mercoledì 19 gennaio 2011

HAITI È DOPATA DAGLI AIUTI E L'ASTINENZA FARÀ MALE

Gli haitiani devono prendere in mano la loro vita e ricostruirsi un futuro, senza aspettare in continuazione gli aiuti esterni. È l'auspicio di Frantz Duval, redattore capo di Le Nouvelliste, il quotidiano di riferimento sull'isola.
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    Haitians in Cité Soleil Queue for Food

     
    Intervista
    «Celebrare la vita». Come tutti gli haitiani, Frantz Duval avrebbe voluto assistere alla commemorazione del 12 gennaio – primo anniversario del terremoto che ha fatto circa 300'000 morti ad Haiti – dimenticando tutti i problemi che toccano il suo paese. «Siamo tutti dei sopravvissuti», ricorda umilmente il giornalista.
    Eppure una volta terminate le celebrazioni, la popolazione è tornata a rimboccarsi le maniche per ricostruire un paese che sopravvive grazie agli aiuti della comunità internazionale. Il redattore capo del quodiano Le Nouvelliste auspica una reazione a livello nazionale, senza la quale le disillusioni potrebbero essere ancora più terribili delle catastrofi che hanno colpito l'isola lo scorso anno.
     
    swissinfo.ch: Frantz Duval, il 2010 è stato l'anno peggiore per Haiti?
    Frantz Duval: Sì, è stato un anno molto difficile. C'è stato il terremoto, il passaggio dell'uragano Tomas, il colera e la crisi politica. Ma a parte questo, abbiamo dovuto fare i conti soprattutto con una carenza di leadership. Nessuno era pronto a cogliere la sfida che ci si è presentata davanti. Non soltanto il mondo politico, ma anche gli altri settori della società. E lo dico in tutta umiltà perché questo concerne anche la stampa.
     
    swissinfo.ch: Lei è un osservatore privilegiato della vita quotidiana ad Haiti. Come giudica lo stato psicologico della popolazione?
    F. D.: Ad Haiti, l'aspetto psicologico non si può misurare in modo scientifico. Solitamente il dolore è qualcosa di personale, lo si scaccia piangendo, urlando, oppure parlandone ed è ciò che la gente ha fatto dopo il sisma. Questa volta però la catastrofe è talmente grande che non sono sicuro che tutto ciò basterà. Quella del terremoto è stata un'esperienza difficile e unica per noi tutti. 

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    Children Scavenge for Valuables in Garbage Dump in Haiti

    swissinfo.ch: Un anno più tardi, la ricostruzione del paese è a un punto morto. Perché?
    F. D.: Ciò che deploro, è che durante la fase di ricostruzione non ci sia stato nessuno a dirci: «prendete in mano la vostra vita, rialzatevi, cercate di ricostruire le vostre case». È come se il paese stia aspettando che un aereo sbarchi un mattino e ricostruisca tutto. Gli haitiani pensavano (e lo pensano tuttora) che verrà data loro una casa, dell'acqua, del cibo. Ripongono tutte le loro speranze in Dio o nelle organizzazioni internazionali. È per questo che oggi c'è tanta disillusione e che il processo contro le organizzazioni internazionali e i paesi amici è così importante.

    swissinfo.ch: La comunità internazionale non ha forse la sua parte di responsabilità?
    F. D.: Un anno dopo il sisma, avrei voluto anch'io che le ONG facessero il loro mea culpa. Non bisogna continuare ad aiutare Haiti, ma bisogna guardare il cammino percorso e cambiare ciò che non ha funzionato. Non è troppo tardi, in molti campi siamo ancora in uno stato d'urgenza.
    L'aiuto e la solidarietà sono inevitabili. Ma è come andare in bicicletta, ci vogliono due piedi per poter pedalare. Un esempio sorprendente: dal giorno del terremoto ci hanno portato aerei strapieni di acqua. Ma in realtà, di acqua ce n'è sempre stata ad Haiti. Ciò che ci manca, sono delle reti di adduzione per trattare l'acqua e farla arrivare nelle case della gente. Quando smetteranno di darci l'acqua gratuitamente, ci ritroveremo nello stesso imbarazzo di prima. Quando si accetta un aiuto senza però dire all'altro che è possibile far meglio, si passa sopra all'obiettivo che si vuol raggiungere.
    Il giorno in cui non avremo più queste stampelle, questa tutela senza nome, cadremo ancora più in basso. Siamo un paese ormai dopato dagli aiuti e l'astinenza farà male.

