelozero

giovedì 19 gennaio 2012

MESSICO: FAME E SICCITÀ TRA INDIOS TARAHUMARA, TRA MORTI CERTE E VOCI DI SUICIDI DI MASSA

clip_image001

Si stanno moltiplicando in tutte le principali città del Messico le raccolte di cibo e aiuti da inviare nella zona montuosa della Sierra Madre nello Stato di Chihuahua (nord del Messico) dove una grave crisi alimentare sta interessando i raramuris, ovvero i rappresentanti della comunità indigena dei tarahumara.

La mobilitazione è iniziata a fine Dicembre sui social network in internet, dopo la pubblicazione di alcuni video che riferivano di decine di indios taramhumaras morti in suicidi collettivi per sfuggire alla fame, e la vicenda dai raramuris da alcuni giorni ormai campeggia su tutti i principali quotidiani messicani, è diventato tema di campagna elettorale in vista delle presidenziali ma soprattutto sembra aver colpito i messicani che, attraverso organizzazioni non governative e campagne statali, stanno raccogliendo e inviando aiuti alle remote comunità rurali della Sierra Madre.

clip_image001[5]

Secondo le dichiarazioni di esponenti locali, confermate dalle autorità statli e federali messicane, alcune zone di Chihuaha, inclusa una parte dell’area tarahumara, stanno sperimentando una delle più gravi siccità della storia del paese.
Ci sono aree, come quelle maggiormente colpita dalla fame, dove non piove da 10 mesi, lasciando praticamente in ginocchio un’economia che vive completamente di agricoltura, quasi sempre di sussistenza.
Ignacio Leonel Varela Ortegam presidente del municipio di Carichí (Chihuahua),  dove inizia la Sierra Tarahumara,  ha fatto sapere che nell’ultimo anno i contadini hanno raccolto a malapena l’1% di quello che avevano seminato, “e l’uno per cento non serve a niente”.
In un’intervista al quotidiano Milenio, Varela Ortegam aggiunge: “C’è fame e la fame colpisce il 65% della popolazione, dal momento che a causa della siccità praticamente non abbiamo potuto raccogliere niente. Siamo appena tornati da un giro delle 200 località che compongono la municipalità per consegnare alcune scorte alle famiglie. Al momento hanno cibo per un mese, un mese e mezzo se le amministrano bene”.
Se il governo federale messicano è stato il primo a inviare gli aiuti e la macchina della solidarietà sembra essersi messa in moto in tutto il paese, resta ancora da chiarire quanti morti abbia provocato la grave denutrizione in questa zona remota e depressa del Messico.
Fonti governative, sia nazionali che locali, si sono affrettate a smentire le notizie relative al suicidio di massa di una cinquantina di persone che si sarebbero buttate da un burrone per sfuggire alla fame.
Tuttavia circolano dichiarazioni filmate o per iscritto di esponenti locali – dal segretario del municipio di Carichi, Jesús Quiñónez Rodríguez, a Ramón Gardea, rappresentante del Frente Organizado de Campesinos indígenas – che continuano a parlare di suicidi da parte di indigeni raramuris, disperati per non avere più di che sfamare la propria famiglia.
In questi ultimi giorni sui giornali messicani circolano dichiarazioni di rappresentanti delle municipalità raramuris che negano vi siano stati finora suicidi, ma che tuttavia riportano casi di morte (da cinque a otto vittime a seconda delle fonti) di persone che hanno visto le proprie malattie aggravarsi a causa di un grave stato di denutrizione.
Tra loro anche un neonato di sei mesi.
Recentemente il Messico, dopo aver apportato una specifica riforma costituzionale, ha inserito nella sua carta fondamentale il diritto all’alimentazione.
I rarámuris o tarahumaras uccupano un quarto del territorio nella zona sud-occidentale dello Stato di Chihuahua, in una delle parti più alte della Sierra Madre Occidentale, conosciuta anche come Sierra Tarahumara, che si trova tra i 1500 e i2400 metri sul livello del mare.
Fonte

