mercoledì 17 giugno 2009

'NDRANGHETA, AFFARI NERI

Controlla con i colombiani le fiorenti rotte della cocaina dell'Africa Occidentale. Ha centri di stoccaggio in Namibia e Guinea-Bissau. È interessata ai diamanti sudafricani e al coltan congolese. Vende armi e scarica rifiuti. Anche quel continente sta diventando cosa sua.

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Vito Bigione era per tutti il "commercialista". A Walvis Bay, città portuale della Namibia, aveva un ristorante, "La Marina", frequentato da vip e politici: quattro carrozze di un treno d'epoca, incastonate fra un'oasi verde e l'Oceano Atlantico. Un magnate dalla vita brillante, che aveva sposato un'avvenente imprenditrice francese, Véronique Barbier, e che era riuscito a conquistarsi una fama di tutto rispetto, considerata la tranquillità con la quale dimorava nello stato africano e l'impero economico e navale che aveva costituito. Una flotta di pescherecci che facevano la spola anche con le coste nord del Mediterraneo. Il guaio è che quelle imbarcazioni non trasportavano solo pesce. Anche droga. Chili di cocaina.

Vito Bigione, originario di Mazara del Vallo, è un mafioso accusato di aver organizzato tra il 1992 e il 2000 il trasporto di centinaia di chilogrammi di cocaina da Brasile, Colombia e Namibia all'Italia. Carichi finanziati dalla famiglia mafiosa Agate di Trapani e dalla cosca di Marando di Platì, Reggio Calabria. Proprio per il suo ruolo di mediazione e raccordo tra Cosa Nostra, 'ndrangheta e cartelli colombiani, "il commercialista" era nella lista dei 30 latitanti più ricercati. È stato arrestato a Caracas, in Venezuela, nel 2004, dopo la sua precipitosa fuga dalla Namibia, visto che il governo di Windhoek, che l'aveva coperto e tutelato per anni, non gli garantiva più protezione. È grazie a lui se la mafia siciliana e, soprattutto, quella calabrese sono riuscite a sfruttare le nuove rotte per il trasporto in Europa della coca, importata dalla Colombia. Con l'Africa diventata l'hub mondiale per lo smercio della polvere bianca.

Le 'ndrine globalizzate

Eccola la sorpresa. L'arcangelo Michele, l'angelo giustiziere e simbolo delle 'ndrine (le cosche calabresi), allarga il suo sguardo anche al di là del Mare Nostrum. I suoi santini iniziano a circolare in Africa, dove la 'ndrangheta sta mettendo radici. Il timore è che diventi pure quella fetta di mappamondo cosa sua.

È davvero una reliquia del passato, infatti, l'immagine della mafia calabrese come una piovra dalle dimensioni pastorali. Una mafia rurale e selvaggia, interessata solo al suo territorio. Oggi "'Ndrangheta Spa" è una holding del crimine che fattura 44 miliardi di euro (ricerca Eurispes 2008), pari al 2,9% del Pil italiano. È la mafia più internazionale. La meno indagata. La più pericolosa. La più globalizzata. Per niente razzista. Uno dei suoi rari pentiti, Saverio Morabito, originario di Africo, ha confidato agli investigatori che siamo di fronte a «un'organizzazione criminale che non ha problemi a fare affari con gente di ogni razza e nazione». Ha soppiantato Cosa Nostra, rafforzandosi nel silenzio. Per il magistrato Alberto Cisterna, della Direzione nazionale antimafia, «la 'ndrangheta ha saputo cogliere il trend della globalizzazione e ha saputo delocalizzare la propria attività». E si avventura in un parallelismo audace: «Come Al-Qaida, la mafia calabrese è allo stesso tempo estremamente tradizionale e fortemente innovativa. Medievale e moderna». La Relazione annuale della Direzione nazionale antimafia, del dicembre 2008, la definisce «policentrica», nel senso che «non ha una sola capitale, ma una serie di capitali in Italia e all'estero, collocate laddove la sua presenza assume aspetti più estesi per numero di affiliati, per numero di cosche operanti, per rilevanza degli interessi economici in esse previsti». È un'organizzazione «liquida», come ci ricorda la Relazione che il 19 febbraio 2008, a conclusione della 15a legislatura, la Commissione parlamentare antimafia ha consegnato alle Camere (il primo documento sulla 'ndrangheta completo, analitico e documentato affidato al parlamento). Una organizzazione reticolare, modulare, che si adatta, si modella e si inserisce a livello mondiale, ovunque trovi le condizioni per farlo.

