venerdì 3 dicembre 2010

AL MERCATO DELLA DISPERAZIONE I BIMBI HAITIANI DIVENTANO MERCE

Cronaca di una domenica: quando gli haitiani provavano a votare. Signori che hanno fretta attraversano il confine con due bambini per mano o un piccolo che ciondola fra le braccia. Vanno e vengono; non si fermano mai. Nessuno si incuriosisce per sapere dove li portano. Non è successo in questi giorni. È il ricordo di tre anni fa.
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Ma la voce sconsolata di un operatore umanitario racconta, ieri, al telefono, che “il commercio” prospera più che mai. Haiti esporta bambini destinati chissà dove e chissà a chi. Forse famiglie senza figli, ma il sospetto di una schiavitù impronunciabile accompagna le parole di chi non sa come fermare il traffico dell’infanzia. 
Domenica Haiti ha votato. Le file erano lunghissime davanti ai seggi, scuole malandate, tettoie che non riparano dalle piogge. Cancelli di ferro chiudono il ponte che scavalca il rio Ma-sacre: segna la frontiera che divide Juanaméndez da Dajabon; Haiti da Santo Domingo. È lunga 380 chilometri e le grate appartengono a chi fa finta di fermare, ma non ferma niente. Dieci metri sotto, la gente attraversa lentamente con l’acqua alle ginocchia. E le guardie guardano, fumando. Non provano a fermarli: è il confine più poroso del mondo. Nella sponda domenicana   un arco e l’enorme tettoia della dogana accolgono i viaggiatori disciplinati. Nessuno apre le borse. Poliziotti dei due paesi allargano la mano: svelti, passate. Quando gli sguardi furtivi fanno sospettare qualcosa, un dollaro e via. Lunedì e venerdì i doganieri riposano: cancelli spalancati per riunire i due mercati delle città che il fiume separa. Più o meno le stesse facce, con sfumature diverse: nero blu gli haitiani, nero latte i domenicani. L’isola che raccoglie i due paesi si divide   così. Oltre la dogana si apre la superstrada che corre verso Santo Domingo, capitale delle vacanze. Ogni venti chilometri sbarramenti di polizia: adesso è la paura del colera ma da sempre è la paura dei clandestini haitiani, senza nome, senza diritti, braccia destinate alle campagne-lager del rum Bacardi o del tabacco Davidoff: un milione di anime. Ecco perché le polizie si appostano per frenare i trafficanti dell’innocenza. E le mance diventano dieci dollari a clandestino   . Mani che penzolano dai finestrini, mani che si allargano nel gesto di chi lascia scappare. Dopo terremoto e uragano, 7700 bambini sono stati portatati via da mezzani senza nome. Li pescano davanti alle rovine o fra le tende degli accampamenti dove i transfughi dalle macerie aspettano che i paesi più o meno   felici si ricordino di loro. Bambini venduti da madri troppo sole e con troppi figli da sfamare. Li affidano a facce sconosciute sperando nel paradiso promesso da trafficanti che hanno sempre fretta. Subito dopo l’uragano di due mesi fa 950 bambini sono stati venduti e portati via seminando ad ogni passo mance da tariffario ormai istituzionale. Soldi alle famiglie sconvolte dalla separazione, soldi al doganiere haitiano, al doganiere domenicano, ai padroni di case compiacenti dove li spogliano dagli stracci per infilare jeans o sottane colorate, nella finzione del trasformare le prede in piccoli vacanzieri con famiglia: alla sera tornano nella capitale. 
Organizzazioni umanitarie, volontari e missionari cattolici e di ogni confessione provano a fermare questa violenza, ma la rete è solida, l’omertà collaudata, la corruzione bene oliata. Bambini, uomini e ragazze sono le ultime refurtive che i contrabbandieri trafugano dal deserto di Haiti. Compra-vendita che non è un mercato improvvisato dopo le tragedie; è il mercato collaudato dalla disperazione impossibile da consolare. Adesso, anche il colera. Quando l’Organizzazione   Mondiale dalla Sanità è tornata a Port au-Prince dopo essere stata espulsa da militari e uomini forti, chi dirigeva medici e infermieri non ha nascosto la disperazione. Da tempo immemorabile migliaia di baracche crescevano su immondizie mai raccolte. Impossibile stabilire quali virus erano all’origine di una mortalità che superava i numeri africani. Vita media sotto i 50 anni e il 70 per cento dei 10 milioni di abitanti vive con un euro al giorno.
Quando un bambino compie 5 anni è a prova di pallottola perchè la mortalità infantile resta la catastrofe impossibile da definire. Crescono senza acqua, senza elettricità, analfabeti al 70 per cento. L’Aids prolifera. E allora meglio venderli, che forse ce la fanno a diventare adulti. Nella classifiche improbabili dei paesi civilizzati, Port au-Prince è la capitale del penultimo paese del mondo. Solo il Bangladesh sembra peggio, ma da un po’ di tempo si è smesso di fare i conti oppure i conti continuano e manca il coraggio di far sapere il risultato. Bambini e adolescenti rubati non solo per rallegrare dei vecchi signori dal sangue stanco. Com’é difficile riportare i racconti di chi combatte il traffico. Non tutti finiscono nei registri delle agenzie che, a Santo Domingo, distribuiscono le immagini dei piccoli alle famiglie troppo sole del “nostro” mondo. Una parte delle bambine è subito rinchiusa in piccoli motel attorno a Dajabon, nella Repubblica Dominicana. Un missionario battista americano racconta dei loro pianti che arrivano in strada. E la polizia? Non vede e non sente. “Tutti sanno chi sono i trafficanti e dove nascondono i bambini: polizia, autorità, osservatori domenicani e haitiani. Non se la sentono o non possono parlare”. Al telefono le parole del gesuita Regino Martinez, direttore della fondazione Solidarietà lungo la Frontiera: un sussurro sconsolato. “Le autorità fanno   finta di non vedere per non perdere i soldi che finiscono nelle loro tasche. Non vogliono rinunciare alla bella vita”. E il traffico dei bambini continua.
Maurizio Chierici

Tratto da:
Il Fatto Quotidiano

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