mercoledì 30 novembre 2011

DADAAB

In questo periodo non si parla d’altro che della crisi economica e finanziaria che colpisce la zona euro e in particolare i paesi europei più deboli, Italia compresa.
Abituati, come eravamo, ad abitare nel “Paese di Bengodi”, ora ci risulta molto difficile rinunciare a tutto il superfluo di cui sentivamo la assoluta necessità, per non dire il diritto di possedere. Certamente i sacrifici, che dovremo affrontare, cadranno, come sempre, sulle spalle dei più deboli.
E, come sempre, i più deboli sono i lavoratori, i precari, i disoccupati, i giovani e gli anziani con la minima di pensione. Per fare fronte ai nostri impegni debitori, bisognerebbe andare a pescare nelle tasche di chi detiene ricchezza, ma è sempre risultato difficile che chi detiene il denaro e quindi il potere possa togliersi di tasca ciò che crede essere il guadagno del suo tanto operoso ingegno. La cosa strana, nella nostra società, è sempre stata che chi lavora duramente non ha niente, se non il minimo per vivere e poter continuare a lavorare per chi gode di privilegi (le varie caste, politica, commis di stato, squali della finanza e dell’imprenditoria), tanto che quest’ultimi si possono permettere tutto a scapito di tanti.
“La Banca d’Italia dice che nel 2009 tutte le famiglie possedevano più o meno 350 mila euro in beni di vario tipo. E’ la vecchia storia dei morti sulle autostrade. Se ogni anno ci sono mille viaggiatori e cinquecento morti, significa che siamo tutti mezzi morti.
Invece la vita insegna che c’è chi muore e chi se la spassa. Nella fattispecie, delle 24.905.042 famiglie italiane [al 31 dicembre 2009, fonte Istat], ce ne sono 2 milioni, 490 mila e 504 (10%) che se la spassano, possedendo oltre il 45% dei 9 miliardi e mezzo di euro cui assomma la ricchezza lorda di tutte le famiglie messe insieme, e oltre 12 milioni (12.452.521) che se la vedono male, dovendo spartirsi un misero 10%.
In parole povere, col cavolo che la ricchezza di ogni famiglia assomma a 350 mila euro: ci sono 10 famiglie su 100 che hanno in media un milione e mezzo di euroa testa e 50 famiglie su 100 che non arrivano a 70 mila. Di più, queste ultime hanno un reddito medio familiare annuo di 8.019,30€ contro i quasi 200 mila euro delle 10 famiglie vip.
Tanto per schiarirvi le idee, se la torta intera fosse la ricchezza disponibile, e ogni smiley fossero 2 milioni e mezzo di famiglie, la situazione del nostro paese a tutto il 2009 sarebbe più o meno questa.
clip_image001[5]
10 famiglie su 100 hanno uno spazio vitale degno di un imperatore, 40 si accontentano di un modesto giardinetto privato (sono quelle che fanno la settimana bianca) e 50 vivono accatastate le une sulle altre come e peggio delle galline in un moderno allevamento di polli, dove la luce del sole è un miraggio e se vai di corpo fai lo shampoo a quello di sotto. La storia tristemente insegna che prima o poi le 50 faccine rosse, livide di rabbia, invadono i giardini fioriti delle 10 faccine sorridenti, che smettono di sorridere.
Buon senso vorrebbe invece che, sulla torta, ciascuno avesse più o meno lo stesso spazio, ma ciò che alcuni chiamano ragionevole, altri lo chiamano comunismo. Punti di vista. Intendiamoci: una distribuzione di risorse e di ricchezze perfettamente equa è utopica e forse contraria alla natura competitiva dell’essere umano, ma anche un sistema sociale nel quale il divario in termini di benessere sia tanto esasperato da suonare offensivo è insostenibile.” segue
Ora, in base a queste argomentazioni proporrei di offrire una speciale vacanza a quel 10% delle famiglie italiane che possiedono oltre il 45% della ricchezza complessiva. Sarebbe, senza ombra di dubbio, una vacanza istruttiva e diversa dalle abituali ed usuali a cui sono abituate. La vacanza premio avrebbe la durata di 10 anni e la location (termine molto di moda oggi)  è, niente popò di meno che

DADAAB

meta turistica dove apprendere quanto sia inumano e criminale trattare gli altri come esseri inferiori, solo perchè poveri e poveri, perchè defraudati delle loro proprietà e dei loro diritti.

