martedì 19 gennaio 2010

NEL CUORE DELLA TERRA

"Noroc bun", buona fortuna. Era l'augurio che i minatori di Anina si rivolgevano l'un l'altro prima di entrare nel cuore della terra, a mille metri dalla luce. Oggi la fortuna non è più dalla loro parte.

"Noroc bun", buona fortuna. Era l'augurio che i minatori di Anina si rivolgevano l'un l'altro prima di entrare nel cuore della terra, a mille metri dalla luce. Oggi la fortuna non è più dalla loro parte.

Anina è tra le città rumene che ha subito le conseguenze sociali più pesanti del post-comunismo. La sua morte economica è stata determinata da tre fattori: il collasso dell'economia sovietica, le ristrutturazioni statali del settore minerario e gli aggiustamenti strutturali imposti alla Romania dalla Banca Mondiale. Il risultato è una città semideserta, con infrastrutture risalenti all'epoca sovietica, tassi di disoccupazione alle stelle e alcolismo diffuso.

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Anina comincia dove la strada finisce. Le architetture imperiali e le piazze rivoluzionarie di Timisoara diventano ricordo appena fuori dalla periferia. Il tempo si ferma nella pianura che si sussegue identica, fino a lasciare il posto ai primi rilievi, che piegano la strada fino a quel momento rettilinea. Si entra nelle foreste dei Carpazi. Un manto di querce, olmi, frassini. Neve, silenzio. A pochi chilometri dalla Serbia e dal Danubio, c'è una terra poverissima. Lo dicono le strade, asfaltate una volta sola, e mai rattoppate dai tempi di Ceausescu. Lo dice l'odore di carbone e ferro che si è posato sulle case, come polvere che nessuno ha più spazzato dai tempi della miniera e della ferrovia. Lo dicono le stufe delle case riempite a legno e torba, spesso unica fonte di riscaldamento, e le finestre di legno scrostato. I segni di una società operaia e rurale un tempo organizzata, dignitosa e compatta, si indovinano ancora nelle file di casette ottocentesche saldate al pendio che dà sul centro, le uniche ancora ben curate. O nella piazza del Paese, con la chiesa ortodossa tinteggiata a nuovo e abbracciata dallo sguardo di ferro del monumento al minatore. Ma la memoria di un passato di orgoglio e coraggio - i minatori, e i loro potenti sindacati, furono tra i protagonisti della rivoluzione dell'89 e della vita politica rumena fino alla fine degli anni '90 - è spenta nei pochi sguardi smarriti o ubriachi che si incrociano nelle strade vuote. E' sera, per Anina. Un tramonto iniziato esattamente dieci anni fa.

I distretti minerari e l'estrazione del carbone erano la spina dorsale dell'industria pesante rumena. L'oro nero del sottosuolo offriva lavoro ad almeno mezzo milione di persone, sopra e sotto terra. Categoria economica e politica potente, tenuta insieme da un sindacato analogo a quello polacco di Solidarnosc, i minatori erano fedelissimi sia di Ceausescu che del suo successore, Ion Iliescu. Quest'ultimo divenne presidente nelle elezioni del 1990, e nel '91 fu lui a mobilitare le trade unions dei minatori, quando i fermenti democratici portarono migliaia di persone nelle piazze. Armati di picozze, martelli e catene, per difendere il socialismo i minatori non risparmiarono la violenza, attaccando le università e le sedi delle opposizioni politiche. Iliescu li definì per questo 'patrioti'.

La storia di Anina comincia nel 1773, sotto la corona asburgica. All'epoca, la vicina città di Oravita, già fiorente dal punto di vista economico, necessitava di carbone, legna e foza lavoro per i suoi stabilimenti siderurgici. Fu così che Vienna decise di trasferire dalla Stiria superiore e dalle province austriache manodopera, soprattutto minatori e boscaioli, nell'omonima valle di Anina. Le 34 famiglie di coloni provenienti da Schladming, Ausee, Goisern, furono a tutti gli effetti dei pionieri, che fondarono una nuova città dal nome di Steier-Dorf (in tedesco, lo Stato di coloro che vengono dalla Stiria). Altri austriaci, tedeschi, ungheresi, slavi e slovacchi furono portati a Steierdorf per lo sfruttamento intensivo delle foreste. Fu nel 1790 che il boscaiolo Mathias Hammer scopri nella valle di Andrei il litantrace, carbone della migliore qualità. Con l'apertura di tre miniere da parte della Reale società imperiale austriaca, comincia la fortuna di Steierdorf. E' in questi anni che cospicui investimenti affluiscono nella regione. Steierdorf diventa Anina, 'ontano' in rumeno. L'insediamento abitativo è uno dei migliori dei Carpazi, un grande ospedale torreggia dalla collina soprastante la città, gli operai godono di buoni stipendi e vantaggiosi benefici economici. Viene costruita la prima ferrovia di montagna della Romania, e alla fine dell'800 diventa il distretto minerario più importante e produttivo del Paese. Anina riforniva di carbone le navi impiegate nella guerra di Crimea, e sotto l'occupazione sovietica i minatori erano una classe operaia sostanzialmente agiata, immune dalla crisi anche durante il regime di Ceausescu, che pompava denaro nelle società minerarie statali proteggendole così dal fallimento. Dopo Ceausescu, il governo profittò degli enormi prestiti della Banca mondiale e del Fondo monetario internazionale, sostenendo artificialmente le miniere senza però apportare le riforme economiche necessarie per adeguarsi al mercato. Fu l'inizio della crisi, che si fece man mano più visibile e profonda quando i prezzi dei prodotti rumeni crollarono, il debito esplose e vennero a mancare fondi per le trasformazioni industriali e la manutenzione dei complessi esistenti.