Una spa del crimine impegnata su mille fronti: dalle armi alle estorsioni, dall'usura al riciclaggio di denaro, dallo smaltimento dei rifiuti tossici all'immigrazione clandestina e agli appalti pubblici. Ma il suo core business (27,7 miliardi di euro) è il traffico di droga. Soprattutto della cocaina. Secondo Nicola Gratteri, magistrato della Direzionale distrettuale antimafia (Dda) di Reggio Calabria e tra i più esposti nella lotta alle 'ndrine,«la mafia calabrese ha quasi il monopolio dell'importazione della cocaina in Europa».

Le alleanze

Un successo criminale dovuto anche all'alleanza stretta con i cartelli colombiani. Da anni, ormai, operano nel paese sud-americano decine di 'ndranghetisti, gente che tratta disinvoltamente con i narcotrafficanti e paramilitari, guerriglieri e faccendieri. Secondo il giornalista Antonio Nicaso - autore, tra gli altri, del libro 'ndrangheta, le radici dell'odio, per Aliberti editore (2008) - gli uomini delle 'ndrine sono riusciti a entrare nelle grazie di Salvatore Mancuso, capo indiscusso dell'Autodefensas Unidas de Colombia (Auc), braccio armato del narcotraffico e il più forte gruppo paramilitare di estrema destra, al quale sono attribuiti migliaia di omicidi».

Un patto economico e di sangue in grado di far irruzione con il garbo della nitroglicerina nei programmi della Dea (Drug Enforcement Administration, l'ufficio degli Stati Uniti che si occupa della repressione del traffico di stupefacenti). Richard Bendekovic, responsabile per l'Italia della Dea, ricorda che il governo degli Usa ha incluso la 'ndrangheta nella lista nera delle principali organizzazioni dedite al narcotraffico, in quanto «rappresenta un


Droga sequestrata in Ghana

Sequestri di cocaina in Ghana


pericolo per gli Stati Uniti, essendo ritenuta un elemento sempre più importante nell'arricchimento e quindi nel rafforzamento dei narcos colombiani». È lo stesso Bendekovic a segnalare «il controllo esercitato dagli 'ndranghetisti e dai colombiani delle fiorenti rotte dell'Africa Occidentale, nei cui porti transita la cocaina spedita a tonnellate dalla Colombia, ma anche da Bolivia, Venezuela, Ecuador, Perù e Brasile, per poi giungere in Europa». Un traffico confermato, in questi anni, da diverse operazioni dei magistrati calabresi: da "Stupor mundi" e "Igres" della Dda di Reggio Calabria, a "Decollo" della Dda di Catanzaro. Nel 2008 ci sono stati diversi sequestri di cocaina nell'Africa Occidentale: in aprile nella Guinea-Bissau si sono recuperati 635 chili di polvere bianca e quasi 1.400 in Mauritania, tra maggio e agosto. Spesso si tratta di paesi fragili, corrotti, privi di adeguati controlli. Per dire: nel 2006 la Guinea-Bissau aveva solo 60 poliziotti addetti al controllo del fenomeno droga, con un solo veicolo in dotazione.

Il boom dei traffici africani è coinciso con il giro di vite, imposto in Europa nel 2003, sulle tratte aeree e marittime provenienti dall'America del sud. Secondo Unodc, l'Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine, solo nel 2006 sarebbero state 40 (il 27% del totale) le tonnellate di coca entrate in Europa e transitate dall'Africa Occidentale. E dal 2005 sono state sequestrate in questa regione del continente africano 46 tonnellate di polvere bianca, destinata a inondare le strade di Madrid, Milano e Londra.