Ed ecco a voi DADAAB

IL CAMPO PROFUGHI PIÙ AFFOLLATO DEL MONDO

Una fotografia aerea del campo profughi di Dadaab, in Kenya, uno dei più affollati al mondo, postata su Flickr da Oxfam International, mostra quanto il problema degli sfollati possa essere grave. Nel campo vivono 450.000 rifugiati, la maggioranza dei quali fuggiti dalla siccità e dalla guerra civile scoppiata in Somalia nel 1991. Altri 1.500 profughi arrivano ogni giorno.

clip_image001
Vista aerea di Dadaab, il campo profughi più affollato al mondo © Oxfam International


Nella speranza di trovare tregua dal conflitto, dalla carestia e dai disastri naturali, si stima che il 75% di tutti i rifugiati vivano in Paesi confinanti con il proprio, dando vita a una crisi umanitaria che sfrutta al massimo le risorse dei governi ospitanti e delle organizzazioni internazionali. Fonte

KATE HOLT, una fotogiornalista freelance ci mostra la realtà quotidiana di questa gente che vive in terribili condizioni da vent’anni. Questa gente sa che cosa è la crisi. Per questo la dovrebbe conoscere anche quel citato 10% di famiglie italiane.


clip_image003clip_image005
clip_image006
clip_image008clip_image010clip_image012clip_image014clip_image016clip_image018clip_image020clip_image022clip_image024clip_image026clip_image028clip_image030clip_image032clip_image034clip_image036clip_image038clip_image040
all images © Kate Holt all rights reserved

clip_image041
Mia Farrow, UNICEF Goodwill Ambassador, meets severely malnourished children on a one day visit to Dadaab Refugee Camp,  in Dadaab, Northeastern Kenya on the 26th August, 2011. Mia Farrow is on a visit with UNICEF to Kenya to highlight the ongoing nutrition crisis affecting the Horn of Africa.

website:  www.kateholt.com/
Explore the conditions in Dadaab further using Google Maps and Images.

KATE HOLT
Born in Zimbabwe, I traveled extensively with my family while young, but my first trip alone was to Romania, following the fall of Ceausescu in 1991.
News of the horrific conditions in which Romania's unwanted children were being kept had hit the British headlines and I decided to see what I could do to help. I arrived at Negru Voda orphanage in January 1992 after leaving school. It was home to 360 severely disabled children. Many had never left the confines of their wards where they were crammed three to a bed - beating their heads against the walls in violent frustration, or rocking silently to comfort themselves after years of neglect. Romania's forgotten children had a huge effect on me. At the age of 19 I had no idea the world could be so cruel. I worked there for a year and returned every summer while studying at university.
Realizing that aid work touched the tip of much bigger issues, I turned to journalism as a way to expose these to a wider audience, and those with power to make a difference. After leaving St Andrew's University, I joined the BBC's News and Current Affairs department and subsequently went on to study photojournalism at the London College of Printing.
Traveling to Bosnia in the wake of the war I continued on to Albania to document the refugees who flooded over the border from Kosova in 1999. The post conflict environment of the Balkans fascinated me and I became aware that the most vulnerable people, primarily women and children, were slipping through the net of international aid, which opened them up to exploitation and abuse. Returning to Bosnia, I spent a year uncovering the exploding sex slave trade - young girls trafficked from Romania, Moldova and the Ukraine being bought and sold as commodities, primarily to service the sexual needs of the International Community. This was the first time the issue of women being trafficked from Eastern Europe for sexual use had been exposed.
Moving on to work in DR Congo in 2003 I uncovered extensive sexual abuse of young girls by UN peace keepers, as well as high level cover ups of the issue by UN personnel in New York. The findings of this story forced Kofi Annan, then Secretary General of the United Nations, to announce a "zero tolerance" policy within the UN to sexual exploitation.
Backed by The Independent Newspaper, I continued to investigate the issue, which eventually led to the forced resignation of the head of the UNHCR, Rudd Lubbers.
Nominated three times for the Amnesty Award for Humanitarian reporting, as well as the Prix Pictet Photographic Award, I have worked extensively in East and Southern Africa for the last ten years, and more recently have returned to working in both Afghanistan and Somalia.

