lunedì 27 dicembre 2010

"MARIA E GIUSEPPE NELLA PALESTINA DEL 2010"

Racconto di Natale

Erano tempi duri per Giuseppe e Maria. La bolla immobiliare era scoppiata. La disoccupazione era esplosa tra i lavoratori edili. Non c’era modo di trovare lavoro, nemmeno per un abile falegname.
La costruzione degli insediamenti continuava, finanziata per lo più col denaro degli ebrei statunitensi, i contributi degli speculatori di Wall Street e dei proprietari delle bische.
Meno male”, pensò Giuseppe, “che abbiamo alcune pecore e qualche olivo e che Maria alleva alcuni polli”. Ma Giuseppe era preoccupato: “Formaggio e olio non bastano per nutrire un bambino che sta crescendo. Maria darà alla luce il nostro figlio uno di questi giorni”. Nei suoi sogni sperava in un ragazzo forte che lavorasse al suo fianco… moltiplicando i pani e i pesci.

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I coloni disprezzavano Giuseppe. Raramente andava in sinagoga e alle principali feste sacre arrivava sempre in ritardo per evitare il pagamento della decima. La sua semplice casa si trovava in una gola vicino ad una sorgente da cui sgorgava acqua tutto l’anno. Era il luogo ideale per qualsiasi espansione di insediamenti. Per questo quando Giuseppe rimase indietro col pagamento dell’imposta sulla proprietà, i coloni si appropriarono della sua casa, sfrattando con la forza Giuseppe e Maria e offrendo loro un biglietto di solo andata per l’autobus che andava a Gerusalemme.
Giuseppe, nato e cresciuto sulle aride colline, si difese e ricoprì di sangue non pochi coloni con i suoi pugni, resi duri dal lavoro. Ma alla fine, disperato, dovette sedersi contuso sul suo letto nuziale sotto l’olivo.
Maria, molto più giovane, già sentiva il bambino muoversi. La sua ora era vicina.
Dobbiamo trovare un rifugio, Giuseppe, dobbiamo muoverci… non è il momento per la vendetta”, supplicò.
Giuseppe, che credeva nell’“occhio per occhio e dente per dente” dei profeti del Vecchio Testamento, finì per accettare controvoglia.
Quindi fu costretto a vendere le sue pecore, i suoi polli e le altre proprietà ad un vicino arabo, per comprare un carro con un asino. Ci caricò il materasso, qualche indumento, formaggio, olio, uova e così si incamminarono in direzione della Città Santa.
Il tragitto che doveva seguire l’asino era pericoloso e dissestato. Sul viso di Maria si disegnava una smorfia di dolore ogni qual volta il carro sobbalzava; era preoccupata perché temeva che gli scossoni potessero far male al bambino. Ma c’era qualcosa di peggio: quella imboccata era la strada che erano costretti a percorrere i palestinesi, con controlli militari ad ogni passo. Nessuno aveva detto a Giuseppe che, in quanto ebreo, avrebbe potuto prendere una strada asfaltata, proibita agli arabi.
Al primo posto di blocco, Giuseppe vide una lunga fila di arabi in attesa. Indicando la moglie incinta, Giuseppe chiese ai palestinesi, un po’ in arabo un po’ in ebraico, di poter andare avanti. Gli aprirono la strada e la coppia proseguì.
Un giovane soldato alzò il suo fucile e ordinò a Giuseppe e Maria di scendere dal carro. Giuseppe scese e indicò la pancia della moglie. Il soldato rise e si girò verso i suoi commilitoni: “Questo vecchio arabo ha dato una botta alla ragazza che aveva comprato per una dozzina di pecore e ora vuole passare liberamente”.
Giuseppe, rosso per la rabbia, gridò in un ebraico grezzo: “Sono ebreo. Ma, a differenza vostra… rispetto le donne incinte”.
Il soldato spinse Giuseppe col suo fucile e gli ordinò di farsi indietro: “Sei peggio di un arabo, sei un vecchio ebreo che si fotte le ragazze arabe”.
Maria, impaurita per lo scambio violento, si rivolse al marito e gridò: “Basta, Giuseppe, o finiranno per spararti e nostro figlio si ritroverà orfano”.
Con grandi difficoltà, Maria scese dal carro. Dalla guardiola arrivò un ufficiale che poi chiamò un soldato: “Eh, Judi, va’ a vedere che cosa tiene sotto al vestito, magari trasporta bombe”.