Come molti altri Paesi in transizione, per entrare in Europa e nella Nato la Romania doveva obbedire al diktat degli economisti internazionali. La stabilizzazione economica e una radicale riforma strutturale obbligarono molte miniere a cessare la produzione. L'ordinanza 22 chiuse 100 miniere. Duecentomila minatori rimasero senza lavoro. L'output di carbone crollò del 20 percento in un anno. I sindacati organizzarono la rivolta, e a Bucarest si temette il peggio. Ma fortunamente lo scontro tra i minatori e l'esercito fu scongiurato.

In 15 anni, dal 1990 al 2005, gli abitanti di Anina sono diminuiti di un terzo. Oggi qui vivono solo 9 mila persone. Parte della popolazione femminile ha lasciato il paese, e l'ingresso nell'Unione Europea ha ulteriormente aggravato l'emorragia. Molte case sono vuote, abbandonate. In altre sono rimasti solo gli uomini coi bambini, perchè le mogli, alcune delle quali avevano un'occupazione nelle segherie di legname, oggi vivono all'estero, come badanti o colf. La compagnia mineraria statale ha chiuso la principale miniera di carbone nel 2006, dopo che in uno degli ultimi incidenti rimasero uccisi sette minatori, forse per l'esplosione di gas metano, di cui il sottosuolo di Anina è ricco.

L'esplosione è avvenuta alle 5 e mezza del mattino, mezz'ora prima che il quarto turno terminasse. Al momento si trovavano in miniera 68 lavoratori. Erano a 1.250 metri di profondità. Tutti avevano almeno un figlio, alcuni di loro persino otto. La sorte ha voluto che anche un 'miliardario', tale Daniel Puscasu, che l'anno prima aveva vinto al lotto due miliardi di Lei (55 mila euro) si trovasse sottoterra. Aveva scelto di continuare a fare l'artificiere in miniera aspettando il giorno della pensione, nonostante i colleghi lo prendessero in giro consigliandogli di smetterla di lavorare nelle viscere della terra, e di godersi anzi la vita al sole. Le cause dell'incidente sono ignote. L'inchiesta non ha ancora stabilito se l'incidente fu un errore umano. Un errore dell'artificiere Puscasu, che aveva sbagliato a misurare il gas nei tunnel bui e umidi della miniera.

Ma i minatori dicono che i capi sapevano che il livello del gas era più alto del 5 percento rispetto al 2 percento ammesso per lavorare in tali condizioni, e che ciò nonostante avevano ordinato loro di scendere sottoterra.

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Oggi la miniera è una torre di ferro piramidale, due grossi edifici in mattoni e una ciminiera di cinquanta metri alla base di una collina spogliata della vegetazione. All'interno, un gigantesco argano cui è avvolto il cavo d'acciaio collegato all'ascensore che portava i minatori in profondità. Il custode, un ex dipendente della società mineraria, apre il cancello e ci conduce nel ventre di questo enorme dinosauro, insieme minaccioso e inerme. "Lavoravo nell'amministrazione, in quell'edificio coi vetri rotti - racconta -. Eravamo a centinaia, qui, era tutto un brulicare di persone". Nelle stanze dove i minatori si cambiavano ci sono ancora decine di elmetti di cuoio, i respiratori d'emergenza, le lampade, i guanti, i registri con le presenze. Qualcuno ha lasciato in terra una pellicola srotolata, forse materiale per un documentario. Anche il custode è sorpreso nel vederla. Attraverso i fotogrammi, quegli ambienti deserti e fatiscenti si accendono d'improvviso. La vita dei minatori scorre su quel nastro, immagine dopo immagine: gli occhi di due uomini biancheggiano innaturali sul volto coperto di carbone, fissando con curiosità chi li sta riprendendo; una scena di lavoro nel tunnel raffigura altri due minatori a torso nudo che picconano una parete; altre persone si sono tolte l'elmetto e si asciugano il sudore. Chiedo al custode chi ha girato quelle immagini. Se sa se quegli uomini oggi sono vivi o hanno pagato con la vita il prezzo di un lavoro usurante e pericoloso. Nel 1920 la dinamite esplosa per errore si portò via 200 minatori. Altre centinaia le ha inghiottite la terra negli anni successivi. Il custode non sa. Ma dice che qui, un tempo, alle condizioni di lavoro si aggiungeva spesso la mancanza di sicurezza: "Ad Anina si lavorava ancora con metodi primitivi. I gasometri erano quelli sovietici, e i metodi di estrazione erano quelli di secoli fa. Si scendeva a centinaia di metri di profondità, si usava la dinamite e poi, a palate, venivano caricati i vagoncini col carbone, che risaliva in superficie su nastri trasportatori. In miniera la temperatura spesso toccava i 45 gradi, per cui i minatori lavoravano quasi nudi e a piedi scalzi. Il loro stipendio era di cento euro al mese".