Tornando a noi, quanto tempo passerà, prima che i 31 milioni di italiani ammassati nella fetta rossa della torta decidano che è venuto il momento di dare una risistematina alla spartizione del benessere?

mercoledì 5 ottobre 2011

SOMALIA: EMERGENZA SENZA FINE

clip_image002

Della tragedia che ha colpito il Corno d’Africa non si parla mai abbastanza, le distanze che ci separano da quelle popolazioni non sono solo geografiche. Un’emergenza umanitaria senza precedenti che si manifesta in tutta la sua drammaticità e che per una concomitanza di fattori climatici, logistici, storico-politici vede al centro della crisi la Somalia, un territorio di fatto senza governo – la fragilità del TFG (Governo Federale di Transizione) è palese. Un territorio che malgrado la missione dell’Unione Africana resta ancora largamente controllato dalla milizia di Al-Shabaad. I divieti e il blocco posti da quest’ultima rendono ancora più difficoltoso il lavoro delle agenzie umanitarie che operano sul posto, fra loro c’è Islamic Relief, l’unica a cui è consentito l’accesso alla Somalia del Sud.

clip_image004
Attività in un campo profughi. Foto gentilmente concessa da Islamic Relief

Islamic Relief è un’organizzazione umanitaria internazionale presente in 30 Paesi nel mondo e fra i numerosi sostenitori vanta Carlo d’Inghilterra. Fondata nel 1984 da Hany El Banna, medico, IR fornisce un supporto specifico nella gestione delle emergenze ed è in grado di rispondere in tempi brevi alle catastrofi o ai disastri naturali. Nel 2009 il gruppo italiano ha fornito assistenza e aiuti alla popolazione colpita dal terremoto in Abruzzo.
Omar El Sayed, operation manager IR Italia, è appena rientrato dal viaggio in Somalia dove ha visitato due campi profughi di Mogadiscio, quello di Siliga – che ospita all’incirca 27.000 famiglie, qualcosa intorno a 160/170.000 rifugiati di cui il 20% è costituito da bambini sotto i 5 anni – e di Corsan che accoglie più o meno 18.000 persone.

clip_image006
Il 20% dei rifugiati sono bambini sotto i 5 anni. Foto gentilmente concessa da Islamic Relief

Omar racconta:
“Un’esperienza toccante, difficile descrivere con le parole il dolore di questa gente, difficile accettare… un Paese che non esiste, sono i resti della Somalia di 30 anni fa. Un’economia essenzialmente agro-pastorale messa in ginocchio da una siccità prolungata, gli effetti sono devastanti. Distribuiamo pacchi-alimentari con 25kg di riso, 25kg di farina, 10kg di zucchero e 5l di olio che sfamano una famiglia media di 6/7 persone per 10-15 giorni, non basta.”
Ci sono 2 milioni di profughi che viaggiano all’interno dei confini somali in cerca di aiuto, di cibo, acqua, cure mediche, le strutture sono insufficienti, la distribuzione degli aiuti è difficile. Situazioni estreme dove lo staff medico deve valutare chi può essere curato, deve decidere chi salvare… L’ospedale di Benadir è diventato un punto di riferimento sicuro dove fermarsi, all’interno si organizza la distribuzione del cibo ai familiari dei bambini ricoverati. La mortalità infantile è elevatissima, al ritmo di uno su dieci ogni giorno, la maggior parte muore di malnutrizione, dissenteria, complicanze cardiorespiratorie e quando sei lì – ci spiega Omar – i numeri hanno un volto. IR ne documenta l’estrema gravità in questo video.
Ci sono 4 milioni di persone a rischio, Mogadiscio è la speranza.
Nel campo di Siliga c’era una donna che dal sud si era messa in viaggio con i suoi 7 figli, due erano morti lungo la strada e li aveva seppelliti, un terzo è morto al campo ma gli altri 4 avevano qualche possibilità in più di sopravvivere, ora.
Un altro insostenibile volto di questa tragedia
Maria Grazia Pozzi
> vociglobali