“Che c’è? Non ti va più che ti tocchino?”, ringhiò Judith in un ebraico con accento di Brooklyn. Mentre i soldati discutevano, Maria si abbassò verso Giuseppe cercando un appoggio. Alla fine i soldati arrivarono ad un accordo.
“Alzati il vestito e vieni qui”, ordinò Judith. Maria impallidì per la vergogna. Giuseppe, disperato, si trovò dinanzi alle pistole. I soldati ridevano e indicavano i seni gonfi di Maria, facendo battute su un terrorista non ancora nato, con mani arabe e cervello ebreo.
Giuseppe e Maria continuarono il viaggio verso la Città Santa. Lungo tutta la strada, furono costretti a fermarsi frequentemente a causa dei controlli. In tutte le occasioni dovettero soffrire ancora ritardi, ancora indegnità e insulti gratuiti sputati dalle bocche di sefarditi e ashkenaziti, di uomini e donne, di laici e religiosi, tutti soldati del Popolo Eletto.
Faceva sera quando Maria e Giuseppe finalmente raggiunsero il Muro. Le porte erano chiuse per la notte. Maria gridò di dolore: “Giuseppe, sento che il bambino sta per nascere. Per favore, fa’ qualcosa, veloce”.
Giuseppe andò nel panico. Vide le luci di un piccolo villaggio nelle vicinanze e, lasciando Maria sul carro, corse verso la casa più vicina e batté alla porta col pugno. Una donna palestinese aprì un po’ la porta e sbirciò nell’oscurità il volto agitato di Giuseppe. “Chi sei? Che vuoi?”.
Sono Giuseppe, falegname delle colline di Hebrón. Mia moglie sta per dare alla luce un bambino, ho bisogno di un rifugio per proteggere Maria e il bimbo”. Indicando Maria, che era rimasta sul carro, Giuseppe supplicò nella sua strana lingua, mescolanza di ebraico e arabo.
Bene, parli come un ebreo ma sembri un arabo”, disse la donna palestinese sorridendo mentre si dirigeva con lui verso il carro.
Il viso di Maria era segnato dal dolore e dalla paura: le contrazioni erano già più frequenti e intense.
La donna ordinò a Giuseppe di mettere il carro in una stalla in cui c’erano le pecore e le galline. Appena entrati, Maria gridò di dolore e la donna palestinese, cui si era unita una levatrice del vicinato, aiutò rapidamente la giovane madre a sdraiarsi su un letto di paglia.
Fu così che il bambino venne al mondo, mentre Giuseppe lo osservava con il cuore tutto contratto.
E accadde poi che i pastori, al ritorno dai campi, sentirono le grida di gioia per la nascita e così corsero alla stalla con i loro fucili e con il latte di capra fresco, senza sapere se avrebbero trovato amici o nemici, ebrei o arabi. Quando entrarono nell’edificio e videro la madre con il bambino, gettarono le armi e offrirono il latte a Maria che li ringraziò in ebraico e in arabo.
I pastori erano sorpresi e meravigliati: chi era quella gente strana, una coppia di ebrei poveri che venivano in pace con un asino e un carro con lettere dell’alfabeto arabo? La notizia della strana nascita di un bambino ebreo proprio fuori al Muro in una stalla palestinese arrivò velocemente ovunque. Molti vicini entrarono e guardarono con meraviglia Maria, il bambino e Giuseppe.
Nel frattempo, i soldati israeliani, equipaggiati con binocoli per la vista notturna informarono dalle torri di osservazione rivolte verso la zona palestinese: “Gli arabi si stanno riunendo proprio fuori al Muro, in una stalla, facendosi luce con candele”.
Le porte al di sotto delle torri di osservazione si aprirono velocemente e diversi veicoli blindati con luci fulgenti, seguiti da soldati armati fino ai denti, uscirono e circondarono la stalla, i contadini riuniti e la casa della donna palestinese. Un altoparlante urlava: “Uscite con le mani in alto o cominciamo a sparare”. Tutti uscirono dalla stalla insieme a Giuseppe, che avanzò con le mani protese verso il cielo dicendo: “Mia moglie, Maria, non può eseguire il vostro ordine. Sta allattando il piccolo Gesù”.

di James Petras
da kaosenlared, traduzione dall’originale (in inglese, disponibile su lahaine) per rebelión di Sinfo Fernández
traduzione dal castigliano a cura del Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli
Fonte

1 commento:

Stella ha detto...

Mamma mia Catone, ho letto questo racconto con angoscia...

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