venerdì 23 dicembre 2011

UN NATALE DI 30 ANNI FA IN EL SALVADOR

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El Mozote, El Salvador, 24 dicembre 1981.


Il battaglione Atlacatl, corpo scelto dell’esercito salvadoregno addestrato dagli istruttori della CIA statunitensi, ispirato alle SS naziste e comandato dal colonnello Domingo Monterosa fa irruzione nel piccolo villaggio di El Mozote, nell’est del Paese. La gente di questo villaggio ha sempre appoggiato i guerriglieri della FMLN che combattono contro la dittatura salvadoregna offrendo loro cibo e riparo.
Il colonnello Monterosa ha deciso di punire questo tradimento.
I soldati entrano nel villaggio, cominciano a sparpagliarsi raggruppando gli uomini, le donne e i bambini. Chi oppone resistenza viene sparato a bruciapelo sulla nuca e si affloscia come una bambola di pezza, il resto degli uomini ancora in piedi viene chiuso nella chiesa che viene fatta saltare con la dinamite.
Le donne vengono raggruppate al centro della piazza, alcuni soldati scelgono le più belle e le portano dietro gli alberi, vengono violentate ed infine sgozzate, le altre messe in fila e uccise con la mitragliatrice.
I bambini e i neonati piangono spaventati dal rumore degli spari e dal vento freddo che porta l’odore di carne bruciata degli uomini nella chiesa. Alcuni vengono gettati nei forni del pane ancora accesi, i più piccoli e leggeri vengono lanciati in aria e infilzati con la baionetta.
Sono stati sterminati tutti, solo una donna e un bambino sono riusciti a fuggire e di nascosto hanno osservato quel massacro di cui rimarranno per sempre gli unici testimoni. Nel villaggio regna un silenzio rotto solo dal crepitio del fuochi, due soldati prima di lasciare il villaggio scrivono sul muro di una casa:
“Da qui è passato il Battaglione Atlacatl, gli angioletti dell’inferno”.

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El Mozote, oggi.