lunedì 25 luglio 2011

HOMOWO D’AGOSTO

La festa del raccolto per allontanare fame e carestie

clip_image001


In Ghana, nel mese di agosto si commemora l’Homowo, antico rituale che ricorda la fine di un periodo di scarsità alimentare vissuto dagli antenati del popolo Ga: un’occasione per propiziarsi abbondanti messi.
“La prima cosa che colpisce è la luce. Gran luce ovunque, tanto sole, un chiarore abbagliante”. Così il noto giornalista polacco Ryszard Kapuscinski descriveva il suo primo impatto con il Ghana. Era il 1958, quando spopolava la figura di Kwame Nkrumah, colui che ha condotto questa nazione dell’Africa occidentale indipendente.
Sono passati parecchi da anni da allora. Molto è cambiato a livello politico-sociale, ma sono sopravvissute in questi decenni di cambiamenti antiche tradizioni tipiche del popolo ghanese. È il caso della festa chiamata dell’Homowo, le cui origini si perdono nella notte dei tempi.

clip_image002
Secondo i racconti orali, questa celebrazione rievoca un tempo in cui le genti Ga (una delle tante etnie del Paese) patirono un difficile periodo di carestia, durante la loro migrazione che li ha portati nella regione dove è stata poi fondata l’attuale capitale Accra. Grazie alla loro tenacia e all’intervento delle divinità che avevano invocato, i Ga riuscirono a coltivare messi abbondanti per tutti. La parolaHomowo significa non a caso “schernire la fame”.


clip_image003
La festa è una delle più importanti della nazione. Il suo preludio ha inizio in primavera (generalmente a maggio), quando i sacerdoti che custodiscono le pratiche tradizionali spargono i semi di miglio. Questa è la stagione della semina prima delle piogge. Dopo di che, per trenta giorni vige la prescrizione del silenzio, ovvero è rigorosamente vietato il suono dei tamburi nelle aree rurali.

clip_image004
Lo sviluppo e le tempistiche della festa variano a seconda del gruppo Ga di appartenenza, essendo esso costituito da diverse tribù. Tuttavia, il significato e i rituali sono comuni ai vari gruppi presenti nella grande regione di Accra.
Durante il festival vengono organizzate cerimonie religiose indirizzate in particolare a Naa Nyonmo, il Supremo Essere in cui crede il popolo Ga. A questa divinità viene rivolta una preghiera benaugurale, ripetuta tre volte, per scacciare la sventura e per ottenere la benedizione affinché la terra sia fertile e quindi possa dare un buon raccolto. Oltre a queste celebrazioni, in ogni casa viene preparato il cibo tradizionale, chiamato kpekple, a base di zuppa e di pesce.

clip_image005
Il cibo è l’elemento centrale di questa festa: è venerato, elargito, scambiato, utilizzato per allestire ricchi banchetti; simboleggia la sconfitta dello spettro della fame. Il festival Homowo vero e proprio si tiene nel mese di agosto. Le offerte di cibo vengono distribuite e con esse vengono anche cosparsi i templi in segno di rispetto per gli antenati e gli spiriti.
Una parte importante nei festeggiamenti viene data alla danza. In questo caso si tratta di un ballo di natura devozionale, chiamato kple, eseguito dalle sacerdotesse dei templi, alla fine di agosto e all’inizio di settembre. Attraverso i movimenti e la musica si vuole comunicare con le divinità invocando la loro protezione dalle calamità.
Il festival dell’Homowo apre inoltre le porte al nuovo anno ‒ secondo il calendario del popolo Ga ‒ che ha inizio il lunedì successivo alla celebrazione finale. L’ultimo giorno dei festeggiamenti le persone possono salire su un palco pubblico ed esprimere dichiarazioni legate al sociale, all’economia e anche alla politica.
Silvia Turrin
Fonte

