giovedì 18 febbraio 2010

UNA PORTAEREI CHIAMATA HAITI

La reazione degli Stati Uniti di militarizzare la parte haitiana dell'isola devastata dal terremoto del 12 gennaio va considerata nel contesto della crisi finanziaria ed economica e dell'ascesa di Obama alla presidenza. Le tendenze di fondo erano ravvisabili, ma la crisi le ha accelerate, facendo loro guadagnare visibilità. Si tratta del primo intervento di rilievo della IV Flotta, ristabilita poco tempo fa.

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Con la crisi di Haiti, la militarizzazione delle relazioni tra gli USA e l'America Latina fa un passo avanti, inserita nell'ottica della militarizzazione della politica estera di Washington. In questo modo, la superpotenza in declino riesce a ritardare il processo che la farà retrocedere allo stadio di potenza accanto ad altri sei o sette paesi del mondo. L'intervento è stato una mossa talmente scontata che il periodico cinese Giornale del Popolo (21 gennaio) si è chiesto se gli Stati Uniti vogliano incorporare Haiti come nuovo stato dell'unione.
Il quotidiano cinese riprende un'analisi della prestigiosa rivista Time, in cui si assicura che “Haiti è già diventato il 51° degli Stati Uniti, ed anche quando non si sapeva è stato una sorta di giardino sul retro”. In una sola settimana il Pentagono ha stabilito nell'isola una portaerei, 33 aerei di soccorso e innumerevoli navi da guerra, 11mila soldati. La MINUSTAH, missione ONU per la ripresa di Haiti, ha appena 7mila soldati. Secondo Folha de Sao Paulo (20 gennaio), gli USA avrebbero scalzato il Brasile nel suo luogo di direzione dell'intervento militare nell'isola, e che in poche settimane si raggiungerà il doppio dei militari, arrivano ai 16mila effettivi.
Lo stesso Diario del Pueblo, in un articolo sull'”effetto statunitense” nei Caraibi, afferma che l'intervento militare influenzerà la condotta americana in America Latina e nei Caraibi, in cui è in atto un confronto con Venezuela e Cuba. Questa regione, secondo la lettura del Giornale del Popolo, rappresenta la porta del “giardino sul retro”, che bisogna controllare serratamente per continuare ad allargare verso sud il raggio di influenza.
La situazione non è delle più nuove. Si inscrive in una scalata cominciata con il golpe militare in Honduras e con gli accordi conclusi con la Colombia per l'utilizzo di sette basi nel paese. Se a ciò si somma l'uso delle quattro basi che il presidente di Panama Ricardo Martinelli ha ceduto a Washington ad ottobre, oltre a quelle già esistenti a Aruba e Curacao (isole vicine al Venezuela, appartenenti all'Olanda), esistono un totale di tredici basi. Ad oggi hanno acquisito anche un'enorme portaerei nei Caraibi.
Secondo Ignacio Ramonet, in Le Monde Diplomatique di gennaio, “tutto preannuncia un'aggressione imminente”. Non appare di per certo lo scenario più probabile, anche se si possono trarre due conclusioni: gli Stati Uniti hanno optato per l'uso della forza militare per tamponare il loro declino e che necessitano del petrolio di Colombia, Ecuador e soprattutto del Venezuela per finanziare la loro posizione egemonica o, almeno, per rallentare la caduta..
Secondo il mensile francese, “la chiave sta in Caracas”. Si e no. Si perchè, di fatto, il 15% delle importazioni di petrolio degli Stati Uniti provengono dalla Colombia, dal Venezuela e dall'Ecuador, percentuale che eguaglia la quantità importata dal Medio Oriente. Inoltre, il Venezuela sta diventando la più grande riserva di grezzo di tutto il pianeta dopo la recente scoperta nei pressi della Faglia di Orinoco. Secondo il Servizio Geologico degli Stati Uniti, la quantità sarebbe il doppio di quella dell'Arabia Saudita. Tutto questo è sufficiente perchè Washington desideri, come infatti fa, sostituire Hugo Chavez.
Dal mio punto di vista, il problema centrale per l'egemonia statunitense è il Brasile. Il petrolio è una ricchezza importante, però è necessario estrarlo e trasportarlo, il che richiede investimenti, sarebbe a dire stabilità politica. Il Brasile è una potenza globale, il secondo tra i paesi del BRIC (Brasile, Russia, India e Cina) di importanza, secondo solo alla Cina. Delle dieci maggior banche del mondo, tre sono brasiliane (e cinque cinesi). Il Brasile ha la sesta riserva al mondo di uranio, nonostante solo il 25% del suo territorio sia stato investigato, ed è tra le cinque maggiori riserve di petrolio. Le multinazionali brasiliane figurano tra le più forti del mondo: Vale do Rio Doce è la seconda miniera e la prima per i minerali del ferro; Petrobas è la quarta impresa petrolifera del mondo e la quinta impresa globale per valore di mercato, Embraer è la terza industria aeronautica dopo Airbus e Boing; JBS Friboi è la prima industria frigorifera di carne al mondo; Braskem è l'ottava petrolchimica di tutto il pianeta.. E si potrebbe proseguire a lungo.
A differenza della Cina, il Brasile è autosufficiente in materia di energia e sarà un grande esportatore. La sua più grande vulnerabilità, il settore militare, sta per essere superata grazie alla collaborazione strategica con la Francia: nel decennio appena cominciato, il Brasile potrà fabbricare aerei di ultima generazione, elicotteri da combattimento e sottomarini grazie al trasferimento delle tecnologie necessarie ad opera della Francia. Entro il 2020, se non prima, sarà la quinta potenza economica globale. E tutto questo accade sotto il naso degli Stati Uniti.
Il Brasile controlla già buona parte del Prodotto Interno Lordo di Bolivia, Paraguay ed Uruguay, ha una presenza ferma in Argentina, di cui è socio strategico, così come in Ecuador e Perù, che ne facilitano l'ascesa nell'area del Pacifico. È qui che la IV Flotta incontra l'ostacolo più duro. Il Pentagono ha designato per il Brasile la stessa strategia adottata in Cina: generare conflitti lungo i confini per bloccarne l'espansione. Corea del Nord, Afghanistan e Pakistan, oltre alla destabilizzazione nella provincia musulmana dello Xinjang.
In Sud America un rosario di installazioni militari del Comando Sud attornia il Brasile, nella regione andina ed a sud. Si aggiungano i conflitti Colombia-Venezuela e Colombia-Ecuador. È di rilievo anche la portaerei haitiana, spiazzando la fondamentale presenza brasiliana nella MINUSTAH. Si tratta di una strategia di ferro, freddamente calcolata ed eseguita con rapidità.
Il problema affrontato dalle nazioni e dai popoli della regione è che le catastrofi naturali saranno la moneta corrente nel prossimo decennio. La IV Flotta sarà la porzione militare più sperimentata e meglio preparata per interventi “umanitari” in situazioni di emergenza. Haiti non sarà l'eccezione fino al primo capitolo di una serie di mosse per lo stanziamento militare in tutta la regione. Detto in altre parole: i latinoamericani sono in serio pericolo, è ora che tutti se ne rendano conto.

[Fonte:Alainet.org - Raul Zibechi]

Traduzione di Alessandra Panzera

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