    swissinfo.ch: Lei ha parlato di tutela, mentre altri parlano di un'ingerenza straniera che dura ormai da decenni. È questa una delle ragioni del malessere di Haiti?
    F. D.: Non voglio colpevolizzare la comunità internazionale. In qualche modo siamo tutti complici, o perfino colpevoli, di questa tutela. Se questa strategia non funziona, è anche perché non le si dà un nome. Ci si ritrova in mezzo a coloro che vogliono una tutela completa e coloro che non ne vogliono affatto. E anche questo crea un problema di leadership.

    swissinfo.ch: Attualmente 10'000 soldati della MINUSTAH – forza di stabilizzazione dell'ONU – sono di stanza ad Haiti. Questa presenza è giustificata?
    F. D.: Non è giustificata, perché ad Haiti non ci sono mai stati scontri armati tra due fazioni precise. Ci sono sempre stati disordini, ma siamo seri, ci sono altre regioni al mondo dove la violenza è ben peggiore. Le forze della MINUSTAH non hanno mai sparato contro nessuno. La pace avrebbe potuto essere imposta in un altro modo. Come sottolineato dal presidente Préval, ci vorrebbero dei caschi rossi, degli specialisti delle Nazioni Uniti per lo sviluppo. È questo il vero problema ad Haiti: i mezzi inesistenti. Il budget della MINUSTAH è più importante di quello dello Stato haitiano.

    swissinfo.ch: Il processo elettorale continua a paralizzare il paese. Secondo lei è stato un errore voler organizzare le elezioni ad ogni costo?
    F. D.: Queste elezioni erano iscritte nell'agenda politica ed era dunque normale organizzarle. Il problema è che la comunità internazionale si è ostinata a far credere che tutto andasse bene. Dal mese di giugno, sapevamo che c'erano dei problemi con la distribuzione delle carte di identificazione. Ancora oggi, le stanno ancora ripartendo…
    Ma al di là delle frodi e del voto, il problema di Haiti è che nessuno vuole uscire durante le elezioni. Partendo da questo presupposto, non può esserci democrazia perché il principio di base dell'elezione postula che ci siano dei perdenti.

    swissinfo.ch: Nel 2011 la situazione ad Haiti si sbloccherà e il paese potrà finalmente iniziare la sua ricostruzione?
    F. D.: Sono obbligato a rispondere con un augurio. Spero davvero che ci sia uno slancio nazionale in tutti i settori, non solamente in quello politico, che non è che la punta dell'iceberg. Ad Haiti, infatti, adoriamo i mostri immensi. Il presidente e i parlamentari sono definiti delle specie di Leviatano (Terribile creatura biblica, ndr.), responsabili di tutto. In realtà ognuno deve lavorare al suo livello per inventare questo sogno haitiano, affinché il desiderio di vivere sia un sogno condiviso. Oggi tutti vogliono andarsene e accusano il paese di non offrire loro la speranza di una vita migliore. Siamo quasi tutti di transito qui. Un paese non può svilupparsi quando il desiderio più grande della sua gente è di andarsene ad ogni costo.
    Samuel Jaberg, swissinfo.ch
    Petit-Goâve, Haiti


    Articolo correlato: Haiti, la repubblica delle ONG

    1 commento:

    Francesco Zaffuto ha detto...

    Non solo aiuti ma anche la capacità di organizzarli. Sicuramente non è facile, mi viene voglia di sollevare delle critiche, ma per me è stato facile inviare il bollettino con la donazione e poi pensare ad altro, io non sono andato sul posto.

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