Quando arrivo a El Mozote con Ivàn, un ex guerrigliero, è una bella mattina soleggiata di novembre.
Arriviamo con un microbus, un piccolo furgoncino che serve da trasporto pubblico, Ivàn ora fa questo di lavoro. Ivàn è il nome di battaglia che usava da guerrigliero e che come a tanti dei suoi compañeros, gli è rimasto cucito addosso più del suo nome di battesimo.
El Mozote oggi è un paese fantasma, solo qualche casa è stata ricostruita insieme alla Chiesa che vide l’orrore di quella sera di vent’anni fa. Nella piazza ci sono le ombre della famiglia, un monumento in ferro che raffigura padre, madre, figlio e figlia che si tengono per mano e che guardano i nomi di quei mille caduti.
Mi racconta Ivàn:
“Io quella notte ero di pattuglia al confine con l’Honduras, ricordo però quando sentimmo l’annuncio di Radio Venceremos: i nuovi Erode del Battaglione Atlacatl hanno ucciso mille innocenti, la strage degli innocenti.
Con una divisione di compagni venni qui quando fu costruito questo monumento nel 1992, dieci anni dopo quel massacro recuperammo i cadaveri dalle fosse e dai buchi nel terreno, per me uno dei ricordi più tristi di quella guerra è stato vedere i teschi minuscoli dei neonati, prenderli in mano, ripulirli dalla polvere, quale bestia può fare qualcosa del genere, quella non era una guerra…”
Entriamo in quello che è oggi chiamato il Giardino degli Innocenti, il luogo dove si trovarono la maggior parte dei bambini morti, una scritta si erge al centro del Giardino tra le targhe con tutti i nomi dei bambini:
“In questo luogo si trovarono nel 1992 i resti di 146 persone, 140 minori di 12 anni. Tutti adesso si trovano sepolti nel monumento di EL MOZOTE. NUNCA MAS”.
Quando ci spostiamo a Perquin, villaggio al nord e durante la guerra una delle sedi principali dei guerriglieri, incontro altri ex combattenti che mi mostrano alcune foto, in una in particolare noto che un cameraman aveva una pistola nella cintura.
“Come mai i giornalisti avevano delle armi”? Chiedo.
“Le davamo noi, in caso di cattura da parte dell’esercito era meglio che si fossero sparati un colpo in testa che subire torture come l’elettricità e lo strappare denti ed unghie per estorcere confessioni”.
clip_image006Vengo portato in alcune delle vecchie postazioni di Radio Venceremos. Mi spiega Carlos:
”Vedi, Radio Venceremos era l’anima della nostra rivoluzione.
La nostra rivoluzione cominciava prima con la radio per entrare nella testa e nel cuore della gente, informare su quello che il governo corrotto stava facendo era il nostro scopo, il combattimento era solo il secondo passo. Per questo il colonnello Monterosa era così ossessionato nel volerla distruggere, cosa impossibile perché la nostra era una radio mobile che non rimaneva mai per più di tre giorni nello stesso luogo”.
I guerriglieri, conoscendo bene la sua ossessione organizzarono una finta sede della Radio facendogliela trovare. Trionfante il colonnello annunciò di aver trovato Radio Venceremos e ne prese l’attrezzatura portandola in elicottero per raggiungere la sua conferenza stampa.
La finta attrezzatura era imbottita di esplosivo.
Il colonnello Monterosa responsabile del Massacro di El Mozote esplose sul suo elicottero nel 1984, ironia della sorte, proprio sul villaggio che aveva sterminato…
El Salvador non si è ancora ripreso dalla guerra finita nel 1992, prova con orgoglio a rialzare la testa ma complici alcuni disastri naturali e una forte criminalità legata al traffico della droga, guarda caso sempre verso gli Stati Uniti, ha un percorso più lento di altri Stati del Centro America che hanno già fatto molti progressi.
Un contadino mi dice: “prima della guerra, El Salvador produceva 75.000 tonnellate di caffè l’anno, ora soltanto 5.000. Poi abbiamo il problema delle Maras, le gang giovanili che aumentano il tasso di criminalità nel Paese, ma queste bande non nascono qui come il resto del mondo crede.
Le Maras sono state formate nei sobborghi di Los Angeles, i capi banda espulsi dagli Stati Uniti hanno ricreato nuove bande qui usando i ragazzini a volte anche di 12 e 13 anni più facilmente controllabili”
El Salvador oggi invita la gente di tutto il mondo a visitare il Paese, parchi naturalistici e un grande affetto della gente che vuole impiantare nuovi ricordi negli occhi di chi ha vissuto la guerra: cose come esprimere la propria opinione, il proprio disaccordo o parere politico sembravano un sogno venti anni fa ma oggi sono finalmente possibili grazie alla lotta che la FMLN ed i suoi guerriglieri portarono avanti senza sosta.
Quando lascio gli ex guerriglieri tra abbracci e promesse di ritrovarci, stentano a credere che in Italia pochi, davvero pochi, conoscono queste storie.
Forse queste parole e il nostro diffonderle possono essere un primo passo per scacciare quei fantasmi che ancora vagano tra quei fuochi di guerra, una frase incisa sul monumento di El Mozote dice:
“Loro non sono morti, sono con noi, con voi e con l’umanità intera”.
Un grazie in particolare va agli ex guerriglieri Ivàn e Carlos, a Don Carlo ed il suo staff della “Estancia” a San Salvador, ai contadini ed alla gente di Perquin nel Morazan, a Miguel per la sua ospitalità. Senza loro non sarebbe stato possibile conoscere queste verità.
Tutte le foto sono di Angelo Calianno.
Testo di Angelo Calianno

1 commento:

Alex Giaco ha detto...

Questi sono i post natalizi che mi piacciono

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