lunedì 18 luglio 2011

SICCITÀ IN EAST AFRICA

The worst drought in the Horn of Africa has sparked a severe food crisis and high malnutrition rates, with parts of Kenya and Somalia experiencing pre-famine conditions, the United Nations has said. More than 10 million people are now affected in drought-stricken areas of Djibouti, Ethiopia, Kenya, Somalia and Uganda and the situation is deteriorating.
Faduma Sakow Abdullahiand her five children tried to escape starvation in Somalia by journeying to a Kenyan refugee camp. Only one day before they reached their destination, her 4-year-old daughter and 5-year-old son died of exhaustion and hunger. At first the 29-year-old widow thought the two were merely sleeping when they wouldn’t get up after a brief rest. She had to leave their bodies under a tree, unburied, so she could push on with her baby, 2-year-old and 3-year-old. She saw more than 20 other children dead or unconscious abandoned on the roadside. Eventually a passing car rescued the rest of her family from what could have been death.
“I never thought I would live to see this horror,” she said, tears rolling down her cheeks as she described the 37-day trek to Dadaab, the world’s largest refugee camp.
Tens of thousands of Somalis have watched their land dry up after years without rain. Then the livestock died. Finally all the food ran out. Now they are making the perilous journey over parched earth to refugee camps in Kenya and Ethiopia, regions that also have been hit hard by drought.

Kenya East Africa Drought
Recently-arrived Somali refugees wait to fill jerry cans with water at a newly-installed tank in Iffou 2, an area earmarked for refugee camp expansion, but yet to be approved by the Kenyan government, outside Dadaab, Kenya, Monday, July 11, 2011. U.N. refugee chief Antonio Guterres said Sunday that drought-ridden Somalia is the "worst humanitarian disaster" in the world, after meeting with refugees who endured unspeakable hardship to reach the world's largest refugee camp in Dadaab, Kenya. (AP Photo/Rebecca Blackwell)

Kenya East Africa Drought
Members of the family of Rage Mohamed are overtaken by wind-blown dust as they build a makeshift shelter around a thorny acacia tree, on the outskirts of Dagahaley Camp, outside Dadaab, Kenya, Sunday, July 10, 2011. It took the 15-person family five days to make the journey from their drought-stricken home in Somalia. They spent two nights sleeping in the open air under the tree prior to receiving tarps on Sunday. U.N. refugee chief Antonio Guterres said Sunday that drought-ridden Somalia is the "worst humanitarian disaster" in the world after meeting with refugees who endured unspeakable hardship to reach the world's largest refugee camp in Dadaab, Kenya. (AP Photo/Rebecca Blackwell)


504266747.jpgA young Somali girl who fled violence and drought in Somalia stands in line among adults outside a food distribution point in Dadaab refugee camp in northeastern Kenya on July 5, 2011. Dadaab, a complex of three settlements, is the world's largest refugee camp. Built to house 90,000 people and home to more than four times that number, it was already well over its maximum capacity before an influx of 30,000 refugees in the month of June. Upon arrival, the refugees find themselves tackling a chaotic system that sees new arrivals go days, even weeks, without food aid. "It still takes too much time for refugees to get proper assistance," Antoine Froidevaux, MSF's field coordinator in Dadaab told AFP. "The answer in terms of humanitarian aid is not satisfactory at all at the moment." ROBERTO SCHMIDT/AFP/Getty Images

Kenya East Africa Drought
A Somali woman waiting amongst scores of other refugees, all hoping to receive their ration cards despite a processing backlog, pleads with an organizer in Dagahaley Camp, outside Dadaab, Kenya, Monday, July 11, 2011. U.N. refugee chief Antonio Guterres said Sunday that drought-ridden Somalia is the "worst humanitarian disaster" in the world, after meeting with refugees who endured unspeakable hardship to reach the world's largest refugee camp in Dadaab, Kenya. (AP Photo/Rebecca Blackwell)

clip_image005
A Somali man who fled violence and drought in Somalia with his family sits on the ground outside a food distribution point in the Dadaab refugee camp. ROBERTO SCHMIDT/AFP/Getty Images