La droga arriva attraverso piccoli aerei, ma soprattutto stipata in navi container verso i porti, oltre che della Guinea e della Mauritania, anche di Dakar (Senegal), Abidjan (Costa d'Avorio), Lomé (Togo), Cotonou (Benin), Tema e Takoradi (Ghana) e Port Harcourt (Nigeria). Qui la coca viene stoccata e caricata su pescherecci o piccole navi dirette in Spagna, Portogallo o Gran Bretagna, dove viene immagazzinata e poi spedita in Italia e negli altri paesi europei a bordo di altre navi merci, di tir o di piccoli aerei. Un ruolo di primo piano, per lo stoccaggio, sarebbe coperto dalla Namibia.

Le inchieste italiane hanno accertato che la droga arriva in Africa in mille modi: surgelata all'interno dei fusti di frutta tropicale oppure nascosta dentro enormi blocchi di marmo. Nel 2007, un'inchiesta milanese l'ha scoperta, ben occultata, in un camper che si riteneva partecipasse alla Parigi-Dakar: 250 chili di cocaina che viaggiavano in un camper assieme alle auto che dovevano partecipare alla famosa corsa nel deserto. Anche i corrieri, pedinati da mesi, sembravano interessati alla gara, ma avevano lasciato Dakar poco prima dell'arrivo del carico: un particolare che aveva insospettito gli investigatori italiani, mettendoli sulla pista giusta. I trafficanti stavano preparando, infatti, il trasporto del carico, 250 chili di cocaina purissima proveniente dalla Bolivia, via Brasile e Senegal, verso la destinazione finale, l'Italia. Venti gli arrestati, alcuni dei quali collegati alla cosca della 'ndrangheta del clan Morabito-Bruzzaniti-Palamara.

Diamanti, immigrati, rifiuti

Ma l'abilità delle 'ndrine è di diversificare gli investimenti. Anche in Africa. Vincenzo Macrì, sostituto procuratore nazionale antimafia, fa risalire all'inizio degli anni '80 la presenza della mafia calabrese nel continente: «Ricevemmo informazioni sulla presenza di un locale di 'ndrangheta in Sudafrica». E secondo Nicaso, «a Johannesburg, Pretoria e Città del Capo vivono da tempo fratelli, cugini, nipoti di 'ndranghetisti della Locride». Il paese dell'arcobaleno è diventato ancor più appetibile, dopo la fine dell'apartheid: è stato scoperto uno scambio criminale diamanti-cocaina dai proventi milionari.

Ma le coste africane sono state teatro - o vittime - di un altro business 'ndranghetista: lo scarico di migliaia di fusti contenenti rifiuti altamente velenosi. Il pentito Francesco Fonti aveva consegnato nel 2005 alla Dna un lungo e dettagliato memoriale, in cui raccontava l'affondamento doloso di navi radioattive, collegate pure a traffici internazionali di armi, avvenuto anche al largo delle coste somale. E gestito da numerose 'ndrine. Una storia che s'intreccia con le inchieste condotte da Ilaria Alpi, giornalista del Tg3 uccisa nel 1994, a Mogadiscio, con il suo cameraman, Miran Hrovatin. La Procura di Paola aveva aperto un'inchiesta sugli episodi raccontati da Fonti. Ma è stata costretta ad archiviarla, di recente, per l'impossibilità fisica di verificare la fondatezza di quelle accuse. Anche se è convinzione assai diffusa che il mosaico dipinto dal pentito si avvicini fortemente alla verità.

Un business che non conosce crisi resta il traffico di migranti. Per Francesco Forgione, ex presidente della Commissione parlamentare antimafia, «in Calabria esistono rapporti diretti tra l'arrivo dei migranti, la permanenza/detenzione nei Cpt, l'organizzazione delle fughe o, comunque, la fine della permanenza, la collocazione nel "mercato del lavoro". Gli organizzatori sono le cosche della 'ndrangheta, attive nei centri di Crotone e Rosario».