Chi è stato licenziato ha preso come liquidazione circa 2.400 euro, con cui ha messo su un'attività (spesso un negozio o una piccola impresa), mentre i pensionati ricevono 200 euro al mese, a seconda dell'esperienza maturata in miniera. Altri vivono con sussidi di disoccupazione. Ma questi soldi bastano solo per le necessità quotidiane. Dei 700 minatori di Anina, 300 hanno trovato lavoro nel settore edile. Non la pensano tutti allo stesso modo, riguardo al lavoro perduto. C'è chi lo rivorrebbe, ma allo stesso tempo non ha alcuna nostalgia delle condizioni in cui era costretto a lavorare. "E' difficile pensare a un giovane che scelga di lavorare in un ambiente disumano come la miniera - spiega uno di loro -. Solo i disperati fanno una scelta del genere. Eppure, spesso non esiste nemmeno la possibilità di farla, questa scelta. Qui, per molti non è mai esistita un'alternativa".

Anche il presidente Basescu venne qui, tre anni fa, per rendere omaggio ai morti. "Troveremo una soluzione per Anina", aveva detto il presidente. Ci si domanda quanto tempo passerà prima che le parole delle autorità diventino fatti. Gli investimenti nel settore energetico non prevedono una riapertura delle miniere, ma eventuali partnership tra compagnie straniere e il governo rumeno per l'eventuale sfruttamento dei giacimenti di metano. La centrale termoelettrica, un tempo alimentata a carbone, è stata acquisita dall'Enel, terzo gestore privato dell'energia rumena. Altri potenziali investimenti sono previsti nel settore del legname e del turismo. E il sindaco di Anina, Georghe Nicu, del Partito Democratico, ha un'idea 'alternativa'.

"Riaprire le miniere? Non credo sia una buona idea, la gente ne ha avuto abbastanza. Anche se si trovassero le risorse, chi vorrebbe più lavorarci? Lo Stato non ha avuto un'idea intelligente nel dare sussidi ai minatori, perchè la gente si è abituata a non far niente. Coi soldi hanno comprato mobili, riparato la casa. Alcuni hanno aperto delle piccole attività, ma con scarso successo". Qualcosa è arrivato, da parte del governo o dell'Unione europea? "Sì, una parte dei fondi europei verrà usata per valorizzare il patrimonio storico e culturale di Anina, creare o modernizzare le infrastruttre connesse, introdurre un circuito turistico delle miniere. Un altro progetto prevede la costruzione di 48 unità abitative, poi c'è da ristrutturare la centrale termoelettrica, costruire un nuovo palazzetto dello sport e modernizzare la casa della cultura. Però io credo che chi ci darà una grossa mano a rivitalizzare il turismo sarà Schwarzenegger". Arnold Schwarzenegger? Il governatore della California? "Proprio lui".

Ciò che può sembrare una battuta è invece l'idea venuta a un abitante di Anina, trasferitosi anni fa in Austria. Mihai Crainicenu ha infatti comprato per 50 mila euro gli attrezzi da palestra di Schwarzenegger che Graz, città natale dell'ex-body builder, conservava, in uno stato di semi-abbandono, nell'angolo di un fitness club nello stadio cittadino. Insieme agli attrezzi, Crainiceanu ha comprato anche alcune foto e vecchie tabelle di allenamento scritte a mano da Schwarzenegger. Vuole aprire un museo e costruire un monumento all'ex atleta austriaco.

"Sarà il museo a dare lustro alla nostra terra. E inviteremo anche Schwarzenegger all'apertura, sperando che accetterà l'invito". Salutando il sindaco e pensando all'idea del museo, tornano in mente le parole dei minatori: noroc bun, Anina. Buona fortuna

Luca Galassi

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