martedì 27 luglio 2010

I CINQUE PEGGIORI DISASTRI AMBIENTALI IN CORSO

Foreign Policy individua cinque catastrofi che stanno avvenendo nel mondo, qualcuna da oltre cinquant'anni.
La deforestazione di Haiti, gli incendi nelle miniere di carbone in Cina, il petrolio disperso nel Niger, il prosciugamento del lago d'Aral e l'isola di immondizia nel Pacifico
Mentre la BP e il governo statunitense discutono se sia necessario o meno riaprire le valvole di sfogo della nuova cupola, e quindi non si sa ancora se la sciagura petrolifera del Golfo del Messico possa dichiararsi conclusa o meno, nel mondo sono diversi i disastri ambientali attualmente in corso, qualcuno da decenni, di cui si parla e scrive poco o nulla. Foreign Policy ne elenca cinque.

Nigeria Perdita di petrolio, in corso dal 1966

Tutti i riflettori dei media sono puntati sul Golfo del Messico e quasi nessuno racconta della perdita di petrolio nel delta del Niger, che va avanti da quasi cinquant’anni e fa impallidire in gravità il disastro della BP. I dati, poco precisi a causa delle scarse rilevazioni effettuate, parlano di 2000 diverse perdite e 546 milioni di galloni di petrolio dispersi dall’inizio del progetto, equivalenti a un disastro Exxon Valdez — era la perdita di petrolio più gravi nella storia degli Stati Uniti prima del 2010 — ogni anno.

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Le compagnie petrolifere, Shell in primis, incolpano ladri e sabotatori. Le associazioni ambientaliste rispondono accusando le stesse compagnie, secondo loro colpevoli di lavorare a bassissimi livelli di sicurezza.

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A ruptured pipeline burns in a Lagos suburb after an explosion in 2008 which killed at least 100 people. Photograph: George Esiri/Reuters

E il problema non è solo ambientale: solo nel 2008, scrive Al Jazeera, sono morti più di cento lavoratori a causa delle esplosioni degli oleodotti.

Cina
Incendi nelle miniere di carbone, in corso dal 1962

La Cina è la prima nazione al mondo in quanto a emissioni di gas serra. Buona parte della sua crescita economica è dovuta al carbone, che garantisce per il 70% dell’energia nazionale. Gli effetti collaterali sono principalmente due: le morti dei minatori, circa 13 al giorno, e gli incendi nelle miniere di carbone.

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La Mongolia Interna è la regione più colpita dagli incendi. In questa area quasi completamente deserta e larga 5000 chilometri negli ultimi cinquant’anni ci sono stati 62 grossi incendi, che hanno distrutto circa 20 milioni di tonnellate di carbone ogni anno — più di tutta la produzione annuale della Germania. Secondo le stime, questi incendi da soli contribuirebbero al 2/3 per cento dell’emissione di carbonio mondiale. E si tratta solo di una parte, per quanto ingente, degli incendi che avvengono in Cina.
L’amministrazione della Mongolia Interna, a statuto indipendente, ha in programma di dimezzare gli incendi entro il 2012.

Haiti
Deforestazione, in corso dal 1492

Haiti e la Repubblica Dominicana condividono sia l’appartenenza alla stessa isola, sia simili condizioni geografiche e climatiche. Allora perché le tempeste e gli uragani — per non parlare dei terremoti — causano tragedie solo dalla parte haitiana? Uno dei motivi principali è la quasi completa distruzione degli alberi di Haiti.

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All’arrivo di Cristoforo Colombo circa i tre quarti della superficie di Haiti era coperta da alberi. Oggi, il 98% di quegli alberi sono stati abbattuti, soprattutto a causa dell’elevato uso di carbone vegetale, o carbonella, come fonte d’energia della nazione, che si ottiene mediante la combustione di legna in presenza di poco ossigeno.

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La Repubblica Dominicana ha proibito l’abbattimento degli alberi per il carbone vegetale sostituendolo con il propano: la differenza tra le situazioni dei due paesi è chiara nelle fotografia satellitari della Nasa. Le radici degli alberi sono fondamentali per la solidità e la tenuta del terreno, ed è per questo che le catastrofi naturali hanno molto più effetto su Haiti che sulla nazione vicina.

Uzbekistan e Kazakistan
Prosciugamento del lago d’Aral, in corso dagli anni ‘60

Al Gore l’ha definito il più grande disastro ambientale in corso. Situato al confine tra le due nazioni, cinquant’anni fa il lago d’Aral era il quarto più grande al mondo. Ora si è ridotto di due terzi. Ospitava venti diverse specie di pesci ed era circondato da paesi fiorenti. Ora i pesci sono morti e dei paesi sono rimasti solo dei resti abbandonati. La causa è l’intervento del governo sovietico, che nei primi anni ‘60 ha costruito 45 dighe e 32000 chilometri di canali per creare un’azienda di cotone, togliendo così al lago tutte le sue risorse.

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Oggi le provviste d’acqua nella zona sono pericolosamente basse e il terreno è avvelenato dai pesticidi delle fabbriche di cotone. Ogni anno il vento alza dal terreno e dal lago 75 milioni di tonnellate di polvere tossica e sale, che attraversano tutta l’Asia Centrale.
Il governo kazako negli ultimi dieci anni ha cercato di porre rimedio al disastro, costruendo delle dighe che in parte stanno ridando vita alla fauna della zona e ampliando la superficie della parte nord del lago.

Oceano Pacifico Pacific Trash Vortex (o: la Grande chiazza di immondizia del Pacifico), scoperta nel 1997

È la più grande discarica di immondizia del mondo, e sta nell’oceano tra la California e le Hawaii. Una macchia di rifiuti, principalmente plastica, che secondo le stime sarebbe profonda trenta metri e larga più del Texas. È stata creata — oltre che dall’uomo— da una serie di correnti marine che raccolgono l’immondizia dalle coste occidentali statunitensi e da quelle orientali asiatiche, trasportando tutto in una zona del Nord Pacifico in cui i rifiuti continuano a girare in circolo.

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I pezzi di plastica spesso diventano cibo per pesci e uccelli, che finiscono anche per ingerire le sostanze chimiche della plastica disperse in acqua. Quegli stessi pesci finiscono poi sulle tavole degli americani e degli abitanti degli altri paesi circostante.
Secondo i dati del dipartimento ambientale dell’ONU, a causa di quei rifiuti — 11500 pezzi di plastica per chilometro quadrato — ogni anno nel mondo muoiono più di un milione di uccelli e 100 mila mammiferi marini.
Fonte

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