Kenya East Africa DroughtOne-year-old, Habibo Bashir, rests on a bed at a Doctors Without Borders hospital where he is being treated for severe malnutrition, in Dagahaley Camp, outside Dadaab, Kenya, Monday, July 11, 2011. U.N. refugee chief Antonio Guterres said Sunday that drought-ridden Somalia is the "worst humanitarian disaster" in the world, after meeting with refugees who endured unspeakable hardship to reach the world's largest refugee camp in Dadaab, Kenya. (AP Photo/Rebecca Blackwell)

504255385.jpg
A refugee holds her child in her arms as she and others like her mass outside a food distribution point in Dadaab in the hope of getting access to much needed aid at the worlds biggest refugee camp in the world on July 4, 2011. With a population of 370,000, Dadaab is the world's largest refugee camp even though it was built for just 90,000. With serious drought in the Horn of Africa, thousands of Somalis have arrived in recent weeks in search of food and water. AFP PHOTO/Roberto SCHMIDT

504255649.jpg
A Somali refugee drags a sack with food aid given to her at a food distribution point at the Dadaab refugee camp. ROBERTO SCHMIDT/AFP/Getty Images

Kenya East Africa Drought
Refugees newly arrived from Somalia line up to receive food rations at a receiving center in Dagahaley Camp, outside Dadaab, Kenya. The United Nations High Commissioner for Refugees estimates 1300 new refugees fleeing drought and hunger in Somalia are arriving daily in the Dadaab area. (AP Photo/Rebecca Blackwell)


504255736.jpgSomali refugees wait in line to recieve aid at a food distribution point at Dadaab refugee camp. ROBERTO SCHMIDT/AFP/Getty Images)

504256214.jpg
A Somali man accesses a water point at the Dadaab refugee camp on July 4, 2011. With a population of 370,000, Dadaab is the world's largest refugee camp even though it was built for just 90,000. ROBERTO SCHMIDT/AFP/Getty Images
APTOPIX Kenya East Africa Drought
A Somali girl being treated for severe malnutrition pushes away a cup as a woman tries to feed her at a hospital operated by the International Rescue Commission. (AP Photo/Rebecca Blackwell)

504255613.jpg
A Somali refugee waits to receive a food ration for her and her family at a food distribution point. ROBERTO SCHMIDT/AFP/Getty Images

Kenya East Africa Drought
Somali refugees sit in the yard of their makeshift shelter, fenced in with thorny branches, in Iffou 2, an area earmarked for refugee camp expansion, but yet to be approved by the Kenyan government, outside Dadaab, Kenya, Monday, July 11, 2011. U.N. refugee chief Antonio Guterres said Sunday that drought-ridden Somalia is the "worst humanitarian disaster" in the world, after meeting with refugees who endured unspeakable hardship to reach the world's largest refugee camp in Dadaab, Kenya. (AP Photo/Rebecca Blackwell)

Kenya East Africa Drought
A Somali woman walks past the frame for a sparsely-covered makeshift shelter in Iffou 2, an area earmarked for refugee camp expansion. (AP Photo/Rebecca Blackwell)


APTOPIX Kenya  DroughtA carcass of an animal lies on an empty road, near Lagbogal, 56 kilometers from Wajir town, Wednesday, July 6, 2011. The worst drought in the Horn of Africa has sparked a severe food crisis and high malnutrition rates, with parts of Kenya and Somalia experiencing pre-famine conditions, the United Nations has said. More than 10 million people are now affected in drought-stricken areas of Djibouti, Ethiopia, Kenya, Somalia and Uganda and the situation is deteriorating, (AP Photo/ Sayyid Azim)


504256320.jpgSixty-year-old Suban Osman sits with two of her malnourished grand children at a clinic run by Doctors Without Borders (MSF) at the Dadaab refugee camp on July 4, 2011. ROBERTO SCHMIDT/AFP/Getty Images

APTOPIX Kenya East Africa Drought
Two-year-old, Aden Salaad, looks up toward his mother, unseen, as she bathes him in a tub at a Doctors Without Borders hospital, where Aden is receiving treatment for malnutrition, in Dagahaley Camp, outside Dadaab, Kenya. (AP Photo/Rebecca Blackwell)