Diamanti, rifiuti, armi, migranti: un commercio sempre più florido si sta realizzando sulla tratta Calabria-Africa. Di recente, si è aperto un nuovo filone redditizio che porta dritti nella Repubblica democratica del Congo. Lo ha svelato lo stesso Antonio Nicaso: «Ci sono collaboratori di giustizia che hanno affermato che la 'ndrangheta è interessata al coltan delle miniere congolesi. Minerale fondamentale per i telefonini di ultima generazione, in quanto ottimizza il consumo della corrente elettrica nei chip utilizzati nei cellulari ultramoderni. Gli investigatori hanno raccolto foto e testimonianze. Per convincere i miliziani congolesi, sarebbe bastato un carico di armi». Armi che abbondano negli arsenali 'ndranghetisti. I fedeli dell'arcangelo Michele custodiscono delle santabarbare, tra le più ricche in circolazione. Nei mesi scorsi, nei capannoni di aziende lombarde in odore di mafia calabrese, gli investigatori hanno trovato, oltre a lanciarazzi, mitragliette e pistole varie, anche dei controcarri in dotazione alla Nato. E nel 1999 il clan di Africo aveva gestito il trasporto di armi ed esplosivo militare destinato all'organizzazione terroristica dell'Ira irlandese.

Traffico di armi che non conosce cali di domanda anche in Africa. Così, la mafia liquida s'insinua. Commercia. E il continente diventa uno degli ultimi tasselli per le 'ndrine globalizzate per completare il loro risiko criminale.


La struttura

La descrizione della struttura 'ndranghetista è tratta dal libro Fratelli di sangue, di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso, per Mondadori editore (2006).

«Il termine 'ndrangheta deriverebbe dal greco classico e precisamente da andragathos, che significa uomo coraggioso, valente».

«La mafia calabrese territorialmente si articola in "locali", "cosche" e "'ndrine". La cosca o 'ndrina si fonda su una famiglia di sangue. Più cosche, legate tra di loro, danno vita al "locale", che costituisce l'unità fondamentale di aggregazione mafiosa su un territorio che, quasi sempre, coincide con un paese o con il rione di una città».

«Per la costituzione del locale è necessaria la presenza di almeno 49 affiliati. Ogni locale è diretto da una terna di 'ndranghetisti, detta "copiata", quasi sempre rappresentata dal capo bastone, dal contabile e dal capo crimine. Il contabile, oltre che delle finanze e della divisione dei proventi, si occupa della cosiddetta "baciletta", cioè la cassa comune dove affluiscono i proventi delle attività criminali. Il capo crimine, invece, è responsabile della pianificazione e dell'esecuzione di tutte le azioni delittuose. Sia il contabile che il capo crimine devono, in ogni caso, agire ottemperando le disposizioni del capo bastone, che, generalmente, possiede una propria famiglia naturale di notevole ampiezza. La relazione interna dei gruppi mafiosi calabresi è basata sul vincolo di sangue».

«Le affiliazioni, definite in gergo "taglio della coda", avvengono nel territorio di un locale e in questo caso sono dette "ferro, fuoco e catene", con riferimento al pugnale, che è l'arma propria degli affiliati, alla candela, che brucia l'immagine sacra durante il rito di iniziazione, e al carcere, che ogni affiliato dovrà essere in grado di sopportare».

«La 'ndrangheta è rappresentata dall'albero della scienza, che è una grande quercia, alla cui base è collocato il capo bastone. Il fusto (il tronco) rappresenta gli sgarristi, che sono la colonna portante della 'ndrangheta. Il rifusto (i grossi rami che partono dal tronco) sono i camorristi, che rappresentano gli affiliati con dote inferiore alla precedente. I ramoscelli sono i picciotti, cioè i soldati della 'ndrangheta. Le foglie sono i contrasti onorati, cioè i non appartenenti alla struttura criminale. Infine: le foglie che cadono sono gli infami che per la loro infamità sono destinati a morire».

Gianni Ballarini



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