504255933.jpg
A Somali boy uses a wheelbarrow to carry two jerry cans filled with water to a tent that he and his family call home at the worlds biggest refugee camp. ROBERTO SCHMIDT/AFP/Getty Images

504255439.jpg
Two-year-old Shiniyo looks while bundled in her mothers arms while they stay at a clinic run by Doctors Without Borders. ROBERTO SCHMIDT/AFP/Getty Images

504256762.jpg
A Kenyan doctor looks at the IV drip on a child suffering from severe malnutrition at a clinic run by Medecins Sans Frontieres (MSF) at the Dadaab refugee camp on July 4, 2011. With a population of 370,000, Dadaab is the world's largest refugee camp even though it was built for just 90,000. According to Doctors Without Borders, the number of people seeking refugee keeps swelling and Dadaab will house 450,000 refugees by the end of the year, or twice the population of Geneva. With serious drought in the Horn of Africa, thousands of Somalis have arrived in recent weeks in search of food and water. ROBERTO SCHMIDT/AFP/Getty Images

clip_image022
Children walk down a dusty street in Dadaab refugee camp on July 4, 2011. Fatimah who fled violence in Somalia with her family one year ago says that she does not venture outside the camp to look for firewood because it is too dangerous. With a population of 370,000, Dadaab is the world's largest refugee camp even though it was built for just 90,000. With serious drought in the Horn of Africa, thousands of Somalis have arrived in recent weeks in search of food and water. ROBERTO SCHMIDT/AFP/Getty Images
Fonte

Corno d’Africa, Unicef: “Due milioni di bambini malnutriti”
Dì continuo si sente parlare di crisi, di mancanza di lavoro, di difficoltà nel coprire le spese del mese, ma basta pensare che in alcune parti del mondo la situazione sia nettamente peggiore per accorgerci di quanto siamo fortunati. Secondo gli ultimi dati Unicef, nel Corno d’Africa sono oltre 2 milioni i bambini malnutriti e a rischio di sopravvivenza. Ad aggravare la situazione di queste popolazioni, che vivono nell’estrema povertà, è la forte siccità che sta colpendo il paese, una delle peggiori dell’ultimo secolo.La mancanza di piogge compromette i raccolti, gli animali muoiono e molti bambini lasciano le scuole per aiutare la famiglia a trovare del cibo. Molto spesso non si riesce a coprire nemmeno un pasto al giorno. Le zone più colpite dall’aridità sono Kenya, Somalia, Etiopia e Gibuti, e le persone in pericolo di vita sono oltre 10 milioni, tra i quali 2 milioni di bambini al di sotto dei 5 anni di cui 500mila in pericolo di morte o di avere gravi forme di malformazioni fisiche e mentali.
Nonostante la situazione critica secondo le stime Unicef ogni settimana arrivano 10 mila profughi tra la Somalia e il Kenya dove la malnutrizione raggiunge anche il 40%, nella speranza di trovare una situazione migliore. Il Fondo delle Nazioni Unite fa sapere alle comunità internazionali che servono 31,9 milioni di dollari per arginare la situazione e nutrire le donne e le piccole vite in pericolo, almeno per i prossimi tre mesi.
“E’ davvero umiliante trovarsi qui, la gente ha attraversato tante difficoltà per arrivare e si trova in pessime condizioni”, ha commentato il direttore Unicef per l’Africa orientale e meridionale, Elhadj As Sy, durante una visita a Dadaab, al confine tra Kenya e Somalia.
E’ stato lanciato più volte lo stato d’allerta da parte della FAO e sono stati creati diversi programmi per affrontare le emergenze, sono stati creati dei corsi per insegnare a contadini e pastori ad adattarsi e affrontare il costante ed estremo cambiamento climatico sempre più frequente, soprattutto nella previsione che la siccità durerà sino al prossimo novembre.
Fonte

http://www3.lastampa.it/esteri/sezioni/articolo/lstp/411418/

LinkWithin

Blog Widget by LinkWithin